Pasqua nel ricordo di Paolo VI

“Per noi quest’anno la Pasqua assume una valenza particolare. Quest’anno, infatti, entrerà negli annali della nostra Diocesi, ma anche della Chiesa universale, come l’anno della canonizzazione di Paolo VI. Evento che ci rende felici e fieri”. L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada in occasione della S. Messa di Pasqua presieduta in Cattedrale

“Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto ma ora, vivo, regna vittorioso”. Sono le parole di un passaggio della sequenza tradizionale Victimae Paschali, che abbiamo appena ascoltato e che la liturgia raccomanda di cantare il giorno di Pasqua. Questo inno toccante e gagliardo poi prosegue: “Raccontaci Maria, che cosa hai visto lungo la via?”. E Maria risponde: “La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, gli angeli che lo testimoniano, e poi il sudario e il lenzuolo che avvolgeva il suo corpo”. È quanto abbiamo poi sentito raccontare anche nel brano del Vangelo di Giovanni: la tomba di Gesù è vuota, egli è vivo. Si rivolge a Maria di Magdala chiamandola per nome e lei che era venuta per compiere con maggior cura il mesto rito dell’unzione della salma, è la prima testimone della resurrezione. Gesù le dice: “Va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.

Cristo è risorto! Sulla scena travagliata della storia umana si è aperto un orizzonte nuovo e radioso: quello della redenzione: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci e in esso esultiamo”. Il mistero della Pasqua di risurrezione è stato annunciato. Da allora ogni anno questo mistero si rinnova nella liturgia. Accade anche per noi questa domenica, a conclusione del solenne triduo santo. Ma per noi quest’anno la Pasqua assume una valenza particolare. Quest’anno, infatti, entrerà negli annali della nostra Diocesi, ma anche della Chiesa universale, come l’anno della canonizzazione di Paolo VI. Evento che ci rende felici e fieri. Quel ragazzo bresciano che mamma Giuditta e papà Giorgio, ma anche i parenti e gli amici, chiamavano Battista e poi don Battista, divenuto guida della Chiesa universale, è ora presentato al mondo come esempio di umanità trasfigurata dall’amore di Dio.

Ogni santo – cin insegna la Chiesa – è l’incarnazione personale e storica del mistero pasquale, è cioè riflesso dell’umanità santa del Figlio Dio. I santi rinviano in modo diretto alla Pasqua del Signore. Anche per questo penso sia bene quest’anno celebrare la Pasqua – per così dire – insieme a Paolo VI, dando a lui la parola, provando a capire cos’era per lui questo giorno e quale visione egli aveva del mistero che vi si celebra. Così vorrei fare. In questa omelia poche saranno le mie parole e molte le sue.

Nell’omelia della Pasqua dell’anno santo 1975, nel pieno degli anni di piombo, Paolo VI così parlò della resurrezione del Signore: “Lasciamo che la luce e la virtù di tanto mistero fluiscano sopra la nostra umanità … Perché la risurrezione di Cristo non è soltanto un suo trionfo personale, ma è altresì il principio della nostra salvezza e quindi della nostra risurrezione.

Lo è fin d’ora, come liberazione dalla causa prima e fatale della nostra morte, che è il peccato, il distacco dall’unica e vera sorgente della vita, che è Dio.

Lo è come pegno della nostra corporale risurrezione futura, salvati, come siamo, nella speranza che non fallisce, per l’ultimo giorno, per la vita che non conosce la fine.

E lo è anche come modello ed energia del continuo rinnovamento morale, spirituale, sociale della vita presente, ch’è ora per noi l’oggetto del nostro immediato interesse …

Non importa, fratelli, se l’esperienza della caducità delle forze umane delude ogni giorno le nostre fragili speranze d’uno stabile ordinamento della società umana.

E non importa nemmeno se dal progresso stesso generato dallo sviluppo moderno e dalla cultura sovrana degli utili segreti della natura sembra derivare all’uomo non pienezza, non sicurezza di vita, ma piuttosto tormento d’insoddisfatte aspirazioni.

Non importa, poiché una nuova, originale, inesauribile sorgente di vita è stata infusa nel mondo dal Cristo risorto, operante per quanti ne ascoltano la parola, ne accolgono lo spirito e ne compongono il mistico corpo, nel mondo e nel tempo”.

È però soprattutto alla fine della vita di Paolo VI che dobbiamo guardare per comprendere cosa fosse per lui la Pasqua del Signore. Occorre in particolare leggere attentamente uno dei suoi scritti più personali e più suggestivi, cioè il Pensiero alla morte. Al tramonto della sua vita, ormai vicino alla meta del suo straordinario cammino spirituale che nei prossimi mesi riceverà il sigillo della riconosciuta santità, il papa bresciano si volge indietro e parla della sua vita in un orizzonte universale. La Pasqua del Signore è per lui la luce gettata sullo scenario della sua storia personale e di quella di tutta intera l’umanità, è la prospettiva, l’orizzonte, lo stesso sguardo con cui rivolgersi all’esperienza quotidiana dell’esistenza; come direbbe il salmo: “Nella tua luce Signore, vediamo la luce”. Da questo scritto raccogliamo un triplice insegnamento sulla Pasqua del Signore: essa è esperienza di gratitudine, di misericordia e di fiducia.

Anzitutto di gratitudine. “L’ora viene – scrive Paolo VI con il suo stile poeticamente spirituale – Da qualche tempo ne ho il presentimento … Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza … Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci; vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi; vi e quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita…

Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza. Tutto era dono, tutto era grazia. E com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati. Troppo bello! Tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio, e in gloria. La vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E’ un panorama incantevole … Tutto è dono. Dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la Sapienza. E poi, lo dirò in questo commiato luminoso – tu ce lo hai rivelato o Cristo Signore – dietro tutto sta l’Amore … Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre! In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce. È una rivelazione naturale d’una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile sole che nessuno ha mai visto e che il Figlio Unigenito ha rivelato”.

A questa gratitudine per la vita che è scaturita dalla creazione ed ha trovato compimento nella redenzione della Pasqua si affianca un sentimento di pentimento sincero: sincero ma non frustrante e umiliante. Lacrime non di disperazione e di vergogna ma di commozione. È l’esperienza della misericordia del Cristo risorto, una misericordia potente e rigenerante. “Alla gratitudine – scrive Paolo VI sempre nel Pensiero alla morte e sempre con un linguaggio che è quasi poesia – succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la tua bontà, e confessare con la mia colpa la tua infinita capacità di salvare … Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall’ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un’ineffabile bontà e, per l’altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. “Tu conosci la mia stoltezza” – dice il Salmo (Sal 68,6): povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d’infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: “Miseria mia, misericordia di Dio”. Ch’io possa almeno ora onorare chi tu sei: il Dio d’infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia”.

Infine, l’esperienza della fiducia: una fiducia operosa e lieta, che sgorga dalla sorgente della grazia che è il Cristo risorto. Anche questo è Pasqua: abbandonarsi sereni alla fedeltà di Dio e mettere le proprie energie di bene a sua disposizione per compiere la sua volontà. “E poi – scrive ancora Paolo VI in questo testo grandioso – un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come tua volontà. Fare presto, fare tutto, fare bene, fare lietamente: fare ciò che ora tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest’ultima ora”. Colpisce la serenità e la fermezza di queste parole. Una consegna totale a Dio e alla sua volontà di bene.

Di questa volontà è espressione piena il servizio alla Chiesa sorta dalla Pasqua di Cristo, quella Chiesa che Paolo VI ha tanto amato. “Prego pertanto il Signore – scrive sempre nel Pensiero alla morte – che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata. Fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare… Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi”.

Dalla Chiesa al mondo, quella “terra dolora, drammatica e magnifica” – come Paolo VI la definisce nel suo testamento spirituale, quell’umanità cui si è sempre sentito legato da vincoli profondi e affettuosi. Così egli conclude il suo Pensiero alla morte: “Uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi”.

Queste meravigliose parole di un figlio della terra bresciana, nobilissimo e umilissimo, ci dicono bene come dobbiamo guardare alla Pasqua del Signore: come alla causa vera della nostra viva riconoscenza, come alla manifestazione piena della misericordia di Dio per l’umanità, come alla ragione ultima e salda della nostra fiducia lieta e operosa e, infine, come alla sorgente perenne della santità dei credenti. Di questa santità papa Montini fu un esempio luminoso e sin da questo momento la nostra attesa è tutta rivolta al momento in cui la Chiesa intera lo riconoscerà. Sia benedetto il Signore Gesù, che con la sua Pasqua di risurrezione ha posto il germe della vita dei santi, vere luci viventi per l’umanità.

Pasqua 2018

Se dovessi rappresentare la gioia, mi farei aiutare dagli occhioni brillanti e ridenti, dalle braccine in frenetico movimento e dallo sgambettare di un neonato davanti ad ogni nuova scoperta di luce e colore. Questa, per me, è pura gioia, inconsapevole, senza se, senza perché. La vita ci insegna che diventiamo consapevoli della gioia, quando sperimentiamo il dispiacere, il dolore in ogni sua espressione e viceversa. La nostra vita scorre e si realizza negli opposti: gioia-dolore, riso-pianto, vita e morte.

“Fu crocifisso, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato secondo le Scritture”. Il terzo giorno, la Pasqua: il passaggio dal dolore fisico, psicologico, morale, dal fallimento rappresentato dalla Croce che porta alla morte, allo scoperchiarsi prepotente del sepolcro, perché la vita è fuori, è dovunque, alla luce, mai nella tomba. “Perché piangi, Maria? Non piangere, sono qui”. Cristo, non subito riconosciuto, è vivo, parla. Ha mantenuto la promessa: è risorto. Ad ogni Pasqua rivolge ad ognuno di noi, lontanissimi da quegli avvenimenti e troppe volte sfiduciati, la stessa domanda posta a Maria di Magdala e ci invita ad asciugare le lacrime perché “il terzo giorno” è il giorno della verità, della luce, della gioia.

Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Fa fiorire il deserto – Pasqua di Resurrezione

Domenica 1 aprile 

In lui dunque siamo risorti una prima volta
perché quando è risorto Cristo siamo risorti anche noi.
Cristo è morto nella carne in cui morirai anche tu,
ed è risorto in quello in cui anche tu risorgerai.
Col suo esempio ti ha insegnato
cosa non devi temere e cosa devi sperare.
Temevi la morte, ed è morto;
non speravi nella risurrezione: è risorto.
Mi dirai: è risorto lui, mica io!
Ma è risorto in ciò che da te aveva assunto per te.
Perciò la tua natura ti ha preceduto in lui,
e ciò che è stato assunto da te sale in cielo prima di te:
quindi anche tu sei già salito in cielo.
Egli ascende per primo, e noi in lui,
perché la sua carne è presa dal genere umano.
Con la sua risurrezione siamo risaliti dagli abissi della terra.

Sant’Agostino

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Gv 20, 1-9)

La risurrezione è già operante

“‘Quando sarò innalzato da terra io attirerò tutti a me’. Vorrei suggerire di guardare alla Festa di Pasqua a partire da questa frase di Gesù, che troviamo nel Vangelo di Giovanni. È una frase piuttosto misteriosa, che tuttavia lascia intuire qualcosa di decisamente profondo”. L’editoriale del vescovo Pierantonio Tremolada

“Quando sarò innalzato da terra io attirerò tutti a me”. Vorrei suggerire di guardare alla Festa di Pasqua a partire da questa frase di Gesù, che troviamo nel Vangelo di Giovanni. È una frase piuttosto misteriosa, che tuttavia lascia intuire qualcosa di decisamente profondo. Proviamo a capirne il senso. L’allusione è alla vicenda dolorosa, umiliante e sconcertante della crocifissione. Gesù è innalzato tra cielo e terra perché inchiodato sul legno infame, che tanto spaventava i cittadini dell’impero romano in quegli anni: orrendum patibulum lo definiva Cicerone. Ma non bisogna fermarsi qui. Nel pensiero del quarto evangelista, che coltiva una spiccata sensibilità per la dimensione simbolica, l’innalzamento di Gesù significa anche la sua esaltazione e glorificazione. Con la sua morte in croce, non imposta ma accolta come decisione personale, si avvia il movimento di Gesù verso il cielo, il suo ritorno nella gloria che da sempre condivide con il Padre. È importante notare che questo movimento verso la gloria è già avviato nella morte in croce e non successivo. Sarebbe del tutto erroneo pensare che la morte di Gesù sulla croce sia un fallimento vergognoso da dimenticare al più presto, per fissare finalmente lo sguardo sullo splendore appagante della resurrezione. La resurrezione non segue alla morte in croce del Signore, ma è già operante in questa. La potenza che fa rotolare la pietra del sepolcro in cui Gesù era stato posto e spezza per sempre le catene di morte che umiliano l’umanità non viene dopo l’evento della morte ma da lì scaturisce, erompendo come dall’interno verso l’esterno. C’è qualcosa che nella passione e morte di Gesù è già presente ma è nascosto: è la forza dell’amore che anima il suo cuore in mezzo a quella devastazione mortale.

Nel momento stesso in cui Cristo china il capo e muore, questa forza diventa splendore che si irradia, come dice appunto la nostra frase: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me!”. La carica d’amore che lo ha portato a decidersi per il suo sacrificio cruento oltrepassa in quel momento i confini del suo cuore umano e diventa – per così dire – forza magnetica che si diffonde nello spazio e nel tempo. Questa forza sarà in grado di raggiungere e conquistare ogni cuore umano. Percepire la bellezza e la carica rigenerante di questo amore significherà fare l’esperienza della resurrezione di Cristo. Quando lo stesso evangelista Giovanni ricorda l’episodio immediatamente successivo allo spirare di Gesù sulla croce e cioè la trafissione del suo costato con l’acqua che ne uscì insieme al sangue, sta pensando proprio a questa frase di Gesù. Quell’acqua risanatrice, che lambisce la terra uscendo insieme al sangue dal cuore trafitto del Cristo, è – per chi sa leggere i simboli – la conferma di quelle parole. Ora si può capire in che senso Gesù attirerà tutti a sé. L’amore che riempiva il cuore del Dio-uomo è ormai donato ad ogni uomo e ad ogni donna. Dal roveto ardente della morte in croce, divenuto sorgente di luce e calore, il cuore di Cristo attirerà il nostro. Si creerà così una sorta di sintonia nella carità, che riunirà i figli di Dio dispersi e ne farà dei veri testimoni a favore dell’intera umanità. Carità come comunione e carità come servizio: ecco il frutto della Pasqua del Signore.

Pasqua è ripartire insieme, con Gesù risorto

Tutti noi facciamo continue esperienze di piccoli e grandi fallimenti nella nostra vita, perché nessuno è perfetto quantunque tutti siamo in ricerca della perfezione. Del resto è Dio stesso che ci chiede di camminare verso questa meta: “Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”; “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste”. Ebbene, questo cammino di perfezione o di santità chiede una perseveranza, che di fronte ai cedimenti non si lascia abbattere e che, anzi, rafforza il coraggio di rialzarsi e di ripartire. Dio che ci chiama alla santità non è impaziente e frettoloso, solo ci chiede di non stancarci, di non cedere alla delusione, di non lascarci vincere dallo scoraggiamento o dalla paura di non farcela. Ci chiede di ricominciare ogni volta. Tutta la nostra vita qui sulla terra è sempre un nuovo inizio, fin quando saremo introdotti nella pienezza della vita. E Dio ce ne dà sempre la possibilità; anzi è lui stesso che ci incoraggia e ci dà i mezzi per riprendere ogni volta.

Del resto Gesù, il Figlio di Dio, così ha fatto con i suoi apostoli. Ricordate Pietro che voleva essere maestro di Gesù, insegnandogli come si fa a fare il Messia? Lo ricordate quando afferma che darà la vita per Gesù, mentre poi nell’orto degli ulivi invece di far compagnia a Gesù si addormenta e con lui Giacomo e Giovanni? Questi ultimi, poi, mentre Gesù annunciava la sua passione e morte, pensavano ai posti da occupare nel regno di Gesù. Ricordate quando di fronte alla domanda – “anche tu sei uno dei discepoli di Gesù?” – per tre volte Pietro ha risposto: “Non lo conosco”? Ricordate il tradimento di Giuda, che ha venduto Gesù per trenta denari? Ricordate l’affermazione riportata nel Vangelo secondo Marco, dopo che Gesù venne arrestato nell’orto degli ulivi: “Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono”? E questi sono solo alcuni dei fatti che dicono la fragilità degli Apostoli di Gesù.

Eppure Gesù, anche dopo il loro abbandono, appena risorto li ha cercati, ha dato loro ducia e ha affidato la sua Chiesa. Noi oggi siamo i discepoli di Gesù.

Seguirlo non è facile!

Per questo è necessario un cammino lungo di allenamento, durante il quale ci si fortifica nella fede, nell’amore a Lui e al prossimo, un amore che ci chiede il dono completo di noi stessi. Tutto ciò richiede sì impegno, ma anche accettazione di sé, delle proprie debolezze, delle cadute e dei fallimenti… per poter capire e accettare gli altri così come sono e camminare insieme, sostenendoci a vicenda. Non per niente Gesù, mentre portava la sua croce al Calvario, è caduto sotto il suo peso, ma sempre si è rialzato perché voleva giungere alla meta: l’innalzamento sulla croce per passare alla gloria della risurrezione. E in questo cammino, per potercela fare, ha accettato l’aiuto di Simone di Cirene. Le sue cadute sono il segno della debolezza della nostra umanità, che lui portava per noi. Questa umanità pur debole, grazie a Lui ora è capace di rialzarsi e di riprendere il cammino per giungere fino alla meta: la risurrezione di ogni giorno dalle nostre cadute e, poi, la risurrezione finale. Il passaggio necessario è, certo, la croce, ma la meta è la risurrezione e la vita. Siamo, dunque, invitati a ripartire ogni giorno, ogni momento, chiedendo e accettando l’aiuto di Dio e dei nostri fratelli, senza sentirci umiliati, bensì amati di un amore che purifica, rinnova, rafforza e conduce alle vittorie temporanee e a quella definitiva.

E la Pasqua annuale è il tempo e il luogo più propizio per consegnare tutte le nostre sconfitte, i nostri peccati, le nostre lacerazioni… a quel Dio che, per mezzo della croce e risurrezione di Gesù, se ne fa carico e ci ridona l’energia necessaria per risorgere a vita nuova e riprendere il cammino dietro a Gesù. Un cammino di discepoli che versano lacrime di pentimento e allo stesso tempo di gioia per essere riammessi alla vita divina ricevuta nel battesimo, come le lacrime di Pietro dopo il suo rinnegamento.

Ripartiamo insieme in questa nuova Pasqua. Ripartiamo da uomini e donne nuovi con la stessa gioia degli apostoli che, dopo aver abbandonato Gesù alla sua sorte, convinti di non poterlo più rivedere e di non meritare di rivederlo, lo vedono tornare raggiante di luce, per accogliere il loro dolore e il loro pentimento e trasformarlo in una gioia incontenibile, che li rende nuovamente disponibili alla sequela e alla missione che Gesù vuole affidare loro.

Questa è la Pasqua: riconoscere che Gesù mostra la sua potenza d’amore proprio attraverso la nostra debolezza, da noi riconosciuta e da lui redenta.

Buona Pasqua a tutti.

Capire la Pasqua

La Pasqua ebraica

Dovete sapere, bambini, che la festa della Pasqua è molto antica. Molti molti anni prima della nascita di Gesù gli ebrei vivevano in gruppi, alcuni erano agricoltori, altri pastori. Gli agricoltori festeggiavano il primo raccolto dell’anno, i pastori festeggiavano la nascita dei primi agnellini. Durante queste feste si cantava, ballava, ma soprattutto si ringraziava Dio per il nuovo raccolto e i nuovi nati del gregge. Gli anni passarono e gli ebrei furono schiavi di Egitto. Come sappiamo Dio li ha liberati dalla schiavitù e li ha condotti per mezzo di Mosè verso la libertà.

Finalmente liberi la festa degli agricoltori e quella dei pastori divenne una sola grande festa, quella della Pasqua.

La parola Pasqua vuole dire Passaggio. Sì, perché ricorda il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Ancora oggi gli ebrei, come allora, festeggiano la Pasqua. Vediamo come.

Si radunano in famiglia con degli amici e fanno una cena speciale che si chiama “Seder”. Preparano il tavolo e su questo tavolo ci sono: il pane azzimo, che è un pane non lievitato che ricorda quando sono fuggiti dall’Egitto in fretta senza avere tempo di lasciare lievitare la pasta. C’è il vino, simbolo della gioia della libertà ritrovata. Ci sono delle verdure amare, che ricordano l’amarezza dell’essere schiavi. C’è un uovo, simbolo della vita nuova vissuta in libertà. Infine c’è il cibo più importante, un agnello arrostito che ricorda il sacrificio pasquale portato al Tempio di Gerusalemme il pomeriggio della vigilia della Pasqua.

La Pasqua cristiana

La Pasqua dei Cristiani è la festa di Gesù che muore e risorge per tutti noi. Anche noi come gli ebrei festeggiamo la Pasqua, ricordiamo la morte e la resurrezione di Gesù. Anche per noi la Pasqua vuole dire passaggio, perché Gesù ci ha salvati dal peccato e dalla morte e passeremo da questa vita a una vita ancora più bella, una vita eterna con Lui in Paradiso…

Gesù ci invita alla sua Mensa non solo a Pasqua, ma tutte le domeniche, per nutrirci con il Suo Amore.

Quando il Sacerdote, durante la Santa Messa, dice: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi, questo è il calice del mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”, Gesù si fa pane e vino per noi.

Noi non abbiamo sull’Altare alcun agnello, ma Gesù quando festeggiava la Pasqua con i suoi genitori e i suoi amici, lo mangiava… noi invece non abbiamo più questo agnello, perché?

È Gesù… che toglie i peccati del mondo.

Cristo va incontro alla morte

Van. Gv. 12,12-16 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!».

Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
«Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
montato sopra un puledro d’asina
!».

I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte.

Al centro del mistero di Cristo

Gesù è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. Un aiuto per rileggere la liturgia del Triduo Pasquale.

La Chiesa celebra annualmente la liturgia del Triduo Pasquale per vivere cristianamente il cammino della salvezza illuminato dalla passione, morte e risurrezione di Gesù, lui che è l’evento “fondativo” e “ricapitolativo” dell’esserci della comunità ecclesiale generata dalla sua morte e risurrezione. All’interno del percorso celebrativo la liturgia ci fa entrare nella Pasqua rituale del Giovedì santo, nella Pasqua-passione del Venerdì e nella Pasqua-risurrezione della Grande Veglia; è nella sua dimensione rituale che il Triduo Pasquale si struttura nella logica dei tre giorni “da tramonto a tramonto” secondo la concezione ebraica. Così si parte dalla “Missa in Coena Domini” del Giovedì sera alla sepoltura (primo giorno), dal tramonto del Venerdì a quello del Sabato (secondo giorno), dalla Veglia Pasquale alla Domenica di Resurrezione (terzo giorno). A livello rituale soltanto nel Giovedì Santo c’è un rito di ingresso con il saluto del celebrante e soltanto alla conclusione della Veglia pasquale troviamo il rito di congedo con la benedizione finale: infatti la celebrazione del Giovedì Santo si conclude con la spogliazione dell’altare, il Venerdì si riprende con la prostrazione silenziosa e il Sabato Santo inizia con la benedizione del fuoco.

Il Giovedì Santo. Nella celebrazione del Giovedì Santo, “soglia” tra la Quaresima e il Triduo, si fa memoria della Pasqua rituale con l’istituzione dell’Eucarestia e con la lavanda dei piedi: nella liturgia della Parola viene presentata la tradizione rituale ebraica narrata nel libro dell’Esodo come memoriale, la tradizione rituale cristiana trasmessa da San Paolo e, al centro della cena pasquale, il movimento di Gesù che si abbassa per lavare i piedi ai suoi come gesto di carattere testamentario per generare una comunità dove regna il servizio e l’abbassamento. Così la cena eucaristica rivelerà il mistero e la verità della Croce.

Il Venerdì Santo. Nella celebrazione del Venerdì Santo lo sguardo è rivolto alla memoria dell’evento storico della passione e morte del Signore Gesù, la liturgia della Parola presenta il Quarto Canto del Servo del Signore narrato da Isaia come profezia del Cristo Crocifisso; il quarto Vangelo accentua alcune dimensioni della Beata Passione nella tensione tra umiliazione e glorificazione del Figlio che sulla croce si sacrifica e dà la vita. L’adorazione della croce e il gesto del bacio segnano il culmine della preghiera nella contemplazione del Cristo Crocifisso aprendo la possibilità all’incontro con Lui nella santa comunione perché dalle sue piaghe siamo stati guariti (Isaia 53,5).

Il Sabato Santo. Il Sabato Santo è il giorno del silenzio e dell’attesa e le parole cedono il posto allo smarrimento per la morte in croce e allo stupore dell’amore e della contemplazione dinanzi al mistero della redenzione; è il giorno del “sepolcro pieno” e del mistero della discesa agli inferi caro alla liturgia orientale in attesa di essere liberati dallo Sheol.

La Veglia Pasquale. Nella notte del Sabato Santo si entra nella Solenne Veglia Pasquale definita da Sant’Agostino la “Veglia Madre di tutte le Veglie”, il percorso celebrativo esprime in modo mirabile il senso della risurrezione di Cristo per la vita dell’uomo e del mondo. Come gli ebrei si riunivano intorno all’agnello pasquale per celebrare il Dio creatore e liberatore così la comunità cristiana si raduna attorno al fuoco, all’ambone della Parola, al fonte battesimale e alla mensa dell’altare per celebrare l’agnello immolato che è vittorioso sulla morte: il fuoco acceso, il cero pasquale innalzato tre volte e il canto dell’Exultet dicono la potenza della Luce che risplende nel mistero pasquale; l’annuncio della Pasqua lascia spazio alla Parola di Dio ripercorrendo le tappe della storia della salvezza e il passaggio alla nuova alleanza compiuta totalmente nel mistero Pasquale del Cristo crocifisso, sepolto e risorto. La Luce e la Parola diventano storicamente visibili nel dono dei sacramenti del battesimo, della cresima e poi dell’eucarestia: radunati attorno al fonte battesimali, i catecumeni ricevono la nuova vita e tutto il popolo dei battezzati fa memoria del proprio battesimo e della propria resurrezione; dal Fuoco, dalla Parola e dall’Acqua tutto si compie nella mensa eucaristica con il pane e il vino per ricapitolare nell’unità il mistero celebrato nel Triduo. L’acclamazione “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” in risposta al grande mistero della nostra fede riafferma la centralità del kerigma e riconosce la comunità celebrante come parte integrante del mistero celebrato. “Con il Signore risorge – scrive Andrea Grillo – anche la sua Chiesa che raccoglie il Triduo tra l’Ultima Cena di Gesù e la prima Eucarestia con il Signore”.