Vedere, toccare, assaggiare, annusare, ascoltare…

Domenica 2 Aprile abbiamo deciso con i ragazzi del 5° Anno di affrontare la settimana più importante per la fede cristiana utilizzando i 5 sensi. Così siamo entrati più a fondo nell’evento che ha cambiato il mondo e ci ha aperto le porte della salvezza. Abbiamo così passeggiato accanto ai mantelli rossi tesi per terra con ulivi e canti di festa dell’ingresso in Gerusalemme, ci siamo trovati davanti a una tavola preparata dove abbiamo potuti assaggiare il pane azzimo, ascoltare le parole del memoriale e poi… il buio e il silenzio ai piedi della croce… bende, oli profumati, un lenzuolo abbandonato e, infine, luce e immagine del risorto. Abbiamo parlato di Gesù, della sua vita, della folla che lo circonda, della sua obbedienza alla volontà del padre, della sofferenza patita durante il processo, sotto il peso della croce sulla via del calvario, della sua morte insieme ai due ladroni. I ragazzi hanno espresso liberamente ciò che pensavano, le loro impressioni sul percorso preparato da noi catechisti, ciò che più li aveva colpiti, qualcuno ha scelto di scrivere una preghiera di ringraziamento ed ecco ciò che abbiamo raccolto.

  • Gesù faceva i miracoli per guarire le persone e perché la gente credesse in lui;
  • Era figlio di Dio;
  • La folla non era consapevole di quello che stava dicendo, fomentata aveva paura di fare la fine di Gesù;
  • Gesù non ci lascia soli, ci lascia l’eucarestia, ogni volta che ripetiamo le Sue parole e i Suoi gesti. Lui è con noi e quel pezzo di pane è il suo corpo;
  • Ponzio Pilato non ha il coraggio di assolvere Gesù e nemmeno lo condanna, se ne lava le mani perché è un menefreghista;
  • Sicuramente Gesù non meritava questa fine;
  • Non è colpa di Dio se Gesù muore, ma Gesù sceglie di morire per la nostra salvezza;
  • Gesù sulla croce dice “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno” le sue parole sono per noi;
  • Dopo tre giorni Gesù risorge e si fa riconoscere dai discepoli che trovano, con l’aiuto dello Spirito Santo, la forza di annunciare a tutti il Vangeli;
  • Ci è piaciuto di più il momento del sepolcro in cui abbiamo toccato nel buio la croce, le bende e annusato gli oli profumati;
  • Ammiro la Sua volontà e la sua forza di amare. Mi ha colpito che la gente la giornata delle palma lo ha adorato e il giorno dopo lo ha condannato, ma Gesù non ci ha mai tradito e ci ha sempre amato;
  • Mi ha colpito molto la parte in cui c’erano i 13 piatti che rappresentavano gli apostoli e Gesù, il piatto al centro del tavolo con la particola e anche il pane azzimo, ci hanno detto anche di mangiarlo;
  • Mi ha colpito quando ho visto la corona di spine;
  • A me è piaciuto il momento in cui abbiamo spezzato la particola e abbiamo sentito “Questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti”;
  • Mi è piaciuta questa esperienza, in particolare la croce in teatro con gli oli profumati, mi ha colpito quando abbiamo spezzato il pane perché mi sembrava di essere in chiesa davanti a Gesù;
  • Mi è piaciuto vedere l’ultima cena e spezzare il pane. Mi ha colpito l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, quelle persone che lo osannavano, lo hanno tradito e fatto crocefiggere;

In Lui abbiamo sperato perché ci salvasse

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Messa di Pasqua

Cattedrale di Brescia, 16 aprile 2017
Pasqua

I cristiani d’oriente si scambiano gli auguri pasquali non dicendo: “Buona Pasqua” o un saluto equivalente, ma dicendo: “Cristo è risorto” e rispondendo: “è veramente risorto.” La stranezza sta nel fatto che queste parole non sembrano costituire un augurio; richiamano sì un evento (la risurrezione di Gesù) ma non augurano nulla di preciso: né salute, né felicità, né lunga vita. Eppure in quel breve saluto sono racchiusi tutti i possibili desideri che possiamo nutrire per noi e per gli altri, tutti i possibili auguri. Dire che il Signore è risorto significa dire che l’oscurità della notte cede alla luce del giorno e quindi augurare la luce; che il male è stato sconfitto una volta per tutte dall’amore invincibile di Dio e quindi augurare la liberazione da ogni male del corpo e dello spirito; che le catene dell’orgoglio e dell’egoismo sono sciolte e quindi augurare la libertà del cuore; che il potere della morte è stato sconfitto e quindi intonare un inno di ringraziamento e di vittoria. Davanti alla risurrezione di Gesù possiamo dire con il profeta: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua grandezza.” Dio ha compiuto cose grandi in Gesù Cristo e noi benediciamo Dio perché la sua opera di vittoria diventi effettiva per ciascuno di noi, per tutti noi insieme. Ma che cosa significano realmente queste parole; che cosa significa in particolare il termine: ‘risurrezione’? Gesù non è tornato a vivere per morire qualche tempo dopo; è entrato in una condizione di vita nella quale la morte non ha più nessuna presa su di lui – non la malattia, non la vecchiaia, non la debolezza; è sfuggito alle dinamiche del mondo dove la morte rimane sempre come orizzonte ultimo della vita per entrare nella dinamica di Dio dove la vita non ha limite e non ha termine. Impossibile immaginare qualcosa del genere, che supera radicalmente la misura delle nostre esperienze. Possiamo dire di più?

Possiamo dire anzitutto che Gesù di Nazaret è vivo; in una forma diversa dal Gesù terreno, s’intende, ma proprio lui, Gesù, col suo corpo e il suo spirito, con le sue parole e i suoi gesti, con le relazioni che hanno arricchito la sua esistenza umana. Gesù appartiene al passato e allora gli storici si affaticano nel tentativo di comprendere la sua vita nel contesto della Palestina, al tempo di Cesare Augusto e di Tiberio; ma Gesù è realmente vivo oggi e allora i credenti possono entrare in relazione con Lui, ascoltando le sue parole – quelle del vangelo; sperimentando la sua opera di salvezza – nei sacramenti; rivolgendosi a lui nella preghiera per ringraziare e supplicare; consegnando a lui la loro speranza, certi di non rimanere delusi. Paolo poteva dire con parole stupende: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Questa vita che io vivo nella carne, la vivo però nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato la sua vita per me.” Riconosceva, Paolo, di continuare a vivere ‘nella carne’ e cioè nella debolezza della condizione umana; e tuttavia affermava che misteriosamente Cristo aveva preso dimora in lui; che i suoi desideri, le sue decisioni, non erano più determinati dalla carne, cioè dell’egoismo e dalla volontà di affermarsi; provenivano, invece, dallo Spirito di Gesù, traducevano il desiderio di fare la volontà di Dio, di amare i fratelli, di sperare nella vita eterna.

Ma perché abbiamo bisogno di Cristo? È solo per un affetto personale, per un’abitudine sociale, per una tradizione religiosa? No: in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo è Dio stesso che si è fatto vicino a noi, che ci ha amato in modo sensibile e concreto con parole e gesti umani, che ci ha offerto la riconciliazione nonostante i nostri peccati. Abbiamo bisogno di Cristo come abbiamo bisogno di Dio, del suo Spirito e della sua grazia; il Cristo risorto continua a essere il mediatore nel quale Dio e uomo s’incontrano, nel quale ci viene offerto uno spazio di libertà e di amore entro il quale giocare in modo positivo la nostra vita. Perché questo è il problema vero: ci troviamo a vivere senza averlo voluto ma, siccome siamo persone intelligenti, non riusciamo a vivere senza interrogarci: ha un senso la vita che vivo? c’è qualcosa che sono chiamato a realizzare? che uso voglio fare del tempo che ho, delle capacità che mi sono date, delle relazioni che vivo? Se non ci si pongono questi interrogativi, rimane solo il problema di inventare il modo migliore per ingannare il tempo; ma è davvero umano vivere senza chiedersi che senso abbia vivere? È davvero umano cercare un’emozione dopo l’altra per non cadere in depressione davanti alla banalità della nostra vita? Panem et circenses era, secondo Giovenale, il desiderio ansioso della plebe romana: qualcosa da mangiare e qualcosa con cui distrarsi – tutto qui?
Abbiamo ripercorso in questa settimana santa gli ultimi giorni della vita di Gesù, una vita drammatica, spesa facendo del bene, sanando quelli che erano schiavi del male.

Una vita che ha suscitato un’opposizione sempre più dura fino all’esito tragico della condanna a morte e della crocifissione; tutto, fuorché una vita banale. La Pasqua, la risurrezione è il sigillo che Dio stesso ha posto sulla vita di Gesù proclamandola come autentica, degna, pienamente umana. Aveva ragione Pilato quando, presentando il Gesù flagellato alla folla, diceva: “Ecco l’uomo!” L’uomo che Diogene, il cinico, cercava di giorno con la lampada accesa perché non riusciva a trovarlo nella persone che lo circondavano, non va cercato in alto, nelle stanze del potere; e nemmeno di traverso, nelle astuzie del piacere. Va cercato nella vita umile di chi confida in Dio e ripete ogni giorno il ‘sì’ alla vita; di chi cerca il bene, rifiuta la furbizia disonesta, non si perde in paradisi artificiali ma porta con pazienza il peso quotidiano della responsabilità verso gli altri. Di queste persone e della loro vita è modello Gesù di Nazaret, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Quando dico che dobbiamo dare un senso degno alla nostra vita non intendo che dobbiamo fare cose grandi – come sarebbe il gestire fette ampie di potere; intendo che dobbiamo fare cose buone: lavorare con onestà e competenza, essere così sinceri e leali che gli altri possano contare su di noi, portare con pazienza le tribolazioni quotidiane, sciogliere i risentimenti con la riconoscenza per il dono della vita.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro, però, le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque abbia fatto un patto con la morte e si serva della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla forza del potere, sulla furbizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un contenuto di bontà a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte delle ambiguità del mondo e della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre cercavamo di percorrere un cammino di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari

Dio solo basta

Omelia del vescovo Luciano nella messa crismale del Giovedì Santo

Fratelli carissimi, un abbraccio a ciascuno di voi, con affetto, come sempre; quest’anno, però, con una punta in più di commozione. Per quanto è dato prevedere, infatti, questa è l’ultima celebrazione del Giovedì santo che presiedo con voi come vescovo di Brescia. Nella preghiera di ordinazione dei presbiteri il vescovo chiede a Dio il dono dello Spirito Santo perché i candidati possano svolgere il loro ministero con efficacia e aggiunge: qui quanto fragiliores sumus, tanto his plurimum indigemus, quanto più io sono fragile, tanto più ho bisogno del loro aiuto. Sono agli ultimi mesi del mio ministero di vescovo e sento il desiderio grande ringraziare il Signore per voi, per il dono che siete stati, per la vostra collaborazione e il vostro sostegno in questi anni. Senza la vicinanza e l’affetto dei preti è impossibile per un vescovo vivere con gioia il ministero e la gioia è un requisito indispensabile perché il ministero sia fruttuoso. Posso dire di aver vissuto il ministero a Brescia nella gioia ed è grazie a voi, grazie a tanti preti che non si sono fermati a soppesare le mie insufficienze, purtroppo reali, ma mi sono stati vicini con l’affetto e con la preghiera, con la pazienza e l’obbedienza. Il futuro che abbiamo davanti non si presenta semplice. Il vissuto contemporaneo è sempre più secolare e la dimensione religiosa fatica a diventare quello che vuole essere: l’orizzonte di fondo che motiva e unifica i diversi elementi della vita. La ragione strumentale sembra assorbire tutti gli ambiti dell’esperienza, con effetti paradossali. Possiamo interrogarci su tutto, ma non dobbiamo chiederci mai quale sia il senso della vita o addirittura se la vita abbia un senso; dobbiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare del pensiero ‘progressista’; qualunque comportamento sessuale è accettabile, ma non la scelta della verginità e del celibato. Siamo di fatto in una cultura dove domina il politically correct e dove il conformismo s’impone come dovere sociale. Non c’è da sorprendersi più di tanto né da rimpiangere altri tempi che non sono certo stati migliori. C’è solo da prendere atto che siamo di fronte a una scelta che si porrà sempre più inevitabile nel futuro: la scelta tra un cristianesimo che funziona come “religione civile” e un cristianesimo che funziona come “testimonianza alternativa.” Di una religione civile ci sarà bisogno anche in futuro; i momenti più intensi della vita hanno bisogno di riti per non cadere nella banalizzazione: la nascita, il matrimonio, la malattia, la morte sono eventi troppo coinvolgenti per accontentarsi di registrazioni anonime presso un ufficio; anche chi si toglie deliberatamente la vita chiede un rito che testimoni la presenza in lui di qualcosa che trascende il puro evento. Il problema è che una religione civile non ha bisogno di scelte e di rinunce così impegnative come, ad esempio, il celibato. Il celibato è motivato solo se c’è un Dio che irrompe realmente nella vita degli uomini sconvolgendola; ma non è certo sostenibile in una pura ottica di servizio religioso alla società. Così noi oggi soffriamo una evidente tensione. Da una parte la società tende a secolarizzarci, a farci diventare operatori sociali al servizio del funzionamento della società stessa; dall’altra il vangelo e la tradizione cristiana ci chiedono una scelta radicale, senza compromessi: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Se qualcuno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo… Chi vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti…”

Sappiamo che l’impegno di tutta la vita è essenziale nella scelta di un apostolo; mentre la tendenza contemporanea è quella di moltiplicare i desideri: l’auto potente, il vestito firmato, la bella presenza, il denaro, l’appartamento arredato con gusto, le ferie con franchigia… Non sto condannando tutte queste cose: non sono nemico del piacere e conosco le ambiguità che si annidano in una critica acida. Sto cercando di capire e non vorrei che il nostro stile di vita finisse per conformarsi a quello di un ‘single’, cioè di una persona che considera suo obiettivo supremo ritagliarsi uno spazio di vita gradevole, con piaceri ed emozioni che leniscano o facciano dimenticare la fatica di vivere. Rischierebbe di verificarsi un’inversione dei fini: rinunciamo a tutte le soddisfazioni mondane per svolgere il ministero; poi, poco alla volta, svolgiamo il ministero in modo da ricuperare qualche soddisfazione mondana. Sarebbe davvero la sconfitta. Che senso ha rinunciare a una donna e a dei figli e, nello stesso tempo, attaccarsi ai soldi o ai piaceri materiali? Il celibato è scelta di totalità; ha senso, è umanizzante se, come dice il vangelo, ci facciamo ‘eunuchi per il Regno’, se cioè Dio e il Regno di Dio occupano così ampiamente sentimenti, desideri e comportamenti da non lasciare tempo ed energie psichiche per la costruzione di un rapporto affettivo particolare, di un progetto di famiglia proprio; e, s’intende, da non lasciar spazio alla ricerca di un’affermazione personale o al possesso di una ricchezza superflua. Ma questo può accadere solo quando si è ‘innamorati’ di Dio; quando, come diceva Teresa di Gesù, Dio solo basta. Il futuro andrà certamente nella direzione di un ministero celibe di evangelizzazione, meno implicato nelle questioni di amministrazione delle comunità parrocchiali e dedicato invece allo studio, all’annuncio e alla testimonianza del vangelo. L’amministrazione sarà probabilmente appannaggio dei diaconi o di altre figure ministeriali. Ma guai se venisse meno il presbiterato celibe: vorrebbe dire che il Regno di Dio, cioè Dio stesso, non è così importante da giustificare il dono totale di una vita; che l’amore di Dio non è così arricchente da portare a pienezza un’esistenza umana. Nello stesso tempo, la vita dei preti celibi dovrà tendere alla vita comune e non solo per motivi pratici. Al vangelo non interessa solo la formazione di persone individualmente sante; interessa invece l’edificazione del Cristo totale, capo e corpo; interessa “che il nome di Dio sia santificato, che il suo Regno venga, che la sua volontà sia fatta”; interessa il cambiamento del mondo e della società degli uomini secondo una logica evangelica, cioè di solidarietà, di scambio generoso, di amore. Ora, ciò che cambia davvero il mondo sono le esperienze di comunione che hanno in sé la forza di mettere insieme persone diverse e di suscitare il desiderio di imitazione. Uno dei nostri limiti di preti è che tendiamo a essere un po’ ‘orsi’; siamo abituati a vivere da soli e non abbiamo la necessità di limare il carattere, di imparare l’affabilità, di controllare gli impulsi, di ascoltare e dare credito agli altri… tutte cose che sono inevitabili quando si vive insieme. Marito e moglie sono costretti tutti i santi giorni a misurarsi tra loro e questo li costringe, lo vogliano o no, a rinunciare ad alcuni desideri o possibilità, a diventare attenti alle necessità dell’altro, a misurare i propri programmi con le disponibilità degli altri. È una disciplina difficile quella del vivere insieme, che s’impara lentamente e che può essere sostenuta solo da un amore sincero. Ebbene, di questa scuola abbiamo un bisogno grande.

Una delle lagnanze che tornano più spesso nei nostri confronti e che finiscono davanti al vescovo riguarda il tratto brusco, aggressivo, sgarbato dei nostri comportamenti; le parole offensive che diciamo; il bisogno di tenere sotto controllo tutto e tutti; l’affermazione del nostro ‘potere’ di preti e il disinteresse nei confronti dei pareri degli altri. Quando lo si fa notare con tutta la delicatezza possibile, l’interessato cade dalle nuvole e nega di essere quello che appare agli occhi degli altri. E sono convinto che lo neghi sinceramente; lo nega perché non se ne accorge; non se ne accorge perché non è abituato a misurarsi con gli altri; perché nessuno lo ha mai confrontato e costretto a chiedere scusa. Ci portiamo dentro, come tanti, delle nevrosi piccole o grandi legate a esperienze del passato; e le nevrosi provocano comportamenti illogici, non equilibrati, che gli altri faticano a capire e accettare: siamo scostanti e ci illudiamo di essere solo giusti; esercitiamo una forma di dominio e ci sembra di fare solo il nostro dovere. Il che rende impossibile ogni vero cambiamento e conversione. La vita comune sarà, per i preti del futuro, una scuola preziosa che affianca la disciplina teologica e spirituale del seminario. Se ripercorro il corso della mia vita, debbo riconoscere che non mi sono mai state imposte delle ‘obbedienze’ difficili; forse per questo non ho grande voglia di comandare. Sono abbastanza orgoglioso da pensare che non ho bisogno dell’obbedienza degli altri per sentirmi bene con me stesso. Quando chiedo l’obbedienza, come nel caso dell’Iniziazione Cristiana, lo faccio per dovere, perché il presbiterio bresciano sia unito e non ci siano ‘battitori liberi’ che vanno per una propria strada creando impicci e difficoltà agli altri. Mi ha interessato, e m’interessa davvero molto, che i preti bresciani siano un cuore solo e un’anima sola, immagine di quella Chiesa che deve diventare a sua volta riflesso della comunione trinitaria. Per questo ho sofferto di coloro – per fortuna pochi! – che preferiscono fare dei cammini pastorali autonomi, giustificandosi col riferimento ad altri vescovi o ad altre forme di pastorale. Il futuro chiederà di andare in questa direzione: una percezione sempre più intensa dell’unità del presbiterio che insieme, in solido, ha la responsabilità della pastorale diocesana, con una flessibilità molto maggiore di quella attuale, con forme di sinodalità sempre più ampie e quindi con il coinvolgimento di tutti nelle riflessioni, nel discernimento, nelle decisioni. Ho toccato in questa omelia quelli che la tradizione chiamava i consigli evangelici nella forma presbiterale: il celibato per il Regno di Dio, la sobrietà nello stile di vita, l’obbedienza come forma di comunione presbiterale. Queste scelte mi sono state consegnate già nel cammino del seminario ed erano chiare fin dall’inizio ma debbo riconoscere, con vergogna, che sono ancora ben lontano dall’averle assimilate del tutto. Spero, se il Signore mi darà qualche tempo ancora, di potere dedicarmi alla preghiera per voi e per me, al ministero della riconciliazione, alla predicazione del vangelo – senza altri compiti. Aiutatemi ancora con la vostra preghiera e con il vostro affetto; ho bisogno dell’uno e dell’altro.

Nei mesi scorsi ho ricevuto due appelli che desidero trasmettervi, dal Mozambico e dall’Albania. In Mozambico, come sapete, opera don Piero Marchetti Brevi, in Albania don Gianfranco Cadenelli; entrambi sono soli; in entrambi i paesi le necessità pastorali sono enormi. Desidero con tutto il cuore rinnovare l’appello missionario per queste comunità. È vero che siamo a corto di preti anche a Brescia; che il numero dei nostri preti sta calando.

Ma è anche vero che continuiamo ad avare una media di preti molto più alta che nel resto del mondo. E sono convinto, come ho detto altre volte, che un prete ‘fidei donum’ non è un prete perso per la pastorale diocesana: è un prete donato alla Chiesa universale e questi doni sono sempre fecondi. Non c’è bisogno che tiri io stesso le conseguenze. Se qualcuno è disponibile a partire, lo dica; da parte mia, sarò solo contento di poter mandare preti in missione. Credo faccia parte di questa dinamica anche i preti che la nostra diocesi dona per altre diocesi come vescovi: don Ovidio Vezzoli, che è donato a Fidenza, don GianMarco Busca a Mantova, don Carlo Bresciani a San Benedetto del Tronto.

S.E. Luciano Monari

Via: La Voce del Popolo

Sì, è veramente risuscitato!

16 aprile 2017
Pasqua

Quello prima di Pasqua fu un sabato diverso dagli altri. Non appena fu terminato le donne accorsero al sepolcro. Pensavano che fosse tutto quello che restava loro di Gesù, lì al sepolcro. Sì un sepolcro, l’unico punto di incontro con Gesù crocifisso e addormentato nella morte. Ma nemmeno questa Pasqua era stata come le altre, come tutte quelle che si erano succedute da secoli, fin dalla traversata del Mar Rosso. Tanti agnelli, senza difetto, maschi e nati nell’anno, erano stati immolati, anno dopo anno, in questa notte santa, prima di essere consumati dai credenti con in mano il bastone, imitando l’Esodo di un tempo. Ma questa volta, nemmeno l’agnello pasquale era stato come gli altri; era stato unico, quello annunciato da tutti i precedenti: l’Agnello di Dio, giunto a togliere il peccato del mondo.

Mentre si affrettavano per raggiungere il sepolcro, le donne si preparavano a identificare un cadavere. Ma ciò che le attende e completamente diverso; contavano di trovare Gesù a riposo nel sepolcro. Il Signore non c’è più, il Suo riposo è terminato, glielo assicura l’angelo. Devono solo guardare per verificare che è così, “Venite a vedere il luogo dov’era deposto”; e poi infine la bella notizia, unica, sorprendente: è risorto proprio come aveva detto. Avranno creduto immediatamente alle parole dell’angelo? C’è un misto di timore e di gioia in loro. Con timore e gioia grande si precipitano a portare la notizia ai discepoli, invano d’altronde. Secondo l’evangelista gli uomini rifiutano di prestare fede a queste chiacchiere, perché provengono da donne, secondo la mentalità del tempo. Ma il Signore ci sorprende anche qui. Certo, nel momento in cui si allontanano in fretta dal sepolcro sanno solo per sentito dire, solo per le parole di quell’angelo, anche se il loro intuito femminile e il presentimento del loro cuore anticipano qualsiasi altra prova.

Ma non hanno potuto vedere o toccare Gesù, senza alcuna sorpresa da parte loro in fondo, “Non è qui” ha detto l’angelo, non è qui. E tuttavia non appena hanno iniziato la loro corsa verso i discepoli, a una svolta della strada, Gesù appare loro nella luce radiosa di quest’alba domenicale. Eccolo dunque, non aspetta, si fa vedere e questa volta si fa anche toccare in carne ed ossa, il Risorto. Ormai lo conoscono meglio, molto meglio che per sentito dire: i loro occhi Lo hanno visto, le loro mani Lo hanno toccato; mai più dubiteranno che Gesù sia realmente vivo. Mistero, questo, della presenza Pasquale di Gesù, mistero che si prolunga fino ad oggi nella fede della Chiesa e nella nostra fede. Il Gesù prima di Pasqua, vivo o morto secondo la carne, non esiste più. E’ inutile volerLo far ritornare come prima, è inutile tornare alla tomba. Tuttavia è più che mai presente, secondo lo Spirito risuscitato, vivo per sempre.
Lui ha anche promesso di restare con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ma Egli si rende palpabile e visibile soltanto dalla nostra fede: a occhi e mani di coloro che credono davvero. Le formule del credo della catechesi sembra che non siano sufficienti, in generale permettono soltanto di conoscere così per sentito dire, a meno di diventare improvvisamente lo strumento e il luogo privilegiato dell’incontro. Ora, oggi questo non dipende né da noi né dal catechismo e nemmeno dalla Chiesa, ma unicamente e gratuitamente da Lui, dal Gesù risuscitato.

Una mattina, una sera, magari preferibilmente di notte, chissà, alla svolta di una strada o nel silenzio di una stanza, come e quando Lui vorrà, ci basta desiderarLo, il Signore, chiedere e accettare di aspettare; quando per ognuno di noi sarà giunta l’ora Lo riconosceremo come le donne, grazie a due indizi che non ingannano mai: un timore sacro e dolce, che è il contrario della paura, e una gioia indicibile; due segni certi dell’amore. E anche noi potremo più dubitare “sì, è veramente risuscitato”. Allora, quando Lo incontreremo, anche noi correremo senza resistere ad annunciarLo ovunque, come quelle donne con timore, ma con gioia grande.

Noi abbiamo illuminato questa chiesa

15 aprile 2017
Veglia pasquale

É sempre una grande esultanza celebrare questo momento focale della nostra esistenza cristiana. Qui noi troviamo le fonti, le sorgenti della nostra vita. Qui, noi troviamo il senso della nostra esistenza. Qui noi troviamo quel Dio, dal quale veniamo, al quale siamo chiamati a ritornare e dal quale siamo amati con una immensità viscerale d’amore. E la liturgia di questa sera ci mostra come quel Dio che ci ama con immenso amore, dopo averci creato come capolavoro del suo operare, vide che era cosa molto buona, dopo che creò l’uomo della donna. Ecco, questo Dio, dopo averci creato così, e dopo averci contemplato, pensiamo al settimo giorno nel quale Dio riposa e contempla la sua creazione; Dio dopo averci creato in un certo senso si rispecchia in noi come una madre e un padre si rispecchiano nel suo figlio, perché ci ha creati a immagine e somiglianza suoi.

Ad un certo punto però non può più rispecchiarsi perché noi gli abbiamo rovinato, col peccato nostro, questa immagine di Dio in noi, ed è ormai un’immagine sfocata, annerita dal nostro peccato. Ma Dio che ci ha amato per amore, per amore ci vuole e ci ha voluto redimere, e allora inizia una storia di salvezza nuova, nella quale Dio riprende la creazione dell’uomo e del mondo. Prende per mano un popolo, il popolo d’Israele, e conducendolo con pazienza attraverso l’acqua della purificazione del Mar Rosso, attraverso il deserto per fare del suo popolo la sua sposa, e nel deserto dove non ci sono altre voci poter parlare a questa sposa, poter entrare nel cuore di questa sposa che è il popolo d’Israele, lo conduce poi nella terra promessa, ma non come territorio definitivo, ma ancora una volta come territorio di passaggio, perché la terra in realtà non è quella fisica, ma è il Suo Regno la terra nel quale Dio vuole condurre questo popolo. E attraverso questo popolo tutta l’umanità.

E allora attraverso l’acqua della purificazione, attraverso il deserto nel quale risuona il silenzio della parola di Dio, attraverso la prova attraverso la quale Dio plasma il suo popolo, lo conduce all’incontro con suo Figlio, l’unigenito Figlio del Padre, che Egli dona all’umanità, affinché possa riconoscere in Lui il suo volto di padre con cuore di madre, dalle viscere di misericordia per l’umanità. Questo figlio lo offre, e il figlio stesso si consegna perché si compia in lui il disegno d’amore di Dio. E questo disegno si compie nello scandalo della umiltà, della piccolezza, della povertà, della mitezza, della purezza del cuore; si compie nello scandalo della sofferenza e della morte.

Come può essere che un Dio si manifesti così povero, così impotente, così inerme di fronte ai suoi nemici. É perché lui sa, lui vuole non avere di fronte a sé, come nemico, l’uomo, ma lo vuole amico. E allora lo convince in questa amicizia e a questo amore attraverso il suo viscerale amore, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine. E questo scandalo della croce, della morte, della sepoltura ad un certo punto esplode come luce, che rischiara l’umanità lasciando il sepolcro vuoto, dove non c’è un cadavere consumato, ma semplicemente il buio della morte, nella quale non può più esserci colui che invece è la vita, è tra i viventi.

É quello che Gesù dice alle donne, incontrandole dopo la risurrezione, le quali si spaventano e lui dice voi attraverso l’angelo, voi non abbiate paura, so che cercate Gesù crocifisso, non è qui. É risorto. Egli l’ aveva detto. Guardate il luogo dov’era stato sepolto, trovate forse un cadavere? Trovate puzza di morto? Trovate la decomposizione del corpo? No, perché quell’uomo trafitto e morto è risorto, e neanche la morte ha potuto corrompere il suo corpo, perché non è stato toccato dal peccato, anche se sulle sue spalle si era caricato il peccato dell’umanità intera. Ma questo peccato lui l’ha da distrutto, l’ha sconfitto insieme con la morte.

E allora, quest’uomo lo dovete cercare non più fra i morti, ma fra i viventi. Sia i viventi di questa terra, sia i viventi dell’eternità. Lui è il vivente, sia qui, sia nell’eternità. E stasera mostra la sua presenza nei segni della Pasqua. Il cero acceso, che ha illuminato questa chiesa dal buio in cui noi siamo entrati, segno del nostro peccato, della nostra morte, della morte di Gesù. Noi abbiamo illuminato questa chiesa, perché in Cristo risorto il buio delle tenebre del peccato e della morte, egli l’ha sconfitto.

Questa parola che è stata annunciata, che è parola di Dio, è segno che quel risorto continua a parlarci e se ci parla, e perché è vivo e fra poco ancora celebriamo l’eucarestia, e qui invocando lo Spirito Santo, sul pane sul vino, egli trasforma gli elementi del lavoro dell’uomo nella presenza viva, vera, reale, umano-divina del Gesù risorto, il quale si da come cibo a noi, perché anche in noi questa vita riprenda vigore e possiamo poi, come ci ha detto, andare nella Galilea della nostra vita per incontrarlo anche là, perché lui ci precede nella quotidianità della nostra esistenza, negli ambienti della nostra vita, e là insieme con noi porta le nostre gioie, le nostre fatiche, il nostro dolore, le nostre speranze.

Pensiamo in questo momento i fratelli che sono perseguitati a causa del nome di Gesù. Pensiamo ai fratelli dell’Egitto che questa notte non possono celebrare la veglia pasquale e domani non potranno celebrare l’eucaristia pasquale a causa del pericolo a cui vanno incontro, e le autorità locali non si sentono in grado di difendere la libertà religiosa dei cattolici in quella terra. Non dobbiamo dimenticare queste esperienze, perché loro soffrono per davvero.

Stasera abbiamo anche la gioia di ammettere alla nostra comunità cinque catecumeni adulti e due bambini, che sono figli di uno dei catecumeni che riceve il battesimo stasera, i quali ci danno la gioia di aumentare in famiglia, ma anche la gioia di pensare che il Vangelo, ancora oggi, ha senso. L’annuncio ancora oggi è importante. Ancora oggi la gioia del Vangelo prende il cuore degli uomini, e ci danno anche la gioia di pensare che la nostra comunità, tutto sommato, è stata capace di testimoniare loro l’incontro con Gesù risorto e da questa testimonianza è nato in questi fratelli il desiderio di conoscere il Vangelo, di compiere il cammino per ricevere poi i sacramenti dell’iniziazione cristiana. E io ringrazio loro perché hanno compiuto questo itinerario, lungo per alcuni, siamo sul tre anni, per altri un po’ di meno, senza mai lamentarsi, ma partecipando con gioia all’itinerario di evangelizzazione di fede che la Chiesa propone loro. E allora gioiamo anche di questo. Il Cristo risorto ha introdotto nel nostro animo la gioia della sua presenza, e stasera in questi fratelli compie il miracolo del suo amore, li aggrega alla sua stessa vita e al suo corpo, che è la Chiesa.

La gioia della Pasqua

La giornata è splendida. Il sole è accecante, tanta è la luce che emana. É quasi primavera e la natura, rispondendo alla luce ed al calore, si sveglia piano piano dal letargo invernale. La luce svela i colori: i primi blu delle violette, i gialli appena abbozzati della forsizia, impaziente di aprire i suoi petali, per lasciarsi baciare dal sole, così come i narcisi, i verdi teneri delle gemme degli alberi e dell’erbetta nuova.

Chi più di madre Natura, a primavera, dà un messaggio di rinascita, un annuncio di vita nuova, una profusione di luce? Il contrasto tra il sonno invernale e la prorompente vitalità della primavera è evidente.

A mio avviso è il più bel paragone di cui possiamo servirci per capire la Pasqua, nel suo vero significato di luce che sconfigge la tenebra. La Pasqua cristiana, attingendo dalla tradizione pasquale ebraica, che celebra il ritorno alla libertà del popolo ebraico in schiavitù, significa passaggio dal baratro della morte alla libertà della vera vita. I fiori, le piante, in inverno non muoiono, dormono per ricostituirsi e rinascere a primavera.

Gesù Cristo è morto, ucciso dagli uomini che non hanno saputo o voluto vedere la verità della sua parola e delle sue azioni. Egli ha sconfitto la morte ed è vivo:

“vivo, non rianimato, non vivo nel nostro pensiero, ma veramente risorto , che ci crediamo o no, che ce ne accorgiamo o no.”

La Resurrezione fa della fede cristiana la religione della gioia, perché risorgendo Gesù ha donato una grande luce all’umanità avvolgendola di speranza. Certo, ognuno di noi vive i propri inverni, fa, ogni giorno, i conti con i propri limiti, ma volerli superare significa aprire il cuore alla speranza, accorgerci della luce per imparare ad amarci e ad amare e la gioia ci contaminerà.

“Mendicanti di gioia apriamo il cuore allo stupore di Dio, corriamo al sepolcro e, infine, superiamo il dolore. Perché se Dio non può riempire il nostro cuore di gioia, allora nulla e nessuno lo può fare e la vita è tenebra e inganno.”

Gioiosa Pasqua a tutti!

Cristo è veramente risorto e vi precede in Galilea

Durante tutta la quaresima la Chiesa, attraverso la Parola annunciata, la liturgia celebrata e la proposta di esercizio della carità, ci ha invitato a verificare la nostra fede, a confrontarci con la parola di Dio, a guardare alle miserie umane e a riconoscere la nostra personale miseria, il peccato, invitandoci a porvi rimedio. Ci ha sollecitato a fare una scelta tra la Vita e la morte, tra il Bene e il male, tra Dio e il Satana. Ci ha proclamato la misericordia di Dio, che precede la nostra richiesta di perdono e rinnova la nostra vita, donandole quella pace e quella gioia che spesso cerchiamo in cose o eventi che non ci soddisfano mai.

Ci ha offerto l’acqua viva dello Spirito, ci ha mostrato in Gesù il modello di una vita umana piena, capace di affrontare le tentazioni e di vincerle, di vivere la vita nella ricerca del vero cibo – “fare la volontà del Padre” –, di instaurare relazioni di amore autentico con Dio e con il prossimo; un amore fatto di accoglienza, soccorso, condivisione, gratuità, servizio, perdono, dono di sé fino alla morte. Ci ha mostrato come l’epilogo umano di questo stile di vita sia una morte cruenta, un fallimento totale. Ma ci ha anche ricordato che Gesù aveva annunciato questo epilogo, dichiarando però che “le vie di Dio non sono le nostre vie … i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”. Infatti ci ha detto: “Chi perderà la sua vita per me la troverà”, così come Lui ha perso la sua vita per compiere la volontà del Padre e l’ha ritrovata nella risurrezione.

Ora, quel Gesù che noi uomini abbiamo condannato a morte e crocifisso, con la sua risurrezione testimonia la verità del suo messaggio: la Vita vince sulla morte, la vita è dono di Dio, appartiene a Lui e solo chi la vive in Lui può averla per sempre. Lui ne è l’autore, Lui ne è il custode, Lui ne è la sorgente eterna. L’uomo può manipolarla, sfigurarla, porre fine alla sua esperienza terrena, ma non può né darla né toglierla … perché la vita è di Dio, è Dio.

Ecco perché quel Cristo che “voi avete ucciso Dio l’ha risuscitato” ed ora nel mondo degli uomini Lui canta la vita per mezzo di coloro che hanno creduto in Lui e formano il suo Corpo, la Chiesa. Egli, apparendo alle donne dopo la sua risurrezione, dà loro un messaggio per i suoi Apostoli: “Dite ai miei fratelli che io li precedo in Galilea: là mi vedranno”.

Dopo l’esercizio quaresimale, anche noi, che nella Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, siamo invitati a non fermarci al rito, che pure va celebrato con partecipazione e gioia, perché qui, nella liturgia celebrata insieme con la comunità, facciamo esperienza e incontriamo il Cristo Risorto. Se vogliamo riconoscere che Gesù è la nostra vita dobbiamo saperlo incontrare nella vita di ogni giorno: nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nel povero, nel forestiero, nell’amico e nel nemico, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, nella fame e nell’abbondanza … Lui ci precede in ogni situazione della vita, perché è Lui la nostra vita. Allora ha senso celebrare la Pasqua. Noi siamo chiamati ad uscire dalla “nube” del mistero per immergerci nella realtà dell’esistenza quotidiana ed essere segno efficace (“sacramento”) del Cristo Vivente, che ci comunica la vera vita, e riconoscere nell’altro (qualsiasi altro) un segno efficace (“sacramento”) del Cristo che si manifesta a noi, desideroso di essere riconosciuto nel volto di ogni uomo: povero o ricco, sfigurato o pulito, dotto o ignorante, sano o ferito, bianco o nero, cristiano o musulmano, credente o non credente. Questa è la nostra “Galilea”, nella quale portiamo la nostra specificità di cristiani che hanno incontrato la Vita e desiderano annunciarla a tutti, non solo con la parola, ma anche con i gesti di quella stessa Vita, gesti d’amore gratuito e misericordioso. La nostra “Galilea” è la vita di tutti i giorni, nella quale Gesù ci precede perché, dopo averlo celebrato e incontrato nel mistero, riconosciamo che la sua presenza è ovunque e anche fuori dal tempio possiamo adorarlo, perché “Dio è spirito e oggi è il tempo in cui si deve adorarlo in Spirito e verità”.

Se lo incontriamo così, Gesù cambia la nostra vita personale, famigliare, sociale e ci proietta in un mondo di pace, gioia, amore e la speranza cristiana ci darà nuove motivazioni per vivere e aiutare a vivere.

Buona Pasqua!

La nostra comunità cristiana accoglie con gioia cinque neofiti

I nuovi Cristiani battezzati da adulti nella Veglia Pasquale

Dopo due anni e mezzo di evangelizzazione e catechesi (nessuno di loro si è lamentato della lunghezza del cammino e degli incontri) cinque persone adulte sono ammesse ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, che ricevono nella veglia pasquale. Il loro è stato un cammino semplice, condotto in forma famigliare e, a tratti, entusiasta per loro ed entusiasmante per chi li guidava.

Certamente la nostra comunità sarà arricchita dal loro ingresso e sollecitata al rinnovamento e a vivere con maggior spirito missionario l’appartenenza a Cristo nella sua Chiesa.

Ecco i nomi dei “neofiti”:

BREBIU BLEDAR e BREBIU VITRINA, di origine albanese, coniugati civilmente; hanno una bambina, Aurora, di quasi tre anni, battezzata; Bledar è in Italia da più di dieci anni ed è cartongessista, mentre Vitrina è in Italia da cinque anni ed è casalinga. Hanno compiuto la scelta di battezzare Aurora, quando loro stessi hanno deciso di intraprendere il cammino del catecumenato cristiano. Madrina di Vitrina è Mimma e padrino di Bledar è Valerio.

OLKHOVOSKA OKSANA, di origine Ucraìna, coniugata civilmente con Tiziano Rizzi, che è battezzato e lavora come autotrasportatore; hanno due bambine, entrambe battezzate; il 26 marzo hanno celebrato il matrimonio cattolico nella nostra parrocchia, secondo il modulo della “diversità di culto”. Oksana è commessa in un centro commerciale. Sua madrina è Cinzia.

EDDIKH ALI’ di origine marocchina, presente a Leno ormai da più di quindici anni; impegnato nel volontariato in Parrocchia con la Caritas, Nonsolonoi, commissione missionaria e collaboratore nella pulizia della chiesa. Suo padrino è Jones e sua madrina è Tullia.

OTASOWIE KINGSLEY, di origine Nigeriana, è presente in Italia come rifugiato insieme con la sua moglie, che è battezzato e i due bambini, che ricevono il battesimo con il papà nella veglia pasquale. Sono sposati con rito cattolico, secondo il modulo della “diversità di culto”. E’ cresciuto in ambiente cristiano, ma per motivi socio-religiosi, a causa dei continui spostamenti della sua famiglia, non è stato battezzato. Suo padrino è Renato, madrina della figlia Patrizia e del figlio Rosa.

Voglio ringraziare coloro che, a nome della comunità, hanno accompagnato i catecumeni e anche me nell’itinerario di preparazione all’evento della rinascita cristiana di questi nostri fratelli ed esprimo tutta la mia gioia per questo meraviglioso evento.

Pasqua 2017

Di seguito trovate gli appuntamenti principali per la Settimana Santa. Tutti gli appuntamenti, anche quelli non segnati in questo articolo, sono presenti nel nostro calendario.

Venerdì 7
Primo venerdì del mese: ore 08.30-09.30 adorazione eucaristica; ore 15.30 in chiesa parrocchiale Via Crucis. Ore 18.30 S. Messa per i “figli in cielo” e le “famiglie ferite” segue adorazione fino alle ore 08.00 di sabato.
Ore 20.30 Via Crucis vivente a Porzano.

Sabato 8
Confessioni ragazzi del catechismo IV-V-VI-VII anno. Ore 17.00 Confessioni a Porzano.

Domenica 9
DOMENICA DELLE PALME. A Leno ore 09.45 benedizione dei rami d’olivo all’oratorio con processione alla chiesa parrocchiale e S. Messa.
A Porzano: ore 10.30 p.zza Corte benedizione rami d’olivo e processione alla chiesa;
a Milzanello ore 10.00. ICFR 1 ore 15.00 in Oratorio. Ore 16.00 in canonica incontro Azione Cattolica.

Lunedì 10
INIZIO DELLA SETTIMANA SANTA. Ore 08.30-09.30 ufficio di lettura e lodi con i sacerdoti e le suore, adorazione. Confessioni: dalle ore 09.00 alle 12.00 e dalle 15.15 alle 19.00.

Giovedì 13
Confessioni: dalle ore 09 alle 12 e dalle 15.15 alle 19.00. Sospeso il catechismo in occasione della festa di Pasqua.
Ore 16.00 Messa per ragazzi e anziani.
Ore 20.30 Messa in Cena Domini con la lavanda dei piedi, segue l’adorazione notturna.

Venerdì 14
Confessioni: dalle ore 09 alle 12 e dalle 15.15 alle 19.00. Ore 15.00 VIA CRUCIS.
Ore 20.30 Celebrazione della Passione del Signore e bacio del Crocifisso.

Sabato 15
Confessioni: dalle ore 09.00 alle 12.00 e dalle 15.15 alle 19.00;
Confessioni a Porzano dalle ore 15.00 alle 19.00; confessioni a Milzanello dalle ore 17 alle 18.00;
Porzano: Veglia pasquale ore 21.00. Milzanello: Veglia pasquale ore 21.00.
Leno: Veglia pasquale con Battesimo-Cresima e Prima Comunione di catecumeni adulti ore 21.00.

Domenica 16
PASQUA DI RISURREZIONE
Sante Messe orario festivo. Ore 17.45 Vespri solenni a Leno. Ore 17.00 a Porzano. È sospeso il catechismo.

Lunedì 17
Lunedì dell’angelo. Orario Sante Messe: a Leno 07.30 – 09.00 – 10.30 – 18.30, a Porzano ore 08.00 – 10.30.

Settimana Santa a Milzanello

Domenica delle Palme, 9 aprile
Ore 10.00: ritrovo in piazza dei caduti. Benedizione degli ulivi e Processione verso la Chiesa Parrocchiale e Celebrazione della S. Messa.

Martedì Santo, 11 aprile
Ore 20.30: Via Crucis per le vie del paese. Ritrovo: cascina Palazzo.

Giovedì Santo, 13 aprile
Ore 20.30: solenne celebrazione della Messa “In Coena Domini”. Al termine possibilità di rimanere in Chiesa per l’Adorazione fino alle 22.30

Venerdì Santo, 14 aprile
La Chiesa sarà aperta dalle ore 10.00 alle 11.30 per l’Adorazione. Ore 15.00: Via Crucis in Chiesa. La Chiesa rimane aperta fino alle ore 18.00 per l’Adorazione. Ore 20.30: Azione Liturgica della Passione e Morte del Signore.

Sabato Santo, 15 aprile
La Chiesa rimane aperta dalle 10.00 alle 11.30 e dalle 16.00 alle 18.00 per la venerazione del Cristo morto.
Confessioni dalle ore 17.00 alle ore 18.00
Ore 21.00: Solenne Eucarestia della Veglia Pasquale.

Domenica di Pasqua, 16 aprile
Ore 10.00: Santa Messa solenne della Risurrezione del Signore

Lunedì dell’Ottava di Pasqua, 17 aprile
S. Messa festiva alle ore 10.00

Risorgi nel tuo cuore, esci fuori dal tuo sepolcro. Perché quando eri morto nel tuo cuore, giacevi come in un sepolcro, ed eri come schiacciato sotto il peso della cattiva abitudine.
Risorgi e vieni fuori!

Sant’Agostino