“Caritas” e “Non solo Noi”: relazione e chiara distinzione

Dopo aver consultato i Consigli Pastorali delle tre Parrocchie, la Caritas, alcuni rappresentanti di “Non solo Noi” e aver avvisato il Sindaco e l’Assessore ai Servizi Sociali, d’accordo con gli altri Sacerdoti, ho deciso di procedere a una più chiara distinzione tra “Caritas” e “Non solo Noi”.

Le motivazioni sono già note, ma è giusto che le faccia conoscere a tutti.

“Non solo Noi” è nato nel settembre 2005, su proposta dei Servizi Sociali, come progetto di coordinamento tra le varie associazioni di volontariato che operavano al servizio delle persone più bisognose. Fin dall’inizio, avevano accettato di aderire a questo progetto, oltre alla Caritas parrocchiale e ai Servizi sociali del Comune, anche la S. Vincenzo, Ad Gentes e la Commissione famiglia. Progressivamente, però, “Non solo Noi”, da “progetto di coordinamento”, è diventato un gruppo particolare di volontariato, che raccoglie e distribuisce indumenti, mobili, e viveri, su indicazione, per quanto riguarda il “pacco viveri”, degli Assistenti sociali. La Caritas, collocata nello stesso locale, si limita al Centro di ascolto. A questo punto nella Parrocchia c’erano due gruppi caritativi, anche se la distinzione non era chiara e creava anche qualche ambiguità. Ad esempio, “Non solo Noi” per accedere all’acquisto agevolato degli alimenti all’Ottavo giorno, oppure per fare la domanda di alimenti all’AGEA doveva presentarsi come Caritas e chiedere la firma del Parroco.

Per ovviare a questa ambiguità il mio predecessore Mons. Giovanni Palamini tentò di unificare i due gruppi sotto l’unico ombrello ufficiale della Caritas. La proposta non fu accettata e da allora la differenza si accentuò sempre più fino alla decisione, da parte di “Non solo Noi”, di avere anche un proprio bilancio e un proprio conto corrente.

Di fronte a questa situazione ho ritenuto opportuno di accettare la distinzione, già effettiva, tra le due realtà, chiedendo però che ci sia chiarezza, e cioè: la “Caritas” è un gruppo parrocchiale, il cui presidente è il Parroco ed agisce a nome della Parrocchia. “Non solo Noi” non è la Caritas e non è un gruppo parrocchiale, ma un gruppo distinto e autonomo, indipendente dalla Parrocchia, che, se vorrà, si darà una sua configurazione giuridica. Questo non significa che la Parrocchia non apprezzi ciò che fa “Non solo Noi”; così pure non significa che d’ora in poi non ci sarà più collaborazione tra i due gruppi. Semplicemente si ribadisce che per evitare confusioni, ambiguità e tensioni, d’ora in poi “Non solo Noi” dovrà camminare con le sue gambe, senza avvalersi delle strutture e mezzi della Parrocchia, della finzione di essere Caritas e della conseguente firma del Parroco per gli acquisti agevolati degli alimenti.

Ovviamente la Caritas per realizzare i suoi scopi ha bisogno anche di un ambiente nuovo e più grande, dove non solo operare l’ascolto delle persone (che è la cosa più importante), ma anche stoccare, preparare e distribuire viveri, donare in caso di necessità i buoni spesa, prendere in considerazione il pagamento di bollette, indirizzare agli enti di competenza, compresi gli Assistenti Sociali del Comune. Per questo a partire dal mese di Gennaio 2021 la Caritas interparrocchiale di Leno, Milzanello e Porzano avrà una nuova sede, in via Badia 50, ospite nell’ex negozio del Signor Pelucchi Battista, a cui va il grazie delle Parrocchie.

Non c’è però soltanto bisogno di un ambiente nuovo: la Caritas ha bisogno anche di persone nuove e più numerose. Pertanto faccio appello a tutte le persone di buona volontà che sono disposte a entrare nella Caritas interparrocchiale a darmi personalmente la propria adesione entro il 25 ottobre 2020.

Concludo, augurando un buon cammino a “Non solo Noi” e sperando in un rinnovato slancio della nostra Caritas interparrocchiale.

Il Parroco

 

L’incontro tra Dio e l’uomo

La ripresa dell’incontro zonale di formazione per catechisti ed educatori, tenuta da don Raffaele Maiolini il 7 febbraio 2018.

La relazione tra rivelazione e fede

Prof. Don Raffaele Maiolini

Rivelazione

Il movimento di Dio verso l’uomo

0. Intro. Rivelazione… un sostantivo troppo ambiguo

Nel linguaggio comune, infatti, si parla di “rivelazione” per indicare:

  • una scoperta sensazionale
  • una persona si manifesta in modo inaspettato e inedito
  • ciò che appare all’improvviso e quasi inspiegabilmente come “nuovo” – la divulgazione di un segreto
  • l’esperienza di fronte ad un’opera d’arte
  • l’indizio, il segno, il sintomo
  • la scoperta, l’intuizione del senso dell’esistenza

1. Come parla la Bibbia del movimento di Dio verso l’uomo

1.1. La “rivelazione” nel Primo Testamento…

  • «rivelazione» in greco apokalupto = rendere manifesto, togliere il velo
  • la questione delle tecniche per cercare di conoscere i segreti degli dèi: divinazione, sogni, consultazione del destino, presagi, ecc. (cfr. Lv 19,26; Dt 18,10ss; 1 Sam 15,23.28)
  • L’AT non ha un termine tecnico per designare ciò che chiamiamo «rivelazione»; l’espressione «parola di Jahvè», dabar JHWH resta l’espressione privilegiata per dire l’entrata in relazione di Dio con l’uomo

1.2. La “rivelazione” nel Nuovo Testamento…

  • Il corpus paolino: il mistero un tempo nascosto, si è fatto ora presente
    – il termine fondamentale per dire la “rivelazione” è “mistero”: 1Cor 2,6-10; Rm 16,25-26; Col 1,25-27; Ef 3,2-12.
  • La tradizione sinottica: Gesù manifesta il Padre
    – Gesù è l’unico rivelatore di Dio: cfr. in particolare: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale lo voglia rivelare» (Mt 11,27; cf. Lc 10,22).
  • La tradizione giovannea: il Logos fatto carne
    – il filo conduttore del prologo (1,1-18) è la rivelazione: logos (parola), luce, gloria, verità, manifestare, vedere, comprendere, credere, testimoniare.
  • La lettera agli Ebrei: Dio parla nel Figlio
    In Eb 1,1-4 il termine che prevale nel designare la rivelazione è quello di parola.

2. Le preziose indicazioni conciliari…

DV 2. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione (2).

DV 4. Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini », « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

GS 22. Cristo […], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione.

Un gesto spirituale

Leggi la prima parte:

Mutare le forme e diventare danza

Leggi la seconda parte:

il vento che sussurra alle orecchie

Ciò che lega la danza al mistero è quindi il gesto rituale che nella sua intensità svolge un’azione di riverbero. […] La danza mistica appare come una sequenza ordinata di movimenti reiteranti, inquadrabili in una prospettiva simbolica evocatrice dell’ordine cosmico, in virtù della quale essa può assurgere a supporto di un’attività spirituale.

Per riprendere fiato mi accomodo a terra in un angolo della stanza, la schiena affidata alla parete fredda e rigida; non desidero lasciarmi distrarre dalle voci del mio corpo ravvivato nei sensi dalla danza e provo a meditare qualche istante sulle immagini evocate dal proemio della Dei Verbum.  Chiudo gli occhi e rallento il respiro; è questo il momento in cui gli opposti coesistono. Che meraviglia, quale bellezza queste parole! Non riesco a trattenere l’impulso a farne subito una danza: batto il pugno chiuso sul petto e mi rialzo, scalzo, cercando l’appoggio perfetto. Le dita dei miei piedi sono come radici che si insinuano nel terreno e si aggrappano alla roccia, una roccia di scogliera sul mare. Ecco giungere un’alba, fasci di luce che trafiggono il cielo coperto di cenere. I miei rami si aprono lentamente, come petali di un fiore che sboccia, a raccogliere tanto più calore possibile, fino quasi a staccarsi dal tronco e allora mi quieto. Mi affido alla carezza della luce sulla pelle, piegando la testa in un gesto di beato sollievo verso la spalla, prima una e poi l’altra. I palmi delle mani, come guidati da altre mani gentili, si uniscono, si congiungono.

Il Sinodo sulla Famiglia: l’inizio di un inizio

Leggendo la relazione prima del sinodo e poi il testo ufficiale della relazione finale, mi ha colpito il cambiamento di toni e di accenti che corrisponde al mutamento operato dal concilio Vaticano II già inaugurato 50 anni fa. E’ lo stesso metodo. Quel metodo che grandi storici del concilio riconoscono aver prodotto un “evento di linguaggio” e un “evento di stile”.

Sì, in questa svolta sinodale è facile riconoscere la stessa impronta e stesso tono di voce che, prima Giovanni XXIII e poi Paolo VI-profeticamente – hanno proposto, già allora con urgenza, a tutta la Chiesa.

Ciò fa sì che la chiave interpretativa è data dal dialogo, apertura di credito e prossimità verso la famiglia contemporanea, nella quale si apprezzano i valori più che i limiti e le mancanze.

E’ l’inizio della fine di uno stile inadeguato: stiamo uscendo dalla pretesa di giudicare tutto e di trovare immediatamente una soluzione teorica/dottrinale.

La dottrina, di per se stessa, non risolve i problemi. Essa illumina le strade da percorrere per trovare soluzioni realistiche, accompagnando gli uomini e le donne, nelle diverse famiglie che vivono.

Dando alle famiglie felici le parole per leggere la gioia di essere in comunione  con Cristo; e dando a quelle infelici le parole per leggere i loro dolori nella prospettiva di una comunione in Cristo che rielabora un passato da non rimuovere e apre a un futuro di speranza.

Quando i vescovi sono giunti a Roma per vivere la bella esperienza sinodale del confronto e discussione, non sapevano ancora di dover fare una scoperta: quella di essere famiglia gioiosa ma anche ferita.

Nel discorso conclusivo che papa Francesco ha ricolto ai padri sinodali vi è la chiara traccia di un cammino iniziato sotto l’insegna del parlare chiaro, franco (parresia) e del confronto, che si è fatto anche scontro e contrapposizione.

Dopo decenni di assuefazione alle logiche semplici e unilaterali di scelte calate dall’alto, passare alle logiche complesse del confronto aperto ha un prezzo alto e un tempo lungo da scontare.

La pubblicazione dei “voti”- di consenso e di dissenso- numero per numero, è un colpo di genio. Vi dice che la Chiesa non è democrazia: non di meno, ma di più!

Non solo la Chiesa si è scoperta “un campo profughi”, ma la stessa famiglia dei vescovi ha dovuto riconoscersi come una “famiglia ferita”.

Ciò ha mostrato ai vescovi, sulla loro pelle, che le “ferite” della comunione non sono semplici “irregolarità”, ma sono cammino comune e messa alla prova salutare.

Ciò che ci è sembrato, 50 anni fa, qualcosa di straordinario, oggi, se Dio vuole, può iniziare a diventare ordinaria amministrazione ecclesiale. Un sogno, non senza fatiche. Una gioia, non senza dolori. Un presentimento, non senza sorprese.

Il sogno, la gioia e il presentimento che è l’immagine di chiesa, così come papa Francesco l’ha disegnata a fine dei lavori sinodali…”una chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l’incontro definitivo, con il suo sposo, nella Gerusalemme celeste”.

Per una sana relazione

Una tra le più richieste frequenti che mi fanno i fidanzati o chi esce da un legame fallito è proprio quella di capire se una relazione nuova merita di essere proseguita. Al che mi ritrovo a rispondere che all’inizio di una relazione, personale o professionale che essa sia, l’altra persona spesso vi tratterà bene, vi accorderà ogni considerazione, vi esprimerà apprezzamento e vi farà anche dei regali.

Ma per scoprire quanto abbiano radici profonde queste attenzioni nei vostri confronti, è necessario prestare attenzione a come l’altra persona tratta sé stessa. Potrà trattarsi del vostro capo o di un collega, di un innamorato o di un amico, ma prima o poi «faranno a voi ciò che fanno a sé stessi».

Osservate il loro comportamento e i loro atteggiamenti: sono disciplinati o sono incontrollati? Sono inflessibili o tolleranti? Si assumono la responsabilità delle loro azioni? Sono illuminati dalle loro doti e dai loro risultati? Sanno perdonare i loro errori? Cercano di comprendere sé stessi? Sono generosi nei loro stessi confronti?

Una persona critica verso sé stessa finirà per criticare anche voi. Una persona disciplinata che si pone limiti rigidi non sarà indulgente con voi. Se qualcuno non si assume la responsabilità delle sue azioni, è su di voi che finirà per riversare la colpa. In positivo, una persona che sappia celebrare la vita celebrerà anche la vostra.

Qualcuno che sappia essere gentile con sé stesso sarà gentile anche con voi.

La massima secondo la quale si possono amare gli altri solo nella misura in cui si ama sé stessi, è sempre valida.

Prendere queste precauzioni è anche un segno di amore e di rispetto per voi stessi, e vi permetterà di

continuare ad amarvi e a rispettarvi pienamente.