Le radici del perdono – parte seconda

… Arrivarono intorno al 51 a.C. e trovare a casa Giulio Cesare fu una vera impresa, si diceva in città che i Galli gli stavano procurando non poche preoccupazioni, ma secondo alcuni messaggeri il giorno del suo ritorno era imminente

Federico, Gioele e Sofia si appostarono davanti al suo palazzo attrezzati con panini e sacchi a pelo e con pazienza lo attesero. Finalmente dopo alcuni giorni tornò vittorioso dalla sua campagna in Gallia, preceduto da cortei e fanfare e carico di onore, di oro e di schiavi.

Cesare esprimeva superbia e orgoglio con tutto il suo aspetto e, degnandosi di ricevere quegli strani giovani, li guardò dall’alto al basso un po’ stupito per i loro abiti barbari e il loro linguaggio decisamente “volgare”.

I giornalisti posero anche a lui la domanda sul perdono e sdegnato, il famoso Giulio, a causa del disgusto che questa idea gli provocava, cadde rovinosamente dal suo trono. Rialzandosi aiutato dai centurioni urlò: “E’ uno scandalo, è uno scandalo, non nominate neppure quella parola, volete forse distruggere Roma? I valori su cui fondiamo l’impero sono: la forza, la conquista, il successo, la sottomissione, lo sfruttamento dei nemici vinti e così via. Siete forse spie dei Galli? Volete creare disordini in città?”  Dopo qualche timido tentativo di spiegare, i giovani, notando che nel condottiero la rabbia saliva in modo preoccupante, temendo una condanna a morte, con un frettoloso “Ave Cesare”, un po’ delusi si accomiatarono rapidamente. Fortunatamente la macchina del tempo era parcheggiata fra due bighe fuori dal portone del palazzo: la loro ricerca era ancora in alto mare.

Ripartirono sfuggendo per un pelo a una intera centuria inferocita che su ordine di Giulio li seguiva con pessime intenzioni e si trovarono così in Palestina intorno al 30 d.C. Gesù e i suoi amici erano sempre in movimento, non avevano fissa dimora, nessun indirizzo, nessun cellulare da chiamare.

Dopo un lungo vagabondare sotto un sole cocente e senza nemmeno una Coca Cola per dissetarsi, i tre cronisti stavano quasi per rinunciare all’intervista, quando la loro attenzione fu attirata da un gruppo di persone schiamazzanti intorno a una donna. La donna era a terra tra la polvere, con gli abiti strappati e il volto inondato di lacrime. Gli uomini intorno a lei tenevano in mano grosse pietre. C’era anche un uomo alto con barba, capelli lunghi e uno sguardo intenso, fermo e in silenzio insieme ad alcuni che parevano suoi seguaci. Sembrava Gesù, era Gesù!

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!” Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto, non li guardò neppure e non si accorse del loro aspetto poco palestinese: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli.

Questa è proprio una bella novità, cosa significa? Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”. I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Il perdono cominciava qui. Povero Pietro, dopo secoli di legge del taglione, questa novità era sconvolgente, cambiava totalmente la sua vita e quella di tanti altri che in futuro lo avrebbero seguito sulle orme di Gesù

Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi: anche se non tutti gli uomini avevano capito, anche se qualcuno non capisce ancora adesso e spesso anche ognuno di noi se ne dimentica, qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace.

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista, con una variopinta bandiera arcobaleno sul muro della camera capì, che non era quella bella bandiera a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore. Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

Il Signore è la nostra parte di eredità

Dall’udienza nella primavera del 1978 alla conoscenza di Montini attraverso le carte dell’Istituto. Leggi la testimonianza del Presidente dell’Istituto Paolo VI

Nella primavera del 1978, insieme a un gruppo di studenti liceali del Seminario di Brescia, ho avuto la possibilità di fare un viaggio a Roma. Durante i giorni del soggiorno romano abbiamo partecipato all’udienza generale del mercoledì. È stata per me quella l’unica occasione di un incontro diretto con Paolo VI, seppure a una certa distanza e condividendo l’incontro con le migliaia di pellegrini che affollavano l’Aula oggi intitolata al papa bresciano. Di quel momento conservo un ricordo vivo. È rimasta impressa nella mia memoria anzitutto l’immagine dell’ingresso del papa nell’aula delle udienze sulla sedia gestatoria, a causa della difficoltà a camminare che si era aggravata negli ultimi mesi di vita di Paolo VI.

Ricordo anche l’emozione di trovarsi di fronte al pastore della chiesa che da giovani seminaristi avevamo imparato a conoscere e ad apprezzare per la limpidezza dell’insegnamento e la generosità del servizio alla Chiesa in un’epoca storica complessa e tormentata come quella degli anni successivi al Vaticano II. Ricordo infine il saluto che al termine dell’udienza Paolo VI aveva rivolto al Seminario della sua diocesi d’origine, esortandoci a camminare con perseveranza sulla via intrapresa e a non dimenticare che “il Signore è la nostra parte di eredità”.

Quei giorni trascorsi a Roma alla fine di aprile del 1978 furono segnati da un clima pesante che gravava su una città in stato di assedio, nella quale di lì a poco si sarebbe compiuto l’epilogo del sequestro Moro. Della partecipazione di Paolo VI al dramma di Aldo Moro e dell’Italia avevamo notizia dai giornali che riferivano delle iniziative tentate per ottenerne la liberazione.

L’intensità con cui il Papa era coinvolto nella vicenda si avvertiva chiaramente dai riferimenti alla sorte di Moro che ritornavano nei discorsi domenicali all’Angelus e che noi stessi avevamo potuto ascoltare in Piazza san Pietro. Ma è stata soprattutto la preghiera di Paolo VI nella basilica di san Giovanni in Laterano in occasione delle esequie di Aldo Moro che ha destato una profonda impressione, un’impressione che si rinnova ogni volta che si riascoltano queste parole. Paolo VI infatti attingeva alle antiche parole della Scrittura per chiedere a Dio ragione di una preghiera che non era stata esaudita e, al tempo stesso, si faceva voce di un popolo ammutolito e senza parole per la tragedia che si era consumata.

Le parole del credente e del pastore che chiedevano con insistenza a Dio di ascoltare la preghiera assumevano così al tempo stesso un grande valore civile perché si facevano interpreti dell’invocazione di un popolo e, insieme, indicavano nel rispetto per la vita e nel ripudio della violenza le condizioni irrinunciabili per ogni convivenza umana. Se l’incontro con Paolo VI nella primavera del 1978 è avvenuto negli ultimi mesi di vita del papa bresciano, la collaborazione con l’Istituto Paolo VI iniziata alcuni anni dopo mi ha messo a contatto con i documenti della fase iniziale della vita di Giovanni Battista Montini e con il periodo della sua formazione bresciana. L’incontro con il giovane Montini è stato naturalmente mediato dagli scritti e dai documenti relativi al tempo della sua formazione e ai primi anni del suo ministero. Questi scritti restituiscono però con grande freschezza le sue riflessioni, le esperienze fatte e i progetti per il futuro da lui coltivati.

Le lettere e gli scritti giovanili sono particolarmente importanti per conoscere l’animo del futuro papa perché in essi egli si esprime con grande libertà, ancora privo dei condizionamenti istituzionali che nelle stagioni successive gli incarichi via via assunti porteranno con sé.

Colpisce in particolare negli scritti del giovane Montini la passione per l’annuncio del vangelo che traspare, ad esempio, dalla critica severa rivolta ai metodi e ai linguaggi seguiti dall’apologetica del tempo: le parole sono incomprensibili, gli argomenti non convincono e l’insegnamento cristiano, pur formulato in modo concettualmente rigoroso e ineccepibile, non riesce a fare breccia nella coscienza contemporanea, in particolare in quella dei giovani. A questa incomunicabilità non ci si può rassegnare, ma bisogna porre rimedio cercando anzitutto di comprendere i linguaggi e il pensiero della modernità, così come esso trova espressione nella filosofia, nella letteratura e nell’arte. Affonda le radici in questa sensibilità maturata negli anni giovanili l’importanza attribuita al dialogo che molti, con buoni motivi, indicano come caratteristica dello stile pastorale di Montini.

Non è un caso che il dialogo sia proposto come uno dei cardini dell’azione della Chiesa nell’enciclica Ecclesiam suam nella quale Paolo VI delinea il programma del suo pontificato.

Sentirsi parte della Chiesa

Don Pietro Parzani ha iniziato il suo ministero come fidei donum in Mozambico. In questa intervista racconta le sue prime settimane.

Per sua stessa ammissione è “l’ultimo di una lunga serie…”. Don Pietro Parzani, originario della parrocchia di Nigoline Bonomelli, nelle scorse settimane ha iniziato il suo servizio come fidei donum della diocesi di Brescia alla Chiesa del Mozambico dove è chiamato a collaborare con Piero Marchetti Brevi presente nell’ex colonia portoghese dal 2006.

Mi inserisco in una storia – ha raccontato a don Carlo Tartari nei suoi primi giorni della missione – che è la storia della diocesi di Brescia che, come ha detto il vescovo Luciano quando ha chiesto a noi preti la disponibilità a partire, è un modo per sentirsi parte della Chiesa universale. Quando la Chiesa universale chiede aiuto anche Brescia risponde.

L’accoglienza è stata calorosa.

Mi trovo qui in questa realtà ben avviata, animata, bene preparata, lì dove don Bruno Moreschi prima e ora don Piero Marchetti Brevi hanno creato con la gente del posto una buona relazione. Mi ha colpito, in particolare, vedere, la domenica, tanti giovani e tante persone. Le ho incontrate e ho sentito anche il loro bisogno di camminare insieme.

La gioia nel cuore. “Quello che ho visto per ora è tanta gioia, il Signore è già presente, è già qui, bisogna incontrarlo nelle persone. Sono contento di essere qui. Domenica ho fatto 14 battesimi e mi ha colpito come hanno partecipato alla liturgia; in questi giorni sto aiutando, quel poco che posso fare, a costruire una chiesa… Noi sacerdoti siamo chiamati a costruire una chiesa con tutti i battezzati: è qui che si costruisce realmente; mi stupisce che tra gli operai e i volontari si crea un ideale, una prospettiva. La gente dice: ‘Questa sarà la nostra chiesa’. È un luogo importante e allora percepisci la bellezza di essere Chiesa ma soprattutto di costruirla insieme proprio con i mattoni”.

La conversione. Don Pietro ritorna spesso sulla parola grazia. “Il Signore ci chiede in continuazione di convertirci, di camminare insieme. Penso di vivere davvero una grande occasione di conversione, per incontrarlo e per farlo incontrare alla gente. Non devo dimenticare il legame con Brescia: sono qui come sacerdote della diocesi. Brescia da sola non può far niente, Morrumbene, da sola non può far niente. Chiedo a tutti di sentirsi sempre in comunione e di favorire legami”.