Misericordia

Occorre prendersi cura di certi silenzi, perché appartengono a quegli spiriti fragili che sanno piangere senza far rumore, e amare senza volerlo mai dire. Quando ne intuisci qualcosa dell’animo, ecco, subito si affrettano a diradare tutto in una risoluta quanto scontrosa finzione d’indifferenza, o a schermire la parte più vera e dolorosa in un festoso intrico di chiacchiere, inutili chiacchiere di circostanza, come si accomoda la polvere sotto i tappeti per ben impressionare gli ospiti.

Occorre muoversi in sordina, perché un affetto sussurrato troppo forte li farebbe scappare, e una gentilezza troppo calcata li spezzerebbe in malinconici cocci d’umanità. Non basta il bene, occorre saperlo pesare.

La bellezza della vita è crudele quando rinfacciata a chi se ne crede privo o indegno, la gentilezza esercitata con supponenza è umiliante per chi la riceve, la felicità può sembrare un velenoso inganno a chi la guardi, lontana, attraverso un tiepido velo di lacrime. No, non così si arriva a ciò che il silenzio nasconde. Né, talvolta, basta capire il male per guarirlo, perché questo può essersi trasfuso in modo inestirpabile nel midollo di un’esistenza, divenendo il dolore fondante, il dolore d’angolo, dell’identità di un uomo.

Ma, pur non capendo, o pur capendo e non potendo altro, si può sempre provare ad accogliere lo scontento del prossimo. O, perlomeno, ad avvicinarne il malessere, come si avvicinano quelle cose selvatiche che si vogliono addomesticare, cioè abituare alla casa e a quell’universo relazionale basato sull’affetto sotteso a questo luogo insieme fisico e ideale, le quali non perdono la propria fierezza ma imparano a temperarla con l’amore che le circonda e, infine, pervade.

La voce di un testimone

Quaresima missionaria

In occasione della Quaresima, che da sempre è caratterizzata anche da uno spirito missionario, mediante un’intervista, abbiamo voluto dare la parola ad un testimone della nostra parrocchia che, in forma molto semplice, ha fatto un’esperienza missionaria significativa: Battista Tosini.

Che cosa ti ha spinto a partire?

Io avevo uno zio missionario in Togo. Si chiamava Fra Onorio Tosini ed era di Inzino in Valle Trompia. Spesso mi faceva vedere le foto della sua missione, con tantissimi bambini. Più volte mi ha invitato ad andare con lui, ma io ho sempre detto di no. Eppure quelle foto e quei racconti senza saperlo sono penetrati in me. Aspettavano soltanto l’occasione per produrre il loro frutto. Questo venne, dopo l’esperienza a Monstar, durante la guerra bosniaca. Di fronte a tanti segni di odio e di morte, decisi di fare qualcosa per dare il mio contributo a rendere il mondo più umano e fraterno. E così sono partito per l’Africa.

Dove sei stato?

La prima esperienza “missionaria” l’ho fatta in Angola in collegamento con i Piamartini. Abbiamo costruito una scuola per cinquemila bambini. Una cosa impressionante. Sono ritornato stanchissimo e sfinito per il superlavoro e mi sono detto: “Basta!”. Ma dentro di me c’era un richiamo fortissimo: mi mancavano quei bambini, che mi guardavano con occhi imploranti e pieni di gratitudine. Mi mancavano soprattutto quelle Messe della domenica, che non finivano più; ma erano belle, meravigliose. Una vera festa di tutti davanti a Dio, il Padre di tutti, buono e misericordioso. E così sono ritornato in Africa, ad intervalli, per 22 anni. Sono stato in Tanzania, Burkina Faso, Mali, Congo, Zambia, sempre in accordo con i vescovi del luogo o con delle Congregazioni religiose. Sono stato anche in Romania e Albania, dove c’era il nostro compaesano don Roberto Ferranti.

Che cosa facevi?

Pur essendo io infermiere, in Africa ho esercitato soprattutto la mia professione di piastrellista. Ovunque arrivavamo, costruivamo soprattutto scuole e ospedali. Non vi dico quanti pavimenti ho dovuto piastrellare con l’aiuto di tanti giovani africani, a cui ho lasciato poi i miei strumenti di lavoro perché potessero continuare il mestiere che ho loro insegnato. Mi ricordo ancora un gesto che mi ha commosso terribilmente:
Il vescovo Zerbo, oggi cardinale e responsabile della Conferenza episcopale del Mali, un giorno si è inginocchiato davanti a me. Io stupito gli ho chiesto cosa stesse facendo, cosa gli saltava in mente. E lui mi ha risposto: “Tu stai ore e ore in ginocchio a piastrellare per noi. Lascia che almeno una volta io possa mettermi in ginocchio per te e dirti grazie”.
Alla sera, dopo il lavoro, andavo a giocare con i bambini e mi divertivo con loro. Ho incontrato tantissimi bambini; parecchi ammalati, denutriti. Ho visto bambini che, per fame, mangiavano topi e uccelli con le loro penne.

Che valutazione dai della tua esperienza?

Ho ricevuto molto; più di quanto io posso aver dato. Ho imparato a non lamentarmi. Loro hanno poco o niente, ma non si lamentano mai. Qualcuno mangia ogni due o tre giorni. Ma sono contenti ugualmente e condividono quel poco che hanno. Quando vedo un rubinetto d’acqua inutilmente aperto, mi arrabbio e penso a cosa vuol dire l’acqua potabile per tanta gente che non riesce ad averla. Mi hanno insegnato a dialogare, a perdere tempo parlando e ascoltando, senza aver fretta. Mi hanno anche insegnato a pregare con gioiosa calma fraterna; così come mi hanno aiutato a credere di più nella Provvidenza di Dio. Purtroppo quando si ritorna, non sempre si riesce a resistere al fascino della nostra società frettolosa e consumistica. Ma è un vero peccato.

Hai qualcosa da dire ai nostri giovani?

Mi piacerebbe che qualcuno facesse qualche esperienza analoga a quella che ho fatto io. Ho provato a sollecitare alcuni giovani; finora non ho trovato risposta. Ma la speranza è l’ultima a morire!

Ac: intrecciare storie, intrecciare vita

“Quella che sta camminando oggi è una realtà intensa, vivace e familiare”. Giuliana Sberna, presidente dell’Ac diocesana, si racconta alla vigilia dell’assemblea triennale che si è tenuta l’8 e il 9 febbraio

Intrecciare vita, intrecciare storie. L’Azione Cattolica vive con l’Assemblea diocesana un momento importante della sua vita associativa. Termina il triennio, termina anche, dopo sei anni, la presidenza di Giuliana Sberna. Sabato 8 e domenica 9 a febbraio a Palazzo San Paolo in via Tosio si sono trovati ragazzi, giovani e adulti da ogni angolo della provincia per approvare il documento triennale, la mappa di lavoro per i prossimi tre anni delle ottanta associazioni parrocchiali. Nello stile di lavoro sinodale (il documento ha visto il pieno coinvolgimento dei tesserati) c’è anche tutta la ricchezza educativa di una realtà che vuole continuare a essere significativa. Sono ancora forti le parole che il Papa rivolse all’Ac, nel 2017, per i 150 anni di vita asssociativa: “È nella vocazione tipicamente laicale a una santità vissuta nel quotidiano che potete trovare la forza e il coraggio per vivere la fede rimanendo lì dove siete, facendo dell’accoglienza e del dialogo lo stile con cui farvi prossimi gli uni agli altri, sperimentando la bellezza di una responsabilità condivisa. Non stancatevi di percorrere le strade attraverso le quali è possibile far crescere lo stile di un’autentica sinodalità, un modo di essere Popolo di Dio in cui ciascuno può contribuire a una lettura attenta, meditata, orante dei segni dei tempi”. L’Ac, che con la sua tradizione educativa e formativa ha forgiato intere generazioni, in questi anni ha cercato di rileggere la propria presenza all’interno delle comunità, cercando, senza timore, di essere sempre sale e lievito. Sa bene che non deve guardare indietro, che non deve guardare ai numeri mirabolanti del passato (questo vale per tutte le realtà ecclesiali…), ma semplicemente deve testimoniare, con la vita, la sua presenza preziosa. Lo spazio d’azione è ancora molto ampio e soprattutto spesso scevro di contenuti.

L’Assemblea arriva dopo un percorso nuovo e impegnativo…

L’Assemblea ha visto una forte esperienza di partecipazione e di democraticità. È stato un lavoro sul documento molto bello e interessante. Il percorso è avvenuto in modo singolare. Non abbiamo proposto, come era consuetudine, una bozza di documento elaborata dal consiglio diocesano, ma i consigli parrocchiali, attraverso degli incontri macrozonali, hanno creato loro la prima struttura sollecitati da cinque educatori individuati dal consiglio. Da questa primo passaggio si è arrivati poi a un confronto diretto su una piattaforma digitale con la definizione della bozza che verrà discussa durante l’Assemblea diocesana. Al documento verranno allegati tutti i progetti che le parrocchie sono state invitate, tenendo conto delle loro peculiarità, a formulare. Saranno, poi, verificati annualmente e saranno sottoposti, se necessario, anche a un aggiornamento. Il documento finale, quindi, si radica sul territorio. Non è stato un percorso facile, ma è stato estremamente importante per non perdere di vista la dimensione popolare di un’associazione che abita tutti i luoghi di vita delle persone. L’assemblea sarà la cifra della sinodalità vissuta in questo cammino.

Il titolo “Intrecciare vita, intrecciare storie” è emblematico.

L’incontro che facciamo nella quotidianità con le persone e le relazioni che instauriamo con loro ci aiutano a costruire delle reti: sono una ricchezza che mettiamo a disposizione delle comunità e degli ambiti di vita in cui siamo inseriti. Tutto questo richiede una formazione continua e tanta creatività per essere in grado di affrontare le sfide del nostro tempo.

C’è qualcosa di questi ultimi tre anni di cui andate un po’ più fieri?

Il segreto dell’Ac è la continuità: nessuno di noi è chiamato a chiudere il cerchio, ma a disegnare bene l’arco che gli è stato affidato. Ho ricevuto in affido temporaneo una bella associazione. Quella che sta camminando oggi è una realtà intensa, vivace e familiare. La sfida del futuro è quella di essere un’unica Azione Cattolica che però sa assumere il volto dei diversi territori in cui agisce.

Quali sono, oggi, le necessità maggiori che avvertite?

L’Associazione è una risorsa per la diocesi, perché mette al centro la formazione delle coscienze e richiama tutti a questa priorità specie soprattutto quando sembrano prendere il sopravvento pratiche pastorali meno faticose. Oggi è risaputo che viviamo la tentazione di ritirarci nel privato. Il forte richiamo dell’Ac a una dimensione spirituale è l’invito a una testimonianza personale e associativa che non passa più attraverso la forza dei numeri ma che si sostanzia nella credibilità di vite capaci di costruire buone relazioni e di essere segni di speranza. Questo, secondo me, è il modo di rendere concreta la Chiesa in uscita di cui ci parla Papa Francesco. Le periferie esistenziali vanno riscaldate con il calore di relazioni buone che derivano dalla forza di avere accanto Gesù. Custodiamo, in pratica, quello che è di tutti. Il nostro carisma particolare è essere al servizio della comunione.

L’Ac chiede un impegno quando è più facile rimanere con le mani in tasca…

Sì, oggi potrebbe sembrare più facile. Anche se, in vista dell’Assemblea, abbiamo riletto le ore spese dagli associati per la formazione e per gli approfondimenti dei temi che ci stanno a cuore e ci provocano. Sono dati che ci hanno sorpreso. Nelle comunità ci sono molte persone che spendono tanto tempo per l’incontro e per servire gli altri. Viviamo, quindi, questo tempo con tutte le sue difficoltà come una grazia; siamo invitati a incontrare le persone e a lasciarci interpellare dalla realtà nella quale viviamo e nella quale riconosciamo la bellezza anche della complessità, senza le semplificazioni che la riducono a schemi e stereotipi. Questo ci induce a leggere la realtà nelle sue manifestazioni (diversità di pensiero, di cultura…). Siamo chiamati a cogliere la ricchezza dei segni dei tempi per saper agire con spirito di discernimento. La nostra missione è un’immersione nel mondo che si nutre di desiderio, di stupore e anche di speranza. Vogliamo farci trovare lì dove le persone abitano, studiano, lavorano, giocano e soffrono.

Suor Giusi e il valore dell’essenziale

Suor Giuseppina Stevanin, della Congregazione delle Ancelle della Carità, lavora presso il Centro Domus Salutis per malati terminali di Brescia e dedica le sue giornate all’assistenza nei confronti di chi ne ha più bisogno

Suor Giuseppina Stevanin, della Congregazione delle Ancelle della Carità, lavora presso il Centro Domus Salutis per malati terminali di Brescia e dedica le sue giornate all’assistenza nei confronti di chi ne ha più bisogno. Suor Giusi fa parte delle Ancelle della Carità, una congregazione fondata a Brescia da Santa Maria Crocifissa di Rosa che si occupa prevalentemente della cura dei malati. Suor Giusi era una bambina molto vivace, nata in una famiglia semplice e piena d’amore: in lei era forte il bisogno di aiutare gli altri, svolgendo una vita che potremmo definire laica. Giuseppina, durante l’adolescenza, aveva anche un fidanzato. Ma ad un certo punto qualcosa è cambiato, perché per suor Giusi è arrivata una chiamata, proprio nel giorno dell’Assunta. Da quel momento, suor Giusi ha deciso di intraprendere un cammino di castità, carità e di totale dedizione per gli altri.

All’epoca Giuseppina Stevanin lavorava in ospedale e, una volta presa questa grande scelta, decise di comunicarlo ai genitori. “Mia madre rimase per un attimo in silenzio – ha raccontato suor Giusi a Tv2000 nei giorni scorsi – e poi mi ha detto che mi avrebbe sostenuta. Mio padre mi disse invece che non era d’accordo, ma che se quella era veramente la mia strada, avrei dovuto intraprenderla senza mai voltarmi”. Suor Giusi proviene da una formazione geriatrica, avendo lavorato a stretto contatto con pazienti anziani per anni. La rivoluzione che ha vissuto poi alla Domus Salutis di Brescia è stata quella di trovarsi a contatto con molti giovani, la cui vita sarebbe finita poco dopo il loro incontro.

Suor Giusi, attraverso il contatto con i malati, ha appreso, e apprende ogni giorno, che l’umanità sofferente è quella che le dà gioia nel cuore e la capacità di andare avanti. “La mia scelta di vita – ha detto poi suor Giusi – mi ha portato a comprendere ciò che è l’essenziale. Noi ci fermiamo su tante inezie, tante cose inutili, quando invece la vita è qualcosa d’altro, qualcosa di forte e di vero, qualcosa di unico ed essenziale”.

Pellegrinaggio ad Assisi

Ecco, si riparte per Assisi; la valigia è pronta e l’anima a stento viene contenuta nella pelle. Nel mese di Giugno, io e mia figlia Anita, avevamo fatto la prima esperienza di pellegrinaggio insieme, non senza timori per il viaggio da intraprendere, ma con la consapevolezza di essere ripagate dalla ricchezza spirituale di quel piccolo angolo di mondo. Siamo ai primi di settembre, tra poco per Anita inizierà la scuola ed il desiderio di ripetere il viaggio si ripresenta…. E via. Questa volta anche i nonni di Anita si sono uniti a noi.

Giungiamo ai piedi della città di San francesco, a Santa Maria degli Angeli e non possiamo che fermare la macchina un attimo per vedere quel piccolo agglomerato medievale che sembra sceso dal cielo attraverso le nuvole ed appoggiato sul Monte Subasio dalla mano di Dio. Riprendiamo il percorso dopo aver scattato alcune fotografie e arriviamo presso il monastero di Sant’Andrea, ora casa di accoglienza per i pellegrini, gestito dalle suore francescane di Gesù Bambino. Nel cortile del monastero possiamo finalmente parcheggiare l’automobile ed iniziare a vivere Assisi con “il cavallo di San Francesco”… a piedi. Ci sentiamo davvero a casa; le suore sono ospitali e premurose, veniamo fatti accomodare nelle stanze assegnate che, come la prima volta, sono orientate verso la Basilica di San Francesco. Apriamo la finestra e ci sentiamo abbracciare dal caldo benvenuto di Assisi  rimanendo, ancora una volta, a bocca aperta davanti alla bellezza della Basilica che al tramonto mozza il fiato. Quattro giorni durante i quali, facciamo il pieno di “pace, silenzio, contemplazione, preghiera…”.

Visitiamo Assisi in largo e in lungo: la prima tappa è la vicina Basilica di San Francesco; divisa in superiore ed inferiore dalla quale si può accedere alla tomba del “Poverello di Assisi”, poi la Basilica di Santa Chiara; dove è custodito il Crocefisso che per primo “parlò” al santo, Chiesa Nuova; ovvero la Chiesa costruita sulla casa natale di Francesco, la Cattedrale dedicata a San Rufino, la Chiesa dedicata a San Pietro e l’antichissima Chiesa dedicata a Maria, già templio dedicato a Minerva, nella piazzetta del Municipio. E poi su; presso la Rocca Maggiore per vedere i resti del castello medievale che fu teatro di battaglia tra gli assisiani e i perugini negli anni in cui Francesco voleva, prima di capire la sua strada, diventare un soldato e un crociato. Un sali e scendi continuo intervallato soltanto da brevi pause per godersi il panorama e rifocillarsi, vista la calura della stagione.

Mentre pianifichiamo che; l’ultimo giorno visiteremo il Santuario di San Damiano, quello di Rivotorto senza dimenticare l’Eremo delle carceri, e la meravigliosa Porziuncola contenuta nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, sulla cui sommità svetta la statua dorata della Madonna: entriamo nella chiesa di Santa Maria Maggiore; conosciuta anche con il nome di “Chiesa della Spogliazione” dove San Francesco si spogliò di tutti i suoi averi terreni promettendo di seguire Dio, con tanta amarezza del padre, ricco commerciante di stoffe, Messer Pietro di Bernardone che non perdeva tempo a maledire il figlio ogni volta che lo incontrava per strada a mendicare cibo o pietre per restaurare la Chiesa di San Damiano. Qui, il vescovo di Assisi, Guido, protesse Francesco dalle accuse del padre nella pubblica piazza, coprendolo con il suo mantello nel momento in cui vide Francesco denudarsi dei suoi abiti di ricco rampollo. Francesco giurò fedeltà totale al Padre che è nei cieli e prese “la sposa più nobile e bella che abbiate mai visto” (parole sue): “Madonna Povertà”.

La Chiesa della Spogliazione ha radici centenarie, lo si comprende anche dalla struttura ma, entrando, sulla destra campeggia una struttura contemporanea, particolare. Si tratta dell’ultima dimora di un ragazzo nato nel 1991 e morto a solo 15 anni nel 2006 in seguito ad una leucemia fulminante, il suo nome è Carlo Acutis. Si è concluso il processo che lo ha già reso “Venerabile servo di Dio” e viste le molte testimonianze sulla sua breve ma intensa vita dedicata a Dio Eucaristia, alla Madonna e ad essere in grado, nonostante molto giovane, di dedicarsi al prossimo; verrà dichiarato Beato e poi, con il consenso di Dio, Santo.

Si pensa già che la santità di Carlo verrà posta a protezione del web. Si, proprio di questo strumento moderno, utile e talvolta pericoloso se mal utilizzato soprattutto dai molto giovani: Carlo era un piccolo genio dell’informatica e grazie a questo dono e all’amore per Gesù ha creato un museo virtuale che tratta dei “miracoli Eucaristici” visibile in internet. Questa mostra ha già fatto il giro del mondo, e Carlo col lei. Abbiamo conosciuto Carlo Acutis in questa chiesa, dove Francesco, ancora prima di diventare Santo, aveva lasciato ogni cosa terrena per unirsi a Dio, così come Carlo tanto piccolo e già grandissimo, dichiarava che: “Dio ci crea Originali ma, molti di noi muoiono come fotocopie”,  “La mia autostrada per il cielo è l’Eucaristia” , “Non io ma Dio”, “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”, “La Vergine Maria è l’unica Donna della mia vita”, ”Sono felice di morire, perché ho vissuto la mia vita senza perdere alcun minuto in cose che non piacciono a Dio”. Parole forti. Abbiamo portato con noi del materiale documentativo, ed alcune preghiere che recitate aiuteranno Carlo ad essere presto annoverato tra i Beati e in seguito tra i Santi. Altro materiale l’abbiamo trovato in internet così come alcune interviste alla mamma di Carlo, che lei definisce “il mio piccolo Salvatore”, che mi lasciano sempre una profonda commozione. Abbiamo visto in un documentario che, inizialmente, il corpo di Carlo era sepolto nel cimitero di Assisi, la madre spiegava che coloro che hanno una proprietà immobiliare ad Assisi acquisisce anche il diritto di sepoltura, nonostante abitassero a Milano dove Carlo era vissuto: vicino alla morte aveva chiesto di essere sepolto in quel piccolo Paradiso. A distanza di quasi 13 anni dalla sua morte, proclamato Venerabile, ecco che il Vescovo di Assisi autorizza la traslazione delle spoglie di Carlo presso la Chiesa della Spogliazione. La madre di Carlo a distanza di molti anni potè così rivedere il corpo del figlio che si presentava incorrotto come accade ai Santi.

Ecco, il nostro pellegrinaggio si è concluso, siamo tornati a leno con Assisi nel cuore, San Francesco accanto a noi, ed ora la consapevolezza che la santità non è così lontana da noi, è possibile anche ai giorni nostri, fra i giovani che in questo periodo storico vengono bombardati da informazioni mondane, attraenti che poco si confanno alla spiritualità e all’ascolto contemplativo che si dovrebbero tenere alla presenza di Dio. Evidentemente Dio conosce ogni via e se necessario “alza la voce per farsi sentire”.

Marina, Anita e i cari nonni nostri compagni di viaggio                                                                           Gina e Alberto; pellegrini a quattro ruote…

Qui Caritas parrocchiale

Per informare

Anche questa volta non si può che partire dai cambiamenti e dagli auguri. Benvenuto, monsignor Tononi! A lei l’augurio di un proficuo lavoro, in caritas, con noi e per la comunità parrocchiale.

Quando questa nota sarà pubblicata almeno due delle iniziative dei mesi di novembre e dicembre avranno già visto la loro realizzazione:
La giornata del povero, voluta da papa Francesco, che quest’anno è stata celebrata il 16 e 17 novembre attuando una raccolta alimentare alle porte della chiesa.
La giornata del pane (proposta annualmente dalla Caritas diocesana all’inizio dell’Avvento) la domenica 1 dicembre, prima domenica di Avvento.
La caritas diocesana, quest’anno, ha suggerito di mettere in relazione il pane confezionato e distribuito durante le celebrazioni eucaristiche, a quel Pane, che è l’Eucaristia: come il pane ci nutre e ci fa crescere, così l’Eucaristia, che è cibo per l’anima, è Pane che genera, Pane che nutre, Pane di Luce.

Non solo. Poiché le offerte raccolte sono state finalizzate ad un progetto preciso, Mano Fraterna Giovani, per ciascuna domenica di Avvento è stata preparata una pista di riflessione che mette metaforicamente in relazione le “fasi del pane” con quelle dei giovani e quelle della stessa Chiesa. Ecco, domenica per domenica, un estratto dal pieghevole:

  • 1 Dicembre / PANE “FRESCO”. Il pane è il necessario per l’oggi. “Perciò tenetevi pronti perché viene il Figlio dell’uomo (Mt 24, 37-44). I giovani sono il “pane” della società e della Chiesa; la “freschezza” riconosciuta della loro esistenza… il pane giovane è la buona speranza del futuro.
  • 8 Dicembre / PANE “RAFFERMO”. Il pane rimane pane, anche domani, quando la freschezza era di ieri. “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 26-38). Pane di “oggi” il Figlio vorrà fare “fresco” quello di “ieri”. I giovani sono la speranza per “nuovi impasti” di “freschi ingredienti” intergenerazionali.
  • 15 Dicembre / PANE “SCARTATO”. I giovani di oggi denunciano l’ingiustizia di un mancato riscatto. “Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle. Che cosa siete andati a vedere nel deserto? “Mt 11, 2-11). Per un mondo bisognoso di giovani profeti, il pane “fresco” della giovinezza, “scartato”, restituisce il gusto sgradevole di sociali ed ecclesiali colpe.
  • 22 Dicembre / PANE “DI LUCE”. Dare alla luce è generare alla vita. “Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio” (Mt 1, 18-24). “Pane di luce” saranno i giovani impastati di terra e di Spirito Santo… “lievitati” e “cotti” nel “forno” della carità. A loro tempo saranno frammento di quella luce che la Chiesa celebra nel Natale del Signore.

Tutte queste iniziative sono ad offerta libera ed hanno lo scopo di rendere attiva la Carità fraterna, di accorgerci di chi ci sta accanto, e di adoperarci per quanti hanno bisogno, raccogliendo alimenti ed offerte da redistribuire.

Raccontarsi per condividere le esperienze

Sono M. Anch’io, come molte persone, quando ero piccola e frequentavo l’oratorio femminile (allora i due oratori erano separati) dove c’erano le suore, mi vedevo missionaria per aiutare i bambini in qualche paese lontano. Però non è stato così e il mio cammino è stato diverso. Ho avuto l’onore di far parte di una delle famiglie più numerose di Leno (10 tra fratelli e sorelle); noi figli siamo cresciuti sapendo che molte cose non potevamo averle ma ugualmente felici perché ci sembrava di avere tutto o quasi. Poi mi sono sposata ed ho anche provato la felicità di poter festeggiare in serenità e saluto il 50 anni di matrimonio.

Ho visto sposati i miei tre figli e nascere 5 nipoti, occupandomi di loro mentre i figli erano al lavoro. Con le mie sorelle abbiamo assistito prima un nostro fratello che ci ha lasciati a soli 25 anni, poi per dovere, amore e riconoscenza anche i nostri genitori. Potevo essere soddisfatta; invece mi sono sentita vuota, inutile; mi sembrava di non essere più utile per nessuno e mi sono chiesta più volte che scopo avesse la mia vita.

Una domenica alla santa Messa monsignor Giovanni, tra gli avvisi, comunicò che aveva organizzato un corso per formare dei volontari per far parte della Caritas parrocchiale. Sentii una grande gioia dentro di me perché forse avevo la possibilità di essere di nuovo utile a qualcuno.

Terminato il corso, molto interessante e istruttivo, ho scelto di far parte di Nonsolonoi. Il mio compito è distribuire, al sabato mattina, gli indumenti alle persone che con molta umiltà arrivano da noi. Mentre scelgono le varie cose, si parla con loro e molte volte si viene a conoscenza dei loro problemi. Se riesco a dire una parola buona e a tranquillizzarli dicendo che i loro problemi sono comuni a tante persone e che c’è chi sta peggio di loro, un loro sorriso o un “grazie” mi fanno sentire di essere stata, anche se per poco, utile a qualcuno. Se poi ti senti dire “sei stata gentile” oppure “ti ricorderò nelle mie preghiere”, capisci che le ore passate lì non sono state sprecate.

Nel bel gruppo di volontarie, affiatate e ben guidate dalla responsabile del nostro reparto di abbigliamento e casalinghi ho ritrovato il senso della mia vita. Grazie!

Per suscitare relazioni

Rilanciano anche l’iniziativa Offerte mensili mirate a progetti specifici: è stata già collaudata e durante quest’anno a due famiglie è stato assicurato un aiuto finanziario per molti mesi. Si assicura l’informazione puntuale a chi aderisce. Grazie a chi raccoglierà l’invito.

Autunno o inverno?

Un assaggio a meno 18 in inverno il 10 di ottobre. La vita nel Dakota ha anche queste sorprese.

Anche l’Amministratore Diocesano deve pulirsi la drive way se vuol andare al lavoro. L’Amministratore fa le veci del vescovo finchè un nuovo vescovo viene installato per la diocesi. Questa diocesi copre un territorio di 43000 miglia quadrate pari a 69000 km2.

Un saluto. Fr. Riccardo.

Le radici del perdono

Parte terza

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!”

Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli. Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”.

I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi  qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace. 

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista capì che non era una bella bandiera variopinta a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore.

Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

La memoria

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Noi apparteniamo ad una dimensione relazionale che ci unisce alle figure che ci hanno preceduto e ci orienta verso quanti, nel futuro, abiteranno le nostre case. Ben venga, quindi, che ci sia qualcuno che tenga desta la memoria collettiva ripercorrendo le tappe della storia in modo da ravvivare la consapevolezza circa la nostra provenienza e non dimenticare il lavoro di tante persone che hanno segnato la vita della comunità nella quale viviamo.

Il lavoro di Andreino Corrini va in questa direzione: è un tentativo di mettere in evidenza le scelte e le opere della pastorale della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che nel corso degli ultimi decenni, ha portato avanti l’evangelizzazione in un contesto culturale che è andato gradualmente modificandosi. Centrale, la realtà dell’Oratorio San Luigi, come “strumento” concreto della pastorale parrocchiale, in grado di intercettare la maggior parte delle fasce d’età sia con iniziative specifiche ma anche proponendosi come punto di riferimento del vivere lenese. Paziente è stato il lavoro di ricerca unitamente alla riflessione di sintesi del Professor Corrini al quale va il mio speciale ringraziamento per la costanza e l’impegno profusi.

Auguro che questo lavoro, possa essere utile a riconoscere la passione e lo sforzo di una Chiesa fatta di persone concrete, che nella concretezza dell’esistenza, hanno dato e danno voce al bisogno di avere qualcuno accanto e non sentirsi soli, rispondendo, per come è stato ed è possibile al comando evangelico che dice come la dedizione agli altri rende migliori le vite di ciascuno.

Il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)” è disponibile in Oratorio.