Non potremo dimenticare!

Mons. Tremolada anticipa contenuti, prospettive e ricadute di una lettera pastorale “figlia” della rilettura della terribile esperienza della pandemia

In quelli che, anche in questa fase del postpandemia, per tanti sono i giorni del riposo, mons. Tremolada è al lavoro per le ultime correzioni alla sua nuova lettera pastorale. Del documento per ora non si conosce molto, se non il titolo,”Non potremo dimenticare”, la stretta “parentela” con la tragica esperienza dell’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto e con la rilettura spirituale e la narrazione sapienzale che della stessa il Vescovo ha più volte chiesto e, per finire, l’immagine di copertina: la “Pentecoste” realizzata da don Renato Laffranchi nel 1984. La terza lettera pastorale, dopo “Il bello del vivere” e “Nutriti dalla bellezza” sarà presentata ufficialmente con la ripresa di settembre, ma è lo stesso mons. Tremolada, in questa intervista, ad anticiparne contenuti, prospettive e ricadute per la diocesi e le comunità parrocchiali.

Già dal titolo della sua nuova lettera pastorale è evidente il rimando all’esperienza della pandemia. Come va interpretato il suo invito rivolto alla Chiesa di Brescia a non dimenticare?

Innanzitutto come il rinnovo dell’invito a una rilettura spirituale dell’esperienza che abbiamo vissuto che, insieme a una narrazione sapienziale della stessa ci aiuta a dare un’interpretazione di ciò che abbiamo vissuto che non sia condizionata solo dalle emozioni e determinata dalle prime impressioni. Se vogliano capire dobbiamo sostare, prenderci tempo, entrare in profondità. È da tutte queste considerazioni che nasce l’idea della nuova lettera pastorale. Vorrei che prendesse la forma di una meditazione. Anche il sottotitolo scelto per la lettera (“La voce dello Spirito in un tempo di prova”) fornisce una chiave di lettura. Rileggere l’esperienza significa anche mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito ci ha detto.

Nel percorso “santità – eucaristia – Parola”, indicato ne “Il bello del vivere” e che lei intendeva proporre alla diocesi con le sue lettere, come si colloca “Non potremo dimenticare”?

Tra le due lettere pastorali precedenti a quella di quest’anno c’è continuità. Ne “Il bello del vivere” indicavo una prospettiva di fondo: l’invito alla comunità cristiana e alla diocesi a camminare nella santità, Nella stessa ricordavo l’importanza della preghiera all’interno del cammino indicato, prospettiva che nella seconda lettera si arricchiva dell’importanza e la centralità della celebrazione eucaristica, del mistero eucaristico celebrato e adorato. Il passo successivo, nelle mie intenzioni, era la valorizzazione dell’esperienza dell’ascolto della parola di Dio. Alla luce di quanto vissuto in questi mesi ho ritenuto opportuno fare una sosta che prenda la forma del discernimento, di una rilettura spirituale di ciò abbiamo vissuto. Vorrei, però, che questa sosta fosse comunque percepita sempre all’interno del mistero eucaristico che continua a essere per noi il contesto in cui svolgere questo compito di ascolto dello Spirito. A me piacerebbe che questo discernimento su un’esperienza che ci ha segnato si compia mentre continua anche la meditazione sull’importanza dell’eucaristia nella vita della Chiesa.

Come pensa di strutturare i contenuti della lettera pastorale?

La lettera è introdotta da un prologo che ha un valore particolare perché descrive ed evoca l’esperienza che abbiamo vissuto. Seguono poi due parti molto ben definite. Nella prima presento quelle che ho definito come chiavi di lettura dell’esperienza che ci ha segnato. Si tratta di cinque parole. Nella seconda, invece, provo a precisare quelli che sono gli inviti che ci giungono dall’esperienza che abbiamo vissuto. Sia le chiavi di lettura che gli inviti sono da accogliere in vista del cammino futuro. Le due parti della lettera, ovviamente, si richiamano perché la lettura del vissuto poi prospetta il cammino che abbiamo davanti. La lettera, poi, è chiusa da un epilogo.

Corpo, tempo, limite, comunità e ambiente sono le parole che lei usa come chiavi di lettura ma anche come inviti. Perché?

Queste cinque parole sono particolarmente importanti, tanto che vengono riprese anche in un punto della seconda parte della lettera, dove diventano altrettanti inviti nella linea di quello che io chiamo il contributo al rinnovamento della società. Per quello che riguarda l’esperienza della Chiesa le cinque parole ci aiutano a dire qualcosa di più specifico che va nella linea del recupero della essenzialità della vita cristiana e della rilevanza dell’esperienza di comunità. Le cinque parole chiave di rilettura dell’esperienza mettono in luce quali sono i compiti che dobbiamo assumere come credenti quando immaginiamo il rinnovamento della società che l’esperienza vissuta rende indispensabile.

C’è già qualche riflessione pastorale frutto dell’ascolto di ciò che lo Spirito ha detto alla Chiesa bresciana in questo tempo?

Sicuramente un’esortazione a concentrarci su ciò che è essenziale. Quello che è successo ci ha permesso di capire in termini molto chiari che ci sono cose assolutamente indispensabili e altre che lo sono meno; che possiamo fare a meno di qualcosa che prima si considerava forse sin troppo rilevante. Dal punto di vista della fede occorre andare al nucleo essenziale, al cuore di ciò che il Signore ci domanda. Mi sembra che questo vada identificato con l’esperienza dell’amore autentico. È assolutamente necessario che le persone si sentano amate e che diventino sempre più capaci di amare. Tutto questo ci obbliga a mettere in primo piano la dimensione interiore della persona e, da un punto di vista più tipicamente cristiano, ci raccomanda di aprirci all’azione dello Spirito santo che è tipicamente di grazia.

La dura esperienza che abbiamo vissuto ha accelerato processi e riflessioni nelle comunità che già erano in programma?

Indubbiamente sì e vorrei sottolineare un altro aspetto, che considero un altro invito pressante e che ho voluto mettere in evidenza nella seconda parte della lettera. Se il primo riguarda l’essenzialità della vita cristiana il secondo rimanda all’esperienza della comunità e quindi della Chiesa. Dobbiamo vivere in modo sempre più intenso il mistero della Chiesa come mistero di comunione. Nel corso di tre mesi molto drammatici ci siamo resi conto di quanto fosse importante sentirsi di qualcuno, poter contare sull’aiuto, sulla vicinanza, sul sostegno di persone nel momento in cui ci siamo accorti di essere fragili e limitati. La lettura di quello che abbiamo vissuto ci ha fatto capire che questo sentirsi comunità è decisivo. Alcuni processi che sono in atto e che vanno nella linea di una intensificazione dell’esperienza di comunione (unità pastorali, organismi di comunione, valorizzazione dei carismi delle persone all’interno delle comunità, etc.) devono essere accelerati anche in virtù dell’esperienza vissuta.

Questo rinnovamento tocca anche la testimonianza dei cristiani nella nostra società?

Questo è un aspetto su cui nella lettera ho voluto insistere in modo particolare. Quelle cinque parole diventano anche cinque inviti al rinnovamento della società. Quando immaginiamo il futuro a partire da ciò che ci è accaduto non possiamo pensare di continuare a vivere come se nulla fosse stato, girando semplicemente pagina. Dobbiamo invece operare un rinnovamento che chiederà tempo e che potrà realizzarsi in cinque direzioni rappresentate appunto dalle parole corpo, tempo, limite, comunità e ambiente.

In questi mesi lei ha mantenuto intenso il contatto con i sacerdoti e le parrocchie. Quali rimandi le sono arrivati sull’avvio del nuovo anno pastorale? Che anno sarà?

Dal contatto costante con i sacerdoti e le comunità mi è arrivato un messaggio chiaro: di prendere tempo e di dare tempo perché quello che abbiamo vissuto non scivoli via. Il secondo rimando che ho avuto è di fare in modo che tutti si sentano accompagnati perché dovremo affrontare le conseguenze di un’esperienza che ci ha colto all’improvviso e immaginare una ripresa che non sia semplicemente una riproduzione del passato. Tutto questo domanda di camminare insieme con il contributo di tutti, senza premura e avendo presente l’obiettivo comune che è quello di cogliere la grazia che il Signore ci dà nella forma di un discernimento che ci permette di fare tesoro di quella voce dello Spirito che ci ha raggiunto in modo anche drammatico attraverso la sofferenza di tante persone e la generosità di tante altre.

Cosa dice lo Spirito alla Chiesa

L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata. Il vescovo Tremolada rilegge la situazione che stiamo vivendo nella diocesi. Per il Vescovo è un errore pensare, anche dal punto di vista pastorale, alla fase due come a un semplice ritorno alla situazione precedente

In questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste. Invito perciò tutti i parroci a convocare a questo scopo, nei modi consentiti, i Consigli Pastorali parrocchiali o delle Unità Pastorali. Chiederei che a tale scopo venissero anche convocati prima di Pentecoste in una seduta straordinaria opportunamente pensata le Congreghe Zonali, il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano. Questo confronto sinodale sull’esperienza vissuta in queste drammatiche settimane sarà prezioso anche in vista della definizione delle linee di azione per il prossimo anno pastorale e per me sarà molto utile in ordine alla stesura della lettera pastorale che lo dovrebbe ispirare. Ai responsabili della pastorale diocesana raccomando di fornire il supporto necessario a un simile confronto.

Nel frattempo verranno date indicazioni puntuali circa i vari aspetti della vita della nostre comunità parrocchiali e dell’intera diocesi. Questa vita, infatti, domanda di essere opportunamente riavviata. È evidente che le decisioni riguardanti la ripresa delle attività pastorali non potranno prescindere dal riferimento costante ai decreti del governo nazionale e regionale e alle comunicazioni della Conferenza Episcopale Italiana e Lombarda. È mia intenzione convocare settimanalmente – ogni martedì mattina – il Consiglio Episcopale della nostra diocesi, per seguire da vicino gli sviluppi della situazione. A questa convocazione seguirà ogni giovedì mattina una comunicazione ufficiale a firma del Vicario Generale, che farà il punto sulle questioni riguardanti i diversi ambiti della vita ecclesiale. Mi riferisco in particolare alle celebrazioni delle Sante Messe feriali e domenicali, ai funerali, ai matrimoni e ai battesimi, all’amministrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, alle attività degli oratori e degli altri nostri ambienti nei prossimi mesi estivi, alle nomine e destinazioni dei sacerdoti ed ad altro ancora. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle situazioni di difficoltà dei singoli, delle famiglie, delle parrocchie, delle comunità religiose, ma anche delle scuole e degli altri enti assistenziali ed educativi. A questo riguardo saranno date precise informazione circa la gestione del Fondo Diocesano di Solidarietà e del Fondo costituito con il contributo CEI proveniente dall’8 per mille. Fermo restando che fino al 3 maggio p. v. nulla cambierà, essendo questa una precisa indicazione governativa, si avrà modo sin dalla prossima settimana di cominciare a prospettare le aperture possibili e opportune.

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

Messaggio del vescovo Pierantonio ai bambini e ai ragazzi per la Pasqua 2020

Un messaggio e un invito particolare del vescovo Pierantonio ai bambini e ragazzi della Diocesi di Brescia, in attesa della Santa Pasqua.

Laici, siate ministri di consolazione

Alla conclusione del Quaresimale, il vescovo Pierantonio ha letto un messaggio ai fedeli della Diocesi di Brescia. In particolare ha esortato medici e infermieri credenti ad essere ministri di consolazione per gli ammalati e ha ricordato che ci si può accostare al sacramento della penitenza nella forma del Votum Sacramenti. Ha invitato, infine, i parroci a tenere aperte le porte delle chiese

Carissimi tutti, fratelli e sorelle nel Signore,

abbiamo insieme contemplato e meditato in questo secondo Quaresimale il mistero della Passione del Signore. Abbiamo fissato lo sguardo sull’Uomo dei dolori, sull’Agnello di Dio che per noi ha sofferto fino al sacrificio supremo della vita. Abbiamo sentito annunciare la sua vittoria, che si è trasformata per noi in una intercessione onnipotente (Is 52,13-53,12). Ci sentiamo profondamente uniti a lui in questo momento di dolore e di turbamento. In lui poniamo tutta la nostra speranza.

Il mio pensiero va anzitutto ai nostri fratelli e sorelle che a causa del contagio versano in gravi condizioni nei nostri ospedali, che non possono essere accompagnati dai loro cari negli ultimi istanti della loro vita e che non possono ricevere i conforti religiosi. Vorrei tanto che non si sentissero soli, che potessero avere un segno della amorevole presenza del Signore, della sua potenza di salvezza e della sua misericordia. Mi rivolgo allora a voi cari medici e infermieri che credete nel Signore: siate voi ministri di consolazione per questi nostri fratelli e sorelle, nel rispetto della libertà loro e dei loro parenti. Aggiungete all’ammirevole cura che state dimostrando anche questo gesto: quando li vedete in particolare difficoltà o ormai alla fine della loro vita terrena, affidateli al Signore con una semplice preghiera silenziosa e se i loro cari vi esprimeranno il desiderio di saperli accompagnati dai conforti cristiani, tracciate voi sulla loro fronte una piccola croce. Fatelo a nome loro e a anche a nome mio, a nome dell’intera nostra Chiesa. Avete piena dignità di farlo in forza del vostro sacerdozio battesimale. Ai cappellani dei presidi ospedalieri e ai loro collaboratori pastorali – la cui presenza in questo momento è ancora più preziosa – ho raccomandato di sostenervi in questo vostro ministero. Noi ricorderemo tutti i nostri malati e tutti i nostri defunti la sera di ogni giorno nel santo rosario delle ore 20.30.

A tutti vorrei poi ricordare che in momenti di particolare gravità, quando non vi siano le condizioni per accostarsi al Sacramento della Penitenza nella forma consueta della confessione personale, la Chiesa stessa prevede la possibilità di ricevere il perdono del Signore nella forma del Votum Sacramenti, cioè esprimendo il desiderio di ricevere il Sacramento della Riconciliazione e proponendosi di celebrarlo successivamente. L’attuale situazione impedisce a tanti di noi – fedeli e ministri – di ricevere l’assoluzione sacramentale, stante le indicazioni dell’ultimo decreto ministeriale circa il contatto tra le persone, indicazioni che raccomando di osservare con assoluto rigore. Pertanto la forma ordinaria della confessione individuale in questo tempo di emergenza viene sostituita per tutti da quella del Votum Sacramenti. Tutti abbiamo bisogno del perdono del Signore. Domandiamolo dunque con fede, con un atto di sincera contrizione, esprimendo questo desiderio del perdono attraverso una supplica confidente, o con una formula di preghiera liturgica o tradizionale (Confesso a Dio Onnipotente, “O Gesù d’amore acceso”, Atto di dolore) o con parole nostre, e compiendo se possibile un gesto penitenziale (digiuno, veglia di preghiera o elemosina). Nel tempo che abbiamo davanti – il Signore solo ne conosce la durata – rinnoviamo questo Votum Sacramenti ogni volta che in coscienza riteniamo di averne bisogno, fino alla futura celebrazione del Sacramento nella sua forma consueta. Riscopriamo anche il valore delle diverse pratiche penitenziali, che la Chiesa da sempre ha raccomandato.

Vorrei infine invitare tutti i sacerdoti e in particolare i parroci a mantenere aperte le porte delle chiese – sarà un segno importante per tutti anche se non dovesse entrare nessuno – e a vivere ogni giorno, se possibile dalle ore 16.00 alle ore 17.00, un momento di adorazione personale davanti all’Eucaristia esposta, senza alcuna convocazione dei fedeli. Anch’io lo farò allo stesso modo nella Chiesa cattedrale. Tutto il popolo di Dio sappia che il suo vescovo e i suoi sacerdoti ogni giorno celebrano l’Eucaristia e ogni giorno la adorano, invocando su tutta la diocesi e su tutte le comunità parrocchiali la protezione del Signore.

La nostra Chiesa bresciana ha da poco inaugurato il Giubileo delle Sante Croci: sentendoci ai piedi della sua croce in comunione con la Beata Vergine Addolorata, affidiamo al cuore trafitto di Gesù, nostro amato redentore, il cammino di questi giorni e ripetiamo le parole del Salmo: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

Un inno al tanto bene fatto

“Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero”. L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio in occasione del “Te Deum” alla Basilica delle Grazie

“Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia risplendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. Queste parole del salmo, che la liturgia ci ha fatto proclamare, risuonano con particolarità intensità in questo giorno che conclude un anno di grazia del Signore. Volgendo lo sguardo al cammino che abbiamo compiuto, non possiamo non scorgere le tracce di questa benedizione annunciata. Davvero la luce del volto di Dio è brillata su di noi nei giorni che stiamo consegnando alla memoria della storia. Luce a volte contrastata dalle ombre, ma comunque luce vera, luce tenace e vittoriosa, luce amabile e benefica. La debolezza della nostra fede e una diffusa tendenza alla malinconia potrebbero rischiare di offuscare la verità delle cose e impedirci di riconoscere i segni di una provvidenza che in realtà sempre ci accompagna. È ancora il salmo a ricordarci che degno di lode è colui che veglia sulle sorti del mondo e che non dimentica l’umanità che egli ama. L’invito alla gratitudine è accorato ed è rivolto a tutti: “Ti lodino i popoli o Dio, ti lodino i popoli tutti”. Salga dunque il nostro Te Deum di ringraziamento in questo ultimo giorno dell’anno e la solenne celebrazione dell’Eucaristia conferisca a questo ringraziamento la sua espressione più alta e più vera.

Che cosa ricordare di questo anno trascorso a testimonianza della benevolenza divina per noi, per l’intera umanità e in particolare per la nostra comunità? Ognuno di noi conosce il diario quotidiano della propria esistenza e potrebbe raccontare, illuminato dallo Spirito, in quale modo la grazia lo ha visitato. Guardando come dall’alto al cammino dell’intera famiglia umana, acquistano particolare rilievo eventi che vedono protagonista papa Francesco e con lui la Chiesa universale. Penso in particolare al discorso da lui pronunciato lo scorso febbraio in occasione della visita agli Emirati Arabi, presentato come Documento della fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune e sottoscritto dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayye: “Noi credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio – da detto il papa – partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo documento, chiediamo a noi stessi e ai del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive […] Altresì dichiariamo fermamente che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue”. Parole forti, coraggiose e illuminanti, che tracciano una via di speranza per il futuro.

Sempre da parte di papa Francesco è ci è stato offerto nel marzo di quest’anno il testo dell’Esortazione Apostolica Christus vivit, che riprende e porta a compimento l’evento del Sinodo per i giovani e consegna alla Chiesa universale il frutto della riflessione in esso maturata. Le parole con cui l’Esortazione si conclude sono un invito commosso ai giovani. Ci fa piacere riascoltarlo e sentirlo profondamente nostro, pensando al nostro cammino di Chiesa: “Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci».

L’anno che si chiude è stato particolarmente rilevante per la comunità dei popoli che formano l’Europa e che si stanno faticosamente ricercando la forma adeguata di una comunione sociale e politica tendente a rendere attuale il sogno dei padri fondatori. Si sono infatti svolte nel mese di maggio le elezioni in tutti i paese che compongono l’attuale Unione Europea, e si è venuto a costituire un nuovo parlamento. È stata anche rinnovata la Commissione europea, il cui ruolo appare determinante in relazione al commino dell’Unione. La nuova presidente, Ursula von der Leyen, così ha concluso il suo discorso di insediamento: “Tutti noi qui riuniti viviamo in un’Europa che è cresciuta, maturata, si è irrobustita e che conta ora 500 milioni di abitanti. Questa Europa ha un peso. Vuole assumere responsabilità per sé e per il mondo. Non sempre è facile, spesso costa dolore e fatica, ma è il nostro dovere più alto! Per questo esorto tutte le europee e tutti gli europei a partecipare, perché è il bene più prezioso che abbiamo”. Sono personalmente convinto del grande valore che ha l’Europa per se stessa e per il mondo intero. Europa come Comunità di popoli e non solo come Unione monetaria, fondata sul riconoscimento dei grandi valori che le sono propri ed espressione di una civiltà che trova le sue radici nella forza umanizzante del Cristianesimo. L’animo onesto di ogni europeo difficilmente potrà rinnegare questi legami profondi, come ha forse dimostrato la comune commozione provocata dall’incendio, il 15 aprile scorso, della magnifica Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

E purtroppo altri incendi devastanti hanno ferito il nostro pianeta in questo anno che si chiude: incendi in Amazzonia, nell’America del Nord e recentemente in Australia. Insieme ad essi eventi atmosferici di straordinaria portata e di tremendo impatto, che ci hanno molto turbato per la loro intensità e frequenza. Anche il nostro territorio è stato segnato in modo pesante da episodi simili, con gravi conseguente per persone e famiglie. Quanto accade ci obbliga ad una riflessione seria sui cambiamenti climatici in corso e sulle nostre responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui viviamo e che dobbiamo consegnare alle future generazioni. Il futuro esige il coraggio di scelte personali e politiche di alto profilo, ultimamente di carattere etico.

Tra gli eventi che hanno visto protagonista in questo anno trascorso la nostra città mi piace ricordare il viaggio compiuto a Betlemme da parte di una delegazione bresciana altamente rappresentativa. Colgo qui l’occasione per ringraziare dell’invito a farne parte. Si è voluto in questo modo onorare e rimarcare il gemellaggio a suo tempo sancito tra le città di Brescia e di Betlemme. In questo tempo natalizio l’esperienza vissuta torna alla mente con una forza ancora maggiore e ricorda quanto sia vivo in alcune regioni del mondo il bisogno di pace e quanto sia a volte tortuoso il cammino che vi conduce. Al Dio della pace, che a Betlemme è venuto ad abitare in mezzo a noi, vorrei affidare le speranza di quanti abitano quella terra, la terra che lui stesso ha visto e sulla quale ha camminato.

Alcuni lutti che hanno colpito la nostra città e la nostra diocesi hanno lasciato in tutti noi un segno particolarmente profondo. Penso in particolare alla morte prematura di Nadia Toffa, a quella del piccolo Daniele Bazzardi di Chiari, vittima di un tragico incidente stradale. Sempre in un incidente proprio qui in centro città ha perso la vita Jennifer Rodriges Loda ancora nel fiore degli anni, mentre un drammatico investimento ha tolto la vita al giovane Andrea Nobilini. Li accolga il Signore nella sua pace senza tramonto. E insieme a loro accolga tutte le altre persone, meno note, che in circostanze dolorose hanno concluso quest’anno la loro esistenza tra noi: vittime sul lavoro, sulle strade, sulle montagne, vittime delle malattie e anche della violenza che acceca i cuori. Una preghiera particolare vorrei rivolgere al Signore per i ministri della Chiesa che in questo hanno salutato la nostra Chiesa pellegrina sulla terra e sono entrati a far parte della Chiesa celeste. Tra loro in particolare S. E. Mons. Vigilio Olmi, per molti anni stimato vescovo ausiliare di questa diocesi, padre Giulio Cittadini, che ha segnato indelebilmente la storia di questa città, ma anche don Ettore Piceni e don Enrico Andreoli, che il Signore ha voluto con sé quando noi speravamo per loro ancora lunghi anni di fecondo ministero. Sia fatta la sua volontà, secondo il suo misterioso disegno di grazia.

Vorrei concludere elevando un inno di ringraziamento per il tanto bene che in questo anno è stato compiuto, nel mondo e in particolare nella nostra diocesi e nella nostra città. Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero. A volte giustamente è reso evidente, come nel caso del premio Bulloni che ormai da anni a Brescia chiama sul palcoscenico la bontà umile e tenace di uomini e donne abituati a operare dietro le quinte. A loro va tutta la nostra gratitudine. Ma il nostro ringraziamento deve giustamente allargarsi e raggiungere gli uomini e le donne delle istituzioni: amministratori, forze dell’ordine, personale dei servizi pubblici; gli uomini e le donne degli ospedali, delle scuole, di tutti gli ambienti di cui il vivere sociale ha bisogno. Non dimenticheremo, infine, l’eroico esercito dei volontari, che dimostrano nei fatti quanto sia insensata e comunque non assoluta la regola dell’interesse e del tornaconto.

Il ringraziamento si fonde nella lode rivolta Dio, nel Te Deum che sale riconoscente e adorante verso di lui. È lui che custodisce il mondo da ogni male. È lui la fonte perenne del bene. È lui che guida l’umanità sulla via della pace. È lui che permette ai cuori degli uomini di non perdere mai la speranza. A lui sia gloria, nei secoli dei secoli. Amen

Quella bellezza che nutre

“Nutriti dalla bellezza”: la nuova lettera pastorale del vescovo Tremolada per l’anno 2019/2020. Tema centrale è quello dell’eucaristia. “Una lettera che è anche sociale” sottolinea don Carlo Tartari, vicario per la pastorale e per i laici

“Sono convinto che al cuore della missione della Chiesa ci sia l’Eucaristia. Non sono certo il primo a pensarlo, ma mi fa piacere dichiararlo. L’Eucaristia è un nucleo incandescente, una sorgente zampillante, una realtà misteriosa che permette alla Chiesa di essere veramente se stessa per il bene del mondo. Mi piacerebbe far percepire a tutti questa verità”. Si apre con queste considerazioni la seconda Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada “Nutriti dalla Bellezza. Celebrare l’Eucaristia oggi”. La liturgia cristiana, celebrata nella verità, che rappresenta una delle grandi strade dell’evangelizzazione è al centro delle riflessioni che il Vescovo, a due anni dalla sua nomina a Brescia, affida alla sua Chiesa. Sin dalle prime pagine della nuova Lettera pastorale si coglie evidente la continuità con “Il bello del vivere” dello scorso anno. Se l’orizzonte comune a cui i battezzati devono tendere è quello della santità, l’eucaristia è una via privilegiata per raggiungerlo.

In questa prospettiva la chiave di lettura che mons. Tremolada propone non è quella dello sguardo nostalgico a un passato che non c’è più (“Il numero dei partecipanti alla Messa domenicale è molto diminuito. Quel che una volta appariva normale, giusto e doveroso, sembra non esserlo più… Perché questa disaffezione crescente?… Occorre però non rimanere prigionieri delle analisi. Soprattutto non bisogna lasciarsi risucchiare. Continuare a parlare di questo fenomeno, infatti, produce inesorabilmente una sorta di sconforto pastorale”, scrive il Vescovo nel prologo), ma quella di un’apertura speranzosa al futuro: “Sono invece convinto – sono ancora parole di mons. Tremolada – che si debba rilanciare, puntando proprio sull’Eucaristia, sul suo valore, sulla sua grandezza e bellezza. Molto dipenderà da come la sapremo celebrare. Le sue meravigliose potenzialità rischiano infatti di venire mortificate da una consuetudine un po’ stanca e forse anche un po’ presuntuosa”. Per questo il Vescovo nella Lettera invita a dedicare l’anno pastorale 2019/2020 a una riscoperta della celebrazione eucaristica, “meno preoccupati del numero dei partecipanti e più del modo in cui essa viene vissuta”.

A questo fine sono orientate le riflessioni di mons. Tromolada, contenute nelle 101 pagine della Lettera pastorale, divisa in sei capitoli: Incanto, l’Eucaristia come liturgia; Irradiazione, l’Eucaristia e il mondo; Mistero, l’Eucaristia come sacramento; Comunione, Eucaristia e Chiesa; Celebrazione, l’Eucaristia celebrata; Festa, l’Eucaristia e il Giorno del Signore. La Lettera si apre con il già citato prologo in cui il Vescovo indica il senso e la ragione dell’intero documento, e si chiude con l’epilogo in cui mons. Tremolada affida all’icona che il monaco Andrej Rublëv ha dedicato alla Trinità, il compito di fare sintesi del mistero cristiano per eccellenza.

Come già ne “Il bello del vivere”, anche nella nuova Lettera pastorale compaiono sei video testimonianze che si possono consultare grazie ad altrettanti QR code presenti nel testo, in apertura di ogni capitolo. A questi “testimoni”, presentati nella colonna che chiude queste pagine, è stato chiesto di raccontare come per loro, nel loro quotidiano l’eucaristia sia appunto incanto, irradiazione, mistero, comunione, celebrazione e festa. Sempre grazie a un Qr code i lettori potranno gustare un filmato sul Tesoro delle Sante Croci, di cui Brescia ricorderà nel 2020 con un Giubileo straordinario concesso dal Papa i 500 anni della nascita della compagnia dei Custodi, e uno invece dedicato all’icona di Rublëv.

“Una lettura superficiale potrebbe indurre a considerare una lettere sull’eucaristia interessante solo per chi ancora frequenta. Va invece ricollocata all’interno nel contesto ampio entro il quale il Vescovo ci chiede e ci aiuta a rileggere il cuore della nostra vita di fede”. Parte da questa considerazione la lettura che don Carlo Tartati vicario episcopale per la pastorale e per i laici dà di “Nutriti dalla bellezza”, la nuova Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada. “Sappiamo – prosegue il sacerdote – che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana che non è chiamata a svolgersi nel chiuso dello spazio del sacro o dei tempi sacri. La vita cristiana è chiamata invece a diventare testimonianza, annuncio e missione proprio nel mondo. E questo il Vescovo lo dice bene”. Con la sua seconda Lettera pastorale, continua don Tartari, mons. Tremolada aiuta a cogliere che c’è un legame profondo tra questa appartenenza, questo vissuto di fede e il mondo in cui il cristiano vive. “Non a caso – continua ancora il vicario per la pastorale e i laici – tra i primissimi capitoli della Lettera ce n’è uno dedicato a irradiazione, l’eucaristia e il mondo, in cui il Vescovo ricorda che l’eucaristia è il cuore pulsante della vita redenta, capace di trasformare la vita del credente, il quale poi vive nel mondo, lo provoca, e fa in modo che il mondo possa vivere non più legato a quelle dinamiche di potere che sono tipiche delle leggi mondane. Si passa dal potere all’amore come cifra per edificare la società”. L’eucaristia allora diventa germe di trasformazione del mondo, della società, delle relazioni, “è un annuncio per il mondo, per il bene del mondo”, afferma don Tartari.

Quelli espressi dal vicario episcopale trovano sintesi in quella che il Vescovo, in “Nutriti dalla Bellezza” definisce come “cultura eucaristica”. “La cultura eucaristica –afferma al proposito don Tartari – è proprio questo: l’essere partecipi del dono dell’eucaristia cambia lo sguardo sul mondo, cambia il modo di pensare, cambia gli schemi di riferimento, ribalta le priorità. Non c’è più solo l’io; c’è un noi, c’è una comunità che è chiamata a essere partecipe di questo dono e questo, nell’azione del credente, del cristiano si trasfonde nell’impegno quotidiano, nella costruzione di una società e di relazioni che non possono prescindere da questo incontro e da questa trasformazione”. E forse proprio dalla mancanza di questa cultura eucaristica nascono tante delle difficoltà, delle sofferenze e delle divisioni che oggi segnano anche le comunità.

“Il Vescovo – sono ancora sottolineature di don Carlo Tartari – questo aspetto lo mette in risalto quando ricorda che dall’incontro con Gesù e con l’Eucaristia nasce proprio la civiltà dell’amore in cui la carità diventa uno stile che si declina in tre modalità: il rispetto per la dignità di ogni persona, la giustizia sociale e la distribuzione delle risorse e, per ultimo, la grande responsabilità che abbiamo per l’ambiente. Il Vescovo chiede, proprio a partire dall’incontro vissuto nell’Eucaristia, di riversare questa carità sui poveri, sulla famiglia, negli ambiti educativi, nel lavoro, nella società…”. Letta in questi termini “Nutriti dalla Bellezza”, a prima vista una Lettera “ad intra” rivela una decisa caratterizzazione sociale, politica nel senso più nobile del termine? “Effettivamente è così – è la conclusione di don Tartari –. Forse definirla una Lettera politica è un azzardo, ma è uno di quegli azzardi che provocano, perché ricostruisce la polis su presupposti diversi da quelli del potere, del dominio e del semplice esercizio dell’autorità. Ricostruisce la polis su un fondamento diverso, nuovo ed eterno come l’eucaristia”.

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Una comunione tra le chiese

Il vescovo Pierantonio ripercorre il viaggio missionario in Brasile dove ha incontrato i sacerdoti fidei donum presenti in America Latina

Eccellenza, che impressione le ha lasciato questo primo viaggio missionario in Brasile?

Si incontra un mondo che è davvero molto diverso dal nostro di cui non si ha idea. Abbiamo incontrato quella parte del Brasile che è l’Amazzonia. Mi hanno colpito per esempio, in particolare, i frutti che non conoscevo in maniera così diretta. Ci dà la chiara percezione della vastità del mondo e di come sia importante non rimanere chiusi nel nostro. La dimensione missionaria in questa maniera davvero si tocca con mano. E l’esperienza della natura e dell’ambiente in cui siamo però incrocia immediatamente le persone che abbiamo incontrato. C’è una disparità sociale visibile anche per chi incontra per la prima volta questa realtà. Si ha l’impressione del peso della storia. Le popolazioni che abbiamo incontrato portano il segno della storia dei secoli. Delle popolazioni che abbiamo incontrato mi ha colpito in particolare la semplicità della vita, il rapporto con la natura e il grande rispetto per l’ambiente in cui vivono, e di conseguenza mi ha anche ancor più preoccupato invece questo modo di procedere almeno da parte di alcuni che tende invece a sottovalutare o addirittura ad annullare questo rapporto. Mi preoccupa l’impatto con una società completamente diversa, troppo esposta alle regole del consumo, alle regole dell’utilizzo delle risorse e secondo fini che non sempre sono positivi. Tornando invece all’aspetto positivo mi ha molto colpito l’ospitalità, l’accoglienza che abbiamo incontrato nelle varie comunità lungo le rive del Rio delle Amazzoni.

Che cosa l’ha colpita di questa Chiesa giovane?

La diversità rispetto alla nostra situazione, rispetto anche alla nostra esperienza di Chiesa. Ci sono alcuni dati che risultano evidenti: una parrocchia è costituita da 30, 50 o 70 comunità. Queste comunità si trovano sparse su un territorio vastissimo, magari lungo le rive del fiume. Il parroco le deve raggiungere attraverso un percorso di giorni in barca. È chiaro che la sua visita avviene quando è possibile, ma poi le comunità continuano con la loro vita e allora c’è bisogno di qualcuno che lì porti avanti la vita della chiesa. Mi ha colpito molto la scelta fatta, soprattutto nella diocesi di Castanhal e di Macapà, sul primato della Parola di Dio: è un forte investimento sulla forza della Parola nel costituire la chiesa e nel creare una mentalità di fede. Mi sembra molto importante. Anche questo mi fa molto pensare e mi convince ancora di più del fatto che anche noi dobbiamo prendere questa strada.

Quali possono essere le ricadute pastorali di questa esperienza?

I nostri fidei donum stanno facendo e hanno fatto sinora una collaborazione molto preziosa e colgo l’occasione per ringraziarli. Quando si viene qui e si sta con loro, ci si accorge di che cosa significa il ministero presbiterale, il farsi carico del cammino delle proprie comunità cristiane, il voler bene alla propria gente ed essere amati dalla propria gente. Questo è veramente confortante. C’è una condivisione di vita che diventa poi parte integrante del proprio essere sacerdoti. Ho visto il desiderio di valorizzare ciò che appartiene alla vita di queste persone, la fatica anche di spogliarsi di qualcosa per poter comunicare il Vangelo in una realtà diversa e il desiderio di riconoscere ciò che il Vangelo sta già operando. Gli incontri sono stati di grande arricchimento. Abbiamo prima pregato insieme e ascoltato il racconto della loro esperienza. Qui abbiamo toccato con mano che la dimensione missionaria della Chiesa è un elemento costitutivo. Adesso si tratta di capire come potremmo continuare in questa direzione. I fidei donum (laici e sacerdoti) sono un elemento originale e molto prezioso della storia della Chiesa bresciana. Mi preme che tutto questo possa proseguire, però occorre capire bene in che modo e secondo quali criteri, certo nella prospettiva di una comunione tra Chiese che oggi è ancora più importante.

Camminando s’impara

Il vescovo Tremolada è arrivato in Brasile per incontrare, nel suo secondo viaggio missionario dopo l’Albania, i fidei donum presenti in America Latina. Don Raffaele Donneschi è l’ultimo dono della Diocesi di Brescia alla Chiesa brasiliana

A 66 anni don Raffaele Donneschi si è rimesso nuovamente in gioco dall’altra parte del mondo. Nel mese di ottobre è ritornato ad annunciare il Vangelo in Brasile, là dove aveva già trascorso un lungo periodo (dal 1982 al 1994) come fidei donum. Nel suo ministero ha svolto diversi servizi: curato a Castenedolo e a Roncadelle, parroco di Zone, curato a Botticino e direttore, dal 2002 al 2012, dell’Ufficio per le missioni. Dal 2011 era parroco del Violino e dal 2012 anche della Badia.

Don Raffaele, com’è stato l’impatto con il Brasile? Quanto è cambiato rispetto alla sua precedente esperienza?

Mi sento ancora troppo nuovo di Brasile per poter esprimere delle opinioni che non siano eccessivamente di pelle e condizionate da una lettura parziale e superficiale… Sono passati 24 anni da quando ho lasciato la parrocchia brasiliana di S. Luzia, situata nella campagna e nella foresta, ora mi ritrovo a Macapà, in una città di 500mila abitanti, capitale dello stato di Amapà, e parroco da tre settimane della parrocchia della Cattedrale, in una realtà quindi che è sempre un po’ anomala rispetto alle altre parrocchie. L’impressione è di un forte ingresso nella modernità, da un lato nell’ipertecnologia (qui si vota da anni utilizzando il computer anche nel più sperduto villaggio amazzonico…) e dall’altro i problemi di sempre: la corruzione è diffusa, la società è molto divisa socialmente ed economicamente, la burocrazia è imperante e asfissiante.

Che tipo di Chiesa sta respirando? Quali differenze e quali analogie trova con le comunità cristiane italiane?

La Diocesi di Macapà risente della sua giovane costituzione: dei circa 50 sacerdoti, solo 14 sono i diocesani locali, le parrocchie sono molto vaste come territorio, quelle extra-urbane, oppure troppo numerose quelle ubicate in città. Essendo la maggioranza del clero di estrazione e formazione molto eterogenea (diocesani locali, diocesani fidei donum da altre Diocesi brasiliane, religiosi di varie Congregazioni e Ordini…) si percepisce la “tentazione” di una pastorale proposta secondo la propria visione di Chiesa e non “Diocesana”, condivisa e progettata insieme (tentazione del resto da cui non è immune nemmeno la nostra Diocesi bresciana… che pure gode di una storia molto antica). Ciò che più colpisce è ancora la forte dimensione della religiosità popolare che spinge molti cattolici a partecipare a devozioni, processioni, benedizioni… Non sempre, però, segue un forte coinvolgimento con le scelte di vita… Certamente bisogna sottolineare il buon coinvolgimento di laici impegnati e corresponsabili che assumono servizi e ministeri nella liturgia, nella pastorale, nella catechesi, nella gestione anche pratica della parrocchia e della comunità… Tra i cattolici impegnati è molto presente la dimensione “missionaria”; si sente parlare molto di “azioni e scelte pastorali evangelizzatrici”, bisognerà poi vedere in concreto quali proposte saranno attuate e, soprattutto, quali saranno i soggetti di questa azione. Un fenomeno per me assolutamente nuovo, mi sembra non ancora visibile in Italia, è costituito dalle “nuove comunità”, mentre continua la forte presenza dei Movimenti ecclesiali. Così definisce le “Nuove Comunità” un articolo della Civiltà Cattolica dell’11 marzo 2017: “Non è ancora chiara la relazione che esiste tra le nuove comunità e i Movimenti ecclesiali. Alcuni li indicano entrambi come realtà associative. Noi siamo dell’idea che i Movimenti ecclesiali abbiano una portata più ampia, e che le nuove comunità abbiano una natura più concreta. Esse sono nate in grande maggioranza dal Rinnovamento carismatico cattolico, che consideriamo un Movimento ecclesiale”. Oggi si calcola che in Brasile vi siano circa 800 nuove comunità: il numero è in continua crescita.

L’incontro con le altre culture è determinante in una società che tende a rinchiudersi… Vale per l’Italia ma vale anche per il Brasile dove la Conferenza episcopale ha espresso perplessità e preoccupazioni sull’elezione di Bolsonaro soprattutto per il tema degli indigeni e dei poveri…

Ho assistito da spettatore alla campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali… Certamente sono state elezioni molto divisive, nella società e anche nel mondo cattolico. La tentazione di escludere le minoranze, gli emarginati, gli immigrati (fenomeno che in Brasile si sta affacciando da poco alla ribalta, soprattutto a causa della situazione tragica del Venezuela) e il calcare la mano sulla questione sicurezza, senza tener conto che l’insicurezza non è causa ma effetto di una società diseguale ha portato l’elettorato a una scelta che desta non poche preoccupazioni, tra cui anche quella di una “svolta militare e autoritaria”. Sono molte le incognite che gravano sul futuro politico di questo Paese, soprattutto perché non è ben chiaro chi sta muovendo la “macchina Bolsonaro”, chi detterà le strategie economiche… di cui in campagna elettorale il neo presidente e il suo entourage non hanno dato con chiarezza le linee guida e prospettive. Quello che sembra certo è che prevarrà un neo-liberismo aggressivo (già si parla di privatizzare le grandi realtà dell’energia che adesso sono in forma partecipata), che le grandi lobbies economiche faranno sentire il loro peso, visto che godono di notevoli numeri di deputati e senatori eletti sotto le loro insegne… A questo proposito è da segnalare un fenomeno, penso tutto brasiliano, della cosiddetta “Bancada Evangelica”, cioè il folto gruppo di deputati (75) e senatori (3) che sono i rappresentanti delle chiese-gruppi chiamati “evangelici” (da non confondere con le Chiese Protestanti) e costituiscono la terza forza parlamentare: si pongono politicamente a destra, e quindi dalla parte del neo eletto presidente, pure lui “evangelico”.

Che servizio l’attende? Perché ha scelto di ripartire?

Il vescovo dom Pedro José Conti, bresciano doc e mio compagno di ordinazione, mi ha nominato parroco della parrocchia della Cattedrale di S. José, che è Patrono anche della Diocesi e dello Stato. Sono parroco da tre settimane e mi sto guardando intorno. Della Parrocchia fanno parte l’antica Cattedrale seicentesca (unico ricordo della colonizzazione portoghese insieme alla Fortezza che domina il Rio delle Amazzoni) dove si celebra la Messa da lunedì a venerdì, a mezzogiorno… e la chiesa di S. Antonio molto venerato da queste parti. La parrocchia è nel quartiere del centro e occupa la zona commerciale della città… ci sono più negozi che abitazioni residenziali e in parrocchia ci sono molti volontari e laici che per vari motivi confluiscono in Cattedrale… La sfida sarà quella di “scoprire” anzitutto i parrocchiani residenti e coinvolgerli nel cammino di comunità, in una parrocchia del resto già ben organizzata nelle varie pastorali e nei servizi. Perché ripartire? L’amico dom Pedro era rimasto senza parroco della Cattedrale e mi ha provocato con una richiesta di aiuto, io ricordavo ancora il portoghese e ho pensato che forse potevo ancora “tappare un buco” per qualche anno… Il vescovo Pierantonio ha condiviso la proposta e mi dato il “mandato”. Se Dio parla ancora attraverso i segni e le persone, vuol dire che doveva essere Macapà il luogo dove svolgere il mio ministero per quanto il Signore vorrà ancora concedermi.

Paolo VI, discepolo del Signore

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada al Santuario del Divino Amore a poche ore dalla canonizzazione del beato Paolo VI

Il momento che abbiamo tanto atteso è arrivato. Siamo a poche ore dalla canonizzazione di Paolo VI, il papa della nostra terra bresciana. Domani sarà proclamato santo davanti al mondo, insieme ad altri uomini e donne che hanno dato una straordinaria testimonianza di fede.

I sentimenti che ci hanno accompagnato in questi mesi di attesa si mescolano in quest’ora vigiliare: sono sentimenti di lode e gratitudine, di sincera ammirazione, di comprensibile fierezza, di affettuosa familiarità. Paolo VI è stato un grande papa, che ha esercitato il suo formidabile compito da santo, cioè in modo esemplare. Nel suo ministero ha lasciando trasparire chiaramente la forza e la bellezza del Vangelo. Molti nella Chiesa sono già consapevoli della sua grandezza. Altri ancora, sempre di più, lo saranno negli anni a venire. È caratteristica propria della personalità di Paolo VI e della sua santità di non imporsi immediatamente ma di svilupparsi col tempo. Paolo VI crescerà, in stima, affetto e devozione.

Noi che siamo qui oggi possiamo però dire di lui qualcosa di unico, qualcosa che va considerato particolarmente suo e particolarmente nostro. Possiamo cioè ricordare qui, nella città di Roma che lo vide papa, i luoghi che egli ha frequentato da ragazzo, i luoghi della sua infanzia e giovinezza, luoghi cari a lui e a noi. Sono Concesio, Verolavecchia, Rodengo, Nuvolera, Ponte di Legno; sono il Santuario delle Grazie, il Santuario della Stella, la Pace, S. Bernardino in Chiari, l’Eremo di Bienno, l’Eremo di Monte Castello. Chi di noi non conosce questi luoghi? Ad altri questi nomi suonerebbero ignoti, ma non certo a noi. Sono i luoghi dove Paolo VI è stato, dove ha vissuto, dove è cresciuto, dove è passato. Sono i luoghi dove vivono tuttora molti di coloro che sono presenti a questa celebrazione e che lo saranno a quella di domani. Sono i luoghi del popolo di Dio che abita in terra bresciana. Ebbene, proprio questo popolo è oggi felice di riconoscere in Giovanni Battista Montini un proprio figlio e volentieri fa memoria del suo passaggio nella sua terra di monti, di valli, di laghi e di pianure.

Non siamo giunti impreparati a questo appuntamento. Abbiamo riempito l’attesa di preghiera e di meditazione. Ci ha accompagnato una bella immagine di Paolo VI: un potente raggio di luce illuminava il suo volto, lo faceva emergere da uno sfondo buio e ne faceva risaltare lo guardo mite e profondo. Una frase da lui scritta, molto efficace, campeggiava a commento: “Alla fine della mia vita vorrei essere nella luce”. Ora possiamo dire che questo suo desiderio si è avverato. Tra poco egli sarà davvero e per sempre nella luce. Lo sarà in verità più per noi che per lui. Egli, infatti, ha gustato la pienezza della vita dei risorti sin dal momento della sua dipartita. Noi invece solo ora ne abbiamo guadagnato piena e ufficiale consapevolezza. Solo ora lo possiamo annoverare con gioia tra i veri servitori di Dio, nostri amici e intercessori.

Paolo VI è stato uomo ricco di sapienza. Le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura di questa celebrazione eucaristica dipingono bene la sua figura di pastore e di maestro. “Pregai e mi fu elargita la prudenza – si legge nel Libro della Sapienza – implorai e venne in me lo spirito di sapienza … L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce … Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni, nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”. Uomo del dialogo e della modernità, capace di leggere i segni dei tempi, Paolo VI ha dato alla Chiesa e al mondo una testimonianza straordinaria di amore per la verità e per l’umanità. È stato un uomo saggio e onesto. Illuminato e coraggioso. Ha guidato con straordinaria lungimiranza il Concilio Vaticano II, in costante ascolto dello Spirito santo, conducendolo alla meta del suo cammino.

Soprattutto Paolo VI è stato un discepolo del Signore. Conquistato da lui, dal suo volto e dalla sua rivelazione, egli lo ha seguito sino alla fine: “Cristo tu ci sei necessario – ha proclamato in una celebre suo discorso – Tu ci sei necessario per conoscere il nostro essere e il nostro destino, per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità, per ritrovare le ragioni vere della fraternità degli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”. Cristo, tu ci sei necessario! L’intera vita di questo grande testimone dimostra come egli abbia accolto con lo slancio totale del suo animo l’invito che è risuonato nell’odierna pagina evangelica: “Se vuoi essere perfetto, vieni e seguimi”. Come l’apostolo Pietro, anche Giovanni Battista Montini, il papa bresciano che sognava la civiltà dell’amore, ha potuto dire con verità: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. È stato un uomo dal cuore libero, realmente povero, purificato da un esercizio quotidiano di umiltà, ultimo di tutti mentre occupava il posto più alto. Non mancarono a lui le prove, e queste fecero di lui un vero uomo di Dio, un discepolo mite e tenace di Cristo. Egli seguì il suo Signore in piena fedeltà, salendo alla fine con lui sulla croce ed entrando nella gloria della risurrezione.

Forse anche per questo ebbe l’onore di chiudere il suo cammino su questa terra il giorno della Trasfigurazione del Signore. Lui che desiderava alla fine essere nella luce, fu accolto tra i santi nella festa che, insieme alla Pasqua, più richiama la luce: luce amabile e vittoriosa, luce che trionfa sulle tenebre, luce che rischiara il cammino, luce che dischiude il vero senso delle cose. Nella tua vediamo la luce – dice il salmo, pensando al mistero santo di Dio. Così fu per Paolo VI. Lo dimostrano le prime toccanti parole del suo testamento: “Fisso lo sguardo verso il mistero della morte e di ciò che la segue nel lume di Cristo, che solo la rischiara, e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità che per me è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce”. Quale forza straordinaria assumono queste parole mentre le ascoltiamo in questo momento, a poche ore dalla canonizzazione di chi le ha pronunciate. Esse sono per noi una testimonianza e una consegna. Ci conceda il Signore di accoglierle in eredità, insieme con la dolce memoria di questo illustre figlio della Chiesa bresciana e della sua amata terra.