Qui Caritas parrocchiale

La Caritas Parrocchiale apre un proprio piccolo spazio per informare, condividere le esperienze e suscitare relazioni.
Già nel 2016 si era presentata ai lettori con un esauriente articolo sulla sua costituzione e articolazione; è tempo che si dia inizio ad un dialogo costante.

Identità: Progetto Caritas MANO FRATERNA – 5 dita, cinque settori d’azione
Attività: Ascoltare – Distribuire – Consolare – Prendersi cura – Pregare
Operatori: Volontari che sono presenti, in diversi giorni, nella struttura di Via Viganovo, 5 e in altre attività della parrocchia.

Per informare

Centro d’Ascolto. Che cos’è il Centro d’Ascolto? É il luogo, in Via Viganovo, 5, dove due volte alla settimana, il martedì e venerdì dalle 14,30 alle 17, due volontari ricevono e ascoltano le persone (italiane e straniere) in difficoltà soprattutto finanziarie, ma non solo, cercando con loro il modo più adeguato per affrontarle e tentare una soluzione. Dal 2015 ad oggi abbiamo ascoltato circa 100 persone: alcune solo di passaggio; altre, quelle più numerose, alternano la loro presenza e la richiesta d’aiuto in rapporto all’occupazione/disoccupazione lavorativa, e quindi alla possibilità o meno di far fronte alle spese famigliari.

Distribuzione. Nello stesso stabile del Centro d’Ascolto c’è la sede della rete Nonsolonoi, che con i suoi volontari distribuisce viveri (il pacco alimentare) e vestiario a chi è nel bisogno ed è autorizzato dai Servizi Sociali del Comune o dalla Caritas parrocchiale.

Consolare. Un servizio particolare e prezioso è quello dei ministri straordinari della comunione eucarestica. I volontari impegnati, affiancando i sacerdoti, “consolano” anziani e ammalati facendo loro visita e portando l’Eucarestia.

Prendersi cura. La presenza, tra i volontari, di infermieri assicura la possibilità di ricorrere loro per informazioni inerenti la salute e per orientarsi nel mondo della sanità.

Raccontarsi per condividere le esperienze

In questo spazio cominciamo a far parlare i volontari che raccontano come, perché e cosa fanno nella caritas parrocchiale. Questo spazio è dedicato non solo a loro ma anche a quanti desiderano “raccontarsi per…”.

Sono Giusy, una volontaria del Centro d’Ascolto. Non avevo mai fatto parte di gruppi o realtà parrocchiali. Quando monsignore propose un “corso” per rafforzare l’azione della caritas parrocchiale, aderii. Prima gli incontri con Luca Mazzotti della caritas diocesana, poi gli altri di approfondimento e, infine, la nascita del progetto Mano fraterna mi catturarono. A me che avevo vissuto anche la mia professione di insegnante “come ascolto”, questo “dito” calzava proprio bene! E così, con altre otto persone del gruppo d’ascolto con le quali mi alterno, sono lì, dove vengo in contatto con persone, storie, situazioni diverse tra loro, ma tutte problematiche e dolorose.

Per suscitare relazioni

Questo spazio è dedicato allo scambio di informazioni, opinioni, richieste da parte dei lettori. É lo spazio del dialogo.

A questo scopo invitiamo a scrivere al nostro indirizzo mail: caritasnsn.leno@libero.it

Nei numeri successivi sarà data una risposta, ma saranno anche rivolte eventuali richieste di aiuto e collaborazione.

Grazie dell’attenzione.

La sensibilità e l’indole contemplativa

Paolo VI ha governato la Chiesa in un periodo tormentato, sia sul piano civile sia su quello ecclesiale, a partire da ‘68 fino al terrorismo (morì l’anno in cui la vicenda Moro, che lo turbò profondamente, decretava praticamente la fine delle Brigate Rosse): ha preso il via in quei frangenti un cambiamento epocale che non si è ancora concluso . Prosegue la rubrica “Il mio Paolo VI”.

Giovanni Battista Montini si é materializzato agli occhi dei bresciani il giorno in cui è stato nominato arcivescovo di Milano (1954), anche se la figura del fratello maggiore Lodovico, membro dell’Assemblea costituente e poi parlamentare fino al 1968, rinnovava la memoria del padre Giorgio, giornalista e politico di spicco a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, e della famiglia Montini.

Nell’estate del 1962 ho avuto modo di incontrare per la prima volta il futuro Paolo VI. A fine agosto trascorsi qualche giorno di ferie a Pontedilegno e un giorno, mentre passeggiavo verso la val Sozzine, camminando lungo il lato destro della chiesa, scorsi il card. Montini nell’atrio della porta laterale. Ebbi l’impressione che fosse lì in attesa di qualcuno e allora gli chiedi se potevo essergli utile, in particolare se desiderava che gli chiamassi il parroco, il mitico don Giovanni Antonioli. Il Cardinale mi ringraziò assicurandomi che era tutto a posto.

L’approccio più importante si registrò però in una delle sere successive. Ero ospite di Villa Luzzago e il direttore don Enrico Tosi ci annunciò che il card. Montini ci avrebbe aggiornato sull’imminente Concilio Vaticano II. La notizia mi galvanizzò, immaginando di poter offrire una specie di scoop ai lettori di Voce. Il mio proposito giornalistico non ebbe seguito. Infatti don Tosi mi riferì che il Cardinale desiderava che la cronaca dell’incontro rimanesse riservata. Non feci salti di gioia, ma la piccola delusione fu compensata dall’interesse che la conversazione di mons. Montini sollevò: ci offrì un quadro della situazione, evidenziando le speranze sollevate dal Concilio, che mi accompagnò nei mesi successivi man mano l’assemblea conciliare celebrava la prima sessione.

Quella sera comunque misi a fuoco (parzialmente) la figura di Giovanni Battista Montini in una luce che si discostava da alcuni stereotipi su di lui che perdurano tuttora. Per capire bisogna tenere presente che all’epoca il cosiddetto mondo cattolico bresciano era diviso (con sfumature molteplici) fra una corrente popolare che in parte era rappresentata anche dalla Voce e una corrente nobile che aveva come simboli, nell’opinione comune, la Banca San Paolo e il Giornale di Brescia. I Montini erano naturalmente collocati nella corrente nobile.

Ricordo tutto questo perché serve a spiegare la mia reazione il giorno in cui Montini fu eletto papa. Vidi, vedemmo, la fumata bianca in tv nel bar che stava all’angolo fra via Tosio e via Antiche Mura. Quando l’annuncio confermò i pronostici della vigilia rimasi perplesso, domandandomi se i cardinali (o lo Spirito Santo?) avevano fatto la scelta giusta. Oggi non ho più dubbi, ma non è una resipiscenza tardiva. È una convinzione maturata lungo lo svolgersi del pontificato di Montini. Anche se, memore della conversazione di Pontedilegno, sin da subito non avevo dubbi sul fatto che avrebbe portato avanti il Concilio con decisione.

Recentemente mi sono confrontato con un signore che non conoscevo e che parlando con un gruppetto di amici esprimeva tutte le sue perplessità sulla canonizzazione di Paolo VI, osservando fra l’altro che si sono inventati un miracolo che a lui non sembra tale. Gli ho fatto presente che Paolo VI ha governato la Chiesa in un periodo tormentato, sia sul piano civile sia su quello ecclesiale, a partire da ‘68 fino al terrorismo (morì l’anno in cui la vicenda Moro, che lo turbò profondamente, decretava praticamente la fine delle Brigate Rosse): ha preso il via in quei frangenti un cambiamento epocale che non si è ancora concluso. Gli ho ricordato che l’apparente ritrosia che induceva qualcuno a chiamarlo Paolo mesto, celava delicata sensibilità e un’indole contemplativa, in un contesto di grande riservatezza.

Ho poi avuto occasione di incontrare Paolo VI in varie udienze. Il ricordo più vivo riguarda la prima dedicata a Brescia, il 28 ottobre 1963, che si tenne nell’Aula delle Benedizioni, una grande sala a forma rettangolare. Il Papa era collocato su un palco con lo sfondo di una grande tenda rossa. Assistetti all’incontro seminascosto dall’ultimo velo della tenda e accovacciato sull’ultimo gradino della pedana a un paio di metri dal Papa. Da lì potei prendere gli appunti per la cronaca dell’udienza perché a quel tempo i registratori erano grandi come una valigetta 24ore.

Due anni dopo, il 20 settembre 1965, con duecento delegate di Voce abbiamo partecipato ad una udienza in San Pietro. Paolo VI nel saluto ci dedicò parole significative elogiando «la grande funzione del settimanale che opera da 70 anni con molto zelo, profonda saggezza e anche con tanta efficacia», con l’invito a essere consoni “ai bisogni dei lettori” e a «mantenere con essi una conversazione che li istruisce, li fa pensare, li sprona all’apostolato». Al termine dell’udienza il vescovo mons. Morstabilini presentò al Papa alcuni di noi: a ciascuno Paolo VI riservò un saluto personale, evocando fra l’altro personaggi bresciani a lui cari. In quella occasione e anche in una udienza successiva a Castelgandolfo (settembre 1969) menzionò in particolare don Peppino Tedeschi.

Nel 1988 quando abbiamo celebrato i primi cento anni di Madre, ho scoperto che il giovane Gianbattista Montini, prima e dopo la ordinazione sacerdotale (1920) ha collaborato con la rivista, grazie ai rapporti che aveva con la direttrice, Angela Bianchini. Si tratta di articoli anonimi. Dalla corrispondenza delle stessa Bianchini risulta certa la paternità montiniana di un articolo di fondo apparso nel febbraio 1921 sul voto femminile, intitolato “La donna voterà”. Nello scritto, che occupa tre pagine della pubblicazione (in formato rivista), è riconoscibile lo stile analitico montiniano nella accuratezza con cui esamina il problema dai vari punti di vista, valutando i pro e i contro della scelta politica. Alla fine emerge l’idea che si tratta di una conquista democratica che per realizzarsi esige tutta una serie di precauzioni e attenzioni culturali, etiche, politiche. In molto passaggi è possibile intravedere un’idea di politica ha caratterizzato il suo magistero pontificio e che potrebbe nobilitare le miserie del dibattito politico. Alla fine un auspicio che risulta di altrettanta pregnante attualità: «È necessario formarsi una coscienza politica, non con una lettura quotidiana di giornali o col frequentare ambienti rumorosi di affari, ma col meditare e studiare, col educare la mente a letture serie e a studi severi, coll’abituarsi a giudicare le cose dalle loro conseguenze ampie e remote, sotto l’aspetto non particolare, ma generale; col cercare di applicare i principi della fede alle contingenze sociali».

Come educare al rispetto della grandezza e del nome di Dio

Il bambino, nel suo sviluppo, procede alla conquista del mondo esteriore per conoscere. Ma il suo modo di conquista non è come quello dell’adulto. Difatti egli usa questi atteggiamenti interiori: la facile commozione, l’ammirazione, l’ingenuità, il senso della meraviglia, il sentimento della propria inferiorità di fronte alla grandiosità della natura e delle opere umane. Perciò è facile andargli incontro, rendendogli accessibile un’idea di Dio, sia pur limitata, ma sufficiente per l’età. Presentargli un Dio che dia gioia, che accontenti la grande esigenza di affetto del cuore del piccolo… I suggerimenti pratici sono: la natura è una rivelazione sensibile di Dio e svelarla al fanciullo nella sua bellezza e grandiosità è occasione opportuna per dedurre in modo intuitivo la grandezza, la perfezione e la Provvidenza di Dio. E farlo non con accenti generici che generano della noia, ma concretamente, portando l’attenzione del bimbo su particolari reali ed evidenti, da cui risulta con immediatezza la grandezza meravigliosa di Dio.

Dice uno scrittore: «il bimbo pieno di meraviglia assorbe con gli occhi l’incanto delle cose…». Inoltre quando si parla di Dio, conviene farlo in una atmosfera satura di sacro; la voce, ad esempio sia sommessa, raccolta; si evitino paragoni ridicoli o men che rispettosi, che se talvolta risvegliano l’attenzione, non aumentano la venerazione; sfatare subito l’idea di quel vecchio con la barba bianca che siede sulle nuvole, che dovrebbe essere il Padre eterno; non abusare di diminutivi e vezzeggiativi parlando di cose sacre: piccolo bambin Gesù, preghierina, Madonnina, angioletti… e nominare invece con rispetto: la S. Messa, la S. Comunione, il Sacro Cuore …; esigere che facciano sempre bene il segno della Croce ed in modo serio, la genuflessione, l’atto di adorazione in Chiesa; insistere sull’uso esclusivamente sacro dell’acqua santa, delle immagini sacre, del Crocefisso, del Vangelo, del Catechismo… infine ha grande valore educativo il «silenzio» di fronte a Dio. Dice lo stesso scrittore già citato: «Pregando, dando l’esempio, immergendosi nel sacro silenzio davanti alla maestà di Dio, il papà o la mamma, fa fare all’anima del bambino i primi passi su quel sentiero che porta in alto, incontro a Dio… L’anima infantile sente dovunque il battito d’ali dell’infinito e nel mondo con le sue meraviglie vede il tempio di Dio».