Al centro del mistero di Cristo

Gesù è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. Un aiuto per rileggere la liturgia del Triduo Pasquale.

La Chiesa celebra annualmente la liturgia del Triduo Pasquale per vivere cristianamente il cammino della salvezza illuminato dalla passione, morte e risurrezione di Gesù, lui che è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. All’interno del percorso celebrativo la liturgia ci fa entrare nella Pasqua rituale del Giovedì santo, nella Pasqua-passione del Venerdì e nella Pasqua-risurrezione della Grande Veglia; è nella sua dimensione rituale che il Triduo Pasquale si struttura nella logica dei tre giorni “da tramonto a tramonto” secondo la concezione ebraica. Così si parte dalla “Missa in Coena Domini” del Giovedì sera alla sepoltura (primo giorno), dal tramonto del Venerdì a quello del Sabato (secondo giorno), dalla Veglia Pasquale alla Domenica di Resurrezione (terzo giorno). A livello rituale soltanto nel Giovedì Santo c’è un rito di ingresso con il saluto del celebrante e soltanto alla conclusione della Veglia pasquale troviamo il rito di congedo con la benedizione finale: infatti la celebrazione del Giovedì Santo si conclude con la spogliazione dell’altare, il Venerdì si riprende con la prostrazione silenziosa e il Sabato Santo inizia con la benedizione del fuoco.

Il Giovedì Santo. Nella celebrazione del Giovedì Santo, “soglia” tra la Quaresima e il Triduo, si fa memoria della Pasqua rituale con l’istituzione dell’Eucarestia e con la lavanda dei piedi: nella liturgia della Parola viene presentata la tradizione rituale ebraica narrata nel libro dell’Esodo come memoriale, la tradizione rituale cristiana trasmessa da San Paolo e, al centro della cena pasquale, il movimento di Gesù che si abbassa per lavare i piedi ai suoi come gesto di carattere testamentario per generare una comunità dove regna il servizio e l’abbassamento. Così la cena eucaristica rivelerà il mistero e la verità della Croce.

Il Venerdì Santo. Nella celebrazione del Venerdì Santo lo sguardo è rivolto alla memoria dell’evento storico della passione e morte del Signore Gesù, la liturgia della Parola presenta il Quarto Canto del Servo del Signore narrato da Isaia come profezia del Cristo Crocifisso; il quarto Vangelo accentua alcune dimensioni della Beata Passione nella tensione tra umiliazione e glorificazione del Figlio che sulla croce si sacrifica e dà la vita. L’adorazione della croce e il gesto del bacio segnano il culmine della preghiera nella contemplazione del Cristo Crocifisso aprendo la possibilità all’incontro con Lui nella santa comunione perché dalle sue piaghe siamo stati guariti (Isaia 53,5).

Il Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del silenzio e dell’attesa e le parole cedono il posto allo smarrimento per la morte in croce e allo stupore dell’amore e della contemplazione dinanzi al mistero della redenzione; è il giorno del “sepolcro pieno” e del mistero della discesa agli inferi caro alla liturgia orientale in attesa di essere liberati dallo Sheol.

La Veglia Pasquale. Nella notte del Sabato Santo si entra nella Solenne Veglia Pasquale definita da Sant’Agostino la “Veglia Madre di tutte le Veglie”, il percorso celebrativo esprime in modo mirabile il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo. Come gli ebrei si riunivano intorno all’agnello pasquale per celebrare il Dio creatore e liberatore così la comunità cristiana si raduna attorno al fuoco, all’ambone della Parola, al fonte battesimale e alla mensa dell’altare per celebrare l’agnello immolato che è vittorioso sulla morte: il fuoco acceso, il cero pasquale innalzato tre volte e il canto dell’Exultet dicono la potenza della Luce che risplende nel mistero pasquale; l’annuncio della Pasqua lascia spazio alla Parola di Dio ripercorrendo le tappe della storia della salvezza e il passaggio alla nuova alleanza compiuta totalmente nel mistero Pasquale del Cristo crocifisso, sepolto e risorto. La Luce e la Parola diventano storicamente visibili nel dono dei sacramenti del battesimo, della cresima e poi dell’eucarestia: radunati attorno al fonte battesimali, i catecumeni ricevono la nuova vita e tutto il popolo dei battezzati fa memoria del proprio battesimo e della propria resurrezione; dal Fuoco, dalla Parola e dall’Acqua tutto si compie nella mensa eucaristica con il pane e il vino per ricapitolare nell’unità il mistero celebrato nel Triduo. L’acclamazione “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” in risposta al grande mistero della nostra fede riafferma la centralità del kerigma e riconosce la comunità celebrante come parte integrante del mistero celebrato. “Con il Signore risorge – scrive Andrea Grillo – anche la sua Chiesa che raccoglie il Triduo tra l’Ultima Cena di Gesù e la prima Eucarestia con il Signore”.

Il Triduo Pasquale, cuore dell’Anno Liturgico e della Vita della Chiesa

I giorni del triduo pasquale vengono chiamati “santi” perché ci fanno rivivere l’evento centrale della nostra Redenzione: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo.  Sono giorni che potremmo considerare come un unico giorno: essi costituiscono il cuore e il fulcro dell’intero anno liturgico come pure della vita della Chiesa.  Al termine dell’itinerario quaresimale ci apprestiamo a entrare nel clima che Gesù visse allora a Gerusalemme.  Vogliamo ridestare in noi la memoria delle sofferenze che il Signore ha patito per noi e prepararci a celebrare con gioia “la vera Pasqua, che il Sangue di Cristo ha coperto di gloria, la Pasqua in cui la Chiesa celebra la Festa che è l’origine di tutte le feste” (Liturgia ambrosiana).

Il Giovedì Santo

In questo giorno la Chiesa fa memoria dell’Ultima Cena durante la quale il Signore ha istituito il Sacramento dell’Eucaristia e quello del Sacerdozio ministeriale.  In quella notte Gesù ci ha lasciato il comandamento nuovo, “mandatum novum”, il comandamento dell’amore fraterno.  La sera, nella Messa in Coena Domini  facciamo memoria dell’Ultima Cena, quando Cristo si è dato a tutti noi come nutrimento di salvezza, come farmaco di immortalità: il Mistero dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana.  In questo sacramento di salvezza il Signore ha offerto e realizzato, per quanti credono in Lui, la più intima unione possibile tra la nostra e la Sua Vita.  Col gesto umile della lavanda dei piedi, siamo invitati a ricordare quanto il Signore fece ai suoi apostoli: lavando i loro piedi proclamò concretamente il primato dell’Amore, Amore che si fa servizio sino al dono di se stessi, anticipando così il sacrificio supremo della sua vita sul Calvario.

Il Venerdì Santo

É la memoria della passione, crocifissione e morte di Gesù.  In questo giorno non si celebra la Messa, ma l’assemblea cristiana si raccoglie per meditare sul grande Mistero del male e del peccato per ripercorrere, alla luce della Parola di Dio, le sofferenze del Signore che espiano questo male.  Dopo aver ascoltato e accolto il racconto della passione di Cristo, la comunità prega per tutte le necessità della Chiesa e del mondo, adora la Croce e si accosta all’Eucaristia conservata dalla Messa in Coena Domini, per partecipare all’ascesa del Signore verso il Monte della Croce, il Monte dell’Amore spinto sino alla fine.

Il Sabato Santo

É caratterizzato da un “profondo silenzio”.  Mentre attendiamo il grande evento della Risurrezione, i credenti perseverano con Maria nell’attesa, pregando e meditando.  C’è bisogno di un giorno di silenzio per meditare sulla realtà della vita umana, sulle forze del male e sulla grande forza del bene scaturita dalla Passione e Risurrezione del Signore.  Questo Sabato di silenzio, di meditazione, di perdono, di riconciliazione sfocia nella Veglia Pasquale, che introduce alla Domenica più importante della storia, la Domenica della Pasqua di Cristo.  Veglia la Chiesa accanto al nuovo fuoco e medita la grande promessa dell’Antico e del Nuovo Testamento, della liberazione definitiva dalla schiavitù del peccato e della morte.  Nel buio della notte viene acceso dal fuoco nuovo il cero pasquale, simbolo di Cristo che risorge glorioso.  Cristo Luce dell’umanità disperde le tenebre del cuore e dello spirito e illumina ogni uomo che viene nel mondo.

Accanto al cero pasquale risuona allora nella Chiesa il grande annuncio pasquale:

Cristo è veramente risorto, la morte non ha più alcun potere su di Lui.

Con la sua morte Egli ha sconfitto per sempre il male e ha fatto dono a tutti gli uomini della vita stessa di Dio.  Dalla splendente notte di Pasqua, la Luce e la Pace di Cristo si espandono nella vita dei fedeli di ogni comunità cristiana e raggiungono ogni punto dello spazio e del tempo.

In questi giorni singolari dobbiamo orientare la nostra vita verso un’adesione completa ai disegni del Padre celeste; rinnoviamo il nostro sì come ha fatto Gesù con il sacrificio della Croce.  I suggestivi riti di questi giorni, soprattutto quelli della solenne Veglia Pasquale, ci offrono l’opportunità di approfondire il senso e il valore della nostra vocazione cristiana che scaturisce dal Mistero Pasquale e si concretizza nella fedele sequela di Cristo, come ha fatto Lui, sino al dono generoso della nostra esistenza.

Fare memoria dei Misteri di Cristo significa anche vivere in adesione all’oggi della storia.  Portiamo dunque nella nostra preghiera la drammaticità di fatti e situazioni che in questi giorni affliggono tanti nostri fratelli in ogni parte del mondo.

Questi giorni rianimino in noi la grande speranza: Cristo Crocifisso è RISORTO e ha vinto il mondo del peccato e della morte.  L’amore è più forte dell’odio, ha vinto e dobbiamo associarci a questa vittoria dell’Amore.  Dobbiamo quindi ripartire da Cristo Signore e lavorare con Lui per un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia e sull’amore.  In questo impegno lasciamoci guidare da Maria, che ha accompagnato il Figlio divino sulla via della passione e della croce e ha partecipato, con la forza della fede, all’attuarsi del Suo disegno salvifico.

Allora, con San Paolo, tendiamo “alle cose di lassù”. Lasciamoci cullare dalla Liturgia della Pasqua, centro dell’annuncio cristiano.

“Cristo”, scriveva don Mazzolari, “nasce fuori della casa, e muore fuori della città, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro”, nella convinzione che Cristo è accanto a noi per indicarci la strada della Luce che rischiara il buio del nostro tempo.

Porrò il mio Spirito dentro di voi

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Veglia Pasquale

Cattedrale di Brescia, 15 aprile 2017
Veglia Pasquale

Abbiamo iniziato questa veglia pasquale fuori della cattedrale, in piazza, nel luogo profano dove ogni giorno le persone vivono, s’incontrano, lavorano. Lì, da un fuoco nuovo, abbiamo acceso un cero – simbolo di quella luce che illumina il mondo a partire dalla risurrezione di Cristo. Preceduti dal cero acceso, abbiamo fatto una piccola processione muovendoci da occidente verso oriente, dall’oscurità della notte verso il chiarore dell’alba. E’ stato il cammino che Gesù stesso ha percorso nella sua Pasqua, quando è passato dalla morte dolorosa sul Calvario alla vita incorruttibile della risurrezione. A motivo di Cristo e della sua risurrezione, questo è diventato anche il significato vero della nostra esistenza sulla terra: non un cammino inesorabile verso la morte, ma un passaggio che tende a Dio, alla sua vita. Il canto dell’Exultet pasquale ha allora invitato gli angeli e i santi, la terra intera, a gioire inondata di splendore perché “la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.”

Poi, con gioia e attenzione, abbiamo ascoltato il racconto della storia della salvezza, la nostra memoria di fede. Ciascuno di noi ha una sua memoria personale, fatta degli eventi e delle persone che hanno contribuito negli anni a plasmare la sua vita. Ma tutti noi, insieme, abbiamo una memoria che ci accomuna e che risale addirittura all’origine stessa del mondo: è il racconto di quanto Dio, creatore e redentore, ha fatto per tutti noi. In questa notte abbiamo rinnovato questa memoria, ascoltando anzitutto il poema della creazione quando Dio, con la sua parola, ha fatto risplendere la luce di mezzo alle tenebre e ha creato uomo e donna a sua immagine e somiglianza.

Sappiamo, così, che non siamo al mondo per caso, per effetto di un intreccio anonimo di forze, ma chiamati dalla volontà sapiente di Dio. Con trepidazione abbiamo seguito Abramo sul monte della prova per imparare che anche in mezzo angoscia, possiamo continuare a confidare nella sapienza e nella fedeltà di Dio. Abbiamo ascoltato come i figli di Israele sono passati illesi attraverso le acque del mar Rosso e quel sentiero che poteva essere causa di morte è diventato invece per loro passaggio alla libertà e alla vita: “Mia forza e mio canto è il Signore – abbiamo cantato – egli è stato la mia salvezza.” Siamo popolo di Dio e Dio, attraverso la parola dei profeti, ci ha dichiarato il suo amore: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto.” Sì, il Signore ha giurato amore eterno al suo popolo; la sua parola, che ci supera quanto il cielo è alto sopra la terra, ci ha confermato la promessa di fedeltà, di perdono, di vicinanza. Tutto questo, ormai, è diventato patrimonio della nostra memoria cristiana: fragili, peccatori, segnati dalla precarietà come siamo, sappiamo però di essere legati da un patto con un Dio buono e forte e fedele; con un Dio che ci ha promesso il suo Spirito e cioè la forza irresistibile della sua vita: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio Spirito dentro di voi.” Dunque dalla creazione, attraverso la liberazione, fino alla promessa dello Spirito di Dio come sorgente di un’esistenza nuova. Questo è il cammino magnifico della storia della salvezza.

Ebbene, in questa notte di Pasqua noi proclamiamo che tutto quanto era stato promesso è ora adempiuto nella morte e nella risurrezione di Gesù. E’ Lui, Gesù, il nuovo Adamo, inizio di una umanità nuova. Non solo Dio ha creato questo mondo affascinante; vuole anche condurlo a diventare partecipe della sua vita di santità e di amore, di bellezza e di verità. Ma non si tratta di una trasformazione che possa compiersi col semplice dinamismo dell’evoluzione; è una trasformazione che si sviluppa nel profondo del cuore, che fa appello alla libertà e alla responsabilità della creatura. È possibile al nostro mondo entrare nella vita di Dio solo se impara, il nostro mondo, ad amare come Dio ama, a essere misericordioso come Dio è misericordioso, a vivere nella comunione come Dio è comunione. Ebbene, questo è quanto ci è donato in Gesù: uomo come noi, è vissuto nel mondo mosso e guidato dallo Spirito Santo di Dio; è passato facendo del bene e liberando tutti coloro che erano sotto la schiavitù del male; ha patito una morte dolorosa e umiliante, ma l’ha trasformata in obbedienza al Padre e in amore agli uomini. Per questo Dio lo ha risuscitato, lo ha innalzato accanto a sé, lo ha reso partecipe della sua gloria e del suo potere di salvezza. Nel disegno di Dio Gesù è il primogenito di una moltitudine di fratelli; la sua risurrezione è pegno della nostra speranza. San Paolo potrà scrivere ai cristiani di Corinto: “Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” Le cose vecchie sono le abitudini di cattiveria, di menzogna, di oppressione che sono iscritte nella storia dolorosa dell’umanità. Ora, nel Cristo risorto, sorge un sole nuovo, un giorno nuovo con la possibilità offerta a noi di vivere una vita nuova. È ancora Paolo che scrive: “un tempo… eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò da figli della luce” poi spiega: “il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.”

Quando siamo stati battezzati, ci è stata consegnata, con le parole del ‘Credo’, la professione di fede che questa notte rinnoviamo: è la nostra risposta filiale all’amore paterno di Dio. Sempre al momento del nostro battesimo, ci è stato insegnato il comandamento che vuole dirigere tutte le nostre scelte: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze… Amerai il tuo prossimo come te stesso.” Il cristianesimo è qui: credere nell’amore di Dio e rifiutare quel cinismo che considera illusione ogni pensiero di amore gratuito; sperare la vita eterna e quindi usare con libertà e con riconoscenza i beni terreni senza diventarne schiavi; amare sinceramente il prossimo e combattere ogni tentazione di ripiegamento egocentrico su noi stessi, sul nostro vantaggio privato. Può sembrare una cosa scontata, ma l’esperienza ci dice che credere nell’amore non è facile quando la violenza, la disonestà, la corruzione sembrano invincibili, rischiano di avvelenare i sentimenti e di suscitare nel cuore un risentimento infinito. Usare denaro e cose senza diventarne schiavi non è facile quando il denaro sembra aprire tutte le porte e quando le cose sembrano indispensabili per ottenere quei piccoli frammenti di felicità che sono offerti all’uomo. Continuare ad amare, a donare, a servire nonostante tutto è possibile solo se la forza di Dio ci sorregge e rigenera in noi ogni giorno il controllo dei nostri impulsi, il desiderio del bene e il coraggio di farlo.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque ha fatto un patto con la morte e si serve della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla ingiustizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati tutti coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un volto di amore a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre pensavamo al nostro bisogno di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari

Noi abbiamo illuminato questa chiesa

15 aprile 2017
Veglia pasquale

É sempre una grande esultanza celebrare questo momento focale della nostra esistenza cristiana. Qui noi troviamo le fonti, le sorgenti della nostra vita. Qui, noi troviamo il senso della nostra esistenza. Qui noi troviamo quel Dio, dal quale veniamo, al quale siamo chiamati a ritornare e dal quale siamo amati con una immensità viscerale d’amore. E la liturgia di questa sera ci mostra come quel Dio che ci ama con immenso amore, dopo averci creato come capolavoro del suo operare, vide che era cosa molto buona, dopo che creò l’uomo della donna. Ecco, questo Dio, dopo averci creato così, e dopo averci contemplato, pensiamo al settimo giorno nel quale Dio riposa e contempla la sua creazione; Dio dopo averci creato in un certo senso si rispecchia in noi come una madre e un padre si rispecchiano nel suo figlio, perché ci ha creati a immagine e somiglianza suoi.

Ad un certo punto però non può più rispecchiarsi perché noi gli abbiamo rovinato, col peccato nostro, questa immagine di Dio in noi, ed è ormai un’immagine sfocata, annerita dal nostro peccato. Ma Dio che ci ha amato per amore, per amore ci vuole e ci ha voluto redimere, e allora inizia una storia di salvezza nuova, nella quale Dio riprende la creazione dell’uomo e del mondo. Prende per mano un popolo, il popolo d’Israele, e conducendolo con pazienza attraverso l’acqua della purificazione del Mar Rosso, attraverso il deserto per fare del suo popolo la sua sposa, e nel deserto dove non ci sono altre voci poter parlare a questa sposa, poter entrare nel cuore di questa sposa che è il popolo d’Israele, lo conduce poi nella terra promessa, ma non come territorio definitivo, ma ancora una volta come territorio di passaggio, perché la terra in realtà non è quella fisica, ma è il Suo Regno la terra nel quale Dio vuole condurre questo popolo. E attraverso questo popolo tutta l’umanità.

E allora attraverso l’acqua della purificazione, attraverso il deserto nel quale risuona il silenzio della parola di Dio, attraverso la prova attraverso la quale Dio plasma il suo popolo, lo conduce all’incontro con suo Figlio, l’unigenito Figlio del Padre, che Egli dona all’umanità, affinché possa riconoscere in Lui il suo volto di padre con cuore di madre, dalle viscere di misericordia per l’umanità. Questo figlio lo offre, e il figlio stesso si consegna perché si compia in lui il disegno d’amore di Dio. E questo disegno si compie nello scandalo della umiltà, della piccolezza, della povertà, della mitezza, della purezza del cuore; si compie nello scandalo della sofferenza e della morte.

Come può essere che un Dio si manifesti così povero, così impotente, così inerme di fronte ai suoi nemici. É perché lui sa, lui vuole non avere di fronte a sé, come nemico, l’uomo, ma lo vuole amico. E allora lo convince in questa amicizia e a questo amore attraverso il suo viscerale amore, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine. E questo scandalo della croce, della morte, della sepoltura ad un certo punto esplode come luce, che rischiara l’umanità lasciando il sepolcro vuoto, dove non c’è un cadavere consumato, ma semplicemente il buio della morte, nella quale non può più esserci colui che invece è la vita, è tra i viventi.

É quello che Gesù dice alle donne, incontrandole dopo la risurrezione, le quali si spaventano e lui dice voi attraverso l’angelo, voi non abbiate paura, so che cercate Gesù crocifisso, non è qui. É risorto. Egli l’ aveva detto. Guardate il luogo dov’era stato sepolto, trovate forse un cadavere? Trovate puzza di morto? Trovate la decomposizione del corpo? No, perché quell’uomo trafitto e morto è risorto, e neanche la morte ha potuto corrompere il suo corpo, perché non è stato toccato dal peccato, anche se sulle sue spalle si era caricato il peccato dell’umanità intera. Ma questo peccato lui l’ha da distrutto, l’ha sconfitto insieme con la morte.

E allora, quest’uomo lo dovete cercare non più fra i morti, ma fra i viventi. Sia i viventi di questa terra, sia i viventi dell’eternità. Lui è il vivente, sia qui, sia nell’eternità. E stasera mostra la sua presenza nei segni della Pasqua. Il cero acceso, che ha illuminato questa chiesa dal buio in cui noi siamo entrati, segno del nostro peccato, della nostra morte, della morte di Gesù. Noi abbiamo illuminato questa chiesa, perché in Cristo risorto il buio delle tenebre del peccato e della morte, egli l’ha sconfitto.

Questa parola che è stata annunciata, che è parola di Dio, è segno che quel risorto continua a parlarci e se ci parla, e perché è vivo e fra poco ancora celebriamo l’eucarestia, e qui invocando lo Spirito Santo, sul pane sul vino, egli trasforma gli elementi del lavoro dell’uomo nella presenza viva, vera, reale, umano-divina del Gesù risorto, il quale si da come cibo a noi, perché anche in noi questa vita riprenda vigore e possiamo poi, come ci ha detto, andare nella Galilea della nostra vita per incontrarlo anche là, perché lui ci precede nella quotidianità della nostra esistenza, negli ambienti della nostra vita, e là insieme con noi porta le nostre gioie, le nostre fatiche, il nostro dolore, le nostre speranze.

Pensiamo in questo momento i fratelli che sono perseguitati a causa del nome di Gesù. Pensiamo ai fratelli dell’Egitto che questa notte non possono celebrare la veglia pasquale e domani non potranno celebrare l’eucaristia pasquale a causa del pericolo a cui vanno incontro, e le autorità locali non si sentono in grado di difendere la libertà religiosa dei cattolici in quella terra. Non dobbiamo dimenticare queste esperienze, perché loro soffrono per davvero.

Stasera abbiamo anche la gioia di ammettere alla nostra comunità cinque catecumeni adulti e due bambini, che sono figli di uno dei catecumeni che riceve il battesimo stasera, i quali ci danno la gioia di aumentare in famiglia, ma anche la gioia di pensare che il Vangelo, ancora oggi, ha senso. L’annuncio ancora oggi è importante. Ancora oggi la gioia del Vangelo prende il cuore degli uomini, e ci danno anche la gioia di pensare che la nostra comunità, tutto sommato, è stata capace di testimoniare loro l’incontro con Gesù risorto e da questa testimonianza è nato in questi fratelli il desiderio di conoscere il Vangelo, di compiere il cammino per ricevere poi i sacramenti dell’iniziazione cristiana. E io ringrazio loro perché hanno compiuto questo itinerario, lungo per alcuni, siamo sul tre anni, per altri un po’ di meno, senza mai lamentarsi, ma partecipando con gioia all’itinerario di evangelizzazione di fede che la Chiesa propone loro. E allora gioiamo anche di questo. Il Cristo risorto ha introdotto nel nostro animo la gioia della sua presenza, e stasera in questi fratelli compie il miracolo del suo amore, li aggrega alla sua stessa vita e al suo corpo, che è la Chiesa.

La nostra comunità cristiana accoglie con gioia cinque neofiti

I nuovi Cristiani battezzati da adulti nella Veglia Pasquale

Dopo due anni e mezzo di evangelizzazione e catechesi (nessuno di loro si è lamentato della lunghezza del cammino e degli incontri) cinque persone adulte sono ammesse ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, che ricevono nella veglia pasquale. Il loro è stato un cammino semplice, condotto in forma famigliare e, a tratti, entusiasta per loro ed entusiasmante per chi li guidava.

Certamente la nostra comunità sarà arricchita dal loro ingresso e sollecitata al rinnovamento e a vivere con maggior spirito missionario l’appartenenza a Cristo nella sua Chiesa.

Ecco i nomi dei “neofiti”:

BREBIU BLEDAR e BREBIU VITRINA, di origine albanese, coniugati civilmente; hanno una bambina, Aurora, di quasi tre anni, battezzata; Bledar è in Italia da più di dieci anni ed è cartongessista, mentre Vitrina è in Italia da cinque anni ed è casalinga. Hanno compiuto la scelta di battezzare Aurora, quando loro stessi hanno deciso di intraprendere il cammino del catecumenato cristiano. Madrina di Vitrina è Mimma e padrino di Bledar è Valerio.

OLKHOVOSKA OKSANA, di origine Ucraìna, coniugata civilmente con Tiziano Rizzi, che è battezzato e lavora come autotrasportatore; hanno due bambine, entrambe battezzate; il 26 marzo hanno celebrato il matrimonio cattolico nella nostra parrocchia, secondo il modulo della “diversità di culto”. Oksana è commessa in un centro commerciale. Sua madrina è Cinzia.

EDDIKH ALI’ di origine marocchina, presente a Leno ormai da più di quindici anni; impegnato nel volontariato in Parrocchia con la Caritas, Nonsolonoi, commissione missionaria e collaboratore nella pulizia della chiesa. Suo padrino è Jones e sua madrina è Tullia.

OTASOWIE KINGSLEY, di origine Nigeriana, è presente in Italia come rifugiato insieme con la sua moglie, che è battezzato e i due bambini, che ricevono il battesimo con il papà nella veglia pasquale. Sono sposati con rito cattolico, secondo il modulo della “diversità di culto”. E’ cresciuto in ambiente cristiano, ma per motivi socio-religiosi, a causa dei continui spostamenti della sua famiglia, non è stato battezzato. Suo padrino è Renato, madrina della figlia Patrizia e del figlio Rosa.

Voglio ringraziare coloro che, a nome della comunità, hanno accompagnato i catecumeni e anche me nell’itinerario di preparazione all’evento della rinascita cristiana di questi nostri fratelli ed esprimo tutta la mia gioia per questo meraviglioso evento.