Le radici del perdono

Parte terza

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!”

Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli. Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”.

I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi  qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace. 

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista capì che non era una bella bandiera variopinta a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore.

Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

Le radici del perdono – parte seconda

… Arrivarono intorno al 51 a.C. e trovare a casa Giulio Cesare fu una vera impresa, si diceva in città che i Galli gli stavano procurando non poche preoccupazioni, ma secondo alcuni messaggeri il giorno del suo ritorno era imminente

Federico, Gioele e Sofia si appostarono davanti al suo palazzo attrezzati con panini e sacchi a pelo e con pazienza lo attesero. Finalmente dopo alcuni giorni tornò vittorioso dalla sua campagna in Gallia, preceduto da cortei e fanfare e carico di onore, di oro e di schiavi.

Cesare esprimeva superbia e orgoglio con tutto il suo aspetto e, degnandosi di ricevere quegli strani giovani, li guardò dall’alto al basso un po’ stupito per i loro abiti barbari e il loro linguaggio decisamente “volgare”.

I giornalisti posero anche a lui la domanda sul perdono e sdegnato, il famoso Giulio, a causa del disgusto che questa idea gli provocava, cadde rovinosamente dal suo trono. Rialzandosi aiutato dai centurioni urlò: “E’ uno scandalo, è uno scandalo, non nominate neppure quella parola, volete forse distruggere Roma? I valori su cui fondiamo l’impero sono: la forza, la conquista, il successo, la sottomissione, lo sfruttamento dei nemici vinti e così via. Siete forse spie dei Galli? Volete creare disordini in città?”  Dopo qualche timido tentativo di spiegare, i giovani, notando che nel condottiero la rabbia saliva in modo preoccupante, temendo una condanna a morte, con un frettoloso “Ave Cesare”, un po’ delusi si accomiatarono rapidamente. Fortunatamente la macchina del tempo era parcheggiata fra due bighe fuori dal portone del palazzo: la loro ricerca era ancora in alto mare.

Ripartirono sfuggendo per un pelo a una intera centuria inferocita che su ordine di Giulio li seguiva con pessime intenzioni e si trovarono così in Palestina intorno al 30 d.C. Gesù e i suoi amici erano sempre in movimento, non avevano fissa dimora, nessun indirizzo, nessun cellulare da chiamare.

Dopo un lungo vagabondare sotto un sole cocente e senza nemmeno una Coca Cola per dissetarsi, i tre cronisti stavano quasi per rinunciare all’intervista, quando la loro attenzione fu attirata da un gruppo di persone schiamazzanti intorno a una donna. La donna era a terra tra la polvere, con gli abiti strappati e il volto inondato di lacrime. Gli uomini intorno a lei tenevano in mano grosse pietre. C’era anche un uomo alto con barba, capelli lunghi e uno sguardo intenso, fermo e in silenzio insieme ad alcuni che parevano suoi seguaci. Sembrava Gesù, era Gesù!

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!” Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto, non li guardò neppure e non si accorse del loro aspetto poco palestinese: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli.

Questa è proprio una bella novità, cosa significa? Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”. I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Il perdono cominciava qui. Povero Pietro, dopo secoli di legge del taglione, questa novità era sconvolgente, cambiava totalmente la sua vita e quella di tanti altri che in futuro lo avrebbero seguito sulle orme di Gesù

Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi: anche se non tutti gli uomini avevano capito, anche se qualcuno non capisce ancora adesso e spesso anche ognuno di noi se ne dimentica, qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace.

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista, con una variopinta bandiera arcobaleno sul muro della camera capì, che non era quella bella bandiera a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore. Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

Le radici del perdono

Lettera ai ragazzi che si accostano per la prima volta al sacramento della riconciliazione

Gioele, Sofia e Federico sono tre adolescenti appassionati di giornalismo, e per un misterioso caso, sono forse gli unici giornalisti ”transtemporali” esistenti al mondo.

Ma facciamo un passo indietro: il papà di Sofia è un meccanico geniale e un po’ scombinato, qualche anno fa tentò un esperimento inserendo il motore di una vecchia Ferrari, modificato con qualche pezzo del motore di un aeroplano e di una nave, in una Fiat 500 degli anni ’70.

Se qualcuno chiede al papà di Sofia cosa sia accaduto poi, lui non sa dirlo: quello splendido marchingegno dopo una lunga giornata di lavoro ancora non funzionava, ma nella notte vi era stato un forte terremoto e alla mattina inspiegabilmente e favolosamente era diventato una “macchina del tempo”! Furono proprio i tre ragazzi ad accorgersene, se ne stavano seduti comodamente sui suoi sedili, a chiacchierare e a sognare interviste improbabili, quando Federico che si era accomodato al posto di guida, girò la chiave della accensione e in un batter d’occhio i tre si ritrovarono nel bel mezzo di una Guerra Punica.

Non tirava una buona aria: palle infuocate, frecce e lance saettavano sulle loro teste, Federico ebbe l’ottima idea di girare di nuovo la chiave e furono riportati a casa in un battibaleno. L’emozione e lo stupore erano stati intensi, i ragazzi ebbero bisogno di qualche giorno per riprendersi dalla sorpresa. Ne discussero a lungo, fecero ancora qualche piccola prova pratica e avuta la conferma che quell’auto poteva farli viaggiare nel tempo e che oltre a correre su strada poteva volare e navigare, ormai ben consapevoli dello strumento fantastico che avevano a disposizione, decisero di organizzarsi.

Ora potevano permettersi di scegliere qualsiasi tema di loro interesse e di intervistare chiunque, viaggiando nel passato, nel presente, nel futuro e in ogni latitudine. Gioele, un tipetto dal carattere pungente, qualche giorno prima in seguito a una imprudente battuta rivolta a un compagno più grosso di lui e piuttosto violento, aveva ricevuto un pugno ben piazzato sul naso con conseguente rottura del setto nasale.

Mentre il ragazzo ferito meditava la vendetta, il professore di religione assegnò a tutti gli studenti una ricerca e forse per caso, forse no, il tema affidato a Gioele fu “Il perdono”. Il ragazzo con il volto ancora livido, non era proprio in vena di trattare quell’argomento e stava per chiedere al professore di cambiarlo, quando Sofia lo convinse a farne un reportage.

Con la loro 500 special avrebbero viaggiato nel tempo per intervistare personaggi significativi ponendo loro domande precise:

Perché perdonare? Chi ha inventato il perdono? Come si viveva quando non c’era? Come ha cambiato il mondo? Come cambia la nostra vita?

Dopo aver passato in rassegna vari personaggi del passato, il trio decise di andare a intervistare Noè dentro la sua arca, poi Giulio Cesare nella antica Roma, infine Simon Pietro in Galilea. Fu un viaggio avventuroso e un po’ pericoloso quello che li condusse sull’arca di Noè.

La 500 decollò dopo la scuola in un bel pomeriggio assolato di primavera e in pochi secondi i tre ragazzi si ritrovarono a navigare in pieno diluvio universale: acqua, grandine e neve tempestavano le vecchie lamiere già ammaccate, l’automobile ondeggiava pericolosamente, c’era anche un finestrino rotto da cui entrava una cascata di acqua gelida, i giornalisti erano ormai bagnati fradici. Con una manovra molto azzardata entrarono nell’arca passando attraverso un piccolo sportello che Noè aveva aperto vedendoli arrivare.

Noè aveva un bel po’ di problemi da affrontare: la mucca che stava partorendo, il leone che si era mangiato un agnello, la giraffa che a forza di stare piegata nell’arca aveva il torcicollo e così via e non aveva nessuna voglia di perdere tempo con loro e rispondere alle loro domande.

Ma i giornalisti… si sa hanno una bella faccia tosta, da veri professionisti furono gentili, ma insistenti, non gli diedero tregua, lo seguirono lungo tutta l’arca e alla fine pur di liberarsi di loro, il vecchio li ascoltò. Noè con la sua lunga barba bianca, un po’ sporca in verità in quanto lavarsi sull’arca era veramente un problema, dopo aver cacciato lo scimpanzé da una vecchia panca, si sedette con i suoi intervistatori per dialogare. Alla domanda a bruciapelo: “Cosa ne pensa del perdono?”  Rispose bofonchiando: “Io conosco una sola legge in proposito: la legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente”.

Intanto il mare si faceva sempre più grosso, l’arca beccheggiava come un guscio di noce, Lo stomaco di Gioele soffriva pericolosamente e la paura incombeva. Il patriarca non sembrava farci caso e aggiunse: “Chi sbaglia paga!”. E questo, nel bel mezzo di un diluvio purificatore assumeva un significato molto concreto! Perdono era una parola sconosciuta, i tre ragazzi erano molto lontani dal loro obiettivo, dalla espressione dello scontroso vecchio fu evidente che avevano ottenuto anche troppe parole da lui, l’intervista era già finita e capirono che avrebbero dovuto cercare altrove. Uscire dall’arca facendosi largo fra tutto quel bestiame richiese un certo tempo, per non parlare dei rischi che corsero incontrando serpenti o bestie feroci, comunque per il bene dell’informazione erano disposti a fare questo ed altro.

Dopo aver allontanato alcune scimmie risalirono sulla loro auto e facendo lo slalom fra i fulmini e le saette ripartirono decollando alla volta della antica Roma. Arrivarono intorno al 51 a.C. e trovare a casa Giulio Cesare fu una vera impresa, si diceva in città che i Galli gli stavano procurando non poche preoccupazioni, ma secondo alcuni messaggeri il giorno del suo ritorno era imminente

Federico, Gioele e Sofia si appostarono davanti al suo palazzo attrezzati con panini e sacchi a pelo e con pazienza lo attesero. Finalmente dopo alcuni giorni tornò vittorioso dalla sua campagna in Gallia, preceduto da cortei e fanfare e carico di onore, di oro e di schiavi. Cesare esprimeva superbia e orgoglio con tutto il suo aspetto, degnandosi di ricevere quegli strani giovani, li guardò dall’alto al basso un po’ stupito per i loro abiti barbari e il loro linguaggio decisamente “volgare”, poi dopo aver declamato alcune frasi del suo famoso “De Bello Gallico”, si rese disponibile alla intervista.

I giornalisti posero anche a lui la domanda sul perdono e sdegnato, il famoso Giulio, a causa del disgusto che questa idea gli provocava, cadde rovinosamente dal suo trono. Rialzandosi aiutato dai centurioni urlò: “E’ uno scandalo, è uno scandalo, non nominate neppure quella parola, volete forse distruggere Roma? I valori su cui fondiamo l’impero sono: la forza, la conquista, il successo, la sottomissione, lo sfruttamento dei nemici vinti e così via. Siete forse spie dei Galli? Volete creare disordini in città?”  Dopo qualche timido tentativo di spiegare, i giovani notando che nel condottiero la rabbia saliva in modo preoccupante, temendo una condanna a morte, con un frettoloso “Ave Cesare”, un po’ delusi si accomiatarono rapidamente. Fortunatamente la macchina del tempo era parcheggiata fra due bighe fuori dal portone del palazzo: la loro ricerca era ancora in alto mare.

Ripartirono sfuggendo per un pelo a una intera centuria inferocita che su ordine di Giulio li seguiva con pessime intenzioni e si trovarono così in Palestina intorno al 30 d.C. Gesù e i suoi amici erano sempre in movimento, non avevano fissa dimora, nessun indirizzo, nessun cellulare da chiamare. Dopo un lungo vagabondare sotto un sole cocente e senza nemmeno una Coca Cola per dissetarsi, i tre cronisti stavano quasi per rinunciare all’intervista, quando la loro attenzione fu attirata da un gruppo di persone schiamazzanti intorno a una donna. La donna era a terra tra la polvere, con gli abiti strappati e il volto inondato di lacrime. Gli uomini intorno a lei tenevano in mano grosse pietre. C’era anche un uomo alto con barba, capelli lunghi e uno sguardo intenso, fermo e in silenzio insieme ad alcuni che parevano suoi seguaci. Sembrava Gesù, …era Gesù!

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!” Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto, non li guardò neppure e non si accorse del loro aspetto poco palestinese: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli.

Questa è proprio una bella novità, cosa significa? Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”. I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Il perdono cominciava qui. Povero Pietro, dopo secoli di legge del taglione, questa novità era sconvolgente, cambiava totalmente la sua vita e quella di tanti altri che in futuro lo avrebbero seguito sulle orme di Gesù.

Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea.

Obiettivo raggiunto! Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi: anche se non tutti gli uomini avevano capito, anche se qualcuno non capisce ancora adesso e spesso anche ognuno di noi se ne dimentica, qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace. E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista, con una variopinta bandiera arcobaleno sul muro della camera capì, che non era quella bella bandiera a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore.

Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

I Santi Pietro e Paolo: alle radici della fede cristiana

Nel suo volume “Dove sorgeva un’antica Abbazia” Luigi Cirimbelli, nostro concittadino, scomparso da poco, sostiene che già nel sec. VI a Leno era in funzione una chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, dove si dava il battesimo, detta “Pieve battesimale”. Con l’avvento dell’Abbazia benedettina, nei più importanti documenti, anche se non si parla più della figura dell’arciprete, capo della parrocchia, vengono spesso nominate la chiesa di S. Giovanni e la chiesa di S. Pietro in Castello, che divenne poi la parrocchiale. Essa venne ampliata nel 1500 e poi distrutta per far posto all’attuale chiesa, costruita tra il 1761 e il 1782, grazie alla caparbietà e all’audacia del parroco don Carlo Carli e dedicata ai Santi Pietro e Paolo.

Dunque, nel nostro territorio la fede cristiana si é annidata già nei primi secoli del cristianesimo e la vita di questa nostra comunità è stata messa sotto la protezione prima di Pietro, l’Apostolo designato da Gesù “a confermare i suoi fratelli nella fede”, e poi a Pietro venne associato Paolo, l’Apostolo delle “genti”, il missionario per eccellenza.
La protezione dei due Santi è garanzia per noi di fede autentica e di forza nell’annuncio evangelico. Pietro da sempre per la comunità credente, che legge il Vangelo di Gesù, è la “roccia” su cui è costruita la Chiesa e, quindi, garanzia dell’autenticità di ciò in cui crediamo; anche perché abbiamo la certezza che i successori di Pietro, quelli che noi chiamiamo “papa”, non hanno mai tradito la fede, pur nella debolezza della loro vita, conservando e tramandando il deposito di fede che la Chiesa ha ricevuto da Gesù, attraverso la testimonianza degli Apostoli, in modo integro.

Ogni Papa è “Pietro”: colui che è chiamato da Gesù ad essere, con la potenza dello Spirito Santo, segno visibile dell’unità di tutti i credenti in Cristo, a indicare loro le strade della vita che conducono a Dio e a confermare la fede, insieme con gli altri Apostoli (i Vescovi), impedendo ogni deviazione rispetto al mandato ricevuto da Gesù. Certo, la fede cristiana va “inculturata” in ogni epoca storica, in ogni stagione della vita dell’uomo e, dunque, come sta facendo oggi Papa Francesco, deve trovare sempre nuovi linguaggi e nuove forme per rendersi comprensibile e rispondente alle domande delle diverse generazioni che si susseguono nella storia e delle varie culture. Ma non può mai diventare altro rispetto al Vangelo di Gesù Cristo e alla testimonianza degli Apostoli.

Questa fedeltà richiede ad ogni cristiano e, in particolare a colui che è chiamato a “confermare i fratelli nella fede”, coraggio, perseveranza, lungimiranza, apertura alla novità dello Spirito, accoglienza delle diversità, anche religiose, disponibilità al cambiamento, capacità di discernimento… Ma domanda anche la costanza di riferimento alle origini e forza di resistere ad una modernità che pretende di far senza Dio, pensando di essere capace di autosalvezza e di autodeterminazione.

Nella storia della Chiesa, “Pietro” ha sempre “preferito obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (cfr At 4,19), a costo della vita, perché, per quanto valga la vita, è nullità senza la “Vita”, che è Gesù Cristo: “lo sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). La nostra comunità, che ha come patrono Pietro, ha la grazia e l’impegno di rifarsi alle radici della fede cristiana e di alimentare la fede attraverso l’ascolto e l’obbedienza a colui che è successore di Pietro, il Papa. Deve, inoltre, distinguersi per l’amore e la gratitudine verso il Papa, che, esercitando il suo ministero, rende viva ed attuale la presenza di Gesù nella Chiesa, garantendo ai credenti un cammino, lungo il quale sono custoditi dalla presenza di Gesù risorto, e che ha come meta l’incontro definitivo con Dio per “vederlo faccia a faccia”, in una visione, che è condivisione di vita per tutta l’eternità.
Nel suo “patronato” nei confronti della nostra comunità Pietro è accompagnato da Paolo, altra figura di autentico cristiano che ci riporta alle radici della nostra fede e ci rende la testimonianza di chi vive in pienezza la vita cristiana, intesa come trasformazione in Cristo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Così che Paolo fa della sua vita una missione: portare Cristo e il suo Vangelo ad ogni uomo, perché ognuno possa giungere alla “piena maturità di Cristo” e trovare in Lui la pienezza di vita. Praticamente tutta la vita di Paolo è “Vangelo; cioè gioioso annuncio di Gesù; tutta la sua vita parla di Gesù; ogni suo gesto, ogni sua azione, ogni sua parola, è manifestazione di Colui di cui Paolo vive e che vive in Paolo: Gesù. Il suo amore, le sue gioie, le sue sofferenze, i suoi naufragi, le sue contraddizioni, la sua morte… tutto in lui è manifestazione di Gesù, convinto come è che “Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11). In Paolo non c’è uno spazio, un tempo, un respiro, un angolo del suo corpo, una relazione, uno sguardo… niente che non sia segno di Colui che Paolo porta in sé: Gesù. “Io non ritengo di sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo è crocifisso… scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che credono sapienza di Dio e potenza di Dio… Per Lui io ho considerato tutto il resto spazzatura” (cfr 1Cor 1,23; Fil 3,8).

E’ tal grande l’esperienza che Paolo ha fatto di Gesù nella sua Chiesa, da ritenere che vivere per Gesù fosse il massimo della vita e, così, l’ha messa totalmente a sua disposizione, fino a versare il sangue nel martirio per testimoniare fino all’ultimo la fede in Lui. Anche questo secondo nostro patrono, oltre a garantirci la certezza nella fede, attraverso la sua intercessione, ci introduce nel compito più alto che la comunità cristiana e ogni cristiano in essa hanno: essere missionari, cioè “portatori” con la propria vita del messaggio e della persona di Gesù, vivo e presente oggi in mezzo a noi per condurci attraverso le strade della vita, ad un amore che non avrà mai fine. Celebrare questi due santi per la nostra comunità significa sì chiedere la loro intercessione, ma anche impegnarci a imitarli nella nostra vita, perché anche attraverso di noi si compia stella storia l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo.

Ecco allora l’augurio che io prendo in prestito da loro: “Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la conoscenza di Dio (Ef 3,17-19).

Monsignor Giovanni