Il saluto del sindaco

Carissimo Don Giovanni,

oggi sento forte la responsabilità di dover interpretare i tanti sentimenti della comunità di Leno, da me rappresentata, nell’ indirizzarLe il saluto di arrivederci e il ringraziamento per il cammino fatto insieme.

Un cammino breve, eppure per corto che sia il tragitto, camminare insieme lega, avvicina e unisce; e se le strade ad un certo punto prendono percorsi diversi, la meta rimane la stessa. Questo è quello che Lei ci ha insegnato in questi anni, e ce lo ha dimostrato accogliendo con disponibilità, obbedienza e sobrietà il nuovo incarico che il nostro Vescovo Sua Eccellenza mons. Tremolada Le ha affidato.

Ora si apre davanti a Lei una nuova stagione, una missione diversa che, sono certa, saprà affrontare con lo stesso impegno e la stessa dedizione che hanno caratterizzato il Suo mandato pastorale presso di noi.

Da sindaco La ringrazio, per la pronta disponibilità, per la presenza costante e per la sincera collaborazione che ci hanno permesso di trovare soluzioni a problemi urgenti e di raggiungere obiettivi e risultati comuni. Da parrocchiana non dimenticherò l’impegno profuso, i valori umani, sociali e cristiani che ci ha donato e che sono certa ci guideranno nel nostro percorso futuro.

Per questo tutta la comunità ecclesiale e civile Le è grata e Le esprime con affetto voti augurali per il Suo nuovo mandato.

Buon cammino Don Giovanni e nelle Sue preghiere continui a ricordarsi di noi.

Il sindaco
Cristina Tedaldi

Carissimo Monsignor Giovanni Palamini​

La gratitudine è come un occhiale tramite il quale vedo il bene che c’è nell’altro.

Anselm Grün

Siamo abituati a dare tante cose per scontate, a pensare che tutto ci sia dovuto, che tutto ci spetti di diritto. Gratitudine significa accorgersi che, invece, tutto è dono. Significa rendersi conto di quanto la presenza dell’altro sia motivo per dire grazie!

Carissimo Monsignor Giovanni Palamini​,
è arrivato il momento di salutarla e soprattutto di ringraziarla per tutto quello che è stato e ha fatto per me e per la comunità parrocchiale. La parola “grazie” avremmo dovuto forse dirgliela più spesso, in modo più esplicito e affettuoso; oggi cerco di recuperare!

In realtà la capacità di ringraziare è dono dello Spirito e la riconoscenza verso di lei porta a guardare il volto buono del Signore che attraverso il suo sacerdozio ha guidato la nostra comunità in questi anni di cambiamento per la Chiesa. “Aprite le porte a Cristo” diceva Papa Woityla e i suoi successori non hanno fatto altro che confermare questa visione di Chiesa dove ci sia posto per tutti e dove tutti si sentano corresponsabili dell’annuncio del Vangelo, fatto non solo a parole ma soprattutto con l’esempio.

Grazie per avermi fatto sentire nella Chiesa come pietra viva, preziosa, in grado di portare il contributo in base a quello che sono e a quello che riesco a fare.
Grazie dunque perché ha cercato di fare della parrocchia di Leno una realtà aperta, dando testimonianza che l’apertura, la collaborazione per il bene comune, devono essere la prima caratteristica di noi cristiani. Noi parrocchiani forse non riusciamo sempre ad avere questa naturalezza cristiana, ma lei ha fatto il possibile per indicarci questa strada .

“Aprite le porte a Cristo” significa che credere in Gesù non è una scelta ideologica, ma è l’incontro gioioso col Signore, la costruzione di una relazione
profonda con Colui che ci ama da sempre. Quante volte l’ha ricordato e testimoniato, cercando di accogliere tutti con benevolenza. Grazie per la sua capacità nel predicare, nell’ascoltare, nel stare in silenzio, nel misurare le parole e per la mitezza con cui lei si è comportato in tante situazioni difficili. Grazie perché non ha mai smesso di togliere il suo sguardo di bene dalle nostre famiglie con la sua preghiera e, con le parole dette sempre con discrezione e rispetto, ci ha aiutato a stare vicino al Signore e a riconoscere che Lui continua ad essere vicino a noi in tutti i momenti gioiosi e dolorosi della vita.

L’amore per Gesù Cristo e per il suo popolo, la Chiesa, ha fatto di lei una guida sempre attenta in grado di condividere gioie e dolori, avendo una cura particolare per gli ammalati, gli anziani. Incoraggiandoci e sostenerci con passione, generosità e sollecitudine ha fatto sì che la sua presenza in mezzo a noi diventasse una benedizione di Dio per tutta la nostra comunità Lenese.

Per tutto quello che è riuscito a trasmettere e infondere nel cuore di ciascuno, le auguro di continuare a vivere con il cuore radicato in Gesù Cristo e nel Suo Vangelo il suo ministero sacerdotale.

Alessandro

Attività estiva: Menonera Missionaria

Un Sinodo di speranza: il riconoscimento dei diritti culturali e territoriali delle popolazioni tradizionali dell’Amazzonia è una conquista ottenuta al caro prezzo di molte lotte e sangue. La loro consacrazioni in norme, negli ultimi decenni, ha portato a vittorie significative, che ora però sono minacciate. Le lotte di questi popoli sono comuni a migliaia di esperienze che storicamente hanno cercato di mettere in pratica “un altro modo di possedere la terra”. Siamo fiduciosi che il Sinodo sull’Amazzonia, che si terra il prossimo Ottobre, apra davvero nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale, facendo conoscere le esperienze di queste popolazioni, aiutandole a difendere i propri diritti.

Anche quest’anno si è conclusa la nostra attività, coordinata dalla Commissione Missionaria, ha visto la partecipazione di un centinai odi volontari, appartenenti alla commissione stessa, gli adolescenti e i gruppi famiglie, il centro Diurno Disabili e il centro Eureka del Gabbiano di Pontevico, Manuel, Patrizia, Silvana della Casa Alloggio Monica-Crescini di Leno, che hanno svolto un servizio gratuito. Il ricavato dell’ iniziativa andrà a sostegno dei missionari per le loro opere di evangelizzazione, nella pastorale della catechesi e della liturgia, nella promozione umana attraverso corsi di alfabetizzazione, educazione sanitaria, nelle formazione professionale. I nostri referenti sono missionari di origine lenese e non. Sacerdoti religiosi e laici che operano attraverso il Centro Missionario Diocesano, Padri Saveriani e Comboniani, e alcune Associazioni. Ringraziamo tutti i volontari e gli amici, che passando a trovarci ci hanno permesso di realizzare tutto questo. 

Grazie o Signore per il dono dei figli

Ti ringraziamo o Signore per averci sostenuti nei momenti in cui sembrava che non fossimo destinati a diventare genitori e quando le gravidanze si sono interrotte nonostante i nostri sforzi.

Ti ringraziamo o Signore perché poi sono arrivati due splendidi tesori e con loro un carico di gioia, speranza, fatiche e preoccupazioni.

Ti ringraziamo o Signore di donarci la sapienza affinché possano crescere amando e apprezzando la vita, affinché possiamo donare loro tutti gli strumenti per vivere in questa bellissima ma complicatissima società, affinché possiamo insegnare loro che la vita è meravigliosa se vissuta con gli altri, affinché possiamo far comprendere che le difficoltà sono parte della vita e vanno affrontate perché anche la fatica ha un valore e sopra ogni cosa affinché possano imparare a vederti e ad incontrarti in ogni fratello e in ogni piccolo gesto che segnerà la loro vita.

Grazie

Chiara e Enrico

Lettera da Za Kpota

Carissimo Mons. Giovanni,

ho ricevuto da Sr Cristina il dono (duemila euro) che lei e la sua comunità della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Leno, hanno voluto fare alla missione delle Maestre Pie Venerini a Za Kpota (Benin).

Grazie di cuore, per aver pensato a noi!

Sono Sr Laurence Donhouédè, mpv beninoise e, dalla fine di luglio 2018, inviata alla missione di Za Kpota. Ho assunto con fede, entusiasmo e gioia il mio nuovo ministero apostolico in questa meravigliosa, povera terra. Con l’aiuto della onlus “Semi di Rosa” che affianca la mia Congregazione nel lavoro missionario, abbiamo iniziato a realizzare un importante sogno : costruire un piccolo dispensario – primo soccorso sanitario per tutti i nostri fratelli che non possono permettersi il lusso di essere curati a pagamento nelle strutture pubbliche. Abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione di un fatiscente fabbricato… affrontando fatiche e difficoltà di ogni genere. Non ci lasciamo scoraggiare e, forti della benedicente presenza di Santa Rosa Venerini  sempre al nostro fianco, continueremo a dar vita  a tutti i sogni dei piccoli e dei grandi a noi affidati a Za Kpota.

Insieme ai nostri bambini della piccola scuola materna, ai ragazzi dell’oratorio, alle donne della scuola di alfabetizzazione, innalziamo con gratitudine una preghiera per lei e per tutta la comunità parrocchiale.

Chiediamo a lei di ricordare tutti noi nella sua Eucarestia quotidiana.
Un saluto affettuoso a tutti, da me e dalle mie consorelle Sr Nadège e Sr Flore.

Sr Laurence

Grazie anche a voi di Milzanello

La gratitudine, pur se chi opera secondo lo stile cristiano del servizio a Dio e al prossimo non l’aspetta, quando giunge è sempre gradita e dona gioia e ulteriore motivazione a chi la riceve. Essa non è mai corrispondente al servizio reso, ma è solo segno di gradimento e soddisfazione da parte di chi ha ricevuto un segno di cortesia, di servizio, di attenzione.

Solo la gratitudine di Dio e la sua ricompensa supera di gran lunga lo sforzo compiuto da chi ha reso un servizio a uno dei suoi figli o un atto di culto o di onore a Lui.

Ora, seppur le parole e lo scritto non pareggiano il molto bene ricevuto, desidero esprimere l’immensa gratitudine che porto nel cuore per il cammino fatto insieme con la comunità di S. Michele in Milzanello in questi cinque anni. Quando sono arrivato ho trovato una comunità carica, motivata – per questo devo ringraziare a chi mi ha preceduto. Ora posso dire che queste caratteristiche hanno messo in atto nella parrocchia di Milzanello un moto di purificazione, di confronto e di impegno notevoli, dandole un volto sempre più comunitario e disposto ad affrontare e superare insieme le divergenze, le difficoltà i problemi propri di una comunità piccola, ma eterogenea. Nel cammino abbiamo scoperto la bellezza e la ricchezza della diversità e l’abbiamo rivolta al bene compiuto insieme. La gratitudine è, quindi, rivolta a tutti i membri della comunità: a chi ha potuto partecipare attivamente alla realizzazione dei vari momenti liturgici, di formazione, ricreativi, di sistemazione degli ambienti, di sostegno alle varie manifestazioni; ma anche a coloro che non hanno potuto essere “attivi” in queste situazioni e, però, hanno partecipato da “fruitori”; e pure a coloro che, per vari motivi, non hanno voluto partecipare, ma si sono lasciati interrogare sia dalla loro scelta, sia dalla scelta di coloro che sona stati “attivi” o semplicemente “fruitori”. Io, comunque, ho visto un crescendo di presa di coscienza che, proprio perché la parrocchia è di piccole dimensioni, ha bisogno dell’apporto di tutti perché non perda la sua vitalità e unicità e possa contribuire positivamente a costruire una vera comunione con le altre parrocchie, che hanno comunque bisogno della “figlia più piccola”, non fosse altro che per esercitarsi ad un amore tenero, come quello di un padre o una madre verso la figlia più piccola o, ancora, dei fratelli verso la sorellina più piccola. Del resto ho notato anche un crescere graduale, per verità con un po’ di fatica, verso quella “unità pastorale” che siamo chiamati a costruire, accettando e offrendo collaborazione, partecipazione e confronto nelle varie proposte interparrocchiali. 

Continuiamo così, sempre alla ricerca del meglio, non abbassando mai l’impegno, l’entusiasmo e il coinvolgimento: sempre in nome di quel Gesù che tutti chiama ad un amore vero e autentico, che non ha bisogno di incentivi, perché è un amore gratuito: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi … Da questo conosceranno che siete miei amici”.

Grazie a tutti: coloro che semplicemente, ma con convinzione, partecipano alla messa festiva del sabato o della domenica, ai malati e agli anziani che si uniscono spiritualmente alla nostra preghiera e alla nostra carità, ai catechisti, a tutti i volontari (sacristi, animatori, manutentori, incaricati per la pulizia, per i fiori, per la biancheria …), all’ANSPI, al coro, ai ragazzi che fanno servizio liturgico, ai ministri straordinari della comunione. Grazie alle famiglie che frequentano l’oratorio con i loro bambini. Grazie ai papà, alle mamme, ai nonni/e, ai bambini, agli adolescenti, ai giovani, agli adulti, agli anziani, ai pensionati e a chi lavora, agli agricoltori, agli operai, ai professionisti … a don Ciro, che si è appassionato a questa nostra comunità, alle persone e agli ambienti e cerca di coordinare al meglio tutto; insieme a lui grazie anche alle suore che, pur discretamente, sono presenti anche al cammino di Milzanello e agli altri sacerdoti che si alternano per non far mancare i sacramenti e la Parola di Dio: l’alimento più importante per la nostra vita cristiana. Grazie!

Insieme abbiamo fatto crescere la comunità e, per servirla meglio, abbiamo cercato anche di mantenere al meglio le strutture: abbiamo sistemato il portico nel retro della chiesa, ripristinato il rustico per avere un luogo coperto per la cucina durante le feste, messo a norma i giochi, rifatto il muretto e la rete di recinzione, restaurato la sala per i compleanni, sistemato alcuni infissi, rifatto i servizi igienici e messi a norma, messo a norma la caldaia della chiesa, risanato la stanza dove ora è posto il battistero, installato i nuovi corpi illuminanti in chiesa … E le nostre casse non sono vuote grazie anche all’attività del bar, alle offerte da parte di chi usufruisce dei nostri ambienti (un grazie speciale a chi si dedica alla gestione di queste attività) e alla beneficenza di alcune persone, famiglie e ditte che danno un contributo economico quando si tratta di affrontare opere un po’ più onerose del normale, come quelle che abbiamo elencato.

A nome dei sacerdoti e delle Suore

don Giovanni

Celebrazioni per l’80imo anniversario

Carissimi Lenesi, non è da tutti spegnere 80 candeline in buona salute…il Gruppo Alpini di Leno lo ha fatto quest’anno!

É pur vero che il peso degli anni si fa sentire, anche perchè portiamo sulle spalle un pesante fardello che ci è stato consegnato dai nostri “Veci Alpini” fondatori del Gruppo, ma è comunque un fardello piacevole da portare.

Purtroppo molti di Loro se ne sono “andati avanti” e a noi è rimasto l’onore e la responsabilità di proseguire, di non mollare e di continuare il cammino intrapreso, anche se la strada da affrontare è in salita e irta di ostacoli, ma noi siamo gli Alpini, e  come dice il nostro motto “per gli Alpini non esiste l’impossibile”.

Il 2018 è stato un anno memorabile colmo di impegni, culminato con i festeggiamenti per gli 80 anni di fondazione del Gruppo.

É per questo motivo che abbiamo voluto ricordare questa importante tappa della nostra storia, organizzando una serie di eventi legati al centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, commemorando e onorando i nostri Caduti e Combattenti di tutte le guerre, i quali hanno messo in gioco la loro vita, per veder sventolare il tricolore e donarci un futuro di pace e libertà.

La prima iniziativa è stata la rappresentazione di “Quel lungo treno”, ossia la grande guerra vista dagli occhi di un conduttore di treni; successivamente, abbiamo allestito una mostra presso la Villa Badia dedicata interamente a “La Grande Guerra 1915/1918”; un grande successo ha ottenuto la fiaccolata verso il cimitero cittadino, con la partecipazione di numerosissimi compaesani, nella quale abbiamo ricordato con una cerimonia toccante, tutti i Caduti Lenesi della Grande Guerra.

Fiore all’occhiello, è stata la sfilata per le vie cittadine, che ha visto la partecipazione di moltissimi labari alpini provenienti da tutti i paesi della provincia di Brescia e dalle Province limitrofe. La buona riuscita della manifestazione è stata dovuta alla massiccia presenza di penne nere e da moltissimi cittadini che hanno invaso le vie del paese; tutto questo per noi è motivo di orgoglio.

Queste nostre iniziative, non avrebbero il successo che hanno riscosso e che ottengono, se non ci fosse il supporto imprescindibile di tutti vuoi cittadini.

Vogliamo cogliere l’occasione per ringraziare tutti coloro che si sono uniti a noi, a partire dai labari intervenuti alla sfilata, l’Amministrazione comunale, le forze dell’ordine rappresentate dall’Arma dei Carabinieri del Comando Stazione di Leno e dal Corpo di Polizia Locale del comune di Leno, l’Oratorio con Monsignor Don Giovanni e Don Davide e tutti i loro collaboratori, la Cassa Padana e il Dominato Leonense, tutte le Associazioni d’Arma e di Volontariato lenesi e sopratutto tutti i concittadini che hanno condiviso e partecipato con noi alle nostre iniziative.

Un particolare ringraziamento alle nostre due Madrine, Sig.ra Perotti Marietta e Sig.ra Gobbi Vincenza, sempre presenti e vicine al nostro Gruppo.

Possiamo quindi dire con orgoglio che sono 80 anni portati davvero bene, con un solo rimpianto quello di non avere più con noi tanti nostri cari “Veci Alpini”, ma comunque siamo felici perchè fieri e consapevoli di percorrere la giusta strada.

Un saluto ed un caloroso abbraccio a tutti.

Gruppo Alpini Leno

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Il nostro grazie per San Paolo VI

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante la Messa di ringraziamento per la canonizzazione di San Paolo VI. Alla celebrazione erano presenti 26 suore di clausura dei monasteri della Diocesi invitate da mons. Tremolada

Carissimi fratelli nell’episcopato e nel presbiterato, Illustrissime autorità, amati fratelli e sorelle nel Signore, oggi siamo qui riuniti per ringraziare. Un sentimento di profonda gratitudine ancora ci accompagna a pochi giorni dall’evento della canonizzazione di Giovanni Battista Montini, figlio di questa terra bresciana, divenuto sommo pontefice della Chiesa universale con il nome di Paolo VI e dalla stessa Chiesa universale proclamato santo al mondo intero. “Tu o Signore – diremo tra poco nel Prefazio – ci dai la gioia di celebrare la memoria di san Paolo VI papa: con i suoi esempi la rafforzi, con i suoi insegnamenti l’ammaestri, con la sua intercessione la proteggi”. Quella di san Paolo VI è una memoria che potremo celebrare d’ora in poi ogni anno nella liturgia ma che potremo anche custodire personalmente nel cuore. Memoria cara e consolante. I santi sono infatti anzitutto degli amici, dei fratelli nella fede, custodi e difensori prima ancora che esempi e modelli. Giovanni Battista Montini fa parte di quella schiera di veri credenti che ora si volgono al mondo con lo sguardo misericordioso del Cristo risorto e nella sua potenza operano a favore dell’umanità.

Siamo dunque qui per ringraziare. Personalmente, sento il vivo desiderio di sondare meglio le ragioni di questo ringraziamento, per rendere più consapevole la nostra gratitudine, per dare al nostro sentimento maggiore chiarezza e intensità ma soprattutto per rendere il giusto onore a Dio, al suo amore provvidente, che trova nei santi una sua singolare manifestazione. La canonizzazione di Paolo VI è il motivo della nostra gioia, ma i risvolti di questo evento sono molteplici. Coglierne le diverse risonanze significa comprenderne meglio la ricchezza.

Perché dunque vogliamo oggi ringraziare il Signore?

Anzitutto perché abbiamo un nuovo santo. Ogni santo è un dono alla Chiesa e all’umanità. È una pietra preziosa che va a incastonarsi nella storia del mondo. È la dimostrazione che Dio esiste, che si fa conoscere, che opera nella vita di ogni uomo ed è capace di farne un capolavoro. La santità, intesa come manifestazione della bellezza originaria dell’umano, è la testimonianza più chiara del mistero di bene che sta all’origine del mondo e che nel mondo è all’opera, sempre passando attraverso i cuori dei veri credenti. Ogni epoca è benedetta da Dio grazie ai santi che vi appartengono. La loro vita e la loro testimonianza assumono dei tratti specifici proprio in relazione al tempo in cui vivono e di cui divengono insieme protagonisti e rappresentanti. Essi rispecchiano e trasfigurano il momento storico che li ha visti nascere e morire ed anche il territorio nel quale sono cresciuti.

Da qui deriva il secondo motivo del nostro ringraziamento. Noi siamo grati al Signore perché Paolo VI è un santo bresciano. La santità è sempre incarnata. Porta i segni della terra da cui si proviene e in cui affondano le proprie radici. Così è anche per Giovanni Battista Montini. Egli è parte viva di questa terra e di questa Chiesa. I suoi occhi hanno visto il luoghi che anche noi conosciamo bene; il suo cuore si è affezionato agli ambienti che sono cari a tutti i bresciani, paesaggi e santuari; la sua memoria ha custodito il ricordo di esperienze legate a case, chiese, scuole, paesi, valli, laghi, pianure cui ognuno di noi sa dare un nome preciso. Soprattutto, la sua personalità, trasfigurata dalla sua santità, mostra i tratti evidenti di quella identità bresciana che credo si possa riassumere nella capacità di coniugare contemplazione e azione, interiorità e responsabilità, spiritualità e attenzione al mondo, con quello stile di concretezza, laboriosità e decisione e con quel gusto per le cose fatte bene, che sono tipici di queste terre. Il papa che ha guidato i Concilio Vaticano II e lo ha condotto in porto non poteva non avere alcune precise caratteristiche, riconducibili sostanzialmente ad una visione chiara dell’insieme, all’attenzione seria e costante a ciò che si sta seguendo, alla capacità di intervenire con puntualità e concretezza, al desiderio di fare tutto nel migliore dei modi. A tutto ciò si è affiancata in papa Montini la riservatezza, mai fredda o impacciata ma sempre gentile e amabile. Molto spesso frainteso, questo tratto del suo carattere che rimandava alle sue origini, si era trasformato in una evidente testimonianza della sua grande umiltà, della sua vittoria sulla tentazione dell’orgoglio. Nel segreto del suo cuore egli era divenuto capace di farsi piccolo per lasciare spazio alla grazia di Dio.

Vi è una terza ragione che motiva oggi il nostro ringraziamento. La potremmo formulare così: grazie alla sua canonizzazione, possiamo ora annoverare Paolo VI tra i nostri più sicuri intercessori. Possiamo cioè guardare a lui come a un amico potente, che dal Paradiso di Dio volge a noi il suo sguardo vigile e affettuoso. A lui vogliamo allora affidare il nostri cammino di santificazione, il cammino di ciascuno di noi e di tutti noi insieme. Lo faremo nell’ultima orazione di questa liturgia con queste parole. “La comunione con i santi misteri susciti in noi la fiamma di carità che alimentò incessantemente la vita di san Paolo VI e lo spinse a consumarsi per la tua Chiesa”. Sia davvero così: come fu alimentata incessantemente dalla fiamma della carità la vita di Giovanni Battista Montini, possa esserlo la vita di ognuno di noi. Possa questa fiamma d’amore ardere sempre più nella nostra Chiesa bresciana. Possano le nostre parrocchie e tutte le realtà che la compongono conservare quella evangelica freschezza che si manifesta anzitutto nella comunione fraterna e nel servizio ai più deboli e ai più poveri. Possano i nostri giovani riconoscervi la bellezza della fede cristiana, capace di rispondere alle attese del loro cuore e alle grandi sfide dei nostri tempi. Passano i nostri paesi e le nostre città beneficiare di questa testimonianza umile ma vivificante.

Il nostro ringraziamento, infine, si arricchisce dell’eco che ci giunge dalla pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato. Le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli risuonano ancora più forti e chiare nella circostanza che ci troviamo a vivere insieme. In questo momento ci appaiono – oserei dire – inequivocabili, perché le vediamo incarnate nel santo di cui stiamo facendo memoria. “Chi vuole diventare grande tra di voi – raccomanda Gesù – sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Paolo VI fu sommo pontefice della Chiesa cattolica. Egli occupò in essa il posto più alto, ma mai esercitò il potere, mai dominò, mai si fece servire. Quest’uomo grande agli occhi del mondo per la sua posizione, svolse in limpida umiltà il proprio compito, a totale servizio della Chiesa e dell’umanità. Come il suo Signore e per amor suo, egli fece della sua vita un’offerta, un sacrificio che lo portò alla glorificazione attraverso la croce. In alcune particolare vicende della sua vita personale noi ravvisiamo il compimento delle parole profetiche che Isaia ha pronunciato annunciando il Messia e che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”.

Rimane da ricordare la consegna che ci viene da quanto stiamo insieme vivendo, dalla gioia di questa celebrazione. Al ringraziamento si affianca un compito: quello di conoscere Paolo VI, sempre di più, e di farlo conoscere, di amarlo, sempre più, e di farlo amare. È un compito particolarmente nostro, di noi che abitiamo le terre che lui ha abitato e che apparteniamo alla Chiesa da cui egli proviene. Insieme all’umile fierezza di aver espresso un papa santo, sentiamo la responsabilità di custodirne e promuoverne la memoria, con affetto e devozione. Ci aiuti il Signore a farlo nel giusto spirito, a lode e gloria del suo nome e per la santificazione della sua Chiesa.

Coccopalmerio: L’attualità di Paolo VI

La solenne liturgia di ringraziamento, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è stata presieduta dal card. Coccopalmerio che è stato ordinato sacerdote, nel l lontano 28 giugno del 1962, proprio da Montini

La solenne liturgia di ringraziamento, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è stata presieduta dal card. Coccopalmerio che è stato ordinato sacerdote, nel lontano 28 giugno del 1962, proprio da Montini.

“È una grande gioia – ha detto all’inizio della celebrazione il vescovo Pierantonio – per tutti noi celebrare insieme questa eucaristia il giorno dopo l’evento che ci ha inondato il cuore di grande consolazione: la canonizzazione di Paolo VI. Un evento molto atteso dalla Diocesi di Milano e da quella di Brescia. Paolo VI è stato proclamato Santo della Chiesa universale, esempio per il mondo. Siamo davvero molto grati al Signore. Siamo qui a esprimere concretamente, quasi nella forma del segno che in realtà è di più perché è la celebrazione dell’eucaristia, questo ringraziamento per il dono di un Papa Santo. Eucaristia significa ringraziamento. Ringraziamo il Padre facendo memoria del sacrificio del Signore Gesù e dentro questo dono immenso, che è la redenzione, inseriamo la gioia per quest’altro dono: la proclamazione di Paolo VI santo della Chiesa universale”.

Per ricordare Paolo VI, il card. Coccopalmerio è partita dalla prima enciclica, l’Ecclesiam Suam. “L’ha dettata ai Padri del Concilio per far capire loro il suo pensiero e la sua passione per la Chiesa”. La terza parte, intitolata, il dialogo è ancora molto attuale. “È l’intuizione di un modo di pensare e di fare pastorale che la Chiesa ha riscoperto a partire dal Vaticano II”. Oggi può essere importante riflettere “per una conversione pastorale sempre necessaria sia per noi pastori sia per i fedeli”.

Nel corso dell’omelia, il Cardinale ha riletto alcuni passaggi significativi: “Sembra a Noi invece che il rapporto della Chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo, e neppure questo in modo univoco, ma adattato all’indole dell’interlocutore e delle circostanze di fatto (altro è infatti il dialogo con un fanciullo ed altro con un adulto; altro con un credente ed altro con un non credente)”.

“Noi comunichiamo Gesù a persone concrete. Paolo VI e il Concilio hanno riscoperto – ha sottolineato il card. Coccopalmerio – la persona non tanto nella sua generalità ma nella sua singolarità. La persona umana ha degli elementi di singolarità. Paolo VI ci dice che nel dialogo, nel tentativo di comunicare Gesù, dobbiamo guardare negli occhi l’altro. Se considero le persone tutte uguali, faccio un discorso che non viene recepito. È necessario ascoltare le persone che ci stanno davanti per cogliere quel bene e quel dono che ciascuno può dare alla Chiesa. E questa è la radice fondamentale di un’altra forma di pensiero e di impegno della Chiesa: la sinodalità. La sinodalità non è fatta solo di ascolto ma di passione per l’ascolto: desidero sentire quello che tu sei capace di darmi. La sinodalità è una delle strutture più importanti della Chiesa”.