Alla tua ruota

El sarà mia en pret chel lè?

Iniziavano sempre così i discorsi quando c’eri tu nei paraggi e qualcuno – sempre di meno in realtà – non ti conosceva. Figuriamoci quando ti s’incontrava con la tua inseparabile Cannondale: completo a scelta, casco e via! Per noi patiti della bici, cresciuti a pane e ciclismo, non sembrava vero trovare un prete con la nostra stessa sana malattia. Nessuna esaltazione, ma una pura passione fatta di fatica e di grinta.

Ti dicevo spesso: “Sei l’unico che non capisce nulla di ciclismo, ma che allo stesso tempo ha una passione incredibilmente sana per la bici.

Era consuetudine in estate svegliarsi alle 8 di mattina e trovare sulla chat del Fan Club le foto dei tuoi giri all’alba: noi ancora a letto e tu con 100 km nelle gambe, pronto per una giornata al Grest sempre con la stessa grinta.

Nel ricordarti, Magrini in televisione ti ha definito un vulcano, Sui pedali, così come nella vita, eri un trascinatore.

Non potevi che essere tu il designato per essere il Presidente del Fan Club del Diretto di Lodetto, e sai perché? Non tanto per il tuo essere Don, ma perché di Lodetto tu eri e sei la Locomotiva.

Starti in scia era tanto difficile, snervante quanto appagante: alla tua ruota ci stavano tutti perché il vento in faccia lo prendevi sempre tu che era una meraviglia. Tutti alla tua ruota significa tutti: accoglievi ognuno a prescindere dalla fede, dalla frequentazione della Chiesa e dal carattere.

In un periodo di pena ostentazione dei simboli, ci hai insegnato la solidarietà e l’accoglienza con gesti, parole e pedalate.

Così la domanda iniziale “El sarà mia en pret chel lè?” diventava “El sarà mia ulche en pret chel lè?”

Prete, ma anche padre, fratello maggiore, amico gregario di lusso, locomotiva.

Salutaci Marco, Michele e chi come te se n’è andato con il segno della bici addosso.

Ciao Presidente, è stato bello stare alla tua ruota.

Ci hai tirato la volata fino alla fine: ora tocca a Noi.

Il prete nella comunità parrocchiale

Nonostante i dati degli ultimi anni mettano in evidenza un grande calo nella partecipazione e accostamento ai sacramenti, nonostante sembra diminuire il senso di appartenenza alla comunità e più in generale al vivere gli spazi pubblici, nonostante molte riflessioni diano una Chiesa “in ritirata”, quando cambia un prete in una parrocchia, si ravvivano l’interesse e i commenti circa l’avvicendamento della figura. Non credo si tratti solo di gossip, ma il fatto dice come, nel nostro tessuto sociale, il sacerdote sia parte dell’immaginario culturale, appartenga alle figure di riferimento e se, per qualcuno, non dal punto di vista valoriale, almeno per la sua presenza istituzionale.

Nella comunità Lenese, poi, che ha sempre avuto una bella tradizione di sacerdoti, questo aspetto tocca nel profondo la sua storia. Non siamo così estranei dal non riconoscere come vi siano forme di apparente disinteresse o di dissenso nei confronti della Chiesa e della sua ministerialità, ciò nonostante, a Leno, la presenza di un sacerdote interpella e dialoga con il vissuto dei cittadini. A tal proposito, potremmo aprire una riflessione che metterebbe sul tavolo numerose considerazioni sul ruolo, i compiti, gli aspetti da privilegiare nell’attività ministeriale e pastorale di un sacerdote. Probabilmente faremmo una lunga serie di caratteristiche positive che rispecchiano dei bisogni ai quali fare fronte e delle altre che dicano, invece, dei pericoli da evitare. Su alcune, forse, troveremmo condivisione e su altre dissenso. Credo che arriveremmo, anche a prendere in prestito l’immagine di un modo di dire tipico delle nostre parti, ossia che se guardassimo a cosa un prete debba o non debba fare, dovremmo “andare a farlo fare a Botticino”.

Penso che un aiuto nell’interpretare la presenza di un sacerdote in una comunità, ci venga dal da dove arrivi. Se arriva è perché qualcuno lo ha mandato e se è stato mandato, vuol dire che ha qualcosa da dirci.

La prima domanda quindi è: “Chi lo manda?” a questa possiamo rispondere dicendo che la nostra prospettiva di fede ci dice che è Dio che lo manda perché, lo ha chiamato e ha scelto di amarlo nella sua vocazione di annunciatore del Vangelo. L’essere inviato, si attua attraverso il servizio della Chiesa, nella persona del Vescovo che lo destina per un compito in un territorio.

La seconda domanda ci interrogava chiedendoci: “Che cosa viene a dirci?” Che “Dio è amore” (1 Gv 4, 8) ed è da questo messaggio che deve partire e al quale condurci con la sua testimonianza. Tutto, credo che si giochi entro queste due direttive. Se riusciremo, sempre più, ad avere attenzione a questa lettura della realtà sacerdotale, penso che si potrà creare un circolo virtuoso che si farà crescere nelle relazioni.

Vivere da prete? Bello e stimolante

Don Alex Recami, 26 anni da Borno, viene ordinato sacerdote. Per lui è il coronamento di una vocazione avvertita sin da bambini. Così lo raccontano il papà e la mamma

Questo è il mio comandamento, che vi amiate come io ho amato voi.

Agli esercizi spirituali di due anni fa, don Alex Recami ha riscoperto questo versetto del vangelo. “Mi ricorda – spiega – che è il comandamento di Gesù: è una sua regola di vita. Io vi ho amato come il Padre ha amato voi. Se ho esperienza di essere amato, posso amare. Mi piace pensare così il mio sacerdozio”. Don Alex, 26 anni, viene da Borno, il paese dove si mescolano la “tradizione e la novità, anche grazie all’ospitalità che sempre si esercita per il continuo turismo. Sembra una sciocchezza fuori luogo, ma credo che sia tra le cose fondamentali che hanno costruito la mia personalità: da buon camuno, sono più riservato se toccato nella sfera personale, ma fondamentalmente aperto a nuove conoscenze, abituato come sono a incontrare gente nuova; per queste esperienze, sono continuamente sorpreso di un Dio innamorato dell’uomo che affronta le salite e le discese più aspre, con coraggio”. Lì ha respirato i valori del cristianesimo. “La mia vocazione si è evoluta facilmente, grazie anche alla mia famiglia: alle mie nonne, Antonietta e Maria, ai miei genitori, Giuliana e Vittorino, e alle mie sorelle Antonella e Mariachiara. Non posso dimenticare i miei amici, tra cui anche alcuni preti, grazie ai quali sono entrato nel Seminario Minore già all’età di 14 anni, nel 2006. Nell’ambiente caldo e protettivo del Minore ho vissuto sei lunghi anni, un po’ cullato e un po’ spronato dai preti che mi hanno seguito, finalmente ho spiccato il volo al Seminario maggiore nel settembre 2012, dopo la maturità classica al Liceo vescovile “Cesare Arici”.

La certezza. Al Seminario maggiore ha potuto sperimentare ancora di più la vocazione al servizio nella Chiesa. “Nella nuova comunità ho confermato sotto ogni aspetto, spirituale, umano e culturale, la mia decisione iniziale di diventare prete, trasformandola pian piano nell’accoglienza del servizio che Cristo mi chiede di svolgere nella Chiesa, consapevole del grande amore di cui mi circonda ogni giorno. Con entusiasmo, cioè con ‘Dio dentro’, e con la certezza che non è solo un mio desiderio, ma che rispondo a un desiderio di Dio per la Chiesa, lo scorso settembre sono stato ordinato diacono e il prossimo 9 giugno sarò ordinato prete, insieme a don Luca e a don Lorenzo”.

La visita del Papa. Il 19 luglio del 1998 aveva solo sei anni quando Giovanni Paolo II visitò il suo paese natale. Il 3 giugno del 1992 durante un’udienza generale, il Santo di Wadowice commentava così il Vangelo di Giovanni caro ad Alex: “Gesù ha sottolineato la centralità del precetto della carità, quando lo ha chiamato il suo comandamento: ‘Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati’. Non è più solo l’amore del prossimo, ordinato dall’Antico Testamento, ma è un ‘nuovo comandamento’ (Gv 13, 34). È ‘nuovo’, perché il modello è l’amore di Cristo (‘come io vi ho amato’), espressione umana perfetta dell’amore di Dio per gli uomini. Più particolarmente, è l’amore di Cristo nella sua manifestazione suprema, quella del sacrificio: ‘Nessuno ha un amore più grande di quello che sacrifica la propria vita per i suoi amici’ (Gv 15, 13). Così la Chiesa ha il compito di testimoniare l’amore di Cristo per gli uomini, amore pronto al sacrificio. La carità non è semplicemente manifestazione di solidarietà umana: è partecipazione allo stesso amore divino”. E don Recami è pronto a iniziare il suo ministero forte di questo mandato e con la consapevolezza che la preghiera, cioè il mettersi in ascolto del Signore, può essere una valida alleata nelle tortuosità della vita.

La vocazione. “All’inizio aveva un’idea molto fumosa sul perché diventare prete: un uomo felice che sta tutta la sua vita con i giovani. Ho in mente i curati che sono passati da Borno. Negli anni è rimasta l’idea di fondo, però si è arricchita piano piano di esperienze, di idee e di immagini. In Seminario ho potuto conoscere meglio attraverso lo studio, la preghiera e la relazione con i miei compagni la figura di Gesù, in particolare la sua croce e la sua risurrezione. L’idea iniziale del prete con i giovani si è allargata a tutte quelle difficoltà e fatiche che i preti sono chiamati di volta in volta a vivere: non sono una parte esterna, perché ho imparato che la croce non si può scansare. La croce fa parte della vita, la croce fa parte del progetto iniziale. Gli ostacoli non si possono evitare. La croce fa parte di una vita bella anche come quella del prete”.

La relazione. Hanno giocato un ruolo fondamentale gli incontri avuti. “Sono tante le esperienze fondamentali che ho vissuto, in particolare nel periodo della formazione nelle diverse parrocchie. Le esperienze fondamentali sono sempre quelle di relazione con le persone. In famiglia ho sempre trovato un trampolino di lancio che mi ha accolto. Nella mia parrocchia d’origine ho vissuto da preadolescente in oratorio. Il curato di allora era ed è una bella immagine di prete per la gente: mi ha fatto vedere che vivere da prete per gli altri e con Cristo è possibile. Quando sono entrato in Seminario, il vivere con gli altri mi ha aiutato ulteriormente a crescere”.

I giovani. Il Papa ha pensato a un Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” in ottobre: “Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”. “L’esperienza che ci stiamo preparando a vivere sull’incontro e sull’ascolto dei giovani, mi fa riflettere – spiega don Alex – sull’importanza fondamentale dell’ascolto. È un termine al quale diamo spesso un significato vago. Pensiamo più al ‘sentire’, mentre ascoltare significa entrare nelle dinamiche che viviamo noi giovani, cioè entrare nelle tante dimensioni che la nostra vita contiene. Spesso rischiamo di preferire un aspetto (la preghiera, lo studio…) rispetto all’altro, invece dobbiamo rivalutare anche gli errori perché sono quelli che ci dicono dove sta andando la nostra vita”.

Il confronto. Non è sempre facile far comprendere la propria decisione soprattutto ai familiari che magari avevano ipotizzato un futuro diverso per il loro figlio. “La mia famiglia inizialmente mi ha fatto ragionare sulla portata della scelta, ma poi quando hanno compreso quanto ci tenessi a questa scelta che era ponderata e aveva un fondamento, hanno iniziato a sostenermi”.

La delusione. In ogni percorso ci sono delle cadute che aiutano a riflettere e ad andare avanti con più convinzione. “In quarta superiore sono stato bocciato. Mi cadeva il mondo adesso… I miei genitori mi dicevano: ‘Se non sei così convinto da non riuscire a tenere fede ai tuoi impegni…’. Io mi sono impuntato, quando hanno visto il mio viso duro hanno capito che questa fatica/difficoltà faceva parte del mio cammino e andava affrontata. Si sono convinti della verità di una scelta fondata sulla roccia cioè su Cristo stesso”.

Il modello. Non ha preferenze, ma se dovesse scegliere un Santo, prenderebbe Giovanni Bosco. “Lo sento come Santo protettore di me giovane. In un secondo momento potrà essere il mio esempio per essere prete tra i giovani”.

Don Alex Recami ha compiuto 26 anni ed è originario della parrocchia di Borno. Ha 2 sorelle. Entra in seminario minore nel 2006 frequentando l’Istituto Cesare Arici di Bresci dove consegue la maturità classica. Passa in teologia dove il 16/9/2017 diventa diacono e nel 2018 consegue il Baccellierato. Ha svolto il suo servizio nelle parrocchie della Valgrigna, a Montirone, a Sulzano e l’anno del diaconato nella parrocchia di Cristo Re a Brescia.

Dicono di lui…

I genitori: “Ha avuto la fortuna di vedere la luce…”

Sentiamo spesso parlare di vocazione. Ma cosa significa questo per i genitori di un sacerdote? La mamma e il papà di don Alex Recami hanno risposto a questa domanda dalle pagine del Giornale della comunità di Borno.

Mamma Giuliana: “In questi anni ho avuto modo di maturare la convinzione che Dio ci parli nel silenzio e che le idee e le conseguenti azioni che ne vengono, siano guidate da Lui. Sarò molto fatalista, ma credo che davvero la nostra strada sia tracciata fin dalla nascita. La fortuna è nel saper riconoscere la via e sapere qual è il traguardo che si vuole raggiungere e che ci è stato destinato. Non è facile e non tutti ci riescono. Alex ha avuto la fortuna di vedere la luce che indicava il suo cammino fin da quando era in tenera età. Ha avuto poi la costanza di seguire il percorso e non si è fatto spaventare dalle difficoltà. Certamente l’ordinazione sacerdotale non è la meta, ma semplicemente l’inizio di un nuovo cammino, che sarà spesso anche impervio, ma sono certa che in compagnia del Signore giungerà dove Lui lo vuol guidare”.

Papà Vittorino: “Diciamo che non fa paura, come invece spesso si è portati a pensare. Avendo vissuto da vicino la vocazione di Alex e seguito con lui il percorso che lo ha portato fin qui, ho raggiunto la consapevolezza che effettivamente vi è qualcosa di sovrannaturale, un di più che se non si vive in prima persona non è comprensibile. E quel che non si comprende, notoriamente fa paura”.

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.