Un inno al tanto bene fatto

“Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero”. L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio in occasione del “Te Deum” alla Basilica delle Grazie

“Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia risplendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. Queste parole del salmo, che la liturgia ci ha fatto proclamare, risuonano con particolarità intensità in questo giorno che conclude un anno di grazia del Signore. Volgendo lo sguardo al cammino che abbiamo compiuto, non possiamo non scorgere le tracce di questa benedizione annunciata. Davvero la luce del volto di Dio è brillata su di noi nei giorni che stiamo consegnando alla memoria della storia. Luce a volte contrastata dalle ombre, ma comunque luce vera, luce tenace e vittoriosa, luce amabile e benefica. La debolezza della nostra fede e una diffusa tendenza alla malinconia potrebbero rischiare di offuscare la verità delle cose e impedirci di riconoscere i segni di una provvidenza che in realtà sempre ci accompagna. È ancora il salmo a ricordarci che degno di lode è colui che veglia sulle sorti del mondo e che non dimentica l’umanità che egli ama. L’invito alla gratitudine è accorato ed è rivolto a tutti: “Ti lodino i popoli o Dio, ti lodino i popoli tutti”. Salga dunque il nostro Te Deum di ringraziamento in questo ultimo giorno dell’anno e la solenne celebrazione dell’Eucaristia conferisca a questo ringraziamento la sua espressione più alta e più vera.

Che cosa ricordare di questo anno trascorso a testimonianza della benevolenza divina per noi, per l’intera umanità e in particolare per la nostra comunità? Ognuno di noi conosce il diario quotidiano della propria esistenza e potrebbe raccontare, illuminato dallo Spirito, in quale modo la grazia lo ha visitato. Guardando come dall’alto al cammino dell’intera famiglia umana, acquistano particolare rilievo eventi che vedono protagonista papa Francesco e con lui la Chiesa universale. Penso in particolare al discorso da lui pronunciato lo scorso febbraio in occasione della visita agli Emirati Arabi, presentato come Documento della fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune e sottoscritto dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayye: “Noi credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio – da detto il papa – partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo documento, chiediamo a noi stessi e ai del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive […] Altresì dichiariamo fermamente che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue”. Parole forti, coraggiose e illuminanti, che tracciano una via di speranza per il futuro.

Sempre da parte di papa Francesco è ci è stato offerto nel marzo di quest’anno il testo dell’Esortazione Apostolica Christus vivit, che riprende e porta a compimento l’evento del Sinodo per i giovani e consegna alla Chiesa universale il frutto della riflessione in esso maturata. Le parole con cui l’Esortazione si conclude sono un invito commosso ai giovani. Ci fa piacere riascoltarlo e sentirlo profondamente nostro, pensando al nostro cammino di Chiesa: “Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci».

L’anno che si chiude è stato particolarmente rilevante per la comunità dei popoli che formano l’Europa e che si stanno faticosamente ricercando la forma adeguata di una comunione sociale e politica tendente a rendere attuale il sogno dei padri fondatori. Si sono infatti svolte nel mese di maggio le elezioni in tutti i paese che compongono l’attuale Unione Europea, e si è venuto a costituire un nuovo parlamento. È stata anche rinnovata la Commissione europea, il cui ruolo appare determinante in relazione al commino dell’Unione. La nuova presidente, Ursula von der Leyen, così ha concluso il suo discorso di insediamento: “Tutti noi qui riuniti viviamo in un’Europa che è cresciuta, maturata, si è irrobustita e che conta ora 500 milioni di abitanti. Questa Europa ha un peso. Vuole assumere responsabilità per sé e per il mondo. Non sempre è facile, spesso costa dolore e fatica, ma è il nostro dovere più alto! Per questo esorto tutte le europee e tutti gli europei a partecipare, perché è il bene più prezioso che abbiamo”. Sono personalmente convinto del grande valore che ha l’Europa per se stessa e per il mondo intero. Europa come Comunità di popoli e non solo come Unione monetaria, fondata sul riconoscimento dei grandi valori che le sono propri ed espressione di una civiltà che trova le sue radici nella forza umanizzante del Cristianesimo. L’animo onesto di ogni europeo difficilmente potrà rinnegare questi legami profondi, come ha forse dimostrato la comune commozione provocata dall’incendio, il 15 aprile scorso, della magnifica Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

E purtroppo altri incendi devastanti hanno ferito il nostro pianeta in questo anno che si chiude: incendi in Amazzonia, nell’America del Nord e recentemente in Australia. Insieme ad essi eventi atmosferici di straordinaria portata e di tremendo impatto, che ci hanno molto turbato per la loro intensità e frequenza. Anche il nostro territorio è stato segnato in modo pesante da episodi simili, con gravi conseguente per persone e famiglie. Quanto accade ci obbliga ad una riflessione seria sui cambiamenti climatici in corso e sulle nostre responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui viviamo e che dobbiamo consegnare alle future generazioni. Il futuro esige il coraggio di scelte personali e politiche di alto profilo, ultimamente di carattere etico.

Tra gli eventi che hanno visto protagonista in questo anno trascorso la nostra città mi piace ricordare il viaggio compiuto a Betlemme da parte di una delegazione bresciana altamente rappresentativa. Colgo qui l’occasione per ringraziare dell’invito a farne parte. Si è voluto in questo modo onorare e rimarcare il gemellaggio a suo tempo sancito tra le città di Brescia e di Betlemme. In questo tempo natalizio l’esperienza vissuta torna alla mente con una forza ancora maggiore e ricorda quanto sia vivo in alcune regioni del mondo il bisogno di pace e quanto sia a volte tortuoso il cammino che vi conduce. Al Dio della pace, che a Betlemme è venuto ad abitare in mezzo a noi, vorrei affidare le speranza di quanti abitano quella terra, la terra che lui stesso ha visto e sulla quale ha camminato.

Alcuni lutti che hanno colpito la nostra città e la nostra diocesi hanno lasciato in tutti noi un segno particolarmente profondo. Penso in particolare alla morte prematura di Nadia Toffa, a quella del piccolo Daniele Bazzardi di Chiari, vittima di un tragico incidente stradale. Sempre in un incidente proprio qui in centro città ha perso la vita Jennifer Rodriges Loda ancora nel fiore degli anni, mentre un drammatico investimento ha tolto la vita al giovane Andrea Nobilini. Li accolga il Signore nella sua pace senza tramonto. E insieme a loro accolga tutte le altre persone, meno note, che in circostanze dolorose hanno concluso quest’anno la loro esistenza tra noi: vittime sul lavoro, sulle strade, sulle montagne, vittime delle malattie e anche della violenza che acceca i cuori. Una preghiera particolare vorrei rivolgere al Signore per i ministri della Chiesa che in questo hanno salutato la nostra Chiesa pellegrina sulla terra e sono entrati a far parte della Chiesa celeste. Tra loro in particolare S. E. Mons. Vigilio Olmi, per molti anni stimato vescovo ausiliare di questa diocesi, padre Giulio Cittadini, che ha segnato indelebilmente la storia di questa città, ma anche don Ettore Piceni e don Enrico Andreoli, che il Signore ha voluto con sé quando noi speravamo per loro ancora lunghi anni di fecondo ministero. Sia fatta la sua volontà, secondo il suo misterioso disegno di grazia.

Vorrei concludere elevando un inno di ringraziamento per il tanto bene che in questo anno è stato compiuto, nel mondo e in particolare nella nostra diocesi e nella nostra città. Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero. A volte giustamente è reso evidente, come nel caso del premio Bulloni che ormai da anni a Brescia chiama sul palcoscenico la bontà umile e tenace di uomini e donne abituati a operare dietro le quinte. A loro va tutta la nostra gratitudine. Ma il nostro ringraziamento deve giustamente allargarsi e raggiungere gli uomini e le donne delle istituzioni: amministratori, forze dell’ordine, personale dei servizi pubblici; gli uomini e le donne degli ospedali, delle scuole, di tutti gli ambienti di cui il vivere sociale ha bisogno. Non dimenticheremo, infine, l’eroico esercito dei volontari, che dimostrano nei fatti quanto sia insensata e comunque non assoluta la regola dell’interesse e del tornaconto.

Il ringraziamento si fonde nella lode rivolta Dio, nel Te Deum che sale riconoscente e adorante verso di lui. È lui che custodisce il mondo da ogni male. È lui la fonte perenne del bene. È lui che guida l’umanità sulla via della pace. È lui che permette ai cuori degli uomini di non perdere mai la speranza. A lui sia gloria, nei secoli dei secoli. Amen

Quella bellezza che nutre

“Nutriti dalla bellezza”: la nuova lettera pastorale del vescovo Tremolada per l’anno 2019/2020. Tema centrale è quello dell’eucaristia. “Una lettera che è anche sociale” sottolinea don Carlo Tartari, vicario per la pastorale e per i laici

“Sono convinto che al cuore della missione della Chiesa ci sia l’Eucaristia. Non sono certo il primo a pensarlo, ma mi fa piacere dichiararlo. L’Eucaristia è un nucleo incandescente, una sorgente zampillante, una realtà misteriosa che permette alla Chiesa di essere veramente se stessa per il bene del mondo. Mi piacerebbe far percepire a tutti questa verità”. Si apre con queste considerazioni la seconda Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada “Nutriti dalla Bellezza. Celebrare l’Eucaristia oggi”. La liturgia cristiana, celebrata nella verità, che rappresenta una delle grandi strade dell’evangelizzazione è al centro delle riflessioni che il Vescovo, a due anni dalla sua nomina a Brescia, affida alla sua Chiesa. Sin dalle prime pagine della nuova Lettera pastorale si coglie evidente la continuità con “Il bello del vivere” dello scorso anno. Se l’orizzonte comune a cui i battezzati devono tendere è quello della santità, l’eucaristia è una via privilegiata per raggiungerlo.

In questa prospettiva la chiave di lettura che mons. Tremolada propone non è quella dello sguardo nostalgico a un passato che non c’è più (“Il numero dei partecipanti alla Messa domenicale è molto diminuito. Quel che una volta appariva normale, giusto e doveroso, sembra non esserlo più… Perché questa disaffezione crescente?… Occorre però non rimanere prigionieri delle analisi. Soprattutto non bisogna lasciarsi risucchiare. Continuare a parlare di questo fenomeno, infatti, produce inesorabilmente una sorta di sconforto pastorale”, scrive il Vescovo nel prologo), ma quella di un’apertura speranzosa al futuro: “Sono invece convinto – sono ancora parole di mons. Tremolada – che si debba rilanciare, puntando proprio sull’Eucaristia, sul suo valore, sulla sua grandezza e bellezza. Molto dipenderà da come la sapremo celebrare. Le sue meravigliose potenzialità rischiano infatti di venire mortificate da una consuetudine un po’ stanca e forse anche un po’ presuntuosa”. Per questo il Vescovo nella Lettera invita a dedicare l’anno pastorale 2019/2020 a una riscoperta della celebrazione eucaristica, “meno preoccupati del numero dei partecipanti e più del modo in cui essa viene vissuta”.

A questo fine sono orientate le riflessioni di mons. Tromolada, contenute nelle 101 pagine della Lettera pastorale, divisa in sei capitoli: Incanto, l’Eucaristia come liturgia; Irradiazione, l’Eucaristia e il mondo; Mistero, l’Eucaristia come sacramento; Comunione, Eucaristia e Chiesa; Celebrazione, l’Eucaristia celebrata; Festa, l’Eucaristia e il Giorno del Signore. La Lettera si apre con il già citato prologo in cui il Vescovo indica il senso e la ragione dell’intero documento, e si chiude con l’epilogo in cui mons. Tremolada affida all’icona che il monaco Andrej Rublëv ha dedicato alla Trinità, il compito di fare sintesi del mistero cristiano per eccellenza.

Come già ne “Il bello del vivere”, anche nella nuova Lettera pastorale compaiono sei video testimonianze che si possono consultare grazie ad altrettanti QR code presenti nel testo, in apertura di ogni capitolo. A questi “testimoni”, presentati nella colonna che chiude queste pagine, è stato chiesto di raccontare come per loro, nel loro quotidiano l’eucaristia sia appunto incanto, irradiazione, mistero, comunione, celebrazione e festa. Sempre grazie a un Qr code i lettori potranno gustare un filmato sul Tesoro delle Sante Croci, di cui Brescia ricorderà nel 2020 con un Giubileo straordinario concesso dal Papa i 500 anni della nascita della compagnia dei Custodi, e uno invece dedicato all’icona di Rublëv.

“Una lettura superficiale potrebbe indurre a considerare una lettere sull’eucaristia interessante solo per chi ancora frequenta. Va invece ricollocata all’interno nel contesto ampio entro il quale il Vescovo ci chiede e ci aiuta a rileggere il cuore della nostra vita di fede”. Parte da questa considerazione la lettura che don Carlo Tartati vicario episcopale per la pastorale e per i laici dà di “Nutriti dalla bellezza”, la nuova Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada. “Sappiamo – prosegue il sacerdote – che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana che non è chiamata a svolgersi nel chiuso dello spazio del sacro o dei tempi sacri. La vita cristiana è chiamata invece a diventare testimonianza, annuncio e missione proprio nel mondo. E questo il Vescovo lo dice bene”. Con la sua seconda Lettera pastorale, continua don Tartari, mons. Tremolada aiuta a cogliere che c’è un legame profondo tra questa appartenenza, questo vissuto di fede e il mondo in cui il cristiano vive. “Non a caso – continua ancora il vicario per la pastorale e i laici – tra i primissimi capitoli della Lettera ce n’è uno dedicato a irradiazione, l’eucaristia e il mondo, in cui il Vescovo ricorda che l’eucaristia è il cuore pulsante della vita redenta, capace di trasformare la vita del credente, il quale poi vive nel mondo, lo provoca, e fa in modo che il mondo possa vivere non più legato a quelle dinamiche di potere che sono tipiche delle leggi mondane. Si passa dal potere all’amore come cifra per edificare la società”. L’eucaristia allora diventa germe di trasformazione del mondo, della società, delle relazioni, “è un annuncio per il mondo, per il bene del mondo”, afferma don Tartari.

Quelli espressi dal vicario episcopale trovano sintesi in quella che il Vescovo, in “Nutriti dalla Bellezza” definisce come “cultura eucaristica”. “La cultura eucaristica –afferma al proposito don Tartari – è proprio questo: l’essere partecipi del dono dell’eucaristia cambia lo sguardo sul mondo, cambia il modo di pensare, cambia gli schemi di riferimento, ribalta le priorità. Non c’è più solo l’io; c’è un noi, c’è una comunità che è chiamata a essere partecipe di questo dono e questo, nell’azione del credente, del cristiano si trasfonde nell’impegno quotidiano, nella costruzione di una società e di relazioni che non possono prescindere da questo incontro e da questa trasformazione”. E forse proprio dalla mancanza di questa cultura eucaristica nascono tante delle difficoltà, delle sofferenze e delle divisioni che oggi segnano anche le comunità.

“Il Vescovo – sono ancora sottolineature di don Carlo Tartari – questo aspetto lo mette in risalto quando ricorda che dall’incontro con Gesù e con l’Eucaristia nasce proprio la civiltà dell’amore in cui la carità diventa uno stile che si declina in tre modalità: il rispetto per la dignità di ogni persona, la giustizia sociale e la distribuzione delle risorse e, per ultimo, la grande responsabilità che abbiamo per l’ambiente. Il Vescovo chiede, proprio a partire dall’incontro vissuto nell’Eucaristia, di riversare questa carità sui poveri, sulla famiglia, negli ambiti educativi, nel lavoro, nella società…”. Letta in questi termini “Nutriti dalla Bellezza”, a prima vista una Lettera “ad intra” rivela una decisa caratterizzazione sociale, politica nel senso più nobile del termine? “Effettivamente è così – è la conclusione di don Tartari –. Forse definirla una Lettera politica è un azzardo, ma è uno di quegli azzardi che provocano, perché ricostruisce la polis su presupposti diversi da quelli del potere, del dominio e del semplice esercizio dell’autorità. Ricostruisce la polis su un fondamento diverso, nuovo ed eterno come l’eucaristia”.

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Una comunione tra le chiese

Il vescovo Pierantonio ripercorre il viaggio missionario in Brasile dove ha incontrato i sacerdoti fidei donum presenti in America Latina

Eccellenza, che impressione le ha lasciato questo primo viaggio missionario in Brasile?

Si incontra un mondo che è davvero molto diverso dal nostro di cui non si ha idea. Abbiamo incontrato quella parte del Brasile che è l’Amazzonia. Mi hanno colpito per esempio, in particolare, i frutti che non conoscevo in maniera così diretta. Ci dà la chiara percezione della vastità del mondo e di come sia importante non rimanere chiusi nel nostro. La dimensione missionaria in questa maniera davvero si tocca con mano. E l’esperienza della natura e dell’ambiente in cui siamo però incrocia immediatamente le persone che abbiamo incontrato. C’è una disparità sociale visibile anche per chi incontra per la prima volta questa realtà. Si ha l’impressione del peso della storia. Le popolazioni che abbiamo incontrato portano il segno della storia dei secoli. Delle popolazioni che abbiamo incontrato mi ha colpito in particolare la semplicità della vita, il rapporto con la natura e il grande rispetto per l’ambiente in cui vivono, e di conseguenza mi ha anche ancor più preoccupato invece questo modo di procedere almeno da parte di alcuni che tende invece a sottovalutare o addirittura ad annullare questo rapporto. Mi preoccupa l’impatto con una società completamente diversa, troppo esposta alle regole del consumo, alle regole dell’utilizzo delle risorse e secondo fini che non sempre sono positivi. Tornando invece all’aspetto positivo mi ha molto colpito l’ospitalità, l’accoglienza che abbiamo incontrato nelle varie comunità lungo le rive del Rio delle Amazzoni.

Che cosa l’ha colpita di questa Chiesa giovane?

La diversità rispetto alla nostra situazione, rispetto anche alla nostra esperienza di Chiesa. Ci sono alcuni dati che risultano evidenti: una parrocchia è costituita da 30, 50 o 70 comunità. Queste comunità si trovano sparse su un territorio vastissimo, magari lungo le rive del fiume. Il parroco le deve raggiungere attraverso un percorso di giorni in barca. È chiaro che la sua visita avviene quando è possibile, ma poi le comunità continuano con la loro vita e allora c’è bisogno di qualcuno che lì porti avanti la vita della chiesa. Mi ha colpito molto la scelta fatta, soprattutto nella diocesi di Castanhal e di Macapà, sul primato della Parola di Dio: è un forte investimento sulla forza della Parola nel costituire la chiesa e nel creare una mentalità di fede. Mi sembra molto importante. Anche questo mi fa molto pensare e mi convince ancora di più del fatto che anche noi dobbiamo prendere questa strada.

Quali possono essere le ricadute pastorali di questa esperienza?

I nostri fidei donum stanno facendo e hanno fatto sinora una collaborazione molto preziosa e colgo l’occasione per ringraziarli. Quando si viene qui e si sta con loro, ci si accorge di che cosa significa il ministero presbiterale, il farsi carico del cammino delle proprie comunità cristiane, il voler bene alla propria gente ed essere amati dalla propria gente. Questo è veramente confortante. C’è una condivisione di vita che diventa poi parte integrante del proprio essere sacerdoti. Ho visto il desiderio di valorizzare ciò che appartiene alla vita di queste persone, la fatica anche di spogliarsi di qualcosa per poter comunicare il Vangelo in una realtà diversa e il desiderio di riconoscere ciò che il Vangelo sta già operando. Gli incontri sono stati di grande arricchimento. Abbiamo prima pregato insieme e ascoltato il racconto della loro esperienza. Qui abbiamo toccato con mano che la dimensione missionaria della Chiesa è un elemento costitutivo. Adesso si tratta di capire come potremmo continuare in questa direzione. I fidei donum (laici e sacerdoti) sono un elemento originale e molto prezioso della storia della Chiesa bresciana. Mi preme che tutto questo possa proseguire, però occorre capire bene in che modo e secondo quali criteri, certo nella prospettiva di una comunione tra Chiese che oggi è ancora più importante.

Camminando s’impara

Il vescovo Tremolada è arrivato in Brasile per incontrare, nel suo secondo viaggio missionario dopo l’Albania, i fidei donum presenti in America Latina. Don Raffaele Donneschi è l’ultimo dono della Diocesi di Brescia alla Chiesa brasiliana

A 66 anni don Raffaele Donneschi si è rimesso nuovamente in gioco dall’altra parte del mondo. Nel mese di ottobre è ritornato ad annunciare il Vangelo in Brasile, là dove aveva già trascorso un lungo periodo (dal 1982 al 1994) come fidei donum. Nel suo ministero ha svolto diversi servizi: curato a Castenedolo e a Roncadelle, parroco di Zone, curato a Botticino e direttore, dal 2002 al 2012, dell’Ufficio per le missioni. Dal 2011 era parroco del Violino e dal 2012 anche della Badia.

Don Raffaele, com’è stato l’impatto con il Brasile? Quanto è cambiato rispetto alla sua precedente esperienza?

Mi sento ancora troppo nuovo di Brasile per poter esprimere delle opinioni che non siano eccessivamente di pelle e condizionate da una lettura parziale e superficiale… Sono passati 24 anni da quando ho lasciato la parrocchia brasiliana di S. Luzia, situata nella campagna e nella foresta, ora mi ritrovo a Macapà, in una città di 500mila abitanti, capitale dello stato di Amapà, e parroco da tre settimane della parrocchia della Cattedrale, in una realtà quindi che è sempre un po’ anomala rispetto alle altre parrocchie. L’impressione è di un forte ingresso nella modernità, da un lato nell’ipertecnologia (qui si vota da anni utilizzando il computer anche nel più sperduto villaggio amazzonico…) e dall’altro i problemi di sempre: la corruzione è diffusa, la società è molto divisa socialmente ed economicamente, la burocrazia è imperante e asfissiante.

Che tipo di Chiesa sta respirando? Quali differenze e quali analogie trova con le comunità cristiane italiane?

La Diocesi di Macapà risente della sua giovane costituzione: dei circa 50 sacerdoti, solo 14 sono i diocesani locali, le parrocchie sono molto vaste come territorio, quelle extra-urbane, oppure troppo numerose quelle ubicate in città. Essendo la maggioranza del clero di estrazione e formazione molto eterogenea (diocesani locali, diocesani fidei donum da altre Diocesi brasiliane, religiosi di varie Congregazioni e Ordini…) si percepisce la “tentazione” di una pastorale proposta secondo la propria visione di Chiesa e non “Diocesana”, condivisa e progettata insieme (tentazione del resto da cui non è immune nemmeno la nostra Diocesi bresciana… che pure gode di una storia molto antica). Ciò che più colpisce è ancora la forte dimensione della religiosità popolare che spinge molti cattolici a partecipare a devozioni, processioni, benedizioni… Non sempre, però, segue un forte coinvolgimento con le scelte di vita… Certamente bisogna sottolineare il buon coinvolgimento di laici impegnati e corresponsabili che assumono servizi e ministeri nella liturgia, nella pastorale, nella catechesi, nella gestione anche pratica della parrocchia e della comunità… Tra i cattolici impegnati è molto presente la dimensione “missionaria”; si sente parlare molto di “azioni e scelte pastorali evangelizzatrici”, bisognerà poi vedere in concreto quali proposte saranno attuate e, soprattutto, quali saranno i soggetti di questa azione. Un fenomeno per me assolutamente nuovo, mi sembra non ancora visibile in Italia, è costituito dalle “nuove comunità”, mentre continua la forte presenza dei Movimenti ecclesiali. Così definisce le “Nuove Comunità” un articolo della Civiltà Cattolica dell’11 marzo 2017: “Non è ancora chiara la relazione che esiste tra le nuove comunità e i Movimenti ecclesiali. Alcuni li indicano entrambi come realtà associative. Noi siamo dell’idea che i Movimenti ecclesiali abbiano una portata più ampia, e che le nuove comunità abbiano una natura più concreta. Esse sono nate in grande maggioranza dal Rinnovamento carismatico cattolico, che consideriamo un Movimento ecclesiale”. Oggi si calcola che in Brasile vi siano circa 800 nuove comunità: il numero è in continua crescita.

L’incontro con le altre culture è determinante in una società che tende a rinchiudersi… Vale per l’Italia ma vale anche per il Brasile dove la Conferenza episcopale ha espresso perplessità e preoccupazioni sull’elezione di Bolsonaro soprattutto per il tema degli indigeni e dei poveri…

Ho assistito da spettatore alla campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali… Certamente sono state elezioni molto divisive, nella società e anche nel mondo cattolico. La tentazione di escludere le minoranze, gli emarginati, gli immigrati (fenomeno che in Brasile si sta affacciando da poco alla ribalta, soprattutto a causa della situazione tragica del Venezuela) e il calcare la mano sulla questione sicurezza, senza tener conto che l’insicurezza non è causa ma effetto di una società diseguale ha portato l’elettorato a una scelta che desta non poche preoccupazioni, tra cui anche quella di una “svolta militare e autoritaria”. Sono molte le incognite che gravano sul futuro politico di questo Paese, soprattutto perché non è ben chiaro chi sta muovendo la “macchina Bolsonaro”, chi detterà le strategie economiche… di cui in campagna elettorale il neo presidente e il suo entourage non hanno dato con chiarezza le linee guida e prospettive. Quello che sembra certo è che prevarrà un neo-liberismo aggressivo (già si parla di privatizzare le grandi realtà dell’energia che adesso sono in forma partecipata), che le grandi lobbies economiche faranno sentire il loro peso, visto che godono di notevoli numeri di deputati e senatori eletti sotto le loro insegne… A questo proposito è da segnalare un fenomeno, penso tutto brasiliano, della cosiddetta “Bancada Evangelica”, cioè il folto gruppo di deputati (75) e senatori (3) che sono i rappresentanti delle chiese-gruppi chiamati “evangelici” (da non confondere con le Chiese Protestanti) e costituiscono la terza forza parlamentare: si pongono politicamente a destra, e quindi dalla parte del neo eletto presidente, pure lui “evangelico”.

Che servizio l’attende? Perché ha scelto di ripartire?

Il vescovo dom Pedro José Conti, bresciano doc e mio compagno di ordinazione, mi ha nominato parroco della parrocchia della Cattedrale di S. José, che è Patrono anche della Diocesi e dello Stato. Sono parroco da tre settimane e mi sto guardando intorno. Della Parrocchia fanno parte l’antica Cattedrale seicentesca (unico ricordo della colonizzazione portoghese insieme alla Fortezza che domina il Rio delle Amazzoni) dove si celebra la Messa da lunedì a venerdì, a mezzogiorno… e la chiesa di S. Antonio molto venerato da queste parti. La parrocchia è nel quartiere del centro e occupa la zona commerciale della città… ci sono più negozi che abitazioni residenziali e in parrocchia ci sono molti volontari e laici che per vari motivi confluiscono in Cattedrale… La sfida sarà quella di “scoprire” anzitutto i parrocchiani residenti e coinvolgerli nel cammino di comunità, in una parrocchia del resto già ben organizzata nelle varie pastorali e nei servizi. Perché ripartire? L’amico dom Pedro era rimasto senza parroco della Cattedrale e mi ha provocato con una richiesta di aiuto, io ricordavo ancora il portoghese e ho pensato che forse potevo ancora “tappare un buco” per qualche anno… Il vescovo Pierantonio ha condiviso la proposta e mi dato il “mandato”. Se Dio parla ancora attraverso i segni e le persone, vuol dire che doveva essere Macapà il luogo dove svolgere il mio ministero per quanto il Signore vorrà ancora concedermi.

Paolo VI, discepolo del Signore

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada al Santuario del Divino Amore a poche ore dalla canonizzazione del beato Paolo VI

Il momento che abbiamo tanto atteso è arrivato. Siamo a poche ore dalla canonizzazione di Paolo VI, il papa della nostra terra bresciana. Domani sarà proclamato santo davanti al mondo, insieme ad altri uomini e donne che hanno dato una straordinaria testimonianza di fede.

I sentimenti che ci hanno accompagnato in questi mesi di attesa si mescolano in quest’ora vigiliare: sono sentimenti di lode e gratitudine, di sincera ammirazione, di comprensibile fierezza, di affettuosa familiarità. Paolo VI è stato un grande papa, che ha esercitato il suo formidabile compito da santo, cioè in modo esemplare. Nel suo ministero ha lasciando trasparire chiaramente la forza e la bellezza del Vangelo. Molti nella Chiesa sono già consapevoli della sua grandezza. Altri ancora, sempre di più, lo saranno negli anni a venire. È caratteristica propria della personalità di Paolo VI e della sua santità di non imporsi immediatamente ma di svilupparsi col tempo. Paolo VI crescerà, in stima, affetto e devozione.

Noi che siamo qui oggi possiamo però dire di lui qualcosa di unico, qualcosa che va considerato particolarmente suo e particolarmente nostro. Possiamo cioè ricordare qui, nella città di Roma che lo vide papa, i luoghi che egli ha frequentato da ragazzo, i luoghi della sua infanzia e giovinezza, luoghi cari a lui e a noi. Sono Concesio, Verolavecchia, Rodengo, Nuvolera, Ponte di Legno; sono il Santuario delle Grazie, il Santuario della Stella, la Pace, S. Bernardino in Chiari, l’Eremo di Bienno, l’Eremo di Monte Castello. Chi di noi non conosce questi luoghi? Ad altri questi nomi suonerebbero ignoti, ma non certo a noi. Sono i luoghi dove Paolo VI è stato, dove ha vissuto, dove è cresciuto, dove è passato. Sono i luoghi dove vivono tuttora molti di coloro che sono presenti a questa celebrazione e che lo saranno a quella di domani. Sono i luoghi del popolo di Dio che abita in terra bresciana. Ebbene, proprio questo popolo è oggi felice di riconoscere in Giovanni Battista Montini un proprio figlio e volentieri fa memoria del suo passaggio nella sua terra di monti, di valli, di laghi e di pianure.

Non siamo giunti impreparati a questo appuntamento. Abbiamo riempito l’attesa di preghiera e di meditazione. Ci ha accompagnato una bella immagine di Paolo VI: un potente raggio di luce illuminava il suo volto, lo faceva emergere da uno sfondo buio e ne faceva risaltare lo guardo mite e profondo. Una frase da lui scritta, molto efficace, campeggiava a commento: “Alla fine della mia vita vorrei essere nella luce”. Ora possiamo dire che questo suo desiderio si è avverato. Tra poco egli sarà davvero e per sempre nella luce. Lo sarà in verità più per noi che per lui. Egli, infatti, ha gustato la pienezza della vita dei risorti sin dal momento della sua dipartita. Noi invece solo ora ne abbiamo guadagnato piena e ufficiale consapevolezza. Solo ora lo possiamo annoverare con gioia tra i veri servitori di Dio, nostri amici e intercessori.

Paolo VI è stato uomo ricco di sapienza. Le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura di questa celebrazione eucaristica dipingono bene la sua figura di pastore e di maestro. “Pregai e mi fu elargita la prudenza – si legge nel Libro della Sapienza – implorai e venne in me lo spirito di sapienza … L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce … Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni, nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”. Uomo del dialogo e della modernità, capace di leggere i segni dei tempi, Paolo VI ha dato alla Chiesa e al mondo una testimonianza straordinaria di amore per la verità e per l’umanità. È stato un uomo saggio e onesto. Illuminato e coraggioso. Ha guidato con straordinaria lungimiranza il Concilio Vaticano II, in costante ascolto dello Spirito santo, conducendolo alla meta del suo cammino.

Soprattutto Paolo VI è stato un discepolo del Signore. Conquistato da lui, dal suo volto e dalla sua rivelazione, egli lo ha seguito sino alla fine: “Cristo tu ci sei necessario – ha proclamato in una celebre suo discorso – Tu ci sei necessario per conoscere il nostro essere e il nostro destino, per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità, per ritrovare le ragioni vere della fraternità degli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”. Cristo, tu ci sei necessario! L’intera vita di questo grande testimone dimostra come egli abbia accolto con lo slancio totale del suo animo l’invito che è risuonato nell’odierna pagina evangelica: “Se vuoi essere perfetto, vieni e seguimi”. Come l’apostolo Pietro, anche Giovanni Battista Montini, il papa bresciano che sognava la civiltà dell’amore, ha potuto dire con verità: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. È stato un uomo dal cuore libero, realmente povero, purificato da un esercizio quotidiano di umiltà, ultimo di tutti mentre occupava il posto più alto. Non mancarono a lui le prove, e queste fecero di lui un vero uomo di Dio, un discepolo mite e tenace di Cristo. Egli seguì il suo Signore in piena fedeltà, salendo alla fine con lui sulla croce ed entrando nella gloria della risurrezione.

Forse anche per questo ebbe l’onore di chiudere il suo cammino su questa terra il giorno della Trasfigurazione del Signore. Lui che desiderava alla fine essere nella luce, fu accolto tra i santi nella festa che, insieme alla Pasqua, più richiama la luce: luce amabile e vittoriosa, luce che trionfa sulle tenebre, luce che rischiara il cammino, luce che dischiude il vero senso delle cose. Nella tua vediamo la luce – dice il salmo, pensando al mistero santo di Dio. Così fu per Paolo VI. Lo dimostrano le prime toccanti parole del suo testamento: “Fisso lo sguardo verso il mistero della morte e di ciò che la segue nel lume di Cristo, che solo la rischiara, e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità che per me è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce”. Quale forza straordinaria assumono queste parole mentre le ascoltiamo in questo momento, a poche ore dalla canonizzazione di chi le ha pronunciate. Esse sono per noi una testimonianza e una consegna. Ci conceda il Signore di accoglierle in eredità, insieme con la dolce memoria di questo illustre figlio della Chiesa bresciana e della sua amata terra.

Politica: la formazione è d’obbligo

“Migranti: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Una sfida possibile?” Questo il tema scelto per l’anno 2018-19 dalla Scuola di formazione all’Impegno sociale e politico della Diocesi di Brescia, che aprirà i lavori sabato 27 ottobre con il saluto del Vescovo, mons. Pierantonio Tremolada.

“Migranti: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Una sfida possibile?” Questo il tema scelto per l’anno 2018-19 dalla Scuola di formazione all’Impegno sociale e politico della Diocesi di Brescia, che aprirà i lavori sabato 27 ottobre con il saluto del Vescovo, mons. Pierantonio Tremolada.

“La scuola di politica che la Diocesi propone da ormai qualche anno ai giovani fino ai 35 anni è l’impegno che la Chiesa bresciana offre ai giovani che vogliono impegnarsi in politica con un taglio particolare, seguendo la dottrina sociale della Chiesa” spiega Enzo Torri, Vicedirettore dell’Ufficio per l’Impegno Sociale.

Ogni anno la scuola di Formazione, che si rivolge ai giovani dai 18 ai 35 anni interessati all’impegno socio-politico, adotta un tema cardine della vita comunitaria e lo affronta in un percorso formativo.

“In questo percorso – continua Torri – si vuole offrire una lettura articolata in 10 incontri che possono consentire il discernimento da parte di chi frequenterà il corso per comprendere i fenomeni attuali, comprendere il problema e capire fino a che punto questo problema ci toccherà in futuro”.

Quest’anno il corso si proporrà di rispondere ad una serie di domande più che mai attuali: quali sono i volti dell’immigrazione in Italia? Quali sono i numeri tra percezione e realtà? Qual è la situazione geopolitica delle migrazioni? Che tipo di risposte può dare la politica a questo fenomeno?

“Una scelta concreta e molto operativa che la diocesi ha messo in campo” sottolinea Silvano Corli, Direttore della Scuola di Formazione. “Quella di un’educazione e una formazione dei giovani per affrontare i problemi forti che si presentano nelle nostre comunità con maggiore consapevolezza e maggiore preparazione.”

Da qui l’importanza di scegliere un argomento, quello dell’immigrazione, che tocca tutte le comunità e pone l’urgenza di un approfondimento puntuale per fornire gli strumenti adatti ad affrontarlo nell’immediato futuro. “Noi viviamo una situazione nel presente – continua Corli – e la vivremo ancora di più nel futuro, dove il tema dell’immigrazione sarà un tema con il quale ci dovremo confrontare. Il rischio è confrontarsi con paura e timori che non sono fondati su dati concreti, quindi per noi è fondamentale la conoscenza della realtà in modo tale che ogni scelta sia compiuta in base alla conoscenza e non in base alla paura”.

Gli incontri proseguiranno fino a sabato 25 maggio 2019, tra interventi e testimonianze. Tra i relatori Valerio Corradi, docente di Sociologia del territorio, il giornalista di Avvenire Nello Scavo (nella foto), Matteo Villa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, la direttrice del CIRMIB Maddalena Colombo e una tavola rotonda con i parlamentari bresciani coordinata da Anna della Moretta del Giornale di Brescia.

L’iscrizione si effettua online, entro venerdì 19 ottobre, tramite il form raggiungibile dal sito oppure sulla pagina Facebook scuola.politica.brescia. La quota di iscrizione è di 60 euro, agli studenti è riconosciuta una riduzione del 50%.

Pellegrini nella terra di Gesù

Le impressioni e le riflessioni del vescovo Tremolada al termine del pellegrinaggio in Terra Santa, col desiderio di tornarci con i giovani

Dal 21 al 28 giugno scorso mons. Tremolada ha presieduto il suo primo pellegrinaggio da vescovo di Brescia. Con lui hanno condiviso l’esperienza in Terra Santa 160 bresciani. All’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, prima di imbarcarsi sull’aereo che lo avrebbe riportato in Italia, ha tracciato un bilancio di questo pellegrinaggio che l’ha visto passare e sostare in preghiera tra molti dei luoghi che hanno segnato la vita terrena di Gesù.

Eccellenza, perché è importante compiere un pellegrinaggio in Terra Santa?

Il pellegrinaggio in Terra Santa è importante perché oltre all’esperienza dell’ascolto della Parola consente anche quella della vista. Personalmente credo molto nell’interazione tra la lettura del testo biblico e la visione dei luoghi biblici. Vedere ci permette di dare al testo che ascoltiamo, alla narrazione del mistero di Gesù, il suo ambiente. Questo è un aspetto molto importante in vista di una comprensione più autentica di ciò che i Vangeli, in particolare, e più in generale la Bibbia, raccontano.

Esiste il rischio che le persone che vivono l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa possano restare disorientate da una possibile discrepanza tra l’idea che si erano fatte di questi luoghi e la loro realtà…

Credo che un certo disorientamento possa essere anche salutare: purifica l’immaginazione e contribuisce a dare anche una scossa salutare, permettendo di stabilire un collegamento tra ciò che abbiamo ascoltato e ciò che realmente è accaduto. Vedere ambienti e siti come Nazareth, Cafarnao, Cana (anche se alcuni più di altri richiedono un certo sforzo di immaginazione per i cambiamenti che hanno conosciuto nel corso dei secoli) aiuta a creare il contesto giusto per la lettura e la corretta comprensione di tanti brani.

Il pellegrinaggio in Terra Santa è un’esperienza particolare, probabilmente diversa da quella in tanti altri luoghi della fede. Quali sono le condizioni per affrontarlo?

L’esperienza del pellegrinaggio va divisa in tre momenti. C’è quello della preparazione che consiste soprattutto nel disporsi a vivere un’esperienza che ancora non si conosce appieno e che chiede al pellegrino anche la disponibilità a lasciarsi colpire, interpellare da quello che vedrà. Si tratta di una predisposizione spirituale, che porta con sé la disponibilità ad alimentare un desiderio e a purificare l’immaginazione. È poi necessario maturare la convinzione che l’esperienza del pellegrinaggio sarà un dono, anche se questa dimensione la si percepisce soprattutto dopo averla vissuta. C’è poi il secondo momento, quello del pellegrinaggio dove è necessario vivere ciò che di giorno in giorno succede e ciò che il cammino propone, anche con un po’ di senso di sorpresa e lasciandosi scuotere in senso positivo, disposto anche a rivedere alcune delle convinzioni precostituite. Il terzo momento, molto importante, è quello in cui andare con la mente a quello che si è vissuto, tornare con il ricordo sui momenti principali o che il pellegrino ha percepito come significativi e su quelli che sono stati i luoghi fondamentali.

Quella appena conclusa è stata la sua prima esperienza in Terra Santa come Vescovo di Brescia, con un gruppo di 160 pellegrini. Cosa le ha lasciato?

Più volte sono stato pellegrino in Terra Santa. Vivere, però, questa esperienza da Vescovo, con un numero così consistente di pellegrini ha un sapore del tutto diverso. Sono state giornate per me molto arricchenti e significative; ho gustato in modo particolare le celebrazioni che abbiamo vissuto insieme.

Santità, orizzonte del nostro futuro

Nell’incontro con i vicari zonali, il Vescovo ha sottolineato i temi del prossimo anno pastorale per il quale sta scrivendo una lettera dedicata alla santità

“Mi piacerebbe che la santità diventasse l’orizzonte dei prossimi anni, l’orizzonte verso il quale cammineremo. Anche perché la santità è la forma autentica dell’umanità, è l’umanità trasfigurata è il convivendo del progetto originario di Dio sull’umanità stessa; è l’umanità nella luce della grazia; è l’umanità redenta che porta a compimento il progetto sull’umanità creata”. Così si è espresso il vescovo Pierantonio nell’ultimo incontro con i vicari zonali. Nel suo intervento ha ribadito anche l’intenzione di trovare parole nuove per ridare significato e vitalità a un termine, santità, che “crea immediatamente distanza soprattutto da parte dei giovani: la parola santità non dice molto ai giovani, ma neanche ai nostri adulti, dichiara qualcosa di suggestivo e interessante ma distante. Occorrerebbe recuperare quest’aspetto, che cioè si tratta di qualcosa che ci riguarda, è la forma bella della vita”.

Il titolo della Lettera, nelle intenzioni, vuole recuperare la bellezza della vita come dimensione costitutiva della santità. Il punto di partenza sarà la preghiera, che rende concreta la santità. “L’anno prossimo ci concentreremo sulla preghiera. Parleremo della preghiera come costitutiva della santità stessa”. Negli anni successivi verranno toccati alcuni aspetti, in particolare l’eucaristia e la celebrazione domenicale, la dimensione dell’interiorità e la dimensione comunitaria. Saranno accennati già nel testo della Lettera, perché Tremolada vuole “superare l’idea che la trattazione di un solo argomento accantoni gli altri”.

La scelta di parlare della santità è nata prima dell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate di Francesco, ancora durante l’omelia di ingresso di Tremolada. “La nostra pastorale deve avere due binari fondamentali ovvero concentrarsi sullo sguardo di Cristo e avere la santità come stile di vita e come elemento qualificante della Chiesa nel suo rapporto con il mondo. Il mondo fa fatica a capire cosa significhi che la Chiesa è apostolica e cattolica, ma quando capisce che è santa allora… Paolo VI diceva che abbiamo bisogno di preti santi non di maestri. Mi piacerebbe nei prossimi anni camminare insieme nella santificazione personale e come Chiesa. E poi tutto questo si è intrecciato anche con la bella e attesa notizia della canonizzazione di Paolo VI”.

Tremolada ridisegna la diocesi

Gli strumenti e il metodo di lavoro a cui sta pensando il vescovo Tremolada per una Chiesa che voglia essere veramente espressione del popolo di Dio. Leggi l’intervista.

Con una semplificazione giornalistica si potrebbe dire che quella intrapresa dal vescovo Tremolada è una vera e propria “riforma istituzionale” nella riorganizzazione di quegli organi su cui può contare nella guida della diocesi. Sin dal suo arrivo non ha perso occasione per indicare nella sinodalità la strada per assolvere al compito episcopale che papa Francesco gli ha assegnato, indicandolo il 13 luglio dello scorso anno quale 122° Vescovo di Brescia. E alla sinodalità ha voluto informare questo importante percorso di cambiamento, condividendo e confrontandosi su una ridefinizione della composizione e dei compiti del consiglio episcopale (il governo del Vescovo). Una riflessione analoga mons. Tremolada l’ha avviata anche sul consiglio presbiterale e su quello pastorale diocesano (i due rami del parlamento, sempre per restare nel campo della metafora politico-istituzionale). Quello intrapreso dal Vescovo è un cammino ancora in corso, segnato da alcuni momenti forti di condivisione e del confronto, come ha sottolineato lo stesso mons. Tremolada in questa intervista che si è aperta con una riflessione sulla sinodalità, la stella polare del percorso avviato.

Una della parole chiave di questa prima parte del suo episcopato a Brescia è “sinodalità”. Cos’è e come può essere vissuta all’interno della nostra Chiesa?

Sinodalità è il camminare insieme del popolo di Dio. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questa espressione, intuiamo che esistono condizioni necessarie a questo camminare insieme. La prima è quella di sentirsi popolo di Dio, come messo in evidenza dal Concilio Vaticano II. Dobbiamo sentirci un gruppo di persone che si riconoscono unite in ragione della fede. La seconda è quella del procedere in una stessa direzione, verso la stessa meta, compiendo un percorso ordinato, condiviso. Senza il recupero di queste dimensioni è difficile comprendere cosa sia la sinodalità.

La sinodalità non è solo un modo di camminare insieme che necessità, però, anche di strumenti che la recepiscano. Al proposito nelle scorse settimane lei sta lavorando a un progetto molto dettagliato. Quali sono le sue linee e il metodo di lavoro con cui intende realizzarlo?

La sinodalità, oltre che un modo di essere, rimanda anche a un’azione che richiede strumenti: gli organi di sinodalità. Mi preme, però, ricordare che per definizione il Vescovo all’interno della Chiesa non è colui che comanda. È, invece, colui che serve: il suo compito nei confronti di quella porzione di popolo di Dio di cui è pastore è quello di mettersi al suo servizio perché possa sentirsi tale e camminare nella direzione che Dio desidera. Il servizio di un Vescovo consiste nel prendere quelle decisioni che consentano di realizzare questo cammino. Si tratta di decisioni che domandano un pensiero, una valutazione. Nella Chiesa, insieme al Vescovo, esistono persone che si assumono questo compito in maniera più precisa. Si tratta dei membri dei consigli episcopale, presbiterale e pastorale diocesano. Gli ultimi due hanno una funzione consultiva perché, insieme al Vescovo, sono chiamati ad affrontare i temi, gli argomenti e le domande con un respiro più ampio. Il consiglio episcopale, poi, assume con il Vescovo il lavoro svolto dai primi due organismi per aiutarlo a giungere a quella parola ultima e definitiva che ha appunto la forma della decisione per il bene del popolo stesso.

La delicatezza del compito a cui è chiamato il consiglio episcopale ha richiesto un di più di confronto e di condivisione?

Sì, mi sono fatto molto aiutare e ho cercato, in coscienza, di mettermi in ascolto di ciò che il Signore mi chiedeva. Il consiglio episcopale deve essere composto da figure che svolgono un ruolo importante proprio in vista di quell’azione di orientamento e di governo del popolo di Dio che, nel nome del Signore, sono chiamato a svolgere. Ha individuato alcune figure che anche lo stesso codice di diritto canonico prevede, dando però loro una connotazione abbastanza precisa. Ho pensato alla figura del vicario generale e a quelle dei vicari per il clero, per la vita consacrata, per la pastorale e per i laici (anche se su questa figura è necessario ancora un momento di riflessione), per l’amministrazione a cui affidare tutta la parte riguardante la gestione dei beni che la Chiesa possiede per la sua missione, e a quattro vicari territoriali, per un rapporto più diretto con le parrocchie e le unità pastorali.

Quali saranno le competenze di questi vicari territoriali?

I vicari territoriali saranno presbiteri scelti appositamente per una missione ben precisa e un incarico particolarmente rilevante. Saranno vicari episcopali a tutti gli effetti e non semplici vicari per il clero; figure il cui compito è stato individuato anche sulla scorta dei momenti di confronto avuti con il consiglio presbiterale e quello pastorale diocesano. Saranno in raccordo costante con il Vescovo, rappresentandolo a tutti gli effetti nel territorio in cui operano. Avranno a loro volta compiti di coordinamento e di guida dei vicari zonali: li riuniranno periodicamente per verificare il cammino di Chiesa in quella parte di diocesi loro affidata; saranno poi loro ad aiutare il Vescovo e il vicario generale nella destinazione dei sacerdoti e dei diaconi e ad accompagnare il cammino delle unità pastorali che ancora non sono state costituite e a verificare il loro cammino laddove esistono. Avranno poi il compito di operare un raccordo costante con le autorità civili. (Saranno quattro, secondo lo schema territoriale presentato in queste pagine, ndr) .

Nel suo progetto, infine, c’è anche un pensiero per il consiglio presbiterale e per quello pastorale diocesano…

La sinodalità trova in queste realtà due organi particolarmente importanti. A me preme che si affini sempre più al loro interno un metodo di lavoro condiviso ai fini dell’efficacia della loro azione. Credo molto nella necessità di identificare insieme gli argomenti e i temi sui cui avviare il confronto, così come in un’accurata preparazione delle sessioni di lavoro attraverso una riflessione elaborata da commissioni che andranno costituite, così che tutti i membri possano farsi una propria, chiara e precisa idea di ciò che si andrà poi a discutere insieme, in vista delle decisioni che il Vescovo dovrà assumere.