Itinerario quaresimale: sulle orme di san Benedetto

Durante i pomeriggi delle domeniche di quaresima abbiamo potuto meditare sul tema della missionarietà della comunità cristiana alla luce di S. Benedetto, visitando tre abbazie benedettine e ascoltando le meditazioni dei monaci.

A Chiaravalle abbiamo ascoltato il Priore, Padre Stefano Zanolini, sul tema dell’ascolto della Parola per diventarne famigliari.  “Il cammino che san Benedetto propone al monaco, e al cristiano, puntualizza alcuni aspetti che vale la pena di riconsiderare. Ne prendiamo in considerazione due. Nel Prologo della Regola, san Benedetto, invita con forza ad «ascoltare con orecchie attentissime la Parola divina che ogni giorno grida a noi esortatrice: oggi se udite la sua voce non indurite il vostro cuore…» (RB Prol. 9-10).

Un primo aspetto che può sembrare scontato è che il Signore ci ha dotati di un organo per ascoltare, ad esso arriva, o facciamo arrivare di tutto. In questo contesto il modo giusto è “attentissime”, un aggettivo che indica certo un’attenzione ma che implica anche stupore; ascoltare con stupore la Parola divina. La tentazione che tutti proviamo è quella di Pietro, cioè di precederlo e non seguirlo. San Bernardo a questo proposito così si esprime: «Non lo seguono ma lo precedono quelli che alle parole del Maestro preferiscono le proprie». (Sermoni de diversis 62).

Un secondo aspetto è quello del tempo, cioè quando ascoltare la parola di Gesù? Oggi! «La Parola di Dio ogni giorno grida: oggi se udite la sua voce…». Ogni giorno, oggi. Questo vuol dire una frequentazione assidua, vale a dire quotidiana, rendere cioè abituale questo incontro, renderlo quotidiano come altre abitudini sono normali, quotidiane nella vita: la lettura del giornale, la frequentazione internet, il caffè, ecc… Il tempo che Dio dona è quello di oggi e una familiarità, in ogni ambito di vita, si radica grazie a una frequentazione costante, quotidiana che non è fatta necessariamente di ore. Il lavoro che il discepolo è chiamato a fare è esattamente quello della famiglia di Gesù, di sua madre Maria e di san Giuseppe che hanno vissuto una familiarità assolutamente unica, ma piena, quotidiana, umana e per questo esemplare per ogni discepolo”.

A Pontida abbiamo ascoltato Don Emanuel sul tema dell’apertura al fratello e al forestiero. “S. Benedetto, nella sua regola, ha un capitolo dedicato interamente all’ospitalità. Questo capitolo, il 53°, non si intitola “L’ospitalità “oppure “I monaci e l’ accoglienza” ma: “Come debbano essere accolti gli ospiti”. Dunque per S. Benedetto è molto importante la modalità (“come”) con cui si accolgono gli ospiti; infatti le persone si possono ricevere in modi differenti: in modo sbrigativo, in modo freddo, oppure facendo capire che si dà accoglienza ma col desiderio di non essere troppo disturbati. “Tutti gli ospiti che sopraggiungono, siano ricevuti come Cristo perché egli dirà: fui ospite e mi accoglieste”, riferendosi al vangelo di Matteo.

Penso che occorra partire prima di tutto da chi ci vive accanto, da coloro con cui passiamo la maggior parte del nostro tempo, ad esempio i nostri familiari, i colleghi di lavoro, coloro che conosciamo molto bene nei loro pregi e nei loro difetti e che, appunto, proprio per questi ultimi diventa più faticoso essere loro disponibili. Accogliere, in realtà, non significa immediatamente dare un alloggio a casa nostra ma, prima di tutto nel nostro cuore. Scendendo più nel concreto: se vivo con mio marito, con mia moglie, con qualunque familiare, a gomito a gomito o con un collega di lavoro senza essere disposto nei suoi confronti a fare tutto quanto farei se avessi davanti il Signore Gesù, devo ancora fare dei passi. Posso non lasciar mancare niente a mio marito, a mia moglie, al mio collega di quanto materialmente ha bisogno, ma se non gli sono vicino come fosse Gesù, se non lo accolgo nel mio cuore, non sono ancora sulla strada giusta.

S. Benedetto, poi, nel suo capitolo sul come debbano essere accolti gli ospiti, si premura di avvisare che verso i poveri e i pellegrini occorre avere particolari premure e attenzioni, perché specialmente in essi si riceve Cristo. I poveri e i pellegrini, lo si può intuire, sono coloro che hanno bisogno di tutto, che arrivano inaspettatamente, che rappresentano per noi coloro che fanno cambiare i nostri programmi, coloro che ci indispongono, che in fin dei conti ci chiedono di sacrificare qualcosa di noi stessi; chiedono in poche parole di dimenticarci, di uscire da noi stessi, di vincere un po’ il nostro egoismo, che è sempre pronto a farsi largo. Se si riesce a fare il primo passo in questo senso, se si riesce a fare il primo sforzo e a prendere coraggio mortificando noi stessi, allora si otterrà di essere veramente accoglienti proprio perché l’altro è più importante di me, per l’altro vale la pena di mettere da parte me stesso perché l’altro è Gesù”.

A Praglia abbiamo ascoltato don Sandro Carotta sul tema della centralità della Parola e dell’Eucaristia per vivere pienamente la nostra appartenenza alla Chiesa, che si riferisce a Dio come Padre. “Ascoltiamo la paternità di Dio, attraverso la preghiera del Padre Nostro, che ci riferisce Matteo 6,9-13). Abbiamo una invocazione iniziale rivolta a Dio come Padre, a cui segue la formulazione di tre grandi desideri: la santificazione del nome, il regno e la volontà di Dio. Quattro grandi domande, inerenti al pane, al perdono accolto e ricevuto, alla richiesta di non soccombere alla tentazione e alla liberazione dal male concludono la preghiera. In tutto abbiamo sette petizioni; quella centrale è relativa al “pane”, la prima e l’ultima sono poi antitetiche. Si inizia con la menzione del “Padre” e si conclude con la supplica per essere liberati dal “male”. La vita del credente è tra queste due realtà opposte: Dio e il male, il Padre e il Maligno. Come possiamo definire allora la preghiera cristiana? Una lotta. Bisogna infatti lottare affinché logiche perverse e mondane non neghino Dio nel cuore e nella vita.

Sono tre sostanzialmente le negazioni di Dio. Abbiamo l’idolatria, che fa di Dio una caricatura; l’idolatria nasce da una mancanza di ascolto e dalla pretesa di monopolizzare Dio. Vi è poi l’ateismo; nella vita del credente si manifesta quando la pratica religiosa viene abbandonata. Se è ancora tollerata (ma solo negli altri) è solo nella misura in cui si concretizza solo in un atteggiamento filantropico. Tutta la pratica religiosa è considerata inutile, ingenua e frutto di ignoranza. Infine l’incertezza, la quale ha come caratteristica principale il disagio e l’insicurezza. In questo caso si continua a pregare, ma solo lo stretto necessario; si rimane nella Chiesa, ma solo formalmente.

Ma la preghiera non è solo lotta. Abbiamo detto che nel Pater troviamo tre desideri e quattro domande. Nella preghiera bisogna allora imparare ad articolare armonicamente il desiderio e la domanda; il desiderio esprime la dimensione affettiva del pregare, la domanda la dimensione solidale. Se viene ribadita la dimensione affettiva è per ricordare che la preghiera nasce da un cuore che ama Dio. La preghiera non è un dovere, ma una necessità dell’anima. La dimensione solidale, altrettanto importante, ci ricorda invece come la preghiera debba abbracciare, sull’esempio di Cristo, il mondo intero”.

Pregare il “Padre Nostro” significa sentirsi pienamente figli di Dio e, quindi, riconoscersi fratelli con chi, come noi, si rivolge a Dio con questa preghiera. Questa figliolanza-fraternità ha bisogno, però, anche di segni concreti. Ecco che Gesù, ce ne ha offerti, tra gli altri, due, attraverso i quali esprimere in modo privilegiato e altamente significativo, questa realtà: la sua Parola e l’Eucaristia.

Esse sono il segno più espressivo della nostra adesione alla Paternità di Dio e la fonte inesauribile dell’energia per vivere la nostra figliolanza divina e la nostra fratellanza. Pregare Dio Padre e non accogliere il suo invito all’incontro coni fratelli per ascoltare la sua parola e sederci alla sua mensa significa avere un cuore ateo oppure vivere la fede in modo formale.

Cristo è veramente risorto e vi precede in Galilea

Durante tutta la quaresima la Chiesa, attraverso la Parola annunciata, la liturgia celebrata e la proposta di esercizio della carità, ci ha invitato a verificare la nostra fede, a confrontarci con la parola di Dio, a guardare alle miserie umane e a riconoscere la nostra personale miseria, il peccato, invitandoci a porvi rimedio. Ci ha sollecitato a fare una scelta tra la Vita e la morte, tra il Bene e il male, tra Dio e il Satana. Ci ha proclamato la misericordia di Dio, che precede la nostra richiesta di perdono e rinnova la nostra vita, donandole quella pace e quella gioia che spesso cerchiamo in cose o eventi che non ci soddisfano mai.

Ci ha offerto l’acqua viva dello Spirito, ci ha mostrato in Gesù il modello di una vita umana piena, capace di affrontare le tentazioni e di vincerle, di vivere la vita nella ricerca del vero cibo – “fare la volontà del Padre” –, di instaurare relazioni di amore autentico con Dio e con il prossimo; un amore fatto di accoglienza, soccorso, condivisione, gratuità, servizio, perdono, dono di sé fino alla morte. Ci ha mostrato come l’epilogo umano di questo stile di vita sia una morte cruenta, un fallimento totale. Ma ci ha anche ricordato che Gesù aveva annunciato questo epilogo, dichiarando però che “le vie di Dio non sono le nostre vie … i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. Infatti ci ha detto: “Chi perderà la sua vita per me la troverà”, così come Lui ha perso la sua vita per compiere la volontà del Padre e l’ha ritrovata nella risurrezione.

Ora, quel Gesù che noi uomini abbiamo condannato a morte e crocifisso, con la sua risurrezione testimonia la verità del suo messaggio: la Vita vince sulla morte, la vita è dono di Dio, appartiene a Lui e solo chi la vive in Lui può averla per sempre. Lui ne è l’autore, Lui ne è il custode, Lui ne è la sorgente eterna. L’uomo può manipolarla, sfigurarla, porre fine alla sua esperienza terrena, ma non può né darla né toglierla … perché la vita è di Dio, è Dio.

Ecco perché quel Cristo che “voi avete ucciso Dio l’ha risuscitato” ed ora nel mondo degli uomini Lui canta la vita per mezzo di coloro che hanno creduto in Lui e formano il suo Corpo, la Chiesa. Egli, apparendo alle donne dopo la sua risurrezione, dà loro un messaggio per i suoi Apostoli: “Dite ai miei fratelli che io li precedo in Galilea: là mi vedranno”.

Dopo l’esercizio quaresimale, anche noi, che nella Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, siamo invitati a non fermarci al rito, che pure va celebrato con partecipazione e gioia, perché qui, nella liturgia celebrata insieme con la comunità, facciamo esperienza e incontriamo il Cristo Risorto. Se vogliamo riconoscere che Gesù è la nostra vita dobbiamo saperlo incontrare nella vita di ogni giorno: nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nel povero, nel forestiero, nell’amico e nel nemico, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, nella fame e nell’abbondanza … Lui ci precede in ogni situazione della vita, perché è Lui la nostra vita. Allora ha senso celebrare la Pasqua. Noi siamo chiamati ad uscire dalla “nube” del mistero per immergerci nella realtà dell’esistenza quotidiana ed essere segno efficace (“sacramento”) del Cristo Vivente, che ci comunica la vera vita, e riconoscere nell’altro (qualsiasi altro) un segno efficace (“sacramento”) del Cristo che si manifesta a noi, desideroso di essere riconosciuto nel volto di ogni uomo: povero o ricco, sfigurato o pulito, dotto o ignorante, sano o ferito, bianco o nero, cristiano o musulmano, credente o non credente. Questa è la nostra “Galilea”, nella quale portiamo la nostra specificità di cristiani che hanno incontrato la Vita e desiderano annunciarla a tutti, non solo con la parola, ma anche con i gesti di quella stessa Vita, gesti d’amore gratuito e misericordioso. La nostra “Galilea” è la vita di tutti i giorni, nella quale Gesù ci precede perché, dopo averlo celebrato e incontrato nel mistero, riconosciamo che la sua presenza è ovunque e anche fuori dal tempio possiamo adorarlo, perché “Dio è spirito e oggi è il tempo in cui si deve adorarlo in Spirito e verità”.

Se lo incontriamo così, Gesù cambia la nostra vita personale, famigliare, sociale e ci proietta in un mondo di pace, gioia, amore e la speranza cristiana ci darà nuove motivazioni per vivere e aiutare a vivere.

Buona Pasqua!

La nostra comunità cristiana accoglie con gioia cinque neofiti

I nuovi Cristiani battezzati da adulti nella Veglia Pasquale

Dopo due anni e mezzo di evangelizzazione e catechesi (nessuno di loro si è lamentato della lunghezza del cammino e degli incontri) cinque persone adulte sono ammesse ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, che ricevono nella veglia pasquale. Il loro è stato un cammino semplice, condotto in forma famigliare e, a tratti, entusiasta per loro ed entusiasmante per chi li guidava.

Certamente la nostra comunità sarà arricchita dal loro ingresso e sollecitata al rinnovamento e a vivere con maggior spirito missionario l’appartenenza a Cristo nella sua Chiesa.

Ecco i nomi dei “neofiti”:

BREBIU BLEDAR e BREBIU VITRINA, di origine albanese, coniugati civilmente; hanno una bambina, Aurora, di quasi tre anni, battezzata; Bledar è in Italia da più di dieci anni ed è cartongessista, mentre Vitrina è in Italia da cinque anni ed è casalinga. Hanno compiuto la scelta di battezzare Aurora, quando loro stessi hanno deciso di intraprendere il cammino del catecumenato cristiano. Madrina di Vitrina è Mimma e padrino di Bledar è Valerio.

OLKHOVOSKA OKSANA, di origine Ucraìna, coniugata civilmente con Tiziano Rizzi, che è battezzato e lavora come autotrasportatore; hanno due bambine, entrambe battezzate; il 26 marzo hanno celebrato il matrimonio cattolico nella nostra parrocchia, secondo il modulo della “diversità di culto”. Oksana è commessa in un centro commerciale. Sua madrina è Cinzia.

EDDIKH ALI’ di origine marocchina, presente a Leno ormai da più di quindici anni; impegnato nel volontariato in Parrocchia con la Caritas, Nonsolonoi, commissione missionaria e collaboratore nella pulizia della chiesa. Suo padrino è Jones e sua madrina è Tullia.

OTASOWIE KINGSLEY, di origine Nigeriana, è presente in Italia come rifugiato insieme con la sua moglie, che è battezzato e i due bambini, che ricevono il battesimo con il papà nella veglia pasquale. Sono sposati con rito cattolico, secondo il modulo della “diversità di culto”. E’ cresciuto in ambiente cristiano, ma per motivi socio-religiosi, a causa dei continui spostamenti della sua famiglia, non è stato battezzato. Suo padrino è Renato, madrina della figlia Patrizia e del figlio Rosa.

Voglio ringraziare coloro che, a nome della comunità, hanno accompagnato i catecumeni e anche me nell’itinerario di preparazione all’evento della rinascita cristiana di questi nostri fratelli ed esprimo tutta la mia gioia per questo meraviglioso evento.

Pasqua 2017

Di seguito trovate gli appuntamenti principali per la Settimana Santa. Tutti gli appuntamenti, anche quelli non segnati in questo articolo, sono presenti nel nostro calendario.

Venerdì 7
Primo venerdì del mese: ore 08.30-09.30 adorazione eucaristica; ore 15.30 in chiesa parrocchiale Via Crucis. Ore 18.30 S. Messa per i “figli in cielo” e le “famiglie ferite” segue adorazione fino alle ore 08.00 di sabato.
Ore 20.30 Via Crucis vivente a Porzano.

Sabato 8
Confessioni ragazzi del catechismo IV-V-VI-VII anno. Ore 17.00 Confessioni a Porzano.

Domenica 9
DOMENICA DELLE PALME. A Leno ore 09.45 benedizione dei rami d’olivo all’oratorio con processione alla chiesa parrocchiale e S. Messa.
A Porzano: ore 10.30 p.zza Corte benedizione rami d’olivo e processione alla chiesa;
a Milzanello ore 10.00. ICFR 1 ore 15.00 in Oratorio. Ore 16.00 in canonica incontro Azione Cattolica.

Lunedì 10
INIZIO DELLA SETTIMANA SANTA. Ore 08.30-09.30 ufficio di lettura e lodi con i sacerdoti e le suore, adorazione. Confessioni: dalle ore 09.00 alle 12.00 e dalle 15.15 alle 19.00.

Giovedì 13
Confessioni: dalle ore 09 alle 12 e dalle 15.15 alle 19.00. Sospeso il catechismo in occasione della festa di Pasqua.
Ore 16.00 Messa per ragazzi e anziani.
Ore 20.30 Messa in Cena Domini con la lavanda dei piedi, segue l’adorazione notturna.

Venerdì 14
Confessioni: dalle ore 09 alle 12 e dalle 15.15 alle 19.00. Ore 15.00 VIA CRUCIS.
Ore 20.30 Celebrazione della Passione del Signore e bacio del Crocifisso.

Sabato 15
Confessioni: dalle ore 09.00 alle 12.00 e dalle 15.15 alle 19.00;
Confessioni a Porzano dalle ore 15.00 alle 19.00; confessioni a Milzanello dalle ore 17 alle 18.00;
Porzano: Veglia pasquale ore 21.00. Milzanello: Veglia pasquale ore 21.00.
Leno: Veglia pasquale con Battesimo-Cresima e Prima Comunione di catecumeni adulti ore 21.00.

Domenica 16
PASQUA DI RISURREZIONE
Sante Messe orario festivo. Ore 17.45 Vespri solenni a Leno. Ore 17.00 a Porzano. È sospeso il catechismo.

Lunedì 17
Lunedì dell’angelo. Orario Sante Messe: a Leno 07.30 – 09.00 – 10.30 – 18.30, a Porzano ore 08.00 – 10.30.

Tu credi nel Figlio dell’Uomo?

26 marzo 2017
IV di Quaresima

Il tema della cecità è l’argomento attorno al quale ruota la riflessione del Vangelo che questa sera ci ha proposto la liturgia attraverso San Giovanni. Esiste la cecità fisica, perché, a volte vi sono delle patologie legate alla vista e gli occhi non vedono, ma è altrettanto vero che in non pochi casi esiste la cecità dell’animo e del cuore. Questo, perché vi sono alcuni aspetti del vivere che offuscano la nostra capacità di riconoscere le cose. Per cui bisogna anche ammettere che non sempre siam capaci di leggere la realtà secondo la completa verità. Anzi, sono molte più le cose che non vediamo rispetto a quelle che vediamo.

Noi cogliamo solo alcuni particolari, soprattutto quelli che ci interessano o quelli che ci spaventano. L’occhio vede ciò che ama, l’occhio vede ciò che lo spaventa. Occorre quindi ammettere che siamo tutti un po’ ciechi di qualche cosa, non c’è solo la malattia degli occhi che non ci fa vedere ma ci sono anche quelle dell’anima e della mente. Se noi partiamo col riconoscere che abbiamo un po’ tutti bisogno che ci vengano aperti gli occhi, allora questo racconto diventa per noi un farmaco, diventa un toccasana per la nostra vita.

É interessante perché il testo parte descrivendo un uomo cieco e si conclude con un palcoscenico affollato di numerosi cechi, i quali pensano di vedere ma sono più ciechi degli altri. Questo racconto, come avete ascoltato è carico di tantissimi spunti di riflessione, ha un fortissimo valore esistenziale. Io ne prenderò solo uno, mi soffermerò sul fatto che proprio in conseguenza di quel limite dell’uomo cieco, Gesù può incontrare l’uomo e l’uomo può incontrare Gesù. É chiaro che nessuno vorrebbe o giustificherebbe che si debba star male per incontrare Dio. Del male se ne fa volentieri a meno. Nessuno lo vuole e ci mancherebbe altro che andiamo a cercarlo! Ma c’è! e dicevo in conseguenza di quel male, di quel limite, di quella cecità, i due han potuto incontrarsi. Ma perché si sono incontrati? Il tutto è reso possibile da una serie di elementi, e ci fa bene metterli in luce.

Cominciamo col dire che Gesù passa e vede quell’uomo. Chissà quanta gente è passata e ha intravisto quella persona magari non prestando particolare attenzione. Gesù si ferma e comincia a dedicare il suo sguardo a quell’uomo. Non diventa né un numero né una realtà insignificante: diventa qualcuno di cui farsi carico. La cosa strana è che invece sia i suoi discepoli che i farisei si soffermano con un atteggiamento molto distante dallo stile di Gesù; tant’è vero che i discepoli, vedendo quell’uomo, si fermano a domandarsi di chi sia la colpa della sua malattia: se non ci vede avrà commesso qualcosa, o sarà colpa dei genitori. Gesù dice che non ci interessa quella riflessione e riporta la discussione su altri binari. Anche i farisei, più avanti, nonostante quell’uomo sia stato guarito, si domandano il perché Gesù abbia potuto far questo nel giorno del sabato. Gesù, anche in questo caso dice, con altre parola, che non centra niente e un’altra volta riporta il discorso su altri binari. Occorre che ora ci concentriamo su una cosa sola: su quest’uomo.

L’altra cosa estremamente interessante è che i due possono incontrarsi perché è come se si chiamassero per nome. Non hanno paura a riconoscere quello che sono, e così facendo si incontrano e non si scontrano. Perché quando abbiamo qualche cecità noi ci scontriamo. Quando non vedo la persona che ho davanti, normalmente pretendo, non la capisco, quando non riconosco alcune cose in chi ho accanto, normalmente sono portato a scontrarmi con quella persona. I due si incontrano e non si scontrano. Perché? Capiamolo: l’elemento che li ha fatti incontrare è proprio quel limite, l’uomo non ci vede. E cos’è il limite se non qualcosa al di là del quale non vuoi, non puoi o non riesci ad andare? Quando è così si creano i muri, le divisioni. E noi, i muri non li superiamo. I due, dicevo, si chiamano per nome, non han paura a dire quello che sono. L’uomo cieco non pretende nulla, sa di essere disabile. Non grida e Gesù: “tu che sei Dio mi devi guarire perché sto male!”. No, non fa questo. Cosa che facciamo invece spesso noi, quando stiamo male e tendiamo ad alzare la voce. Si può alzare la voce sia perché si grida sia perché si fa silenzio, il gridare è un’immagine per dire che si sta male.

Quando uno sta male normalmente tira fuori quello che ha dentro in modo sbagliato. E Gesù, dal canto suo, non pretende di guarirlo. Dice “guarda, io ti ho fatto il fango, ma se vuoi là c’è la piscina. Vuoi andare, vai, non vuoi, fai a meno; ma se vuoi guarire vai”. E lui va, si fida senza essere obbligato. Interessantissimo anche questo dal punto di vista educativo: a me capita di non dir mai agli altri quello che devono fare, al massimo dico quello che farei al loro posto o quello che penso, ma non si dice mai agli altri quello che devono fare. Dal punto di vista educativo è molto liberante. Quell’uomo va, fa l’esperienza di lavarsi, torna e ci vede, e dice un’altra cosa interessante, che io non posso fare l’esperienza al posto di qualcun altro. Gesù è molto liberante in questo, non ti obbliga, ti rende libero. E la libertà è fare la cosa giusta. Quell’uomo fa la cosa giusta.

Un’altra cosa molto interessante sulla quale soffermarci è capire che nella misura in cui i due si son chiamati per nome, possono avviare il cammino di incontro. Provate a pensarci un attimo: quand’è che avete vissuto o vivete momenti di particolare intensità e unione? Quando vi sfidate? Quando volete aver ragione? Io penso quando scegliete di essere deboli e vi mettete nelle mani di chi avete accanto. Hai voglia di prenderti cura di me? Te la senti di dedicarmi del tempo? Ma se noi facciamo le prove di forza, noi non ci incontriamo, ci scontriamo. É sempre così. Questo brano ci insegna che il limite, che appartiene a tutti, può diventare invece che un muro un luogo di incontro, a patto che ci mettiamo nelle mani dell’altro.

A volte mi capita di fare questa riflessione: l’assurdo è che noi arriviamo spesso a litigare e a non incontrarci perché abbiamo già scelto cos’è la cosa giusta, e usiamo l’intelligenza per difendere ciò che abbiamo scelto sia corretto, ma così facendo ci scontriamo. Ci insegna un’altra cosa, il Signore: che il limite, che ci appartiene, perché tutti dicevo prima, occorre che riconosciamo di essere ciechi di qualche cosa, può diventare invece un luogo di incontro, a patto che ci siano alcune condizioni: Primo, che non facciamo prove di forza; secondo, scopriamo di essere deboli.

Gesù sconfigge le invidie degli altri andando in croce. Chi lo invidia là sopra? Nessuno. Sceglie di essere debole, e quando ti metti nelle mani dell’altro allora è perché ti fidi. Questa fiducia, Gesù la chiede, e dice a quell’uomo: “tu credi nel Figlio dell’Uomo?”. E la cosa consolante è che Dio prima o poi arriva a farti la domanda giusta nella vita e la domanda giusta presuppone in chi è davanti la risposta adeguata; quell’uomo dice: “e chi è perché io possa credere in lui?”. “Sono io”. “Allora sì, credo!”. Questa cosa dice come chi di Dio si fida vive una vita miracolosa. Cosa voglia dire miracolosa guardatelo nelle vostre vite, nei tanti miracoli delle vostre vite. Gesù guarisce: dalla cecità passa alla guarigione, dalle tenebre passa alla luce. É Lui che si propone come luce del mondo e chiede a noi di seguirlo perché chi cammina dietro di Lui non camminerà più nelle tenebre, camminerà nella luce. Per cui, cosa possiamo augurare di più a Tiziano e Oksana, se non di cercare sempre una vita luminosa? A maggior ragione, oggi, nel giorno del vostro matrimonio. Voi vi ricorderete che nel giorno del matrimonio, il Vangelo che vi ha accompagnato è quello del cieco nato, dove Gesù ha operato guarigioni. Ogni qualvolta che succederà che qualche tenebra verrà a minare la vostra intimità, la vostra famiglia, la vostra unione, la vostra vita, ditevi: “noi siam fatti per la Luce! E Dio vuole che noi siam persone luminose!”. Questo non vorrà dire, però, che le tenebre non ci saranno, ma la vostra luminosità, fosse anche piccola, se è quella di Dio, illuminerà tanto quanto basta perché voi possiate camminare, fare un passo alla volta. Se non c’è la luce, noi siam paralizzati.

Per cui, questo racconto diventa per noi un elemento su cui profondamente riflettere, se avete la pazienza di riprenderlo a casa, Giovanni 9, vi troverete una ricchezza impressionante. Gesù guarisce, Gesù è luce e vuole che noi camminiamo con Lui.

Di che cosa abbiamo sete?

19 marzo 2017
III di Quaresima

Ciascuno di noi, normalmente, ogni giorno, incontra più persone e gli incontri sono tutti tra loro differenti. Ci possono essere incontri nei quali, per strada, incontriamo qualche persona, scambiamo quattro chiacchere e tutti finisce lì; oppure possiamo incrociare qualcuno, sempre per strada, in qualche occasione particolare, e un saluto caratterizza il nostro incontro. Ci sono però incontri che lasciano il segno e che in piccola o larga parte trasformano la nostra vita; noi cerchiamo soprattutto quelli. Questi incontri significativi normalmente hanno alcune caratteristiche, se ne possono riconoscere almeno tre:

  1. Questi incontri portano ad una graduale conoscenza, scoperta di noi stessi. In altre parole, da dialogo o dal confronto con la persona che incontriamo possiamo capire alcune cose di noi, alle quali, prima, può darsi che non avessimo fatto attenzione.
  2. Questi incontri permettono un ampliamento della nostra visione, del nostro orizzonte, come se ci si aprisse una finestra sul mondo.
  3. Dopo un’esperienza che ci ha coinvolto, normalmente, siamo portati a raccontarla agli altri. C’è un desiderio di raccontare ad altri ciò che abbiamo vissuto.

Questa dinamica, espressa nei tre punti, è quella che il Vangelo descrive nell’incontro della donna samaritana con Gesù. Quella donna ha un graduale incontro con Gesù che le permette di fare questi tre passaggi. È ovvio che il tema dell’acqua, tutt’ora, è un tema significativo, a maggior ragione per la gente del tempo senza le comodità, che segnano per noi l’accesso all’acqua. Quella donna che si reca al pozzo, stranamente a mezzogiorno (di norma si andava la mattina, quando faceva meno caldo) perché nessuno potesse vederla, ha avuto 5 mariti e quindi avrà pensato: “Meno gente incontro e meno verrò giudicata”; perché a volte il giudizio è molto caldo, scotta, ci brucia, per cui quella donna avrà pensato: “Vado quando c’è meno gente, così magari potrò tranquillamente prendere, con fatica comunque, quell’acqua”.

E al pozzo incontra Gesù, il quale non la giudica perché già la conosce, e gradualmente l’accompagna. Passa da un suo bisogno di corpo fino a raggiungere il bisogno dell’anima. Mentre dialoga con lei, le fa capire che la conosce e lei stessa si rende conto che ha bisogno di qualcosa di più che sia semplicemente l’acqua, perché comunque in lei c’è della sofferenza e mentre Gesù le parla le si apre una finestra sul mondo.

La cosa che sembra paradossale è che la sua anfora che diceva l’impegno, la fatica per andare a prendere quell’acqua, neanche se ne preoccupa, la lascia al pozzo e corre a raccontare agli altri il suo incontro con il Messia. E gli atri a partire dal suo racconto possono incontrare il Signore. È chiaro che dopo anche loro se la giocano con Gesù, perché una volta incontrato, sono loro a misurarsi con il Suo annuncio e la Sua persona; tant’è vero che dicono alla donna: “Grazie, ma ora facciamo noi l’esperienza”. Detto in altre parole non possiamo fare l’esperienza al posto di qualcun altro, ognuno fa la sua, per cui noi raccontiamo ai nostri figli la fede e poi faranno loro l’esperienza di fede dell’incontro con quella persona significativa, che è Gesù.
L’invito che ci può fare questo racconto è sì quello di riconoscerci destinatari di un annuncio e vedere se questo annuncio, questo dialogo che abbiamo con la nostra fede e con Dio e con Gesù porta anche noi a scoprirci, a capire qualcosa di più di noi e a portarlo agli altri. Perché se ci accorgiamo, alla fine, che quello che viviamo è un qualcosa che si ferma a noi stessi vuol dire che manca qualche cosa. Potreste dire: “È chiaro che quello che facciamo, sempre, si ripercuote sugli altri” e avreste ragione, non c’è nulla di privato se non la proprietà; le cose che facciamo o viviamo sono al massimo intime ma mai private, quindi è ovvio che tutto si ripercuote sull’esterno.
Ma domandiamoci se la nostra preghiera, la nostra fede, il nostro rapporto con Gesù in qualche modo ci smuove verso gli altri, a raccontarci nel nostro stile e soprattutto a raccontare quello che ci ha fatto capire chi siamo e ci ha aperto gli occhi e che vuol darci un’acqua che estingua la nostra sete.

Di che cosa abbiamo sete? A cosa andiamo ad abbeverarci? perché è chiaro che tutti abbiamo sete. Quando uno ha sete deve andare dove c’è l’acqua, come quando uno cerca la vita e cerca il senso deve andare dove c’è vita, da chi la crea, da chi la dona; questo qualcuno è Dio. Perché veniamo qua? Perché qua si celebra la vita che vince la morte, ogni tipo di morte. Cosa ci raccontiamo noi nei nostri discorsi? Ci raccontiamo vita? Ma non perché siamo capaci di generare speranza, dobbiamo raccontare il Signore Gesù perché è Lui che dà vita.

Cosa raccontiamo?

Metà Quaresima 2017

Teatrodaccapo
in

Un Sogno nel Castello

Scritto, interpretato e diretto da Massimiliano Fenaroli e Marcello Nicoli

Tematiche

Il castello, la corte in festa, racconti e tradizioni.

La Storia

“La vita nel paese di Sorrisolo scorreva tranquilla, serena e felice finché arrivò Stressone, lo Stregone Mangiatempo, che rubò a grandi e bambini tutto il tempo dedicato allo svago e al divertimento per trasformarlo in tempo di lavoro, lavoro, lavoro! La gente di Sorrisolo divenne molto triste.
Un giorno, giunse nella piazza del paese una Compagnia di Artisti Girovaghi per presentare il suo spettacolo ambientato in un Castello: la Sala del Trono con il capriccioso Re Vanesio e Bastian il fedele Pittore di corte; la Torre dove vive la Principessa, i Danzator Dé Corte, insieme ad altri “Artisti di giro” si esibiscono nelle loro arti.
Più lo spettacolo cresceva e più le persone accorse in piazza riconquistavano il tempo da dedicare al gioco e al divertimento e più Stressane lo Stregone Mangiatempo si indeboliva al punto che dovette svignarsela a gambe levate! E perché se ne stia definitivamente lontano, da più di cinquecento anni, ogni giorno, a Sorrisolo, c’è uno spettacolo!!!” 

Lo Spettacolo

Un Sogno nel Castello è uno spettacolo di arte varia che contiene spontaneità e coinvolgimento del teatro fatto “tra” la gente, gioco fiabesco, svago e suggestioni.
Il Castello è anche metafora di ogni luogo in cui la gente si può tutt’oggi ritrovare: dal borgo alla piazza, dal cortile alla strada, dal parco alla festa di paese. 
Bon Bon e Gratta Gratta i protagonisti dello spettacolo.
Sono artisti girovaghi, raccontastorie e imbonitori, personaggi buffi, pronti ad intrattenere il pubblico. Il gioco teatrale, lo scherzo, la burla, il riso, la poesia e l’incanto del “teatro in sapore di tempi antichi”.
Gli attori danno vita ad uno spettacolo divertente, di repertorio giullaresco e saltimbanco, ma proposto con garbo e senza volgarità, ritmato dal continuo cambio di personaggi. L’immediatezza delle azioni sceniche e l’incontro con ogni personaggio permetterà al pubblico di interagire direttamente e attivamente con i protagonisti in scena, il tutto, per dar vita ad una grande festa di corte.

Genere: Teatro d’Attore, Fiaba;
Pubblico: Misto – famigliare;
Durata: 65 minuti. 

Riconoscimenti

2007: “VINCITOREXXVI Festival Nazionale del Teatro per i Ragazzi premio “Rosa d’Oro” Padova
2006: “VINCITORE” Festival nazionale di teatro ragazzi “Lucciole e Lanterne” premio Gianni Rodari per il teatro. Roma, ETI, Casa dei Teatri.
2005:”VINCITORE”, Rassegna nazionale di Teatro Ragazzi, premio nazionale Maria Signorelli,concorso “Oltre la Scena”– Targa d’Argento della Presidenza della Repubblica. Roma, Teatroverde.

Lo spettacolo si terrà nel teatro dell’Oratorio, con inizio alle ore 20.15. I biglietti sono in vendita presso l’Oratorio al costo di 5€.

Falò

A seguito della rappresentazione avrà luogo il rito del falò, preparato dai ragazzi dei cammini ICFR. Sarà presento uno stand con frittelle e vin brulè.

Nella Quaresima ritroviamo noi stessi

5 marzo 2017
I di Quaresima

La prima domenica di Quaresima, da tradizione, ci presenta il brano del vangelo delle tentazioni, che ci viene raccontato più o meno in maniera simile a seconda dell’evangelista che ce lo racconta. Gesù compie un vero e proprio viaggio in questi quaranta giorni di deserto. Un viaggio spirituale, un viaggio del cuore, quel viaggio che dobbiamo compiere anche noi in questi quaranta giorni che sono iniziati il giorno delle ceneri, e termineranno con la domenica delle Palme. In questi quaranta giorni sono riassunti tutti glia noi della vita pubblica di Gesù. Il diavolo sarà presente, e sarà presente in tutte le persone che hanno tentato di ostacolare Gesù nel suo cammino, nella sua vita pubblica. Gesù è venuto per sfamare il mondo, e badate bene, il diavolo dove lo tenta? É tentato nel pensare di sfamare prima sé stesso. “Aspetta un po’, penso a me prima”. E il diavolo gli fa anteporre il bene materiale a quello spirituale. Gesù lo sappiamo è venuto nel mondo figlio di Dio. É venuto nell’umiltà, nella debolezza della natura umana, ed è tentato dal diavolo proprio nella sua condizione divina, facendosi imporre con grande potenza.

Gesù che è venuto non per essere servito, ma per servire, è tentato di mettersi a capo del mondo con grande potere. Gesù sappiamo bene che avrà come trono la croce, e non quello dell’imperatore. Le tentazioni del diavolo, portate avanti usando la stessa parola di Dio che il diavolo utilizza mentre tenta Gesù, e puntando sulla verità dell’identità di Gesù, sono davvero delle seduzioni che hanno come scopo quello di eliminare la forza della testimonianza di Gesù, cioè il suo amore pieno e totale per l’umanità, e la sua fiducia totale in Dio come Padre. Chissà, forse a noi questa pagina di vangelo sembra lontana, e magari qualcuno avrà pensato “che sì, il diavolo…”. Proprio nel momento in cui stai dicendo così hai già fatto la tua parte per accoglierlo. Quando questo tuo cammino di quaresima comincerai a cedere e dire “ma sì, per una volta…”, quelle volte diventeranno due, poi tre, e quando sarà Pasqua ti guarderai indietro e dirai “neanche quest’anno sono riuscito nell’intento di…”. La prima vittoria del demonio sta proprio in questa nostra debolezza. Quindi è lì che dobbiamo stare attenti, perché è proprio nel tempo di Quaresima, in cui noi cerchiamo di essere più vicini al Signore, ascoltando meglio la Sua Parola, facendo alcuni propositi che per gli adulti spero non sia la rinuncia a qualche caramella ma qualcosa di più importante e spirituale, ecco è proprio lì che il diavolo si annida.

Allora è lì che ci dobbiamo impegnare, perché la Quaresima è un cammino per comprendere prima di tutto chi è veramente Gesù, in modo che mentre lo contempliamo sulla croce non rimaniamo né scandalizzati né contrariati perché non corrisponde all’idea di Dio che abbiamo: potente, ricco… Ecco il diavolo che ci tenta, non riconosci più il tuo Dio, e se cominci a dire “se Dio facesse, se Dio…” ma “Signore, io ti ringrazio perché hai fatto l’uomo libero di scegliere”… Purtroppo l’uomo sceglie anche il male, ma ha davanti anche il sommo bene: eccolo qui. Nella Quaresima allora, mentre ritroviamo la vera identità del Figlio di Dio che è amore, noi ritroviamo noi stessi.

Quaranta giorni abbiamo davanti, tempo per imparare a vedere nella mia povertà, e nella povertà del prossimo, la presenza del padre, questo Padre che ritiene l’umanità così preziosa, così bella, così importante da dare il suo figlio per noi. Gesù è modello per noi perché ha vinto le seduzioni del diavolo e questa sua vittoria è motivo di speranza per noi, noi che siamo continuamente tentati dalle strade non evangeliche, della potenza, della violenza, della sopraffazione, dell’invidia, della cattiveria. La speranza… Mi è piaciuto qualche giorno fa quando in un gruppo famiglia una mamma ha detto “mi piace, e ci tengo che la speranza sia sempre viva nella mia famiglia. Sta andando tutto bene, ma la speranza è quel motore che ci muove ogni giorno”.

Il cristiano è un uomo di speranza. Ci aiuti il Signore in questa Quaresima a comprendere che un sommo bene, il più grande bene, è Lui. Lui che ci ha amati così tanto da abbracciare la croce. La nostra umanità è segnata dal peccato, dal limite. Vale quanto Dio stesso per il Signore. Gesù che allontana il diavolo lo fa per ciascuno di noi, e pur potendo salire in alto e dominare il mondo, non lo fa. Preferisce rimanere al nostro fianco, nel nostro deserto quotidiano. Quanti deserti ci sono a volte nelle nostre famiglie, e abbiamo bisogno che questi deserti forniscano. Il Signore è quell’acqua, quell’acqua viva che fa fiorire il deserto. Accettiamo allora la nostra vita come ci viene donata dal Signore e sentiamo che Lui è accanto a noi. Saremo beati non perché siamo perfetti, ma perché siamo amati da Lui. la nostra vita sia allora come questa Quaresima, una Quaresima appena iniziata, deserto e fragilità, ma speranza e certezza di avere Gesù accanto a noi. E come la Quaresima non si può accorciare, così come nemmeno la Pasqua non arriva il giorno in cui lo decidiamo noi, così anche la vita ha i suoi tempi che non possiamo accorciare. Un’altra tentazione è proprio questa, ma con Gesù possiamo superarla. Possiamo vivere bene ogni giorno, e non la giornata.

Vivere bene ogni giorno, sapendo che Lui è accanto a noi, anche quando lo sentiamo un po’ distante. E allora i nostri deserti diventeranno man mano delle piccole oasi, il deserto fiorirà, quando il Signore dirà l’ultima parola sulla morte. Questa parola si chiamerà amore, o meglio ancora, vita nella resurrezione. Signore dacci la grazia di vivere bene questi quaranta giorni, non farci sprecare questa opportunità che ancora una volta ci doni.

Ritiro zonale di Quaresima per le famiglie

ZONA PASTORALE XII
dell’ABBAZIA DI SAN SALVATORE

RITIRO ZONALE DI QUARESIMA PER LE FAMIGLIE

DOMENICA 12 MARZO 2017 PRESSO L’ORATORIO DI GAMBARA

PROGRAMMA:

  • ore 9.00 accoglienza in oratorio
  • ore 9.15 preghiera delle Lodi Mattutine ore 9.30 ascolto della Parola di Dio e riflessione del don
  • ore 10.15 condivisione a coppie e tempo per le confessioni
  • ore 11.00 s. Messa
  • ore 12.00 pranzo al sacco in oratorio

“Dio educa e ama il suo popolo”