Lettera a don Ettore

Carissimo Ettore,

nel tuo cuore, il Signore aveva già posto la sua chiamata, ma tu non trovavi il coraggio di comunicarcelo e ti eri chiuso nel silenzio. Ti sei rivolto a Don Colenghi perché sapevi che godeva della nostra stima.

Mi chiamò dicendomi che aveva una cosa importante da dirmi e quindi partii subito per Brescia. In poche parole mi disse schiettamente che tu avevi deciso di entrare in seminario per diventare sacerdote. Tornato a casa lo comunicai alla mamma e abbracciandoci piangemmo, di stupore, di commozione e di gioia.

Ti voglio ringraziare per essermi ed esserci sempre stato vicino nei momenti più bui e difficili che abbiamo dovuto affrontare. 

Ti chiedo di continuare a manifestarci questa vicinanza anche ora che sei con Dio. La mamma e noi,  abbiamo bisogno del tuo amore e del tuo aiuto, che ora in Dio è perfetto.

Ti abbracciamo forte!

Ciao Ettore.

Mamma, fratelli e sorelle

Tu es sacerdos in aeternum

Con l’ascensione inizia la nostalgia del cielo. Di noi che restiamo nella storia, a fidarci di un corpo assente, a fidarci di una Voce. Ebbene, io sto con la voce. Continuo a starci. La senti cantare dentro, riaccendere, farti cuore. E l’assenza diventa una più ardente presenza. Nel racconto dell’ascensione, il Vangelo, a sorpresa, parla più di me che di Cristo. Io ricevo oggi la stessa consegna degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, assoggettate, solo annunciate. Il vangelo. Non le vostre idee più belle, non la soluzione di tutti i problemi, non una politica, o una teologia, solo il Vangelo. E mi sembra persino facile, quando lo amo e lo respiro. Ce la farete, dice Gesù, certo fra sangue e prodigi, tra veleni e lacrime, tra parole che non vengono e parole irresistibili. Io ce la farò a trasmettere la Parola, a farla viva oggi, a renderla canto e sole. Anche se faccio fatica a credere, posso e devo aiutare altri a credere…

Una pennellata dopo l’altra, padre Ermes Ronchi* disegna con parole nitide, da assaporare e meditare, l’identità e l’essenza del sacerdote:

Io sto con la Voce.
Continuo a starci

La vocazione. Poi gli anni di studio, di meditazione e preghiera. Quindi la consacrazione ricevendo il sacramento dell’Ordine.

Ricordo che quando ero ragazzina il sacerdote era visto come un’autorità. A noi ragazzi veniva insegnato, quando lo incontravamo, di salutarlo con “riverisco”. Ciò contribuiva a renderlo distante, abitualmente sul pulpito o sull’altare.

Grazie al concilio vaticano II, oggi il sacerdote è uomo fra gli uomini, accanto ad essi come guida, ascolto, medico delle anime, punto di riferimento e mediazione tra il divino e  l’umano in perfetta sintonia con il sacerdozio di Cristo. Amministrando i Sacramenti dona ad ognuno di noi che formiamo comunità attorno al nostro pastore, la grazia divina che è cibo e sostegno per il cammino della vita, verso una continua crescita spirituale a cui siamo chiamati.

Conosco sacerdoti che hanno l’età dei miei figli, anche più giovani, che hanno ascoltato la Voce, compiendo la scelta estrema di riempire il loro cuore d’Infinito, soprattutto di questi tempi, in un mondo dove quasi tutto è apparenza, volubilità e seduzione. “L’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint-Exupery: Il piccolo principe): non per loro e li guardo con profonda ammirazione e con tanta materna dolcezza.

Il Signore vuole fare cose meravigliose

Classe 1993, di Provaglio d’Iseo, don Nicola Ghitti ha prestato servizio a Zanano, Castegnato, in Seminario minore, a Roè Volciano e a Quinzano d’Oglio. Sabato 8 giugno è stato ordinato sacerdote dal vescovo Pierantonio

Un’infanzia felice vissuta fra la scuola e la parrocchia di Provaglio d’Iseo, dove ha fatto il chierichetto, l’incontro con l’Azione Cattolica dei ragazzi e una curiosità smisurata nei confronti del mondo del seminario. È con queste premesse che don Nicola Ghitti, nato a Brescia l’11 marzo 1993, ha pronunciato il suo “per sempre”, sabato 8 giugno in Cattedrale.

Il cammino di discernimento l’ha portato a varcare la soglia del seminario nel 2012. Da allora, ha prestato servizio in diverse realtà: Zanano, Castegnato, Prefetto in Seminario Minore, Roè Volciano e diacono a Quinzano d’Oglio. Il percorso di maturazione che lo ha portato a fare il suo ingresso in Seminario è stato “lineare”, “un’idea maturata nel tempo”. Comunicare la decisione ai genitori, però, non è stato facile. Sin dalla giovane età aveva esplicitato il suo desiderio: “Sapevo – ha sottolineato – che non erano molto d’accordo. All’epoca dovevo iniziare la prima superiore. Proseguii, però, a coltivare la mia vocazione continuando a fare il chierichetto, frequentando l’Acr”. Negli anni il percorso di discernimento proseguiva, nel ruolo di ministrante: “Facevo ancora il chierichetto e spesso mi chiedevo se fosse questo quello che il Signore voleva da me: trasformare il piccolo servizio nel significato di tutta una vita”. Terminate le superiori, il Liceo scientifico Antonietti a Iseo, ha potuto coronare il sogno di entrare in seminario. La ritrosia iniziale di mamma e papà, con il tempo, era infatti andata trasformandosi: “Anche nei miei genitori – ricorda – era maturata la volontà di lasciarmi libero di scegliere. Del resto è bastata la pazienza. La mia vocazione è stata l’occasione, anche per loro, di intraprendere un cammino di fede”. Perché a nostro figlio viene in mente una scelta simile? Cosa può esserci di così forte e attrattivo? Erano queste le domande che albergavano in loro. “Si sono quindi messi un po’ in discussione, riavvicinandosi alla fede. Oggi sono entusiasti della mia scelta”.

Cosa lo attraeva della vita sacerdotale? “Ero in seconda media – racconta – e durante un campo scuola per chierichetti, un sacerdote, don Daniele Faita, padre spirituale del Seminario minore, mi chiese se avessi l’intenzione di entrare in Seminario”. Era una domanda diretta quella che gli venne posta: “Probabilmente mi aveva visto particolarmente attento, con un interesse maggiore rispetto a quello degli altri. Del resto io continuavo a fare domande sulla vita in seminario, sul cosa significasse essere sacerdote. Lui non ha fatto altro che cogliere il mio interesse ed esplicitare quella fatidica domanda alla quale non potevo che rispondere affermativamente”. Don Nicola ha quindi proseguito a frequentare il “Piccolo Samuele”, un cammino di orientamento e accompagnamento vocazionale, per ragazzi dalla V elementare fino alla III media. Da allora sono passati diversi anni, un periodo accompagnato da una presenza costante a cui guardare, quella di San Giovanni Bosco. La sua pedagogia era attenta ai giovani nella loro interezza. Erano importanti i momenti di gioco e di svago. Del resto nelle case salesiane non può mancare lo sport, la ricreazione movimentata e chiassosa. Viene favorito il protagonismo giovanile attraverso il teatro, la musica, l’animazione. “Amate le cose che amano i giovani” ripeteva ai suoi ragazzi. Ed è questo uno degli aspetti che attraevano don Nicola, soprattutto dopo aver visitato i luoghi dove don Bosco operò, lasciando segni indelebili: “Mi ricordo che abbiamo fatto un viaggio a Valdocco con la parrocchia. Mi aveva colpito molto l’ambiente. Penso alla grande Basilica, al cortile, alla serenità che permeava l’aria. Mi sono così immaginato la vita di questo santo con i suoi ragazzi. San Giovanni Bosco era una figura molto attenta ai ragazzi, alle loro necessità, ma soprattutto alla loro fede, alla loro crescita spirituale. Non si preoccupava solo di farli giocare. Il gioco era un mezzo per portarli a Dio. È un aspetto che mi ha molto colpito. Spero, per quanto il Signore mi renderà capace, di poter fare ugualmente”. L’altra figura a cui don Nicola guarda con particolare attenzione è il capolavoro educativo del sacerdote di Castelnuovo d’Asti, San Domenico Savio, “un altro grande Santo”.

Fra le esperienze che hanno segnato indelebilmente il cammino di don Nicola figurano “le attività con l’Azione Cattolica. Ho sempre fatto l’educatore, preparando i bambini a ricevere i sacramenti. Sono rimasto molto legato all’AC, alla sua dimensione diocesana”. Il gruppo parrocchiale e le sue proposte hanno accompagnato il suo cammino di discernimento.

La vita è fatta di incontri e di esperienze. Così è stato anche per don Nicola che lungo il suo cammino ha trovato figure carismatiche che gli hanno indicato la strada da percorrere, a partire dagli uomini di Chiesa della diocesi bresciana. “Tanti sacerdoti hanno influito sulla mia formazione. La Chiesa diocesana è ricca di tanti bravi sacerdoti”. Alcuni di loro, in particolare, gli sono rimasti impressi nella memoria per il loro operato: “Non posso non citare il curato della mia infanzia, don Giuliano Massardi, oggi parroco di Villa di Erbusco. Mi ha accompagnato durante tutta la mia giovinezza. Ricordo i tanti anni di collaborazione, la presenza in oratorio, i campi scuola. Poi, una volta giunto in seminario, ho conosciuto don Mattia Cavazzoni. Con lui ho servito per due anni nella parrocchia di Castegnato, ritrovandolo poi in Seminario minore. Dei sette anni di Seminario, 3 li ho fatti con lui. È stata una parte considerevole della mia vita. Il suo modo di essere sacerdote e la sua presenza in oratorio mi hanno aiutato molto. Del resto era sempre disponibile per tutti”.

Se gli si chiede che tipo di sacerdote vorrebbe essere, se c’è un aspetto pastorale a cui tiene particolarmente, la risposta di don Nicola è lapidaria: “ Vorrei essere sacerdote e basta. Mi piace stare fra la gente, con tutte le gioie e le sofferenze che la nostra gente vive. È così che si sperimenta la vita cristiana, quella più semplice ma anche quella più vera”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto, figura “l’esperienza bellissima del Seminario minore. Non è di certo un campo scuola perenne, ma per molti aspetti tende a sembrarlo. Mi ricordo la bellezza della collaborazione fra noi educatori, il modo tutto particolare che hanno i ragazzi di esprimere il loro affetto attraverso scherzi talvolta stupidi. Sono trovate che magari, al momento, ti fanno arrabbiare, ma poi, ripensandoci, sono un bel ricordo da portare nel cuore”.

Nei giorni precedenti all’ordinazione sacerdotale, la gioia e la serenità che lo pervadono derivavano dalla certezza di fare la volontà del Signore. Don Nicola ne è convinto. È uno stato d’animo, il suo, che traspare dallo sguardo: “È lui – chiosa – che mi ha guidato sino a qui. Lo faccio con la consapevolezza e la certezza che questa è la sua volontà. È qui che risiede la fonte della serenità che mi ha accompagnato verso un passo così decisivo. Non sono mancate ovviamente un po’ di ansie, ma sono quelle che ci portiamo dietro un po’ tutti, quotidianamente. Non sono niente rispetto alla gioia di dire che tutto ciò che sto facendo è rivolto al Signore. Questa è la Sua volontà. Il Signore vuole compiere delle meraviglie con tutte le nostre vite”.

Sacerdote sapiente e perseverante

L’omelia pronunciata in Cattedrale dal vescovo Tremolada durante le esequie di mons. Antonio Fappani. “Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia”

Siamo qui riuniti per dare nella fede l’ultimo saluto a un uomo di grande fede e di grande cultura. Consegniamo all’abbraccio del Padre che è nei cieli un sacerdote che ha segnato la storia di Brescia, raccontandola e prima ancora studiandola, con una passione e con un amore assolutamente esemplari.

Mons. Antonio Fappani – don Antonio come lui amava farsi chiamare – è stato autore di decine di libri e di migliaia di articoli, tutti volti a far conoscere la realtà bresciana in una luce del tutto particolare, cioè secondo quella grandezza e bellezza che aveva guadagnato ai suoi stessi occhi. Non c’è ambito della realtà bresciana che egli non abbia scandagliato, non c’è evento rilevante che egli non abbia raccontato, non c’è personaggio significativo che egli non abbia presentato.

Direttore de “La Voce del Popolo” per oltre 20 anni, autore della monumentale Enciclopedia Bresciana, creatore della Fondazione Civiltà Bresciana, attento e fine osservatore della vita quotidiana del nostro territorio, figlio di questa Chiesa e suo amorevole estimatore, si è fatto eco di tante voci, ha dato luce a tanti volti, ha svelato tanti preziosi segreti, facendo di Brescia, della sua storia, della sua geografia e della sua cultura, l’ambito di una ricerca tanto rigorosa quanto appassionata. Ne è scaturito un patrimonio immenso e prezioso, di cui tutti i bresciani hanno ormai chiara consapevolezza e per cui gli saranno perennemente grati.

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato e che la liturgia odierna propone alla nostra meditazione si parla di sapienza e di perseveranza, virtù che il credente è chiamato a coltivare quando si pone davanti allo scenario travagliato ed enigmatico della storia. “Io vi darò parola e sapienza – promette il Signore ai suoi discepoli – cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Non saranno risparmiate ai credenti in Cristo le tribolazioni e le prove della vita, ma – promette il Signore – non verranno meno la forza dell’animo e la serenità del cuore. E questo perché sarà donata alla mente la luce della sapienza, cioè la capacità di cogliere il senso delle cose. I veri credenti non si sentiranno smarriti e disorientati nel mare di una storia indecifrabile. Riusciranno a leggerla, a comprenderla, ad amarla. Ne porteranno anche le ferite, ne condivideranno i dolori, si faranno carico delle sue contraddizioni: per questo dovranno avere coraggio quando la vivranno e la racconteranno. Dovranno essere perseveranti, impegnati costantemente in una sorta di combattimento spirituale a favore della verità. Sarà un’esperienza insieme lacerante e consolante, una vera esperienza di salvezza, come nuovamente dichiara Gesù ai suoi discepoli: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Il Vangelo ci offre così una chiave di lettura per l’intera vita di don Antonio, uomo di Dio e cantore della storia bresciana, interprete fine, profondo e onesto del vissuto di queste terre. Sapienza e perseveranza: davvero due caratteristiche che lo hanno contraddistinto.

Non ho avuto il piacere e la possibilità di conoscere a fondo don Antonio. Ci siamo incontrati in due fugaci occasioni: una visita in Poliambulanza durante un periodo di ricovero avvenuto alcuni mesi fa e l’incontro in occasione del conferimento annuale del premio per le migliori poesie in lingua italiana e in dialetto bresciano. Ricordo nella prima occasione il suo tavolino di ospedale pieno di fogli e di appunti e nel secondo l’affetto e la stima palpabili di tutti i presenti. Non ho potuto incontrarlo in questi ultimissimi giorni, quando si è improvvisamente aggravato a seguito di una sfortunata caduta, perché impegnato in Brasile nella visita a nostri sacerdoti Fidei Donum. La notizia del sua morte mi ha raggiunto là. Ho però potuto ascoltare la risonanza che ha avuto la sua partenza da noi. Di questa eco vorrei volentieri a mia volta farmi interprete, contribuendo così a raccogliere la testimonianza che egli ci lascia in eredità, una scia di luce da cui traspare la bellezza del Vangelo di Cristo.

Figura tipicamente bresciana, schivo e umile, asciutto e schietto, di animo popolare e di fine intelligenza, non amante dei complimenti, delle celebrazioni, delle interviste e delle onorificenze, don Antonio è stato – come giustamente ricordato da qualcuno – un uomo di cultura dai tratti gentili, tanto affabile e bonario quanto rigoroso e instancabile nella ricerca e nello studio. Conciliava in modo armonico umanità e sapere, fondendo insieme curiosità, attenzione, lungimiranza e serenità. È andato avanti portandosi dietro un cesto di opere buone e proprio per questo Brescia gli ha voluto bene. Lo hanno dimostrato le tante persone che sono sfilate davanti alla sua salma composta in Poliambulanza. Sempre alla ricerca di carte che documentassero la bontà della civiltà bresciana, profondamente intessuta di cattolicità, era desideroso di dare corpo all’anima popolare bresciana, ai suoi occhi tanto ricca e degna di rispetto. È stato un cantore delle piccole patrie, della provincia, dei paesi considerati minori rispetto alla città, senza nulla togliere a quest’ultima. Per il vero storico le due realtà non si contrappongono: egli sa unire insieme – mirabilmente – la vita della città e dei paesi, del centro e della periferia, del capoluogo e della provincia.

Voce autorevole e stimata, ferma e decisa, a volte tagliente, ma sempre amorevole. Conosceva anche le debolezze degli ambienti che frequentava e delle realtà che di cui narrava la storia. Era onesto e quando necessario schietto e fermo nel dire le cose come stavano, ma sempre con rispetto, con l’affetto di chi ama la verità e ama le persone, senza il compiacimento disonesto di mostrare difetti e debolezze altrui. Aveva dalla sua la forza dello studio e della ricerca, condotte con spirito evangelico. Come giustamente qualcuno ha detto di lui: “Caricava il suo ruolo di storico della carità del missionario”. Da ricercatore vedeva nelle pieghe della storia delle opportunità che non divorava con l’ingordigia della scoperta ma che valorizzava con l’approccio dotto e rispettoso della sapienza, di chi cioè desidera capire, comprendere, per fornire chiavi di lettura non superficiali ma profonde. Lo animava il desiderio di compiere una ricerca attenta e umile della verità.

Ha dato a molti giovani l’opportunità di realizzare ricerche serie, promuovendo e seguendo numerose tesi di laurea. Non era geloso delle sue conoscenze. Aveva al contrario piacere di condividerle. Ha proposto all’attenzione di tutti i bresciani la santità quotidiana di sacerdoti, suore e laici innamorati del bene e del buono: lo ha fatto con la gioia di chi riconosce la potenza trasformante della grazia e la sua incidenza sulla storia degli uomini.

Questa stessa grazia ha operato in lui nel corso della sua lunga vita, facendone un uomo di fede, un prete tra la gente, un servitore di Cristo, innamorato della sua Chiesa, della sua città e della sua terra. Nato a Quinzano e affezionato al suo paese di origine, curato per otto anni a Poncarale, assistente delle ACLI e poi degli Scout, per lunghi anni presenza amata e familiare presso la comunità di san Lorenzo, dove quotidianamente celebrava l’Eucaristia di primo mattino e da dove lo si vedeva partire verso il centro con la sua bicicletta, non vecchia ma antica, come colui che la usava. Don Antonio ci ha infatti lasciato anche la testimonianza di una vecchiaia vissuta nella serenità. Sazio di giorni, come i grandi patriarchi di cui parla la Bibbia, egli ha guadagnato con il progredire del tempo la pace del cuore.

Ci piace pensare che egli sia ora tra coloro che – come abbiamo ascoltato nella prima lettura – stanno in pieni sul mare di cristallo che circonda il trono santo di Dio ed elevano a lui il canto dell’Agnello.  Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia. Questo stesso Signore lo ricompensi del bene che ha compiuto e della testimonianza che ci ha lasciato in eredità, insieme al patrimonio inestimabile frutto della sua infaticabile ricerca e del suo amore appassionato per la sua Chiesa e la sua terra.

L’addio a mons. Corrini

Il 16 luglio il Signore ha chiamato a sè il nostro fratello mons. Luigi Corrini. La salma, in origine presso la R.S.A. Mons. Pinzoni a Mompiano, è stata trasferita ieri nel primo pomeriggio presso la chiesa di San Rocco in Verolanuova. I funerali presieduti da S. Ecc. Mons. Pierantonio Tremolada sono previsti per oggi mercoledì 18 luglio alle ore 16.00 nella Basilica di Verolanuova. Mons. Luigi verrà sepolto nel Cimitero di Verolanuova.

Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.

Ascoltare Dio e gli uomini

Questo è l’impegno che don Luca Signori, ordinato sacerdote in Cattedrale, si assume per la sua vita da presbitero. Il prete “novello” raccontato dai genitori e dalla sorella

Don Luca Signori, classe 1990, è entrato in Seminario nel 2011, dopo il diploma in ragioneria. Originario della parrocchia di Boario, dedicata a Santa Maria delle Nevi, anche detta comunemente chiesa “Madonna degli Alpini”, è una vocazione adulta. Il 9 giugno, dopo la propedeutica e i sei anni di teologia, è stato ordinato sacerdote. Il suo discernimento è maturato nell’ambito parrocchiale frequentando le varie attività pastorali. “Mi ha sempre affascinato e incuriosito – racconta – la figura del sacerdote. In lui vedevo e vedo colui che può portare la testimonianza e la bellezza di un incontro che sa riempire la vita. Il sacerdote è colui che porta Cristo, perché di lui ha fatto e fa esperienza”. Fondamentale anche il tessuto della famiglia “intrisa di valori cristiani. All’inizio forse mio padre non ha accolto troppo bene la mia decisione di entrare, ma poi, vista anche la maggiore età, i miei genitori si sono fatti molto vicino. Ho visto, ad esempio, il volto di mio padre cambiare, perché verificava giorno dopo giorno che questa mia scelta mi portava a essere felice. Dopo un primo tentennamento, entrambi i miei genitori hanno sempre cercato di spronarmi soprattutto nei momenti di difficoltà”.

La passione. Ama stare a contatto con la natura, la botanica, ama incontrare, stare e dialogare con la gente. “Ho sempre avuto una passione per la natura e per il giardinaggio. Mi attira il fatto di fare nuove esperienze che possono formarmi e crescere, nel leggere e capire una situazione. Non ho molta passione per gli sport, però mi piace stare molto con la gente e chiacchierare con loro; mi piace ascoltare, farmi vicino alle varie situazioni che ci sono anche all’interno di una comunità (una famiglia, un ammalato, un giovane…). Ci sono tante occasioni preziose per la vita del sacerdote”.

Il ruolo dei maestri. I maestri sono coloro che anche in maniera silenziosa lasciano delle tracce indelebili nel percorso di ciascuno. “Nel mio caso hanno avuto grande importanza le figure dei parroci che mi hanno accompagnato con discrezione e anche imponendo dei limiti che mi sono serviti. Penso anche ad alcune figure di Santi come San Francesco, San Benedetto e il Santo Curato d’Ars” che hanno fatto della spiritualità e dell’incontro quotidiano con il Signore la loro forza. Tra i parenti, don Signori annovera anche la beata Pierina Morosini (1931-1957). Cresciu­ta in un ambiente di alta vita spirituale incarnata nella famiglia, la beata Morosini ha seguito Cristo povero ed umile nella cura quotidiana dei numerosi fratelli. Avendo scoperto che “poteva farsi santa anche senza andare in convento”, si è aperta con amore alla vita parrocchiale, all’Azione Cattolica ed all’aposto­lato vocazionale. La preghiera personale, la partecipazione quotidiana alla Santa Messa e la direzione spirituale l’hanno portata a capire la volontà di Dio e le attese dei fratelli, a matu­rare la decisione di consacrarsi privatamente al Signore nel mondo. Per dieci anni ha vissuto le difficoltà e le gioie di lavoratrice in un cotonificio della zona, facendo i turni e spostandosi sempre a piedi. Le colleghe testimoniano la sua fedeltà al la­voro, la sua affabilità unita al riserbo, la stima che godeva come donna e come credente. Proprio nel tragitto verso casa si è consumato il suo martirio, estrema conse­guenza della sua coerenza cristiana. I suoi passi però non si sono fermati, ma continuano a segnare un sentiero luminoso per quanti avvertono il fascino delle sfide evangeliche. I Santi e i beati sono “tutte figure che continuano a far sì che io mi possa continuare a fidare del Signore. È una fiducia che certamente costa ma che, una volta sperimentata, dà molto di più di quello che ci si aspetta”.

La testimonianza. In un tempo in cui l’uomo di oggi è spesso smarrito e senza riferimenti, “Dio può dire: ‘Fidati, abbandonati’. Ed è un po’ quello che ha detto a me. Se sono entrato in Seminario, è perché ho voluto ‘rischiare’ di entrare in questo abbraccio del Padre. Certo l’uomo di oggi si affida a Dio se vede dei testimoni in grado di portare l’uomo a Dio, cioè se vede dei sacerdoti veramente amanti del Signore, innamorati del Signore e della gente. È proprio vero che il sacerdote è colui che deve lasciarsi mangiare dalla gente. Dobbiamo saper ascoltare le persone dopo aver ascoltato la voce del Signore che parla. L’uomo incontra il Signore anche nel momento in cui incontra dei testimoni che hanno fatto l’esperienza di questo incontro che cambia davvero in profondità la vita”.

Il percorso. Da seminarista, ha prestato servizio (“sono stato accolto con tanto affetto”) nelle parrocchie di Flero, Sulzano, Roè Volciano, Prevalle. In terza teologia ha vissuto l’esperienza di prefetto nella comunità del seminario minore. Durante il tempo di formazione ha vissuto anche alcuni momenti formativi: l’esperienza del grest in Romania, il servizio al Cottolengo a Torino, il pellegrinaggio a Lourdes con il Cvs, così pure l’esperienza delle missioni popolari in Valgrigna. “Tutti gli anni di formazione hanno in sé un qualcosa che mi ha insegnato. Potrei parlare dell’esperienza forte in Romania con il grest estivo, lì dove ho potuto toccare con mano la semplicità dei bambini che hanno nel rapportarsi con gli educatori e tra di loro. È qualcosa di totalmente diverso da quello che avviene nei nostri oratori. Ricordo anche l’esperienza forte al Cottolengo a Torino dove ho visto da vicino la dimensione della sofferenza che viene affrontata e vissuta nella serenità”. L’assistenza e la cura degli ammalati fu la prima attività caritativa realizzata da San Giuseppe Cottolengo (1786-1842). Dal 1833 ad oggi la missione non è cambiata… I malati e i disabili che giungono all’Ospedale Cottolengo sono visti come un dono della Provvidenza. Cottolengo diceva. “Non siamo qua per guardare i letti, ma per custodire i poveri ammalati; ed è perfettamente inutile avere i primi se non li facciamo occupare dai secondi, più infermi e fiducia sempre fiducia”. “Ogni anno il Seminario, inoltre, ci manda a fare attività pastorale, chiamato in gergo tirocinio pastorale, e in tutte le parrocchie ho raccolto molti frutti”. Don Luca si è misurato, si è confrontato, con le tante fragilità che abitano nella nostra società. Non ha cercato di trovare delle risposte, ma si è semplicemente affidato al Padre, cercando di imitarne l’abbraccio amoroso che sa scaldare e rinfrancare i cuori. Ascolto e condivisione. A volte basta veramente poco per essere vicini a chi soffre o vive situazioni delicate.

Il riferimento del Vangelo. Il versetto di Matteo 16,24 (“Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce ogni giorno e poi seguimi”) lo accompagna fin dal suo ingresso in Seminario. “In questo versetto rivedo anche il mio modo di essere e di fare. Sono un carattere a volte un po’ forte, ma sono chiamato ogni giorno a rinnegare me stesso, con fatica ma con la consapevolezza che dietro questo rinnegamento c’è qualcosa di più grande: la gioia dello stare, dell’abbandono al Signore e con il Signore”.

L’amicizia che continua. Il prete è di Dio, è di tutti, è della comunità dove presterà il suo ministero e della comunità di origine come gli ha scritto l’amico Christian Caliendo. “Sono felice per te e ti faccio i miei gli auguri perché tu possa mantenere vivo l’entusiasmo che hai sempre mostrato nei confronti della tua famiglia, dei tuoi amici e della tua comunità e che questo possa essere da speranza e conforto per molti. Grazie del tuo essere disponibile ad ascoltarmi, comprendermi e consigliarmi…”. Il prete sarà sempre di Dio e di tutti.

Don Luca Signori è nato nel 1990, originario della parrocchia di S.Maria della Neve in Boario Terme nel comune di Darfo. Ha una sorella coniugata. È entrato in Seminario in propedeutica nel 2011 dopo aver conseguito in Valle Camonica la maturità di Ragioniere e perito commerciale amministrativo. Ha compiuto regolarmente gli studi teologici in Seminario fino al raggiungimento del Baccellierato nei mesi scorsi. È diacono da settembre 2017. Ha svolto il suo servizio a Flero, è stato prefetto nel Seminario minore, ha prestato servizio nelle parrocchie di Sulzano, Roè Volciano e l’anno del diaconato lo ha svolto presso le parrocchie di Prevalle S. Michele e S. Zenone.

Dicono di lui…

 Il prete è l’uomo della gente

Il ritratto di don Luca Signori è affidato a chi lo conosce bene come i genitori e la sorella. “Nel 2003, ci dicevi l’intenzione di entrare in seminario per diventare sacerdote. Fin da piccolo abbiamo visto, la tua partecipazione, alla vita comunitaria come chierichetto, catechista, collaboratore ma spesso ti abbiamo consigliato di aspettare e vedere se quella che poteva essere una vocazione permaneva. Nel 2011, sei entrato nella famiglia del seminario. All’inizio non eravamo molto d’accordo ma di fronte alla tua decisione non potevamo opporci. Durante il tuo percorso, è sempre più emersa, la tua particolare convinzione circa la strada da te intrapresa e non abbiamo mai nascosto e non nascondiamo la nostra soddisfazione vedendoti convinto e gioioso. Siamo consapevoli, forse non fino in fondo, della bellezza e del grande dono che il Signore ci ha fatto. Siamo orgogliosi. Dobbiamo un ringraziamento particolare ai tuoi formatori, a don Enrico e alle tante persone che si sono fatte vicino. Vediamo in te, quello che tu ami spesso ricordare: il prete è l’uomo della gente, l’uomo delle relazioni, disposto ad accompagnare l’altro in questo tempo di pigrizia e assenza di valori. La missione che inizi, non è facile ma siamo convinti che è quella che il Signore ti ha preparato, messa nel tuo cuore. Ti auguriamo ogni bene, pregando per te affinché tu possa conservare quei valori che anche noi ti abbiamo insegnato”.

Mamma e papà

Un legame indissolubile, un legame che forse si modifica nel tempo ma che non viene mai meno. Questo e molto altro si evince dalla lettera di Sara, la sorella di don Luca. Sara con il marito Ivan, con la piccola Gaia e con l’altra piccola (in arrivo) Alice, è la seconda famiglia di don Luca. Sarà sicuramente un porto sicuro dove attraccare negli inevitabili momenti di difficoltà. Sarà sicuramente un luogo per staccare la spina dalla quotidianità e immergersi nella dimensione familiare.

“Il giorno tanto atteso della tua ordinazione sacerdotale che hai sempre desiderato fin da piccolo è arrivato. Un percorso lungo sette anni, ma un lasso di tempo che è volato velocemente. Ricordo quando da piccolo, andavi tutti i giorni in oratorio con la tua bicicletta ‘sempre spericolato’ e in chiesa a fare il chierichetto dove non mancavi mai. Caro Luca sei sempre stato un ragazzo estroverso, capace di stare in mezzo alla gente e un ‘testone’, tutto quello che volevi lo facevi. Abbiamo spesso litigato e, capiterà ancora ma, sappi che ti voglio bene e sono orgogliosa di te. Noi, ‘la tua seconda mamma’ come mi chiami sempre, Ivan, Gaia e tra non molto anche Alice, ti auguriamo una vita sacerdotale piena di felicità e di poterla continuare sempre con lo stesso entusiasmo di adesso. Un fraterno abbraccio”.

La sorella Sara

Il progetto più bello di don Lorenzo

Don Lorenzo Bacchetta, quarant’anni di Gavardo, è uno dei tre sacerdoti ordinati in Cattedrale da mons. Tremolada. La testimonianza dell’amico Mauro Bresciani

Don Lorenzo Bacchetta, della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo di Gavardo, è originario di Grignasco (Novara). Ultimo di quattro figli, è nato il 22 luglio 1977. All’età di sette anni incontra l’esperienza scout, diventandone capo nel 1997 e formatore dei capi scout dal 2001. Nel 1996 consegue la maturità scientifica al Liceo Fermi di Salò; intraprende gli studi di ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. A un esame dalla laurea comincia a lavorare presso una società pubblica della Valle Sabbia, prima con uno stage e poi con incarichi di sempre maggiore responsabilità. È del 2010 la scelta di iniziare il percorso per il diaconato permanente; l’anno successivo si iscrive alla facoltà di scienze religiose. Nel maggio dello stesso anno matura la decisione di lasciare il lavoro per entrare in Seminario. In questi anni ha prestato servizio nell’Unità pastorale della Valgrigna (Esine, Berzo, Bienno, Plemo e Prestine, 2014-15), è stato prefetto in Propedeutica (2015-16); l’anno successivo ha affiancato a questo servizio quello presso la parrocchia di San Bartolomeo in città. Nel 2017-2018 è stato diacono a Villanuova sul Clisi.

Don Lorenzo, la tua biografia racconta di un cammino particolare verso il sacerdozio…

Sì, sono entrato in Seminario a 36 anni, dopo un’esperienza lavorativa di una decina d’anni in un’azienda pubblica con un ruolo di coordinatore e responsabile del settore tecnico. È stata un’esperienza importante, che insieme ad altre hanno segnato il mio cammino. Al di là della mia famiglia, che non smetterò mai di ringraziare, nella mia vita c’è stata anche l’esperienza dello scoutismo. Si tratta di una pagina molto importante nel mio percorso umano. Una pagina iniziata ancora da ragazzo, più di 30 anni fa, e poi portata avanti sino al momento di entrare in Seminario. Mi sono occupato anche di formazione dei giovani capi scout, e anche questo è stato un ambito che mi ha donato molto più di quello che sono riuscito a offrire e che continua ancora ad arricchirmi. Il mio cammino verso il Seminario è stato dal punto di vista temporale sicuramente anomalo rispetto a quello di tanti altri giovani, ma reso uguale a quello di don Luca e don Alex, che saranno ordinati con me, dal fatto che tutti abbiamo accettato di seguire le vie che il Signore ci ha indicato.

Vocazione è uno di quei termini che suona un po’ datato… Storie come la tua possono aiutare a fare comprendere che, invece, è qualcosa di straordinariamente attuale, che può attraversare la vita dei giovani di oggi?

Se penso a un modo nuovo, a un’immagine, a una sensazione per raccontare con parole nuove cosa sia stata per me la vocazione, non trovo di meglio che descriverla come la progressiva capacità di percepire che i passi che si stanno facendo diventano sempre più efficaci, solidi, consistenti, realmente fondati sulle poche cose che contano: l’amore, il Signore. Credo che parlare di vocazione ai giovani chieda di concentrarsi un po’ di più su questo aspetto e di chiedere a loro di rispondere alla domanda: “Dove voglio mettere il mio piede?”. Come giovani facciamo tante esperienze, appoggiamo i nostri piedi in tanti posti, ma pochi sono quelli in grado di sostenerci. Magari si tratta di esperienze che appaiono anche strutturate, ma che alla prova dei fatti si rivelano inconsistenti, incapaci di sostenere. La vocazione, dunque, è prendere progressivamente coscienza che ci sono terreni su cui, meglio di tutti gli altri, posso poggiare il mio piede. L’amen che il Signore ci chiede di pronunciare rappresenta proprio questa solidità, questa certezza.

Eppure pronunciare questo amen, scegliere la strada del definitivo è per tanti giovani un passaggio ostico. Perché?

Ci sono tanti aspetti che fanno apparire questo passaggio difficile, quasi una vetta ardua da scalare. Il primo, sicuramente il più semplice da comprendere, è la convinzione che compiere una scelta “per sempre” rappresenti un impoverimento, un rinunciare a qualcosa… Forse la molteplicità delle esperienze che vengono proposte ai giovani induce a pensare che abbracciarne una sola sia troppo poco. C’è poi il fatto che i giovani, forse, non sono più abituati a vedere il bello, il “perché sì” di una scelta definitiva, preoccupati, come sembrano, di dover giustificare sempre i “no”. Serve uno sforzo per passare dalla giustificazione del “no” alla affermazione della bellezza del “sì.” Quella vocazionale deve essere una pastorale della bellezza del sì.

Incide su questa paura anche il timore della fatica che un “per sempre” porta con sé?

Forse sì. Eppure la fatica è una componente essenziale che chi vuole diventare uomo deve affrontare. Obbliga a guardare alle cose nella loro verità, a discernere tra i pesi che devono essere necessariamente portati e quelli che possono essere abbandonati perché non fanno parte del bagaglio che serve. La fatica pone nella necessità di togliere filtri e maschere che si hanno nei confronti dell’altro.

Il faticare insieme è importante. La crisi delle vocazioni, che non è solo quella del sacerdozio, è figlia della fatica del camminare insieme, dell’incapacità di guardarsi negli occhi quando si è stanchi. La fatica, poi, chiede di imparare a chiedere aiuto, di capire che l’altro ha bisogno di aiuto, anche se non lo chiede.

Il Vescovo, in un recente incontro in Seminario, ha consegnato una sorta di mandato a tutti i suoi sacerdoti: uscire dagli ambienti rassicuranti per andare a incontrare chi sembra lontano. Quale effetto fa a su un giovane che si appresta a intraprendere la vita sacerdotale questo invito?

Per me è una prospettiva rassicurante. Il prete deve muoversi, e più ancora del pastore deve essere come il cane da pastore che corre senza sosta per tenere assieme il gregge e recuperare anche quelle pecore che per mille motivi si sono allontanate. Per questo è importante che come preti andiamo a incontrare i giovani, e più in generale le persone, là dove vivono. La Chiesa in uscita non consiste nell’andare fuori per portare dentro ma, come insegna papa Francesco, è stare fuori perché è proprio lì che si incontrano le persone.

Non riusciremo ad arrivare ovunque, così come non potremo lasciare sguarniti quelli che sono i nostri ambienti, ma dobbiamo fare le due cose: stare nei nostri ambienti per incontrare chi c’è ma non sottrarci dall’uscire per incontrare chi sta altrove… Se ci pensiamo è esattamente quello che ha fatto Gesù.

Ci sono comunità che vi aspettano: come vivete queste grandi attese su di voi?

Le attese che ho trovato nella comunità che ho servito nel corso di quest’ultimo anno non sono state espressione del bisogno di grandi proposte, ma piuttosto del desiderio di essere accompagnati, di trovare persone capaci di ascoltare, di dare risposte sensate, ma anche di tacere, quando queste risposte sembrano mancare. Ho trovato persone che chiedono al sacerdote, al diacono di condividere un tratto del loro cammino, delle loro fatiche e delle loro gioie.

Ai bambini del catechismo, facendo tesoro di quanto ho percepito dalla comunità che mi ha accolto, ho detto che i cristiani devono avere orecchie sempre aperte, occhi sempre attenti e cuore spalancato. Infatti ogni parola ha un peso e senso, ogni volto è importante e mette in comunicazione il nostro cuore con quello di chi incontriamo sul nostro cammino.

Oltretutto la stagione in cui la comunità si affidava in tutto e per tutto ai sacerdoti appartiene al passato, e i laici sanno benissimo come essere protagonisti nelle loro comunità.

Don Lorenzo Bacchetta, originario di Grignasco, è nato nel 1977 e viene deala parrocchia di Gavardo. Dopo il diploma di maturità scientifica, nel 1996 è studente di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, fino ad un esame dalla fine, poi comincia a lavorare presso una società dei comuni e della Comunità Montana di Valle Sabbia come cartografo e tecnico del Sistema Informativo Territoriale, poi Responsabile dell’Area Tecnica, che si occupa dei servizi di innovazione tecnologica per una quarantina comuni dell’Est della provincia di Brescia e di ciò che riguarda i settori urbanistica, territorio, catasto, sportelli digitali e infrastrutture tecnologiche. Nel 2010 comincia il percorso per il diaconato permanente, nel 2011 inizia la facoltà di scienze religiose. Nel maggio 2013 si licenzia dal lavoro e nel settembre 2013 entra in seminario. Nel 2015 si laurea in scienze religiose con una tesi in Antropologia Teologica sul teologo russo S. N. Bulgàkov. In seminario presta servizio nell’UP della Valgrigna, come Prefetto in propedeutica, presso la Parrocchia di San Bartolomeo in città, Diacono a Villanuova sul Clisi. Appassionato di montagna, ciclismo e sport in generale, di cucina e di lettura.

Dicono di lui: il mio amico Lorenzo diventa prete

Questo è il ritratto che Mauro Bresciani fa di don Lorenzo Bacchetta: “Conosco Lorenzo (per tutti noi Lorenz) da quando nel 1997 entrò come capo nel gruppo scout di Gavardo, io ero un esploratore all’ultimo anno e lui un capo alle prime armi. Assieme ai suoi due fratelli si può dire che abbia salvato in quegli anni il nostro gruppo dalla chiusura, ma ha fatto molto di più. Ci ha portato uno stile, una fedeltà al metodo scout pensato da Baden Powell, che noi invece vivevamo molto annacquato. Ci ha portato relazioni significative, competenza, intenzionalità educativa, amore per la natura e il suo Creatore.

All’inizio non eravamo proprio amici, uno era capo, l’altro un ragazzo, un po’ di anni di differenza, ma il rapporto era fraterno, ci si scherzava, ascoltava, si collaborava in tante cose, si cresceva assieme, ciascuno nel proprio ruolo, ma con un occhio e un orecchio orientati anche a sentire, o a cogliere, come stesse l’altro.Poi separati leggermente i nostri percorsi perchè io passai nel gruppo più grande, non si faceva più attività assieme, ma la voglia di cercarsi, confrontarsi, ascoltarsi e sapere come stesse l’altro, quella è rimasta e si è rafforzata, finchè, piano piano, è diventata amicizia, che ci ha fatto vivere con grandissima gioia e affiatamento, quasi una intesa perfetta, una sacco di esperienze, prima negli scout, poi in montagna, e sempre nelle rispettive vite.

Credo che nella vita non ci sia mai la fine di un percorso, forse può esserci “un fine” ma non amo pensare ad una fine; nello scoutismo tutti sanno che la strada è fatta per chi parte, e se arriva, questo non è mai un traguardo, ma si arriva sempre per ripartire. Ogni volta che piantiamo la tenda, sappiamo che più avanti c’era un posto più bello, un luogo sconosciuto, dove nessuno è mai stato, che è per ognuno la casa più sua; e ogni mattina si riparte per raggiungerlo. E arrivati alla meta, si riparte per ritornare a casa, alla vita, con più entusiasmo.

Può sembrare che diventare sacerdote sia il termine di un percorso, o la fine di un certo modo “normale”, comune, di vivere la vita, ma per Lorenzo so che non è così.

Sicuramente cambieranno alcune cose, non riuscirà più ad andare spesso come vorrebbe in bicicletta e in montagna, ma questo momento è solo un passaggio, una evoluzione del suo percorso di vita, che Lorenzo sta vivendo da moltissimi anni; una vocazione matura e maturata con grande responsabilità, ma sempre vissuta concretamente nella sua vita, anche prima di entrare in seminario. Il suo stile di vita non sta per cambiare poi così radicalmente; io non ci vedo così tante differenze rispetto a quello che conoscevo prima.

Lorenzo ha vissuto a lungo nel mondo, ha studiato tanto. Ha lavorato, è stato caricato di responsabilità, se ne è assunte tante, ha sempre risposto “Eccomi”, ha cercato di creare un buon clima sul posto di lavoro, collaborazione e fiducia, ed ha lasciato di se un buon ricordo. Ha fatto il capo scout per una vita, lo ha fatto bene, c’è chi lo cerca ancora adesso perchè rimane un riferimento non solo per la Fede, ma per la competenza, le conoscenze, la fantasia, lo stile.

Ha incontrato tante persone, non le ha solamente viste passare, ma le ha incontrate veramente, le ha ascoltate, consigliate, aiutate, guidate, formate.In sostanza, credo che la principale caratteristica che ne farà un ottimo sacerdote sia il fatto che ha vissuto ampiamente il mondo, lo conosce a fondo, in tante sfaccettature, conosce la gente, la ha incontrata, fedeli, atei, indecisi, conosce  il mondo del lavoro, il mondo associativo, delle istituzioni. Conosce la Vita nel mondo, non solamente quella della Chiesa, degli oratori, dei grest, le sacrestie, i seminari.

Altra caratteristica è che nel suo stile di essenzialità ha sempre badato al sodo anche nella Fede; essa è innanzi tutto una relazione d’amore con un Dio che si fa presente con la Parola, e si manifesta con Gesù. Lorenzo ha sempre rimarcato questa cosa e l’ha sempre vissuta in prima persona; poi vengono anche le celebrazioni, i riti, le tradizioni, le cerimonie, … nella misura in cui servono ad avvicinare e far crescere nel rapporto con Dio.

Un augurio che vorrei fargli, e che può essere pubblico, è di avere la possibilità, nel suo servizio, di poter vivere di tanto in tanto, ma con costanza, nella sua comunità e con i suoi compagni, la bellezza della Natura e della Strada.

Far provare ai suoi fratelli e compagni di vita la bellezza di essere pellegrino, di “mettere i propri piedi su strade percorse da altri – come Giuseppe, come Maria, come Francesco, come Peppino; mettere i propri piedi dove un Altro ha messo prima i suoi”.

Vivere da prete? Bello e stimolante

Don Alex Recami, 26 anni da Borno, viene ordinato sacerdote. Per lui è il coronamento di una vocazione avvertita sin da bambini. Così lo raccontano il papà e la mamma

Questo è il mio comandamento, che vi amiate come io ho amato voi.

Agli esercizi spirituali di due anni fa, don Alex Recami ha riscoperto questo versetto del vangelo. “Mi ricorda – spiega – che è il comandamento di Gesù: è una sua regola di vita. Io vi ho amato come il Padre ha amato voi. Se ho esperienza di essere amato, posso amare. Mi piace pensare così il mio sacerdozio”. Don Alex, 26 anni, viene da Borno, il paese dove si mescolano la “tradizione e la novità, anche grazie all’ospitalità che sempre si esercita per il continuo turismo. Sembra una sciocchezza fuori luogo, ma credo che sia tra le cose fondamentali che hanno costruito la mia personalità: da buon camuno, sono più riservato se toccato nella sfera personale, ma fondamentalmente aperto a nuove conoscenze, abituato come sono a incontrare gente nuova; per queste esperienze, sono continuamente sorpreso di un Dio innamorato dell’uomo che affronta le salite e le discese più aspre, con coraggio”. Lì ha respirato i valori del cristianesimo. “La mia vocazione si è evoluta facilmente, grazie anche alla mia famiglia: alle mie nonne, Antonietta e Maria, ai miei genitori, Giuliana e Vittorino, e alle mie sorelle Antonella e Mariachiara. Non posso dimenticare i miei amici, tra cui anche alcuni preti, grazie ai quali sono entrato nel Seminario Minore già all’età di 14 anni, nel 2006. Nell’ambiente caldo e protettivo del Minore ho vissuto sei lunghi anni, un po’ cullato e un po’ spronato dai preti che mi hanno seguito, finalmente ho spiccato il volo al Seminario maggiore nel settembre 2012, dopo la maturità classica al Liceo vescovile “Cesare Arici”.

La certezza. Al Seminario maggiore ha potuto sperimentare ancora di più la vocazione al servizio nella Chiesa. “Nella nuova comunità ho confermato sotto ogni aspetto, spirituale, umano e culturale, la mia decisione iniziale di diventare prete, trasformandola pian piano nell’accoglienza del servizio che Cristo mi chiede di svolgere nella Chiesa, consapevole del grande amore di cui mi circonda ogni giorno. Con entusiasmo, cioè con ‘Dio dentro’, e con la certezza che non è solo un mio desiderio, ma che rispondo a un desiderio di Dio per la Chiesa, lo scorso settembre sono stato ordinato diacono e il prossimo 9 giugno sarò ordinato prete, insieme a don Luca e a don Lorenzo”.

La visita del Papa. Il 19 luglio del 1998 aveva solo sei anni quando Giovanni Paolo II visitò il suo paese natale. Il 3 giugno del 1992 durante un’udienza generale, il Santo di Wadowice commentava così il Vangelo di Giovanni caro ad Alex: “Gesù ha sottolineato la centralità del precetto della carità, quando lo ha chiamato il suo comandamento: ‘Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati’. Non è più solo l’amore del prossimo, ordinato dall’Antico Testamento, ma è un ‘nuovo comandamento’ (Gv 13, 34). È ‘nuovo’, perché il modello è l’amore di Cristo (‘come io vi ho amato’), espressione umana perfetta dell’amore di Dio per gli uomini. Più particolarmente, è l’amore di Cristo nella sua manifestazione suprema, quella del sacrificio: ‘Nessuno ha un amore più grande di quello che sacrifica la propria vita per i suoi amici’ (Gv 15, 13). Così la Chiesa ha il compito di testimoniare l’amore di Cristo per gli uomini, amore pronto al sacrificio. La carità non è semplicemente manifestazione di solidarietà umana: è partecipazione allo stesso amore divino”. E don Recami è pronto a iniziare il suo ministero forte di questo mandato e con la consapevolezza che la preghiera, cioè il mettersi in ascolto del Signore, può essere una valida alleata nelle tortuosità della vita.

La vocazione. “All’inizio aveva un’idea molto fumosa sul perché diventare prete: un uomo felice che sta tutta la sua vita con i giovani. Ho in mente i curati che sono passati da Borno. Negli anni è rimasta l’idea di fondo, però si è arricchita piano piano di esperienze, di idee e di immagini. In Seminario ho potuto conoscere meglio attraverso lo studio, la preghiera e la relazione con i miei compagni la figura di Gesù, in particolare la sua croce e la sua risurrezione. L’idea iniziale del prete con i giovani si è allargata a tutte quelle difficoltà e fatiche che i preti sono chiamati di volta in volta a vivere: non sono una parte esterna, perché ho imparato che la croce non si può scansare. La croce fa parte della vita, la croce fa parte del progetto iniziale. Gli ostacoli non si possono evitare. La croce fa parte di una vita bella anche come quella del prete”.

La relazione. Hanno giocato un ruolo fondamentale gli incontri avuti. “Sono tante le esperienze fondamentali che ho vissuto, in particolare nel periodo della formazione nelle diverse parrocchie. Le esperienze fondamentali sono sempre quelle di relazione con le persone. In famiglia ho sempre trovato un trampolino di lancio che mi ha accolto. Nella mia parrocchia d’origine ho vissuto da preadolescente in oratorio. Il curato di allora era ed è una bella immagine di prete per la gente: mi ha fatto vedere che vivere da prete per gli altri e con Cristo è possibile. Quando sono entrato in Seminario, il vivere con gli altri mi ha aiutato ulteriormente a crescere”.

I giovani. Il Papa ha pensato a un Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” in ottobre: “Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”. “L’esperienza che ci stiamo preparando a vivere sull’incontro e sull’ascolto dei giovani, mi fa riflettere – spiega don Alex – sull’importanza fondamentale dell’ascolto. È un termine al quale diamo spesso un significato vago. Pensiamo più al ‘sentire’, mentre ascoltare significa entrare nelle dinamiche che viviamo noi giovani, cioè entrare nelle tante dimensioni che la nostra vita contiene. Spesso rischiamo di preferire un aspetto (la preghiera, lo studio…) rispetto all’altro, invece dobbiamo rivalutare anche gli errori perché sono quelli che ci dicono dove sta andando la nostra vita”.

Il confronto. Non è sempre facile far comprendere la propria decisione soprattutto ai familiari che magari avevano ipotizzato un futuro diverso per il loro figlio. “La mia famiglia inizialmente mi ha fatto ragionare sulla portata della scelta, ma poi quando hanno compreso quanto ci tenessi a questa scelta che era ponderata e aveva un fondamento, hanno iniziato a sostenermi”.

La delusione. In ogni percorso ci sono delle cadute che aiutano a riflettere e ad andare avanti con più convinzione. “In quarta superiore sono stato bocciato. Mi cadeva il mondo adesso… I miei genitori mi dicevano: ‘Se non sei così convinto da non riuscire a tenere fede ai tuoi impegni…’. Io mi sono impuntato, quando hanno visto il mio viso duro hanno capito che questa fatica/difficoltà faceva parte del mio cammino e andava affrontata. Si sono convinti della verità di una scelta fondata sulla roccia cioè su Cristo stesso”.

Il modello. Non ha preferenze, ma se dovesse scegliere un Santo, prenderebbe Giovanni Bosco. “Lo sento come Santo protettore di me giovane. In un secondo momento potrà essere il mio esempio per essere prete tra i giovani”.

Don Alex Recami ha compiuto 26 anni ed è originario della parrocchia di Borno. Ha 2 sorelle. Entra in seminario minore nel 2006 frequentando l’Istituto Cesare Arici di Bresci dove consegue la maturità classica. Passa in teologia dove il 16/9/2017 diventa diacono e nel 2018 consegue il Baccellierato. Ha svolto il suo servizio nelle parrocchie della Valgrigna, a Montirone, a Sulzano e l’anno del diaconato nella parrocchia di Cristo Re a Brescia.

Dicono di lui…

I genitori: “Ha avuto la fortuna di vedere la luce…”

Sentiamo spesso parlare di vocazione. Ma cosa significa questo per i genitori di un sacerdote? La mamma e il papà di don Alex Recami hanno risposto a questa domanda dalle pagine del Giornale della comunità di Borno.

Mamma Giuliana: “In questi anni ho avuto modo di maturare la convinzione che Dio ci parli nel silenzio e che le idee e le conseguenti azioni che ne vengono, siano guidate da Lui. Sarò molto fatalista, ma credo che davvero la nostra strada sia tracciata fin dalla nascita. La fortuna è nel saper riconoscere la via e sapere qual è il traguardo che si vuole raggiungere e che ci è stato destinato. Non è facile e non tutti ci riescono. Alex ha avuto la fortuna di vedere la luce che indicava il suo cammino fin da quando era in tenera età. Ha avuto poi la costanza di seguire il percorso e non si è fatto spaventare dalle difficoltà. Certamente l’ordinazione sacerdotale non è la meta, ma semplicemente l’inizio di un nuovo cammino, che sarà spesso anche impervio, ma sono certa che in compagnia del Signore giungerà dove Lui lo vuol guidare”.

Papà Vittorino: “Diciamo che non fa paura, come invece spesso si è portati a pensare. Avendo vissuto da vicino la vocazione di Alex e seguito con lui il percorso che lo ha portato fin qui, ho raggiunto la consapevolezza che effettivamente vi è qualcosa di sovrannaturale, un di più che se non si vive in prima persona non è comprensibile. E quel che non si comprende, notoriamente fa paura”.

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.

I nostri auguri a mons. Pierantonio Bodini

Il nostro concittadino, parroco di S. Francesco da Paola dal 24 giugno 2007, parroco di S. Stefano protomartire dal 23 aprile 2016, è stato nominato parroco anche del Buon Pastore dal 23 settembre 2017 – in prospettiva della costituzione dell’Unità Pastorale. Ha fatto l’ingresso in quest’ultima parrocchia sabato 23 settembre.

Continua ancora come:

  • Vicario Zonale di Brescia Est
  • Priore delle Delegazione di Brescia dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme
  • Docente di Bioetica e Teologia Morale presso l’Università Cattolica Facoltà di Medicina Roma (nella sede della Poliambulanza in Brescia)
  • Responsabile di alcuni progetti caritativi in Medio Oriente.