Pasqua di Risurrezione : “Nei volti il volto”

Usiamo le parole del Vescovo Pierantonio per spiegare il perché: “La santità, in altri termini, è la santità dei volti”. Il volto  richiama lo sguardo e rimanda al cuore. La luce degli occhi proviene dalla carica d’ amore che si coltiva nel proprio mondo interiore. Il volto di Gesù diventa la nostra destinazione, l’orientamento vocazionale della nostra quaresima.

Il volto nascosto in attesa di rilevarsi: il sudario raccoglie tutto lo scorrere dell’Amore sul volto di Gesù, i profumi inebriano quanti sono rimasti con il Figlio, con l’Amico il cui volto ora è nascosto nella morte, nel buio del sepolcro, nel silenzio di quella discesa per scovare i senza volto della storia, quelli che non hanno diritto di parola, quelli ammutoliti dal male, i volti contraffatti dall’ egoismo. Il volto del Figlio si nasconde e tace per andare a cercare coloro che non dicono nulla in attesa di quell’alba che riconsegna alla storia un Volto nuovo che non muore più. Santa Pasqua a tutti noi.

In questa Quaresima la nostra Parrocchia ci sta proponendo con la già avvenuta distribuzione dei tradizionali “Salvadanai Missionari”, un impegno di carità.

I salvadanai sono da riportare in Chiesa nei giorni della Settimana Santa. Il ricavato sarà devoluto all’ Ufficio Missionario Diocesano.

La nostra solidarietà a favore di…

Le iniziative sostenute dalla Commissione Missionaria Parrocchiale, hanno come obiettivo l’ eliminare alla base le cause di povertà, e promuovere le risorse culturali, sociali, economiche dei popoli coinvolti.

Le aree di intervento sono:

  • Sostegno ai missionari nelle loro opere di evangelizzazioni.
  • La Pastorale nelle forme della catechesi e della liturgia.
  • La promozione umana con la proposta dei corsi di alfabetizzazione, dell’educazione sanitaria e della formazione professionale.

I nostri referenti sono: missionari di origine lenese e non. Nello specifico sacerdoti, missionari e laici che operano attraverso il Centro Missionario Diocesano, Padri Saveriani e Comboniani, e alcune Associazioni.

Nel 2018 abbiamo sostenuto con l’ attività estiva della “Menonera Missionaria” e del “Mercatino di Solidarietà Natalizia”:

  • Padre Eugenio Petrogalli (missionario Lenese in Ghana – Africa)
  • Suor Erminia Petrogalli (missionaria Lenese in Sudan – Africa)
  • Don Roberto Ferranti (Lenese – referente missione in Breshem – Albania)
  • Suor Agata Gressioli (missionaria Lenese in Cile)
  • Padre Silvio Turazzi (Saveriano – referente missione a Goma R.D.G. – Africa)
  • Sostegno ad un Progetto proposto dall’ Ufficio Missionario Diocesano in Venezuela (presso la Parrocchia El Callao – Missionario Fidei Donum Don Giannino Prandelli)
  • Suore Maestre Pie Venerini (per loro missioni)
  • Sostegno allo studio di un Seminarista Indigeno
  • Sostegno allo studio di un Seminarista Diocesano
  • Sostegno alle attività dell’Oratorio S. Luigi Leno
  • Sostegno alle attività Caritas Parrocchiale
  • Sostegno al servizio Pastorale dei Padri Oblati in Parrocchia.

Ringraziamo quanti partecipando alle nostre iniziative, ci hanno permesso di sostenere i progetti citati. Ricordiamo che le attività della Commissione Missionaria sono:

  • Sensibilizzazione Pastorale Missionaria attuata in Parrocchia (in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano), condivisa con il Consiglio Pastorale e con la Commissione oratorio, con la Commissione Missionaria Zonale (dove vi sono nostri rappresentanti), creando “rete” con le altre Commissioni e Gruppi parrocchiali, con un’apertura alle iniziative sociali del territorio.
  • Attività Menonera Missionaria. Mercatino di solidarietà. Stesura delle pagine di pastorale missionaria sul Bollettino Parrocchiale. Divulgazione della stampa missionaria in Chiesa.

Pasqua 2018

Se dovessi rappresentare la gioia, mi farei aiutare dagli occhioni brillanti e ridenti, dalle braccine in frenetico movimento e dallo sgambettare di un neonato davanti ad ogni nuova scoperta di luce e colore. Questa, per me, è pura gioia, inconsapevole, senza se, senza perché. La vita ci insegna che diventiamo consapevoli della gioia, quando sperimentiamo il dispiacere, il dolore in ogni sua espressione e viceversa. La nostra vita scorre e si realizza negli opposti: gioia-dolore, riso-pianto, vita e morte.

“Fu crocifisso, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato secondo le Scritture”. Il terzo giorno, la Pasqua: il passaggio dal dolore fisico, psicologico, morale, dal fallimento rappresentato dalla Croce che porta alla morte, allo scoperchiarsi prepotente del sepolcro, perché la vita è fuori, è dovunque, alla luce, mai nella tomba. “Perché piangi, Maria? Non piangere, sono qui”. Cristo, non subito riconosciuto, è vivo, parla. Ha mantenuto la promessa: è risorto. Ad ogni Pasqua rivolge ad ognuno di noi, lontanissimi da quegli avvenimenti e troppe volte sfiduciati, la stessa domanda posta a Maria di Magdala e ci invita ad asciugare le lacrime perché “il terzo giorno” è il giorno della verità, della luce, della gioia.

Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

La risurrezione è già operante

“‘Quando sarò innalzato da terra io attirerò tutti a me’. Vorrei suggerire di guardare alla Festa di Pasqua a partire da questa frase di Gesù, che troviamo nel Vangelo di Giovanni. È una frase piuttosto misteriosa, che tuttavia lascia intuire qualcosa di decisamente profondo”. L’editoriale del vescovo Pierantonio Tremolada

“Quando sarò innalzato da terra io attirerò tutti a me”. Vorrei suggerire di guardare alla Festa di Pasqua a partire da questa frase di Gesù, che troviamo nel Vangelo di Giovanni. È una frase piuttosto misteriosa, che tuttavia lascia intuire qualcosa di decisamente profondo. Proviamo a capirne il senso. L’allusione è alla vicenda dolorosa, umiliante e sconcertante della crocifissione. Gesù è innalzato tra cielo e terra perché inchiodato sul legno infame, che tanto spaventava i cittadini dell’impero romano in quegli anni: orrendum patibulum lo definiva Cicerone. Ma non bisogna fermarsi qui. Nel pensiero del quarto evangelista, che coltiva una spiccata sensibilità per la dimensione simbolica, l’innalzamento di Gesù significa anche la sua esaltazione e glorificazione. Con la sua morte in croce, non imposta ma accolta come decisione personale, si avvia il movimento di Gesù verso il cielo, il suo ritorno nella gloria che da sempre condivide con il Padre. È importante notare che questo movimento verso la gloria è già avviato nella morte in croce e non successivo. Sarebbe del tutto erroneo pensare che la morte di Gesù sulla croce sia un fallimento vergognoso da dimenticare al più presto, per fissare finalmente lo sguardo sullo splendore appagante della resurrezione. La resurrezione non segue alla morte in croce del Signore, ma è già operante in questa. La potenza che fa rotolare la pietra del sepolcro in cui Gesù era stato posto e spezza per sempre le catene di morte che umiliano l’umanità non viene dopo l’evento della morte ma da lì scaturisce, erompendo come dall’interno verso l’esterno. C’è qualcosa che nella passione e morte di Gesù è già presente ma è nascosto: è la forza dell’amore che anima il suo cuore in mezzo a quella devastazione mortale.

Nel momento stesso in cui Cristo china il capo e muore, questa forza diventa splendore che si irradia, come dice appunto la nostra frase: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me!”. La carica d’amore che lo ha portato a decidersi per il suo sacrificio cruento oltrepassa in quel momento i confini del suo cuore umano e diventa – per così dire – forza magnetica che si diffonde nello spazio e nel tempo. Questa forza sarà in grado di raggiungere e conquistare ogni cuore umano. Percepire la bellezza e la carica rigenerante di questo amore significherà fare l’esperienza della resurrezione di Cristo. Quando lo stesso evangelista Giovanni ricorda l’episodio immediatamente successivo allo spirare di Gesù sulla croce e cioè la trafissione del suo costato con l’acqua che ne uscì insieme al sangue, sta pensando proprio a questa frase di Gesù. Quell’acqua risanatrice, che lambisce la terra uscendo insieme al sangue dal cuore trafitto del Cristo, è – per chi sa leggere i simboli – la conferma di quelle parole. Ora si può capire in che senso Gesù attirerà tutti a sé. L’amore che riempiva il cuore del Dio-uomo è ormai donato ad ogni uomo e ad ogni donna. Dal roveto ardente della morte in croce, divenuto sorgente di luce e calore, il cuore di Cristo attirerà il nostro. Si creerà così una sorta di sintonia nella carità, che riunirà i figli di Dio dispersi e ne farà dei veri testimoni a favore dell’intera umanità. Carità come comunione e carità come servizio: ecco il frutto della Pasqua del Signore.

Distruggete questo tempio e lo farò risorgere

Il vescovo Pierantonio commenta il vangelo di questa domenica, Gv 2, 13-25.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo.

In Lui abbiamo sperato perché ci salvasse

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Messa di Pasqua

Cattedrale di Brescia, 16 aprile 2017
Pasqua

I cristiani d’oriente si scambiano gli auguri pasquali non dicendo: “Buona Pasqua” o un saluto equivalente, ma dicendo: “Cristo è risorto” e rispondendo: “è veramente risorto.” La stranezza sta nel fatto che queste parole non sembrano costituire un augurio; richiamano sì un evento (la risurrezione di Gesù) ma non augurano nulla di preciso: né salute, né felicità, né lunga vita. Eppure in quel breve saluto sono racchiusi tutti i possibili desideri che possiamo nutrire per noi e per gli altri, tutti i possibili auguri. Dire che il Signore è risorto significa dire che l’oscurità della notte cede alla luce del giorno e quindi augurare la luce; che il male è stato sconfitto una volta per tutte dall’amore invincibile di Dio e quindi augurare la liberazione da ogni male del corpo e dello spirito; che le catene dell’orgoglio e dell’egoismo sono sciolte e quindi augurare la libertà del cuore; che il potere della morte è stato sconfitto e quindi intonare un inno di ringraziamento e di vittoria. Davanti alla risurrezione di Gesù possiamo dire con il profeta: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua grandezza.” Dio ha compiuto cose grandi in Gesù Cristo e noi benediciamo Dio perché la sua opera di vittoria diventi effettiva per ciascuno di noi, per tutti noi insieme. Ma che cosa significano realmente queste parole; che cosa significa in particolare il termine: ‘risurrezione’? Gesù non è tornato a vivere per morire qualche tempo dopo; è entrato in una condizione di vita nella quale la morte non ha più nessuna presa su di lui – non la malattia, non la vecchiaia, non la debolezza; è sfuggito alle dinamiche del mondo dove la morte rimane sempre come orizzonte ultimo della vita per entrare nella dinamica di Dio dove la vita non ha limite e non ha termine. Impossibile immaginare qualcosa del genere, che supera radicalmente la misura delle nostre esperienze. Possiamo dire di più?

Possiamo dire anzitutto che Gesù di Nazaret è vivo; in una forma diversa dal Gesù terreno, s’intende, ma proprio lui, Gesù, col suo corpo e il suo spirito, con le sue parole e i suoi gesti, con le relazioni che hanno arricchito la sua esistenza umana. Gesù appartiene al passato e allora gli storici si affaticano nel tentativo di comprendere la sua vita nel contesto della Palestina, al tempo di Cesare Augusto e di Tiberio; ma Gesù è realmente vivo oggi e allora i credenti possono entrare in relazione con Lui, ascoltando le sue parole – quelle del vangelo; sperimentando la sua opera di salvezza – nei sacramenti; rivolgendosi a lui nella preghiera per ringraziare e supplicare; consegnando a lui la loro speranza, certi di non rimanere delusi. Paolo poteva dire con parole stupende: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Questa vita che io vivo nella carne, la vivo però nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato la sua vita per me.” Riconosceva, Paolo, di continuare a vivere ‘nella carne’ e cioè nella debolezza della condizione umana; e tuttavia affermava che misteriosamente Cristo aveva preso dimora in lui; che i suoi desideri, le sue decisioni, non erano più determinati dalla carne, cioè dell’egoismo e dalla volontà di affermarsi; provenivano, invece, dallo Spirito di Gesù, traducevano il desiderio di fare la volontà di Dio, di amare i fratelli, di sperare nella vita eterna.

Ma perché abbiamo bisogno di Cristo? È solo per un affetto personale, per un’abitudine sociale, per una tradizione religiosa? No: in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo è Dio stesso che si è fatto vicino a noi, che ci ha amato in modo sensibile e concreto con parole e gesti umani, che ci ha offerto la riconciliazione nonostante i nostri peccati. Abbiamo bisogno di Cristo come abbiamo bisogno di Dio, del suo Spirito e della sua grazia; il Cristo risorto continua a essere il mediatore nel quale Dio e uomo s’incontrano, nel quale ci viene offerto uno spazio di libertà e di amore entro il quale giocare in modo positivo la nostra vita. Perché questo è il problema vero: ci troviamo a vivere senza averlo voluto ma, siccome siamo persone intelligenti, non riusciamo a vivere senza interrogarci: ha un senso la vita che vivo? c’è qualcosa che sono chiamato a realizzare? che uso voglio fare del tempo che ho, delle capacità che mi sono date, delle relazioni che vivo? Se non ci si pongono questi interrogativi, rimane solo il problema di inventare il modo migliore per ingannare il tempo; ma è davvero umano vivere senza chiedersi che senso abbia vivere? È davvero umano cercare un’emozione dopo l’altra per non cadere in depressione davanti alla banalità della nostra vita? Panem et circenses era, secondo Giovenale, il desiderio ansioso della plebe romana: qualcosa da mangiare e qualcosa con cui distrarsi – tutto qui?
Abbiamo ripercorso in questa settimana santa gli ultimi giorni della vita di Gesù, una vita drammatica, spesa facendo del bene, sanando quelli che erano schiavi del male.

Una vita che ha suscitato un’opposizione sempre più dura fino all’esito tragico della condanna a morte e della crocifissione; tutto, fuorché una vita banale. La Pasqua, la risurrezione è il sigillo che Dio stesso ha posto sulla vita di Gesù proclamandola come autentica, degna, pienamente umana. Aveva ragione Pilato quando, presentando il Gesù flagellato alla folla, diceva: “Ecco l’uomo!” L’uomo che Diogene, il cinico, cercava di giorno con la lampada accesa perché non riusciva a trovarlo nella persone che lo circondavano, non va cercato in alto, nelle stanze del potere; e nemmeno di traverso, nelle astuzie del piacere. Va cercato nella vita umile di chi confida in Dio e ripete ogni giorno il ‘sì’ alla vita; di chi cerca il bene, rifiuta la furbizia disonesta, non si perde in paradisi artificiali ma porta con pazienza il peso quotidiano della responsabilità verso gli altri. Di queste persone e della loro vita è modello Gesù di Nazaret, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Quando dico che dobbiamo dare un senso degno alla nostra vita non intendo che dobbiamo fare cose grandi – come sarebbe il gestire fette ampie di potere; intendo che dobbiamo fare cose buone: lavorare con onestà e competenza, essere così sinceri e leali che gli altri possano contare su di noi, portare con pazienza le tribolazioni quotidiane, sciogliere i risentimenti con la riconoscenza per il dono della vita.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro, però, le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque abbia fatto un patto con la morte e si serva della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla forza del potere, sulla furbizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un contenuto di bontà a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte delle ambiguità del mondo e della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre cercavamo di percorrere un cammino di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari

Perché cercate tra i morti colui che è vivo?

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Alla vittima pasquale, si innalzi il sacrificio di lode,
l’Agnello ha redento il gregge, Cristo l’innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un duello straordinario: il Signore della vita era morto, ora, regna vivo.
Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via?
La tomba del Cristo vivente, la gloria del risorto;
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le vesti;
Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea.
Siamo certi che Cristo è veramente risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.
Amen. Alleluia.

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Con le parole del Victimae Paschali Laudes vi facciamo i nostri più sentiti auguri per una felice Pasqua!

La redazione di oratorioleno.it

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I giorni della Salvezza

DOMENICA DELLE PALME

Sei giorni prima della sua morte in croce, Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme, accompagnato dai discepoli e da una folla festante, che, agitando rami di palme, gridava: «Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna negli eccelsi!» Fu una manifestazione messianica voluta da Gesù per affermare la sua spirituale regalità, ma fu cosa modesta affinché il popolo non si confermasse nei suoi errori sull’interpretazione politica del Messia. Il rito solenne si svolge nei seguenti momenti:
– Benedizione dei rami di palma o di olivo: Il Sacerdote vestito con abiti rossi, simbolo di regalità, benedice con questa preghiera: «Benedici o Signore questi rami, e donaci la grazia di sentire in noi la Vittoria di Gesù!».
– Distribuzione dei rami: mentre i fanciulli cantano inni di gioia e di trionfo, il sacerdote passa alla distribuzione dei rami.
– Lettura del Vangelo: dove viene ricordato il fatto storico dell’ingresso trionfale di Gesù; mentre tutta la folla agitando rami, osannava al Messia. Solenne processione con i rami benedetti, per ripetere attorno alla Croce l’inno: «Gloria a Te, lode ed onore, o Re Cristo Redentore».
Al termine, la S. Messa introduce al Mistero della rinnovazione del Sacrificio sotto le misteriose apparenze del pane e del vino.

 

GIOVEDI’ SANTO

Il Giovedì Santo è il primo giorno del «Triduo Sacro», che celebra, con solenne austerità, la memoria della passione e della morte del Salvatore e ci fa rivivere avvenimenti lontani nel tempo, ma così vivi nel nostro ricordo e tanto impressi nel nostro cuore da farceli credere e sentire come presenti e come certamente nostri. Nel Giovedì Santo si ricorda principalmente l’istituzione del Sacrificio e del Sacramento eucaristico, gesto supremo di amore compiuto da Gesù alla vigilia della sua morte, al quale l’evangelista S. Giovanni allude con parole che valgono più di ogni altro commento: «Avendo Egli amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Questo è lo svolgimento della solenne liturgia: l’altare è parato a festa ed un velo bianco copre la Croce; il Sacerdote Celebrante, accompagnato dalla solennità degli altri Sacerdoti e del canto, inizia la S. Messa; il momento più commovente è il canto del «Gloria in excelsis», poiché il suono di tutte le campane e dell’organo esplode come d’improvviso, per poi tacere fino alla gioia della notte pasquale. Quasi per rappresentare al vivo la scena narrata dal Vangelo, il Celebrante, lava i piedi a 12 ragazzi; ripetendo il gesto di Gesù prima di istituire la S. Eucaristia. Terminata la S. Messa, il Pane Consacrato viene portato in modo solenne all’altare della Adorazione, preparato con abbondanza di luci e ceri.

Il mistero di questo grande giorno dell’Amore sta riassunto in questa parola di Gesù: «Prendete e mangiate: questo è il Mio Corto sacrificato per voi. Prendete e bevete: questo è il Mio Sangue sparso per voi. Questo fate in memoria di me!»

 

VENERDI’ SANTO

È il giorno più grande che la storia ricordi. Nessun giorno come questo è giorno di morte; nessun giorno come questo è giorno di Vita. Al cospetto del monda intero sta nella maestà della morte il Crocefisso: «La vita offrì la morte per portare con la morte la vita». È in questo giorno che incominciò per l’umanità un’era nuova: dell’amore e della grazia. La solenne funzione liturgica è divisa in quattro parti:

1- Lettura di alcuni grandi fatti del Vecchio Testamento, come il racconto della Pasqua Ebrea, e soprattutto il canto della Passione di Gesù, per narrarci le innumerevoli sofferenze di Gesù per poterci salvare.
2- Sull’altare vengono poste delle tovaglie di lino bianco e poi il Sacerdote celebrante inizia le solenni preghiere per la Chiesa Santa di Dio, per il nostro Beatissimo Papa Giovanni, per i Vescovi ed i Sacerdoti, per coloro che governano i popoli, per coloro che saranno rigenerati dalla grazia del Battesimo, per la necessità dei fedeli cosi presentate al Signore: «Preghiamo fratelli dilettissimi, Dio Padre Onnipotente, affinché purghi il mondo da tutti gli errori, disperda le malattie, scacci la fame, apra le carceri, spezzi le catene, accordi ai pellegrini il ritorno, agli infermi la sanità, ai naviganti il porto della salvezza». Inoltre alza la preghiera per l’unità della Chiesa, per la conversione dei Giudei e degli infedeli.
3- La III parte della solenne liturgia assume un aspetto veramente commovente: un ministro porta all’altare la Croce Velata ed il Sacerdote celebrante ponendosi presso i gradini dell’altare e scoprendo grado grado la Croce Velata canta con tono sempre crescente questa invocazione: «Ecco il legno della Croce, dal quale dipende la salvezza del mondo»; tutto il popolo inginocchiandosi risponde: «Venite, adoriamo!».

Terminato il rito dello scoprimento della Santa Croce, iniziando dal Sacerdote, tutti passano ad adorare la Croce ed a baciare il Crocefisso. Mentre con grande silenzio e raccoglimento si svolge questo rito, la Scuola di Canto ripete: «Popolo mio che ti ho fatto? O in che ti ho contristato? Rispondimi! lo ti esaltai con grande potenza e tu mi sospendesti al patibolo della Croce».
La S. Comunione termina poi il solenne rito del Venerdì Santo.

 

SABATO SANTO

Prima del tramonto di Venerdì, la salma di Gesù era nel sepolcro. La fine di colui che si era proclamato Figlio di Dio non poteva essere più ingloriosa: tradito da un discepolo, scomunicato dal Sinedrio, bestemmiato da un popolo intero, abbandonato perfino dai suoi apostoli, era morto sul patibolo degli schiavi in mezzo a due volgari malviventi. Ora il suo corpo giaceva nel sepolcro.
La vittoria dei nemici di Gesù era completa. Solo che il sedicente Figlio di Dio, ora chiuso e sigillato nel sepolcro, quando era ancora vivo aveva detto: «Dopo tre giorni risorgo!». La mattina della Domenica, le pie donne e i discepoli trovarono il sepolcro vuoto! Non il sepolcro, ma la risurrezione gloriosa è la conclusione della vita terrena di Gesù. Con le feste pasquali celebriamo solennemente il ricordo della risurrezione di Cristo; e perché questo ricordo sia veramente efficace, la Chiesa con riti solenni e suggestivi ci invita a cogliere abbondanti frutti della risurrezione di Cristo, mediante una completa e definitiva rinnovazione inferiore. I riti solenni della veglia pasquale li possiamo presentare in questo modo:

– Il canto della Luce: davanti alla porta della Chiesa viene benedetto il fuoco ed il grosso Cero Pasquale, simbolo di Cristo. Entrando poi dalla porta principale della Chiesa, il diacono che regge il cero, canta a voce solenne: «Lume di Cristo» mentre tutti rispondono: «Siano grazie a Dio». Mentre la processione della Luce entra in Chiesa con i ministri, tutte le luci vanno grado grado accendendosi. Quando il Cero è giunto all’altare, viene posto in centro e circondato da luce e incenso, viene esaltato nel suo simbolismo, con queste mirabili parole: «Si rallegri la terra irradiata da sì grandi splendori, e, illuminata dal fulgore dell’eterno Re, senta di essere finalmente liberata dalle ombre che avvolgevano il mondo intero».
– Il canto dell’acqua: mentre tutti invocano l’aiuto dei Santi, è posto davanti all’altare un recipiente d’acqua. Il Celebrante inizia la solenne benedizione e consacrazione, perché quest’acqua dovrà servire al Battesimo di tutti i nuovi bambini dell’anno. Terminato questo rito, prima che l’acqua sia portata al Sacro Fonte Battesimale, i presenti rinnovano le Promesse battesimali con le quali si rinunzia a Satana ed alle sue opere al mondo che è nemico di Dio e si promette di servire fedelmente il Signore nella Chiesa Cattolica.
– Il canto dell’Alleluia: tutto è pronto; i ministri hanno indossati gli abiti della gioia e l’altare è parato a festa con fiori e luci, ed ecco il momento solenne: con voce commossa il Sacerdote Celebrante canta il «Gloria in Excelsis», prorompe il suono dell’organo, tutte le campane sciolgono il loro concerto. È PASQUA DI RISURREZIONE! Ed allora: «Fratelli, se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, ove Cristo siede alla destra di Dio; abbiate il gusto delle cose celesti, non di quelle terrene. Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

 

PREGHIERA DI RESURREZIONE

Per tutto il dolore sofferto ridammi, Dio, la
speranza per cui ho sognato ad occhi aperti.
Tutto un seguir di nuvole sono stati i miei
pensieri; dolce mondo di favole.

Le cose tutte hanno spesso confinato col cielo e
pur mi ritrovo distante da Te.

Non più le piante, i fiori, il mare le albe, i tramonti
mi fanno piangere di gioia: è morta al mio viso
ogni traccia d’incanto. Il tempo ha scandito coi
giorni e le ore anche il vuoto nella mia vita.

C’era nelle stelle un mistero che m’incantava ed
ora non intendo più.

Di nient’altro ho bisogno, o Signore che di
risorgere con Te, null’altro desidero che Te.
Inasprisci il dolore, ma ridonami la resurrezione!

don Pierino