Dio vuole che l’uomo viva

La riflessione tenuta nella Chiesa di Santa Maria della Pace di Brescia, in occasione della Veglia delle Palme con il vescovo Pierantonio sabato 24 marzo.

La strategia vincente di chi ha pensato questo momento di preghiera, partiamo da lontano, dal papa con il suo messaggio fino a chi ha scritto la traccia di questo fascicoletto di preghiera dicevo, la strategia vincente ha voluto accostare creando una sorta di binomio paure e ascolto.

Perché dicevo essere una strategia vincente, perché l’accoppiata paure-ascolto è un modo efficace per descrivere bene la condizione alla quale apparteniamo e lo è almeno per due motivi: il primo perché l’uomo essenzialmente è un essere che ha paura. Noi abbiamo paura ed il tema delle paure è un capitolo decisamente vasto. Molte volte anche contraddittorio di se stesso. Noi a volte abbiamo paura perché non conosciamo la realtà intorno a noi o anche dentro di noi. Dove non conoscere indica per noi la non possibilità di gestire le cose, di controllarle e questo ci crea ansia, ci mette in difficoltà.

In altre occasioni capita l’esatto contrario, noi abbiamo paura perché proprio noi conosciamo la realtà che c’è attorno a noi o anche dentro di noi. Qui dovremo però fare una distinzione tra la conoscenza che passa dall’esperienza e la conoscenza che passa attraverso l’idea, l’ipotesi. Noi conosciamo certamente anche attraverso i concetti, le teorie ma principalmente conosciamo attraverso l’esperienza, noi viviamo l’esperienza non l’idea. Facciamo anche qua alcuni esempi perché rafforzano quanto appena detto circa la distinzione e l’idea del conoscere.

Noi tutti sappiamo che la guerra e la morte sono terribili ma finché la guerra è in Siria o in Iraq quella guerra non mi fa così paura il problema sarebbe se la guerra fosse qui. Noi tutti sappiamo che la morte è terribile ma finché la morte non ci tocca personalmente non ci fa forse così paura. Molto spesso mi è capitato di chiedere, in particolar modo ai giovani se avessero paura della morte e se quella non ha ancora toccato nessuno dei loro parenti la risposta è quasi unica, no, perché è ancora lontano, se però ti tocca allora le cose cambiano. Le paure ci mettono in difficoltà, le paure vanno a condizionare le nostre scelte e non esiste uomo che non abbia paura, anzi, l’uomo coraggioso è l’uomo che ha paura. Perché se non avesse paura non ci sarebbe neanche il coraggio ma siccome ha paura può arrivare anche al coraggio.

Tutti abbiamo paura.

Secondo motivo per cui dicevo essere l’abbinata vincente, paure e l’ascolto, perché l’uomo è un essere relazionale e l’ascolto è una tipica dinamica della menzione, dove l’ascolto e l’incontro sono ciò che muovono la nostra vita. Che cos’è la vita, la riflessione umana diche che la vita è la capacità di muoversi, di crescere autonomamente ma questa autonomia ha sempre un inizio che la vede mossa da qualcun altro. Nessuno di noi si da la vita da solo, come nessuno di noi ha imparato a vivere da solo. Ha imparato a vivere da solo perché ha ascoltato qualcuno che lo ha preceduto o ha visto qualcuno che lo ha preceduto.

L’ascolto è sufficiente per superare le paure? Dipende da quello che ascolti, perché se ascolti il terrore è chiaro che questo non ti tranquillizza e qui potremmo aprire un capitolo interessante su che cosa ascoltiamo, non solo in termini musicali ma anche di riflessione perché se quello che ascolto non mi pacifica oppure non mi aiuta ad approfondire alcuni temi della mia esistenza oppure non mi aiuta ad appassionarmi allora da ascolto come del resto allo sguardo al ducato.

Perché è una strategia vincente aver accostato paure e ascolto, ce o dice il testo che abbiamo appena ascoltato, perché è Dio stesso che ci invita ad ascoltarlo. Ascolta Israele il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Noi siamo chiamati invitati ad ascoltare Dio e non si tratta di un ascolto generico, di ascoltare Dio, la sua parola, la sua volontà e che cosa vuole Dio, che cosa ci dice. Ci dice una sola cosa, vuole che noi viviamo e non sopravviviamo perché con le paure non si vive, si sopravvive.

Dio vuole che l’uomo viva, per questo Dio va sempre là dove l’uomo muore.

Muore in tanti modi l’uomo. Muore nella malattia, muore nel peccato, muore nelle relazioni. Dio parla un unico linguaggio, il linguaggio della presenza dice io sono qua, io sono con te. Voglio che tu viva. Quindi se quando noi ascoltiamo ciò che c’è attorno a noi o che c’è dentro di noi ci accorgiamo che quello che ascoltiamo ci mette ansia, ci mette difficoltà, ci spaventa ci fa essere tristi. Dobbiamo riconoscere che quella non viene da Dio e quindi non va ascoltato. Non sarà così facile, sarebbe anche qua un tema molto interessante come fare per staccarci da ciò che ci fa male.

Le paure possiamo affrontarle ma mai da soli.

La regola numero uno che insegna l’esperienza della Chiesa millenaria diche quando uno sta male, è spaventato o ha paura mai stare da solo. Dio invece con la sua presenza dice sono con te e ce lo dice proprio cominciando questa settimana santa dove andremo vivere fasi salienti, fasi cruciali dell’esistenza di Gesù e della nostra di esistenza, perché la sua esistenza può cambiare la nostra esistenza nella misura in cui lasciamo che entri la nostra esistenza. Torno a dirvi se ascoltando ciò che avete attorno, ciò che avete dentro non vi fa essere quieti, vi fa paura o vi spaventa non ascoltatelo. Se avete difficoltà a pensare al vostro futuro, a immaginarlo a progettarlo, se fate fatica ad avere speranza, a creare, a costruire allora parlatene con Dio.

Auguri.

Guarda il video della veglia:

Veglia delle Palme

Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

Fa fiorire il deserto – Pasqua di Resurrezione

Domenica 1 aprile 

In lui dunque siamo risorti una prima volta
perché quando è risorto Cristo siamo risorti anche noi.
Cristo è morto nella carne in cui morirai anche tu,
ed è risorto in quello in cui anche tu risorgerai.
Col suo esempio ti ha insegnato
cosa non devi temere e cosa devi sperare.
Temevi la morte, ed è morto;
non speravi nella risurrezione: è risorto.
Mi dirai: è risorto lui, mica io!
Ma è risorto in ciò che da te aveva assunto per te.
Perciò la tua natura ti ha preceduto in lui,
e ciò che è stato assunto da te sale in cielo prima di te:
quindi anche tu sei già salito in cielo.
Egli ascende per primo, e noi in lui,
perché la sua carne è presa dal genere umano.
Con la sua risurrezione siamo risaliti dagli abissi della terra.

Sant’Agostino

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 1-9)

Fa fiorire il deserto – 31 marzo

Sabato santo: nelle nostre vene scorre una vita nuova, quella di Gesù risorto, quella che vince ogni male e ogni dolore; la vita che attingiamo nei sacramenti, nella Parola di Dio e nella comunità cristiana

Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. (Rm 6, 10-11)

La Pasqua di Gesù diviene la Pasqua del discepolo. La sua morte, causata dal peccato del mondo, viene ribaltata in vita perché Dio lo ha risuscitato. Il discepolo muore a causa del peccato, vive a causa della vita nuova che in Cristo Gesù gli è data. Nella notte che ti attende, rimani in attesa della Luce nuova che ti strappa dalle tenebre.

Signore, in questo giorno di silenzio e di attesa, donaci la tua speranza! Una speranza che vince il male, i dubbi e le paure che ci circondano. Una speranza che è segno del tuo amore per noi!

Trascorro un momento in Chiesa per pregare raccogliermi di fronte al mistero pasquale.

Fa fiorire il deserto – 30 marzo

Venerdì Santo: Gesù offre la sua vita. Se anche tu offri la vita a Dio per il bene di tutti, il Signore farà di te una meraviglia stupenda.

Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. (Gv 19, 28-30)

Oggi saliamo al Calvario, il luogo nel quale Gesù manifesta e rivela compiutamente l’amore del Padre per l’uomo, quell’amore di cui Lui ha sete. È compiuto tutto! È compiuto il dono definitivo e irrevocabile! Lo Spirito ti permette di lascarti avvolgere da questo dono: non più racchiuso in un tempio fatto da mani d’uomo, ma dato per tutti nell’aperto del mondo

Sono disposto ad amare chi mi rispetta, chi mi apprezza, chi mi difende e chi mi ascolta. Ma la tua croce è amore per chi non ti ha rispettato, apprezzato, difeso e ascoltato. Fa’ o Signore che la mia croce sia dello stesso legno della tua.

Penso a come ho portato avanti l’impegno della mia quaresima. Sono riuscito ad essere fedele a quanto mi ero proposto?

Cristo va incontro alla morte

Van. Gv. 12,12-16 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!».

Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
«Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
montato sopra un puledro d’asina
!».

I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte.

Fa fiorire il deserto – 29 marzo

Giovedì Santo: siamo nel cuore dell’anno liturgico. La cena di Gesù e l’Eucaristia sono il tesoro che Dio ha messo nei nostri vasi di argilla. Se sappiamo condividerlo anche gli altri incontreranno il Risorto.

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. (1 Cor 11, 23-26)

Di giorno in giorno, di comunità in comunità, da discepolo a discepolo, ciò che hai ricevuto viene trasmesso, consegnato, donato. Solo mangiando di quel pane e bevendo a quel calice entri nel mistero della passione, morte e resurrezione di Gesù. Ogni volta, ogni domenica, ogni giorno finché Lui verrà. Allora lo riconoscerai.

Ricordaci Signore che possiamo essere tuoi testimoni non solo con la parola ma soprattutto con le azioni quotidiane. Aiutaci a pronunciare il tuo nome nei luoghi in cui siamo chiamati a vivere.

Recito una preghiera prima dei pasti insieme alla mia famiglia. (potrebbe diventare un’abitudine quotidiana!).

Al centro del mistero di Cristo

Gesù è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. Un aiuto per rileggere la liturgia del Triduo Pasquale.

La Chiesa celebra annualmente la liturgia del Triduo Pasquale per vivere cristianamente il cammino della salvezza illuminato dalla passione, morte e risurrezione di Gesù, lui che è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. All’interno del percorso celebrativo la liturgia ci fa entrare nella Pasqua rituale del Giovedì santo, nella Pasqua-passione del Venerdì e nella Pasqua-risurrezione della Grande Veglia; è nella sua dimensione rituale che il Triduo Pasquale si struttura nella logica dei tre giorni “da tramonto a tramonto” secondo la concezione ebraica. Così si parte dalla “Missa in Coena Domini” del Giovedì sera alla sepoltura (primo giorno), dal tramonto del Venerdì a quello del Sabato (secondo giorno), dalla Veglia Pasquale alla Domenica di Resurrezione (terzo giorno). A livello rituale soltanto nel Giovedì Santo c’è un rito di ingresso con il saluto del celebrante e soltanto alla conclusione della Veglia pasquale troviamo il rito di congedo con la benedizione finale: infatti la celebrazione del Giovedì Santo si conclude con la spogliazione dell’altare, il Venerdì si riprende con la prostrazione silenziosa e il Sabato Santo inizia con la benedizione del fuoco.

Il Giovedì Santo. Nella celebrazione del Giovedì Santo, “soglia” tra la Quaresima e il Triduo, si fa memoria della Pasqua rituale con l’istituzione dell’Eucarestia e con la lavanda dei piedi: nella liturgia della Parola viene presentata la tradizione rituale ebraica narrata nel libro dell’Esodo come memoriale, la tradizione rituale cristiana trasmessa da San Paolo e, al centro della cena pasquale, il movimento di Gesù che si abbassa per lavare i piedi ai suoi come gesto di carattere testamentario per generare una comunità dove regna il servizio e l’abbassamento. Così la cena eucaristica rivelerà il mistero e la verità della Croce.

Il Venerdì Santo. Nella celebrazione del Venerdì Santo lo sguardo è rivolto alla memoria dell’evento storico della passione e morte del Signore Gesù, la liturgia della Parola presenta il Quarto Canto del Servo del Signore narrato da Isaia come profezia del Cristo Crocifisso; il quarto Vangelo accentua alcune dimensioni della Beata Passione nella tensione tra umiliazione e glorificazione del Figlio che sulla croce si sacrifica e dà la vita. L’adorazione della croce e il gesto del bacio segnano il culmine della preghiera nella contemplazione del Cristo Crocifisso aprendo la possibilità all’incontro con Lui nella santa comunione perché dalle sue piaghe siamo stati guariti (Isaia 53,5).

Il Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del silenzio e dell’attesa e le parole cedono il posto allo smarrimento per la morte in croce e allo stupore dell’amore e della contemplazione dinanzi al mistero della redenzione; è il giorno del “sepolcro pieno” e del mistero della discesa agli inferi caro alla liturgia orientale in attesa di essere liberati dallo Sheol.

La Veglia Pasquale. Nella notte del Sabato Santo si entra nella Solenne Veglia Pasquale definita da Sant’Agostino la “Veglia Madre di tutte le Veglie”, il percorso celebrativo esprime in modo mirabile il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo. Come gli ebrei si riunivano intorno all’agnello pasquale per celebrare il Dio creatore e liberatore così la comunità cristiana si raduna attorno al fuoco, all’ambone della Parola, al fonte battesimale e alla mensa dell’altare per celebrare l’agnello immolato che è vittorioso sulla morte: il fuoco acceso, il cero pasquale innalzato tre volte e il canto dell’Exultet dicono la potenza della Luce che risplende nel mistero pasquale; l’annuncio della Pasqua lascia spazio alla Parola di Dio ripercorrendo le tappe della storia della salvezza e il passaggio alla nuova alleanza compiuta totalmente nel mistero Pasquale del Cristo crocifisso, sepolto e risorto. La Luce e la Parola diventano storicamente visibili nel dono dei sacramenti del battesimo, della cresima e poi dell’eucarestia: radunati attorno al fonte battesimali, i catecumeni ricevono la nuova vita e tutto il popolo dei battezzati fa memoria del proprio battesimo e della propria resurrezione; dal Fuoco, dalla Parola e dall’Acqua tutto si compie nella mensa eucaristica con il pane e il vino per ricapitolare nell’unità il mistero celebrato nel Triduo. L’acclamazione “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” in risposta al grande mistero della nostra fede riafferma la centralità del kerigma e riconosce la comunità celebrante come parte integrante del mistero celebrato. “Con il Signore risorge – scrive Andrea Grillo – anche la sua Chiesa che raccoglie il Triduo tra l’Ultima Cena di Gesù e la prima Eucarestia con il Signore”.

Fa fiorire il deserto – 28 marzo

Anche se vediamo che in noi c’è il segno del male, questo non ci fa più paura. È vero: non siamo innocenti, ma riconciliati e perdonati da Dio sì

“Ti lodo, Signore; tu eri in collera con me, ma la tua collera si è placata e tu mi hai consolato. Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza”. Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza. (Is. 12, 1-3)

Incontrare la collera del Signore è quanto di più temibile possa accadere nella vita. Ma Dio si rivela come colui che consola, come colui che salva. La collera dell’uomo si accanisce sul Figlio e Lui risponde perdonando, amando. Solo arrendendoti ad un amore così scandaloso e profondo scoprirai fiorire la lode nel tuo cuore e sulle tue labbra. Solo così anche il tuo cuore passerà dalla collera alla gioia.

Ti preghiamo Signore per tutte quelle persone che vivono gravi momenti di solitudine, tristezza e disperazione. Rendici capaci di saper leggere e accompagnare chi vive questi momenti di prova

Recito il rosario ricordando tutti coloro che vivono nella sofferenza.

Fa fiorire il deserto – 27 marzo

Fidarci e ascoltare gli altri talvolta ci fa soffrire perché non facciamo quello che avremmo desiderato. Eppure se ci fidiamo di Dio, Egli ci porta sempre a traguardi che non avremmo mai immaginato.

“Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito”. Perché il Signore ha riscattato Giacobbe, lo ha liberato dalle mani di uno più forte di lui. (Ger 31; 7; 9; 11)

Il cammino del popolo di Israele è un frammento, un’immagine, un modello di ciò che il Signore desidera per tutta l’umanità e per ogni uomo. Ciò che Lui ha realizzato nella storia, oggi, adesso lo desidera per te: la consolazione, la liberazione sono i frutti del cammino lungo il quale lasciarsi condurre. Anche questo giorno è parte del tuo esodo; riconosci l’unicità e irripetibilità di questo dono.

Signore Gesù, ci hai detto: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Aiutaci a tenere sempre viva nel cuore questa tua promessa di vicinanza

Scelgo una persona a cui dire “se hai bisogno di qualunque cosa, per te io ci sono”.