Disposizioni diocesane sulle messe

A integrazione del “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo”, sottoscritto dal Presidente della CEI e dal Presidente del Consiglio dei ministri, il vicario generale, mons. Gaetano Fontana, in una lettera, fornisce le indicazioni pastorali e pratiche

Carissimi sacerdoti e fedeli della diocesi di Brescia,

a integrazione del “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo”, sottoscritto dal Presidente della CEI e dal Presidente del Consiglio dei ministri lo scorso 7 maggio 2020 e in vigore da lunedì 18 maggio, vi raggiungo per suggerire alcune note che intendono esplicitare le indicazioni già contenute, ma anche condividere qualche importante considerazione.

In particolare:

  • Dal 18 maggio potremo riprendere a celebrare comunitariamente l’Eucarestia. Il Protocollo intende “tenere unite le esigenze di tutela della salute pubblica con le indicazioni accessibili e fruibili da ogni comunità ecclesiale” e tiene in forte considerazione la distanza, le protezioni, lo scaglionamento e il controllo. Si avverte il rischio reale che queste misure, necessarie e giustamente obbligatorie, penalizzino l’esperienza profonda della partecipazione all’Eucarestia, dando all’assemblea liturgica una forma molto diversa da quella cui eravamo abituati. D’altra parte è di vitale importanza vivere questo momento senza perdere nulla della sua bellezza. Per questo si raccomanda, in particolare ai sacerdoti, di vivere la celebrazione Eucaristica con quella sapienza pastorale e con quella sensibilità liturgica che consente di valorizzare al meglio le possibilità offerte, pur nei limiti delle circostanze.
  • Rispetto al punto 1.2, che attribuisce al legale rappresentante dell’ente, in questo caso il parroco, la responsabilità di individuare “la capienza massima dell’edificio di culto, tenendo conto della distanza minima di sicurezza, che deve essere pari ad almeno un metro laterale e frontale”, do informazione a tutti i parroci che ho chiesto alla Prefettura la collaborazione dei sindaci e degli uffici tecnici dei Comuni per agevolare questa operazione qualora fosse necessario. Invito perciò tutti i parroci a prendere contatto con i rispettivi sindaci, al fine di definire il numero delle persone che, nelle singole Chiese, potranno partecipare alle celebrazioni.
  • Il punto 1.3 suggerisce che “laddove la partecipazione attesa dei fedeli superi significativamente il numero massimo di presenze consentite, si consideri l’ipotesi di incrementare il numero delle celebrazioni liturgiche”. A questo riguardo, si ponga attenzione in particolare all’orario di alcune sante Messe normalmente molto frequentate e si valuti non solo l’incremento del numero delle celebrazioni, ma anche la possibilità della celebrazione all’aperto, in modo da poter accogliere tutti coloro che desiderano partecipare all’Eucaristia. E’ bene tuttavia che questo non venga deciso da subito. L’esperienza delle prime domeniche della ripresa aiuterà i parroci e i Consigli pastorali parrocchiali ad orientarsi, con spirito di sapienza e di discernimento, verso qualche cambiamento, sia dell’orario che del luogo delle celebrazioni, tenendo conto del numero delle persone che desiderano partecipare, di cui si avrà coscienza solo progressivamente.
  • Sul punto 3.4, riguardante la distribuzione della Comunione, a integrazione del Protocollo, si ritiene opportuno procedere concretamente nel seguente modo: il sacerdote o il diacono, scendendo dal presbiterio, si diriga verso i fedeli nel corridoio centrale della navata. Si fermi davanti ad ogni banco, cominciando dal primo. Tutti coloro che si trovano nel banco escano verso il ministro, mantenendo le distanze. Chi intende ricevere la Comunione la riceverà sulla mano, secondo le indicazione date dal Protocollo. Chi non intende ricevere la Comunione accoglierà la benedizione dal ministro, il quale la donerà evitando ogni contatto e mantenendo la giusta distanza. Ciascuno poi rientrerà regolar-mente nel banco, compiendo l’opportuno percorso e tornando ad occupare il proprio posto.
  • A completamento del punto 1.4 si suggerisce per l’uscita dalla chiesa che il deflusso dei fedeli avvenga un banco alla volta, partendo dai primi, in modo da evitare assembramenti in prossimità della porta.
  • A partire dalle indicazioni offerte dal punto 3.9, si chiede ai sacerdoti la disponibilità per la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione nella sua forma tradizionale, seguendo con rigore le indicazioni riguardanti la sicurezza sanitaria e riportate nel Protocollo. Rimane tuttavia in vigore, da parte di tutti i fedeli e degli stessi sacerdoti, il ricorso al Votum Sacramentii.
  • Come recita il punto 4.2., all’ingresso di ogni chiesa sia affisso un manifesto (un modello sarà predisposto anche dalla Curia) con le indicazioni essenziali, tra le quali non dovranno mancare: il numero massimo di partecipanti consentito in relazione alla capienza della chiesa; il divieto di ingresso per chi presenta sintomi influenzali/respiratori, per chi ha la temperatura corporea uguale o superiore ai 37,5° C, per chi è stato in contatto con persone positive a SARS-CoV-2 nei giorni precedenti; l’obbligo di rispettare sempre, nell’accedere alla chiesa, il mantenimento della distanza di sicurezza; l’osservanza di regole di igiene delle mani; l’uso di idonei dispositivi di protezione personale a partire da una mascherina che copra naso e bocca.
  • Infine, per quanto riguarda la igienizzazione degli ambienti, verranno date al più presto indicazioni specifiche circa le modalità e i prodotti da utilizzare.

Il Signore accompagni il nostro cammino in questa ripresa della celebrazione Eucaristica con la partecipazione dei fedeli e ci consenta di accogliere la grazia singolare che scaturisce dall’incontro col Lui, Pane della vita e sorgente della nostra comunione.

O Croce, benedici Brixia fidelis

Nel pomeriggio di oggi, al termine della Passione del Signore, il cammino del vescovo Tremolada per le vie deserte del centro storico per impartire, con la reliquia della Santa Croce, sette benedizioni alla città che piange, ma che ha anche il cuore già aperto alla gioia della Pasqua.

L’immagine del vescovo Tremolada che oggi pomeriggio, al termine della celebrazione della Passione di Cristo, attraverserà la città deserta portando la reliquia insigne del tesoro delle Sante Croci per impartire, in alcuni luoghi simbolo di Brescia, la sua benedizione resterà nella storia.

In questa Settimana santa del tutto particolare che culminerà, come ricorda nell’editoriale scritto per l’edizione de “La Voce del Popolo” di questa settimana, in una Pasqua  “che non scorderemo”, mons. Tremolada propone per le vie e le piazze della città “vuotata dal virus”, una nuova Via Crucis. Dopo il ricordo del cammino di Gesù verso la morte in croce, il Vescovo lascerà la Cattedrale, sostando in sette luoghi simboli del centro e benedicendo con la croce, simbolo della vittoria della vita sulla morte, le tante dimensioni della comunità colpite duramente dall’epidemia.

La sua sarà una benedizione che non intende solo lenirne i dolori e le sofferenze di queste settimane, ma anche la città, la comunità nel suo insieme, perché trovi la forza per rialzarsi e, più e meglio di prima, tornare a fare grande Brescia. Quella del Vescovo con la Santa Croce sarà una benedizione che si rifà all’epigrafe scolpita sulla facciata di palazzo Loggia, “Fidelis Brixia fidei et iusticiae consecravit” che nei secoli è diventata un punto di riferimento per la città, per la sua crescita, per le tante ripartenze dopo momenti bui e difficili.

Dopo avere lasciato la Cattedrale la tappa in piazzetta Vescovado, davanti all’episcopio, nel segno di quella fedeltà alla Fede che Brescia ha dimostrato e dimostra di coltivare: qui la benedizione di mons. Tremolada sarà per la comunità diocesana, per quella parte di Chiesa che vive in Brescia, nel suo insieme. Il cammino proseguirà poi verso il Teatro Grande. Nel segno della fedeltà alla bellezza in questo luogo simbolo è prevista la benedizione per il mondo della cultura che Brescia, città delle università, delle case editrici, dei musei, ha sempre coltivato, a dispetto di luoghi comuni infondati.

La terza benedizione è quella che il Vescovo impartirà in piazza Vittoria, idealmente scelta come luogo simbolo della Brescia che lavora, produce, innova e rinnova la sua fedeltà all’ingegno, all’intraprendenza. Pochi passi ancora e, davanti alla chiesa di Sant’Agata, la benedizione di mons. Tremolada sarà per le parrocchie, le famiglie, l’impegno di tanti laici che hanno saputo tradurre in opere e azioni la fedeltà alla misericordia. In piazza Loggia, luogo in cui hanno sintesi le tante ferite che la città ha conosciuto nel corso della sua storia, e nella fedeltà alla memoria la comunità trova la capacità di rialzare sempre la testa, il Vescovo proporrà la quinta benedizione, quella appunto alla città che non si è mai rassegnata ed è stata capace di risposte importanti alle sofferenze del corpo e dello spirito.

Pochi passi e il Vescovo arriverà nel cortile del Broletto. Qui, nel luogo che rappresenta idealmente tutte le dimensioni della brescianità, nel solco della fedeltà alla giustizia, la benedizione per le istituzioni, perché tutte, come in questi giorni, sappiano dare il meglio delle loro capacità per la ripartenza questa prova.

L’ultima benedizione sarà quella che mons. Tremolada impartisce alla città dal sagrato della cattedrale. Una sorta di consacrazione alla Santa Croce. Tanti sono i gesti di solidarietà che fanno di Brescia una città “casa-comune”, una città martoriata che , nel giorno in cui si fa memoria della morte di Cristo in croce, piange, ma che ha anche il cuore già aperto alla gioia della Pasqua.

La Passione del Signore e le benedizioni alla città potranno essere seguite, a partire dalle 15, in diretta televisiva e radiofonica sui consueti canali che in questi giorni permettono al Vescovo di arrivare nelle case di tutti i bresciani.

Dio abita dove lo lasci entrare

Esercizi spirituali domestici

Da lunedì 23 marzo sarà disponibile il materiale online per gli esercizi spirituali domestici “Dio abita dove lo lasci entrare”.

Ti proponiamo un tempo per la tua crescita spirituale. Nella tua vita quotidiana regalati un tempo per l’ascolto, per la meditazione e per la preghiera personale.

La proposta:

  • Trova almeno un’ora della tua giornata per ascoltare la meditazione;
  • Leggi e medita il brano biblico di riferimento;
  • Ti possono aiutare alcuni testi di meditazione proposti e la contemplazione di un’immagine;
  • Chiedi ad una guida spirituale di accompagnarti in questo cammino.

Puoi concentrare la tua preghiera nell’arco di una settimana o puoi diluirla nel tempo in base al tuo cammino.

Scrivi una mail a progetti@oratori.brescia.it per ricevere tutto il materiale per il tuo cammino di spiritualità.

Invoca ogni giorno lo Spirito Santo perché rinnovi costantemente in te l’esperienza del grande annuncio. Perché no? Non perdi nulla ed Egli può cambiare la tua vita, può illuminarla e darle una rotta migliore. Non ti mutila, non ti toglie niente, anzi, ti aiuta a trovare ciò di cui hai bisogno nel modo migliore. Hai bisogno di amore? Cerchi intensità? Arriverà in una maniera molto più bella e soddisfacente se ti lascerai guidare dallo Spirito Santo.

(Papa Francesco, CV 131)

Giubileo straordinario per i 500 anni della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci

Cerimonia di apertura

Venerdì 28 febbraio 2020 alle ore 20.30 in Duomo Vecchio, il nostro Vescovo aprirà ufficialmente il Giubileo Straordinario per i 500 anni della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci, affinché ogni fedele possa essere segnato dalla grazia divina e ritrovi la via delle conversione e del rinnovamento spirituale.

I presbiteri e i diaconi che desiderano assistere alla Liturgia della Parola venerdì 28 febbraio 2020 alle ore 20.30 presso la Chiesa Cattedrale in occasione della Celebrazione di Apertura del Giubileo straordinario delle Sante Croci, presieduta dal Vescovo Pierantonio, sono invitati a confermare la loro presenza presso la Segreteria Generale (0303722253), a portare con sé amitto, camice, cingolo con stola rossa; oppure veste talare e cotta con stola rossa e a trovarsi presso la Sacrestia alle ore 20.15, per indossare le vesti sacre e iniziare la processione d’ingresso.

Sacerdote sapiente e perseverante

L’omelia pronunciata in Cattedrale dal vescovo Tremolada durante le esequie di mons. Antonio Fappani. “Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia”

Siamo qui riuniti per dare nella fede l’ultimo saluto a un uomo di grande fede e di grande cultura. Consegniamo all’abbraccio del Padre che è nei cieli un sacerdote che ha segnato la storia di Brescia, raccontandola e prima ancora studiandola, con una passione e con un amore assolutamente esemplari.

Mons. Antonio Fappani – don Antonio come lui amava farsi chiamare – è stato autore di decine di libri e di migliaia di articoli, tutti volti a far conoscere la realtà bresciana in una luce del tutto particolare, cioè secondo quella grandezza e bellezza che aveva guadagnato ai suoi stessi occhi. Non c’è ambito della realtà bresciana che egli non abbia scandagliato, non c’è evento rilevante che egli non abbia raccontato, non c’è personaggio significativo che egli non abbia presentato.

Direttore de “La Voce del Popolo” per oltre 20 anni, autore della monumentale Enciclopedia Bresciana, creatore della Fondazione Civiltà Bresciana, attento e fine osservatore della vita quotidiana del nostro territorio, figlio di questa Chiesa e suo amorevole estimatore, si è fatto eco di tante voci, ha dato luce a tanti volti, ha svelato tanti preziosi segreti, facendo di Brescia, della sua storia, della sua geografia e della sua cultura, l’ambito di una ricerca tanto rigorosa quanto appassionata. Ne è scaturito un patrimonio immenso e prezioso, di cui tutti i bresciani hanno ormai chiara consapevolezza e per cui gli saranno perennemente grati.

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato e che la liturgia odierna propone alla nostra meditazione si parla di sapienza e di perseveranza, virtù che il credente è chiamato a coltivare quando si pone davanti allo scenario travagliato ed enigmatico della storia. “Io vi darò parola e sapienza – promette il Signore ai suoi discepoli – cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Non saranno risparmiate ai credenti in Cristo le tribolazioni e le prove della vita, ma – promette il Signore – non verranno meno la forza dell’animo e la serenità del cuore. E questo perché sarà donata alla mente la luce della sapienza, cioè la capacità di cogliere il senso delle cose. I veri credenti non si sentiranno smarriti e disorientati nel mare di una storia indecifrabile. Riusciranno a leggerla, a comprenderla, ad amarla. Ne porteranno anche le ferite, ne condivideranno i dolori, si faranno carico delle sue contraddizioni: per questo dovranno avere coraggio quando la vivranno e la racconteranno. Dovranno essere perseveranti, impegnati costantemente in una sorta di combattimento spirituale a favore della verità. Sarà un’esperienza insieme lacerante e consolante, una vera esperienza di salvezza, come nuovamente dichiara Gesù ai suoi discepoli: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Il Vangelo ci offre così una chiave di lettura per l’intera vita di don Antonio, uomo di Dio e cantore della storia bresciana, interprete fine, profondo e onesto del vissuto di queste terre. Sapienza e perseveranza: davvero due caratteristiche che lo hanno contraddistinto.

Non ho avuto il piacere e la possibilità di conoscere a fondo don Antonio. Ci siamo incontrati in due fugaci occasioni: una visita in Poliambulanza durante un periodo di ricovero avvenuto alcuni mesi fa e l’incontro in occasione del conferimento annuale del premio per le migliori poesie in lingua italiana e in dialetto bresciano. Ricordo nella prima occasione il suo tavolino di ospedale pieno di fogli e di appunti e nel secondo l’affetto e la stima palpabili di tutti i presenti. Non ho potuto incontrarlo in questi ultimissimi giorni, quando si è improvvisamente aggravato a seguito di una sfortunata caduta, perché impegnato in Brasile nella visita a nostri sacerdoti Fidei Donum. La notizia del sua morte mi ha raggiunto là. Ho però potuto ascoltare la risonanza che ha avuto la sua partenza da noi. Di questa eco vorrei volentieri a mia volta farmi interprete, contribuendo così a raccogliere la testimonianza che egli ci lascia in eredità, una scia di luce da cui traspare la bellezza del Vangelo di Cristo.

Figura tipicamente bresciana, schivo e umile, asciutto e schietto, di animo popolare e di fine intelligenza, non amante dei complimenti, delle celebrazioni, delle interviste e delle onorificenze, don Antonio è stato – come giustamente ricordato da qualcuno – un uomo di cultura dai tratti gentili, tanto affabile e bonario quanto rigoroso e instancabile nella ricerca e nello studio. Conciliava in modo armonico umanità e sapere, fondendo insieme curiosità, attenzione, lungimiranza e serenità. È andato avanti portandosi dietro un cesto di opere buone e proprio per questo Brescia gli ha voluto bene. Lo hanno dimostrato le tante persone che sono sfilate davanti alla sua salma composta in Poliambulanza. Sempre alla ricerca di carte che documentassero la bontà della civiltà bresciana, profondamente intessuta di cattolicità, era desideroso di dare corpo all’anima popolare bresciana, ai suoi occhi tanto ricca e degna di rispetto. È stato un cantore delle piccole patrie, della provincia, dei paesi considerati minori rispetto alla città, senza nulla togliere a quest’ultima. Per il vero storico le due realtà non si contrappongono: egli sa unire insieme – mirabilmente – la vita della città e dei paesi, del centro e della periferia, del capoluogo e della provincia.

Voce autorevole e stimata, ferma e decisa, a volte tagliente, ma sempre amorevole. Conosceva anche le debolezze degli ambienti che frequentava e delle realtà che di cui narrava la storia. Era onesto e quando necessario schietto e fermo nel dire le cose come stavano, ma sempre con rispetto, con l’affetto di chi ama la verità e ama le persone, senza il compiacimento disonesto di mostrare difetti e debolezze altrui. Aveva dalla sua la forza dello studio e della ricerca, condotte con spirito evangelico. Come giustamente qualcuno ha detto di lui: “Caricava il suo ruolo di storico della carità del missionario”. Da ricercatore vedeva nelle pieghe della storia delle opportunità che non divorava con l’ingordigia della scoperta ma che valorizzava con l’approccio dotto e rispettoso della sapienza, di chi cioè desidera capire, comprendere, per fornire chiavi di lettura non superficiali ma profonde. Lo animava il desiderio di compiere una ricerca attenta e umile della verità.

Ha dato a molti giovani l’opportunità di realizzare ricerche serie, promuovendo e seguendo numerose tesi di laurea. Non era geloso delle sue conoscenze. Aveva al contrario piacere di condividerle. Ha proposto all’attenzione di tutti i bresciani la santità quotidiana di sacerdoti, suore e laici innamorati del bene e del buono: lo ha fatto con la gioia di chi riconosce la potenza trasformante della grazia e la sua incidenza sulla storia degli uomini.

Questa stessa grazia ha operato in lui nel corso della sua lunga vita, facendone un uomo di fede, un prete tra la gente, un servitore di Cristo, innamorato della sua Chiesa, della sua città e della sua terra. Nato a Quinzano e affezionato al suo paese di origine, curato per otto anni a Poncarale, assistente delle ACLI e poi degli Scout, per lunghi anni presenza amata e familiare presso la comunità di san Lorenzo, dove quotidianamente celebrava l’Eucaristia di primo mattino e da dove lo si vedeva partire verso il centro con la sua bicicletta, non vecchia ma antica, come colui che la usava. Don Antonio ci ha infatti lasciato anche la testimonianza di una vecchiaia vissuta nella serenità. Sazio di giorni, come i grandi patriarchi di cui parla la Bibbia, egli ha guadagnato con il progredire del tempo la pace del cuore.

Ci piace pensare che egli sia ora tra coloro che – come abbiamo ascoltato nella prima lettura – stanno in pieni sul mare di cristallo che circonda il trono santo di Dio ed elevano a lui il canto dell’Agnello.  Egli può ora contemplare il Signore del cielo e della terra, il Signore di quella della storia che ha scrutato con passione, alla ricerca dei segni della grazia. Questo stesso Signore lo ricompensi del bene che ha compiuto e della testimonianza che ci ha lasciato in eredità, insieme al patrimonio inestimabile frutto della sua infaticabile ricerca e del suo amore appassionato per la sua Chiesa e la sua terra.

Il nostro grazie per San Paolo VI

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante la Messa di ringraziamento per la canonizzazione di San Paolo VI. Alla celebrazione erano presenti 26 suore di clausura dei monasteri della Diocesi invitate da mons. Tremolada

Carissimi fratelli nell’episcopato e nel presbiterato, Illustrissime autorità, amati fratelli e sorelle nel Signore, oggi siamo qui riuniti per ringraziare. Un sentimento di profonda gratitudine ancora ci accompagna a pochi giorni dall’evento della canonizzazione di Giovanni Battista Montini, figlio di questa terra bresciana, divenuto sommo pontefice della Chiesa universale con il nome di Paolo VI e dalla stessa Chiesa universale proclamato santo al mondo intero. “Tu o Signore – diremo tra poco nel Prefazio – ci dai la gioia di celebrare la memoria di san Paolo VI papa: con i suoi esempi la rafforzi, con i suoi insegnamenti l’ammaestri, con la sua intercessione la proteggi”. Quella di san Paolo VI è una memoria che potremo celebrare d’ora in poi ogni anno nella liturgia ma che potremo anche custodire personalmente nel cuore. Memoria cara e consolante. I santi sono infatti anzitutto degli amici, dei fratelli nella fede, custodi e difensori prima ancora che esempi e modelli. Giovanni Battista Montini fa parte di quella schiera di veri credenti che ora si volgono al mondo con lo sguardo misericordioso del Cristo risorto e nella sua potenza operano a favore dell’umanità.

Siamo dunque qui per ringraziare. Personalmente, sento il vivo desiderio di sondare meglio le ragioni di questo ringraziamento, per rendere più consapevole la nostra gratitudine, per dare al nostro sentimento maggiore chiarezza e intensità ma soprattutto per rendere il giusto onore a Dio, al suo amore provvidente, che trova nei santi una sua singolare manifestazione. La canonizzazione di Paolo VI è il motivo della nostra gioia, ma i risvolti di questo evento sono molteplici. Coglierne le diverse risonanze significa comprenderne meglio la ricchezza.

Perché dunque vogliamo oggi ringraziare il Signore?

Anzitutto perché abbiamo un nuovo santo. Ogni santo è un dono alla Chiesa e all’umanità. È una pietra preziosa che va a incastonarsi nella storia del mondo. È la dimostrazione che Dio esiste, che si fa conoscere, che opera nella vita di ogni uomo ed è capace di farne un capolavoro. La santità, intesa come manifestazione della bellezza originaria dell’umano, è la testimonianza più chiara del mistero di bene che sta all’origine del mondo e che nel mondo è all’opera, sempre passando attraverso i cuori dei veri credenti. Ogni epoca è benedetta da Dio grazie ai santi che vi appartengono. La loro vita e la loro testimonianza assumono dei tratti specifici proprio in relazione al tempo in cui vivono e di cui divengono insieme protagonisti e rappresentanti. Essi rispecchiano e trasfigurano il momento storico che li ha visti nascere e morire ed anche il territorio nel quale sono cresciuti.

Da qui deriva il secondo motivo del nostro ringraziamento. Noi siamo grati al Signore perché Paolo VI è un santo bresciano. La santità è sempre incarnata. Porta i segni della terra da cui si proviene e in cui affondano le proprie radici. Così è anche per Giovanni Battista Montini. Egli è parte viva di questa terra e di questa Chiesa. I suoi occhi hanno visto il luoghi che anche noi conosciamo bene; il suo cuore si è affezionato agli ambienti che sono cari a tutti i bresciani, paesaggi e santuari; la sua memoria ha custodito il ricordo di esperienze legate a case, chiese, scuole, paesi, valli, laghi, pianure cui ognuno di noi sa dare un nome preciso. Soprattutto, la sua personalità, trasfigurata dalla sua santità, mostra i tratti evidenti di quella identità bresciana che credo si possa riassumere nella capacità di coniugare contemplazione e azione, interiorità e responsabilità, spiritualità e attenzione al mondo, con quello stile di concretezza, laboriosità e decisione e con quel gusto per le cose fatte bene, che sono tipici di queste terre. Il papa che ha guidato i Concilio Vaticano II e lo ha condotto in porto non poteva non avere alcune precise caratteristiche, riconducibili sostanzialmente ad una visione chiara dell’insieme, all’attenzione seria e costante a ciò che si sta seguendo, alla capacità di intervenire con puntualità e concretezza, al desiderio di fare tutto nel migliore dei modi. A tutto ciò si è affiancata in papa Montini la riservatezza, mai fredda o impacciata ma sempre gentile e amabile. Molto spesso frainteso, questo tratto del suo carattere che rimandava alle sue origini, si era trasformato in una evidente testimonianza della sua grande umiltà, della sua vittoria sulla tentazione dell’orgoglio. Nel segreto del suo cuore egli era divenuto capace di farsi piccolo per lasciare spazio alla grazia di Dio.

Vi è una terza ragione che motiva oggi il nostro ringraziamento. La potremmo formulare così: grazie alla sua canonizzazione, possiamo ora annoverare Paolo VI tra i nostri più sicuri intercessori. Possiamo cioè guardare a lui come a un amico potente, che dal Paradiso di Dio volge a noi il suo sguardo vigile e affettuoso. A lui vogliamo allora affidare il nostri cammino di santificazione, il cammino di ciascuno di noi e di tutti noi insieme. Lo faremo nell’ultima orazione di questa liturgia con queste parole. “La comunione con i santi misteri susciti in noi la fiamma di carità che alimentò incessantemente la vita di san Paolo VI e lo spinse a consumarsi per la tua Chiesa”. Sia davvero così: come fu alimentata incessantemente dalla fiamma della carità la vita di Giovanni Battista Montini, possa esserlo la vita di ognuno di noi. Possa questa fiamma d’amore ardere sempre più nella nostra Chiesa bresciana. Possano le nostre parrocchie e tutte le realtà che la compongono conservare quella evangelica freschezza che si manifesta anzitutto nella comunione fraterna e nel servizio ai più deboli e ai più poveri. Possano i nostri giovani riconoscervi la bellezza della fede cristiana, capace di rispondere alle attese del loro cuore e alle grandi sfide dei nostri tempi. Passano i nostri paesi e le nostre città beneficiare di questa testimonianza umile ma vivificante.

Il nostro ringraziamento, infine, si arricchisce dell’eco che ci giunge dalla pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato. Le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli risuonano ancora più forti e chiare nella circostanza che ci troviamo a vivere insieme. In questo momento ci appaiono – oserei dire – inequivocabili, perché le vediamo incarnate nel santo di cui stiamo facendo memoria. “Chi vuole diventare grande tra di voi – raccomanda Gesù – sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Paolo VI fu sommo pontefice della Chiesa cattolica. Egli occupò in essa il posto più alto, ma mai esercitò il potere, mai dominò, mai si fece servire. Quest’uomo grande agli occhi del mondo per la sua posizione, svolse in limpida umiltà il proprio compito, a totale servizio della Chiesa e dell’umanità. Come il suo Signore e per amor suo, egli fece della sua vita un’offerta, un sacrificio che lo portò alla glorificazione attraverso la croce. In alcune particolare vicende della sua vita personale noi ravvisiamo il compimento delle parole profetiche che Isaia ha pronunciato annunciando il Messia e che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”.

Rimane da ricordare la consegna che ci viene da quanto stiamo insieme vivendo, dalla gioia di questa celebrazione. Al ringraziamento si affianca un compito: quello di conoscere Paolo VI, sempre di più, e di farlo conoscere, di amarlo, sempre più, e di farlo amare. È un compito particolarmente nostro, di noi che abitiamo le terre che lui ha abitato e che apparteniamo alla Chiesa da cui egli proviene. Insieme all’umile fierezza di aver espresso un papa santo, sentiamo la responsabilità di custodirne e promuoverne la memoria, con affetto e devozione. Ci aiuti il Signore a farlo nel giusto spirito, a lode e gloria del suo nome e per la santificazione della sua Chiesa.