Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Voi dunque pregate così: “Padre nostro…” (Mt. 6,9)

Ho un ricordo di quando ero catechista. Avevo introdotto una riflessione sul “Padre nostro”.

Alla fine dell’incontro, Anna si avvicinò ed esordì raccontandomi di quanto le piacesse, da piccola, recitare il “Padre nostro” con mamma o nonna, poiché, sembrandole una poesia piuttosto lunga, era felice d’averla memorizzata interamente. Poi Anna, facendosi più seria, mi confidò che quando le parole svelarono il loro significato, l’espressione “sia fatta la tua volontà…” la inquietarono, le suscitarono un senso d’angoscia che ancora sentiva. Se la volontà di Dio, mi disse, fosse quella di privarla dei genitori o della salute, perché avrebbe dovuto pregarlo. Ho capito Anna allora, come capisco oggi chiunque abbia timore di pronunciare a cuore aperto “sia fatta la tua volontà” Siamo umani e la mancanza di coraggio di affidarci totalmente a Dio, nel nostro cammino terrestre, fa parte dei nostri limiti, delle nostre fragilità. Ma è pure vero, che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e non possiamo deturpare o deformare ciò che Egli è. Io sono “Colui che Sono” rivela a Mosè, sul Sinai. “Io Sono” si rende riconoscibile nel volto e nell’agire delle sue creature. (Sia santificato il tuo nome.)

Gesù, ci ha rivelato, insegnandoci a pregarLo, la vera natura di Dio. Dio è Padre. Padre suo e di tutti noi. Dio Padre vuole che il Bene Perfetto o l’Amore regni nel cosmo e nell’umanità intera. Rispetta la libertà e la dignità di ogni essere vivente, al quale è sempre accanto per ogni necessità materiale e spirituale. (Dacci il pane quotidiano). É il Padre che desidera  dai suoi figli l’armonia, resa possibile ogni volta che l’uomo evita d’innescare spirali di  violenza, perdonando le offese ricevute, per essere a sua volta perdonato. (Rimetti a noi i nostri debiti…). L’espressione “non ci indurre in tentazione” sembra allontanare, travisando, il vero messaggio di Gesù, nel “Padre nostro”. É tradizione che venga così recitata perché è il risultato di una traduzione troppo letterale dal latino: “et ne nos inducas in tentationem.” Papa Francesco ha più volte invitato a modificare  questa espressione in “non abbandonarci nella tentazione” perché, sottolinea, “Dio non tende mai tranelli!” Dio Padre non abbandona i suoi figli. Se essi si allontanano, sedotti dal fascino del male, Egli attende che percepiscano la sua vicinanza.

Grande è la tenerezza di Dio.

Ripartiamo dalla preghiera

Santa Messa di apertura della Festa dell’Oratorio 2019

Prima di dar voce alla mia riflessione, compiamo due gesti che diventeranno parte, poi, anche della mia omelia. Il primo è quello che ci vede qui perché quasi incaricati, insigniti di un ruolo di servizio, di una missione; e qui sto parlando di tutti quelli che si sono resi disponibili per dedicare del tempo, energie e risorse, del volontariato durante la festa. Invito, pertanto, quanti fanno parte de turni di servizio e di prendere la maglietta e indossarla. Spieghiamo anche il perché di questo gesto: quando l’abbiamo pensato è sorto il dubbio che si potesse pensare che “questi mettono la maglietta come se fossero superman”. Niente a che fare con questo. Quella maglietta ha il valore della mia stola. E a cosa serve la stola? La stola non è nient’altro che un simbolo che ricorda il grembiule che ha messo Gesù nell’ultima cena quando si mise a servire i suoi discepoli. Questa maglia per noi è il simbolo dell’amore, del servizio e quello che facciamo lo facciamo perché vogliamo imitare Gesù. Il cristiano è colui che si lascia amare da Gesù e percorre i suoi passi, calca le sue impronte.

Il secondo gesto che andiamo a compiere è l’accensione di questa candela. Ogni sera, per sette sere, accenderemo una candela indicando come la nostra festa parta della preghiera. Aggiungeremo ogni sera una candela così che ritmerà il tempo della nostra festa. Ogni sera cominceremo le nostre attività con la preghiera, perché ci sentiamo dei mandati e soprattutto perché dove due o tre sono riuniti nel nome del signore Gesù noi sappiamo che Lui è mezzo a loro. Vorremmo raccontare a tutte le persone che verranno qua che qui c’è Gesù, perché noi lo preghiamo e ci sentiamo raggiunti dal suo amore. Vorremmo raccontare questo e lo faremo ovviamente come saremo capaci, ma perché partiremo da qui.

Ho già messo in evidenza alcuni motivi per i quali noi stasera siamo qui a dare inizio alla settimana dell’Oratorio, sapendo che far festa vuol dire che c’è un qualcosa che ci attira. Più quello che ci attira è forte più raccoglierà gente. L’oggetto della festa, per noi è Gesù. É lui che ci riunisce. In fin dei conti noi perché siam qui stasera? Io ho ben chiaro in testa il perché e ve lo voglio dire con schiettezza. Noi siam qui fondamentale per un’unica cosa: siam qui per pregare e penso che abbiam bisogno di ripartire ancora una volta dalla preghiera. Magari negli ultimi anni siamo stati capaci e bravi a fare anche tante cose. Siam diventati abili a leggere la realtà sociale, a dare un po’ di numeri, a fare alcune proiezioni, a progettare, a diventare tecnologici ma dobbiamo ripartire dalla preghiera. Per quanto potremo essere bravi, o noi partiamo dalla preghiera o altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. Non possiamo solamente fidarci delle nostre capacità: già altre volte ho fatto questa riflessione con voi, non possiamo solamente ottimizzare le nostre risorse ed essere ottimisti per quello che facciamo. La categoria dell’ottimismo non è una categoria cristiana perché l’ottimismo si basa sulle nostre capacità, sulle nostre risorse: finché le abbiamo tutto o quasi, va bene, ma quando non le abbiam più si passa dall’ottimismo al pessimismo. Non sarà che forse c’è troppo pessimismo in giro perché puntiamo solo su di noi? In questo caso, la categoria cristiana necessaria è quella della speranza.

La speranza illumina l’attesa

L’attesa è viva quando io spero perché so che il mio Dio sarà sempre accanto a me e io ho bisogno di incontrarlo, ho bisogno di parlargli assieme, ho bisogno di ascoltarlo e cosa meglio della preghiera può fare questo? Per cui io vi dico che siamo in questa sede per pregare. Per pregare non solo per la festa dell’Oratorio ma per pregare per la nostra comunità e per pregare per la Chiesa intera in questa festa di Maria madre della Chiesa. Abbiamo diversi motivi per pregare: io ve ne elenco alcuni ma ognuno poi avrà i suoi. Il primo è che noi pregando assieme siamo un popolo; il popolo è diverso dalla massa, la massa è senza nome, la massa è generica, il popolo ha la sua identità. Chi siamo noi? Siamo quelli che stanno qui attorno (all’altare), cioè quelli che vengono qua e da qua ricevono la loro forza.

Motivo ancora per pregare: questa mattina ho concluso il percorso della visita agli ammalati, alle persone anziane, e parlando con loro a uno di questi che è particolarmente sofferente ho detto “stasera ti ricordo nella preghiera, ti ricordo nella Messa all’Oratorio. Ti ricordo lì perché hai tante volte frequentato questo ambiente” e chiedo a tutti voi di pregare anche per questa persona. Siam qui, ancora, per pregare per altri motivi; sempre nel giro di questa mattina ho incontrato una signora molto anziana, ora è debole ma ha una grande forza nella sua preghiera. “Ricordo anche te nella preghiera”. Siam qui anche perché vogliamo ricordare una persona che ha voluto bene all’Oratorio, ha voluto bene alla sua famiglia, Maria Teresa, i suoi figli hanno frequentato questo posto, lo frequentano, così come il marito. Bello il fatto che anche molti amici hanno pensato di ricordarla e di far celebrare questa Santa Messa. Volentieri lo facciamo. Abbiam fatto anche un gesto in sua memoria, appunto perché conoscevamo la sua passione per l’educazione, per la crescita, per gli ambienti come questo: le tre piante nuove che abbiam messo nel parco giochi, e per noi la pianta che si semina indica qualcosa di importante, una vita che cresce, farà ombra, sarà segno di una vita che passa attraverso il progetto di Dio e della sua creazione e che manifesta la sua bellezza. Le tre piante che abbiam messo al parco, l’abbiam fatto in nome di Maria Teresa. Per cui ogni qual volta vedremo quelle tre piante ci verrà in mente.

Siam qui, ancora, per pregare per la nostra Chiesa: non so voi ma io che son prete, a volte non so da che parte sbattere la testa: non sappiamo più cosa fare e non basta avere gli ulivi belli, non basta avere tutto pulito, tutto ordinato. Anche se dedichiamo mille ore all’Oratorio, ed è bello averlo così, questo non basta, per cui vi dico mettiamoci in preghiera, chiediamo a Dio che apra una via, che ci aiuti in questo periodo dove io mi sento un po’ smarrito e vedo la riflessione sulla nostra pastorale ecclesiale un po’ smarrita. Tanto impegno, tanto faticare, tante energie, tanta progettazione, tanta passione… sembra quasi che il vento porti via tutto, sembra che serva a poco o per non dire a nulla. E ora non sto qua a citare i numeri e dire chi non vien più e chi viene ancora, ho fatto pace con i numeri. Avverto, però, una preoccupazione non tanto perché i numeri calino o crescano ma perché sembra che ci stiamo allontanando da Dio, almeno nelle nostre priorità. Sembra che stiamo perdendo quel che di più vero abbiamo, il nostro spirito, che va ravvivato, va sostenuto, va curato sicuramente più di tutte queste cose che per quanto possano essere belle e funzionali, non sono compensative della serenità di sentirsi amati. Se non si entra mai là dentro (indica la porta della chiesetta) allora è inutile. Lo dico spesso questo ai genitori quando facciamo gli incontri, ogni qual volta veniamo qua la prima cosa che dobbiamo fare, che diventa fortemente educativa, potentemente educativa, è entrare là dentro, salutare il Signore, ringraziarlo perché ci ha dato l’opportunità di vivere nella nostra comunità. Quando noi entriamo, dietro l’altare abbiamo una bellissima immagine di Maria. Gesù ce l’ha affidata come mamma, come colei che si prende cura di noi. É stato bello che quest’anno un gruppo di persone sia venuto qui a pregare il rosario durante il mese di maggio. Ci possono essere anche mille altre forme di preghiera: quando arriviamo qua vi auguro di fare una cosa prima di tutte: entrare là a salutare il Signore, sua madre che è nostra madre e sentirci fratelli e figli.

L’augurio che posso fare, il più bello, è questo: stasera ripartiamo dalla preghiera, tutto il resto viene dopo. Io son convinto che noi siamo bravi, che ce la caviamo anche in tante cose, che siam capaci a destreggiarci nelle diverse sfide che ci si presentano, ma dobbiamo ripartire della preghiera, altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. E se tutto comincia e finisce con noi qual è il guaio? É che ogni volta devi ricominciare. E invece noi sappiamo che la vita la si è sempre imparata dagli altri, e se noi siam qui è perché qualcuno duemila anni fa ci ha raccontato quello che è accaduto e ha continuato a raccontarlo fino ad arrivare a noi. Ma se noi ci stacchiamo da questo circolo virtuoso, ogni volta bisognerà ricominciare da capo. Se ricominci da capo corri il rischio di perderai dei pezzi e ricomincerai a fare ancora la solita fatica, magari butterai via tante opportunità. Abbiamo una tradizione grande, una ricchezza grande, dalla quale partire: dalla preghiera.

Spiffero

E se fossimo ricordi che si spengono
negli occhi di un uomo che muore,
cosa vorresti fare?
cosa vorresti essere?

Quando questo tempo si sgretolerà in rimorsi,
nell’amara solitudine della memoria –
Quali destini impossibili bestemmierai?
            E se… e se… se solo…

Dacché viviamo in un continuo ricordo
che giorno su giorno stiamo costruendo
Scrivi in ogni stralcio d’istante
la vita che non vorrai rimpiangere.

Cattolica: l’umanesimo cristiano oggi

Il testo della riflessione che mons. Tremolada ha proposto in occasione del Dies Academicus dell’Università Cattolica. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi” il tema scelto

Questo il testo della lectio magistralis che il vescovo Tremolada ha proposto ieri, al Dies Academicus dell’Università Cattolica di Brescia. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi”, il tema scelto per il suo intervento.

“Magnifico Rettore, Illustre Pro Rettore, Eccellenza Reverendissima Signor Assistente Spirituale, Autorità civili, militari e religiose, Stimatissimi docenti, Personale tecnico e amministrativo, Carissimi studenti e studentesse, Voi tutti qui presenti in questa solenne circostanza, è per me un onore, oltre che un piacere, prendere la parola in occasione del Dies Academicus che inaugura l’anno degli studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono, infatti, pienamente consapevole del ruolo che questa Istituzione riveste in ordine all’educazione dei giovani e alla promozione della cultura, nella nostra città in particolare e nel più vasto raggio del territorio circostante. Si tratta di un’Opera che tende ad offrire, con costante sforzo di discernimento, un’esperienza di studio e di ricerca nella quale l’istanza del sapere, coltivata con la rigorosa serietà che le è si addice, mira a coniugarsi sapientemente con la fede, sul presupposto che tra queste non via sia opposizione ma, al contrario, reale e profonda sintonia.

Mi è stato chiesto di condividere qui una riflessione che prendesse le mosse dalla lettera pastorale da me proposta alla diocesi di Brescia per il corrente anno pastorale. In essa ho voluto parlare della santità, considerandola nell’ottica della bellezza e indicandola come la prospettiva in cui porsi per il nostro cammino di Chiesa dei prossimi anni. Che la santità rettamente intesa possa di fatto dar vita ad umanesimo cristiano, da intendere in totale corrispondenza con l’umanesimo tout court, e che quest’ultimo sia chiamato oggi ad assumere una sua singolare configurazione, è quanto costituisce l’argomento di questa mia relazione. Lasciandomi guidare dal titolo stesso, e cioè: Il bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi, intenderei svilupparla in tre momenti. Nel primo vorrei mettere a fuoco il significato del termine santità; nel secondo mostrarne il nesso con l’umanesimo cristiano; nel terzo indicare alcuni elementi a mio giudizio rilevanti che ne possano dimostrare l’attualità.

La santità e il bello del vivere

Ci sono parole che provengono dal mondo della religione e suonano inevitabilmente lontane a chi non lo frequenta. La santità è una di queste. La realtà cui si allude con questo termine suscita normalmente rispetto, ma potrebbe anche creare un certo disagio. Potrebbe cioè evocare una perfezione inarrivabile che poi finisce per giudicarti, o una eroicità al limite delle forze umane davanti alla quale ci si impaurisce, o un’osservanza esemplare propria di un modo a cui ci si sente estranei. Credo sia importante cogliere l’essenza della santità ponendosi nella giusta prospettiva e cioè riconoscendola come il pieno compimento di ciò che tutti noi siamo in quanto appartenenti al genere umano. In altre parole, credo che la santità abbia a che fare con la nostra stessa umanità, presa dal suo lato migliore.

Sono convinto che “Il bello del vivere” possa essere una buona definizione della santità. Mi piace pensare che santità sia il nome religioso della bellezza, quando questa si coniuga con la vita stessa nell’orizzonte della fede. Potremmo anche dire, in prospettiva cristiana, che la santità è l’altro nome della vita considerata nell’ottica di Dio. È, cioè, il lato buono dell’umanità, originario e indistruttibile. È l’umanità così come il Creatore l’ha pensata da sempre; è l’umanità che, ferita dal male, in Cristo è stata redenta, liberata da ciò che la offende, la mortifica e la intristisce; da ciò che la rende crudele, volgare e violenta. È l’umanità che vorremmo sempre incontrare, che non ci farà mai paura, che, al contrario, ci attira, ci stupisce e ci commuove. È l’umanità avvolta nella luce del bene.

Quando la Bibbia parla di santità si riferisce prima di tutto a Dio. Con l’aggettivo qadósh – che in lingua italiana traduciamo con “santo”la lingua ebraica tenta di esprimere qualcosa che è per sua natura inesprimibile, cioè la dimensione trascendente propria di Dio. Se Dio esiste non può essere ricondotto a schemi umani di interpretazione. Diventerebbe un idolo di cui l’uomo può disporre a piacere e a cui non si potrebbe mai affidare. Il nostro intelletto non è il recinto entro cui rinchiudere il mistero del Dio vivente: saremmo noi più grandi di lui. La nostra intelligenza, che non è la dea ragione ma la magnifica facoltà di comprendere con gratitudine e umiltà ciò che ci è stato donato, ci può in realtà condurre fino ad una soglia che mai potrà oltrepassare. Da lì in avanti si deve procedere in altro modo. O meglio: è tutto il cammino, fino alla soglia e oltre quella, che va compiuto in un costante atteggiamento di riverente ricerca, consapevoli di muoversi entro un orizzonte che è insieme ignoto e luminoso.

Nel suo libro capolavoro dal titolo L’uomo non è solo, il grande pensatore ebraico Abraham Hescel così scrive: “La maggior parte – e spesso il meglio – di quel che accade in noi rimane un nostro segreto. Nessuna lingua è in grado di spiegare quel che si agita nel nostro cuore allorché guardiamo il cielo ingioiellato di stelle. Quel che ci colpisce con incessante stupore non è il comprensibile e il comunicabile, ma ciò che, pur trovandosi alla nostra portata, è al di là della nostra comprensione”. L’esperienza del sublime e dell’ineffabile è – secondo Hescel – la grande via della conoscenza.

È per questa via che si giunge a riconoscere anche la santità di Dio, maestà eccedente e insieme amorevole, trascendenza amica e misericordiosa. Il Dio vivente è un fuoco ardente, che tuttavia non distrugge. Come si racconta nel terzo capitolo del Libro dell’Esodo, Mosè assiste allo spettacolo di un roveto che brucia in una fiamma di fuoco e che tuttavia non si consuma. È il segno della presenza del Dio tre volte santo che si volge all’umanità in atteggiamento di amore. È lui che chiama Mosè all’opera di liberazione per i figli di Israele resi schiavi in Egitto e che gli promette il sostegno della sua invincibile potenza. Quest’ultima, infatti, è a totale disposizione dell’uomo, in particolare del povero e dell’oppresso. L’Altissimo è dunque diverso da noi ma non è separato, totalmente altro ma non inaccessibile. La sua santità non gli impedisce di abitare la storia. La narrazione biblica degli eventi di salvezza attesta che egli cammina con il suo popolo, al quale si è unilateralmente legato con un patto di alleanza. Lo ha fatto per rendere l’umanità partecipe di ciò che gli è proprio, cioè, appunto, la santità. Il vero Dio, infatti, non è geloso. Egli ama condividere. Si legge nel libro del Levitico: “Sarete santi perché io, il Signore vostro Dio sono santo” (Lv 19,1). Parole che suonano come un invito e un impegno, il cui presupposto è però l’opera di grazia di Dio stesso: è lui che crea le condizioni per una effettiva esperienza di santità da parte dell’uomo. Segno evidente di tale santità saranno le opere di bene che i credenti compiranno, in conformità ad una legge ugualmente offerta in dono da Dio. Ma il segreto di questa santità andrà cercato nella potenza stessa dell’amore divino, che opera nel cuore dei santi e li rigenera costantemente.

Con l’avvento del Cristo Salvatore, la solidarietà tra Dio e l’uomo in vista di una santità condivisa raggiunge il suo culmine. “Il Verbo si fece carne – si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni – e venne ad abitare in mezzo a noi. E noi vedemmo la sua gloria”. Splendore di bellezza e perfezione d’amore, la gloria di Dio viene a trasfigurare l’umano. La santità degli uomini sarà il frutto della resurrezione del Cristo crocifisso. In lui il divino salverà definitivamente l’umano, lo riscatterà da tutto ciò che lo deturpa e lo offende, per elevarlo alle sue altezze. La santità degli essere umani è dunque una santità di riflesso. È la testimonianza in terra della gloria di Dio nei cieli. La sua sorgente è il mistero dell’Incarnazione.

Questa santità – vero tesoro della storia umana – fonde costantemente in armonia il bello e il bene, nell’orizzonte dell’ineffabile; ha una dimensione necessariamente morale ed estetica, in un’ottica ultimamente spirituale; chiama in causa la totalità dell’uomo, la sua interiorità segreta e la sua corporeità visibile. È la santità dei volti, degli sguardi, dei gesti, che rinviano ai sentimenti sinceri, ai desideri puri, alle intenzioni di bene, alle decisioni illuminate, in una parola al cuore dell’uomo raggiunto e conquistato dal fuoco ardente del mistero di Dio. Apparsa nel volto del Cristo una volta per sempre, questa santità si irradia nei volti umani di tutti i tempi.

Santità e umanesimo cristiano

Ritengo si possa affermare che la santità così intesa crei le condizioni per un autentico umanesimo e che quest’ultimo, pur qualificandosi come cristiano, conservi intatta tutta la sua valenza universale. Per definizione, infatti, l’umanesimo fa riferimento all’umano in quanto tale, al di là di ogni credo religioso. Si impone tuttavia, prima di ogni altra considerazione, un chiarimento. Occorre precisare il senso della stessa parola “umanesimo”, poiché diverse sono le risonanze che in esso si trovano.

Vi è anzitutto la risonanza storica: con questo termine si designa, infatti, un movimento culturale nato a Firenze intorno alla metà del secolo XIV e poi fiorito in Europa. “Esso è caratterizzato – come spiega l’Enciclopedia Treccani – da un più ricco e più consapevole sviluppo degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis”. Vi è poi una seconda risonanza, di carattere più generale. “Con riferimento all’Umanesimo quale periodo storico – si legge ancora nell’Enciclopedia Treccani – il termine è anche usato per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica”. È questo secondo significato che a noi interessa in modo particolare. Esso mette a tema la rilevanza dell’uomo, la sua dignità e grandezza. Credo si possa dire che l’Umanesimo ha posto storicamente e pone in generale l’uomo al centro, esaltandone le facoltà, celebrando le scienze e le arti, il pensiero e la tecnica. L’affermazione ha tutta la sua verità: l’uomo deve essere posto al centro. Dal nostro punto di vista, cioè in prospettiva cristiana, sarà importante aggiungere semplicemente quanto segue: l’orizzonte luminoso dell’uomo posto al centro è il mistero santo di Dio. Lo splendore della bellezza di Dio e la perfezione del suo amore misericordioso sono l’ambiente vitale in cui l’uomo si colloca e da cui attinge quella dignità e nobiltà. E un’altra verità va aggiunta in prospettiva cristiana: la chiave di volta dell’umanesimo cristiano è Gesù, il Dio con noi. In un passaggio del discorso tenuto a Firenze il 10 novembre 2015, in occasione del quinto Convegno Nazionale della Chiesa italiana, papa Francesco così si esprime: “Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo”.

Vorrei provare a delineare in modo sintetico alcuni tratti essenziali di questo umanesimo in chiave cristiana, aperto ad una visione universale e quindi capace di offrirsi come ideale credibile ad ogni uomo e donna di buona volontà. Credo dunque si possa dire così:

  • Umanesimo è anzitutto dare piena espressione al senso di umanità che è in noi. Ciò significa coltivare simpatia e empatia verso tutto ciò che è umano, secondo il celebre adagio di Publio Terenzio Afro: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” («Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo”). Significa poi rifiutare e contrastare con fermezza tutto ciò che disumano: l’odio, la crudeltà, la violenza cieca, il cinismo, la volgarità, lo sfruttamento del debole, il disprezzo del povero, la corruzione. Significa soprattutto custodire e mantenere viva una consapevolezza profonda della realtà umana nella sua duplice dimensione: quella della grandezza e dignità da una parte e quella della fragilità e debolezza dall’altra. Lo splendore dell’umano, cioè la sua gloria, attinge al mistero di Dio che è sublime misericordia: non ne rinnega la debolezza mentre ne celebra la grandezza. Nobiltà e povertà dell’uomo non si escludono. L’umanesimo autentico, radicato nell’amore di Dio, non è mai orgoglioso. Vi è, infatti, un pericolo particolarmente insidioso, di cui purtroppo la storia ha dato evidente attestazione: quello – paradossale – di negare l’umanesimo in nome dello stesso umanesimo. Ciò avviene quando l’uomo esalta se stesso nella prospettiva di una volontà di potenza che lo rinchiude in se stesso. La bramosia del denaro, la smania del successo e l’ebbrezza del potere – le tre tentazioni cui i Cristo stesso fu sottoposto nel deserto – danno corpo a questa tragica e tracciano la via della rovina sulla quale si può tristemente incamminare un’umanità che ha smarrito l’orizzonte luminoso del mistero di Dio.
  • Umanesimo è, in secondo luogo, riconoscere che l’uomo non è solo ragione ma è anima e coscienza. L’uomo è molto di più di quel che si vede di lui e di quel che la sua mente gli offre. Lo si comprende quando, nel coraggio del raccoglimento interiore, si dà voce a quel sentire misterioso che metta a tema la nostra unicità, che ci fa intravedere il segreto legato al nostro nome, che con tenace dolcezza propone la domanda di sempre: “Chi sono io veramente?”. È l’esperienza dei grandi cercatori della verità, da Platone ad Agostino, da Dante a Pascal. Nel quadro dell’umanesimo cristiano, l’uomo è mistero a se stesso perché attinge al mistero santo di Dio. “Non dovremo aspettarci dai pensieri più di quanto essi contengono – scrive Abraham Hescel – L’anima non è uguale alla ragione”. L’uomo a una dimensione esiste nelle teorie che hanno alimentato le ideologie, ma non nella realtà. La direzione in cui l’uomo si muove non è semplicemente quella orizzontale, del sensibile e del concettuale. Vi è anche la dimensione verticale, della trascendenza e dell’interiorità, del guardare in alto e del guardarsi dentro. L’uomo è capace di farlo perché è anima e coscienza, apertura all’ineffabile e consapevolezza del bene, occhio interiore sensibile alla bellezza dell’amore. “Il bene – scrive Romano Guardini – è in relazione con me, mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene come l’occhio alla luce: la coscienza”. L’umanesimo della santità cristiana è l’umanesimo di una coscienza vigile e serena, grazie alla quale si sperimenta l’unione armonica del buono e del bello, nello slancio verso il sublime.
  • Umanesimo, in terzo luogo, è tendere non alla sola conoscenza ma alla sapienza e alla responsabilità. L’autentica forma del sapere non è la pura recezione di informazioni o l’incremento delle competenze. Vi è certo un sapere teorico che si alimenta attraverso la sperimentazione pratica e va ad accrescere il patrimonio cognitivo dell’intera umanità. È il sapere scientifico e tecnico, cui si devono le grandi invenzioni che hanno segnato le epoche storiche dal punto di vista delle condizioni di vita del genere umano. Ma vi è poi il saper essere, cioè il saper vivere, il sapere che riguarda non più le condizioni ma il senso stesso della vita. È il sapere che diviene sapienza e senza il quale non si può parlare di autentico progresso dell’umanità. La sapienza è un vero e proprio tesoro. Essa suppone tutta la ricchezza nascosta nel termine “esperienza”, intesa come complessiva percezione del vissuto quotidiano e caratterizzata da un discernimento costante e profondo. È infatti l’esperienza della vita a rendere l’uomo saggio. La sapienza porta poi con sé il senso di responsabilità, tramite il quale la conoscenza viene coniugata con la libertà, in vista della decisione. Il bene personale e comune, percepito dalla coscienza vigile e onesta, rappresenta il fine di ogni decisione consapevole. Ogni sapere va considerato nell’ottica del bene e deve mantenersi sottoposto al suo giudizio rigoroso e liberante. È sapienza anche accettare il proprio limite a fronte del mistero che ci avvolge, non sentirsi padroni del mondo che ci è stato donato e riconoscere un pericolo sempre incombente: che il nostro cuore ferito trasformi le nostre conoscenze in strumenti di morte.
  • Umanesimo, infine, è considerarsi non solo individuo ma comunità e civiltà. “Non è bene che l’uomo sia solo”: è la frase che troviamo nel libro della Genesi attribuita al Creatore, con la quale viene esplicitata la dimensione intrinsecamente relazionale dell’uomo. Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’uomo, maschio e femmina, è chiamato a vivere l’esperienza dell’incontro come esperienza qualificante la sua identità. Qui si scopre il senso più vero della società, intesa come configurazione ordinata del vivere propria del genere umano considerato nel suo insieme. Il vero umanesimo non si limita a considerare il singolo individuo. Guarda alla società e la intende nell’ottica della comunità. La società, infatti, è più della somma dei singoli individui che la compongono. È una sorta di grande famiglia dove ciascuno è se stesso nella misura in cui sente propria la felicità altrui. È la regola della solidarietà e della condivisione, che in prospettiva cristiana prende la forma della carità. Quest’ultima, in verità, attinge – secondo la rivelazione di Cristo – al mistero stesso di Dio, che è splendore di grazia, misericordia inesauribile nella quale si manifesta a favore dell’umanità l’essenza stessa di Dio, cioè il suo amore trinitario. Nella misura in cui la società edifica se stessa nella verità, calandosi nella concretezza delle singole epoche storiche, darà vita alle civiltà, esse stesse commisurate, in modo diverso, a quell’ideale di socialità prospera e solidale che è proprio di un autentico umanesimo.

Santità e umanesimo cristiano oggi

Di questo terzo punto della mia riflessione mi limiterò ad offrire una semplice traccia. L’argomento è tuttavia importante, poiché costituisce una sorta di approdo. Si tratta di provare a capire quali caratteristiche dovrebbe assumere oggi un umanesimo cristiano che dia concretezza ai tratti sopra indicati: un umanesimo della santità per il mondo di oggi. Occorre – credo – anzitutto – porsi in attento ascolto della situazione attuale, coglierne tutte le potenzialità e lasciarsi interpellare dalle sfide. Soffermandoci su queste ultime, penso ci si possa arrischiare a identificarne alcune cruciali, lasciandosi istruire da un acuto interprete del tempo attuale, universalmente riconosciuto tale, cioè Zygmunt Bauman. Potremmo polarizzare queste sfide intorno a un duplice binomio: globalità e liquidità; individualismo e consumismo. Il paradigma della società attuale così fotografato è complesso: ci aiutano alcuni termini efficaci e suggestivi, che Bauman usa per definire tutti che apparteniamo al mondo di oggi: turisti e vagabondi, estetica del consumo, primato della sensazione, perenne eccitazione, sospetto e disaffezione, solitudine e malinconia.

A fronte di questa sfida epocale, mi permetto di indicare quattro caratteristiche di un umanesimo della santità che scaturisce dal Vangelo e delinea un orizzonte di universale possibile azione:

L’ospitalità: occorre offrire dei porti a chi è in costante navigazione, per poter vincere l’incertezza e il senso di smarrimento. A chi può sentirsi perso in un mare sconfinato, in un immenso mondo globalizzato, in una enorme rete di relazioni, in un vortice travolgente, occorre far dono di oasi di pace, contesti di reciproca accoglienza, luoghi di dialogo onesto e non violento, di buone relazione e di pensiero;

La gratuità: sarà decisivo dimostrare per le persone un “interesse disinteressato”, contro la corruzione, la logica del profitto a tutti i costi, l’abitudine al consumo. Dimostrare che il bene può essere fatto semplicemente perché è bene, senza secondi fini. Suscitare lo stupore del non guadagnarci nulla. Promuovere una solidarietà amichevole e costruttiva: la mano tesa, il sorriso sincero, il tratto gentile, la delicatezza e il rispetto. La gratuità ha il suo stile, che ultimamente è quello dell’amore.

L’umiltà. Alla volontà di potenza va contrapposta l’accettazione del limite e della fragilità. L’impegno serio nell’operare il bene va coltivato in un atteggiamento di semplicità e mitezza, senza presunzione e arroganza. La forza disarmante dell’umiltà, che è propria delle grandi anime, è straordinariamente efficace ma sempre sulla distanza e lascia dietro di sé una scia di luce.

La speranza. Al consumo che inchioda al presente e tutto brucia nell’istante vanno contrapposti i grandi desideri, che chiedono tempo e aprono al futuro. Occorre tornare a coltivare il senso dell’attesa e a proporre l’azione lungimirante. Occorre imparare la sapienza che viene dall’esperienza e dallo stupore riconoscente. Si sperimenterà così una sostanziale serenità, che sempre accompagnerà quel senso di responsabilità che conduce alle decisioni illuminate, cariche di futuro.

Conclusione

Concludo facendo mie le parole di un documento recentissimo e a mio giudizio già storico: il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto ad Abu Dabi il 4 febbraio 2019 dal grande Imam di Al-Azhar e da papa Francesco. Vi si legge: “In nome di Dio e di tutto questo [sopra esposto], Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio […]. Noi ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque”. Credo si possano qui riconoscere le caratteristiche di un umanesimo nel quale la Chiesa Cattolica si riconosce e che manifesta chiaramente la sua dimensione universale, riconosciuta anche da eminenti esponenti della religione islamica. Un umanesimo – potremmo dire – della fede e della santità, che nella sua essenza può legittimamente proporsi a tutti gli uomini di buona volontà. L’auspicio è che questo germe di speranza possa efficacemente contribuire, nel presente e in vista del futuro, all’edificazione comune di una vera civiltà”.

Anno nuovo…

Eccolo! Annunciato da botti e fuochi d’artificio, il nuovo anno è iniziato.

Alla mia non più giovane età, da un po’ di anni, guardando lo spettacolo pirotecnico di luci che esplodono nel cielo mille colori, ma che, come meteore, subito svaniscono, mi chiedo come saranno i giorni che mi, che ci attendono. Quali sorprese positive o meno incontreremo? La risposta l’avremo solo vivendo giorno dopo giorno.

La vita è il meraviglioso dono che si compone e prende forma nello stile che noi vogliamo darle. Possiamo scegliere di viverla concentrati su noi stessi, alla ricerca dei piaceri o delle cose che pensiamo ci possano rendere felici. Oppure viverla avendo acquisito la convinzione che la vita è un cammino da percorrere insieme: nella famiglia, nella comunità civile e religiosa, nella società.

Il giorno del’Epifania, alla Messa nella chiesetta dell’ospedale, don Riccardo, nella sua bella e profonda omelia, ha usato un’espressione che mi ha molto colpito e che ho portato a casa con me:

Non anestetizziamo il cuore!

Nell’attuale contesto sociale, la propaganda, la pubblicità, la comunicazione quasi esclusivamente virtuale, falsano la visione concreta, piena e vera della vita. Anestetizzano il cervello ed i sentimenti perché tutto ciò che ci raggiunge non può essere verificato o sperimentato, tanto da chiedermi se sia la mia testa a ragionare in un certo modo o se ormai sia inquinata da una overdose di messaggi, anche subliminali. A questo punto, alzare gli occhi dal telefonino o distoglierli da qualsiasi video, per posarli su una pagina del Vangelo, è un buon metodo di verifica.

Mi sorprendo che il testo, sia esso una parabola o un detto di Gesù, anche se so di conoscerlo, mi suggerisca ogni volta punti di vista nuovi ed inesplorati, preziosi per affrontare la realtà. Cristo conosceva profondamente l’animo umano ed il Vangelo è il perfetto manuale di istruzioni per vivere intensamente e risvegliare il cuore dalle anestesie. Provare per credere!

Buon anno e buona vita.

Meditazione temporanea

Provo a uscire dalla consuetudine per esprimermi sulla carta con un’apertura di meditazione estemporanea dedicata alla nostra “madre terra”.

Nei giorni che precedono il fine anno assistiamo a cerimonie religiose e non per tirare le somme del percorso annuale: il rinnovo di contratti o cambio di destinazione nell’ambito del mondo rurale, San Martino – 11 novembre, seguita in successione dalla Festa di Ringraziamento dedicata alla buona annata del raccolto dei prodotti della terra di cui ne facciamo uso e consumo e, per ultimo, l’atto meditativo della scadenza ultima nel giorno di San Silvestro ovvero “la resa dei conti” materiali, affettivi, spirituali e al contesto famigliare sintetizzato per l’incremento di nuove nascite, al doloroso distacco della persona affettiva chiamata dal Padre e per ultimo i propositi buoni da mettere in atto nell’arco del nuovo anno a venire.

Ma, mi viene da pensare, ci rendiamo conto che qualcosa ci sfugge nel nostro meditare e ringraziare per “ogni ben di Dio”? Alimento della vita umana non solo di aiuto per la nostra crescita in tutti i sensi, materiale, morale e spirituale, dominante nel nostro essere singolo e collettivo?

Ecco, è la terra che è stata affidata all’intera umanità perché possa crescere in tutte le dimensioni concesse pur nei limiti della natura precaria ma col gusto di discernere il bene, il buono, il bello e aggiungo una forte dose di rispetto e responsabilità, mai sufficientemente suggeriti dal buon senso umano.

A dire il vero gran parte della popolazione terrestre vive nella miseria e non può accedere alla ricchezza dei “benestanti” della civiltà evoluta non per questo i poveri esultano ringraziando il Creatore per il poco indispensabile che la terra dona loro.

A tal proposito voglio citare il Cantico del “GRAZIE” offerto ai posteri da San Francesco: …Altissimu, Onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude , la gloria e l’honore et onne benedizione. Ad Te solo, Altissimo, se konfane, e nullu homo ène dignu Te mentovare. Laudato sie, mì Signore, cum tutte le Tue creature…

Intervista ad un operatore volontario del centro di ascolto Caritas di Leno

Domanda: Perché hai accolto l’invito della Parrocchia di far parte del Centro di Ascolto Caritas di Leno?

Risposta: Ritengo che, prima di affrontare i problemi sia necessario incontrare le persone e ascoltare, solitamente dietro al bisogno economico ci sono sofferenze individuali e familiari che meritano ascolto.

Domanda: Puoi spiegarti meglio?

Risposta: Non ci si deve limitare ad una valutazione delle richieste ma prima si deve considerare la persona e poi il bisogno, ponendo sempre particolare attenzione all’aspetto formativo ed educativo.

Domanda: Chi chiede assistenza al Centro di Ascolto?

Risposta: In genere sono famiglie italiane e straniere che chiedono un aiuto economico perché si trovano in notevole difficoltà per far fronte alle spese di gestione della propria casa ed anche per pagare le bollette relative alle forniture di servizi vari.

Domanda: Riuscite a dare un sostegno significativo?

Risposta: A seconda delle somme disponibili diamo un contributo attingendo dal fondo che la Parrocchia ha destinato alla Caritas.

Domanda: Quanti sono attualmente gli operatori volontari del Centro di Ascolto Caritas?

Risposta: Siamo una decina, metà donne e metà uomini che il martedì e venerdì pomeriggio sono presenti al Centro di Ascolto di Via Viganovo in Leno che a turno accolgono le richieste, quando possibile, di quanti si presentano per ottenere un aiuto e un conforto per le loro famiglie. Vorrei sottolineare che quanti intendono far parte del Centro di Ascolto come volontari, con la loro presenza e condivisione sono ben accetti, in questo caso basta rivolgersi a Monsignore Abate Giovanni Palamini.

Accompagnamento al credito responsabile e al recupero dell’autosufficienza economica di singoli o nuclei familiari la cui situazione rischia di essere definitivamente compromessa da fatti eccezionali, imprevisti e comunque temporanei, proponendo finanziamenti agevolati fino a € 3.000,00 rimborsabili in 36 mesi.

Come funziona il microcredito: Arriva la segnalazione dall’Ente che fa da garante morale e che si preoccupa di seguire il caso compilando apposita domanda implementata con i documenti necessari e da una breve relazioni sul soggetto e sui motivi per cui chiede il microcredito, con allegato un “bilancino” familiare da cui si possa evincere la possibilità di onorare il debito. L’incaricato del microcredito incontra il richiedente solo o accompagnato da chi lo presenta, ne verifica la fattibilità, concorda l’appuntamento con la banca disponibile e accompagna il soggetto in banca. Qualora il soggetto si renda inadempiente, la banca segnala il fatto all’incaricato per il microcredito che discute con l’Ente segnalatore le modalità per il sollecito. In caso di effettivo non pagamento, si attinge al fondo depositato in banca come garanzia al credito: è chiaro che questo fatto va ad abbassare la possibilità di erogare ulteriori crediti. Meno inadempienze si formano, più aiuti si possono erogare.

La pace domanda senso di responsabilità

Il testo dell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nella chiesa della Pace, in occasione della Giornata mondiale di preghiera voluta da San Paolo VI

All’inizio del nuovo anno ritorna l’invito accorato del papa a pregare per la pace, quella pace che è parte viva della benedizione di Dio. “Dio li benedisse”, si legge nel Libro della Genesi là dove si parla dell’uomo e della donna. Il mondo nasce dunque benedetto da Dio, suo Creatore. Questa benedizione originaria viene confermata con Noè e con Abramo e assume la forma di una invocazione liturgica nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa celebrazione. Aronne, fratello di Mosé, sacerdote di Israele, è invitato a benedire così i suoi fratelli: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ecco dunque la pace che viene dalla benedizione di Dio. È la pace annunciata dagli angeli la notte del Natale: pace per gli uomini che Dio ama; pace a cui ogni cuore umano anela; pace che viene invocata soprattutto laddove appare chiaramente compromessa o addirittura negata; pace che ognuno di noi è chiamato a realizzare e di cui si deve sentirsi costruttore.

La pace diviene infatti realtà laddove gli uomini e le donne si fanno operatori di pace, assecondando quella ispirazione al bene che Dio ha messo nell’intimo della loro coscienza. Non sarà impossibile diventare ciò che Dio si attende. Ricordiamo tutti bene che una delle beatitudini proclamate dal Signore Gesù nel discorso della Montagna suona così: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace domanda senso di responsabilità, consapevolezza del dovere cui si è chiamati. La pace nel nostro mondo dipende dall’opera responsabile di tutti gli uomini e le donne che ne fanno parte.  Come si esprime dunque concretamente questa nostra responsabilità nei confronti della pace?

Anzitutto nel vincere l’indifferenza e l’assuefazione, nel riconoscere ciò che sta accadendo nel mondo, nel rendersi conto di quante persone vedono effettivamente compromessa la loro vita dalla mancanza della pace. Le immagini di distruzione e di devastazione, di bombardamenti e fughe di massa, di malnutrizione, di abbandono e di degrado che ci giungono attraverso i mezzi della comunicazione sociale non possono lasciarci indifferenti. Una violenza assurda e crudele, di cui spesso si fatica a comprendere le vere ragioni, causa nel mondo un mare di sofferenza. Il pianto delle madri, lo smarrimento dei bambini, il terrore degli uomini, i corpi martoriati e i territori devastati non possono non ferire le nostre coscienze. Sarebbe immorale consentire che tutto ciò diventi ruotine, farci scorrere addosso le notizie o semplicemente cambiare canale. Rimanere impassibili di fronte alla sofferenza del prossimo è già una forma di complicità, è un rinnegare il nostro senso di responsabilità nei confronti della pace.

In secondo luogo, la nostra responsabilità per la pace richiede l’onestà e l’impegno necessari per capire le ragioni di ciò che accade, non lasciandosi sviare da letture tendenziose. La coscienza retta non si accontenta del sentito dire, del pensiero generico, delle valutazioni istintive, dell’interpretazione che risulta più congeniale al proprio sentire emotivo. Sappiamo bene che spesso certe letture della realtà sono frutto di una manipolazione per nulla disinteressata. Occorre farsi un’idea chiara delle cose, impegnarsi a conoscere la verità. Quest’ultima, infatti, non può essere plasmata e riplasmata a piacere. Va invece cercata con senso di responsabilità. Ragioni a prima vista convincenti spesso non reggono alla prova di una riflessione pacata e approfondita. Gli stessi toni, oltre che le parole, possono veicolare quella violenza e aggressività che non rendono un buon servizio alla causa della pace.

Per costruire insieme la pace è poi indispensabile mettersi il più possibile nei panni dell’altro, guardare le cose anche dal suo punto di vista, provare a sentire quel che lui sta sentendo, immaginarsi di essere al suo posto. Quanto più il volto dell’altro da estraneo ci diviene familiare, tanto più il suo diritto a vivere con dignità e tranquillità ci apparirà evidente. Sorgerà allora spontanea una considerazione: “Potrei trovarmi io nella sua situazione. Che cosa proverei? Che cosa farei di diverso? Non desidererei forse le stesse cose?”. Laddove la pace non c’è, laddove parlano le armi, laddove regnano la violenza e la sopraffazione, laddove la corruzione sta divorando ogni speranza di futuro, che cosa si dovrebbe desiderare se non la possibilità di costruirsi una vita in condizioni migliori?

Infine, la responsabilità nei confronti della pace domanda l’impegno personale a vigilare sui nostri sentimenti, sulle nostre passioni interiori. Esige la conversione del cuore. Contrastare la collera e la gelosia, il risentimento che diventa rancore, il desiderio di vendetta quando si riceve un torto, la tendenza a sopraffare il più debole per guadagnare posizioni o ricchezza è dovere di ogni coscienza retta. L’aggressività che ognuno di noi porta dentro di sé, volente o nolente, e che spesso viene alimentata dalla paura, va governata dall’intelligenza e dalla volontà, va canalizzata dal dominio di sé. Questa è responsabilità di tutti e di ciascuno, da esercitare in costante dialogo con la grazia di Dio. Vi è poi la responsabilità di chi ha autorità all’interno della società, di chi è chiamato in ambito politico a difendere e promuovere la pace attraverso la costante ricerca della giustizia. Giustizia! Rispetto del diritto di tutti e non solo di alcuni; rispetto soprattutto dei più deboli. Compito arduo, che richiede sempre una grande sapienza e spesso anche molto coraggio. A questo compito della salvaguardia del diritto un altro si aggiunge da parte delle autorità politiche: quello di creare all’interno della società un clima di fiducia. C’è un gran bisogno di incrementare fiducia tra la gente e le istituzioni, ma anche tra le diverse generazioni che compongono la società, guardando al presente e al futuro e sentendosi tutti parte della grande famiglia umana.

In questa giornata della pace affidiamo dunque all’amore provvidente di Dio la comune responsabilità di costruire la pace. È il compito proprio di ciascuno di noi ed è in particolare l’impegno che si è assunto chiunque ha coraggiosamente deciso di rivestire incarichi politici e istituzionali. Per tutti vogliamo oggi domandare la grazia di essere veri operatori di pace, secondo la volontà di Dio in Cristo Gesù. Si darà così compimento alla promessa di benedizione risuonata sul mondo da parte del Creatore sin dal primo momento della sua esistenza.

La Beata Vergine Maria, di cui oggi celebriamo e veneriamo la divina Maternità, ci accompagni con la sua amorevole intercessione, e tenga viva in noi una operosa speranza di pace.

Meditazioni di Paolo VI – Pensiero alla morte | Conclusione

… continua

Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, « la cui natura è bontà » (S. Leone).

Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai mio giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre. Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l’avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l’incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro. «Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset ». A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse servito ad essere redenti. Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d’ogni cosa riguardante l’umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: « o mira circa nós tuae pietatis dignatio! », o meravigliosa pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l’amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell’uomo. Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore.

E poi ancora mi domando: perchè hai chiamato me, perché mi hai scelto? così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: « quae stulta sunt mundi elegit Deus… ut non glorietur omnis caro in conspectu eius ». Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1, 27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mie infedeltà, alla mia miseria, alla mia capacità di tradirTi: «Deus meus, Deus meus, audebo dicere… in quodam aestasis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es, iniustus esser, quia peccavimus graviter… et Tu placatus es. Nos Te provocamus ad iram, Tu autem conducis nos ad misericordiam ». Mio Dio, mio Dio, oserò dire… in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente… e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all’ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia! (PL. 40, 1150).
Ed eccomi al Tuo servizio, eccomi al Tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover uomo, se non per ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia con la risposta, che da me è dovuta: « amen; fiat; Tu scis quia amo Te », così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa in un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: « in finem dilexit », amò fino alla fine. « Ne permittas me separari a Te ». Non permettere che io mi separi da Te. Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d’essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E’ difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno, e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale compiuto, pensando al Tuo: « consummatum est », tutto è compiuto… .

Ricordo il preannuncio fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell’apostolo: « amen, amen dico tibi… cum… senueris, extendes manus tuas, et alius et cinget, et ducet quo tu non vis ». Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit et: « sequere me ». In verità, in verità ti dico… quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un’altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: « Seguimi » (Jo. 21, 18-19).

Ti seguo; ed avverto che io non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch’è la Chiesa. Questi fili si romperanno da sé; ma io non posso dimenticare che essi richiedono da me qualche supremo dovere. « Discessus pius », morte pia. Avrò davanti allo spirito la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua passione, come misurò il tempo in attesa della « sua ora », come la coscienza dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come dell’imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell’ultima cena; e finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante l’istituzione del sacrificio eucaristico: « mortem Domini annuntiabitis donec veniat ». Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.

Un aspetto su tutti gli altri principale: « tradidit semetipsum », ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La solitudine della morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d’amore: « dilexit Ecclesiam », amò la Chiesa (ricordare « le mystère de Jésus », di Pascal). La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: « in finem dilexit », amò fino alla fine. E dell’amore umile e sconfinato diede al termine della vita temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d’amore. Occorre ricordarlo.

Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che l’assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.
Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch’è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema che era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli fra loro: amarli con l’Amore, ch’è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell’umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato è ad essa comunicato.
Uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi. E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo.
Amen. Il Signore viene. Amen.