L’ospitalità benedettina

Nel capitolo 53 della Regola, S. Benedetto asserisce:

Tutti gli ospiti che sopraggiungono siano accolti come Cristo, poiché Egli ci dirà: – Fui ospite e mi accoglieste (Mt 25,35).

L’ordine monastico si gloria di mantenere la tradizione dell’ospitalità. La tradizione dell’ospitalità è così intimamente legata alla spiritualità benedettina che un monastero senza Foresteria sarebbe quasi inconcepibile. Tuttavia è anche vero che una foresteria monastica non potrebbe svolgere la sua vera funzione, se dietro essa non ci fosse la presenza silenziosa e irradiante di una Comunità riunita nel nome di Cristo e totalmente orientata alla ricerca di Dio. Ed è proprio ciò che attira gli ospiti verso i Monasteri. Infatti il servizio di ospitalità che i monaci sono chiamati a rendere dipende dalla fedeltà con cui essi cercano di realizzare la loro specifica vocazione contemplativa.

La Comunità monastica, come l’ha concepita S. Benedetto, sa che in ogni Fratello che accoglie, accoglie Cristo e lo ridona in una misteriosa comunicazione di amore. Comunicazione possibile solo se l’accoglienza degli ospiti si svolge in modo da salvaguardare la pace e il raccoglimento della Comunità monastica. L’ospitalità, cara ai figli di S.Benedetto, è una vera e propria forma di zelo apostolico abbracciando gli uomini nella Carità di Cristo. Il servizio dell’ospitalità si fonda sull’ascolto, la prima parola con cui inizia la regola.

Ascoltando la Parola di Dio fatta Carne, il monaco diventa capace di accogliere il proprio simile nel cuore della sua preghiera e con i segni umani e fraterni. Voglio ora citare direttamente la Regola:

Tutti gli ospiti che sopravvengono siano accolti come Cristo… Quando dunque sarà annunciato un ospite, gli corrano incontro il superiore e i fratelli con ogni manifestazione di carità; e per prima cosa preghino insieme (la saggezza di Benedetto!), quindi si scambino la pace. E questo bacio della pace non venga dato se non dopo aver fatto la preghiera per evitare inganni del diavolo…. Si legga alla presenza dell’ospite la Legge divina per edificarlo, e quindi gli si manifesti ogni premura.

Il tutto, cioè, si faccia secondo la Fede e la Carità. Allora tutti si sentono “di casa”, ed è naturale, perché il Monastero è la casa del Padre, dove ognuno trova, giungendo, la propria parte di benedizione, riflesso della tenerezza del Cuore di Dio che lo attende.

Sembrano realtà di altri tempi, e invece è realtà odierna! É questa la vera accoglienza che i benedettini offrono ai loro ospiti: non un albergo per un po’ di turismo, ma un luogo dove incontrare il Signore per imparare ad accoglierLo.
L’apostolato specifico dei Monaci benedettini è questo: fraterna e cordiale apertura a tutti i Fratelli per comunicare loro con la vita ciò che hanno contemplato alla presenza di Dio.

Ora voglio citare una parte del Discorso di “San Paolo VI” che ha pronunciato a Montecassino il 24 Ottobre 1964.

A Noi è dato portare ora con altra testimonianza, che non quella sull’indole della vita monastica; e la esprimiamo in un semplice enunciato: La Chiesa ha bisogno ancor oggi di codesta forma di vita religiosa; il mondo ancor oggi ne ha bisogno. Ci dispensiamo di recarne le prove, che del resto ciascuno vede scaturire da sé dalla Nostra affermazione: sì, la Chiesa e il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che San Benedetto esca dalla comunità ecclesiale e sociale, e si circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di lì ci faccia ascoltare l’incantevole accento della sua pacata ed assorta preghiera, di lì quasi ci lusinghi e ci chiami alle sue soglie claustrali, per offrirci il quadro d’un’officina del divino servizio, d’una piccola società ideale, dove finalmente regna l’amore, l’obbedienza, l’innocenza, la libertà dalle cose e l’arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace in una parola, il Vangelo. San Benedetto ritorni per aiutarci a ricuperare la vita personale; quella vita personale, di cui oggi abbiamo brama ed affanno, e che lo sviluppo della vita moderna, a cui si deve il desiderio esasperato dell’essere noi stessi, soffoca mentre lo risveglia, delude mentre lo fa cosciente

Dopo le parole di un grande santo, Paolo VI, su un altro grande Santo, San Benedetto, non ho altro da dire!

Silvano Mauro Pedrini, Oblato

La preghiera Monsatica

Con il VII° capitolo termina la prima sezione della Regola, dove sono descritti i canoni fondamentali della vita ascetica nel monastero. Siamo ora alla sezione liturgica, in cui si descrive l’ordine dell’ufficiatura monastica che consta di 13 capitoli! Ciò dice come san Benedetto esprima l’importanza di tale soggetto. L’importanza di tale sezione sta nell’essenza stessa della vocazione contemplativa dei monaci. Benedetto in questa sezione, si rifà a due versetti di un Salmo importante: il 118/119,164 che dice: “Sette volte al giorno ti lodo”. E ancora: 118/119,62: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti”. Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica e anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da san Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tali appaiono nel capitolo 16 della Regola che brevemente illustra questo contesto. Ma soprattutto fa riferimento a due versetti del Vangelo di Luca: “pregate incessantemente” (Lc 18,1; 21,36). Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in san Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica. Certo l’invito di Cristo non è semplice da vivere. Però i cristiani, sin dall’inizio, sia monaci che laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è l’unico “precetto” che Egli ha dato in materia di preghiera!

Data l’umana debolezza, è impossibile tenere costantemente la nostra attenzione rivolta a Dio, quindi si sono fissate della “Ore”, quando questo dovere monastico viene richiamato, la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante. Certo rispetto all’ideale di “pregare sempre”, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, infatti l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.

San Benedetto chiama questa preghiera “OPUS DEI”, alla quale “non deve essere anteposto nulla”, perché nella preghiera si accoglie l’Amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. Nella antica tradizione l’espressione “opus Dei” indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio”, perché la si riceve da un ALTRO che ci raggiunge con la sua grazia creatrice.

Nel Vangelo di Giovanni l’opera di Dio che unifica tutto il vissuto umano è il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana di ogni uomo, non solo dei monaci. Perciò un benedettino è chiamato a interrompere, per sette volte il giorno, ogni altra attività, per celebrare”l’opera di Dio” con i propri confratelli, per lodare il Suo Nome e ricevere il Suo Amore che fa vivere. Queste interruzioni sono salutari perché ci ricordano che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve da un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono colmate del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile.

L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio nel lasciarci trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile: risposta e cor- rispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di “non anteporre nulla all’amore di Cristo” per noi e attraverso noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati di nuovo e sempre dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo); nel- lo spesso tempo ci si lascia da Lui donare nella storia perché “Figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (Gv 3,16). Mediante la Liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito Santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come Lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce capaci di illuminare, con la loro stessa Fede, le tenebre che sembrano avanzare. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione che esistono. Si diventa, allora, segno dell’Amore di Dio “cui nulla deve essere anteposto”, “perché nulla ne rimane fuori e tutto ne riceve senso e verità”.

E tutto questo, come dice il capo XIX della Regola : “… IN MODO CHE LO SPIRITO NOSTRO SI ACCORDI CON LA NOSTRA VOCE”! Questa la condizione! Maria, la Donna della preghiera, e san Benedetto ci in- segnino a pregare, non solo con parole, ma col cuore, e il Padre accoglierà la nostra preghiera, perché ci ama. – E con la Chiesa e la Liturgia preghiamo: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. (Sal 87/88,3 – XXXII per Annum: Ingresso).
“Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio”! (Colletta XXXII Per Annum).

Silvano Mauro Pedrini OBS

Il superiore, il maestro, il padre: l’Abate

Dopo aver visto che Benedetto fonda “una scuola del servizio del Signore” (Prologo 45), nei Capitoli 2 e 64 della stessa Regola provvede, per la sua Famiglia: un Padre, un Maestro, un Superiore che sia dottore nelle cose di Dio e dell’uomo.
Intanto incomincio a dire che: la Regola prevede, impone (unica di tutti gli altri Ordini religiosi) che siano i monaci stessi dei singoli monasteri-famiglie, ad eleggere il proprio Padre-Maestro. Egli chiamò questo Superiore con nome biblico secondo quanto dice San Paolo nella Lettera ai Romani 8,15, Abate, infatti “Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre”. Nel monastero benedettino è l’Abate, eletto dai suoi fratelli-figli, il responsabile ultimo di tutto. A motivo di ciò Benedetto ne parla in due capitoli fondamentali: nel capitolo 64 della “elezione dell’Abate”; nel capitolo 2 su “Le qualità che deve avere l’Abate”, avvertendo “gli elettori” della responsabilità che hanno nella scelta del Padre-Dottore del monastero.

Siccome nei due capitoli citati appare: tutta la grandezza spirituale, psicologica, la conoscenza dell’umanità dei monaci, e la santità di Benedetto, non potrò certo trarne commenti, nel breve spazio concessomi, in modo teologico esaustivo. Pertanto ne citerò direttamente alcuni brani degli stessi capitoli, lasciando ad ognuno di gustarli e farne tesoro, leggendo personalmente, totalmente i due testi. “Dopo l’ordinazione l’Abate consideri sempre quale carico si è assunto e a Chi dovrà rendere conto della sua amministrazione” (RB 64,7) Qui viene espressa un’etica della dirigenza, un’esigenza morale. “Sappia di dover aiutare più che comandare” (RB 64,8). Il testo latino dice: “magis prodesse quam praeesse”, e la traduzione letterale sarebbe: “essere più al servizio che in avanti”. Essere in avanti è la presidenza, e ci sono molti modi di pre-siedere, che però richiedono tutti previdenza da parte di Chi è in avanti. “E cerchi di essere amato piuttosto che temuto” (64,15).

E ancora: “Non sia causa di agitazione e ansioso, non sia esagerato e ostinato, non sia invidioso e troppo sospettoso perché non avrebbe pace mai” (64,16). ”Nell’impartire ordini sia previdente e ponderato, e quando dà direttive, sia riguardo alle cose di Dio sia riguardo a quelle del mondo, abbia discrezione e misura, tenendo presente la discrezione di Giacobbe che diceva:- Se farò stancare troppo i miei greggi a camminare, moriranno tutti in un sol giorno- (Gen. 33,13; RB. 64,17-18). E ancora: “…alternerà secondo le circostanze rigore e dolcezza, mostrerà ora la severità del Maestro ora il tenero affetto del Padre. In concreto deve correggere con una certa severità gli indisciplinati e i turbolenti, sollecitare invece a procedere verso il meglio quelli che si mostrano obbedienti, miti e pazienti; ma gli incuranti e gli arroganti l’esortiamo a rimproverarli e punirli” (RB 2, 24-25). Il tutto tenendo conto di quanto la Regola asserisce nel Capitolo 2 Dell’Abate: “… difatti per fede in lui (l’Abate) si vede chi fa nel monastero le veci di Cristo”. E per far trasparire Cristo nella sua comunità, bisogna che l’Abate Lo possegga: Solo allora sarà capo e cuore della sua famiglia monastica, come Cristo è capo del suo Corpo Mistico, che vivifica con il suo Spirito. L’unità nella Comunità, per essere vissuta concretamente e durare nel tempo, richiede che vi sia un capo e l’obbedienza all’Abate verifica l’autenticità della carità fraterna.

Talvolta viene posta la domanda se questo ideale sia possibile oggi. Ma noi siamo consapevoli che l’autorità nella comunità monastica, come d’altra parte nella Chiesa, resta un Dono di Dio. E il Dono resta offerto, anche se l’ideale non è raggiunto. Per conoscere Benedetto, la sua Regola e la vita monastica, si deve però conoscerla in profondità: io non ne ho il tempo. Pertanto, ripeto: comperate la santa Regola e meditatela confrontandola con la Parola di Dio, e se potete, andate ospiti in uno dei monasteri per costatare come viene amata e vissuta sotto il magistero dei singoli Abati, oggi, ripeto: OGGI! Indaghiamo anche nella storia: come la Regola benedettina abbia influito in bene e sviluppo nella Nostra Europa e nella Chiesa: in cultura, lavoro, santità e amore a Cristo, a Cui il benedettino “non deve anteporre nulla”!

Sulla validità e attualità della Regola, ne sono testimoni i tanti secoli dalla sua stesura: anche oggi migliaia di uomini e donne la fanno propria, cercando di poterla attuare in pienezza: Monaci, Monache e Oblati benedettini. Il Signore voglia inviare alla Vigna di Benedetto, anche oggi, tante sante vocazioni!

Silvano Mauro Pedrini OBS

I voti monastici strumenti essenziali per correre verso la pienezza di Cristo Signore

Benché varie possano essere le forme di vita monastica, anche nel nostro tempo sono apparse nuove espressioni più o meno consolidate, tutte fanno riferimento all’esperienza del monachesimo antico, e, per noi dell’Occidente, codificate ad opera di San Benedetto.

Con Benedetto il monachesimo cristiano ha trovato la sua forma tipica e durevole. Egli vuole che la “professione monastica” avvenga con matura consapevolezza e abbia carattere di definitività. Essa è infatti considerata un atto di culto che si inserisce nel Mistero Eucaristico, come partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo, perciò deve essere compiuto con piena libertà e soprattutto con adesione totale del cuore.

I voti monastici sono una triplice professione di fede, speranza e carità, essi immergono il monaco nel Mistero della Santissima Trinità e lo rendono riflesso luminoso della divina koinonia (comunione). Il voto di stabilità radica il monaco, con fedeltà assoluta, in Dio e nella comunità di cui diventa membro. Il voto di conversione di vita (che comprende: castità, povertà, umiltà) è una professione di speranza, poiché tutto quanto il monaco abbandona, lo lascia in vista di ciò che lo attende: Dio stesso, che diventa il suo tutto. Il voto di obbedienza, lo lega indissolubilmente al Signore con un “si” che è consenso pieno alla sua santa volontà. È un vincolo d’amore in risposta a Colui che ci ha amato per primo, sin dall’eternità.

Vivendo con fedeltà i suoi voti, il monaco raggiunge la piena libertà ed esprime la gioia della sua totale appartenenza al Signore. Il voto di stabilità è unico e particolare delle comunità monastiche benedettine. Significa che il
monastero, famiglia monastica, dove il monaco ha fatto la sua professione, diventa la sua casa per tutto il resto della sua vita, dove trova fratelli e un padre, l’Abate, che
saranno tali per sempre. Questo aspetto della vita monastica, è particolarmente attraente oggi: il voto di stabilità lega per sempre una persona alla propria famiglia monastica. Nei continui cambiamenti della vita odierna, specialmente in seno alla famiglia umana, molti coniugi potrebbero trovare nella stabilità, che è perseveranza, una sorgente di forza e stabilità al loro Matrimonio. Anche in questo, quindi, Benedetto possiede la vera saggezza cristiana, acquisita nella preghiera, nella contemplazione, nella sua unione a Cristo Signore.

“In ultima analisi, promettere la stabilità è compromettersi nel partecipare alla pazienza, nella obbedienza, nella perseveranza di Cristo che furono totali, senza limiti” (J. Leclerq). “È l’incarnazione, la cristallizzazione di una attitudine puramente spirituale…; la vita religiosa è un compromettersi per tutta la vita…; si entra in uno stato cristiforme…; si rimane in monastero perché si rimane in Cristo”
(H.U. Von Balthasar).

Come possono i coniugi cristiani, dopo aver promesso davanti a Dio e agli uomini, fedeltà assoluta per tutta la vita l’un l’altro, dimenticarsi di questo loro voto?! E come possono i cristiani dimenticarsi, non essere Fedeli, non avere Stabilità nelle promesse battesimali?! Una delle prerogative dei monasteri benedettini è: dare ospitalità. I monaci sembrano dire a tutti noi: venite a vedere come viviamo il Vangelo, il Battesimo e la Regola del santo Patriarca!!!! Essi saranno ben lieti di ospitarci!

Per intercessione di San Benedetto e della Vergine Madre, Donna della Fedeltà assoluta, il Signore aiuti tutti i coniugi e tutti i cristiani, i monaci e le monache perché siano testimoni della Fedeltà di Dio all’umanità. Amen!

Silvano Mauro Pedrini OBS

“Istituiamo una scuola al servizio del Signore”

La Regola, Benedetto l’ha adattata con saggezza e discrezione al mondo latino.  Essa apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana.

In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura della Parola di Dio e la lode liturgica, alternate con i ritmi del lavoro in un clima di intensa carità fraterna e di servizio reciproco. Insomma: Egli non fonda un “ordine”, ma famiglie di monaci, cioè singoli monasteri con a capo, come padre, un monaco che egli chiamerà “abate”, nome biblico.

Dal Prologo all’ultimo capitolo della sua Regola, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci, ma soprattutto li ama. Il suo stile è calmo e sereno, come un vero discorso familiare fin dalle sue prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore, accogli docilmente l’esortazione che ti dà un padre che ti ama…” (Prologo, 1).

Perché Benedetto fa questo e dice questo? Perché egli conosce molto bene il Vangelo; conosce molto bene Gesù e lo ama sopra ogni altra realtà.

Infatti, poiché ha voluto incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (Lc 1,26-38) e un padre (Mt 1, 18-25).  Se nel grembo di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato a diventare uomo. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della famiglia di Nazareth un focolare di umanizzazione del Figlio di Dio (Lc 2,51-52). L’incarnazione del Figlio di Dio ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, l’accompagna, che l’ama e collabora nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che lo rendono veramente “persona umana”.  Così coloro che vogliono dedicarsi totalmente a Dio Padre, che vogliono “amarlo sopra ogni altro”, hanno bisogno di una Famiglia dove imparare e maturare tutto questo; questa Famiglia-scuola è il Monastero. 

Già questo primo approccio con la Regola benedettina, ci mostra la grandezza di san Benedetto e ci dice come egli ami la vita di famiglia, amore attinto dalla propria famiglia. Egli sa che Gesù è in famiglia dove ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha imparato a dare a Dio il primo posto; è in famiglia che Gesù, cosciente d’essere Figlio di Dio, ha voluto inserirsi per crescere, come uomo, “in età, sapienza e grazia”.

Per questo Benedetto non ha fondato un “ordine”, ma una famiglia, dove tutti sono fratelli, curati da un padre che li ama. Ma da tutto ciò perché le nostre famiglie non imparano? Perché non conoscono più il Vangelo come lo incarna la Regola del santo Padre Benedetto?

Perché oggi la famiglia vacilla?

I genitori si separano, non tengono più fede alla promessa di fedeltà fatta davanti agli uomini e a Dio? Per questo, vedremo, che Benedetto ha fatto un grande dono ai suoi monaci per essere per sempre fedeli, sperando, che da questo dono le famiglie apprendano e lo facciano proprio per essere luoghi di serenità, amore, bellezza, stabilità e santità. Vivi per gli altri, con gli altri, e ritornerai a vivere. 

Silvano Mauro Pedrini OBS

San Benedetto da Norcia: legislatore e fondatore

Che cosa sappiamo di Benedetto, chi ci parla di lui?  Si può rispondere in breve così: tutto ciò che noi sappiamo della vita e figura di Benedetto lo dobbiamo quasi esclusivamente al papa San Gregorio Magno (540c-604).  Questi ce ne parla in una sua opera scritta nei primi anni del suo pontificato intitolata “Dialoghi”.  Opera che consta di “quattro libri”, in cui il pontefice narra la vita di parecchi santi.  Ebbene: il II Libro di quest’opera, in 38 capitoli, è interamente dedicato a narrare la vita e i miracoli di S. Benedetto. Pertanto i dati, sulla vita e santità di Benedetto,che ci vengono forniti dal grande Papa sono certi e sicuri: sono storici, non di fantasia. Egli li attinge direttamente dai monaci che hanno vissuto col santo: Costantino e Simplicio, successori di Benedetto a Momtecassino; Valentiniano, già monaco di Montecassino e poi superiore del monastero del Laterano; infine Onorato che era ancora vivo e dirigeva i monasteri di Subbiaco. 

Detto questo riassumiamo i momenti salienti della sua vita.

Benedetto nasce a Norcia (Perugia) verso il 480 d.C. da una famiglia nobile della “gens Anicia”. A Norcia compie i suoi primi studi con la sorella Scolastica, amato dai suoi genitori che lo formano alla fede cristiana con la fedelissima nutrice.   Viene poi inviato dai genitori a Roma perché possa approfondire gli studi letterari e giuridici consoni alla nobiltà della famiglia a cui apparteneva.  Disgustato dalla corruzione che trova a Roma, abbandona la città con la fedele nutrice e si rifugia ad Affile per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa, imparando a “nulla anteporre all’Amore per Cristo”. Dopo varie vicende più o meno spiacevoli, fonda, nella valle dell’Aniene, dodici monasteri di cui il primo e più importante quello di Subbiaco tutt’ora esistente, splendido per storia e arte, soprattutto dove i monaci “pregano, leggono e lavorano”, secondo la sua Regola.  Intanto la fama della sua saggezza e santità si diffonde, oltre che tra i semplici, anche tra la nobiltà locale.  Ma tanta fama gli attira gelosia e tentativo di ucciderlo, quindi decide di lasciare quei luoghi e inizia così il suo cammino verso l’antica città di Cassino dove fonda il grande monastero, tutt’ora esistente,faro di fede e cultura, dove resterà fino alla sua morte.  Qui erigerà un “monumento” formidabile: la sua Regula monachorum, Regola per i monaci. 

A Montecassino il 21 Marzo del 547, con le braccia elevate al cielo, sostenute dai suoi monaci, come nuovo Mosè,ricco di grazia, sapienza e santità, rende l’anima al Signore.

A Lui si addice quanto afferma la Liturgia: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e sarai per tutti una benedizione” ! (Gen.12,2). –

Da molti studiosi attuali, sia religiosi che laici, oggi si riconosce alla Regola benedettina un valore fondamentale, non solo per i monaci, ma anche per la Famiglia umana e per qualsiasi società imprenditoriale.  In seguito, pertanto, illustreremo alcuni capitoli fondamentali di essa, e ne riconosceremo la sua piena attualità. 

Oggi i Benedettini sono presenti in tutto il mondo con circa 2.000 monasteri e 9.000 monaci e le monache sono 19.000.

I cittadini di Leno dovrebbero essere riconoscenti ai Benedettini, in quanto, chiamati da Re Desiderio, che fondò l’antica Abbazia di S. Salvatore, coltivarono e dissodarono non solo il terreno, ma misero le basi per una vita cristiana autentica, compiendo una grande opera di evangelizzazione, spiritualità, caritativa e di ospitalità.

Silvano Mauro Pedrini OBS

San Benedetto da Norcia

BREVE STORIA DELLA VITA DI S. BENEDETTO DA NORCIA

Benedetto nacque nella piccola città di Norcia verso il 480 d.C., in un periodo storico particolarmente difficile. Quattro anni prima (476) era formalmente finito l’Impero Romano d’occidente con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo. Fu contemporaneo di Teodorico e ne vide fallire nel sangue l’ambizioso progetto di una pacifica convivenza con i Goti ed i Romani; poté assistere agli orrori della terribile guerra fra i Goti e i Bizantini per il predominio dell’Italia (535-553), guerra che lasciò desolato e spopolato il nostro paese tra stragi e pestilenze. Fu anche contemporaneo di Giustiniano e conobbe le pesanti interferenze dell’imperatore bizantino in materia religiosa, con la conseguente umiliazione dell’autorità papale.

Studente a Roma, constatò di persona lo stato di grave decadenza in cui versava l’antica capitale dell’impero; da essa il giovane Benedetto fuggì via inorridito ritirandosi nel silenzio e nella preghiera nei boschi dell’alta valle dell’Aniene, ai confini tra il Lazio e l’Abruzzo. Una comunità di monaci di Vicovaro lo volle come abate, ma l’esperimento fu un fallimento: ben presto quei monaci, preoccupati per l’eccessiva austerità e disciplina di Benedetto, tentarono di avvelenarlo. Dopo questa esperienza, egli intraprese una nuova forma di vita monastica: nella zona di Subiaco, sull’esempio di ciò che aveva fatto duecento anni prima in Egitto san Pacomio, organizzò un gruppo di monaci, suddiviso in dodici comunità di dodici monaci: ciascuna comunità aveva un proprio superiore, mentre Benedetto conservava la direzione generale. L’invidia di un prete, che non gradiva l’accorrere della gente con ricchi doni ai piedi del santo, costrinse Benedetto ad abbandonare quei luoghi con il gruppo dei suoi discepoli più fidati. Fra di essi vi erano giovani dell’aristocrazia romana, come Mauro e Placido figli di senatori, ma anche goti e figli di schiavi, gente umile e rozza: per tutti Benedetto era il maestro nella “scuola del divino servizio” (questa è la definizione che egli dà del monastero nella sua Regola). Così Benedetto gettava le basi di una unità tra barbari e latini molto profonda, perché fondata sulla fratellanza universale insegnata dal Vangelo.

Allontanatosi da Subiaco, Benedetto si diresse a Cassino, sulla cui altura fondò, nel 529, il monastero di Montecassino destinato a diventare il più celebre in Europa. Là avvenne la sua morte, tra il 543 ed il 555 d.C., in una data che l’antica tradizione ha fissato al 21 Marzo. Due o tre decenni dopo la sua morte i longobardi attaccarono Montecassino e vi compirono la prima delle memorabili distruzioni che scandiscono, come tappe, la storia di quell’abbazia. I monaci scampati al disastro si rifugiarono a Roma portando con sé il testo della “Regola”, quasi certamente autografo di san Benedetto. Da loro stessi il papa san Gregorio Magno apprese la vita del grande santo e ce ne trasmise il racconto nel secondo libro dei suoi “Dialoghi” unica fonte storica in nostro possesso per conoscere la vita di san Benedetto..

La Regola benedettina con le sue esigenze di ordine, di stabilità, di sapiente equilibrio fra preghiera e lavoro, si impose ben presto a tutto il monachesimo occidentale e fu seguita in tutti i monasteri europei. San Benedetto divenne così uno dei santi più popolari e venerati ed apparve a tutti come l’uomo suscitato da Dio per portare la pace là dove erano state seminate le distruzioni e la morte. Divenuto il simbolo dell’ideale monastico, fu spontaneo attribuire a lui il merito di tutto ciò che il monachesimo, compreso quello pre-benedettino e quello extra-benedettino aveva compiuto a servizio della civiltà. Così nel 1947, Pio XII lo chiamò “Padre dell’Europa” e il 24 ottobre 1964, in coincidenza con la consacrazione della basilica di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione della seconda guerra mondiale, Paolo VI lo proclamò “patrono d’Europa”. L’organizzazione benedettina fece sì che i monasteri fossero non solo centri di vita religiosa, ma anche centri di vita economica e culturale. Con questo lavoro immenso e minuzioso è stato offerto un prezioso contributo alla civiltà europea.

La regola benedettina

S. Benedetto occupa un posto unico nella storia del monachesimo occidentale, soprattutto per la composizione della Regola. Essa consta di un prologo e di 73 capitoli e rappresenta la sintesi più matura delle esperienze monastiche precedenti. Dopo un primo momento di coesistenza con altre legislazioni monastiche, la Regola di Benedetto finì per prevalere e per essere adottata in tutti i monasteri in forza della sua intrinseca validità.

Dal prologo all’ultimo capitolo, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci ma, soprattutto, li ama. Lo stile è calmo e sereno, come un discorso familiare fin dalle prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e tendi l’orecchio del tuo cuore; accogli volentieri l’ammonimento del padre affettuoso ed eseguiscilo con impegno”. Il monastero è scuola del servizio del Signore, ma una scuola nella quale, dice il santo, “speriamo di non stabilire nulla di aspro e gravoso”. Per comprendere meglio la vita dei monaci, offriamo una raccolta di alcuni passi tratti dalla Regola.

L’abate

“Quando, dunque, qualcuno assume il titolo di Abate, deve esercitare il suo governo sui propri discepoli con duplice insegnamento, mostrando cioè tutto ciò che è buono e santo più con i fatti che con le parole; di conseguenza, ai discepoli in grado di intenderli deve spiegare verbalmente i comandamenti di Dio; mentre a quelli duri di cuore e piuttosto semplici, è con l’esempio del suo agire che deve insegnare i precetti del Signore … Non faccia l’Abate distinzioni di persone in monastero”. (Cap . 2)

“Ogni volta che in monastero si deve trattare qualche affare di particolare importanza, l’Abate convochi tutta la comunità e sia lui stesso ad esporre la questione in esame. Ascoltato il consiglio dei monaci, ci ripensi su e decida nel senso da lui ritenuto migliore.

La ragione per cui s’è detto di convocare tutti a consiglio è che spesso il Signore rivela ad uno più giovane la decisione migliore”. (Cap. 3)

La preghiera ed il lavoro

 “Seguendo l’esempio del profeta che dice: “Ti ho lodato sette volte al giorno”, raggiungeremo questo sacro numero di sette se adempiremo quanto c’impone il nostro servizio alle Lodi, a Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta”. (Cap. 16)

“L’ozio è nemico dell’anima; è per questo che i fratelli devono, in determinate ore, dedicarsi al lavoro manuale, in altre invece, alla lettura dei libri contenenti la parola di Dio. Di conseguenza, entrambe le occupazioni vanno a nostro avviso così distribuite nel tempo loro proprio: la mattina i monaci, uscendo dall’Ufficio di Prima, attendono ai lavori necessari fin verso le dieci; da quest’ora fino a quando celebreranno Sesta si dedichino alla lettura. Dopo la celebrazione di Sesta, il pranzo e poi il riposo a letto in perfetto silenzio; nel caso che uno voglia continuare la lettura per suo conto, lo faccia in modo da non dare fastidio a nessuno. Nona la si celebri con un po’ di anticipo verso le 14 e 30; poi si torni al proprio lavoro fino a Vespro. Se poi le particolari esigenze del luogo o la povertà costringeranno i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non se la prendano, perché allora sono davvero monaci se vivono del lavoro delle proprio mani come gli apostoli”. (Cap. 48)

Aspetti di vita quotidiana

 “A nostro avviso, per il pasto quotidiano, da prendersi a mezzogiorno o alle quindici, sono sufficienti in tutti i mesi dell’anno, in considerazione degli acciacchi di questo o di quel monaco, due vivande cotte, perché chi per caso non può mangiare una, si rifocilli con l’altra … se sarà possibile avere frutta o legumi freschi, se ne aggiunga anche un terzo … l’astinenza dalla carne di quadrupedi deve essere osservata assolutamente da tutti, tranne che dai malati assolutamente privi di forze”. (Cap. 39)

“… nei luoghi a clima temperato possono ad ogni monaco bastare una cocolla (di panno di lana pelosa d’inverno, liscio o consumato dal lungo uso d’estate) e una tunica, uno scapolare per il lavoro e, ai piedi, calze e scarpe … come arredamento del letto bastino un pagliericcio, una coperta leggera, una pesante ed un cuscino”. (Cap. 55)

“Se possibile, vi sia un unico dormitorio; se impossibile, per il gran numero, dormano in gruppi di dieci o di venti, sotto la vigilanza dei decani, in un locale dove resti sempre acceso un lume fino al mattino. Dormano vestiti, con al fianco una cintura o una corda ma senza coltello, perché non abbiano a ferirsi durante il sonno. Così i monaci siano sempre pronti, perché appena dato il segnale si levino e si affrettino senza indugio all’Opera di Dio…”. (Cap. 22)

Ospitalità

 “Non appena dunque l’ospite si annunzia gli vadano incontro i superiori ed i fratelli con tutte le premure che lo spirito di carità comporta … con particolare attenzione e riguardo siano accolti specialmente i poveri ed i pellegrini, perché è proprio in loro che si accoglie ancor di più il Cristo; ché la soggezione che i ricchi incutono, ce li fa da sola onorare”. (Cap. 53)

Attenzione ai più deboli

 “L’assistenza che si deve prestare ai malati deve venire prima ed al di sopra di ogni altra cosa, sicché in loro si serva davvero il Cristo. … I fratelli malati abbiano un locale a loro riservato ed un infermiere timorato di Dio, attento e premuroso … ai ma lati del tutto debilitati sia anche concesso di mangiare carne perché riacquistino le forze”. (Cap. 36)

“Per quanto l’uomo sia portato naturalmente ad essere tenero di cuore verso queste due età, cioè a dire, i vecchi ed i fanciulli, tuttavia provveda loro anche l’autorità della regola. Nei loro riguardi si tenga sempre conto della debolezza “delle forze e non si applichino mai le restrizioni alimentari previste dalla regola ma, con amorevole comprensione, si consenta loro di prendere i pasti prima dell’ora fissata per la refezione”. (Cap. 37)

L’obbedienza reciproca

 “Tutti i fratelli non obbediscano solo all’abate, ma si obbediscano anche a vicenda, tenendo per fermo che essi andranno a Dio per questa via”. (Cap.71)

La giornata del monaco

Prima dell’alba il monaco si alza al suono della campana e si reca in chiesa per la recita dell’ufficio notturno, che termina con le lodi mattutine. Al termine di questo spazio di tempo riservato alla preghiera il monaco inizia il proprio lavoro, che non interrompe più sino alla Messa conventuale, centro di tutta l’ufficiatura e punto culminante della vita monastica. La campana dell’Angelus ricorda l’ora del pranzo: nel refettorio l’abate benedice la mensa ed il lettore che, come vuole la regola, leggerà un brano di S. Scrittura durante il pasto. Dalla lettura ad alta voce deriva naturalmente la legge del silenzio per evitare ogni diminuzione di raccoglimento. A tavola i monaci si servono a vicenda, a turni settimanali. Dopo il pranzo c’è un’ora di ricreazione comune. Pare che la ricreazione attuale dei monasteri benedettini non risalga alle origini dell’istituzione monastica, sebbene la Regola di S. Benedetto assegnasse già ai monaci qualche momento al giorno per lo scambio delle parole necessarie: comunque, dal IX secolo, la ricreazione è ammessa ovunque ed attualmente avviene due volte al giorno, a mezzogiorno ed alla sera. Al termine della ricreazione i monaci ritornano al loro lavoro. La campana della cena riunisce di nuovo la comunità monastica per un pasto rapido e frugale, seguito da una breve ricreazione. Quindi il monastero si immerge nel silenzio: è l’ora di compieta, la preghiera della sera, l’ultimo atto della giornata del monaco. L’abate benedice i monaci e, dopo qualche altra preghiera per i morti o alla Vergine, tutto tace. La lunga ed operosa giornata del monaco è chiusa. Da compieta all’indomani mattina, finito l’ufficio notturno, nessuno può rompere il silenzio senza un grave motivo.

I luoghi del monastero

La Chiesa: ciò che domina e colpisce prevalentemente nella Chiesa monastica è la magnificenza e lo splendore; essa, con l’altezza delle sue cupole e delle sue torri, per lo più domina materialmente il resto dell’abbazia: questo sta ad indicare che l’Opus Dei, l’ufficio divino che si svolge nella Chiesa, prevale per importanza su ogni altra forma dell’attività monastica.

Il Capitolo: è la sede delle assemblee ufficiali della vita monastica. Qui il postulante si presenta a chiedere l’ammissione al monastero; qui, iniziando il noviziato, l’abate gli impone il nome nuovo e, in segno di umiltà ed affetto, ad imitazione di Cristo, si piega a lavargli i piedi, seguito in ciò da tutti i fratelli; qui ancora prima di emettere i voti il novizio viene accettato definitivamente alla vita monastica; divenuto membro della comunità, avrà diritto a sedere in capitolo ogni volta che l’abate crederà di consultare i fratelli su qualche affare importante, perché qui si trattano gli interessi maggiori della casa. Le origini del capitolo furono umili: distinto appena dal chiostro, cui era attiguo, ora primitivamente destinato alla distribuzione del lavoro manuale. Alle preghiere che accompagnavano l’attribuzione delle varie incombenze si aggiunse poi la lettura di brani della Regola. Benché il passo letto quotidianamente non corrispondesse sempre ad un capitolo, tuttavia questo nome restò attribuito alla sala ove i monaci prendevano conoscenza del loro codice.

I chiostri, circondati da portici sostenuti da colonne e pilastri, uniscono fra loro le varie costruzioni del monastero di cui vengono così a formare l’ossatura e servono ai religiosi da deambulatori e riparo. Alcuni hanno al centro delle aiuole fiorite, altri il tradizionale pozzo sormontato per lo più dalla croce o dal monogramma di Cristo. Nei chiostri vige la Regola del silenzio.

La biblioteca. Le biblioteche benedettine hanno avuto una funzione importantissima nel corso della storia: dopo la caduta dell’impero romano, furono i monaci a raccogliere dalle rovine quello che fu possibile salvare del sapere dell’antichità e per molti secoli le biblioteche claustrali custodirono con cura innumerevoli manoscritti. Anche ai giorni nostri la biblioteca ha grande importanza in un monastero perché la lettura e lo studio fanno parte integrante della vita monastica benedettina.

Il dormitorio. Il dormitorio comune prescritto da S. Benedetto fu sostituito nel corso dei secoli dalle singole celle. Dapprima si praticarono delle divisioni di legno per proteggere il lavoro dei fratelli dalle distrazioni inevitabili in una sala comune ed incompatibili con le esigenze dell’attività intellettuale (studio). In seguito la stanza fu chiusa da una porta e, in tal modo, si giunse al tipo di costruzione attuale divenuto di uso generale dal XV secolo.

Il refettorio, è il luogo del pasto comune. Non è una banale sala da pranzo, ma anche qui, come in tutta l’abbazia, si rivela una caratteristica della vita benedettina: la cura di elevare le minime azioni della giornata ad atti profondamente religiosi. Prima del pranzo c’è la benedizione del cibo; durante il pranzo viene fatta la lettura pubblica di alcuni brani della S. Scrittura come prescrive la Regola: “mai la lettura deve mancare alla mensa dei fratelli”. (cap. 38)

Il cimitero. Nessuno ha coltivato la pietà per i morti con tanto zelo quanto i monaci. La ragione di ciò è semplice e profonda. L’abbazia è formata da uomini che vivono insieme e non si dimenticano. La vita comune è troppo intima, il cimitero, il luogo cioè dove riposano i corpi che attendono l’eternità, non è così lontano da permettere che i vivi non pensino ai defunti. Nei secoli passati quando le difficoltà delle comunicazioni rendevano enormi le distanze, i monaci avevano trovato il mezzo di annunziarsi scambievolmente la morte di un confratello e assicurare così i reciproci suffragi: d’abbazia in abbazia, di provincia in provincia, peregrinava un religioso che portava con sé la lista dei morti dove erano notati i defunti dell’anno con un breve “curriculum vitae”. Questo uso ha perduto la sua ragion d’essere ma ancora oggi, ogni giorno all’ora Prima, si ricordano i religiosi ed i benefattori defunti e, una volta al mese, tutta la comunità va a benedire le salme che riposano nei sepolcri.

L’azienda agricola, pur mantenendosi ben curata ed ordinata, non può più avere l’importanza dei secoli passati, quando la terra costituiva l’elemento quasi esclusivo della ricchezza monastica. Oggi la funzione della tenuta monastica, dove pure essa esiste, è quella di permettere al monastero di trarne, almeno in parte, i prodotti necessari al proprio sostentamento.

Ora et Labora

Chiunque tu sia che ti affretti verso la patria celeste, attua, con l’aiuto di Cristo, questa piccola regola che abbiamo scritto per i principianti, e soltanto allora giungerai, con la protezione di Dio, alle vette più elevate della dottrina e della saggezza…

“Chiunque tu sia che ti affretti verso la patria celeste, attua, con l’aiuto di Cristo, questa piccola regola che abbiamo scritto per i principianti, e soltanto allora giungerai, con la protezione di Dio, alle vette più elevate della dottrina e della saggezza…” (Regola di S. Benedetto cap. 73, 8-9)

Parole come abate, monaco, monastero e nomi quali Benedetto, Montecassino, Desiderio, Ermoaldo sono di casa a Leno: rimandano ad un passato che costituisce gran parte della sua storia sulla quale lo spirito di S. Benedetto da Norcia aleggia. Presto, a Luglio, verrà festeggiato in forma solenne e ricordato con incontri religiosi e culturali e, perché non manchi la festa, con la tradizionale fiera e la rassegna, su bancarelle colorate, dei tanti prodotti che il lavoro dell’uomo ci consente di usufruire.
Ma la spiritualità di S.Benedetto può ancora ispirare l’uomo del nostro tempo e soprattutto noi lenesi?

C’era una volta, narra un antico racconto monastico, un anziano monaco che disse ad un mercante: “Come il pesce muore sulla terra ferma, così tu morirai quando rimarrai impigliato nel mondo: il pesce deve tornare nell’acqua e tu devi tornare allo Spirito. Il mercante rimase stupefatto: “ stai dicendo che devo abbandonare i miei affari ed entrare in un monastero?” chiese. “Assolutamente no” rispose l’anziano monaco, “ti sto dicendo di rimanere aggrappato al tuo lavoro e di entrare nel tuo cuore.”

Il racconto fa intuire quale fosse la spiritualità di S. Benedetto, il significato profondo di una regola che giunge fino ai nostri giorni da un tempo lontano. “Regula”, che oggi traduciamo con “regola”, in origine aveva significato di “indicatore stradale” che guida nella giusta direzione se non si conosce la strada, o di “ringhiera” oggetto a cui aggrapparsi se non si è stabili. “Regula” quindi, per S. Benedetto, non è imposizione e non è concepita solamente per monaci sacerdoti o consacrati, ma è guida per uno stile di vita che si traduce in queste due parole: “Ora et labora”. Prega e lavora, più che mai attuali, perché rivolte soprattuto a noi uomini impigliati, anzi aggrovigliati nella frenesia a cui questo mondo ci costringe. PREGA è l’invito a “chiunque ti sia “ e quindi a tutti noi gente comune che vive la propria vita “qui” nella propria casa, nel proprio paese, e “ora” nel proprio tempo, a riscoprire in noi stessi la spiritualità che ci porta oltre noi stessi, per trovare il senso della nostra vita, riscoprirne i valori e soprattutto accorgerci quanto il Vangelo abbia parole di verità da tradurre in azioni. LAVORA: non solo perché il lavoro è lo strumento che ti consente di vivere dignitosamente, ma impégnati per rendere questo mondo più vivibile, per accorgerti del tuo simile, per creare relazioni, per porre attenzione all’ambiente in cui vivi, rispettandolo e rispettando ogni creatura.

“La regola di S. Benedetto prende semplicemente la polvere e l’argilla di ogni giorno e la trasforma in bellezza”

Joan Chittister, monaca benedettina “Fermati e ascolta il tuo cuore-Vivere oggi la Regola di S. Benedetto.

C’è molto di più nella spiritualità di S.Benedetto. A noi basterebbe attuare questa regola per trasformare in bellezza i nostri giorni.

Claudia

La Regola di vita

Introduzione “Regola di Vita”

“Questi esseri curvi che cammino nella vita di sbieco e con gli occhi bassi, queste anime sgangherate, queste vittime domenicali, questi timidi devoti, questi teneri bebè, queste vergini sbiadite, questi vasi di noia, queste ombre di ombre, possono forse essere l’avanguardia di una nuova umanità?”

Così i cristiani?

Essere cristiani è la proposta di un Incontro che può dare senso alla tua vita, che può rispondere alla tua domanda “come vivere davvero?”.

Ci sono tanti modi per rispondere a questa domanda. Se accetti di rispondere “come vuole Dio”, questa regola sarà un aiuto al tuo camminare, un sostegno alla tua debolezza nella quotidianità. Prova a seguire giorno per giorno questi consigli, potresti correre il rischio di vivere una vita felice!!!

Buona Vita!

Dt 30,11-14

Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.

Dt 6,4-7

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.

Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Ascolta

“… scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)

Per entrare in un dialogo è indispensabile la volontà di ascoltare l’altro. È così anche nel rapporto con Dio. L’ascolto della parola di Dio è il passo più importante per iniziare un rapporto maturo con Lui. È proprio attraverso la Parola che Dio ha scelto di farsi vicino a noi, per questo quando parliamo di Gesù possiamo dire che Egli è il Verbo, cioè la Parola del Padre.

Dentro al dialogo con Dio vi è quindi l’ascolto, ma non può mancare la risposta alla sua parola, questa risposta diviene preghiera. Pregare è semplicemente dire “Sì, voglio parlare con Te”, è dire “grazie per ciò che mi dai”, “scusa se talvolta scappo da Te”, oppure chiedere dammi una mano perché da solo non ce la faccio”. Diviene essenziale allora nella vita di ogni uomo cercare spazi e tempi di silenzio. Il silenzio è una condizione fondamentale per ascoltarsi e ascoltare, è inoltre il contesto nel quale vivere la bellezza e la fatica della fedeltà alla preghiera quotidiana superando il semplice spontaneismo e avviandosi verso una scelta matura e convinta. L’incontro con Dio nella dimensione dell’ascolto richiede anche l’impegno nell’approfondimento della sua Parola, nello studio della Scrittura, nel confronto con il magistero della chiesa.

Lasciati guidare

“Maestro buono cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Mc 10,17)

Passo dopo passo il tuo cammino, la tua vita può perdere un po’ del suo vigore, della sua originalità; le tue orme si confondono con tante altre… il tuo andare diventa incerto. Qui nasce il bisogno di ‘qualcuno’ in grado di sintonizzarsi sulla frequenza del tuo cuore, in grado di condividere ciò che ti porti dentro… allora in te nasce il desiderio di un maestro che ti prenda per mano e ti accompagni: una guida spirituale. Davvero un accompagnamento profondo apre i tuoi occhi al disegno che Dio ha su di te, ti invita alla conoscenza di te stesso…

Non devi andare lontano a cercare queste guide, possono essere i tuoi genitori, un adulto, gli amici… i tuoi ‘don’, soprattutto!

Cercare una guida non è da perdenti, è segno di maturità, è voglia di conoscersi, è segno di voler vivere fino in fondo la tua vita… è Gesù che ti invita ad essere suo compagno di viaggio. Da questa consapevolezza e fiducia può rinascere l’esigenza di liberarsi dai pesi che talvolta gravano sul nostro cuore e sulla nostra coscienza, questo itinerario ha come tappa fondamentale la scelta di vivere frequentemente il sacramento della Riconciliazione. La disponibilità a lasciarsi guidare prevede una verifica serena e convinta del nostro essere discepoli di Gesù attraverso l’esame di coscienza quotidiano.

Cammina dietro a lui

“Gli si avvicinarono i suoi discepoli” (Mt 5,1)

Essere discepoli di Gesù vuol dire diventare sempre più simili a Lui. Per costruirsi una mentalità da discepolo possiamo prendere come modello e progetto di vita, il discorso della montagna, cioè le Beatitudini. Gesù ci insegna le vie concrete attraverso la quale possiamo giungere alla vera felicità. Gesù propone le Beatitudini come stile di vita del cristiano, ma questo progetto non resta qualcosa di generico, uguale per tutti: ognuno ha una vocazione particolare da seguire e realizzare nella vita. Solo comprendendo questo particolare progetto che Dio ha sulla nostra vita potremo arrivare alla felicità piena, alla beatitudine. Camminare con Gesù significa anche non aver paura di essere suoi discepoli, non vergognarsi di Lui, significa trovare il coraggio di testimoniare la propria appartenenza a Cristo anche laddove il Maestro è deriso, rifiutato o semplicemente ignorato

Parti allora, cammina dietro a Lui, seguilo sulla strada che porta alla tua felicità, e se la strada si fa difficile non aver paura, fidati, imitalo e cammina!

Mettiti a servire

“Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio” (Mt 7,24)

L’incontro con Cristo è l’incontro con l’Amore ‘più grande’, quello del Servo che ha dato la vita per i suoi amici. L’essere amati da Dio ci scuote, non può essere contenuto, vuole donarsi nei gesti concreti della carità. Il dono di te stesso, del tuo tempo, delle tue abilità è il modo in cui puoi davvero vivere l’esperienza della carità. Dono che può voler dire dare una mano nell’animazione della comunità, nella liturgia, nella catechesi, nelle diverse forme del volontariato, nell’attenzione e nella disponibilità ad attivarsi per andare incontro con slancio missionario alle povertà del mondo, ma anche nelle piccole collaborazioni in famiglia o tra amici, nelle fatiche che tu o chi ti sta vicino vive quotidianamente. Lo spazio di questa scelta è attorno a te: sono i luoghi di lavoro, la scuola, l’università, la zona in cui abiti, i gruppi della parrocchia, gli ambienti in cui fai sport o nei quali vivi il tuo tempo libero. Tra i tempi e i luoghi privilegiati per esprimere la propria disponibilità al servizio l’oratorio ha un rilievo fondamentale: grazie all’aiuto e alla disponibilità di tanti può divenire luogo di educazione e di formazione ad essere cristiani convinti, liberi e gioiosi.

Annuncia

“Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39)

Il tuo rapporto con Gesù non può rimanere confinato nel segreto del cuore. Chi ha incontrato il Risorto non può tenere la notizia solo per sé; la forza dello Spirito lo spinge ad andare, ad annunciare.

Il mondo aspetta la testimonianza della tua fede. Puoi davvero essere sale della terra, puoi diventare luce negli ambienti in cui vivi. L’annuncio del Vangelo è fatto di parole e gesti che si intrecciano e diventano un modo di essere presenti nella storia e nella cultura. L’oggi chiede ad ognuno di noi un impegno concreto anche nella vita sociale e politica, mantenendo saldi i valori che il Vangelo comunica ad ogni uomo di buona volontà.

Essere testimone può divenire a volte scomodo e difficile perché può portare a dire e a fare qualcosa di diverso dalla mentalità comune. Annunciare allora significherà vivere quella coerenza che provoca e affascina chi ci incontra.

Celebra la comunione

“…prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30)

La comunità parrocchiale, nel giorno di Domenica si raduna a celebrare l’Eucaristia, fa’ memoria del Signore risorto e comunica con il dono che Gesù fa della sua vita. Il dono di Gesù nell’Eucaristia ti consente di vivere unito a Lui e di agire come Lui, da figlio di Dio, ti sostiene nel farti a tua volta dono ai fratelli e ti assicura la forza per restare fedele alla tua personale vocazione. Ad ogni celebrazione della Messa la comunità cristiana è edificata da tutti i suoi membri che accolgono l’invito al banchetto del Signore.

La comunione al suo Corpo ci stringe in legami sempre più forti di carità, di comunione nella fede e di missionarietà verso il mondo. Questo mistero grande ci supera, ma richiede la nostra partecipazione attiva, fedele e convinta. Quando per la nostra debolezza cadiamo nel peccato e ci allontaniamo dalla mensa dell’Eucaristia, il sacramento della Riconciliazione ci restituisce la fiducia nella misericordia di Dio che è più grande del nostro peccato e anche la fiducia in noi stessi e nella possibilità di crescere nella vita nuova.