Parole di speranza

Ogni giorno mons. Domenico Sigalini con la consueta bravura sul suo sito offre una riflessione a partire dal Vangelo. Si può leggere il testo, ma si può anche ascoltare l’audio.

Abbiamo bisogno di parole di speranza. Dove le possiamo cercare? Attingendo alla Parola. E così ogni giorno mons. Domenico Sigalini con la consueta bravura sul suo sito offre una riflessione a partire dal Vangelo. Si può leggere il testo, ma si può anche ascoltare l’audio.

A proposito di ama Dio e ama il prossimo, Sigalini scrive: “Non fare separazioni che sarebbero ben comode, non fissarti su uno o sull’altro se vuoi rispondere seriamente alle esigenze che io ho seminato in te: ti ho messo dentro una nostalgia di Dio grandissima e non sarai felice se non la seguirai; ti ho messo dentro una assoluta necessità di stare con gli altri, di amare e vivere in pace con tutti gli uomini e la loro compagnia ti sarà strada di felicità se li amerai. Sono un unico amore, ma attento: non li separare mai, non viverli mai ‘in alternativa’, non dare all’uomo quel che è di Dio e non depositare in Dio quello che devi assolutamente ai tuoi simili. E’ un riferimento semplice, ma è impegnativo, come si è sempre impegnato Dio per noi, perchè Lui è un Dio che non ci abbandona mai”.

Siamo nel deserto, ma non temiamo

Responsabilità, rigore e fiducia sono le parole che il vescovo Pierantonio Tremolada ha consegnato alle comunità cristiane, in questo difficile periodo caratterizzato dal coronavirus

Iustitia

Pesanti come ciò che opprime
o pesanti come quelle verità
che il male non sa smuovere;

Leggere come il nulla
o leggere come quelle fedi
che sollevano il cuore –

Le cose hanno il peso,
spesso,
che si sceglie di dargli –
E il valore di ogni peso
è relativo.

Illustrazione di Daniele

Prudentia

    – Da dove vieni,
così sconosciuta e inaspettata,
mia benedetta felicità?
Ti ho cercata, sai?
Così tanto…
Così a lungo…

– Crescevo sotto ogni lacrima,
gridavo sui muri di ogni silenzio
e di ogni tua malinconia.
Aspettavo ti accorgessi di me,
Che davanti al dolore
scegliessi di vivere

Illustrazione di Daniele

Parole rivolte dalla Vergine a Bernadette Soubirous

Il 18 febbraio, Bernadette tende penna e carta alla signora dicendole: “Vorreste avere la bontà di mettere il vostro nome per scritto?”. Ella risponde: “Non è necessario” – “Volete avere la cortesia di venire qui per quindici giorni?” – “Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell’altro”.

Il 21 febbraio: “Pregherete Dio per i peccatori”

Il 23 o 24 febbraio: “Penitenza, penitenza, penitenza”

Il 25 febbraio: “Andate a bere alla fontana e a lavarvi” – “Andate a mangiare di quell’erba che è là” – “Andate a baciare la terra come penitenza per i peccatori”.

Il 2 marzo: “Andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella” – “Che vi si venga in processione”. Durante la quindicina, la Vergine insegnò una preghiera a Bernadette e le disse tre cose che riguardavano solo lei, poi aggiunse con un tono severo: “Vi proibisco di dire ciò a chiunque”.

Il 25 marzo: “Io sono l’Immacolata Concezione”.

Molti sono a conoscenza che la maggior parte delle Apparizioni di Nostra Signora a Bernadette avvennero in tempo di Quaresima, addirittura si può affermare che in quel 1858 fu Maria che predicò la Quaresima nella Parrocchia di Lourdes, tanto da far dire al Parroco, don Peyramale, che pur non potendo affermare la veridicità dei fatti, tuttavia la comunità parrocchiale stava ottenendo frutti spirituali eccellenti e copiosi.

Ma chi era veramente Bernadette dalla Nascita fino a prima della vicenda di Massabielle? Che cosa si può dire di lei? Nacque a Lourdes il 7 gennaio 1844 e venne battezzata il 9, il suo padrino testimoniò che ella pianse per tutta la lunghezza della celebrazione tanto da far esclamare: “Non fa che piangere, sarà cattiva”. Profezia sbagliata, non sarà così. La sua madrina Bernarde Casterot, sorella della madre, di cui Bernadette porta il nome riferisce che la bimba era dolce e graziosa. La zia Bernarde era la sorella maggiore dei Casterot e avrebbe dovuto sposare lei Francois Soubirous, ma questi preferì la sorella minore Luoise, binda e con gli occhi azzurri. Bernardette portò  il diminutivo della sua madrina: la zia Bernarde. Fu proprio questa ad occuparsi, in prevalenza, della piccola figlioccia e fu proprio la zia a riportare questa testimonianza a riguardo di Bernadette: “Sgridata non rispondeva” e aggiunge: “uso il bastone per far filare dritto i miei”. Il silenzio di Bernadette doveva essere un silenzio sofferto, silenzio che continuò quando in casa Soubirous entrò rovina, fame, povertà che li costrinsero ad entrare in quel tugurio, il cachot, la vecchia prigione malsana in disuso, offerta dal cugino Sajous. Si deve propri o a lui questa testimonianza a riguardo dei piccoli fratelli Soubirous: “Mia moglie dava loro spesso del pane di miglio. I piccoli, tuttavia, non chiedevano mai nulla. Sarebbero piuttosto morti”.

Anche Marie Lagues che fu la balia di Bernadette a Bartres e che, a più riprese, la prese come pastorella e servente conferma: “Non si lagnava mai di niente, sempre docile, mai una risposta cattiva”. Bernadette superò il colera che imperversò a Lourdes e che la colpì duramente, ma da quel momento soffrì d’asma e anche il suo stomaco cominciò ad essere malandato eppure la bambina non si lamentò mai del cibo che le veniva dato. A Bartres, presso la sua balia, la condizione di vita era quella di pastorella serva e anche se Marie Lagues aveva assicurato i genitori Soubirous che l’avrebbe mandata a scuola e a catechismo, tuttavia ciò non accadde, perché c’era bisogno di accudire le pecore. Marie Lagues si mise lei a dar lezione a Bernadette, ma con scarso successo per inefficienza pedagogica da parte della balia stessa. In quei momenti, presa da collera, scagliava il libro attraverso la stanza gridando: “Tu non saprai mai niente!”. Nella lunga solitudine dei pascoli di Bartres, Bernadette imparò a recitare il rosario cercando così un’altra compagnia di fronte alla severità della sua blia fino a farle dire: “Quando non si desidera nulla abbiamo sempre quello che  è necessario”.

Bernadette aveva una pietà sobria e ordinaria, per nulla eccezionale; alla sera recitava al alta voce la preghiera come raccontano i Sajous che abitavano sopra il cachot. Durante il mese di Maria le piaceva innalzare altarini nei campi o vicino al suo letto. Anche in Chiesa, alla domenica, non si notava nulla di particolare, in lei non c’era nessuna ostentazione. Zia Bernarde, la madrina, aveva un’osteria e Bernadette talvolta serviva al banco ed era sempre generosa, infatti, a differenza della zia, abbondava nel mettere il vino nelle bottiglie degli avventori  e donava gratuitamente dei sorsi ai clienti. Poiché Bernadette era la primogenita, richiamava i fratellini che si addormentavano mentre pregavano e faceva recitare, tutte le sere, un’Ave Maria alla sorella Toinette prima di addormentarsi dicendo: “Se tu morissi che ne sarebbe di te?”. Possiamo dire che la sua infanzia si conclude con il mese di gennaio 1858 quando decide di tornare a Lurdes da Bartres per fare la prima comunione. A Bartres il Parroco non c’era più, era entrato in monastero. Ritorna a Lourdes perché là ci sono i sacerdoti. Questa povera quotidianità impregnata di una vita cristiana normale, ma seria, è la miglior preparazione all’incontro che ci sarebbe stato in quel luogo oscuro: la Grotta di Massabielle. Di lì a poco quell’antro malfamato sarà rischiarato, per lei, da uno squarcio di luce viva. Luce che rischiara e riscalda tutti noi.

Paolo – un ammalato

A cura di Maria Piccoli

#2

L’uomo è un’isola nel mare dell’esistenza, che interroga le onde sperando gli raccontino che qualcosa esiste, oltre la finitezza del proprio orizzonte. E ogni sua domanda è preghiera.

Avverte una solitudine incapace di definizione, che assomiglia forse alla sete del naufrago: acqua, acqua ovunque e non una goccia da bere – superficialmente tutto appare insomma apparecchiato per soddisfare la nostra felicità, ma l’anima sente come di non appartenere al luogo, percepisce che non c’è corrispondenza e non c’è reciprocità, sentimenti che già provava Adamo quando ebbe in dominio il mondo e non fu contento sinchè non ebbe Eva con cui condividerlo.

#1

Quando parliamo di poesia il significato di spiegare assomiglia più al mestiere del vento con le vele, che non a quello del docente-automa a lezione. Non si tratta soltanto di vivisezionare la lirica in metrica, poetica e retorica, imbustando ogni cosa in apposite categorie stagne; e nemmeno di inventare astruse narrazioni, chiamandole poi interpretazioni personali – corre infatti una gran differenza fra personale e arbitrario.

È (anche) far intendere quali oceani e tempeste siano incastrati fra le maglie dei versi, e almeno per un’ora far sentire gli astanti parte del viaggio, anzichè intrappolati sulla sponda di un secolo opposto e inconciliabile.

La scelta di un preciso numero di termini, oltre che un fatto di efficacia retorica – sarebbero suonati strani titoli come 39parole o Settantatrévirgoladuerighe – è soprattutto un voluto invito alla concisione: sono brevi squarci di pensiero, non privi di una certa poesia, che non vogliono spiegare o insegnare; sono provocazioni, immagini, concetti liberi che hanno per sottointesa una domanda soltanto: “e tu, cosa ne pensi?”

Vivere in pienezza il cristianesimo

Alcune parole di papa Montini determinanti nella vocazione sacerdotale di mons. Piero Bonetta

Quando l’Europa vedeva affacciarsi all’orizzonte il ’68, entravo nel Seminario in via Piamarta a Brescia. Tutto era messo in discussione. Non si salvò neppure la Chiesa. Dal 1971 al 1981 trascorsi presso il Seminario in via Bollani gli anni necessari per la preparazione al ministero sacerdotale. Alla guida della Chiesa la Provvidenza aveva scelto il grande Paolo VI, il Papa della mia giovinezza. Non si erano ancora spenti gli umori del ’68 che Brescia il 28 maggio 1974 verrà colpita nel suo cuore da un atto efferato. Il clima politico era infuocato e le conseguenze raggiunsero anche la Chiesa: chi non ricorda i frequenti attacchi al Santo Padre e i falò della sua effigie. Ebbi il tempo di affezionarmi al Papa, alla sua dottrina, al suo verbo, alla sua maniera di trasmettere i suoi pensieri, alla sua voce, alla sua poesia, alla sua preghiera, alla sua cultura e alla sua profezia. Terminate le superiori nel 1975, ritornai in Seminario con l’incarico di prefetto presso i ragazzi della scuola Media Arici. Per ragioni legate a problemi familiari coniugati a motivazioni inerenti al mio cammino vocazionale e affettivo, decisi di lasciare il Seminario. Nell’attesa di poter partecipare a un concorso relativo agli studi effettuati ripiegai su un lavoro in un’officina. Il tempo trascorreva e, nonostante mi vedesse impegnato sia in Oratorio che in Parrocchia, aveva coperto con la polvere delle ore che passavano l’idea del “sacerdozio”. Una sera di maggio del 1976, rientrato dalla preghiera del rosario presso il Santuario della Stella, mi capitò tra le mani un “ciclostilato” che recava in calce “Vivere in pienezza il cristianesimo, Roma – Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes, 23 febbraio 1964”. Presi il foglio e mi misi a leggere.

Riporto qui la parte che mi toccò: “‘Perché il Papa è venuto da noi? Cosa è venuto a fare?’. Sarebbe lungo dire perché, anche se il gesto è facile e l’azione è breve e finisce subito. Lo scopo è profondo e difficile e grave e, direi, decisivo. Sono venuto – possiamo dirlo con una parola metaforica? – a svegliarvi, come la mamma sveglia il suo bambino e dice: ‘Presto, sorgi, che è l’ora!’. Come una chiamata alle armi: ‘Svegliatevi, venite che c’è bisogno di combattenti, di militari!’. O qualsiasi altra chiamata che scuota il sonno di qualcuno, tragga dal letargo di una pigrizia, di una incoscienza che non si giustifica. E così io sono venuto a risvegliare in voi la coscienza cristiana, la vita cristiana… tutta l’economia divina che viene in nostro soccorso e nostra salvezza si delinea nelle parole appunto della Sacra Scrittura come una vocazione, come un appello, come una chiamata, come un risveglio: ‘Vivete, fratres, vocationem vestram’ dirà san Paolo, e lo ripete in tante sue lettere, in tante sue parti. Dovete capire che pende sopra di voi un appello, una chiamata, una voce. Viene giù dal cielo un grido che dice: svegliati! Guarda che non è soltanto la vita che stai strisciando sulla terra il tuo destino. Io ti chiamo, io ti voglio estrarre quasi da te stesso per sublimarti e per darti un altro senso della vita, un altro destino, un’altra maniera di concepire i tuoi giorni. Io ti chiamo… ”. Quella fu una notte difficile per me ma anche di grande illuminazione. Gli interrogativi e i dubbi produssero una crisi profonda. Decisi di riprendere i contatti col Rettore del Seminario e con il Padre spirituale. Com’è andata? Quest’anno festeggio felicemente i 37 anni di sacerdozio.