Racconti dal Rwanda

Si chiama Tabita e vive in una collina nel nord est del Rwanda, nel distretto di Gatsibo, a circa un’ora di strada sterrata rispetto a quella asfaltata, a due ore e mezza da Kigali. È una bambina di 7 anni, molto sveglia e intelligente. È anche molto timida e con un piccolo sorriso ha confessato che vorrebbe diventare un insegnante, magari di matematica. Ha un fratello e tre sorelle, di cui una ha solo due mesi. Suo padre soffre di una malattia che lo costringe a vivere su una carrozzina, non permettendogli cosi di lavorare. È quindi sua madre che coltiva la piccolissima parcella di terra che hanno dalla quale ricavano dei fagioli o del mais. La stagione secca pero è arrivata con tutta la sua forza, e sebbene tutti gli occhi fossero rivolti verso il cielo in attesa di qualche goccia di pioggia, abbiamo aspettato più di due mesi, durante i quali i piccoli campi, come quelli di Tabita e di tante altre famiglie, non hanno dato frutti. Finalmente la pioggia sembra ricominciare, cosi come il periodo della semina.

Sua madre, quindi, in questi mesi ha lavorato per i campi più fertili di altre persone, guadagnando circa 500 franchi ruandesi al giorno (circa 60 centesimi) o un chilo di fagioli che poi avrebbe scambiato con delle patate o con un po’ di manioca con la quale fare l’ubugari, una pasta di manioca.

Vivono su una delle mille colline ruandesi, in una casa fatta di fango con il tetto in lamiera e le porte e finestre di legno. La casa è molto piccola, ma ha tre stanze: una stanzetta per le quattro sorelle, nella quale dormono su una stuoia di paglia tutte insieme; una stanza per il fratello che dorme con le capre (in assenza di un ambiente chiuso per le capre all’esterno, rischiano di essere rubate), e i genitori che dormono in un’altra stanza. Ovvio dire che non c’è pavimento. Il cemento costa troppo. Succede quindi che con la stagione delle piogge il fango della casa si lasci andare e una parete crolli. La cucina è all’esterno, una pentola appoggiata su tre pietre… e se piove si cucina in casa, senza però pensare al fumo della legna che rovina la lamiera e riempie la casa con il suo odore.

Tabita e la sua famiglia sono aiutate da voi. Grazie ai proventi della colazione equosolidale e dello spiedo organizzato in dicembre abbiamo iniziato questo sostegno a distanza qui in Rwanda. In Etiopia, Burundi, Bangladesh e adesso qui in Rwanda cerchiamo di rafforzare la comunità locale e di rendervi partecipi di piccole storie come questa. Non rimane che ringraziarvi per la vostra partecipazione a queste iniziative che ci aiutano a stare insieme e a condividere esperienze di una vita un po’ diversa e lontana dalla nostra.

Un ringraziamento speciale anche a tutti i bambini e le famiglie del Grest che quest’anno hanno portato dei quaderni, penne, colori e materiale scolastico che è arrivato a destinazione: tre orfanotrofi e un Centro di Sanità che si occupa di bambini colpiti dall’AIDS hanno ricevuto con un gran sorriso il loro pacco.

Un altro piccolo seme di speranza è stato piantato e, a poco a poco, con i tempi che non sempre ci è dato conoscere, porterà buoni frutti. Ne siamo certi e per questo ognuno di noi si dà da fare per far si che ciò accada. Non ci rimane quindi che aspettarvi alla colazione equosolidale che si terrà come ogni anno ad ottobre in oratorio per tenere accesa questa luce di speranza!

Murakaza neza

MURAKAZA NEZA/BENVENUTO

La prima cosa che vedi, se hai la fortuna di arrivare di giorno, è la luce. Una luce intensa, troppo forte, che per uno che scende da un aereo sul quale era con maglione, sciarpa e guanti è una luce quasi abbagliante. Socchiudi gli occhi, per dargli il tempo di adattarsi. Caldo, ma non un caldo soffocante, semplicemente un caldo diverso che ti spinge subito a restare in canotta il 5 di dicembre. Un caldo che fa sentire lo straniero inadeguato, sudaticcio. È questa la carta da visita con la quale ci presentiamo qui.

Rwanda: il paese delle mille colline e dell’eterna primavera. Ma anche il paese spezzato da una violenza disumana, efferata, inimmaginabile, le cui ferite si porta dentro e che sono ancora visibili. Novantanove giorni, soltanto. 1 milione di persone perse. Per un essere un Paese così piccolo un milione di persone sono davvero tante. E così tutti, ma proprio tutti, sono stati toccati dalla mano di questa sofferenza, ed i segni sono visibili nei loro occhi, sui loro volti, nelle loro parole di riconciliazione, di ricordo, di orrore. A soli sedici anni da quei novantanove giorni, nessuno vuole dimenticare, ma tutti vogliono voltare pagina.

In questi pochi anni, il Rwanda ha cercato di “rifarsi” un volto, sentendosi (come il Sudafrica) capofila del progresso africano, un esempio da seguire. A Kigali c’è poco dell’Africa, quella ci immaginiamo: strade pulite, poco trafficate, regolari, in continua costruzione, palazzi, supermercati, edifici moderni. Ma per fortuna alcuni tratti “dell’Africa” rimangono: il verde lussureggiante, e così incostante, dove puoi trovare gli alberi più diversi uno affianco all’altro, strade di fango, case di fango e paglia nella campagna. L’occhio non vede che la natura. Donne instancabili, occupate tra marito, campi da lavorare e che spesso vedi viaggiare con figli sulla schiena con una grazia e una destrezza in qualsiasi situazione. Si piegano con il bambino sulla schiena e non si sa esattamente come, prendono, girano, legano, prendono un’altra stoffa, si accertano che mani e gambe del bimbo siano ben aperti, prendono le loro cose se le sistemano sulla testa e con l’altro braccio un ombrello per non far prendere troppo sole al piccolo e via. In un secondo, son pronte a percorrere chilometri. Uno sguardo di ammirazione e ogni volta di stupore.

La chiamano la svizzera africana, anomala rispetto ai Paesi circostanti. Una tranquillità immobile, a tratti spaventosa. E poi la gente… persone che vengono da un po’ tutta la zona dei Grandi Laghi: Burundi, Congo, Uganda. Una storia di migrazione, di continuo movimento che gli permette di essere poco legati alle cose materiali, ma molto legati alla terra. I ruandesi sono timorosi, riservanti, nascosti. Impossibile capire quello che pensano, difficile riuscire a creare legami. E non è solo perché si sentono inferiori rispetto al “bianco”. È anche e soprattutto perché hanno paura, di esporsi, di dire cosa ne pensano, di dire la verità su alcune cose banalissime, di mostrare emozioni. È quella la parte difficile, da capire e da accettare. Anche a quello, come avevano fatto gli occhi all’inizio, serve tempo per adattarsi.

Marzia L.