Fides et ratio: dalla matematica a Dio

Don Alberto Comini si racconta

Lo studioso austriaco Kurt Gödel riteneva fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio con un teorema matematico: “Se Dio è possibile, allora esiste necessariamente. Ma Dio è possibile. Quindi esiste necessariamente”. Può il cosiddetto “teorema di Dio” influire sulla scelta, da parte di un giovane universitario che da bambino voleva diventare ingegnere navale, di intraprendere il cammino sacerdotale? A quanto pare sì.

La vocazione. “La mia vocazione è nata sin da quando ero è piccolo. Già da allora provavo un forte attaccamento per le figure sacerdotali. Anche il percorso di studi ha influito sulla mia crescita spirituale. È lì, alla Facoltà di Scienze matematiche della sede bresciana dell’Università Cattolica che ho maturato la mia vocazione”. È con queste premesse che il 28enne don Alberto Comini si appresta a pronunciare il suo sì per sempre. Cosa possono avere in comune la fede e la matematica? “Quest’ultima – è la ferma convinzione di don Alberto – parla dell’eternità di Dio. Del resto, rispetto a quelle che possono essere, per esempio, le opere d’arte, per loro natura soggette al logorio del tempo, le idee matematiche non tramontano mai. Non possono essere distrutte. Qualcosa di Dio e della sua bellezza la matematica lo riflette”.

Santuario delle Grazie. Proprio come fu per Giovanni Battista Montini, anche per don Alberto Comini il Santuario delle Grazie ha avuto un ruolo chiave nel suo cammino vocazionale. A documentare il particolare legame di San Paolo VI con il cuore della fede mariana cittadina sono sufficienti le parole dello stesso Papa bresciano: “Come potremmo noi dimenticare che l’8 settembre a Brescia, è giornata solenne per quel Santuario della Madonna delle Grazie, la cui chiesa maggiore adiacente al Santuario, è appunto dedicata a questa festività? Essa era l’occasione abituale di riunione della nostra famiglia; e in quel pio domicilio, casa e Chiesa, di culto mariano, maturò la nostra giovanile vocazione sacerdotale”. L’attaccamento di don Alberto alle “Grazie” risale al periodo universitario, quando, proprio qui, conobbe un sacerdote che gli svelò nuovi orizzonti: “Ricordo – sottolinea don Alberto – di essermi recato al Santuario per confessarmi. È un luogo di fede a me molto caro. Del resto la mia dedizione preminente è nei confronti di Maria Santissima”. In quel frangente il sacerdote gli fece presente come i piani di Dio, soprattutto per un giovane come lui, fossero del tutto aperti. “Da un interrogativo personale − continua don Alberto − è così nata una nuova consapevolezza: la volontà di entrare in Seminario”. Fece così il suo ingresso il 22 settembre 2013.

Ricordi. Sono tanti i ricordi di quel periodo, ma su tutti don Alberto preferisce sottolineare un insegnamento fondamentale: “Dio ci vuole bene. Prima di tutto c’è Lui che è la nostra felicità”. Un altro aspetto è quello legato alla preghiera: “In Seminario ho avuto contezza di ciò che significa pregare, vivendo in modo speciale la S. Messa, insieme ad altri giovani che condividevano con me il percorso vocazionale. Anche loro mi hanno aiutato a essere maggiormente consapevole di ciò che stavo vivendo”. Sono due le esperienze “belle e arricchenti” che, durante gli anni del Seminario, hanno maggiormente colpito don Alberto. La prima è la visita al Cottolengo, una decina di giorni vissuti presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, e, la seconda, un pellegrinaggio di una settimana a Lourdes con il Cvs. Due esperienze segnate dall’incontro con la malattia e la sofferenza. È attraverso questi frangenti che il sacerdote ha compreso l’importanza di farsi vicini alle fragilità: “La Croce – ricorda – fa parte della nostra vita così come le malattie spirituali e fisiche”. Nel corso della sua formazione don Alberto ha incontrato diverse comunità: la prima è quella di Odolo dove è nato. Hanno fatto seguito due anni a Gavardo. Durante il terzo anno di Teologia ha svolto servizio a Casto. È stata poi la volta di Folzano sino a quando, in quinta, è stato accolto dai fedeli di Verolanuova. Quest’anno ha svolto servizio nelle parrocchie di Prevalle. Rispetto alle grandi città, nelle piccole comunità come può essere quella di Odolo, si respira ancora una fede profonda, anche se il processo di secolarizzazione, spesso, lambisce ampiamente anche questi luoghi. Nel corso del suo ministero don Alberto ha potuto toccare con mano tale processo: “In talune realtà − continua − anche in quelle più piccole, la perdita della fede, in alcune persone, si denota. È anche vero, però, che le comunità con una popolazione inferiore rispetto ad altre possono avere un maggior grado di coesione. Una peculiarità che nei grandi centri abitati è andata perdendosi. Negli anni ho potuto notare come, rispetto, ad esempio, alla Valsabbia, la fede sia ancora molto radicata nella Bassa. Qui le persone sono ancora molto legate alle tradizioni”.

L’amico. Negli anni del Seminario don Alberto ha incontrato molto persone, tra questi il giovane seminarista Michele Rinaldi che a settembre verrà ordinato diacono. Don Alberto l’ha incontrato quando frequentava il percorso Emmaus, in una fase di grande discernimento vocazionale. “Di lui − racconta Michele − mi colpì la grande gentilezza, l’affabilità. È una persona molto pacata, a tratti contraddistinta da una certa seriosità, soprattutto nella lettura dei fatti quotidiani. È una capacità di analisi, la sua, molto profonda. Ha anche, però, un lato ironico che magari non viene colto subito. Quando inizia a ridere la sua risata è veramente contagiosa”. Che sacerdote sarà don Alberto? “Sicuramente − risponde senza esitazioni Michele − sarà un ministro con un grande cuore, capace di una spiccata umanità. Le persone che incontrerà troveranno in lui una persona della quale fidarsi, una guida che potrà consigliarli per il meglio”. “Fides et ratio”: l’enciclica di Giovanni Paolo II fotografa alla perfezione don Alberto. Ne è convinto l’amico Michele: “Il suo rigore scientifico non sfocia mai in un arido razionalismo. Del resto, è opinione comune, don Alberto è capace di coniugare perfettamente la fede e la razionalità”. Michele non ha dubbi: “Chi lo incontra non può non notare la serenità che lo contraddistingue. Sta camminando sulla strada giusta. Ha trovato la sua vocazione. Non c’è dubbio”. Il tempo stringe e il giorno in cui don Alberto, in piazza Paolo VI, pronuncerà il suo per sempre, si fa sempre più vicino: “Come è ovvio che sia − chiosa Michele − lo vedo trepidante, non solo per l’ordinazione, anche per l’attesa del giorno della sua prima Messa”.

Sacerdote. Intanto, su quali peculiarità dovrebbe avere un sacerdote, don Alberto non ha dubbi: “L’affabilità è la caratteristica fondamentale. Di non secondaria importanza è la dolcezza accompagnata da una sana dose di coraggio, necessario per affrontare le avversità che potrebbero presentarsi durante il ministero. Tra le doti da coltivare con particolare attenzione c’è la riservatezza”.

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. È questo il versetto del Vangelo di Matteo che serba con maggiore affetto, nel cuore, don Alberto. “Sono parole che ho imparato a conoscere durante una conversazione con il mio professore di matematica quando mi interessai alle prove sull’esistenza di Dio. Sono stati molti i logici e i matematici che si sono cimentati nel provare l’esistenza di Dio”. Eppure il sacerdozio e la matematica, per l’apparente complessità della loro natura, possono talvolta spaventare. Don Alberto, pur ammettendo questa condizione, ribatte con una frase di John von Neumann: “Se la gente non crede che la matematica sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita”. Ma a fronte delle avversità dell’esistenza, dei coni d’ombra che questa serba, si staglia “l’immensità di Dio, luce sul nostro cammino”.

Vestito di terra, fasciato di cielo

Un libro di luoghi e di persone.  Un racconto di vita che spazia dalla Franciacorta al Lago di Garda, sulle orme di don Pierino Ferrari, uomo di Chiesa, prete innamorato di Cristo, profeta del nostro tempo con “in una mano il Vangelo, nell’altra la storia quotidiana”.

L’autore è Anselmo Palini, scrittore bresciano, guidato nelle sue opere dalla filosofia del “fare memoria del bene”, ossia far conoscere figure di uomini e di donne che hanno cercato di opporsi alle ingiustizie con la forza della loro parola e della loro testimonianza.

Il libro, edito da Ave, ripercorre le tappe più importanti della vita di don Pierino attraverso i luoghi dove è vissuto e le persone che ha incontrato. Luoghi e persone: la dimensione concreta di una quotidianità fatta di azioni e relazioni, vissuta intensamente, sempre con lo sguardo rivolto alla Trinità: “Vestito di terra, fasciato di cielo”, appunto.

E’ una scrittura corale questa, diretta da Palini e arricchita con i contributi di tante persone. Nei Ringraziamenti se ne contano oltre 30 e tra questi Mons. Giacomo Canobbio, che ha curato la Prefazione, e il giornalista Angelo Onger, che ha composto la Postfazione. L’Appendice è un testo nel testo: raccoglie numerosi scritti di don Pierino e le testimonianze di molte persone, laiche e religiose, che l’hanno incontrato e che hanno percorso un pezzo di strada con lui.

Don Ferrari cerca di incarnare la “civiltà dell’amore” di Paolo VI partendo dagli ultimi, dagli svantaggiati (minori, disabili, anziani, malati), e realizzando per loro servizi dedicati che hanno portato alla loro integrazione e inclusione, concetti rivoluzionari per gli anni Settanta e Ottanta.

La dimensione geografica è molto forte in questo libro.  Da una parte Clusane, Brescia, Calcinato, Berlingo, ancora Clusane, Rivoltella del Garda: tappe di un cammino di fede , occasioni dove “la contemplazione dell’amore consente di sperimentare l’amore” (G. Canobbio, in A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 9). Dall’altra Mamrè, Susa, Gerico, Siloe, Jerusalem, Hebron, Sichem, Madian, Giaffa: le città bibliche che hanno dato il nome alle comunità e ai centri socio-assistenziali fondati da don Pierino (accanto a questi si ricordano anche l’Associazione Comunità Del Cenacolo, la cooperativa sociale Raphaël, l’Associazione Amici di Raphaël, la Fondazione Laudato Sì’).

I luoghi di cui si parla non sono solo spazi fisici, ma comunità cresciute grazie alla semina del sacerdote bresciano, talvolta anche avvalendosi di strumenti innovativi, adatti anche al coinvolgimento dei più giovani: carta stampata, radio, televisione, teatro, arte.

Palini evidenzia costantemente come il carisma e l’originalità di don Ferrari siano stati forti catalizzatori per molti. Se fossero mancati forse non sarebbero nate le due comunità: quella maschile, denominata “Del Cenacolo”, a Calcinato nell’anno 1962, e quella femminile, denominata “Mamrè”, a Clusane di Iseo nell’anno 1971. Qui don Pierino è riuscito a promuovere una “presenza” semplice ma significativa di testimoni di Gesù, “in obbedienza al Vescovo, nel servizio ai fratelli bisognosi, per la gloria di Dio” (P. Ferrari, L’amicizia nella comunità del Cenacolo, pag. 43).

Queste due esperienze sono anche figlie di un incontro fondamentale, quello con  Madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo (al secolo Luisa Ferrari), descritto vividamente da Anselmo Palini e già trattato anche in due opere di Angelo Onger (“Ci legava una dolce amicizia. L’epistolario tra madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo e don Piero Ferrari” e “Storia piccolissima. Germe di unità d’amore”). Entrambi, don Pierino e Madre Giovanna,  sono convinti che il Verbo si incarni in “ogni essere vivente, soprattutto nel piccolo e nel povero, nell’emarginato, in chi non regge il ritmo e resta indietro, in chi, direbbe Papa Francesco, si trova trattato come uno scarto” (A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 9). Forse questo è uno dei tratti che rendono così attuali questi due testimoni di fede.

E’ doveroso ringraziare l’autore per questo testo, ma è necessario anche chiedersi come questo possa essere “utile” per la crescita spirituale del lettore: “Non si tratta di chiedersi cosa farebbe don Piero se fosse ancora tra noi, ma di capire in che misura abbiamo fatto nostra la sua fede e abbiamo colto il soffio dello Spirito per essere qui e oggi in grado di far rinascere la sua capacità di trasferire l’amore trinitario nella quotidianità, con una risposta adeguata ai bisogni emergenti” (A. Onger, in A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 177).

Come ci direbbe anche oggi don Piero: “Di santi c’è bisogno. Non di statue, si capisce! Di gente che sente, che soffre, che ama, che cerca, che vive, che è vera”.

Suor Vania si racconta

Suor Vania, qual è il ruolo dell’Usmi all’interno della diocesi e quali sono le principali iniziative durante l’anno?

L’Usmi ha il compito di favorire ed esprimere le esigenze di comunione che ci sono all’interno degli Istituti femminili, nel rispetto e nella valorizzazione delle specifiche competenze e carismi. Ogni anno ci sono delle proposte rivolte alle suore delle diverse congregazioni, come i ritiri mensili; negli ultimi anni viene programmato un incontro per le Superiori maggiori; ci sono poi degli incontri di formazione, organizzati con altri ordini come l’Ordo Virginum. Vengono poi celebrate la “Giornata della vita consacrata” e la “Giornata Pro Orantibus”; poi c’è il “Cinema e Dio”, un’iniziativa spirituale e culturale aperta anche ai laici.

Le Suore delle Poverelle prestano la loro opera a chi vive ai margini, a tutti quelli che, secondo le logiche di questo mondo, non avrebbero più nulla da dire, ma che invece il Signore ascolta con attenzione e amore. Quali sono le principali attività attraverso le quali testimoniate la presenza di Dio nella vita?

Il Beato Palazzolo non ha indicato un ambito preciso di apostolato, ma ne ha dato le coordinate, “tra i più poveri, negli ambienti più poveri”. Le Suore delle Poverelle in Italia, in America Latina e in Africa, operano nell’ambito dell’educazione della pastorale giovanile, nelle realtà per gli anziani e i disabili, nelle comunità di alloggio per minori di pronto intervento per famiglie in difficoltà, nei territori pubblici, nelle carceri, nelle comunità di reinserimento sociali per donne e per uomini.

Come si declina la vostra presenza nella diocesi?

Le comunità presenti nella diocesi di Brescia sono poche, anche perché la presenza delle suore e le vocazioni sono sempre meno: noi siamo a Brescia, vicino a via Bronzetti; a Capriolo, abbiamo una comunità per le sorelle anziane a Cailina e siamo anche tra i bambini e gli adolescenti che non possono stare con la loro famiglia. A Rovato c’è poi “Pane e Sale” un progetto organizzato da una coppia che ha deciso di fare della propria famiglia una “famiglia allargata”. A Brescia, a sostegno delle donne maltrattate, è presente il progetto “Pandora”; per le donne con un lavoro saltuario c’è la possibilità di un alloggio a costi molto bassi; sempre a Brescia vi è una comunità che si occupa del reinserimento sociale di uomini che vengono da una condizione di profondo disagio e da dipendenze da alcool, droghe, ludopatia o dalla dura esperienza carceraria; tutto è possibile grazie alla presenza di laici preparati.

Con quale atteggiamento dobbiamo rivolgerci alle nuove generazioni?

Desideriamo credere che dalla cura delle nuove generazioni ne verrà un futuro migliore, un mondo dove l’uomo sarà messo al centro. In alcune zone d’Italia stiamo privilegiando la presenza di suore giovani, rendendole promotrici di alcune iniziative nella vita pastorale e caritativa.

La famiglia al tempo del coronavirus

Cinque sotto un tetto. Sembra il titolo di una serie tv e invece no… è la realtà di questi giorni, è la quotidianità che caratterizza le nostre giornate da due mesi ormai. Cinque teste pensanti, cinque caratteri diversi, cinque soggetti con abitudini, impegni e spazi propri che improvvisamente si ritrovano a stare tanto, tanto tempo insieme in uno spazio limitato, fortunatamente non troppo!

All’inizio la novità, soprattutto dai più piccoli, è stata accolta con entusiasmo e vivacità: una pausa inaspettata! La novità ha poi assunto connotati diversi… Siamo stati costretti a prendere atto del fatto che ciò che sembrava essere qualcosa di lontano ed egoisticamente appartenente ad altri si è fatto talmente vicino da costringerci a limitare la nostra libertà, a cambiare le nostre abitudini e ci siamo sentiti impreparati e impauriti, soprattutto noi adulti nei confronti delle incalzanti domande dei piccoli, pronti a scrutare ogni espressione e con le orecchie tese per cogliere qualsiasi informazione rispetto a ciò che stava accadendo.

Andrà tutto bene… è ciò che ci siamo ripetuti in continuazione, ma non bastava…andrà tutto bene se tutti ci impegnamo per quanto possibile e ci sforziamo di vivere questa nuova condizione. Inevitabilmente ci si è trovati di fronte alla necessità di mettersi in gioco come singolo, ma anche come famiglia, di ristabilire un equilibrio e le priorità, non senza difficoltà e fatica.

Una nuova routine fatta di impegni scolastici, videochiamate, lavoro da casa, spesa online, lavoretti, giochi, storie, ricette per palati sempre più esigenti e chi più ne ha più ne metta… indispensabile una buona organizzazione di tempi e spazi in cui ciascun componente possa trovare una propria dimensione e serenità. La routine per i bambini è importante perché dà sicurezza, prevedibilità e mai come ora si sente la necessità di sapere che cosa accadrà, cosa avverrà dopo!

Le videochiamate sono state la nostra finestra sul mondo, il nostro canale preferito per tenerci in contatto con gli altri: amici, nonni e zii. Ci siamo resi conto della bellezza di un abbraccio, del valore di un pasto condiviso, di un bacio, dello stare l’uno accanto all’altro..anche solo in silenzio… ma accanto. Abbiamo fatto esperienza del sacrificio, della rinuncia, dell’attesa, ci siamo allenati ad essere empatici e sentire nostre le preoccupazioni di tante persone che conosciamo e che hanno dovuto affrontare enormi ostacoli, abbiamo capito che non bisogna dare nulla per scontato.

L’isolamento da tutto e da tutti ci ha reso più vulnerabili, ha fatto emergere le nostre fragilità e i nostri limiti, ma nello stesso tempo ci ha permesso di essere più attenti all’altro, alle esigenze dell’altro, del nostro prossimo più prossimo. Abbiamo trovato il tempo di guardarci negli occhi, di ascoltarci non solo con le orecchie, ma con il cuore, per gioire delle piccole conquiste e per affrontare le difficoltà di ciascuno. Non sempre è stato facile, non sempre immediato, non sono mancati momenti di tensione, di confronto, di paura, di ansia, senso di smarrimento, soprattutto quando questo virus ha colpito il nonno.

In questa occasione però ci siamo resi conto di quanto bene ci circonda, quanto sia importante la solidarietà. Abbiamo vissuto una Quaresima ed una Pasqua uniche, eccezionali, abbiamo provato paura, abbiamo sofferto, ma sopratuttto abbiamo assaporato la forza della preghiera, la presenza di Dio nella nostra quotidianità. Grazie agli spunti, alle proposte, alla guida dei sacerdoti abbiamo riscoperto la bellezza del pregare insieme, in modo costante, abbiamo creato all’interno della casa e della nostra giornata uno spazio dedicato alla relazione con Dio. Ci siamo resi conto di quanto i bambini riescano a rivolgersi a Dio con spontaneità, immediatezza e di come loro stessi siano strumento nelle mani di Dio.

Qui Caritas parrocchiale

Per informare

Era tutto pronto per il numero che sarebbe uscito ad aprile e che il “signor Coronavirus” non ha permesso che arrivasse nelle nostre case.

Parlavo della Quaresima, dei “fioretti” e sacrifici piccoli e grandi a cui eravamo stati chiamati, delle rinunce forzate che il Covid-19 ci aveva imposto:

  • niente Centro d’ascolto;
  • niente Scuola d’italiano;
  • niente “Fiori per l’8 marzo” alle porte della nostra chiesa.

Ci rimaneva solo l’ultimo dito della mano fraterna: “Prega”.

E così è stato all’inizio, fidando nella potenza della preghiera che tutto e tutti abbraccia, che ci rende “prossimo attento” a chiunque ci passi accanto e di cui riconosciamo il bisogno, ma anche a chi è fisicamente lontano e vicinissimo al cuore che prega.

Concludevo, poi, con l’augurio di Buona resurrezione essendo proiettati verso la luce della Pasqua. Questo augurio non è fuori posto nemmeno in questo numero della Badia perché i sacrifici non sono finiti. Infatti:

La “quaresima” della partecipazione attiva alla santa Messa e dei sacramenti è continuata fino al 18 maggio; Per molti, la vita famigliare, affettiva, lavorativa è ancora stravolta; Tutti abbiamo bisogno di risorgere e ritrovare equilibrio interiore.

Ma la Caritas dopo il primo smarrimento non è rimasta con le mani in mano!

  • non è stata interrotto la distribuzione dei pacchi alimentari al sabato attraverso Nonsolonoi;
  • il Centro d’Ascolto si è temporaneamente trasformato in Centro d’Ascolto telefonico e ha continuato a seguire le persone che vi si sono rivolte, comprese alcune nuove situazioni;
  • sono state distribuite alcune borsine alimentari offerte da un’associazione;
  • ha messo in contatto alcune persone che cercano lavoro con cooperative e strutture che si occupano di far incontrare offerta e domanda di lavoro.

L’augurio è quello di poter presto riaprire materialmente il Centro di Ascolto e guardarsi nuovamente negli occhi.

Raccontarsi per condividere le esperienze

Una missione straordinaria

Sono M. Ministro Straordinario della Comunione. Dopo aver svolto un periodo di formazione e ricevuto il mandato dal Vescovo di Brescia ho iniziato questa missione, che definisco Straordinaria.

La terza domenica del mese svolgo il servizio presso l’ospedale di Leno, e una volta al mese (il primo venerdì del mese) mi reco dalle persone ammalate che vivono nella sofferenza e non riescono a partecipare alla Santa Messa.

Trasportata dall’Amore di Dio mi reco da loro con la gioia nel cuore perché porto con me “Gesù”, la “Sua” presenza nutre di amore coloro che “Lo” aspettano affinché ricevano sollievo nella loro sofferenza.

Condividere la gioia della presenza di “Gesù”, aiuta ad alleviare le sofferenze della vita, a portare il sorriso e la felicità di quell’incontro, rende luminoso il viso e la casa della persona ammalata.

Questa ha anche bisogno di parlare, di parlare di sé e la disponibilità ad ascoltarla è un dono gradito; cerco di offrire, a chi è provato dal dolore,  un po’ di conforto, un po’ di sollievo, un po’ di speranza.

Questo Ministero mi ha condotta a interrogarmi sul mio modo di essere cristiano e di rapportarmi con gli altri; per questo nel momento di preparazione alla distribuzione della Comunione resto in adorazione del Signore e rifletto sulla relazione tra Dio e me.

Non mancano, certo, i momenti di difficoltà, ma sulla stanchezza vincono sempre la gioia e la disponibilità di un cuore e di una mano a donare il Signore.

Per suscitare relazioni

Per chi vuole contattare la caritas per ora la mail è il mezzo più sicuro: caritasnsn.leno@libero.it

AVVISO

Il vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada per rispondere alle gravi emergenze generate dall’epidemia Covid-19, nella lettera indirizzata ai sacerdoti e ai diaconi della Diocesi di Brescia in occasione del Giovedì Santo, ha istituito un Fondo di solidarietà al quale sono chiamati a contribuire tutti i fedeli della Chiesa bresciana e primariamente «la Caritas diocesana e i ministri ordinati, in particolare i presbiteri».

I destinatari del Fondo diocesano di solidarietà sono: persone e famiglie in situazione di povertà o difficoltà per la perdita del lavoro a seguito dell’emergenza Covid-19

Per accedere

Le risorse del Fondo diocesano di solidarietà vengono gestite direttamente dalla Caritas Diocesana attraverso i parroci in collaborazione con le Caritas territoriali.

TRE I REQUISITI:

  • Essere residenti sul territorio della Diocesi di Brescia.
  • Essere lavoratori autonomi o dipendenti (sia a tempo determinato che a tempo indeterminato), disoccupati a partire dallo marzo 2020 causa emergenza Covid-19.
  • Non avere entrate nel nucleo familiare, compresi sussidi da altri enti pubblici e privati, superiori a: € 400 al mese se singolo; € 700 al mese se 2 componenti; € 1.000 al mese per più componenti.

Per contribuire

Le offerte potranno pervenire in due modalità:

  • con bonifico bancario avente come beneficiario la Diocesi di Brescia:
    IBAN: IT63C 0311111236 0000 0000 3463
    Causale: FONDO SOLIDARIETA’ COVID-19
  • oppure con assegno bancario da consegnare all’Ufficio amministrativo della Curia diocesana indicando come beneficiario “Diocesi di Brescia-Fondo Solidarietà Covid-19”.

NB. Per avere ulteriori informazioni o per compilare le domande di contributo, i parrocchiani di Leno, Milzanello e Porzano possono fare riferimento alla nostra Caritas parrocchiale oppure direttamente al Parroco (don Renato Tononi: 338-8285420) o agli altri Sacerdoti.

Notizie dal sud del Mondo

Dall’Editoriale della rivista Kiremba

Don Roberto Ferranti, responsabile della pastorale missionaria diocesana, scrive: “Le pagine della nostra rivista hanno sempre avuto la pretesa di far entrare il mondo nella vita della nostra diocesi, attraverso l’ opera dei nostri missionari. Anche quest’ anno ci eravamo preparati a vivere la nostra Quaresima aprendoci agli orizzonti lontani, pensando a quali progetti sostenere… e invece il mondo è bruscamente entrato nella nostra vita attraverso l’ emergenza sanitaria Covid-19. Quello che sembrava così lontano, in Cina, è improvvisamente diventato l’ orizzonte della nostra vita quotidiana. Ci siamo scoperti improvvisamente cittadini del mondo, in quanto chiamati a condividere la fatica di quello che questo virus stava scatenando. Ci siamo scoperti improvvisamente dalla parte di coloro che si sentono bisognosi di aiuto e abbiamo dovuto svestire i panni dei buoni occidentali che elargiscono aiuto ai poveri. Abbiamo scoperto cosa significa davvero quello che Papa Francesco ha detto nella indimenticabile preghiera del 27 Marzo, che siamo “chiamati a remare insieme”, che non possiamo pensare di bastare a noi stessi, sia che siamo benefattori generosi, sia che siamo poveri bisognosi di aiuto, serve remare insieme se vogliamo andare avanti, non importa il ruolo che occupiamo o la regione del mondo che abitiamo, occorre il nostro vivere insieme con vera reciprocità, scambiandoci aiuto. Prego affinchè abbiamo la saggezza di non dimenticare questa esperienza… ci siamo lasciati aiutare dal mondo”.

Nel mondo, portatori di speranza e pace, ci sono migliaia di missionari, religiose, preti e suore, volontari e volontarie, di questi oltre cinquecento sono bresciani, che vivono e lavorano in luoghi dove già in tempi normali è di per sé difficile operare, e in tempi di calamità come gli attuali, se non fosse per la fede che li sorregge, addirittura impossibile. Ognuno di loro è espressione dell’ amore di Dio, riversato verso un prossimo bisognoso di aiuti immaginabili. Dicono tanto le loro lettere spedite. Mons. Giovanni Battista Piccioli, nato a Erbusco 63 anni fa,  prete “fidei donum” dal 2005 in Equador, consacrato vescovo nel 2013 e nominato Ausiliare della diocesi di Guayaquil, sta vivendo i giorni più difficili del suo episcopato, con contagiati da coronavirus in aumento e morti a cui è difficile dare sepoltura, alle prese con povertà dove file di persone aspettano una manciata di riso per continuare a vivere. Don Giannino Prandelli, nativo di Poncarale, missionario “fidei donum” in Venezuela dal 2001, parla di un paese straziato da una crisi senza precedenti, stremato dalla fame, incapace di fronteggiare la nuova epidemia, riferisce di aver bisogno di tutto, di sperare in giorni migliori, sorretto dalla generosità di tanti amici bresciani. Mons. Pier Giuseppe Conti, nato in città, presbitero “fidei donum” in Brasile dal 1983, nominato vescovo della diocesi di Araguaia nel 1996 e dal 2004 vescovo di Macapà, scrive che lo addolora la pandemia e lo preoccupano tutte le altre povertà che la situazione generale del Brasile non riesce ad affrontare e risolvere.

Mons. Carlo Verzelletti, vescovo della diocesi brasiliana di Castnhal do Parà, ha richiesto aiuti senza i quali si saranno chiuse le chiese e qualunque altra forma di accoglienza, braccia per costruire case e cuori disposti a mettersi al servizio della gente che spera e invoca tempi nuovi, la pandemia che avanza lo preoccupa, ma ancora di più il non poter rispondere al grido di aiuto di tanti affamati. Da Manaus, cuore dell’ Amazzonia, una religiosa invoca aiuti e preghiere, perché il rischio di non farcela da soli è evidente. Padre Marietti, piamartino, delegato della Congregazione per la cura delle missioni africane (due in Angola, una in Mozambico), dice che purtroppo, il virus già attivo, va ad aggiungersi a malattie endemiche e a situazioni in cui fame e sete la fanno da padrone. Il futuro è previsto disastroso, i missionari fanno il possibile, ma si necessita dell’ aiuto del mondo che può. Dal Burundi, paese africano in cui i bresciani hanno riversato aiuti e collaborazioni (l’ ospedale di Kiremba ne è l’ esempio più evidente), giungono notizie di contagi e morti, ma anche di situazioni di fame e sete a cui la difficile situazione politica non riesce a far fronte. Dal Rwuanda, dove le Ancelle della Carità svolgono la loro missione, giungono notizie di difficoltà ma anche di azioni che favoriscono la speranza e rinnovano la fiducia in un futuro diverso.                                                                                                       

L’edizione 2020 del Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari, presentata a Roma il 21 aprile, dice che il numero di coloro che soffrono di fame riguarda 135 milioni di persone in 55 Paesi nel mondo, venti milioni in più rispetto al 2018. E questa situazione è destinata a peggiorare notevolmente nell’ anno in corso, se si pensa che alle già allarmanti cause dell’ estrema mancanza di cibo: conflitti, cambiamenti climatici e collassi economici, si aggiunge la tragica ondata pandemica del coronavirus. Il fondo monetario internazionale ha recentemente quantificato il disastro generato dalla pandemia in atto, spiegando che nei Paesi economicamente più avanzati aumenterà la disoccupazione e molte famiglie soffriranno la fame, ma che nei Paesi dove sono già presenti le crisi umanitarie (come quelli del continente Africano, dell’America latina, del Medio Oriente e dell’ Oriente, in cui la maggioranza della popolazione vive già in condizioni di povertà estrema e dove l’ accesso ai servizi sanitari è da tempo fortemente diseguale e insufficiente, focolai di Covid-19 potrebbero portare ad effetti catastrofici e il tributo di vite umane potrebbe essere superiore a quello di qualsiasi Paese sviluppato.                                                                                  

Concludiamo con un appello di speranza del nostro Vescovo Pierantonio: “Con l’aiuto di Dio vinceremo la malattia, ricostruiremo città e paesi, restituiremo alle persone la gioia di vivere, faremo migliore il mondo che ci ospita…”.

Misericordia

Occorre prendersi cura di certi silenzi, perché appartengono a quegli spiriti fragili che sanno piangere senza far rumore, e amare senza volerlo mai dire. Quando ne intuisci qualcosa dell’animo, ecco, subito si affrettano a diradare tutto in una risoluta quanto scontrosa finzione d’indifferenza, o a schermire la parte più vera e dolorosa in un festoso intrico di chiacchiere, inutili chiacchiere di circostanza, come si accomoda la polvere sotto i tappeti per ben impressionare gli ospiti.

Occorre muoversi in sordina, perché un affetto sussurrato troppo forte li farebbe scappare, e una gentilezza troppo calcata li spezzerebbe in malinconici cocci d’umanità. Non basta il bene, occorre saperlo pesare.

La bellezza della vita è crudele quando rinfacciata a chi se ne crede privo o indegno, la gentilezza esercitata con supponenza è umiliante per chi la riceve, la felicità può sembrare un velenoso inganno a chi la guardi, lontana, attraverso un tiepido velo di lacrime. No, non così si arriva a ciò che il silenzio nasconde. Né, talvolta, basta capire il male per guarirlo, perché questo può essersi trasfuso in modo inestirpabile nel midollo di un’esistenza, divenendo il dolore fondante, il dolore d’angolo, dell’identità di un uomo.

Ma, pur non capendo, o pur capendo e non potendo altro, si può sempre provare ad accogliere lo scontento del prossimo. O, perlomeno, ad avvicinarne il malessere, come si avvicinano quelle cose selvatiche che si vogliono addomesticare, cioè abituare alla casa e a quell’universo relazionale basato sull’affetto sotteso a questo luogo insieme fisico e ideale, le quali non perdono la propria fierezza ma imparano a temperarla con l’amore che le circonda e, infine, pervade.

La voce di un testimone

Quaresima missionaria

In occasione della Quaresima, che da sempre è caratterizzata anche da uno spirito missionario, mediante un’intervista, abbiamo voluto dare la parola ad un testimone della nostra parrocchia che, in forma molto semplice, ha fatto un’esperienza missionaria significativa: Battista Tosini.

Che cosa ti ha spinto a partire?

Io avevo uno zio missionario in Togo. Si chiamava Fra Onorio Tosini ed era di Inzino in Valle Trompia. Spesso mi faceva vedere le foto della sua missione, con tantissimi bambini. Più volte mi ha invitato ad andare con lui, ma io ho sempre detto di no. Eppure quelle foto e quei racconti senza saperlo sono penetrati in me. Aspettavano soltanto l’occasione per produrre il loro frutto. Questo venne, dopo l’esperienza a Monstar, durante la guerra bosniaca. Di fronte a tanti segni di odio e di morte, decisi di fare qualcosa per dare il mio contributo a rendere il mondo più umano e fraterno. E così sono partito per l’Africa.

Dove sei stato?

La prima esperienza “missionaria” l’ho fatta in Angola in collegamento con i Piamartini. Abbiamo costruito una scuola per cinquemila bambini. Una cosa impressionante. Sono ritornato stanchissimo e sfinito per il superlavoro e mi sono detto: “Basta!”. Ma dentro di me c’era un richiamo fortissimo: mi mancavano quei bambini, che mi guardavano con occhi imploranti e pieni di gratitudine. Mi mancavano soprattutto quelle Messe della domenica, che non finivano più; ma erano belle, meravigliose. Una vera festa di tutti davanti a Dio, il Padre di tutti, buono e misericordioso. E così sono ritornato in Africa, ad intervalli, per 22 anni. Sono stato in Tanzania, Burkina Faso, Mali, Congo, Zambia, sempre in accordo con i vescovi del luogo o con delle Congregazioni religiose. Sono stato anche in Romania e Albania, dove c’era il nostro compaesano don Roberto Ferranti.

Che cosa facevi?

Pur essendo io infermiere, in Africa ho esercitato soprattutto la mia professione di piastrellista. Ovunque arrivavamo, costruivamo soprattutto scuole e ospedali. Non vi dico quanti pavimenti ho dovuto piastrellare con l’aiuto di tanti giovani africani, a cui ho lasciato poi i miei strumenti di lavoro perché potessero continuare il mestiere che ho loro insegnato. Mi ricordo ancora un gesto che mi ha commosso terribilmente:
Il vescovo Zerbo, oggi cardinale e responsabile della Conferenza episcopale del Mali, un giorno si è inginocchiato davanti a me. Io stupito gli ho chiesto cosa stesse facendo, cosa gli saltava in mente. E lui mi ha risposto: “Tu stai ore e ore in ginocchio a piastrellare per noi. Lascia che almeno una volta io possa mettermi in ginocchio per te e dirti grazie”.
Alla sera, dopo il lavoro, andavo a giocare con i bambini e mi divertivo con loro. Ho incontrato tantissimi bambini; parecchi ammalati, denutriti. Ho visto bambini che, per fame, mangiavano topi e uccelli con le loro penne.

Che valutazione dai della tua esperienza?

Ho ricevuto molto; più di quanto io posso aver dato. Ho imparato a non lamentarmi. Loro hanno poco o niente, ma non si lamentano mai. Qualcuno mangia ogni due o tre giorni. Ma sono contenti ugualmente e condividono quel poco che hanno. Quando vedo un rubinetto d’acqua inutilmente aperto, mi arrabbio e penso a cosa vuol dire l’acqua potabile per tanta gente che non riesce ad averla. Mi hanno insegnato a dialogare, a perdere tempo parlando e ascoltando, senza aver fretta. Mi hanno anche insegnato a pregare con gioiosa calma fraterna; così come mi hanno aiutato a credere di più nella Provvidenza di Dio. Purtroppo quando si ritorna, non sempre si riesce a resistere al fascino della nostra società frettolosa e consumistica. Ma è un vero peccato.

Hai qualcosa da dire ai nostri giovani?

Mi piacerebbe che qualcuno facesse qualche esperienza analoga a quella che ho fatto io. Ho provato a sollecitare alcuni giovani; finora non ho trovato risposta. Ma la speranza è l’ultima a morire!

Ac: intrecciare storie, intrecciare vita

“Quella che sta camminando oggi è una realtà intensa, vivace e familiare”. Giuliana Sberna, presidente dell’Ac diocesana, si racconta alla vigilia dell’assemblea triennale che si è tenuta l’8 e il 9 febbraio

Intrecciare vita, intrecciare storie. L’Azione Cattolica vive con l’Assemblea diocesana un momento importante della sua vita associativa. Termina il triennio, termina anche, dopo sei anni, la presidenza di Giuliana Sberna. Sabato 8 e domenica 9 a febbraio a Palazzo San Paolo in via Tosio si sono trovati ragazzi, giovani e adulti da ogni angolo della provincia per approvare il documento triennale, la mappa di lavoro per i prossimi tre anni delle ottanta associazioni parrocchiali. Nello stile di lavoro sinodale (il documento ha visto il pieno coinvolgimento dei tesserati) c’è anche tutta la ricchezza educativa di una realtà che vuole continuare a essere significativa. Sono ancora forti le parole che il Papa rivolse all’Ac, nel 2017, per i 150 anni di vita asssociativa: “È nella vocazione tipicamente laicale a una santità vissuta nel quotidiano che potete trovare la forza e il coraggio per vivere la fede rimanendo lì dove siete, facendo dell’accoglienza e del dialogo lo stile con cui farvi prossimi gli uni agli altri, sperimentando la bellezza di una responsabilità condivisa. Non stancatevi di percorrere le strade attraverso le quali è possibile far crescere lo stile di un’autentica sinodalità, un modo di essere Popolo di Dio in cui ciascuno può contribuire a una lettura attenta, meditata, orante dei segni dei tempi”. L’Ac, che con la sua tradizione educativa e formativa ha forgiato intere generazioni, in questi anni ha cercato di rileggere la propria presenza all’interno delle comunità, cercando, senza timore, di essere sempre sale e lievito. Sa bene che non deve guardare indietro, che non deve guardare ai numeri mirabolanti del passato (questo vale per tutte le realtà ecclesiali…), ma semplicemente deve testimoniare, con la vita, la sua presenza preziosa. Lo spazio d’azione è ancora molto ampio e soprattutto spesso scevro di contenuti.

L’Assemblea arriva dopo un percorso nuovo e impegnativo…

L’Assemblea ha visto una forte esperienza di partecipazione e di democraticità. È stato un lavoro sul documento molto bello e interessante. Il percorso è avvenuto in modo singolare. Non abbiamo proposto, come era consuetudine, una bozza di documento elaborata dal consiglio diocesano, ma i consigli parrocchiali, attraverso degli incontri macrozonali, hanno creato loro la prima struttura sollecitati da cinque educatori individuati dal consiglio. Da questa primo passaggio si è arrivati poi a un confronto diretto su una piattaforma digitale con la definizione della bozza che verrà discussa durante l’Assemblea diocesana. Al documento verranno allegati tutti i progetti che le parrocchie sono state invitate, tenendo conto delle loro peculiarità, a formulare. Saranno, poi, verificati annualmente e saranno sottoposti, se necessario, anche a un aggiornamento. Il documento finale, quindi, si radica sul territorio. Non è stato un percorso facile, ma è stato estremamente importante per non perdere di vista la dimensione popolare di un’associazione che abita tutti i luoghi di vita delle persone. L’assemblea sarà la cifra della sinodalità vissuta in questo cammino.

Il titolo “Intrecciare vita, intrecciare storie” è emblematico.

L’incontro che facciamo nella quotidianità con le persone e le relazioni che instauriamo con loro ci aiutano a costruire delle reti: sono una ricchezza che mettiamo a disposizione delle comunità e degli ambiti di vita in cui siamo inseriti. Tutto questo richiede una formazione continua e tanta creatività per essere in grado di affrontare le sfide del nostro tempo.

C’è qualcosa di questi ultimi tre anni di cui andate un po’ più fieri?

Il segreto dell’Ac è la continuità: nessuno di noi è chiamato a chiudere il cerchio, ma a disegnare bene l’arco che gli è stato affidato. Ho ricevuto in affido temporaneo una bella associazione. Quella che sta camminando oggi è una realtà intensa, vivace e familiare. La sfida del futuro è quella di essere un’unica Azione Cattolica che però sa assumere il volto dei diversi territori in cui agisce.

Quali sono, oggi, le necessità maggiori che avvertite?

L’Associazione è una risorsa per la diocesi, perché mette al centro la formazione delle coscienze e richiama tutti a questa priorità specie soprattutto quando sembrano prendere il sopravvento pratiche pastorali meno faticose. Oggi è risaputo che viviamo la tentazione di ritirarci nel privato. Il forte richiamo dell’Ac a una dimensione spirituale è l’invito a una testimonianza personale e associativa che non passa più attraverso la forza dei numeri ma che si sostanzia nella credibilità di vite capaci di costruire buone relazioni e di essere segni di speranza. Questo, secondo me, è il modo di rendere concreta la Chiesa in uscita di cui ci parla Papa Francesco. Le periferie esistenziali vanno riscaldate con il calore di relazioni buone che derivano dalla forza di avere accanto Gesù. Custodiamo, in pratica, quello che è di tutti. Il nostro carisma particolare è essere al servizio della comunione.

L’Ac chiede un impegno quando è più facile rimanere con le mani in tasca…

Sì, oggi potrebbe sembrare più facile. Anche se, in vista dell’Assemblea, abbiamo riletto le ore spese dagli associati per la formazione e per gli approfondimenti dei temi che ci stanno a cuore e ci provocano. Sono dati che ci hanno sorpreso. Nelle comunità ci sono molte persone che spendono tanto tempo per l’incontro e per servire gli altri. Viviamo, quindi, questo tempo con tutte le sue difficoltà come una grazia; siamo invitati a incontrare le persone e a lasciarci interpellare dalla realtà nella quale viviamo e nella quale riconosciamo la bellezza anche della complessità, senza le semplificazioni che la riducono a schemi e stereotipi. Questo ci induce a leggere la realtà nelle sue manifestazioni (diversità di pensiero, di cultura…). Siamo chiamati a cogliere la ricchezza dei segni dei tempi per saper agire con spirito di discernimento. La nostra missione è un’immersione nel mondo che si nutre di desiderio, di stupore e anche di speranza. Vogliamo farci trovare lì dove le persone abitano, studiano, lavorano, giocano e soffrono.

Suor Giusi e il valore dell’essenziale

Suor Giuseppina Stevanin, della Congregazione delle Ancelle della Carità, lavora presso il Centro Domus Salutis per malati terminali di Brescia e dedica le sue giornate all’assistenza nei confronti di chi ne ha più bisogno

Suor Giuseppina Stevanin, della Congregazione delle Ancelle della Carità, lavora presso il Centro Domus Salutis per malati terminali di Brescia e dedica le sue giornate all’assistenza nei confronti di chi ne ha più bisogno. Suor Giusi fa parte delle Ancelle della Carità, una congregazione fondata a Brescia da Santa Maria Crocifissa di Rosa che si occupa prevalentemente della cura dei malati. Suor Giusi era una bambina molto vivace, nata in una famiglia semplice e piena d’amore: in lei era forte il bisogno di aiutare gli altri, svolgendo una vita che potremmo definire laica. Giuseppina, durante l’adolescenza, aveva anche un fidanzato. Ma ad un certo punto qualcosa è cambiato, perché per suor Giusi è arrivata una chiamata, proprio nel giorno dell’Assunta. Da quel momento, suor Giusi ha deciso di intraprendere un cammino di castità, carità e di totale dedizione per gli altri.

All’epoca Giuseppina Stevanin lavorava in ospedale e, una volta presa questa grande scelta, decise di comunicarlo ai genitori. “Mia madre rimase per un attimo in silenzio – ha raccontato suor Giusi a Tv2000 nei giorni scorsi – e poi mi ha detto che mi avrebbe sostenuta. Mio padre mi disse invece che non era d’accordo, ma che se quella era veramente la mia strada, avrei dovuto intraprenderla senza mai voltarmi”. Suor Giusi proviene da una formazione geriatrica, avendo lavorato a stretto contatto con pazienti anziani per anni. La rivoluzione che ha vissuto poi alla Domus Salutis di Brescia è stata quella di trovarsi a contatto con molti giovani, la cui vita sarebbe finita poco dopo il loro incontro.

Suor Giusi, attraverso il contatto con i malati, ha appreso, e apprende ogni giorno, che l’umanità sofferente è quella che le dà gioia nel cuore e la capacità di andare avanti. “La mia scelta di vita – ha detto poi suor Giusi – mi ha portato a comprendere ciò che è l’essenziale. Noi ci fermiamo su tante inezie, tante cose inutili, quando invece la vita è qualcosa d’altro, qualcosa di forte e di vero, qualcosa di unico ed essenziale”.