Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Pasqua è ripartire insieme, con Gesù risorto

Tutti noi facciamo continue esperienze di piccoli e grandi fallimenti nella nostra vita, perché nessuno è perfetto quantunque tutti siamo in ricerca della perfezione. Del resto è Dio stesso che ci chiede di camminare verso questa meta: “Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”; “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste”. Ebbene, questo cammino di perfezione o di santità chiede una perseveranza, che di fronte ai cedimenti non si lascia abbattere e che, anzi, rafforza il coraggio di rialzarsi e di ripartire. Dio che ci chiama alla santità non è impaziente e frettoloso, solo ci chiede di non stancarci, di non cedere alla delusione, di non lascarci vincere dallo scoraggiamento o dalla paura di non farcela. Ci chiede di ricominciare ogni volta. Tutta la nostra vita qui sulla terra è sempre un nuovo inizio, fin quando saremo introdotti nella pienezza della vita. E Dio ce ne dà sempre la possibilità; anzi è lui stesso che ci incoraggia e ci dà i mezzi per riprendere ogni volta.

Del resto Gesù, il Figlio di Dio, così ha fatto con i suoi apostoli. Ricordate Pietro che voleva essere maestro di Gesù, insegnandogli come si fa a fare il Messia? Lo ricordate quando afferma che darà la vita per Gesù, mentre poi nell’orto degli ulivi invece di far compagnia a Gesù si addormenta e con lui Giacomo e Giovanni? Questi ultimi, poi, mentre Gesù annunciava la sua passione e morte, pensavano ai posti da occupare nel regno di Gesù. Ricordate quando di fronte alla domanda – “anche tu sei uno dei discepoli di Gesù?” – per tre volte Pietro ha risposto: “Non lo conosco”? Ricordate il tradimento di Giuda, che ha venduto Gesù per trenta denari? Ricordate l’affermazione riportata nel Vangelo secondo Marco, dopo che Gesù venne arrestato nell’orto degli ulivi: “Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono”? E questi sono solo alcuni dei fatti che dicono la fragilità degli Apostoli di Gesù.

Eppure Gesù, anche dopo il loro abbandono, appena risorto li ha cercati, ha dato loro ducia e ha affidato la sua Chiesa. Noi oggi siamo i discepoli di Gesù.

Seguirlo non è facile!

Per questo è necessario un cammino lungo di allenamento, durante il quale ci si fortifica nella fede, nell’amore a Lui e al prossimo, un amore che ci chiede il dono completo di noi stessi. Tutto ciò richiede sì impegno, ma anche accettazione di sé, delle proprie debolezze, delle cadute e dei fallimenti… per poter capire e accettare gli altri così come sono e camminare insieme, sostenendoci a vicenda. Non per niente Gesù, mentre portava la sua croce al Calvario, è caduto sotto il suo peso, ma sempre si è rialzato perché voleva giungere alla meta: l’innalzamento sulla croce per passare alla gloria della risurrezione. E in questo cammino, per potercela fare, ha accettato l’aiuto di Simone di Cirene. Le sue cadute sono il segno della debolezza della nostra umanità, che lui portava per noi. Questa umanità pur debole, grazie a Lui ora è capace di rialzarsi e di riprendere il cammino per giungere fino alla meta: la risurrezione di ogni giorno dalle nostre cadute e, poi, la risurrezione finale. Il passaggio necessario è, certo, la croce, ma la meta è la risurrezione e la vita. Siamo, dunque, invitati a ripartire ogni giorno, ogni momento, chiedendo e accettando l’aiuto di Dio e dei nostri fratelli, senza sentirci umiliati, bensì amati di un amore che purifica, rinnova, rafforza e conduce alle vittorie temporanee e a quella definitiva.

E la Pasqua annuale è il tempo e il luogo più propizio per consegnare tutte le nostre sconfitte, i nostri peccati, le nostre lacerazioni… a quel Dio che, per mezzo della croce e risurrezione di Gesù, se ne fa carico e ci ridona l’energia necessaria per risorgere a vita nuova e riprendere il cammino dietro a Gesù. Un cammino di discepoli che versano lacrime di pentimento e allo stesso tempo di gioia per essere riammessi alla vita divina ricevuta nel battesimo, come le lacrime di Pietro dopo il suo rinnegamento.

Ripartiamo insieme in questa nuova Pasqua. Ripartiamo da uomini e donne nuovi con la stessa gioia degli apostoli che, dopo aver abbandonato Gesù alla sua sorte, convinti di non poterlo più rivedere e di non meritare di rivederlo, lo vedono tornare raggiante di luce, per accogliere il loro dolore e il loro pentimento e trasformarlo in una gioia incontenibile, che li rende nuovamente disponibili alla sequela e alla missione che Gesù vuole affidare loro.

Questa è la Pasqua: riconoscere che Gesù mostra la sua potenza d’amore proprio attraverso la nostra debolezza, da noi riconosciuta e da lui redenta.

Buona Pasqua a tutti.

Sì, è veramente risuscitato!

16 aprile 2017
Pasqua

Quello prima di Pasqua fu un sabato diverso dagli altri. Non appena fu terminato le donne accorsero al sepolcro. Pensavano che fosse tutto quello che restava loro di Gesù, lì al sepolcro. Sì un sepolcro, l’unico punto di incontro con Gesù crocifisso e addormentato nella morte. Ma nemmeno questa Pasqua era stata come le altre, come tutte quelle che si erano succedute da secoli, fin dalla traversata del Mar Rosso. Tanti agnelli, senza difetto, maschi e nati nell’anno, erano stati immolati, anno dopo anno, in questa notte santa, prima di essere consumati dai credenti con in mano il bastone, imitando l’Esodo di un tempo. Ma questa volta, nemmeno l’agnello pasquale era stato come gli altri; era stato unico, quello annunciato da tutti i precedenti: l’Agnello di Dio, giunto a togliere il peccato del mondo.

Mentre si affrettavano per raggiungere il sepolcro, le donne si preparavano a identificare un cadavere. Ma ciò che le attende e completamente diverso; contavano di trovare Gesù a riposo nel sepolcro. Il Signore non c’è più, il Suo riposo è terminato, glielo assicura l’angelo. Devono solo guardare per verificare che è così, “Venite a vedere il luogo dov’era deposto”; e poi infine la bella notizia, unica, sorprendente: è risorto proprio come aveva detto. Avranno creduto immediatamente alle parole dell’angelo? C’è un misto di timore e di gioia in loro. Con timore e gioia grande si precipitano a portare la notizia ai discepoli, invano d’altronde. Secondo l’evangelista gli uomini rifiutano di prestare fede a queste chiacchiere, perché provengono da donne, secondo la mentalità del tempo. Ma il Signore ci sorprende anche qui. Certo, nel momento in cui si allontanano in fretta dal sepolcro sanno solo per sentito dire, solo per le parole di quell’angelo, anche se il loro intuito femminile e il presentimento del loro cuore anticipano qualsiasi altra prova.

Ma non hanno potuto vedere o toccare Gesù, senza alcuna sorpresa da parte loro in fondo, “Non è qui” ha detto l’angelo, non è qui. E tuttavia non appena hanno iniziato la loro corsa verso i discepoli, a una svolta della strada, Gesù appare loro nella luce radiosa di quest’alba domenicale. Eccolo dunque, non aspetta, si fa vedere e questa volta si fa anche toccare in carne ed ossa, il Risorto. Ormai lo conoscono meglio, molto meglio che per sentito dire: i loro occhi Lo hanno visto, le loro mani Lo hanno toccato; mai più dubiteranno che Gesù sia realmente vivo. Mistero, questo, della presenza Pasquale di Gesù, mistero che si prolunga fino ad oggi nella fede della Chiesa e nella nostra fede. Il Gesù prima di Pasqua, vivo o morto secondo la carne, non esiste più. E’ inutile volerLo far ritornare come prima, è inutile tornare alla tomba. Tuttavia è più che mai presente, secondo lo Spirito risuscitato, vivo per sempre.
Lui ha anche promesso di restare con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ma Egli si rende palpabile e visibile soltanto dalla nostra fede: a occhi e mani di coloro che credono davvero. Le formule del credo della catechesi sembra che non siano sufficienti, in generale permettono soltanto di conoscere così per sentito dire, a meno di diventare improvvisamente lo strumento e il luogo privilegiato dell’incontro. Ora, oggi questo non dipende né da noi né dal catechismo e nemmeno dalla Chiesa, ma unicamente e gratuitamente da Lui, dal Gesù risuscitato.

Una mattina, una sera, magari preferibilmente di notte, chissà, alla svolta di una strada o nel silenzio di una stanza, come e quando Lui vorrà, ci basta desiderarLo, il Signore, chiedere e accettare di aspettare; quando per ognuno di noi sarà giunta l’ora Lo riconosceremo come le donne, grazie a due indizi che non ingannano mai: un timore sacro e dolce, che è il contrario della paura, e una gioia indicibile; due segni certi dell’amore. E anche noi potremo più dubitare “sì, è veramente risuscitato”. Allora, quando Lo incontreremo, anche noi correremo senza resistere ad annunciarLo ovunque, come quelle donne con timore, ma con gioia grande.

Cristo è veramente risorto e vi precede in Galilea

Durante tutta la quaresima la Chiesa, attraverso la Parola annunciata, la liturgia celebrata e la proposta di esercizio della carità, ci ha invitato a verificare la nostra fede, a confrontarci con la parola di Dio, a guardare alle miserie umane e a riconoscere la nostra personale miseria, il peccato, invitandoci a porvi rimedio. Ci ha sollecitato a fare una scelta tra la Vita e la morte, tra il Bene e il male, tra Dio e il Satana. Ci ha proclamato la misericordia di Dio, che precede la nostra richiesta di perdono e rinnova la nostra vita, donandole quella pace e quella gioia che spesso cerchiamo in cose o eventi che non ci soddisfano mai.

Ci ha offerto l’acqua viva dello Spirito, ci ha mostrato in Gesù il modello di una vita umana piena, capace di affrontare le tentazioni e di vincerle, di vivere la vita nella ricerca del vero cibo – “fare la volontà del Padre” –, di instaurare relazioni di amore autentico con Dio e con il prossimo; un amore fatto di accoglienza, soccorso, condivisione, gratuità, servizio, perdono, dono di sé fino alla morte. Ci ha mostrato come l’epilogo umano di questo stile di vita sia una morte cruenta, un fallimento totale. Ma ci ha anche ricordato che Gesù aveva annunciato questo epilogo, dichiarando però che “le vie di Dio non sono le nostre vie … i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. Infatti ci ha detto: “Chi perderà la sua vita per me la troverà”, così come Lui ha perso la sua vita per compiere la volontà del Padre e l’ha ritrovata nella risurrezione.

Ora, quel Gesù che noi uomini abbiamo condannato a morte e crocifisso, con la sua risurrezione testimonia la verità del suo messaggio: la Vita vince sulla morte, la vita è dono di Dio, appartiene a Lui e solo chi la vive in Lui può averla per sempre. Lui ne è l’autore, Lui ne è il custode, Lui ne è la sorgente eterna. L’uomo può manipolarla, sfigurarla, porre fine alla sua esperienza terrena, ma non può né darla né toglierla … perché la vita è di Dio, è Dio.

Ecco perché quel Cristo che “voi avete ucciso Dio l’ha risuscitato” ed ora nel mondo degli uomini Lui canta la vita per mezzo di coloro che hanno creduto in Lui e formano il suo Corpo, la Chiesa. Egli, apparendo alle donne dopo la sua risurrezione, dà loro un messaggio per i suoi Apostoli: “Dite ai miei fratelli che io li precedo in Galilea: là mi vedranno”.

Dopo l’esercizio quaresimale, anche noi, che nella Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, siamo invitati a non fermarci al rito, che pure va celebrato con partecipazione e gioia, perché qui, nella liturgia celebrata insieme con la comunità, facciamo esperienza e incontriamo il Cristo Risorto. Se vogliamo riconoscere che Gesù è la nostra vita dobbiamo saperlo incontrare nella vita di ogni giorno: nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nel povero, nel forestiero, nell’amico e nel nemico, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, nella fame e nell’abbondanza … Lui ci precede in ogni situazione della vita, perché è Lui la nostra vita. Allora ha senso celebrare la Pasqua. Noi siamo chiamati ad uscire dalla “nube” del mistero per immergerci nella realtà dell’esistenza quotidiana ed essere segno efficace (“sacramento”) del Cristo Vivente, che ci comunica la vera vita, e riconoscere nell’altro (qualsiasi altro) un segno efficace (“sacramento”) del Cristo che si manifesta a noi, desideroso di essere riconosciuto nel volto di ogni uomo: povero o ricco, sfigurato o pulito, dotto o ignorante, sano o ferito, bianco o nero, cristiano o musulmano, credente o non credente. Questa è la nostra “Galilea”, nella quale portiamo la nostra specificità di cristiani che hanno incontrato la Vita e desiderano annunciarla a tutti, non solo con la parola, ma anche con i gesti di quella stessa Vita, gesti d’amore gratuito e misericordioso. La nostra “Galilea” è la vita di tutti i giorni, nella quale Gesù ci precede perché, dopo averlo celebrato e incontrato nel mistero, riconosciamo che la sua presenza è ovunque e anche fuori dal tempio possiamo adorarlo, perché “Dio è spirito e oggi è il tempo in cui si deve adorarlo in Spirito e verità”.

Se lo incontriamo così, Gesù cambia la nostra vita personale, famigliare, sociale e ci proietta in un mondo di pace, gioia, amore e la speranza cristiana ci darà nuove motivazioni per vivere e aiutare a vivere.

Buona Pasqua!