Credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni

É con vera gioia che ci apprestiamo a vivere l’ordinazione diaconale di Nicola Mossi in prospettiva dell’ordinazione presbiterale. Questo evento è segno di una comunità che, non solo continua a generare alla fede cristiana i suoi figli mediante il battesimo, ma è anche in grado di suscitare risposte vere e generose a quel Signore che continua a chiamare uomini e donne a donare la propria vita totalmente a servizio del Vangelo. É segno di una vivacità di fede di una comunità cristiana in un tempo in cui non è semplice per la Chiesa raggiungere il cuore dei giovani e “convincerli” che la “via” della vita di ogni uomo è Gesù, la verità è la sua parola, la vita è dono suo perché Lui è la vita… e ogni altra proposta è un mezzo per l’esistenza umana solo se è orientata a questa verità.

L’ordinazione di Nicola, ancora, è segno di una famiglia che ha saputo trasmettere ai figli la fede cristiana e non trattiene uno dei figli al dono di sé per una vita oggi controcorrente, ma capace di dare pienezza di significato.

É gioia per la nostra comunità perché coglie in uno dei suoi giovani la capacità di mettersi in piena sintonia con Gesù-Parola del Padre e cogliere che il suo disegno è un progetto d’amore, che pienamente corrispondente alle aspirazioni che un giovane porta nel suo cuore e che si realizza in un dialogo d’amore, dove la vocazione si compie solo quando, nella piena libertà, il chiamato sente che donarsi non è perdersi, al contrario è pienezza di vita, di amore e di gioia, è ritrovarsi. Tutto ciò non annulla la fatica della ricerca, la sofferenza dei momenti bui, l’incomprensione di un mondo lontano o chiuso alle proposte di Dio, il rallentamento del cammino, la pazienza di capire, l’attesa di segni, il silenzio di Dio, le prove della vita, la rinuncia ad altre scelte, i dubbi e la stanchezza per un percorso lungo, impegnativo e a volte difficile, l’abbandono da parte di alcuni amici che non capiscono …

Nicola, dopo aver sperimentato e gustato altri tipi di esperienze di vita, ha scelto, non per disprezzo di ciò che ha lasciato, anzi, forse anche grazie a ciò che ha lasciato, di vivere una vita tutta dedicata al servizio di Dio e dei fratelli nella vita diaconale-secerdotale, attraverso la chiamata del Signore, confermata dal discernimento della Chiesa e da lei confermata mediante l’ordinazione sacra.

Ora la Chiesa, mediante il ministero del Vescovo, mette nelle sue mani il Vangelo di Gesù, del quale Nicola diviene l’annunciatore. Il Vescovo, mentre gli offre il Vangelo lo esorta con queste parole:

“Credi sempre ciò che proclami”: è un invito a rinnovare l’atto di fede nella Parola, quale è veramente: non parola di uomini, ma parola di Dio; è esortazione a meditarla con perseveranza, a rispettarne il messaggio, a non togliere e aggiungere nulla, ad annunciarla non in modo formale, ma con un cuore che crede e aderisce a ciò che annuncia.

“Insegna ciò che credi”: è un mandato preciso, che alla Chiesa deriva da Gesù; è Lui che ha scelto fin dall’inizio alcuni uomini perché “stessero con Lui e per mandarli”. Così la Chiesa ancora oggi, nel suo nome, sceglie e conferma gli annunciatori del Vangelo e li manda per compiere la sua missione. L’annuncio che affida scaturisce dalla fede: per questo l’evangelizzatore deve contemporaneamente “stare” con Gesù e “andare” ad annunciare il suo vangelo. Questo vuol dire l’invito ad “insegnare ciò che credi”! Non porti te stesso, la tua parola, le tue convinzioni … ma Colui che è in te e con il quale vivi in piena comunione. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”.

“Vivi ciò che insegni”: la credibilità dell’annuncio si fonda primariamente sull’opera dello Spirito Santo, ma anche sulla coerenza tra ciò che si annuncia e ciò che si vive, pur nella consapevolezza del proprio limite e della propria debolezza. L’annuncio, dunque, si compie insieme con la parola e la testimonianza di vita.

Ecco allora il primo atteggiamento: essere segno di Cristo servo: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita per il mondo”. Così, il diacono è servo della volontà del Padre, della missione di Gesù, dell’amore dello Spirito Santo, che l’ha consacrato e reso capace di servire come Gesù. “Se io, Maestro e Signore, ho lavato i piedi a voi, così anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Grazie, Nicola, per la tua risposta alla chiamata del Signore! Grazie per lan tua testimonianza di amore a Gesù e alla Chiesa! Grazie perché ci dici che “non è mai troppo tardi” per rispondere agli inviti di Gesù! Grazie per la testimonianza e l’amore che mostri verso la comunità che ti ha generato alla fede e nella quale è sbocciata la tua vocazione sacerdotale.

I tuoi sacerdoti

Quella bellezza che nutre

“Nutriti dalla bellezza”: la nuova lettera pastorale del vescovo Tremolada per l’anno 2019/2020. Tema centrale è quello dell’eucaristia. “Una lettera che è anche sociale” sottolinea don Carlo Tartari, vicario per la pastorale e per i laici

“Sono convinto che al cuore della missione della Chiesa ci sia l’Eucaristia. Non sono certo il primo a pensarlo, ma mi fa piacere dichiararlo. L’Eucaristia è un nucleo incandescente, una sorgente zampillante, una realtà misteriosa che permette alla Chiesa di essere veramente se stessa per il bene del mondo. Mi piacerebbe far percepire a tutti questa verità”. Si apre con queste considerazioni la seconda Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada “Nutriti dalla Bellezza. Celebrare l’Eucaristia oggi”. La liturgia cristiana, celebrata nella verità, che rappresenta una delle grandi strade dell’evangelizzazione è al centro delle riflessioni che il Vescovo, a due anni dalla sua nomina a Brescia, affida alla sua Chiesa. Sin dalle prime pagine della nuova Lettera pastorale si coglie evidente la continuità con “Il bello del vivere” dello scorso anno. Se l’orizzonte comune a cui i battezzati devono tendere è quello della santità, l’eucaristia è una via privilegiata per raggiungerlo.

In questa prospettiva la chiave di lettura che mons. Tremolada propone non è quella dello sguardo nostalgico a un passato che non c’è più (“Il numero dei partecipanti alla Messa domenicale è molto diminuito. Quel che una volta appariva normale, giusto e doveroso, sembra non esserlo più… Perché questa disaffezione crescente?… Occorre però non rimanere prigionieri delle analisi. Soprattutto non bisogna lasciarsi risucchiare. Continuare a parlare di questo fenomeno, infatti, produce inesorabilmente una sorta di sconforto pastorale”, scrive il Vescovo nel prologo), ma quella di un’apertura speranzosa al futuro: “Sono invece convinto – sono ancora parole di mons. Tremolada – che si debba rilanciare, puntando proprio sull’Eucaristia, sul suo valore, sulla sua grandezza e bellezza. Molto dipenderà da come la sapremo celebrare. Le sue meravigliose potenzialità rischiano infatti di venire mortificate da una consuetudine un po’ stanca e forse anche un po’ presuntuosa”. Per questo il Vescovo nella Lettera invita a dedicare l’anno pastorale 2019/2020 a una riscoperta della celebrazione eucaristica, “meno preoccupati del numero dei partecipanti e più del modo in cui essa viene vissuta”.

A questo fine sono orientate le riflessioni di mons. Tromolada, contenute nelle 101 pagine della Lettera pastorale, divisa in sei capitoli: Incanto, l’Eucaristia come liturgia; Irradiazione, l’Eucaristia e il mondo; Mistero, l’Eucaristia come sacramento; Comunione, Eucaristia e Chiesa; Celebrazione, l’Eucaristia celebrata; Festa, l’Eucaristia e il Giorno del Signore. La Lettera si apre con il già citato prologo in cui il Vescovo indica il senso e la ragione dell’intero documento, e si chiude con l’epilogo in cui mons. Tremolada affida all’icona che il monaco Andrej Rublëv ha dedicato alla Trinità, il compito di fare sintesi del mistero cristiano per eccellenza.

Come già ne “Il bello del vivere”, anche nella nuova Lettera pastorale compaiono sei video testimonianze che si possono consultare grazie ad altrettanti QR code presenti nel testo, in apertura di ogni capitolo. A questi “testimoni”, presentati nella colonna che chiude queste pagine, è stato chiesto di raccontare come per loro, nel loro quotidiano l’eucaristia sia appunto incanto, irradiazione, mistero, comunione, celebrazione e festa. Sempre grazie a un Qr code i lettori potranno gustare un filmato sul Tesoro delle Sante Croci, di cui Brescia ricorderà nel 2020 con un Giubileo straordinario concesso dal Papa i 500 anni della nascita della compagnia dei Custodi, e uno invece dedicato all’icona di Rublëv.

“Una lettura superficiale potrebbe indurre a considerare una lettere sull’eucaristia interessante solo per chi ancora frequenta. Va invece ricollocata all’interno nel contesto ampio entro il quale il Vescovo ci chiede e ci aiuta a rileggere il cuore della nostra vita di fede”. Parte da questa considerazione la lettura che don Carlo Tartati vicario episcopale per la pastorale e per i laici dà di “Nutriti dalla bellezza”, la nuova Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada. “Sappiamo – prosegue il sacerdote – che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana che non è chiamata a svolgersi nel chiuso dello spazio del sacro o dei tempi sacri. La vita cristiana è chiamata invece a diventare testimonianza, annuncio e missione proprio nel mondo. E questo il Vescovo lo dice bene”. Con la sua seconda Lettera pastorale, continua don Tartari, mons. Tremolada aiuta a cogliere che c’è un legame profondo tra questa appartenenza, questo vissuto di fede e il mondo in cui il cristiano vive. “Non a caso – continua ancora il vicario per la pastorale e i laici – tra i primissimi capitoli della Lettera ce n’è uno dedicato a irradiazione, l’eucaristia e il mondo, in cui il Vescovo ricorda che l’eucaristia è il cuore pulsante della vita redenta, capace di trasformare la vita del credente, il quale poi vive nel mondo, lo provoca, e fa in modo che il mondo possa vivere non più legato a quelle dinamiche di potere che sono tipiche delle leggi mondane. Si passa dal potere all’amore come cifra per edificare la società”. L’eucaristia allora diventa germe di trasformazione del mondo, della società, delle relazioni, “è un annuncio per il mondo, per il bene del mondo”, afferma don Tartari.

Quelli espressi dal vicario episcopale trovano sintesi in quella che il Vescovo, in “Nutriti dalla Bellezza” definisce come “cultura eucaristica”. “La cultura eucaristica –afferma al proposito don Tartari – è proprio questo: l’essere partecipi del dono dell’eucaristia cambia lo sguardo sul mondo, cambia il modo di pensare, cambia gli schemi di riferimento, ribalta le priorità. Non c’è più solo l’io; c’è un noi, c’è una comunità che è chiamata a essere partecipe di questo dono e questo, nell’azione del credente, del cristiano si trasfonde nell’impegno quotidiano, nella costruzione di una società e di relazioni che non possono prescindere da questo incontro e da questa trasformazione”. E forse proprio dalla mancanza di questa cultura eucaristica nascono tante delle difficoltà, delle sofferenze e delle divisioni che oggi segnano anche le comunità.

“Il Vescovo – sono ancora sottolineature di don Carlo Tartari – questo aspetto lo mette in risalto quando ricorda che dall’incontro con Gesù e con l’Eucaristia nasce proprio la civiltà dell’amore in cui la carità diventa uno stile che si declina in tre modalità: il rispetto per la dignità di ogni persona, la giustizia sociale e la distribuzione delle risorse e, per ultimo, la grande responsabilità che abbiamo per l’ambiente. Il Vescovo chiede, proprio a partire dall’incontro vissuto nell’Eucaristia, di riversare questa carità sui poveri, sulla famiglia, negli ambiti educativi, nel lavoro, nella società…”. Letta in questi termini “Nutriti dalla Bellezza”, a prima vista una Lettera “ad intra” rivela una decisa caratterizzazione sociale, politica nel senso più nobile del termine? “Effettivamente è così – è la conclusione di don Tartari –. Forse definirla una Lettera politica è un azzardo, ma è uno di quegli azzardi che provocano, perché ricostruisce la polis su presupposti diversi da quelli del potere, del dominio e del semplice esercizio dell’autorità. Ricostruisce la polis su un fondamento diverso, nuovo ed eterno come l’eucaristia”.

Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Il futuro del seminario minore

Il Consiglio presbiterale e il consiglio pastorale si sono interrogati sull’accompagnamento vocazionale, in particolare sul Seminario minore

Nelle scorse settimane il Consiglio presbiterale prima e il Consiglio pastorale hanno continuato a confrontarsi sull’accompagnamento vocazionale dei ragazzi e delle ragazze, in particolare con un focus sul Seminario minore. La fotografia del contesto in cui viviamo è abbastanza chiara: manca, infatti, la condivisione di un vissuto cristiano. Gli stessi genitori non credono più in una proposta vocazionale di speciale consacrazione. Si sente sempre di più la necessità di un cristianesimo che sappia essere attrattivo nella linea descritta da Evangelii Gaudium. Per andare in questa direzione, diventa fondamentale l’incontro con figure credibili, con testimoni autorevoli. La stessa catechesi deve essere “aperta”, cioè deve portare i ragazzi a visitare e vivere la comunità. Il Seminario minore (va pensato un nuovo nome), così si è espresso il Consiglio pastorale, è molto importante e va mantenuto vivo anche perché il percorso delle comunità territoriali non è sufficiente. Bisogna, però, ripensare all’impostazione, cercando di non guardare più ai giovani che lo vivono come a dei piccoli preti, ma bensì come a ragazzi che camminano per capire come vivere la loro vita. Bisogna pensare anche a un seminario “aperto”, che non isoli i ragazzi ma che possa far vivere loro la comunità.

La riflessione in Seminario. Continuando la riflessione su pastorale giovanile, vocazioni e Seminario, il Seminario Maria Immacolata, lunedì scorso, ha promosso un incontro per riflettere sui capitoli VIII e IX, dedicati alla vocazione e al discernimento, della esortazione apostolica Christus vivit. Un parroco (don Mario Metelli), un curato (don Giovanni Bonetti), il vicerettore del Seminario (don Manuel Donzelli) e due studenti in formazione (Davide Bellandi e Stefano Pe) hanno espresso le loro considerazioni. Don Manuel ha riletto l’importanza del discernimento (“capirsi con Dio” come afferma Rupnik) e ha riletto anche la sua esperienza di educatore in via delle Razziche. “La vocazione è una chiamata, ma una persona non può entrare in sacrestia (e poi in seminario), solo perché le altre cose lo spaventano. Le troppe ‘sponsorizzazioni’ dei sacerdoti possono illudere i giovani seminaristi, mentre serve anche la disponibilità dei ragazzi a uscire dai propri schemi. La rigidità è troppo pericolosa. Come possiamo aiutare la vocazione dei giovani se non sappiamo perché amare Cristo? Dio ci vuole felici. Cristo – come scrive il Papa – vive e ti vuole vivo”. Resta da chiedersi anche, come ha ribadito don Andrea Dotti, se la vita del Seminario è una formazione o è solo una rifinitura di un modello già formato: che tipologia di giovani siamo pronti ad accogliere? Sui giovani, don Giovanni Bonetti ha sottolineato “le situazioni di orfanezza” evidenziate dal Papa: “Ai giovani manca chi racconta loro che la vita ha un senso. Fanno anche esperienze diverse, ma difficilmente trovano chi li aiuta a rileggere quello che hanno vissuto. L’esperienza vocazionale può nascere se non perdo tempo con i giovani? Il Papa ci dice che il segreto è spendersi per gli altri, perché ‘la vita raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta’. I giovani sono esigenti e hanno bisogno dell’aspetto relazionale”. Gli spazi offerti dall’oratorio non sono più il luogo principale di ritrovo e di riferimento dei ragazzi. “Non è necessaria per la pastorale giovanile l’esperienza oratoriana”. Don Claudio Laffranchini, vicedirettore dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni, ha osservato invece che bisogna ragionare in chiave missionaria anche quando parliamo di pastorale giovanile vocazionale: i giovani diventano i primi evangelizzatori di altri giovani. L’oratorio va rinnovato ma non abbandonato.

Il vescovo Pierantonio a Leno

Nei giorni di giovedì 19 e venerdì 20 aprile il nostro Vescovo ha vissuto due giornate a Leno, per incontrare i sacerdoti della Zona XII della nostra Diocesi, a cui appartengono le parrocchie di Castelletto, Comella, Fiesse, Gambara, Gottolengo, Leno, Milzanello, Milzano, Pavone del Mella, Porzano, Pralboino e Seniga.

Nella prima mattinata ci siamo incontrati nella “sala verde” dell’oratorio e, dopo la preghiera comunitaria dell’ora media, il Vescovo ci ha proposto un’intensa  “lectio divina” sul testo di Luca 22, 31-46, là dove Gesù, dopo l’ultima cena, prepara i discepoli alla tentazione e alla prova, assicurandoli della sua preghiera perché siano capaci di superarle. 

Nella sua distesa proposta il Vescovo ha esposto il metodo della “lectio divina”, raccomandandoci che sia magari breve, ma quotidiana per noi sacerdoti e di proporla e insegnarla ai fedeli.

Nella meditazione mons. Pierantonio, come Gesù ai suoi discepoli, ci ha chiesto la vigilanza e l’esercizio del coraggio e della fortezza, perché la tentazione e la prova arrivano per tutti, nel momento più inaspettato. Allora ci ha sollecitato alla perseveranza nella preghiera per essere pronti in ogni momento, in modo da mantenere salda la fede e la libertà di consegnarci al Padre, come ha fatto Gesù, perché anche in noi si compia la sua volontà e ci renda forti nella lotta quotidiana contro il male e il maligno.

Il Vescovo, poi, per sollecitare la riflessione personale e la condivisione, ci ha posto alcune domande: che cosa significa credere? In che rapporto sta l’esperienza della prova con quella della fede? Qual’è la differenza tra la tentazione e le tentazioni? Io ho fatto esperienza di tentazioni?

Il pomeriggio è iniziato con il pranzo consumato insieme con tutti i sacerdoti della Zona in canonica, preparato con disponibilità generosa da Luciano e Renato e servito con cura da Daniela, Emilia, Rosa e Paolo. La sala, preparata per l’occasione da Paolo, Sergio e Luigi, era quella del Consiglio pastorale. Questo momento conviviale è stato vissuto nella più vera e profonda cordialità e fraternità, come in una bella famiglia. Ci siamo scambiati pareri sui vari temi pastorali, abbiamo ascoltato le prime impressioni del Vescovo riguardo la Diocesi e i suoi preti, ci siamo lasciati andare anche a qualche battuta per suscitare ilarità e gioiosa conversazione. Davvero un clima di amore fraterno.

Da dopo il pranzo il Vescovo ha iniziato l’incontro personale con ogni sacerdote per approfondire la conoscenza e la relazione personale. Qui non posso certo riferire nient’altro se non che, generalmente, i sacerdoti hanno espresso compiacenza per la cordialità, l’affabilità e la famigliarità del Vescovo Pierantonio, che ha dimostrato un vero amore paterno e il desiderio di entrare in una relazione che gli permetta di esercitare il meglio possibile il suo ministero prima nei confronti dei presbiteri per arrivare, anche grazie a loro, il più vicino possibile ai laici, alle famiglie e agli ambienti di vita dei fedeli della “sua” Chiesa.

Il mattino di venerdì alle ore 07 ha presieduto la Messa concelebrata da mons. Cesare Polvara, che lo accompagnava nei due giorni, e da me nella cappella delle nostre Suore, dando anche a loro un segno forte di vicinanza e di gradimento della loro presenza, della loro testimonianza e del loro servizio pastorale. Anche qui ha rivolto un pensiero di meditazione per rafforzare e confermare la fede e ci ha sollecitato all’intimità con Gesù, perché l’opera che compiamo porti i frutti che il Signore desidera.

Le nostre suore hanno offerto una semplice, ma buona colazione e il Vescovo si è fermato volentieri a conversare con loro, informandosi circa il loro carisma, la loro provenienza e il loro servizio qui a Leno.

Mons. Tramolada questo venerdì ha pranzato coni i sacerdoti di Leno con la stessa cordialità e famigliarità del giorno prima, restringendo la conversazione alla nostra realtà di Leno, del suo presbiterio, della sua collocazione geografica, del suo cammino di fede e della sua realtà socio-culturale.

Nel pomeriggio ha terminato gli incontri personali con i sacerdoti, ci ha salutato e ringraziato e, prima di tornare a Brescia, si è recato in visita ad un sacerdote ammalato della nostra Zona e alla chiesa di Comella.

Noi non possiamo che ringraziare il Signore per questo dono di grazia che ci ha fatto ed esprimere tanta gratitudine anche al nostro Vescovo, assicurandogli il dono più prezioso che possiamo offrirgli e che lui si aspetta da noi: la preghiera.

Il nuovo assetto degli Uffici pastorali

Don Carlo Tartari, nuovo vicario per la pastorale e i laici, ha rivisto, incontrando i sacerdoti sul territorio, il disegno degli Uffici pastorali che saranno suddivisi in tre aree (mondialità, socialità e crescita della persona). Ecco l’intervista

Il punto di partenza è uno: fare in modo che gli Uffici pastorali della Curia siano sempre più in grado di essere al servizio della Diocesi, in particolare delle parrocchie e delle unità pastorali. Da questa premessa è partito don Carlo Tartari al quale all’inizio di marzo è stato affidato dal vescovo Tremolada il compito di ripensare l’articolazione degli Uffici pastorali. Oggi questo percorso è arrivato a compimento ed è stato approvato dal Vescovo che, tra l’altro, ha nominato don Tartari anche nuovo vicario per la pastorale e i laici. Don Carlo, che dal 2012 guida l’Ufficio per le missioni, succede a mons. Renato Tononi.

Don Carlo, si percepisce spesso una distanza tra il centro (la Curia) e le periferie (le parrocchie): è così anche nella tua analisi?

Ho avuto la possibilità di constatare quanto gli uffici di pastorale organizzino e producono ma anche di cogliere come questo venga percepito con una certa debolezza dalle parrocchie e dal territorio. Evidentemente l’aspetto fondamentale è di intessere un rapporto di collaborazione reciproca e di alleanza tra le parrocchie, i parroci, i curati e coloro che attraverso l’attività degli uffici concorrono al medesimo obiettivo: l’evangelizzazione.

Nella fase di ascolto per la revisione degli Uffici hai chiesto ai presbiteri e agli uffici protagonisti della pastorale di indicare punti di debolezza, punti di forza e dove migliorare…

Questo riscontro ci aiuterà a migliorare e a superare una certa distanza o autoreferenzialità che viene percepita dentro a un quadro di incremento di stima e di valorizzazione di quanto gli Uffici fanno. Dall’altra c’è il desiderio di colmare la distanza con una collaborazione che diventi non solo comunicazione di processi già avvenuti ma di progettazione condivisa. Il nuovo metodo di lavoro deve tenere conto delle interazioni tra le parrocchie e la pastorale.

Il vicario per la pastorale e i laici diventa il referente di tre nuove aree…

Abbiamo provato a ridefinire i servizi, le attività e le identità, provando ad articolarle in tre nuove aree (della mondialità, della socialità e della crescita della persona) dove costruire nuove sinergie interne agli uffici. Il vescovo Pierantonio sottolinea una forte accentuazione del servizio a favore delle parrocchie e delle unità pastorali. Un’area in riferimento alla mondialità (con un orizzonte ampio), una alla società e una alla crescita della persona (del credente). È stato un lavoro condiviso con i direttori. Il Vescovo ci ha invitato a sviluppare al massimo le sinergie e ad avere una Curia con il minor numero di preti possibili. I presbiteri impegnati negli uffici pastorali passano da 13 a 6 (7 con alcune collaborazioni non a tempo pieno). Il responsabile di ogni area diventerà anche il direttore di ogni singolo ufficio. All’interno degli uffici ulteriori responsabilità saranno affidate ai laici, ai diaconi o ai presbiteri.

Cambiano il metodo e il flusso di lavoro…

Sembra una catena di comando ma in realtà è un tavolo permanente. Il vicario per la pastorale con i tre responsabili di area e su alcuni aspetti con i responsabili dei singoli uffici proverà ad articolare una proposta che venga incontro a un’essenzializzazione dei servizi. Con sorpresa ci siamo resi conto che gli uffici producono 230 azioni tra eventi, percorsi, attività e servizi… sono troppi. Le parrocchie di fronte a un’ipertrofia non si lasciano coinvolgere. Proveremo a far decrescere le proposte senza perdere in qualità, provando a dare risposte che oggi diciamo in 230 modi diversi. Cercheremo modalità più unitarie: il Vescovo e gli organismi di comunione ci aiuteranno a dar vita a progetti che possano trovare quella sintesi che oggi manca.

Non sono stati ridimensionati gli Uffici, ma sono state ridistribuite le competenze…

La cura dei sacerdoti anziani, attualmente in carico all’Ufficio per la salute, diventa ad esempio di pertinenza del vicario per il clero. È parso opportuno al Vescovo ridisegnare la titolarità di alcune azioni ma in ragione di come ha inteso ridisegnare il consiglio episcopale diverso da quello precedente.

La terza area (pastorale della crescita della persona) è, forse, la più articolata…

Nella relazione con le parrocchie la pastorale giovanile è la più capillare. In generale, l’elemento innovativo sarà quello di permettere alle tre aree di interagire: una compartecipazione al medesimo progetto anche con grossi elementi di trasversalità; le proposte nasceranno dalla compartecipazione. Immaginiamo un tavolo stabile di lavoro e, accanto a questo, pensiamo di attivare un centro servizi della pastorale per non disperdere le tante competenze accumulate. L’obiettivo è di costruire percorsi più semplici e più legati all’anno liturgico.

L’azione culturale fa esplicito riferimento al vicario…

La cultura e la comunicazione devono interagire con la pastorale. Fino ad ora gli uffici sono stati diretti da persone competenti nella specifica area, nel futuro non sarà così ma non si perderà la capacità di pensare i progetti, diventeranno frutto di un pensiero significativo e di un approfondimento.

Testimoni della benedizione di Dio

Il vescovo Pierantonio ha presieduto in Cattedrale la celebrazione per l’ordinazione presbiterale di don Luca Signori, don Alex Recami e don Lorenzo Bacchetta. Leggi l’omelia

È con grande gioia e non senza una certa emozione che celebro con tutti voi questa prima ordinazione di nostri presbiteri diocesani. È questo un momento molto importante e atteso per tutta la Chiesa bresciana ed è l’occasione per toccare con mano la provvidenza del Signore, che non lascia mancare alla sua Chiesa i pastori di cui ha bisogno per compiere il suo cammino e dare così al mondo la sua testimonianza.

Ci mettiamo in ascolto – come è giusto – della Parola di Dio che la liturgia ci offre in questa decima domenica del tempo ordinario. È una Parola che proclama la bellezza della vita e la sua energia potente, a fronte del mistero dell’iniquità, cioè del tentativo drammatico di mortificarla o addirittura di estinguerla.

 Il Libro della Genesi, nella pagina che abbiamo ascoltato, descrive gli effetti tristissimi della catastrofe originaria, cioè del peccato dell’umanità agli inizi della sua esistenza. Il rifiuto di Dio e della sua grazia, la mancanza di fiducia nei suoi confronti, il sospetto della sua malafede, l’idea che egli non volesse il vero bene dell’umanità ma la pensasse schiava e sottomessa hanno aperto alla morte le porte dell’esistenza umana. Obbligando Dio a tenersi lontano, l’uomo ha dovuto conoscere suo malgrado una realtà spaventosa, opposta alla vita vera. Chiamata ad esistere nella somiglianza con Dio, cioè nella beatitudine dell’amore trinitario, l’umanità ha improvvisamente scoperto nella sua esistenza la dolorosa e sconvolgente realtà della violenza, della divisione, dello smarrimento e della paura. Le tenebre sono entrate là dove regnava serena la luce della bellezza che viene da Dio. È questo che la Scrittura intende esprimere quando parla del serpente che convince Eva. Con la sua seduzione egli diffonderà nella vita un veleno mortale, che tenderà di annientarla attraverso la gelosia, il conflitto, l’avidità, la superbia e, ultimamente, la ricerca ossessiva della propria autonoma soddisfazione.

Ma la vita che il Creatore ha donato all’uomo suo amico non verrà meno e non soccomberà. Ciò che viene da Dio e partecipa del suo mistero santo non può essere distrutto, perché nessuno gli è superiore in potenza e perché la potenza di Dio è l’amore. L’uomo creato a immagine di Dio potrà subire un attacco ed essere colpito, ma la sua vita non potrà essere annientata. A Eva, che è la madre di tutti i viventi il Signore Dio dice che d’ora innanzi sarà lei a trasmette la vita, continuando la sua opera di Creatore, anche se lo dovrà fare paradossalmente in mezzo ai dolori delle doglie, e poi aggiunge: “Io metterò inimicizia tra te e il serpente, tra la sua stirpe e la tua stirpe. Tu gli schiaccerai la testa ed egli ti insedierà il calcagno”. Con queste parole misteriose si allude all’eterna lotta cui sempre si assisterà nella storia umana tra la vita e la morte, tra Colui che ci vuole vivi e felici e colui che ci vuole disperati e perduti, tra la luce del giorno e le tenebre della notte. Il desiderio di vivere non sarà mai sradicato dal cuore degli uomini e la forza della vita avrà sempre la meglio. Tuttavia, l’attacco sarà continuo e serio il rischio del naufragio. L’ultima parola sarà in ogni caso di Dio. La sua potenza d’amore permetterà a chi si affida a lui di sperimentare la forza consolante della sua salvezza.

Lo testimonia il Cristo stesso, che nei Vangeli si presenta come il garante della vita contro la morte, della speranza contro la disperazione. Laddove la morte cerca di estendere il suo dominio, l’azione di Gesù si fa più intensa. Laddove l’ingiustizia, la corruzione, la violenza, l’infermità fanno sentire il loro triste peso, lì il Salvatore giunge con la sua presenza e la sua parola autorevole e confortante. I racconti dei Vangeli ne sono la prova. La pagina del Vangelo di Marco che abbiamo ascoltato ci attesta poi che, nei casi in cui il potere oscuro del maligno arriva a deformare la persona stessa, ci si deve aspettare che la santità del Cristo si manifesti in tutta la sua forza. I suoi avversari non possono negarlo, anche se – accecati – offrono di tutto questo un’interpretazione falsa e tendenziosa: “Egli – dicono – scaccia i demoni nel nome dei principe dei demoni”. Di questa lettura distorta essi si assumono piena responsabilità e insieme subiscono le conseguenze, perché chiudono le porte alla luce della vita e alla gioia della redenzione.

È nella cornice di questa Parola – carissimi ordinandi Luca, Alex e Lorenzo – che il Signore ci chiede oggi di celebrare questo momento così importante per voi e per l’intera nostra diocesi. Voi state per ricevere l’ordinazione presbiterale. Con voi la nostra Chiesa si arricchisce di nuovi ministri e il nostro presbiterio di nuovi fratelli. Per la potenza dello Spirito santo diventerete ministri di Cristo, che avete incontrato nella fede e avete riconosciuto come il Signore della vostra vita e dell’intera storia umana. Di lui e per lui voi già vivete. È lui il segreto della vostra felicità e della vostra speranza. Segreto nascosto nel profondo del vostro cuore, intima e consolante certezza della vostra coscienza. Non dimenticate che ogni ministro di Cristo è anzitutto testimone della sua risurrezione del Signore, come già un tempo i dodici che lo incontrarono vivo dopo la sua passione, cioè della sua vittoria sulla morte e quindi della vittoria della vita su tutto ciò che tende a soffocarla. Siete chiamati a mostrare la forza che viene dalla grazia di Dio, la speranza che sorge dalla fede, la verità di quella promessa di beatitudine che il Signore Gesù ha proclamato. Abbiate quest’ansia sincera e continua di mostrare al mondo che Dio ama la vita, che ne è la sorgente, che la custodisce e la promuove. “È in te la sorgente della vita – dice il salmo – nella tua luce vediamo la luce” (Sal 36, ).

Sappiate che di questa vita c’è grande desiderio. Dal nostro mondo sale come un grido silenzioso, che cioè qualcuno confermi l’origine divina di ciò che siamo in quanto uomini e donne, mostri le radici celesti della nostra dignità, renda evidente la bellezza del nostro esistere, il suo senso vero e ultimo.

Tutto ciò, oltre i confini asfittici di un consumismo alla fine freddo e insipido. Siamo tutti convinti che non possiamo esistere semplicemente per acquistare prodotti o per utilizzare strumenti sempre più tecnologici, eppure sembriamo come costretti a fare di tutto questo il nostro pensiero principale. Voi siate annunciatori della lieta notizia di una vita ariosa, luminosa, gioiosa, che attinge costantemente alla gloria di Dio, a quello splendore di bellezza che il Cristo risorto ha manifestato in mezzo a noi.

Non conformatevi – come raccomanda san Paolo nella Lettera ai Romani – agli schemi di un mondo che rischia di implodere perché edificato su ciò che è passeggero. Difendete la vita vostra e quella dei fratelli e delle sorelle a voi affidate, soprattutto dei più giovani, dalle illusioni di una mondanità che procede in una direzione che non convince. Siate amici di Dio, discepoli del Signore, amministratori dei suoi misteri; siate servitori del Vangelo, testimoni della vita nuova il cui segreto è l’amore umile e mite di Gesù. Affidatevi alla forza della Parola di Dio, coltivate la preghiera, amate i misteri di Cristo che celebrate a vostro beneficio e a beneficio del popolo di Dio, soprattutto l’Eucaristia.

E non abbiate paura. Il male è una realtà dolorosamente chiara, ma il bene è più forte e la Provvidenza di Dio sa trarre il bene anche dal male. Con il peccato delle origini è entrata nel mondo la maledizione: questo ci insegna la Scrittura. Ma la stessa Scrittura ci insegna anche che si tratta di una maledizione aggiunta, che non ha nel mondo diritto di cittadinanza. Noi siamo stati creati nella benedizione. Siate dunque testimoni della benedizione di Dio, della speranza di vita cui il Cristo ha dato compimento. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri gesti siano dunque motivo di conforto per chi sente il peso della vita. Siete costituiti per grazia pastori della Chiesa: guidate dunque le nostre comunità cristiane facendole camminare nella carità, che diviene accoglienza amorevole, servizio generoso, comunione sincera. Così servirete la vita e la difenderete. La speranza del mondo è poggiata su una vera esperienza di redenzione, su una liberazione anzitutto interiore, capace di rinnovare la nostra socialità e di custodire la bellezze dei nostri reciproci legami.

Voglio concludere con una parola riassuntiva tanto preziosa quanto delicata: vorrei dirvi di camminare nella santità. La forma vera della vita è l’esistenza umana trasfigurata nella grazia, splendente della bellezza che proviene dal mistero trinitario. La santità è la vita di Dio divenuta anche nostra, il riflesso luminoso della gloria di Dio nel cammino della storia. La realtà più segreta della Chiesa è la comunione dei santi ed è confortante sapere che anche noi facciamo parte di una grande schiera di eletti. Ai santi che la Chiesa ufficialmente riconosce tali, si aggiungerà dal prossimo 14 ottobre anche Paolo VI. Ragazzo di queste terre bresciane, che chiamavano Battista e poi don Battista, divenuto il grande papa del Concilio, Paolo VI è un uomo che ha lasciato un segno nella sua epoca, ma per noi soprattutto è l’esempio luminoso di un uomo di fede, che ha unito in armonia grandezza e semplicità, lo stare in alto e lo stare in basso, l’umiltà del cuore e la finezza del tratto. Certo, tutto in lui ruotava intorno all’amore per il suo Signore, il Cristo a cui si era affidato e che amava con tutto il suo cuore, con sapienza e mitezza.

Vi auguro di imitarlo. Non necessariamente raggiungendo il soglio pontifico. La santità di quel cuore può essere la santità di ogni cuore. Lo sia anche per il vostro, a gloria di Dio e a salvezza di tante anime desiderose di incontrare lo splendore della verità.

La squadra di Tremolada

Il 16 maggio il vescovo Pierantonio Tremolada, al termine del periodo di consultazione avviato nei mesi scorsi, ha annunciato a tutta la Curia riunita nel salone dei vescovi del palazzo Vescovile la nomina dei nuovi vicari episcopali. Il nuovo vicario generale è mons. Gaetano Fontana, attuale abate di Montichiari.

Il 16 maggio il vescovo Pierantonio Tremolada, al termine del periodo di consultazione avviato nei mesi scorsi, ha annunciato a tutta la Curia riunita nel salone dei vescovi del palazzo Vescovile la nomina dei nuovi vicari episcopali.

Presentando nomi e biografie del nuovo vicario generale, del vicario per il clero, del vicario per la vita consacrata, del vicario per l’amministrazione, e dei quattro vicari territoriali, il Vescovo ha anche ricordato che gli stessi entrano in carica a partire dalla data odierna. Tutti i nuovi vicari, ad eccezione di quello per la vita consacrata, lasceranno la guida delle parrocchie che hanno curato sino al momento della nomina.

Con le nomine annunciate va definendosi la composizione del nuovo consiglio episcopale, così come l’ha indicata il Vescovo, e che prevede anche la presenza del vicario per la pastorale dei laici, ancora in fase di individuazione, del Cancelliere don Marco Alba e del Rettore del Seminario, mons. Gabriele Filippini.

Ecco i nuovi vicari episcopali

Vicario generale

Mons. Gaetano Fontana. Nato l’1 marzo del 1957 e ordinato nel 1988, è originario della parrocchia di Verolanuova. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Pisogne (1988-1997); curato a Chiari (1997-2002); parroco di Cologne (2002-2010); dal 2010 è parroco di Montichiari, dal 2012 anche di Vighizzolo, dal 2017 parroco anche di Novagli. Dal 2017 è assistente ecclesiastico dell’Associazione Laicale Piccole Apostole.

Vicario per il clero

Don Angelo Gelmini. Nato nel 1971 e ordinato nel 1997, è originario della parrocchia di Manerbio. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Castrezzato (1997-2003); curato a Salò (2003-2012); amministratore parrocchiale di Rezzato San Carlo (2012-2015); parroco Rezzato San Carlo e Rezzato San Giovanni Battista dal 2015; parroco di Molinetto dal 2017.

Vicario per la vita consacrata

Mons. Italo Gorni. Classe 1957 e ordinato a Brescia nel 1985, è originario della parrocchia di Botticino Mattina. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Lumezzane San Sebastiano (1985-1997); parroco di Serle e Castello di Serle (1997-2014); vicario episcopale per il clero dal 2009; parroco di Gavardo dal 2014; parroco di Soprazocco dal 2016; parroco di Vallio Terme dal 2017.

Vicario per l’amministrazione

Don Giuseppe Mensi. Classe 1964 e ordinato nel 1990, è originario della parrocchia di Villachiara. Ha svolto i seguenti servizi: curato a San Luigi Gonzaga in città (1990-1997); collaboratore al settimanale diocesano La Voce del Popolo (1997-2005); curato a Caionvico (1997-2008); collaboratore del Centro diocesano per le comunicazioni sociali (2005-2008); parroco di Folzano in città dal 2008.

Vicario territoriale zona I (Valle Camonica, Sebino, Franciacorta e Fiume Oglio)

Don Mario Bonomi. Classe 1968 e ordinato nel 1993, è originario della parrocchia di Sale di Gussago. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Palazzolo Sacro Cuore (1993-2000); curato a Iseo (2000-2009); parroco di Sellero (2009-2017); assistente ecclesiastico del Consultorio familiare Tovini di Breno dal 2009; referente della pastorale familiare della Valle Camonica dal 2009; parroco di Breno, Pescarzo di Breno e Astrio di Breno dal 2017.

Vicario territoriale zona II (Pianura)

Don Alfredo Savoldi. Classe 1960 e ordinato nel 1992, è originario della parrocchia di Bagnolo Mella. Ha svolto i seguenti servizi: curato al Villaggio Sereno I (1992-1997); curato a Castel Mella (1997-2004); parroco di San Paolo e Scarpizzolo (2004-2013); parroco di Cremezzano (2011-2013); parroco di Castelcovati dal 2013.

Vicario territoriale zona III (Val Trompia, Val Sabbia e Benaco)

Don Leonardo Farina. Classe 1961 e ordinato nel 1986, è originario della parrocchia di Orzinuovi. Ha svolto i seguenti incarichi: curato a Rudiano (1986-1995); curato a Bedizzole (1995-2003); parroco di Maderno e Monte Maderno dal 2003; parroco di Cecina e Gaino dal 2006; parroco di Fasano dal 2014; presbitero e coordinatore dell’unità pastorale delle parrocchie del Comune di Toscolano Maderno dal 2014; parroco a Toscolano dal 2017.

Vicario territoriale zona IV (Brescia città e hinterland)

Don Daniele Faita. Classe 1960 e ordinato nel 1985, è originario della parrocchia di Gussago. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Marcheno (1985-1992); curato a Castegnato (1992-1998); curato festivo a Castegnato (1982-2002); direttore spirituale del Seminario Minore (1998-2011); parroco di Cellatica dal 2010.

Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto

Omelia del Vescovo Luciano Monari per le ordinazioni presbiterali – Cattedrale, 10 giugno 2017

L’autorivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”; poi la missione del Figlio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”; e infine la comunione dello Spirito Santo che unisce i credenti nella santità dell’amore. Così le tre letture di oggi articolano la presentazione del mistero trinitario. Di questo mistero il presbitero è chiamato a essere testimone nel mondo di oggi con le parole e con la vita. Il mondo degli uomini può trovare il suo equilibrio e una sorgente inesauribile di energia spirituale solo rimanendo aperto a Dio creatore da cui riceve l’esistenza; solo accogliendo sempre di nuovo il dono della riconciliazione in Cristo; solo lasciandosi plasmare nella comunione dall’energia interiore dello Spirito Santo. Insomma, il mondo, ne siamo convinti, ha bisogno di Dio.

È sulla base di questa convinzione che ha un senso la vocazione cristiana e, all’interno della vocazione cristiana, il servizio presbiterale. Scriveva il teologo Ratzinger: “Non si è cristiani perché soltanto i cristiani arrivano alla salvezza, ma si è cristiani perché la diaconia cristiana ha senso ed è necessaria per la storia.” E ancora: “Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto. Egli crede in Cristo, crede quindi nel futuro del mondo, non solo nel proprio futuro.” Abbiamo a cuore la causa del mondo, il futuro dell’uomo in tutte le sue dimensioni; vorremmo, come scrive papa Francesco “prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo”; vorremmo che il nostro passaggio nel mondo lasciasse qualche segno di bontà e di speranza. Per questo facciamo i preti. L’affermazione può sembrare paradossale; fare il prete significa concretamente servire qualche centinaio di persone offrendo loro la predicazione del vangelo di Gesù, la celebrazione del battesimo, dell’eucaristia, della riconciliazione. Possiamo immaginare di cambiare il mondo con questi piccolissimi gesti? Sì, lo possiamo. Quando predichiamo il vangelo allarghiamo l’orizzonte di pensiero delle persone in modo che le loro scelte non siano meschinamente ristrette al benessere materiale, ma sappiano aprirsi alla generosità rischiosa del dono, sappiano assumersi responsabilità per il bene degli altri e delle generazioni future. Quando celebriamo l’eucaristia diamo al mondo un centro ricco di significato in modo che attività, creazioni, progetti degli uomini non si disperdano in direzioni casuali, ma si raccordino per l’edificazione di una umanità fraterna, per l’edificazione del corpo di Cristo. Questo, infatti, è il senso del mondo materiale: assumere nella sua interezza la forma che è stata quella della vita di Gesù – vita terrena, perfettamente umana, ma animata dallo Spirito Santo e quindi pienamente divina.

La speranza della vita eterna invera e sigilla tutto questo. “Quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli.” Ma la via eterna ci verrà donata solo se la vita terrena ne sarà stata degna. Proprio perché siamo i testimoni della vita eterna siamo nello stesso tempo impegnati a trasformare la vita terrena in modo che il Cristo risorto “sia il primogenito di una moltitudine di fratelli.” Chi ci considera superati, non può però considerare superato quello stile di vita oblativo che annunciamo e che cerchiamo di vivere.

Vorremmo essere testimoni di quel Dio che si è presentato “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà.” Sembra una fisionomia contraddittoria: misericordia e ira, una accanto all’altra. È possibile? Anzitutto bisogna notare che Dio è ‘ricco’ di misericordia mentre è solo ‘lento’ all’ira; dunque misericordia e ira non sono messe sullo stesso piano come due possibilità equivalenti. La misericordia dipende da ciò che Dio è; l’ira è conseguenza del male che l’uomo fa. Dio è ricco di misericordia perché è Dio, ma reagisce con l’ira a ogni ingiustizia e falsità e oppressione. Ma qui ci troviamo davanti a una rivelazione davvero sorprendente: come Dio combatte il male del mondo? Come si manifesta la sua ira? “Dio ha tanto amato il mondo – il mondo peccatore e destinato alla rovina a motivo del peccato – da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” Dio, dunque, non combatte il male con l’uso irresistibile della sua onnipotenza, ma con la forza illimitata del suo amore. Questo significa il dono di Gesù, la sua morte in croce; la croce è il segno dell’amore di Dio nel momento stesso in cui pronuncia il giudizio di Dio sul mondo e su ogni ingiustizia del mondo. Qualcuno può obiettare che le parole sono belle ma la realtà rimane dura; che la croce sembra aver risolto poco: le ingiustizie che c’erano ci sono ancora e non s’intravede la loro scomparsa; anzi la violenza sembra servirsi di strumenti sempre più sofisticati e letali. Rimane però vero che la croce di Gesù ha suscitato nei secoli e continua a suscitare patrimoni infiniti di amore, di dedizione, di carità, di servizio. Bene; noi siamo preti perché questi effetti continuino e possibilmente si dilatino in forme sempre nuove ma con il medesimo fuoco d’amore, con il medesimo Spirito.

Dicendo questo ho già detto anche lo stile col quale possiamo svolgere il nostro ministero di preti, lo stile che dobbiamo imparare da Dio stesso, da Gesù. In concreto: annunciate la misericordia di Dio, sempre e comunque; combattete il male con un amore più grande; tenete davanti agli occhi la croce di Cristo. Non lasciatevi condizionare; non valutate il ministero col metro della carriera mondana. Se usate questo metro, sarete e rimarrete irrilevanti: i titoli d’onore – canonico, monsignore, eccellenza, eminenza – sono fumo; le responsabilità – parroco, curato, vescovo – sono servizi da assumere quando servono, da lasciare con libertà quando non servono più o quando altri possono svolgerli con migliori energie. I giudizi del mondo – anche i giudizi dell’opinione pubblica presbiterale – sono stoltezza agli occhi di Dio mentre la parola della croce è sapienza e forza. Non lasciatevi impelagare nella palude mefitica dei confronti. Già dal punto di vista della saggezza umana è possibile apprezzare l’arietta del Metastasio che abbiamo imparato a scuola: “Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in volto scritto, / quanti mai che invidia fanno / ci farebbero pietà.” Ma soprattutto dal punto di vista della sapienza divina ogni confronto con gli altri è sciocco; valgono le parole di Paolo: “A me poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore!” Su questa terra abbiamo da vivere alcuni anni; una comodità in più o in meno non cambia molto, un titolo in più o in meno lo stesso.

Meglio ascoltare l’esortazione di Paolo: “siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.” L’invito: ‘tendete alla perfezione’ implica una serie infinita di cose. ‘Non tendete alla comodità; non tendete ai posti d’onore; non attaccatevi ai soldi; non cercate di dominare sugli altri…’ Se la perfezione, cioè la crescita nell’amore di Dio e del prossimo, diventa davvero l’interesse dominante della nostra vita, le conseguenze si riconoscono in tanti gli ambiti d’esperienza. Si diventa anzitutto più gioiosi; non è difficile riconoscere dietro a tante critiche amare un sottofondo di tristezza che impedisce di apprezzare le cose belle della vita: la bellezza della natura e le meraviglie dell’amore umano, le forme infinite della cultura e la sicurezza garantita dalla vita sociale. Ma al di là di tutto questo c’è una gioia che il mondo non conosce e non può dare perché viene solo da Dio e dal suo amore. Cito dal diario di un prete, parroco in una parrocchia particolarmente difficile (giorno di Natale dell’anno 1949): “Sacrifici, incomprensioni, fallimenti, umiliazioni di ogni genere per gli insuccessi non mancano mai… Sono talmente assuefatto a questo, che diffido di una iniziativa che proceda bene! Tiro avanti, tutto tentando, disposto a veder crollare tutto, fiducioso solo nella Grazia del Signore. Quando scoccherà l’ora, s’aprirà il cuore di tante anime e si fonderà il regno di Dio. Se anche il Signore ci vuole adoperare solo come uomini di fatica… siamo lieti di fare la sua volontà.” C’è una misteriosa gioia nell’essere e riconoscersi solo uomini di fatica. Ciò non significa che sia facile; per questo Paolo aggiunge: “fatevi coraggio a vicenda”, sostenetevi nei momenti di bassa pressione, quando piogge e tempeste minacciano d’intristire e d’impaurire. Abbiate gli stessi sentimenti e cioè: andate d’accordo; non lasciatevi allontanare dagli altri da sentimenti di gelosia o d’invidia; “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sia con voi.”

S.E. Luciano Monari

Il saluto dei sacerdoti

Il prossimo 11 settembre le nostre parrocchie saranno chiamate a vivere un intenso momento di comunità nel giorno in cui saluteremo don Domenico al termine del suo servizio pastorale a Leno.
Celebrare il saluto ad un sacerdote, non è semplicemente affidarlo ad una nuova testimonianza o ringraziarlo per quello che si è condiviso, esso può aprirci alla consapevolezza di sentirci parte di un grande respiro, che è quello dello Spirito che guida la Chiesa. I disegni di Dio, sono sempre eccedenti, cioè più grandi di quello che noi sappiamo riconoscere o addirittura attendere. Così, nell’umiltà, che porta alla fiducia che Dio si sta prendendo cura della sua famiglia, possiamo sperimentare un forte senso di appartenenza ed andare un po’ più in là dei soli aspetti legati alle emozioni o alle logiche dei resoconti.
Questa breve riflessione vuole essere il nostro augurio a don Domenico di avere sempre chiara questa consapevolezza. Ognuno di noi ha condiviso con te un tempo differente in conseguenza delle singole esperienze precedenti. Al di là, però, che abbiamo trascorso assieme due, tre, cinque o otto anni, ti diciamo grazie e ti accompagniamo con la preghiera. Apparteniamo al medesimo ministero sacerdotale ma quando si vive lo stesso servizio in una o più parrocchie, è evidente che le esperienze si intrecciano e contribuiscono ad essere quello che siamo.

Don Domenico Paini, don Alberto Baiguera e don Renato Loda

Tu sei un po’ di noi e noi siamo un po’ di te come anche tu sei un po’ le persone di queste comunità e loro sono entrati a far parte del tuo sacerdozio. Ora il tuo ruolo è differente e le responsabilità hanno una diversa fisionomia ma non crediamo che basti questo per modificare la testimonianza di una persona e in particolare di un prete. Un prete è di Cristo sempre ed è chiamato a farsi pane spezzato in qualsiasi situazione l’obbedienza al volere di Dio e della Chiesa lo chiami. È altrettanto vero che la consapevolezza di quello che siamo cambia sempre perché noi sempre cambiamo. Anche solo il modo che abbiamo di pregare cambia e non può essere lo stesso sempre per cui, sappi gustare le novità della tua vita come un dono di Dio col quale progetterai e costruirai una parte di questa Chiesa.

I tuoi confratelli
Monsignor Giovanni, don Renato,
don Riccardo, don Alberto e don Davide