Dio e il coronavirus

Cari fratelli e sorelle, nella ricerca delle cause della funesta epidemia del coronavirus qualcuno ha tirato in ballo anche Dio; saremmo di fronte a un castigo che Dio ha mandato sulla terra per tutto il male che, a causa dell’uomo, sta dilagando nel mondo intero. A rendere particolarmente inquietante e drammatica questa ipotesi è che essa non viene da persone atee o agnostiche, ma da persone che credono in Dio e in Gesù Cristo, perfetta rivelazione di Dio. 

Prima di prendere posizione su questa ipotesi, è importante perciò che chiediamo direttamente a Gesù un po’ di luce su questa vicenda. È ovvio che nel Vangelo non si parla del nostro coronavirus. Tuttavia se ci confrontiamo con ciò che Gesù dice di fronte ad alcune disgrazie della sua epoca, possiamo trovare  indicazioni preziose per interpretare in maniera adeguata anche la tremenda disgrazia attuale.

Nel vangelo di Luca (13, 1-9) si racconta che, mentre Gesù sta parlando, qualcun lo mette al corrente di una notizia sconvolgente: un gruppo di Galilei sono stati massacrati da Pilato mentre stavano compiendo il sacrificio liturgico. Questa notizia veniva ad aggiungersi al ricordo ancora vivo di un’altra disgrazia, che Gesù stesso richiama: diciotto operai che lavoravano per il tempio sono stati seppelliti sotto il crollo di una torre. Gesù percepisce immediatamente ciò che passa nella mente dei suoi ascoltatori: se, a differenza di altri,  questi sono stati di vittime di tali disgrazie, vuol dire che erano dei peccatori e, sia pure attraverso Pilato o il crollo di una torre,   Dio li ha puniti; così essi pensano. Ma Gesù interviene e dice: “Credete che questi fossero più peccatori degli altri per aver subito una tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite,  perirete tutti allo stesso modo”.

La risposta di Gesù è, come sempre, originale e illuminante. Ci dice innanzi tutto che dobbiamo riflettere su quello che accade e non essere  superficiali o indifferenti. Bisogna però stare attenti a non riferire a Dio ciò che non gli corrisponde. Gesù infatti con quel “credete voi che questi uomini fossero più peccatori degli altri?” afferma esplicitamente che, anche se il male che si compie nel mondo sta sotto il giudizio di Dio,  tuttavia non si può dire che le disgrazie siano un castigo di Dio.  Dio non punisce nessuno, perché non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Se l’epidemia del coronavirus fosse un castigo di Dio per i nostri peccati, avremmo dovuto morire tutti, perché tutti siamo peccatori. Dio non è un gendarme che va cercando colpevoli per castigarli.

Gesù però aggiunge: “Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Con questa affermazione Gesù non vuole terrorizzarci. Semplicemente ci sollecita a  fare tesoro anche delle disgrazie e delle prove della vita; a trasformarle in occasione propizia per rivedere la nostra vita e convertirci alla parola di Gesù, criterio di giudizio della vita buona e compiuta. 

Venendo alla nostra esperienza drammatica del coronavirus: se non vogliamo che tante morti, tante sofferenze e lacrime siano state inutili, dobbiamo riflettere e domandarci (personalmente e comunitariamente): che cosa mi ha insegnato questa epidemia? Che lezione posso trarne? Che cosa dobbiamo cambiare perché la nostra vita e il mondo diventino più belli, più umani, cioè più conformi al vangelo di Gesù. Altrimenti, dice Gesù, “perirete tutti allo stesso modo”, cioè vi condannate a una vita che non è vita; a uno sforzo immane che non conduce al compimento del mondo, ma al suo fallimento.

Questa “conversione” di cui parla Gesù l’ho percepita sulla bocca  di persone anche molto semplici, ma per niente stupide e superficiali: “Pensavamo di essere onnipotenti e invece siamo fragili”; “continuiamo   a correre per tante cose, e invece sono poche le cose essenziali”; “avevamo messo da parte Dio, ritenendo di bastare a noi stessi, e invece senza preghiera e fede in lui non sta più in piedi la speranza”; “puntavamo sul benessere economico, e invece a salvarci sono stati i gesti e le relazioni d’amore gratuito”.

Non tiriamo perciò in ballo Dio per incolparlo del coronavirus. Chiediamogli piuttosto di non essere superficiali, ma di prendere occasione da questa tristissima esperienza per cambiare il nostro modo di pensare e di vivere, perché sia più conforme al vangelo di Gesù. Ecco perché in questo numero speciale della Badia sul tema del coronavirus facciamo spazio al racconto e alle emozioni di tante persone perché tanto dolore non sia stato inutile e passi invano. 

Giovani: passaggio di testimone

Passaggio di consegne nei giorni scorsi tra chi ha concluso e chi sta per iniziare l’esperienza del Servizio civile con Caritas. Quattro gli ambiti in cui saranno convolti, in un percorso di ricerca importante per loro e per gli altri

Anche per il 2020 la Caritas diocesana di Brescia continuerà ad accompagnare il gruppo di giovani che ha deciso di mettersi in gioco per intraprendere un percorso di volontariato, di formazione e di orientamento al futuro nell’ambito del Servizio civile: una proposta rivolta a giovani italiani e stranieri, della durata di 12 mesi, che chiede un impegno di circa 25 ore settimanali, di cui alcune di formazione, con un compenso di 439,50 euro al mese.

Incontro. Il 13 gennaio si è svolto l’incontro conclusivo per i giovani che hanno terminato la loro esperienza di Servizio civile iniziata nel 2019, un incontro che si è svolto all’insegna della gratitudine. Tanti i grazie: a Caritas diocesana di Brescia che ha permesso loro di vivere questa esperienza di crescita, ai centri operativi che li hanno accolti e accompagnati, ai loro compagni di servizio e di formazione che hanno reso più ricchi questi intensi mesi. Tra loro c’è chi ha trovato la propria strada per il futuro e chi ha capito cosa non vuole fare, in ogni caso ognuno ha arricchito il proprio bagaglio con qualcosa di prezioso per la propria crescita personale.

Nella giornata di saluto era presente anche il direttore di Caritas diocesana di Brescia, don Maurizio Rinaldi, che nel solco del clima di gratitudine ha esplicitato il grazie per l’ondata di freschezza avvertita in questi dodici mesi in Caritas e nella rete dei centri operativi e ha augurato loro di rendere l’esperienza di Servizio civile un punto di partenza nella costruzione di un futuro fecondo.

Avvio. Nella stessa settimana, presso il Centro pastorale Paolo VI, si è tenuto l’incontro di avvio per il nuovo gruppo di trentacinque giovani che si apprestano a vivere questo anno particolare nella ricerca di se stessi aiutando gli altri. Quattro sono gli ambiti nei quali saranno coinvolti: l’accompagnamento degli adulti in disagio (progetto “L’oro negli sguardi”), il sostegno ai disabili (progetto “Integral-mente”), l’affiancamento ai minori (progetto “La favola mia”), l’animazione negli oratori (progetto “Tempo di crescere”). Durante questa prima giornata si è voluto puntare sull’importanza del gruppo utilizzando la metafora del gioco di squadra. I futuri volontari di servizio civile hanno condiviso con i loro “allenatori” aspettative e paure, obiettivi e ostacoli, ponendosi come ultimo obiettivo quello di vivere questa esperienza in modo pieno e mettendosi in gioco fino in fondo.

Augurio. Anche a loro va l’augurio che l’esperienza di servizio civile possa rappresentare una opportunità per prendere del tempo da dedicare a se stessi e agli altri e per compiere il salto nell’età adulta in modo più consapevole e maturo.

Una bussola per chi cerca Gesù

L’Eremo card. Martini a Montecastello (Tignale) favorisce con le sue proposte la crescita spirituale e personale in un’ottica di fede per la quotidianità della vita. Il direttore è don Dino Capra

Il fine degli esercizi spirituali non è di produrre una conoscenza più esatta della storia di Gesù, ma il coinvolgimento pieno dell’esercitante in quella storia. Una storia che riguarda tutti e che parla a tutti, laici, sacerdoti e religiosi. Basta riprendere l’enciclica Mens Nostra (Pio XI) del 1929 dedicata all’importanza degli esercizi spirituali per comprenderne la straordinaria attualità: “La grande malattia dell’età moderna (…) è la mancanza di riflessione, quell’effusione continua e veramente febbrile verso le cose esterne, quella smodata cupidigia delle ricchezze e dei piaceri, che a poco a poco affievolisce negli animi ogni più nobile ideale, li immerge nelle cose terrene e transitorie e non permette loro di assurgere alla considerazione, delle verità eterne”. Quando, nel 1976, è salito a Tignale, don Dino Capra non avrebbe mai pensato di trascorrere lì gran parte del suo servizio sacerdotale. “Da una parte è una scelta mia, dall’altra è la risposta a un invito del Vescovo a continuare il servizio dopo la ristrutturazione dell’ambiente fisico. Accostare le persone alla parola di Dio è un impegno non facile”. Ordinato nel 1972, don Dino era stato in precedenza due anni curato a Roma nella parrocchia di Gesù Divin Maestro e due a Rovato. Poi salì nell’Alto Garda dove per 10 anni (dal 1976 al 1986) ricoprì anche l’incarico di parroco di Prabione.

Don Dino, in 40 anni ha avuto modo di confrontarsi più volte con i cambiamenti della Chiesa, delle comunità e dei fedeli… Lo stesso Eremo ha subito delle trasformazioni.

Dal punto di vista logistico, nel periodo dal 1993 al 1998, c’è stata una trasformazione in seguito alle nuove leggi sulla sicurezza. Venne ristrutturato l’ambiente sorto nel 1950 ad opera dei padri fondatori, Pierino Ebranati e i suoi amici, per farne uno più idoneo all’accoglienza. Dal punto di vista pastorale/spirituale, abbiamo cercato di cogliere le esigenze di chi veniva qui a trascorrere le giornate. All’inizio gli ospiti esprimevano un cristianesimo generoso e “tradizionale”: incontravamo persone radicate nella fede e nella pratica, anche nell’espressione sociale e pubblica della fede stessa. Oggi incontriamo un cristianesimo sempre più “soggettivo”, mentre prima la dimensione comunitaria era più chiara anche in chi viveva gli esercizi. Adesso la coscienza dell’appartenenza alla Chiesa è sempre meno evidente. Ognuno tende a soggettivizzare la propria fede. Se da un lato la fede è personale, dall’altro si corre il rischio di vivere un cristianesimo “fai da te” e non secondo Gesù. Anche nel territorio il cristianesimo è sempre generoso ma è anche insediato dalla tentazione di essere un cristianesimo senza Cristo. Non è definito il rapporto personale con Gesù.

Gli esercizi spirituali diventano un’occasione per avvicinare le persone alla lectio divina…

Avvicinarsi alla lectio divina significa leggere la Bibbia per arrivare a pregarla, a meditarla, cioè a capirla, e a contemplare la realtà che mi fa gioire, mi mette alla prova e mi obbliga anche a fare delle scelte. La lectio divina serve, se prendiamo la Dei Verbum, a sentirsi partecipi dell’assemblea eucaristica; serve a comprendere il valore della catechesi; serve a sentirsi Chiesa, un’umanità riconciliata con Dio.

La spiritualità e la psichiatria

La dimensione spirituale nell’accompagnamento alla malattia. Una ricerca condotta dal Fatebenefratelli. Fra Dario Vermi: “Questo farmaco endogeno diventa importantissimo, va solamente fatto emergere”

Quanto la dimensione spirituale può avere un valore per la terapia psichiatrica e psicologica? Questo è l’oggetto di una ricerca condotta dal Fatebenefratelli, da sempre al servizio del malato non solo attraverso la struttura bresciana dei Pilastroni, ma con la vicinanza umana e spirituale che contraddistingue il carisma dell’ordine.

Fra Dario Vermi, priore del Fatebenefratelli, non ha dubbi: “Si parla spesso di cura olistica della persona, è arrivato il momento di dimostrare quanto la spiritualità diventi un punto di forza, qualcosa di necessario perché la persona possa, attraverso questa risorsa interiore che già ha, ritrovare sé stessa e un esperienza di benessere”. “Noi cristiani affermiamo continuamente quanto la spiritualità sia importante, doni gioia e benessere – continua fra Dario – però di fatto continuiamo a curare attraverso la farmacologia e psicoterapia, che sono importanti ovviamente, ma questo farmaco endogeno che è la nostra spiritualità diventa importantissimo, perché è gratis e va solamente fatto emergere”. Il progetto di ricerca è stato condotto attraverso la somministrazione di un questionario che ha coinvolto ospiti del Fatebenefratelli nel corso degli ultimi 3 anni e che analizzava l’utilizzo della spiritualità come strumento di risposta durante la malattia. “L’idea nasce da una necessità importante: parlare della spiritualità da un punto di vista quantitativo – spiega Magda V. Yepes Martinez, psicologa ricercatrice del Centro – il periodo di raccolta dei dati è stato lungo e ha coinvolto 4 strutture del Fatebenefratelli. Non è un aspetto abituale parlare di spiritualità in psichiatria”.

La letteratura del settore evidenzia alcuni ruoli della religiosità nell’ambito della salute mentale, sia positivi che negativi, in particolare per quanto riguarda il supporto sociale della religione. Un ruolo importante della spiritualità è stato individuato anche nell’ambito della resilienza, cioè nella capacità di reagire a situazioni di grande sofferenza. La tesi è quella che le persone che hanno una più alta frequenza di atteggiamenti religiosi positivi hanno una maggiore facilità di affrontare i sintomi negativi delle malattie, come la depressione, ma fino ad oggi mancavano dei dati italiani. Arianna Alquati è un tecnico della riabilitazione psichiatrica al Fatebenefratelli, impegnata in prima linea nel progetto: “Mi sono occupata della dimensione del coping (strumento per gestire le situazioni stressanti e allontanare gli esiti di queste situazioni dalle persone). Il coping religioso, positivo o negativo, si rifà a delle azioni sacre proprie di ogni religione. Il feedback bresciano è sostanzialmente quello di un coping positivo, ossia attraverso pensieri e azioni come la preghiera o l’ascolto di musica sacra i malati possono avere un beneficio”. La ricerca non indaga la ricaduta positiva sulla salute del paziente, ma mira a fornire la psichiatria di uno strumento validato per condurre future ricerche. Il questionario è servito a comprendere meglio cosa siano le dimensioni spirituali, come valutarle e come si potrebbero applicare nella pratica clinica. Il futuro è avere una visione del paziente ancor più globale con dati che possano aiutare i clinici ad avere un approccio ancor più personale e personalizzato con il paziente.

AAA volontari cercasi!

Ai blocchi di partenza il 14° corso di primo soccorso!

AAA nuovi volontari cercasi!!Anche per l’autunno ormai prossimo ecco che la Croce Bianca è pronta ad avviare, con la consolidata collaborazione di Anpas Lombardia e il patrocinio del Comune di Leno e del Centro Servizi Volontariato (CSV) di Brescia, il 14° corso di primo soccorso volto al conseguimento della qualifica di “soccorritore”.

Il nuovo corso, gratuito ma con frequenza obbligatoria, inizierà martedì 12 settembre p.v. alle 20.30 con una serata di presentazione e si articolerà principalmente in due fasi.

La prima fase di 42 ore sarà adatta a chi vorrà occuparsi puramente di trasporti sanitari (visite, dimissioni, ricoveri, trasporto sangue e dializzati). Le successive 78 ore invece prevedono il conseguimento della certificazione regionale di soccorritore esecutore che permette di operare in emergenza a bordo dell’ambulanza.
Le lezioni si terranno nelle serate di martedì e giovedì dalle 20.30 alle 22.30 presso la sede dell’associazione in via Brescia, 40 a Leno.

Durante il corso gli aspiranti soccorritori impareranno l’uso del defibrillatore e le tecniche di rianimazione cardiopolmonare, a immobilizzare l’infortunato che ha subito un trauma, a fermare un’emorragia, a intervenire su un’ustione, oppure semplicemente a “tranquillizzare” i pazienti vittime di stati d’ansia.

A chi è rivolto il corso? A chiunque voglia regalare parte del proprio tempo aiutando nei trasporti sanitari e nei turni in emergenza…
Il tempo è una risorsa preziosa, in associazione viene valorizzato a favore degli altri.
Questa è solo una parte di ciò che siamo chiamati a compiere noi volontari della Croce Bianca Dominato Leonense di Leno, che siamo ad oggi un centinaio. Ma non si è mai abbastanza… quindi vi aspettiamo al corso e ricordatevi che… FARE DEL BENE… FA BENE!

Per info:
tel.: Rinaldo 345-3393224 / Max: 345 4573120
mail: info@crocebiancaleno.it
web: www.crocebiancaleno.it
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IN SINTESI:
Inizio corso: martedì 12 settembre 2017 ore 20.30
presso la nostra sede di Via Brescia, 40 – Leno
Lezioni: martedì e giovedì dalle 20.30 alle 22.30
1° percorso: 42 ore – qualifica di soccorritore per trasporti sanitari
2° percorso: 78 ore – qualifica di soccorritore esecutore
IL CORSO É GRATUITO CON FREQUENZA OBBLIGATORIA
Per info: Rinaldo – 345-3393224 Massimiliano – 345-4573120