Santa Rosa Venerini: pienezza di umanità

Abbiamo celebrato anche quest anno la festa in onore di S. Rosa Venerini, fondatrice delle “Maestre Pie Venerini”, anticipando con la novena e la preghiera del S. Rosario. 

La Chiesa ci ha fatto dono di questa memoria e noi ringraziamo il Signore, autore della Santità: la celebrazione dell’Eucaristia è il grande rendimento di grazie. Domenica sei maggio la S. Messa della sera, pur mantenendo le letture della sesta domenica di Pasqua, ha dato spazio al ricordo di S. Rosa,  che aveva ben compreso la parola di Gesù “rimanete nel mio amore” e “voi siete miei amici” e vi ha risposto cercando di amare come Cristo, che l’ha scelta per amore.

Nell’omelia, il parroco ha illustrato la figura di S. Rosa nel suo cammino di santità. Ha fatto notare come con il Battesimo ciascuno di noi è chiamato a realizzare la santità.

Non ci vengono richieste cose straordinarie, ma la costruzione dell’ “uomo nuovo”, con il raggiungimento della piena maturità a somiglianza di Gesù. 

É quello che ci propone S. Rosa Venerini nell’oggi che stiamo vivendo: portare frutti di amore ed essere nella gioia per realizzare in pienezza la nostra umanità. In questo consiste il cammino quotidiano verso la santità.

Le suore Maestre Pie Venerini di Leno

Vivere in pienezza il cristianesimo

Alcune parole di papa Montini determinanti nella vocazione sacerdotale di mons. Piero Bonetta

Quando l’Europa vedeva affacciarsi all’orizzonte il ’68, entravo nel Seminario in via Piamarta a Brescia. Tutto era messo in discussione. Non si salvò neppure la Chiesa. Dal 1971 al 1981 trascorsi presso il Seminario in via Bollani gli anni necessari per la preparazione al ministero sacerdotale. Alla guida della Chiesa la Provvidenza aveva scelto il grande Paolo VI, il Papa della mia giovinezza. Non si erano ancora spenti gli umori del ’68 che Brescia il 28 maggio 1974 verrà colpita nel suo cuore da un atto efferato. Il clima politico era infuocato e le conseguenze raggiunsero anche la Chiesa: chi non ricorda i frequenti attacchi al Santo Padre e i falò della sua effigie. Ebbi il tempo di affezionarmi al Papa, alla sua dottrina, al suo verbo, alla sua maniera di trasmettere i suoi pensieri, alla sua voce, alla sua poesia, alla sua preghiera, alla sua cultura e alla sua profezia. Terminate le superiori nel 1975, ritornai in Seminario con l’incarico di prefetto presso i ragazzi della scuola Media Arici. Per ragioni legate a problemi familiari coniugati a motivazioni inerenti al mio cammino vocazionale e affettivo, decisi di lasciare il Seminario. Nell’attesa di poter partecipare a un concorso relativo agli studi effettuati ripiegai su un lavoro in un’officina. Il tempo trascorreva e, nonostante mi vedesse impegnato sia in Oratorio che in Parrocchia, aveva coperto con la polvere delle ore che passavano l’idea del “sacerdozio”. Una sera di maggio del 1976, rientrato dalla preghiera del rosario presso il Santuario della Stella, mi capitò tra le mani un “ciclostilato” che recava in calce “Vivere in pienezza il cristianesimo, Roma – Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes, 23 febbraio 1964”. Presi il foglio e mi misi a leggere.

Riporto qui la parte che mi toccò: “‘Perché il Papa è venuto da noi? Cosa è venuto a fare?’. Sarebbe lungo dire perché, anche se il gesto è facile e l’azione è breve e finisce subito. Lo scopo è profondo e difficile e grave e, direi, decisivo. Sono venuto – possiamo dirlo con una parola metaforica? – a svegliarvi, come la mamma sveglia il suo bambino e dice: ‘Presto, sorgi, che è l’ora!’. Come una chiamata alle armi: ‘Svegliatevi, venite che c’è bisogno di combattenti, di militari!’. O qualsiasi altra chiamata che scuota il sonno di qualcuno, tragga dal letargo di una pigrizia, di una incoscienza che non si giustifica. E così io sono venuto a risvegliare in voi la coscienza cristiana, la vita cristiana… tutta l’economia divina che viene in nostro soccorso e nostra salvezza si delinea nelle parole appunto della Sacra Scrittura come una vocazione, come un appello, come una chiamata, come un risveglio: ‘Vivete, fratres, vocationem vestram’ dirà san Paolo, e lo ripete in tante sue lettere, in tante sue parti. Dovete capire che pende sopra di voi un appello, una chiamata, una voce. Viene giù dal cielo un grido che dice: svegliati! Guarda che non è soltanto la vita che stai strisciando sulla terra il tuo destino. Io ti chiamo, io ti voglio estrarre quasi da te stesso per sublimarti e per darti un altro senso della vita, un altro destino, un’altra maniera di concepire i tuoi giorni. Io ti chiamo… ”. Quella fu una notte difficile per me ma anche di grande illuminazione. Gli interrogativi e i dubbi produssero una crisi profonda. Decisi di riprendere i contatti col Rettore del Seminario e con il Padre spirituale. Com’è andata? Quest’anno festeggio felicemente i 37 anni di sacerdozio.

Narrare la pienezza

Voglio fare un tentativo: guardarmi all’indietro fino ad ottobre e cercare di evidenziare a grandi linee alcuni temi emersi nei gruppi famiglia nel corso di questo anno pastorale, nei quali abbiamo raccontato noi stessi, la nostra gioia di vivere e le nostre stanchezze alla luce dell’Amoris Lætitia di papa Francesco, in un periodo coì intenso per la Chiesa, spronata più volte dal papa stesso a mettere al centro la famiglia nelle nostre riflessioni e soprattutto nella nostra società. Sulla scia anche dei Sinodi sul tema, i nostri gruppi, nel loro piccolo hanno dedicato alla famiglia iniziative e riflessioni: la scelta di rimettere al centro la famiglia chiede una visione carica di speranza e di coraggio, un nuovo annuncio in un contesto di crisi e di valori che ha cambiato soprattutto le relazioni fra le persone e di conseguenza, la famiglia stessa.

Ci siamo chiesti, in questo passaggio così delicato, cosa come famiglie possiamo fare. Più di quanto fosse in passato, oggi sono centrali le relazioni o meglio la cura di esse. La solidarietà fra formazioni sociali, tra cui la famiglia, e quella fra le generazioni sembra minata dalle scelte delle persone: figli che scelgono la convivenza invece del matrimonio, genitori che non battezzano i propri figli, cioè i nostri nipoti, situazioni di fragilità che segnano la vita, che fuggono l’orizzonte del “per sempre”, perché troppo difficile.

Sappiamo che il cambiamento di partner o di famiglia, salutato all’inizio da un misto di entusiasmo e di rassegnazione (piuttosto che continuare così meglio…) produce sovente situazioni complicate, si scontra con diritti sacrosanti di coniugi e figli, genera vite aggrovigliate anziché essere via per una nuova felicità.

In questo, l’annuncio della Misericordia per le famiglie deve passare attraverso la vicinanza e la solidarietà senza pregiudizio. L’accogliere è un duro banco di prova per tutti, ma solo così possiamo costruire una solidarietà nuova, evangelica e capace di salvare la nostra vita. È in virtù di quello che abbiamo ricevuto, di Colui che abbiamo incontrato, del sentirci amati così come siamo, che possiamo sostenere le prove della vita senza perderci; è grazie alla ricerca ostinata di comunità ancora aperte e vive, che cerchiamo, pur nelle fatiche, di trovare le ragioni che ci uniscono Agli altri più che quelle che ci dividono.

Questa santa fatica ci avvicina agli altri per sentirci fratelli, e allo stesso tempo ci fa trovare Dio che cammina nelle nostre strade, che ancora oggi ci raggiunge attraverso i poveri, le difficoltà, i momenti lieti oppure in quelli più bui. È una presenza silenziosa, la sua al nostro fianco, e chiede a noi di raccontare questa esperienza. Siamo chiamati ad essere narratori di una pienezza, perché Gesù è venuto a portarci la vita e ce la dona in abbondanza. Per questo non ci vogliamo stancare, ma con coraggio, animati dalla fede, siamo pronti per un nuovo anno pastorale, in cui proveremo a metterci in campo per poter essere luce di misericordia e piccoli testimoni del Suo vangelo nella nostra comunità.