Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo

Il testo dell’omelia della celebrazione della prima Santa Messa di don Nicola Mossi

Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

(Mt 13, 44-46)

É una delle parabole più corte, contenuta nel vangelo di Matteo e quest’anno vivendo gli esercizi spirituali mi ha portato particolare gioia e consolazione, e domande. Che significa Signore vendere tutti gli averi? Mi torna in mente quel giovane che si è trovato davanti a Gesù con questa proposta e il vangelo dice che triste se ne andò, perché aveva molti beni. Bhe potrei correre il rischio di pensare che “vendere tutti gli averi” si tratti unicamente di cedere beni materiali a cui si può essere attaccati o rinunciare ad affetti di cui potremmo esser possessivi… ma in realtà penso che, per me, il centro non è questo.. il cammino riguarda ogni giorno il nostro vendere la parte più individualista di noi, la parte che non vede il noi ma l’io e crescendo in noi rischia di diventare quasi un sostituto di Dio. Si ma in fondo Nicola il problema qual è? Il problema è che se non vendi tutto… quel tesoro rimarrà là nascosto. Aiutami O Signore, a non voler risolvere la questione tutta insieme, ma giorno per giorno, perché altrimenti non la risolverei. Di iniziare oggi, ora. Chiedo a voi preghiera perché ogni giorno della mia vita sacerdotale io possa vendere l’uomo vecchio che c’è in me e andare in cerca per scoprire il tesoro che il Signore ha messo in ogni giorno della mia vita, specialmente nel fratello e sorella che incontrerò. Diventare canale della tua grazia, perché ognuno di noi possa scovare il proprio tesoro, la propria amicizia con Cristo, l’uomo nuovo modellato a Sua immagine e somiglianza… cammino della vita battesimale per ognuno di noi.

In questa Eucarestia ringrazio il Signore per il cammino che mi ha dato la grazia di compiere. Mai come in questi anni ho sperimentato come ogni passo della nostra vita è un dono di cui il Signore ci rende partecipi precedendoci amorosamente. A noi il compito di accoglierlo.

Grazie anzitutto ai miei genitori che mi hanno dato tutto ciò di cui un figlio ha bisogno e mi hanno cresciuto nella fede. Hanno saputo accogliere un cammino inaspettato aprendosi a un mistero che ci supera. Con loro le mie nonne che dal paradiso mi accompagnano e mi hanno sempre testimoniato il loro amore cristiano. Grazie a mia sorella e mio fratello che hanno sempre appoggiato e sostenuto la mia scelta e mi hanno dato dei cognati e dei nipoti che sono stati un tesoro a cui il mio cuore ha attinto tanto conforto in questi anni. Grazie ai parenti, agli amici e alle tante persone che lungo il cammino ed in questi giorni mi hanno mostrato la loro vicinanza. In questo tempo ho toccato nuovamente con mano quanto la comunità sia una risorsa per il presbitero, e quanto la vocazione presbiterale e quella matrimoniale si alimentino vicendevolmente. Grazie per tutti i sì che ho incontrato nella mia vita, quello degli sposi, il sì alla vita che nasce, il sì al Signore nella Consacrazione … proprio pochi giorni fa Sr. Florance ci ha mostrato la bellezza di questa scelta di autentica libertà! Grazie alla comunità delle Suore Maestre pie Venerini e di tutte le sorelle che hanno accompagnato il mio cammino, alcune ora dal Cielo. Grazie a tutte le persone che in ogni modo hanno collaborato e dato il loro tempo per la realizzazione di questa giornata, a loro il mio più sincero ringraziamento. L’oratorio, in cui sono cresciuto vive perché tante persone han detto sì ad un servizio per la comunità. Grazie agli amici, a coloro che hanno condiviso con me le gioie della fede, a quanti con domande e dubbi mi hanno aiutato a non dar nulla per scontato e mi hanno ricordato, a volte picchiando il naso, che il cammino non termina mai. Grazie ai sacerdoti che mi hanno testimoniato, fin da quando ero un ragazzino e anche nel periodo del seminario, che la vita del prete è una vita bella, è una vita piena, una vita giocata sul serio. Molti di essi sono qui presenti. Un Grazie particolare al Vescovo Marco per la sua presenza e per il suo accompagnamento. Grazie ai sacerdoti della mia comunità parrocchiale, al seminario e ai suoi formatori ai seminaristi con cui ho condiviso questi otto anni. Grazie ai due padri spirituali che ho avuto la grazia di avere prima e durante il seminario. Paternamente mi hanno aiutato a crescere e maturare la scelta.

Grazie alle comunità di Castegnato, di Quinzano d’Oglio, di Cellatica, di Rezzato Virle e di Monticelli Brusati… Con loro ho vissuto il mio tirocinio pastorale, mi son sentito parte delle loro comunità, ho gustato degli anticipi di fraternità presbiterale e ho potuto vedere come in ognuna di esse il Signore fosse presente.

Un Grazie speciale va agli ammalati incontrati in questi anni, per la loro testimonianza di fede solida di fronte alla sofferenza, ho incontrato occhi brillanti davanti all’Eucarestia, cammini in salita ma affidati al Padre.

Tanti in questi giorni mi hanno suggerito di aver ben presente la bellezza che sto vivendo… per poterne far memoria anche nei momenti più faticosi. Chiedo al Signore che mi renda docile allo Spirito Santo per poter fare mia l’esortazione di Gesù: “Rimanete nel mio amore”.

Per i defunti della famiglia Mossi e della famiglia Crescini, per i sacerdoti e le suore della nostra comunità saliti al Cielo, il Signore doni loro la Pace eterna e la consolazione alle loro famiglie.

Guarda le immagini della celebrazione:

Prima Santa Messa di don Nicola Mossi

Chi si fida è libero

Omelia della Santa Messa della Festa dell’Oratorio – 17 giugno 2017.

Molti già lo sanno, ma per chi ancora non lo sapesse davanti alla chiesetta c’è un’aiuola con tre piante di ulivo. In quella che dà verso il centro del cortile c’è un nido di merli. Fino alla settimana scorsa nessuno sapeva di quel nido, perché i rami erano più lunghi. Quando abbiamo tagliato i rami il nido è venuto allo scoperto e penso che da allora in poi abbiamo creato decisamente ansia alla mamma di quei pulcini, perché avendo tolto la protezione sono sotto la luce del sole; non tanto per la luce, ma perché possono essere visti da altri uccelli più grandi che possono mangiarli. Se pensiamo poi alle mille pallonate che arrivano tutto il giorno, o a chi va a vederli perché sono belli… la mamma di quei pulcini sicuramente ha passato l’ultima settimana preoccupata. Quella mamma ovviamente ha deposto le uova, le ha covate perché era la cosa più cara che aveva e perché nel suo istinto sapeva che da quelle uova, la vita sarebbe uscita potente, sarebbe venuta fuori, avrebbe rotto il guscio, sarebbe venuta alla luce, e così è accaduto.

Con esempi simili a questo per il significato ci parla oggi la Sacra Scrittura. Nella prima lettura, di Ezechiele, ci viene descritto di un germoglio e di un seme che sono piccoli inizialmente, ma che poi diventano grandi.

La vita cresce e diventa potente nel suo sviluppo.

Perché Gesù utilizza queste immagini? Perché vuole parlarci del regno di Dio. Che cos’è il regno di Dio? Il regno di Dio è dove Dio è re. E se Dio è re per Lui vuol dire essere responsabile di un regno, responsabile di chi abita quel regno. Che caratteristiche deve avere chi abita in quel regno? Chi abita nel regno di Dio è colui che vive secondo la sua volontà e a questi Dio chiede di essere collaboratori. Ci chiede di essere giorno per giorno capaci di costruire quello stile, quel regno che diventa il suo regno. Non ha scelto a caso Gesù questa immagine. Gesù sa una cosa molto profonda: sa che nel nostro spirito, nel nostro animo, sono presenti alcune tentazioni. Tra queste ve n’è una che molto spesso trova spazio ed è la tentazione della sfiducia; diventa forte questa tentazione quando vedi che le cose non vanno come vorresti o quando, dopo tanti sforzi, non arrivi ai risultati che avevi sperato, o quando vedi che nonostante tu ti impegni a fare molte cose, altra gente va a dissipare quello che tu fai. Allora arrivi a dire “non ne vale la pena”.

Quando arriviamo dire “non ne vale la pena” vuol dire che il male ci ha già travolti e già siamo sulla via della sconfitta. Gesù ci dice oggi “il regno di Dio è come un piccolo seme” che vuol dire: non aspettate vi cambiamenti eclatanti, non aspettate di trasformazioni grandiose, perché noi vorremmo svegliarci la mattina con un mondo diverso, con un mondo migliore. Ma così non accade. Ci dice Gesù oggi che ogni piccolo gesto del suo regno, ogni piccolo gesto nel suo stile costruisce il regno di Dio, e contribuisce a far sì che la sfiducia non trovi spazio in noi. É una tentazione forte questa: quante volte sperimentiamo il senso di abbandono, di sfiducia? Diciamo “non val la pena essere onesti, con tutta quella corruzione che c’è in giro”, “non vale la pena provare a portare pace in tutta questa violenza”, “non vale la pena prendersi cura dell’oratorio, dei tanti limiti che ci possono essere nella società di oggi”, “non val la pena annunciare il Vangelo, quando sembra che nessuno interessi nulla”. Quando sembra che a nessuno interessi nulla.

Perché Dio arriva sempre a farti la domanda giusta. L’importante poi è rispondere nel modo giusto.

Ecco, quando noi pensiamo “non val la pena” allora purtroppo il male ci ha già travolti. E bisogna fare attenzione a non lasciarsi fagocitare da questo male; noi siamo quelli della speranza.

Il nostro Dio è un Dio di speranza.

La speranza è la vera categoria cristiana, che non si basa solo sulle nostre forze, ma si basa sul fatto che noi con Dio faremo grandi cose. Se non fosse così, se tutto fosse basato solo sulle nostre capacità o su quello che ci riserva la vita, saremmo in balia dei più forti e dei più fortunati. Dio non desidera questo e ci chiede di fidarci di lui. Ogni giorno, passo dopo passo, una briciola alla volta, un gesto alla volta. Ci rendiamo conto o no che anche momenti come questo, dove abbiamo duecento ragazzi che vengono a fare esperienza e si sentono appartenere a questo oratorio, un po’ alla volta segneranno la loro cultura, la loro crescita. Poi non sono tutti qua stamattina a messa, è vero. La messa non è più un punto di partenza, ormai deve diventare un punto di arrivo. Ci proviamo ogni giorno, anche i genitori ed anche i nonni. Proviamoci ogni giorno, non lasciamo cadere la speranza, con piccoli gesti che diventano grandi gesti.

Le grandi trasformazioni quasi sempre avvengono in seguito alla violenza. Solo le bombe trasformano i territori in un secondo. L’uomo nei millenni trasforma territorio, e qui siamo nel posto migliore per dirlo: mille anni di lavoro dei monaci hanno bonificato un’intera terra di cui noi siamo i figli. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, e ci hanno portato qui a fidarci di quel piccolo seme che diventa grande perché la vita viene fuori e la vita va avanti sempre nella misura in cui noi la doniamo. Ma se la tratteniamo allora la vita si interrompe.

Ci chiede oggi il Signore di non avere paura, o meglio di fidarci di Lui nonostante la paura. Perché l’uomo coraggioso è l’uomo che ha paura, perché se non avesse paura non ci sarebbe neanche il coraggio. Oggi ci chiede di essere coraggiosi, anche  a Leno, nel nostro contesto.

Il Vangelo ci cambia, anche oggi continua a cambiarci. Allora apriamoci a questa speranza e ogni qualvolta ci rendiamo conto che in noi serpeggia, perché si insinua giorno dopo giorno logorante la sfiducia, e ci mangia, cerchiamo di avere la consapevolezza di non ascoltarla, perché ci mangerà. Chi vive di sfiducia muore.

Chi si fida è libero, ha vinto.

Non ha neanche bisogno di dimostrazioni perché sa che c’è un Dio che non lo abbandona. Questo vogliamo raccontare, questo dobbiamo raccontare a noi, ma soprattutto a loro, che saranno quelli che si prenderanno cura di noi quando saremo vecchi. Ora noi diamo a questi piccoli lo stile della carità o altrimenti, come purtroppo accade a volte, saremo vittima della cultura dello scarto, dove chi non produce non conta più niente. E qui zittisco perché non vorrei andare oltre, far star male, ma ascoltiamo di quanta meschinità c’è dietro le sole logiche del mercato.

Noi siamo di più di un mercato, noi andiamo avanti, viviamo perché c’è qualcuno che ci vuole bene, e questo porta avanti la vita. Dio ci chiede questo oggi, questo coraggio e questa fiducia.