Le radici del perdono

Parte terza

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!”

Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli. Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”.

I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi  qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace. 

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista capì che non era una bella bandiera variopinta a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore.

Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

La memoria

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Noi apparteniamo ad una dimensione relazionale che ci unisce alle figure che ci hanno preceduto e ci orienta verso quanti, nel futuro, abiteranno le nostre case. Ben venga, quindi, che ci sia qualcuno che tenga desta la memoria collettiva ripercorrendo le tappe della storia in modo da ravvivare la consapevolezza circa la nostra provenienza e non dimenticare il lavoro di tante persone che hanno segnato la vita della comunità nella quale viviamo.

Il lavoro di Andreino Corrini va in questa direzione: è un tentativo di mettere in evidenza le scelte e le opere della pastorale della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che nel corso degli ultimi decenni, ha portato avanti l’evangelizzazione in un contesto culturale che è andato gradualmente modificandosi. Centrale, la realtà dell’Oratorio San Luigi, come “strumento” concreto della pastorale parrocchiale, in grado di intercettare la maggior parte delle fasce d’età sia con iniziative specifiche ma anche proponendosi come punto di riferimento del vivere lenese. Paziente è stato il lavoro di ricerca unitamente alla riflessione di sintesi del Professor Corrini al quale va il mio speciale ringraziamento per la costanza e l’impegno profusi.

Auguro che questo lavoro, possa essere utile a riconoscere la passione e lo sforzo di una Chiesa fatta di persone concrete, che nella concretezza dell’esistenza, hanno dato e danno voce al bisogno di avere qualcuno accanto e non sentirsi soli, rispondendo, per come è stato ed è possibile al comando evangelico che dice come la dedizione agli altri rende migliori le vite di ciascuno.

Il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)” è disponibile in Oratorio.

Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

Benedetto XVI ci racconta S. Paolo. Udienza generale, 15.11.2006

Cari fratelli e sorelle,
anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante.

Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza. Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì.

San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato:

La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio.

Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiorità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. É un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.

Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore ri- sorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). É come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!

Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti:

Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappia- mo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! – ; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Rm 8,26-27).

È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. É un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.

C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).

Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

Il Mulino delle Lettere | FO19

Il mulino delle lettere ci ha accompagnato durante l’avvento e la quaresima. Continuerà a farlo anche durante la Festa dell’Oratorio!

Da mercoledì 12 fino a domenica 16 giugno presso l’Aula Verde sarà allestita una mostra con le opere del mulino, insieme ad una selezione di materiale dell’Archivio dell’Oratorio, tra cui fotografie storiche e vecchie edizioni de “La Badia”.

Fate anche voi un tuffo nel passato!

Raccontarsi per condividere le esperienze

Sono P.

É da poco tempo che collaboro con la Caritas della nostra parrocchia. Da pochissimi mesi, ho pensato di aiutare, di dare una mano (e non solamente in senso figurato), di donare un po’ del mio tempo a chi ne ha bisogno. Ho scoperto che la nostra Caritas ha un bellissimo progetto che abbraccia tutte le dimensioni della solidarietà cristiana: ascolto, distribuzione, consolazione, cura e preghiera.

La persona che si trova in un momento di difficoltà e disagio (che può essere materiale, interiore o spirituale) è così “accolta“ e  “accompagnata“ integralmente. Il mio contributo è minimo, aiuto nella distribuzione (più esattamente nella raccolta di indumenti ed oggetti di vario genere da distribuire alle famiglie che diversamente non potrebbero permetterseli) e due volte la settimana, al mattino, seguo, non da sola ma con altre collaboratrici della Caritas, i bambini delle mamme che frequentano presso Casa Garda la Scuola di Italiano.

Questo piccolo impegno mi ha permesso di rendermi conto che ci sono ancora tanti nuclei familiari che versano in difficoltà economiche e di sentirmi concretamente utile e vicino ad una realtà (quella della povertà) che  oggi, nel terzo millennio, ancora persiste. Le molte persone che fanno pulsare il cuore della Caritas, che ho avuto la fortuna ed il piacere di conoscere e che ringrazio di avermi dato l’opportunità di affiancarle, sono infaticabili, generose, positive e creative, sempre alla ricerca di iniziative nuove e coinvolgenti che possano sensibilizzare alla solidarietà, anzi alla Carità, a quell’amore verso il “prossimo“ che la parabola del Buon samaritano ci insegna e che da sempre ci interroga riguardo ad una domanda a volte scomoda:

Chi è il mio prossimo? I miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione

A ciascuno di noi è assegnato il compito di coglierne il vero significato e di dare una risposta che non resti astratta ma diventi concretezza.

P.

Ciao, sono Vanessa.

Durante un percorso di crescita personale, sono venuta a contatto con i volontari della caritas parrocchiale di Leno e ho iniziato il mio percorso al Centro d’ascolto. Qui sono diventata più consapevole dei vari problemi che ci affliggono quotidianamente: non solo le “classiche scadenze”, ma soprattutto il bisogno di essere ascoltati e di sfogarsi, la paura del momento e quella del futuro, la solitudine…

Non sempre riusciamo a risolvere tutte le problematiche, ma cerchiamo di alleviarle il più possibile. 

Confrontandoci nelle varie situazioni, riusciamo ad aiutare anche noi stessi.

La fruttuosa collaborazione con l’ACR

Nei giorni 2 e 3 marzo, i volontari caritas hanno realizzato con i ragazzi dell’ACR una bella, vivace e intensa collaborazione.

Mantenendo fede alla promessa fatta quando avevano visitato la sede caritas, il fantastico gruppo  dei ragazzi con i loro responsabili, Damiano e Alessandro, si sono buttati a capofitto in una iniziativa di autofinanziamento del Centro d’ascolto: confezionare e distribuire, ad offerta libera, delle piante fiorite alle porte della chiesa.

Laboratorio: sala stampa dell’Oratorio e “lavoro a catena”. Si tagliavano la carta crespa e le strisce di nastro colorato, si rivestivano i vasetti di primule e margheritine, si applicava il rotolino di carta con stampato un pensiero di riflessione.

Tutto fatto con la gioia ed l’entusiasmo manifestato anche la domenica vicino alle porte della chiesa per la distribuzione insieme alle volontarie caritas.

Grazie, ragazzi! Vi aspettiamo per altre iniziative!  

Cronistoria della vita della comunità di Milzanello

17 gennaio – Festa di S. Antonio

Alle ore 11:00 è stata celebrata la santa Messa per tutte le persone che lavorano a contatto con la natura. S. Antonio, protettore degli animali che Dio ci ha dato come nutrimento, aiuti tutti a utilizzare la natura secondo i comandi del nostro Creatore.

Nel mese di gennaio si è svolta la campagna Tesseramento all’ANSPI. Questo ci permette di far funzionare e mettere a disposizione il nostro bar.

31 gennaio – S. Giovanni Bosco

Alle ore 20:30 è stata celebrata la santa Messa in onore di S. Giovanni Bosco, patrono dei ragazzi e santo a cui è intitolato il nostro oratorio.

Dopo la funzione in chiesa, in oratorio, è stato presentato il bilancio del Circolo ANSPI ed è stato offerto un piccolo rinfresco.

3 febbraio – Festa della vita 

Alla santa Messa delle ore 10:00, i fedeli hanno trovato sui banchi alcuni foglietti colorati con frasi, di autori vari, che ci hanno meravigliato e hanno riempito il cuore di speranza.

Riportiamo alcuni esempi.

Vita è……

  • trasformare pietre d’inciampo in gradini per salire in alto (Puoi costruire qualcosa di bello anche con le pietre che trovi sul tuo cammino. A. Cechov)
  • saper cogliere la bellezza profonda che si cela nell’altro (Conoscersi non significa saper tutto dell’altro, ma deporre in lui la nostra fiducia e il nostro amore. A. Schweitzer)
  • volare insieme con due ali di riserva (Riuscire a trovare la gioia nella gioia altrui: questo è il segreto della felicità. G.Bernanos)
  • essere esplosivi nell’amore (L’amore immaturo dice: ”Ti amo perché ho bisogno di te”. L’amore vero dice: “Ho bisogno di te perché ti amo”. E. Fromm)
  • avere negli occhi lo splendore del mattino. (Oggi sorge un nuovo  sole per me; ogni cosa vive, ogni cosa prende vita, ogni cosa mi parla di passione, ogni cosa m’incanta. A. de Lenclos)
  • vestire il mondo a festa con i colori dell’arcobaleno. (Sono innamorato di questo mondo. Ho lavorato la terra, ho atteso le stagioni e ho finito col mietere sempre ciò che avevo seminato: J. Burroughs)
  • lasciarsi portare sul palmo della sua mano. (Se nel buoi afferro la tua mano questo mi basta, perché so bene che, anche se inciampo, tu non cadi mai. Preghiera irlandese)

Vorremmo riportare anche le parole di Papa Francesco:

Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice.
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza e che quando sbagli strada inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato della vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta,
ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza.
“Non mollare mai”.
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità poiché la vita è uno spettacolo incredibile!

Dopo la celebrazione eucaristica, sul sagrato, i bambini hanno lanciato i palloncini e i presenti hanno ricevuto un fiore simbolo della vita che rinasce.

Nel pomeriggio, in oratorio, merenda, zucchero filato e visione di un cartone animato.

3 marzo  – Carnevale

Domenica 3 marzo si è svolto nel nostro oratorio l’edizione 2019 del carnevale. È stato davvero un pomeriggio trascorso in serenità con le famiglie e tanti bambini che si sono addirittura sfidati in una piccola gara con tanto di giudici per stabilire le due mascherine più belle.  Anche il tempo ci ha accompagnati, in una giornata dal sapore veramente primaverile! Dopo una piccola sfilata per il paese le nostre mamme ci hanno aspettato per le dolcissime lattughe che hanno preparato con le loro stesse mani!!! Un ringraziamento ai volontari e a tutte le persone che si impegnano a farci vivere questi bei momenti, agli animatori che con don Ciro non hanno avuto timore a indossare abiti stravaganti per strappare un sorriso anche ai più grandi. Al prossimo anno!

Carnevale 2019 a Milzanello

8 marzo  – Festa della donna

Ci piace ricordare tutte le donne che ogni giorno si dedicano alla propria famiglia e lottano per far valere i propri diritti nel mondo del lavoro, ma anche, a volte, nelle loro case, con alcune frasi tratte da uno scritto di una poetessa nicaraguense. (Gioconda Belli)

Dio disse della donna: “Lei deve essere: – completamente lavabile senza essere in plastica, – avere più di 200 parti mobili ricambiabili, – poter funzionare con qualsiasi regime, – avere un grembo che possa accogliere quattro bambini contemporaneamente, – aver un bacio che possa curare altrettanto bene un ginocchio sbucciato e un cuore spezzato

Lei si cura da sola quando è malata e può lavorare 18 ore al giorno. È delicata, ma l’ho fatta robusta. Non hai idea di cosa è in grado di sopportare o di ottenere. Le lacrime sono il suo modo di esprimere la sua gioia, la sua preoccupazione, la sua delusione, il suo amore, la sua solitudine, la sua sofferenza e il suo orgoglio. Le donne lottano per ciò in cui credono. Si ribellano contro l’ingiustizia. Amano incondizionatamente. Loro sanno che un bacio e un abbraccio possono aiutare a curare un cuore infranto. 

Grazie Abele

Entrando nella nostra chiesa, vicino all’altare di San Luigi, si può vedere una bella e preziosa scultura lignea raffigurante la Deposizione di Gesù. Quest’opera è stata realizzata dall’artista Abele Benini che ha voluto donarla alla parrocchia di Milzanello. I sacerdoti e tutta la comunità porgono ad Abele i suoi più sentiti ringraziamenti per questo dono che rimarrà per sempre come patrimonio artistico della nostra Chiesa Parrocchiale.

Irene

L’Oratorio San Luigi propone

Irene

con Alberto Branca e Francesca Grisenti; regia di Massimiliano Grazioli.

Una rappresentazione teatrale dedicata a Irene Stefani, missionaria della Consolata in Kenya morta nel 1930 e beatificata nel 2015.

L’appuntamento è per venerdì 10 maggio, ore 20:30. Ingresso 8€.

Biglietti disponibili presso il bar dell’Oratorio, in via re Desiderio 37.

Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI ci racconta S. Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza po- tremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.