Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 15.11.2006 

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante. Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza.

Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì. San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio. Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiorità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. E’ un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.

Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore risorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). E’ come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!

Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! – ; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. E’ un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.

C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).

Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.

Paolo di Tarso

Benedetto XVI racconta San Paolo. Udienza generale, 25.10.2006 

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo concluso le nostre riflessioni sui dodici Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Oggi iniziamo ad avvicinare le figure di altri personaggi importanti della Chiesa primitiva. Anch’essi hanno speso la loro vita per il Signore, per il Vangelo e per la Chiesa. Si tratta di uomini e anche di donne, che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, «hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo» (15,26).

Il primo di questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr Panegirico 7,3). Dante Alighieri nella Divina Commedia, ispirandosi al racconto di Luca negli Atti (cfr 9,15), lo definisce semplicemente «vaso di elezione» (Inf. 2,28), che significa: strumento prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il “tredicesimo Apostolo” – e realmente egli insiste molto di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal Risorto -, o addirittura “il primo dopo l’Unico”. Certo, dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non solo il racconto che ne fa Luca negli Atti degli Apostoli, ma anche un gruppo di Lettere che provengono direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce ne rivelano la personalità e il pensiero.
Luca ci informa che il suo nome originario era Saulo (cfr At 7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr At 9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr At 13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e la Siria. Ben presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo la Legge mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr At 22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e ruvido, la lavorazione di tende (cfr At 18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulle Chiese (cfr At 20,34; 1 Cor 4,12; 2 Cor 12,13-14).

Fu decisivo per lui conoscere la comunità di coloro che si professavano discepoli di Gesù. Da loro era venuto a sapere di una nuova fede, – un nuovo “cammino”, come si diceva – che poneva al proprio centro non tanto la Legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione dei peccati. Come giudeo zelante, egli riteneva questo messaggio inaccettabile, anzi scandaloso, e si sentì perciò in dovere di perseguitare i seguaci di Cristo anche fuori di Gerusalemme.
Fu proprio sulla strada di Damasco, agli inizi degli anni ’30, che Saulo, secondo le sue parole, venne «ghermito da Cristo» (Fil 3,12). Mentre Luca racconta il fatto con dovizia di dettagli, – di come la luce del Risorto lo ha toccato e ha cambiato fondamentalmente tutta la sua vita – egli nelle sue Lettere va diritto all’essenziale e parla non solo di visione (cfr 1 Cor 9,1), ma di illuminazione (cfr 2 Cor 4,6) e soprattutto di rivelazione e di vocazione nell’incontro con il Risorto (cfr Gal 1,15-16). Infatti, si definirà esplicitamente «apostolo per vocazione» (cfr Rm 1,1; 1 Cor 1,1) o «apostolo per volontà di Dio» (2 Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), come a sottolineare che la sua conversione era non il risultato di uno sviluppo di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di un intervento divino, di un’imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto ciò che prima costituiva per lui un valore divenne paradossalmente, secondo le sue parole, perdita e spazzatura (cfr Fil 3,7-10). E da quel momento tutte le sue energie furono poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Ormai la sua l’esistenza sarà quella di un Apostolo desideroso di «farsi tutto a tutti» (1 Cor 9,22) senza riserve.

Di qui deriva per noi una lezione molto importante: ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola. Alla sua luce ogni altro valore viene recuperato e insieme purificato da eventuali scorie. Un’altra fondamentale lezione offerta da Paolo è il respiro universale che caratterizza il suo apostolato. Sentendo acuto il problema dell’accesso dei Gentili, cioè dei pagani, a Dio, che in Gesù Cristo crocifisso e risorto offre la salvezza a tutti gli uomini senza eccezioni, dedicò se stesso a rendere noto questo Vangelo, letteralmente «buona notizia», cioè annuncio di grazia destinato a riconciliare l’uomo con Dio, con se stesso e con gli altri. Dal primo momento egli aveva capito che questa è una realtà che non concerneva solo i giudei o un certo gruppo di uomini, ma che aveva un valore universale e concerneva tutti, perché Dio è il Dio di tutti. Punto di partenza per i suoi viaggi fu la Chiesa di Antiochia di Siria, dove per la prima volta il Vangelo venne annunciato ai Greci e dove venne anche coniato il nome di «cristiani» (cfr At 11, 20.26), cioè di credenti Cristo. Di là egli puntò prima su Cipro e poi a più riprese sulle regioni dell’Asia Minore (Pisidia, Licaonia, Galazia), poi su quelle dell’Europa (Macedonia, Grecia). Più rilevanti furono le città di Efeso, Filippi, Tessalonica, Corinto, senza tuttavia dimenticare Beréa, Atene e Mileto.

Nell’apostolato di Paolo non mancarono difficoltà, che egli affrontò con coraggio per amore di Cristo. Egli stesso ricorda di aver agito «nelle fatiche… nelle prigionie… nelle percosse… spesso in pericolo di morte…: tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio…; viaggi innumerevoli, pericoli dai fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità; e oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (2 Cor 11,23-28). Da un passaggio della Lettera ai Romani (cfr 15, 24.28) traspare il suo proposito di spingersi fino alla Spagna, alle estremità dell’Occidente, per annunciare il Vangelo dappertutto, fino ai confini della terra allora conosciuta.
Come non ammirare un uomo così? Come non ringraziare il Signore per averci dato un Apostolo di questa statura? E’ chiaro che non gli sarebbe stato possibile affrontare situazioni tanto difficili e a volte disperate, se non ci fosse stata una ragione di valore assoluto, di fronte alla quale nessun limite poteva ritenersi invalicabile. Per Paolo, questa ragione, lo sappiamo, è Gesù Cristo, di cui egli scrive: «L’amore di Cristo ci spinge… perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5,14-15), per noi, per tutti.

Di fatto, l’Apostolo renderà la suprema testimonianza del sangue sotto l’imperatore Nerone qui a Roma, dove conserviamo e veneriamo le sue spoglie mortali. Così scrisse di lui Clemente Romano, mio predecessore su questa Sede Apostolica negli ultimi anni del secolo I°: «Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza… Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino agli estremi confini dell’Occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di perseveranza» (Ai Corinzi 5). Il Signore ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione lasciataci dall’Apostolo nelle sue Lettere: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11,1).

Paolo VI? Una figura di famiglia

Don Pierantonio Lanzoni, vice postulatore della causa di canonizzazione racconta il suo rapporto “speciale” con il Papa bresciano

Ha seguito sin dalle sue prime battute, come vice postulatore, la causa di canonizzazione di Paolo VI, un’esperienza che ha dato modo a don Pierantonio Lanzoni, di avere un suo Paolo VI tutto particolare, anche se, come ricorda, il legame con il Papa bresciano ha radici più profonde.

L’impegno dedicato alla causa di canonizzazione, ha contribuito a dare connotazioni nuove al “suo” Paolo VI?

No, per la verità, non più di tanto. Sono nato a Verolavecchia, il paese di origine di Giuditta Alghisi, mamma del papa che tra poche ore sarà proclamato santo. Paolo VI è sempre stata dunque una figura familiare. Quando da bambino vedevo in televisione le prime immagini del papa bresciano per me non era la guida della Chiesa universale, ma una figura che apparteneva al racconto della mia infanzia. A rendere ancora più vicina la figura di Paolo VI e della sua famiglia c’era anche un ricordo molto privato. Sono nato nella casa che mio nonno acquistò a Verolavecchia anche grazie all’aiuto avuto da Giorgio Montini, papà del futuro Papa. Per me e per la comunità di Verolavecchia Montini è stata una figura molto vicina, per tanti continuava, anche in presenza di una carriera ecclesiastica in costante ascesa, a essere don Battista, il figlio di Giuditta Alghisi e di Giorgio Montini, legato alla casa del Dosso, la casa di mamma Giuditta. Il mio è un Paolo VI di famiglia, di comunità visto che i Montini hanno fatto molto per Verolavecchia. Ricordo anche che mons. Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, utilizzò i proventi della vendita degli ultimi terreni di famiglia a Verolavecchia per la costruzione di nuove chiese a Milano. Fu quello un gesto che suscitò un grande rispetto nella nostra piccola comunità.

Nel “suo” Paolo VI c’è dunque anche una piccola e sana dose di orgoglio campanilistico per le comuni radici a Verolavecchia?

Sì. In un documento relativo a ritiro spirituale del 1974 Paolo VI ricostruisce le figure dei Papi della sua vita e parlando di Leone XIII scrive di avere appreso la notizia della sua morte nel 1903 durante un soggiorno nella casa materna di Verolavecchia. Leone XIII era stato il papa della Rerum Novarum e della devozione allo Spirito Santo per il quale aveva anche composto una preghiera che la mamma di Giovanni Battista Montini recitava spesso. Conosco il Paolo VI familiare, di mamma Giuditta Alghisi che ha trasmesso al figlio anche la sua grande religiosità.

Paolo VI, il papa dell’Humanae Vitae, diventa santo grazie a un miracolo sulla vita nascente. Il vice postulatore della causa è di Verolavecchia, comunità tanto importante nella vita del Papa…Segni non indifferenti di un disegno preciso?

Sì, c’è un disegno ed è grande anche anche se lo limiterei al rapporto tra il Papa e la vita, anche perché pochi sanno che la stessa gravidanza di mamma fu a rischio e il parto di Giovanni Battista problematico. Appena nato venne affidato addirittura a una balia perché il piccolo aveva problemi di salute. C’è poi un’altra parte di quello che è un disegno nitido. Nello stesso giorno in cui Giovanni Battista Montini veniva battezzato nella Pieve di Concesio, moriva a Lisieux Santa Teresina che pochi giorni prima aveva detto a una consorella che da morta sarebbe andata a vegliare sulle culle dei bambini nati o battezzati nel giorno del suo trapasso…Tutto questo legato ai due miracoli legati al tema della vita completano un quadro interessante.

Un’ultima domanda. È opinione diffusa che Brescia abbia un debito nei confronti di Paolo VI. Da vicepostulatore della causa di canonizzazione la condivide?

Si. C’è un debito che deve essere ancora colmato. Non abbiamo mai saputo corrispondere alle attenzioni che con garbo, per non essere tacciato di invadenza, Montini ha sempre avuto per la Chiesa e la ssocietà bresciana. E anche dopo la sua morte forse non ci siamo soffermati a sufficienza sulla sua grandezza. Senza entrare nel tema dell’importanza del suo papato, Montini è l’unico bresciano ad avere preso la parola davanti all’assemblea dell’Onu. Quante volte è stato ricordato questo aspetto?

San Pietro raccontato dal suo successore Papa Benedetto XVI | Conclusione

Leggi la prima parte.

Pietro, l’apostolo – Il cammino di sequela

San Pietro si pone in un cammino di sequela. E così la confessione iniziale porta in sé, come in germe, già la futura fede della Chiesa. Qui vogliamo considerare altri due avvenimenti importanti nella vita di san Pietro: la moltiplicazione dei pani e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore della Chiesa universale.

La moltiplicazione dei pani

Voi sapete che il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli apostoli domandano: Ma come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira l’attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sé cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si chiedono gli apostoli. Ma il Signore fa sedere la gente e distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si saziano. (cfr Giovanni 6,12-13).

Poi Gesù non accetta e si ritira sulla montagna a pregare tutto solo. Il giorno dopo, Gesù sull’altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo non nel senso di una regalità su Israele con un potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del dono di sé: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani, il pane eucaristico: il suo modo assolutamente nuovo di essere re, un modo totalmente contrario alle aspettative della gente… Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero difficili anche per Pietro, che a Cesarea di Filippo si era opposto alla profezia della croce. E tuttavia quando Gesù chiese ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”, Pietro reagì con lo slancio del suo cuore generoso, guidato dallo Spirito Santo. A nome di tutti rispose con parole immortali, che sono anche le nostre parole: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (cfr Giovanni 6,66-69).

Qui, come a Cesarea, con le sue parole Pietro inizia la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali. Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande, aperta soprattutto perché non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno: in Lui, Cristo. Così anche la nostra fede è sempre una fede iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma è essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo guidare da Gesù, perché Egli non soltanto conosce la Via, ma è la Via. La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza.

È quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Marco 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro, che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

La missione di pastore della Chiesa universale.

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. È l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato.

Gesù domanda a Pietro la prima volta: “Simone, mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Giovanni 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”.

E Pietro ripete la risposta del suo umile amore uma- no: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! È proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: “Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: ‘Seguimi’” (Gio- vanni 21,19). Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto.

Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. È stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra” della Chiesa, perché costantemente aperto all’azione dello Spirito di Gesù. Pietro stesso si qualificherà come “testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pietro 5,1). Quando scriverà queste parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare dove essa può essere attinta: la sorgente è Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede, nonostante la nostra fragilità. Perciò scriverà ai cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pietro 1,8-9).

Benedetto XVI, 17 maggio 2006

San Pietro raccontato dal suo successore Papa Benedetto XVI

Pietro, il pescatore

Cari fratelli e sorelle, nella nuova serie di catechesi abbiamo innanzitutto cercato di capire meglio che cosa sia la Chiesa, quale sia l’idea del Signore circa questa sua nuova famiglia. Poi abbiamo detto che la Chiesa esiste nelle persone. E abbiamo visto che il Signore ha affidato questa nuova realtà, la Chiesa, ai dodici apostoli. Adesso vogliamo vederli uno ad uno, per capire nelle persone che cosa sia vivere la Chiesa, che cosa sia seguire Gesù. Cominciamo con san Pietro.

Chi è Pietro?

Dopo Gesù, Pietro è il personaggio più noto e citato negli scritti neotestamentari: viene menzionato 154 volte con il soprannome di Pétros, “pietra”, “roccia”, che è traduzione greca del nome aramaico datogli direttamente da Gesù, Kefa, attestato 9 volte soprattutto nelle lettere di Paolo. Si deve poi aggiungere il frequente nome Simòn (75 volte), che è forma grecizzata del suo originale nome ebraico Simeòn (2 volte: Atti 15,14; 2 Pietro 1,1). Figlio di Giovanni (cfr Giovanni 1,42) o, nella forma aramaica, bar-Jona, figlio di Giona (cfr Matteo 16,17), Simone era di Betsaida (cfr Giovanni 1,44), una cittadina a oriente del mare di Galilea, da cui veniva anche Filippo e naturalmente Andrea, fratello di Simone.

La sua parlata tradiva l’accento galilaico. Anch’egli, come il fratello, era pescatore: con la famiglia di Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni, conduceva una piccola azienda di pesca sul lago di Genezaret (cfr Luca 5,10). Doveva perciò godere di una certa agiatezza economica ed era animato da un sincero interesse religioso, da un desiderio di Dio – egli desiderava che Dio intervenisse nel mondo – un desiderio che lo spinse a recarsi col fratello fino in Giudea per seguire la predicazione di Giovanni il Battista (Giovanni 1,35-42). Era un ebreo credente e osservante, fiducioso nella presenza operante di Dio nella storia del suo popolo, e addolorato per non vederne l’azione potente nelle vicende di cui egli era, al presente, testimone.

Era sposato e la suocera, guarita un giorno da Gesù, viveva nella città di Cafarnao, nella casa in cui anche Simone alloggiava quando era in quella città (cfr Matteo 8,14s; Marco 1,29ss; Luca 4,38s). I Vangeli ci informano che Pietro è tra i primi quattro discepoli del Nazareno (cfr Luca 5,1-11), ai quali se ne aggiunge un quinto, secondo il costume di ogni Rabbi di avere cinque discepoli (cfr Luca 5,27: chiamata di Levi). Quando Gesù passerà da cinque a dodici discepoli (cfr Lc 9,1-6), sarà chiara la novità della sua missione: Egli non è uno dei tanti rabbini, ma è venuto a radunare l’Israele escatologico, simboleggiato dal numero dodici, quante erano le tribù d’Israele.

Simone appare nei Vangeli con un carattere deciso e impulsivo; egli è disposto a far valere le proprie ragioni anche con la forza (si pensi all’uso della spada nell’Orto degli Ulivi: cfr Giovanni 18,10s). Al tempo stesso, è a volte anche ingenuo e pauroso, e tuttavia onesto, fino al pentimento più sincero (cfr Matteo 26,75). I Vangeli consentono di seguirne passo passo l’itinerario spirituale.

La chiamata sul lago di Galilea

Il punto di partenza è la chiamata da parte di Gesù. Avviene in un giorno qualsiasi, mentre Pietro è impegnato nel suo lavoro di pescatore. Gesù si trova presso il lago di Genesaret e la folla gli fa ressa intorno per ascoltarlo. Il numero degli ascoltatori crea un certo disagio. Il Maestro vede due barche ormeggiate alla sponda; i pescatori sono scesi e lavano le reti. Egli chiede allora di salire sulla barca, quella di Simone, e lo prega di scostarsi da terra. Sedutosi su quella cattedra improvvisata, si mette ad ammaestrare le folle dalla barca (cfr Luca 5,1-3).

E così la barca di Pietro diventa la cattedra di Gesù. Quando ha finito di parlare, dice a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Simone risponde: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” (Luca 5,4-5). Gesù, che era un falegname, non era un esperto di pesca: eppure Simone il pescatore si fida di questo Rabbi, che non gli dà risposte ma lo chiama ad affidarsi. La sua reazione davanti alla pesca miracolosa è quella dello stupore e della trepidazione: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5,8). Gesù rispon- de invitandolo alla fiducia e ad aprirsi ad un progetto che oltrepassa ogni sua prospettiva: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Luca 5,10).

Pietro non poteva ancora immaginare che un giorno sarebbe arrivato a Roma e sarebbe stato qui “pescatore di uomini” per il Signore. Egli accetta questa chiamata sorprendente, di lasciarsi coinvolgere in questa grande avventura: è generoso, si riconosce limitato, ma crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del suo cuore. Dice di sì – un sì coraggioso e generoso – e diventa discepolo di Gesù.

La confessione di fede

Un altro momento significativo nel suo cammino spirituale Pietro lo vivrà nei pressi di Cesarea di Filippo, quando Gesù pone ai discepoli una precisa domanda: “Chi dice la gente che io sia?” (Marco 8,27). A Gesù però non basta la risposta del sentito dire. Da chi ha accettato di coinvolgersi personalmente con Lui vuole una presa di posizione personale. Perciò incalza: “E voi chi dite che io sia?” (Mc 8,29). È Pietro a rispondere per conto anche degli altri: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia. Questa risposta di Pietro, che non venne “dalla carne e dal sangue” di lui, ma gli fu donata dal Padre che sta nei cieli (cfr Matteo 16,17), porta in sé come in germe la futura confessione di fede della Chiesa.

Tuttavia Pietro non aveva ancora capito il profondo contenuto della missione messianica di Gesù, il nuovo senso di questa parola: Messia. Lo dimostra poco dopo, lasciando capire che il Messia che sta inseguendo nei suoi sogni è molto diverso dal vero progetto di Dio. Davanti all’annuncio della passione si scandalizza e protesta, suscitando la vivace reazione di Gesù (cfr Marco 8, 32-33). Pietro vuole un Messia “uomo divino”, che compia le attese della gente imponendo a tutti la sua potenza: è anche il desiderio nostro che il Signore imponga la sua potenza e trasformi subito il mondo; Gesù si presenta come il “Dio umano”, il servo di Dio, che sconvolge le aspettative della folla prendendo un cammino di umiltà e di sofferenza. È la grande alternativa, che anche noi dobbiamo sempre imparare di nuovo: privilegiare le proprie attese respingendo Gesù o accogliere Gesù nella verità della sua missione e accantonare le attese troppo umane. Pietro, impulsivo com’è, non esita a prendere Gesù in disparte e a rimproverarlo. La risposta di Gesù fa crollare tutte le sue false attese, mentre lo richiama alla conversione e alla sequela: “Rimettiti dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Marco 8,33). Non indicarmi tu la strada, io prendo la mia strada e tu rimettiti dietro di me. Pietro impara così che cosa significa veramente seguire Gesù. È la sua seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Genesi 22, dopo quella di Genesi 12: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Marco 8,34-35).

È la legge esigente della sequela: bisogna saper rinunciare, se necessario, al mondo intero per salvare i veri valori, per salvare l’anima, per salvare la presenza di Dio nel mondo (cfr Marco 8,36-37). Anche se con fatica, Pietro accoglie l’invito e prosegue il suo cammino sulle orme del Maestro. E mi sembra che queste diverse conversioni di san Pietro e tutta la sua figura siano una grande consolazione e un grande insegnamento per noi. Anche noi abbiamo desiderio di Dio, anche noi vogliamo essere generosi, ma anche noi ci aspettiamo che Dio sia forte nel mondo e trasformi subito il mondo secondo le nostre idee, secondo i bisogni che noi vediamo.

Dio sceglie un’altra strada. Dio sceglie la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà. E noi, come Pietro, sempre di nuovo dobbiamo convertirci. Dobbiamo seguire Gesù e non precederlo: è Lui che ci mostra la via. Così Pietro ci dice: Tu pensi di avere la ricetta e di dover trasformare il cristianesimo, ma è il Signore che conosce la strada. È il Signore che dice a me, che dice a te: seguimi! E dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di seguire Gesù, perché Egli è la Via, la Verità e la Vita.

Continua

Io sono fatto così

Nicoletta non credette ai suoi occhi quando salendo sulla carrozza della metropolitana alla stazione di Porta Venezia si imbatté in Teresa e Fulvio, che erano due cari amici di famiglia.

<< Abbiamo trascorso una giornata favolosa Domenica sul lago! – disse Teresa- Peccato davvero che tu non ci fossi >>.

Il figlio minore di Nicoletta e Marco proprio quella domenica aveva avuto un’uscita importante con la squadra di pallacanestro. Così Nicoletta e Marco si erano divisi: Nicoletta era andata alla partita del secondo figlio, mentre Marco, portandosi dietro il primo figlio, era andato alla grigliata che, assieme ad altri amici, Teresa e Fulvio avevano organizzato nella loro casa di Maneggio, sul lago di Como.

<< Tuo marito è veramente incredibile! >> esclamò Teresa sulla metropolitana, ripensando alla grigliata della Domenica.

<< Sì, davvero! E chi lo tiene? >> aggiunse Fulvio.

<< Non abbiamo fatto altro che ridere tutto il pomeriggio >>, rilanciarono quasi all’unisono Teresa e Fulvio.

A Nicoletta venne da pensare che ciò, in effetti, era strano. Ricorda bene, la sera di quella stessa domenica quando, rientrati tutti e quattro a casa – lei e un figlio dalla partita, lui e l’altro figlio dalla grigliata -, il marito le era parso visibilmente scocciato: << La macchina ha ripreso a far rumore là sotto… sarà la marmitta… domani ancora a sbattere via altri soldi dal meccanico! >>; e poi: << Ma quand’è che la aggiustano sta statale, che ogni volta ci vuole un’ora per fare venti chilometri! >>; e alla moglie che gli aveva chiesto com’era andato il pranzo: << Lo sai… a me le costine di maiale non piacciono…>>.

A ben pensarci, però, non era la prima volta che succedeva. Marco sapeva raccontare soltanto le cose che non andavano, come se fosse stato incapace di condividere, soprattutto con sua moglie, le gioie della vita. Nicoletta aveva provato, una volta, a farglielo notare: << Perché non riusciamo a renderci partecipi delle cose belle? >>. Marco era stato onesto, ma fermo: << Non ce l’ho con te. È che non ci riesco… non mi viene proprio…È il mio carattere. Sono fatto così >>.

Questa volta, però, dopo l’incontro sulla metropolitana con Teresa e Fulvio, e dopo l’esaltazione che questi avevano fatto della simpatia di Marco, ecco che Nicoletta decise di intervenire ancora una volta, ma con più decisione. Marco però contrattaccò: << Se Teresa e Fulvio ti hanno detto così, immagino già cosa avrai risposto tu… non sopporto che tu vada a raccontare in giro le cose della nostra famiglia ad altre persone!>>.

<< Non sono “altre persone” – obiettò Nicoletta-. Si tratta di amici! Non parlo mica con gli sconosciuti!>>.

E rilanciò: << Se tu non racconti mai niente di carino, io dovrò pure parlare con qualcuno! Cosa vuoi? Che mi deprima solo perché tu sai raccontare soltanto le cose che non funzionano? Io sono fatta così: ho bisogno di parlare, e non solo delle cose brutte!>>.

In un caso come questo è difficile capire chi ha ragione.

Su una cosa, però, certamente entrambi hanno torto: quando per riaffermare la propria posizione esclamano: << Io sono fatto!>>.

Comodo appellarsi al proprio brutto carattere per non cambiare le cose di una virgola!

È davvero così scontato che se abbiamo un <<brutto carattere>> non possiamo fare proprio nulla per mettervi mano? Certo che se a vent’anni è difficile cambiare carattere – o almeno smussarne un pochino gli spigoli – figuriamoci a trenta, quaranta… a settanta! Certamente chi aspetta di cambiare carattere a cinquanta o a sessant’anni si accorgerà che a una certa età già si fa abbastanza fatica anche solo a non peggiorare il proprio carattere. 

La perdita della flessibilità è la vera forma di invecchiamento della persona.

Essere flessibili, invece, significa accogliere ad ogni età la sfida della crescita ed è il cambiamento. A volte il corpo non ci aiuta e con il passare del tempo diventa meno flessibile, anche se facciamo un po’ di sport.

Possiamo fare molto, però, per aiutare almeno la nostra mente a mantenersi flessibile, magari cominciando proprio con l’imporre a noi stessi di non dire più agli altri: << Sono fatti così! >>. 

Significa rimanere giovani, almeno nel cuore.

Autoritari o permissivi?

Quando Ilaria sorrideva, spontaneamente chinava il capo; oppure copriva la sua bocca con il palmo della mano. Era un movimento quasi automatico il suo, nemmeno del tutto consapevole. Pur senza rendersene conto, però, Ilaria sapeva benissimo quando tutto era cominciato. Ricordava il suo bel sorriso da adolescente e poi da giovane, frantumata da anni di vita randagia, a impasticcarsi e spararsi in vena porcherie di ogni genere; e com’erano cominciate anche le malattie e la caduta degli incisivi superiori.                                   Da tossica nemmeno ci faceva caso, ma entrando in comunità – quando in un momento di lucidità era riuscita a dirsi che più a fondo di così non voleva andare – si era sentita improvvisamente brutta e vecchia. Lei, che di anni allora ne aveva appena venticinque, aveva così cominciato a nascondere quel vuoto di denti che le deturpava il viso. Eppure, quella vergogna era il segno salutare di una dignità ritrovata. E con quella era ritornato anche il desiderio di vivere veramente. Poi, con il tempo e l’aiuto di alcune persone buone, era arrivato anche il denaro per mettere a posto la bocca e riavere il sorriso di un tempo. I denti erano artificiali ora, ma la sua voglia di ridere no. Quella era sua.                                                                                                                                  Però le era rimasto quel gesto istintivo, di occultare il proprio sorriso. Anche ora, a distanza di dieci anni dall’uscita da quell’abisso, le veniva di farlo così, appunto, senza ragione.                                                                                         Da Adriano, però, si lasciava fermare.                                                                                                                                                        Lui, che di anni ne aveva trentasei come lei, le prendeva lievemente la mano e gliela scostava dal viso. E ogni volta quel rito aveva un che di liberatorio. Come se Adriano dicesse a Ilaria – che da tre anni era sua moglie – :”Guarda che è tutto finito…!”.                                                                                                                                                      Adriano aveva aiutato molto Ilaria. Tutti coloro che conoscevano un po’ la vicenda di lei lo sapevano. Eppure anche Ilaria aveva aiutato molto Adriano. Ma questo probabilmente lo sapeva soltanto Adriano.                               Perché se Ilaria veniva da una famiglia piuttosto numerosa in cui ciascuno faceva quello che voleva perché…tanto nessuno si interessava d nessuno, Adriano che era figlio unico, veniva da una famiglia del tutto diversa, in cui i genitori – peraltro persone oneste e con un autentico desiderio di bene – avevano trasformato le proprie insicurezze in un autoritarismo senza scampo. Così e Ilaria durante l’adolescenza e la giovinezza talora stava fuori casa anche per giorni interi senza che nessuno dei suoi domandasse mai dove fosse, Adriano si era ritrovato a vivere quasi come segregato in casa, perché i suoi si opponevano ad ogni sua iniziativa in nome dei pericoli, o delle presunte cattive compagnie, o del “non sei capace…!” , o del “non te la sai cavare…!” , con tutto il correlato dei “torna presto!” , “torna subito” , “non stare i giro!” , “non fare tardi!” , e via dicendo. E se a quindici anni certi richiami possono essere perfino opportuni, a trenta forse lo sono un po’ meno.                                                                                                                                                                                          Adriano, a forza di sentirselo dire, infondo aveva finito per credere davvero che la vita sarebbe stata più sicura in casa propria: usciva poco, ma non ne sentiva nemmeno troppo il desiderio; non aveva una fidanzata, ma neppure la cercava. Si concedeva solo un po’ di volontariato – “autorizzato” dai suoi – con la protezione civile.                                                                                                                                                                                                 E qui, però, aveva conosciuto Ilaria. Trovatisi casualmente, gomito a gomito, a montare un tendone nel pomeriggio di una domenica, lei si era intenerita per quel giovane serio e imbranato; a lui, invece, lei era parsa straordinariamente simpatica, ma…di più…non sia mai!                                                                                                               Era stata lei, a quel punto – in modo inconsueto – a “fargli la corte”. Ilaria era un po’ imprevedibile, disordinata, ma – come esclamava Adriano – “a far quadrare il cerchio basto e avanzo io”.E si erano sposati.                              Il pomeriggio che Ilaria aveva comunicato ad Adriano – questa volta senza coprire il proprio sorriso – che aspettava un bambino, avevano pianto insieme di gioia. Avevano anche parlato molto, anticipando i tempi, spingendosi addirittura su domande de tipo: “Ma chissà se sarà una buona cosa fargli fare l’università!” . A quel punto erano scoppiati a ridere; e quasi all’unisono avevano esclamato : “Mi sa che stiamo correndo troppo!”.

Il confronto era poi proseguito sullo stile educativo da scegliere per quel figlio.

Certo l’esperienza dell’educazione che avevano ricevuto dalle proprie famiglie aveva lasciato loro poche certezze, ma anche alcuni punti fermi, seppur imparati a prezzo di non poche sofferenze ed errori. Un’educazione all’insegna del “lasciar fare”, senza alcun controllo e senza alcuna indicazione o restrizione, può sembrare liberale o responsabilizzante. In realtà rischia di mandare un messaggio subliminale insidiosissimo: che al genitore non importa nulla del proprio figlio. La percezione di questo stato di cose da parte di un figlio non di rado apre la strada a comportamenti devianti. Com’era stato per Ilaria. Sul versante opposto, un’educazione eccessivamente autoritaria trasmette almeno un interesse del genitore verso il figlio. E ciò non è male. Allo stesso tempo, però, rischia di riempire il mondo del figlio di paure e insicurezze, che potranno renderne difficoltosa la crescita. Com’era stato per Adriano.

Don Domenico                                                                                                                            

“Meglio un figlio tossico”

Aldo distinse la sagoma dell’auto del figlio Jacopo che svoltava all’incrocio e si avvicinava alla villetta nella quale abitava tutta la famiglia. Jacopo lo vide e scese dalla macchina con il volto preoccupato.

“Aspetta a entrare in casa – disse Aldo andando verso di lui – bisogna che facciamo qualcosa… c’è tua madre che… anche stasera non ha mangiato niente. E’ lì, in salotto, che piange..  c’é Barbara con lei, ma non è che serva a un gran che”.

“Bisogna che facciamo qualcosa…cosa?” esclamò Jacopo che già intuiva la piega del discorso.

“Insomma figlio mio, ‘sta storia del seminario… non è possibile! Te ne rendi conto?!”

Jacopo parve subito stizzirsi “Papà, di cosa dovrei rendermi conto?”, esclamò, cercando di contenere una vampata di risentimento.

Aldo e Mariangela erano marito e moglie da quasi trent’anni.

Aldo aveva militato per molti anni nelle file del Partito Comunista. Ai tempi si dichiarava estraneo ad ogni discorso sulla fede. Poi però con il tempo che passa e i muri che crollano, si era avvicinato al cristianesimo. Il suo avvicinamento, però, si era caratterizzato soprattutto per un’adesione alle iniziative sociali della comunità cristiana, al punto di arrivare ad essere uno delle persone più attive della parrocchia. Amava definirsi, scherzosamente un “praticante non credente”.

Mariangela veniva da una famiglia cattolica, piuttosto tradizionale, ma presto si era allontanata dalla vita cristiana. Si considerava non credente. I figli, però, non avevano smesso di prenderla in giro dal giorno in cui avevano scoperto che custodiva nella borsetta e nel cassetto del comodino un’immaginetta di Padre Pio.

Aldo e Mariangela si erano sposati in chiesa perché sennò, come diceva lei, “a mia madre viene il fuoco di Sant’Antonio!”. Dopo circa sette anni era nata Barbara e, dopo altri due, Jacopo. E Jacopo, proprio lui, il “piccoletto” di casa, a pochi giorni dal suo ventunesimo compleanno aveva comunicato ai genitori la sua decisione di diventare prete e quindi di entrare in seminario per iniziare gli studi di teologia.

Agli occhi di molte famiglie, un figlio che entra in seminario per diventare prete è come un figlio che si fidanza con una ragazza che i genitori di lui ritengono insopportabile, o indegna, o… mostruosamente impresentabile! Insomma: di tutto e di più. Molto spesso la fidanzata non è né insopportabile, né indegna, né impresentabile. Almeno: non più di loro. 

Il vero problema è che si sta portando via il figlio. Questo fa soffrire, però non è detto che i genitori lo ammettano. Lasciare che un figlio si leghi affettivamente a una persona estranea alla famiglia non è una cosa facile da accettare per i genitori. Essi possono vivere il fidanzamento come una perdita. Però, poi, in genere, pian piano, riconoscono che la ragazza è simpatica; che il figlio da quando sta con lei sembra perfino un po’ migliorato (non sempre); che forse un giorno ci saranno i nipotini..

Il seminario invece è come una fidanzata…invisibile, ma che il figlio se lo porta via sul serio; che il ragazzo migliori…ancora non si vede; e dei nipotini… nemmeno l’ombra!

Mariangela incontrò una vicina appena fuori dal panettiere. Si sfogò con lei e pianse. E la vicina a dirle “Ma pensi se era tossico!”.

Ah certo che sarebbe stato un guaio! Però, il fatto che la scelta di essere seminarista sia confrontata con quella di essere tossico, indubbiamente fa pensare. E, forse, amaramente, dobbiamo riconoscere che il nostro è effettivamente uno strano mondo, se accostiamo le grazie alle disgrazie, senza saper distinguere le une dalle altre.

A pensarci bene, credenti o non credenti, praticanti o tiepidi, devoti o confusi, insomma… un po’ tutti dovremmo dire che è bello che un giovane sappia scommettere il proprio futuro sulla pace, la giustizia, la solidarietà… senza chiedere altro per se stesso. Perché il Vangelo è anche questo e non è neppure necessario essere cristiani per capirlo.

Aldo e Mariangela avrebbero di che essere soddisfatti. Anche di se stessi.