Iustitia

Pesanti come ciò che opprime
o pesanti come quelle verità
che il male non sa smuovere;

Leggere come il nulla
o leggere come quelle fedi
che sollevano il cuore –

Le cose hanno il peso,
spesso,
che si sceglie di dargli –
E il valore di ogni peso
è relativo.

Illustrazione di Daniele

Prudentia

    – Da dove vieni,
così sconosciuta e inaspettata,
mia benedetta felicità?
Ti ho cercata, sai?
Così tanto…
Così a lungo…

– Crescevo sotto ogni lacrima,
gridavo sui muri di ogni silenzio
e di ogni tua malinconia.
Aspettavo ti accorgessi di me,
Che davanti al dolore
scegliessi di vivere

Illustrazione di Daniele

Parole rivolte dalla Vergine a Bernadette Soubirous

Il 18 febbraio, Bernadette tende penna e carta alla signora dicendole: “Vorreste avere la bontà di mettere il vostro nome per scritto?”. Ella risponde: “Non è necessario” – “Volete avere la cortesia di venire qui per quindici giorni?” – “Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell’altro”.

Il 21 febbraio: “Pregherete Dio per i peccatori”

Il 23 o 24 febbraio: “Penitenza, penitenza, penitenza”

Il 25 febbraio: “Andate a bere alla fontana e a lavarvi” – “Andate a mangiare di quell’erba che è là” – “Andate a baciare la terra come penitenza per i peccatori”.

Il 2 marzo: “Andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella” – “Che vi si venga in processione”. Durante la quindicina, la Vergine insegnò una preghiera a Bernadette e le disse tre cose che riguardavano solo lei, poi aggiunse con un tono severo: “Vi proibisco di dire ciò a chiunque”.

Il 25 marzo: “Io sono l’Immacolata Concezione”.

Molti sono a conoscenza che la maggior parte delle Apparizioni di Nostra Signora a Bernadette avvennero in tempo di Quaresima, addirittura si può affermare che in quel 1858 fu Maria che predicò la Quaresima nella Parrocchia di Lourdes, tanto da far dire al Parroco, don Peyramale, che pur non potendo affermare la veridicità dei fatti, tuttavia la comunità parrocchiale stava ottenendo frutti spirituali eccellenti e copiosi.

Ma chi era veramente Bernadette dalla Nascita fino a prima della vicenda di Massabielle? Che cosa si può dire di lei? Nacque a Lourdes il 7 gennaio 1844 e venne battezzata il 9, il suo padrino testimoniò che ella pianse per tutta la lunghezza della celebrazione tanto da far esclamare: “Non fa che piangere, sarà cattiva”. Profezia sbagliata, non sarà così. La sua madrina Bernarde Casterot, sorella della madre, di cui Bernadette porta il nome riferisce che la bimba era dolce e graziosa. La zia Bernarde era la sorella maggiore dei Casterot e avrebbe dovuto sposare lei Francois Soubirous, ma questi preferì la sorella minore Luoise, binda e con gli occhi azzurri. Bernardette portò  il diminutivo della sua madrina: la zia Bernarde. Fu proprio questa ad occuparsi, in prevalenza, della piccola figlioccia e fu proprio la zia a riportare questa testimonianza a riguardo di Bernadette: “Sgridata non rispondeva” e aggiunge: “uso il bastone per far filare dritto i miei”. Il silenzio di Bernadette doveva essere un silenzio sofferto, silenzio che continuò quando in casa Soubirous entrò rovina, fame, povertà che li costrinsero ad entrare in quel tugurio, il cachot, la vecchia prigione malsana in disuso, offerta dal cugino Sajous. Si deve propri o a lui questa testimonianza a riguardo dei piccoli fratelli Soubirous: “Mia moglie dava loro spesso del pane di miglio. I piccoli, tuttavia, non chiedevano mai nulla. Sarebbero piuttosto morti”.

Anche Marie Lagues che fu la balia di Bernadette a Bartres e che, a più riprese, la prese come pastorella e servente conferma: “Non si lagnava mai di niente, sempre docile, mai una risposta cattiva”. Bernadette superò il colera che imperversò a Lourdes e che la colpì duramente, ma da quel momento soffrì d’asma e anche il suo stomaco cominciò ad essere malandato eppure la bambina non si lamentò mai del cibo che le veniva dato. A Bartres, presso la sua balia, la condizione di vita era quella di pastorella serva e anche se Marie Lagues aveva assicurato i genitori Soubirous che l’avrebbe mandata a scuola e a catechismo, tuttavia ciò non accadde, perché c’era bisogno di accudire le pecore. Marie Lagues si mise lei a dar lezione a Bernadette, ma con scarso successo per inefficienza pedagogica da parte della balia stessa. In quei momenti, presa da collera, scagliava il libro attraverso la stanza gridando: “Tu non saprai mai niente!”. Nella lunga solitudine dei pascoli di Bartres, Bernadette imparò a recitare il rosario cercando così un’altra compagnia di fronte alla severità della sua blia fino a farle dire: “Quando non si desidera nulla abbiamo sempre quello che  è necessario”.

Bernadette aveva una pietà sobria e ordinaria, per nulla eccezionale; alla sera recitava al alta voce la preghiera come raccontano i Sajous che abitavano sopra il cachot. Durante il mese di Maria le piaceva innalzare altarini nei campi o vicino al suo letto. Anche in Chiesa, alla domenica, non si notava nulla di particolare, in lei non c’era nessuna ostentazione. Zia Bernarde, la madrina, aveva un’osteria e Bernadette talvolta serviva al banco ed era sempre generosa, infatti, a differenza della zia, abbondava nel mettere il vino nelle bottiglie degli avventori  e donava gratuitamente dei sorsi ai clienti. Poiché Bernadette era la primogenita, richiamava i fratellini che si addormentavano mentre pregavano e faceva recitare, tutte le sere, un’Ave Maria alla sorella Toinette prima di addormentarsi dicendo: “Se tu morissi che ne sarebbe di te?”. Possiamo dire che la sua infanzia si conclude con il mese di gennaio 1858 quando decide di tornare a Lurdes da Bartres per fare la prima comunione. A Bartres il Parroco non c’era più, era entrato in monastero. Ritorna a Lourdes perché là ci sono i sacerdoti. Questa povera quotidianità impregnata di una vita cristiana normale, ma seria, è la miglior preparazione all’incontro che ci sarebbe stato in quel luogo oscuro: la Grotta di Massabielle. Di lì a poco quell’antro malfamato sarà rischiarato, per lei, da uno squarcio di luce viva. Luce che rischiara e riscalda tutti noi.

Paolo – un ammalato

A cura di Maria Piccoli

#2

L’uomo è un’isola nel mare dell’esistenza, che interroga le onde sperando gli raccontino che qualcosa esiste, oltre la finitezza del proprio orizzonte. E ogni sua domanda è preghiera.

Avverte una solitudine incapace di definizione, che assomiglia forse alla sete del naufrago: acqua, acqua ovunque e non una goccia da bere – superficialmente tutto appare insomma apparecchiato per soddisfare la nostra felicità, ma l’anima sente come di non appartenere al luogo, percepisce che non c’è corrispondenza e non c’è reciprocità, sentimenti che già provava Adamo quando ebbe in dominio il mondo e non fu contento sinchè non ebbe Eva con cui condividerlo.

#1

Quando parliamo di poesia il significato di spiegare assomiglia più al mestiere del vento con le vele, che non a quello del docente-automa a lezione. Non si tratta soltanto di vivisezionare la lirica in metrica, poetica e retorica, imbustando ogni cosa in apposite categorie stagne; e nemmeno di inventare astruse narrazioni, chiamandole poi interpretazioni personali – corre infatti una gran differenza fra personale e arbitrario.

È (anche) far intendere quali oceani e tempeste siano incastrati fra le maglie dei versi, e almeno per un’ora far sentire gli astanti parte del viaggio, anzichè intrappolati sulla sponda di un secolo opposto e inconciliabile.

La scelta di un preciso numero di termini, oltre che un fatto di efficacia retorica – sarebbero suonati strani titoli come 39parole o Settantatrévirgoladuerighe – è soprattutto un voluto invito alla concisione: sono brevi squarci di pensiero, non privi di una certa poesia, che non vogliono spiegare o insegnare; sono provocazioni, immagini, concetti liberi che hanno per sottointesa una domanda soltanto: “e tu, cosa ne pensi?”

Vivere in pienezza il cristianesimo

Alcune parole di papa Montini determinanti nella vocazione sacerdotale di mons. Piero Bonetta

Quando l’Europa vedeva affacciarsi all’orizzonte il ’68, entravo nel Seminario in via Piamarta a Brescia. Tutto era messo in discussione. Non si salvò neppure la Chiesa. Dal 1971 al 1981 trascorsi presso il Seminario in via Bollani gli anni necessari per la preparazione al ministero sacerdotale. Alla guida della Chiesa la Provvidenza aveva scelto il grande Paolo VI, il Papa della mia giovinezza. Non si erano ancora spenti gli umori del ’68 che Brescia il 28 maggio 1974 verrà colpita nel suo cuore da un atto efferato. Il clima politico era infuocato e le conseguenze raggiunsero anche la Chiesa: chi non ricorda i frequenti attacchi al Santo Padre e i falò della sua effigie. Ebbi il tempo di affezionarmi al Papa, alla sua dottrina, al suo verbo, alla sua maniera di trasmettere i suoi pensieri, alla sua voce, alla sua poesia, alla sua preghiera, alla sua cultura e alla sua profezia. Terminate le superiori nel 1975, ritornai in Seminario con l’incarico di prefetto presso i ragazzi della scuola Media Arici. Per ragioni legate a problemi familiari coniugati a motivazioni inerenti al mio cammino vocazionale e affettivo, decisi di lasciare il Seminario. Nell’attesa di poter partecipare a un concorso relativo agli studi effettuati ripiegai su un lavoro in un’officina. Il tempo trascorreva e, nonostante mi vedesse impegnato sia in Oratorio che in Parrocchia, aveva coperto con la polvere delle ore che passavano l’idea del “sacerdozio”. Una sera di maggio del 1976, rientrato dalla preghiera del rosario presso il Santuario della Stella, mi capitò tra le mani un “ciclostilato” che recava in calce “Vivere in pienezza il cristianesimo, Roma – Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes, 23 febbraio 1964”. Presi il foglio e mi misi a leggere.

Riporto qui la parte che mi toccò: “‘Perché il Papa è venuto da noi? Cosa è venuto a fare?’. Sarebbe lungo dire perché, anche se il gesto è facile e l’azione è breve e finisce subito. Lo scopo è profondo e difficile e grave e, direi, decisivo. Sono venuto – possiamo dirlo con una parola metaforica? – a svegliarvi, come la mamma sveglia il suo bambino e dice: ‘Presto, sorgi, che è l’ora!’. Come una chiamata alle armi: ‘Svegliatevi, venite che c’è bisogno di combattenti, di militari!’. O qualsiasi altra chiamata che scuota il sonno di qualcuno, tragga dal letargo di una pigrizia, di una incoscienza che non si giustifica. E così io sono venuto a risvegliare in voi la coscienza cristiana, la vita cristiana… tutta l’economia divina che viene in nostro soccorso e nostra salvezza si delinea nelle parole appunto della Sacra Scrittura come una vocazione, come un appello, come una chiamata, come un risveglio: ‘Vivete, fratres, vocationem vestram’ dirà san Paolo, e lo ripete in tante sue lettere, in tante sue parti. Dovete capire che pende sopra di voi un appello, una chiamata, una voce. Viene giù dal cielo un grido che dice: svegliati! Guarda che non è soltanto la vita che stai strisciando sulla terra il tuo destino. Io ti chiamo, io ti voglio estrarre quasi da te stesso per sublimarti e per darti un altro senso della vita, un altro destino, un’altra maniera di concepire i tuoi giorni. Io ti chiamo… ”. Quella fu una notte difficile per me ma anche di grande illuminazione. Gli interrogativi e i dubbi produssero una crisi profonda. Decisi di riprendere i contatti col Rettore del Seminario e con il Padre spirituale. Com’è andata? Quest’anno festeggio felicemente i 37 anni di sacerdozio.

Parole…

Le sei parole più importanti
“Riconosco di aver commesso un errore”.

Le cinque parole più importanti:
“Hai fatto un buon lavoro”.

Le quattro parole più importanti:
“Che cosa ne pensi?”.

Le tre parole più importanti:
“Se tu potessi”.

Le due parole più importanti:
“Grazie tante”.

La parola più importante:
“Noi”.

La parola meno importante:
“Io”.

Dammi 10 parole…

Recentemente è uscito un piccolo testo (piccolo nelle dimensioni, ma grande nei contenuti) a firma di don Marco Mori, direttore dell’Ufficio di pastorale giovanile della nostra diocesi. Ho trovato il testo interessante e utile per una rilettura su ciò che quotidianamente incontro e vivo accanto e insieme alla nostra comunità: l’Oratorio.

Spesso l’Oratorio, in tutte le sue articolazioni, attività, programmi, iniziative, tradizioni, scadenze, incombenze, riunioni, vive a una velocità tale da non riuscire a leggersi, e quando non ci si ferma a fare il punto della strada aumentano i rischi di perdersi o di smarrire il senso del camminare. Ben venga allora l’opportunità di guardare all’Oratorio…

Immagino di “guardare” all’Oratorio come se guardassimo ad una persona… gli sguardi sull’oratorio sono molteplici: ci sono gli occhi di chi è capace di andare oltre il visibile per cogliere l’interiorità, la profondità del nostro Oratorio. C’è chi vi vede qualcosa di importante, qualcosa che gli appartiene, qualcosa che è famigliare come la propria casa. C’è chi riconosce l’Oratorio, ma lo tiene a distanza, c’è chi lo guarda con nostalgia pensando a “com’era una volta”, c’è chi lo sogna diverso, nuovo, più dinamico, più dentro al vissuto delle nostre famiglie e si adopera per essere parte di questo cambiamento… c’è chi lo sogna diverso, ma si ferma alla critica a volte costruttiva, altre volte malevola o un po’ superficiale… c’è chi ne coglie la dimensione comunitaria e la pluralità di talenti e carismi che lo compongono, c’è chi non vede il mosaico, ma solo qualche tassello e identifica l’uno con il tutto.

Potrei continuare, ma va bene così! purchè l’oratorio possa entrare nel nostro vissuto insieme a tanti altri luoghi e tempi di crescita e relazione, è positiva e utile ogni considerazione.

Nel testo di don Marco sono elencate alcune “attenzioni educative” per aprire un oratorio, una sorta di decalogo (minuscolo rispetto al ben più importante Decalogo di bibblica memoria).

Vi invito all’inizio di un tempo denso di attività e impegni per il nostro oratorio (festa, grest, follest, minigrest, campiscuola, gmg, missioni parrocchiali, ICFR…) a leggerlo, vi invito a rivivere l’antico gioco del “cel’ho” “manca”.

Laddove troviamo un “manca”, beh… rimbocchiamoci le maniche!

10 cose per aprire un oratorio

  1. Avere uno sguardo sulla vita, sempre
  2. Trovare ciò che ognuno può dare e chiederglielo
  3. Non fare solo riunioni organizzative
  4. Chiedere a tutti come vogliono l’oratorio
  5. Pregare tanto e far pregare
  6. Pensare e progettare di più di quello che si può fare all’inizio
  7. Guardarsi intorno negli altri oratori, ma non imitare tutto.
  8. Rispettare tutte le leggi anche se le carte sono tante
  9. Far lavorare tutti concretamente
  10. Non vedere quello che c’è, ma quel che ci sarà.

don Carlo