La tua Parola ci guida

Nella Sinagoga di Gesù, che era come la sua parrocchia ed a volte la sua scuola, non c’erano libri. Tutto era scritto in “rotoli”. C’era il rotolo di Isaia, o di Geremia.

Con la Parola di Dio c’era sempre un “rotolo” molto buono.

Guardiamo ad Ovest, dove cala il sole: Arriva l’oscurità e la notte. La Parola ci dice di vegliare, di essere attenti alla luce che verrà

Non addormentiamoci, restiamo in attesa in preghiera: Vegliate e pregate

Guardiamo a Sud, ai poveri, a quelli che stanno in basso, a quelli che soffrono il dolore e la ingiustizia. quante strade rotte, quanti dislivelli, quanto da riparare.

Mettiamo mano all’opera, impegniamoci. Serviamo

Guardiamo ad Est, dove sorgerà il Sole. Stiamo allegri perché è già molto vicino, incomincia a schiarire: Viviamo con lieta speranza

Guardiamo a Nord, verso l’altro. Se troviamo il Nord non siamo perduti, sapremo come e verso dove camminare: Gesù ci abita, nasce in noi, è con te, con me, con ognuno di noi. Il Signore viene a nascere in te

Gesù è il nostro Nord, il nostro GPS, il suo amore è il progetto per la nostra vita. Non siamo perduti, tu sei la nostra via, ti seguiremo sempre ed avremo vita e vita in abbondanza.

Giovani di Parola

L’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni accompagna i gruppi giovanili alla riscoperta della lectio divina e del cammino spirituale

Questa proposta, più che una novità, è una scommessa che si rinnova. “La lettura della Parola di Dio è da sempre − spiega don Giovanni Milesi − parte del patrimonio bellissimo della Chiesa. Riprendiamo in mano oggi questa sfida: riproporla ai giovani, in un contesto anche molto familiare, significa semplicemente fare quello che la Chiesa ha sempre fatto. Utilizziamo il metodo della lectio divina sul quale sia mons. Tremolada sia mons. Monari hanno sempre insistito. Vuole essere un aiuto per le nostre comunità, prendendo uno strumento antico, rinnovandolo e adattandolo al nostro contesto”.

La richiesta. Il percorso nasce da una richiesta esplicita. “I giovani hanno posto un’esigenza: ascoltare e lasciarsi interrogare dalla Parola di Dio in contesti informali. Ci si ritrova, ci si confronta e si prega. Alla fine ci si deve chiedere cosa dice il testo alla nostra vita di oggi. Si tratta di un tentativo di evangelizzazione che parte dal piccolo, da ciò che è possibile fare e lascia spazio alla creatività dello Spirito e dei giovani, scommettendo sulla forza e sulla fecondità della lettura e della preghiera comunitaria della Parola. Non è facile oggi proporre la lettura della Parola di Dio, ma le risposte che sono arrivate sono incoraggianti. Alcune parrocchie, penso ad esempio alle parrocchie di Castenedolo e Bovezzo, si sono attivate con modalità differenti. Abbiamo ipotizzato anche un metodo per facilitare l’accompagnamento.

Gli incontri non devono durare più di un’ora e possono essere seguiti da un momento (ben distinto dall’altro) di fraternità. Ogni gruppo, poi, deve capire se da questo incontrarsi scaturisce qualche azione concreta: servizio, evangelizzazione, missione…”. I giovani che partecipano sono, quindi, invitati a mettersi in gioco in prima persona come “giovani di parola”, che sono abitati, animati e spinti dalla Parola che hanno ascoltato.

L’adesione. I giovani (dai 18 ai 35 anni) vanno invitati personalmente.

A chi frequenta è chiesta una adesione/fedeltà all’incontro (essere di parola). Possono farsi promotori dell’iniziativa presso i loro coetanei. Devono, però, essere accompagnati con cura in questo cammino. “L’occasione può diventare anche propizia per avviare un percorso di discernimento vocazionale. Questi momenti di lectio possono diventare occasione per curare la riscoperta e l’approfondimento della fede a partire dalla Parola”. Durante la fase di ascolto in preparazione al Sinodo, è emerso che i giovani si sentono impreparati e incapaci di rendere ragione della propria fede nel contesto culturale odierno e nel dialogo con i propri coetanei.

La comunione con la Diocesi. Ogni gruppo deve segnare la sua presenza in modo da costituire una rete conosciuta e visibile. I singoli gruppi parrocchiali o zonali sono chiamati a condividere la preghiera insieme con gli altri “giovani di parola” della propria macrozona: sono stati pensati, infatti, tre incontri durante i giovedì di quaresima in sostituzione della Scuola della Parola che si teneva in Cattedrale. Gli incontri macrozonali nel tempo quaresimale sono presieduti dai vicari territoriali, ma anche il Vescovo presiederà a turno uno degli incontri. Tutti i gruppi, infine, sono invitati a partecipare alla Veglia della Palme con il Vescovo.

Verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge

Credo che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, abbia fatto l’esperienza di alzarsi al mattino presto e recarsi in un luogo un po’ “speciale” per veder sorgere il sole. E’ un’emozione particolare, soprattutto là dove si passa repentinamente dal buio pesto alla luce celestiale, che precede immediatamente il giallo-rosso del sole che sorge. Questa visione dà proprio l’impressione di passare dalla morte alla vita, dal nulla all’esistenza, dalla paura alla gioia, dal turbamento alla pace. Un’esperienza particolare io l’ho vissuta sul monte Sinai. Insieme con alcuni amici sacerdoti, sono salito di notte, al buio, in stile di pellegrinaggio di fede, pregando e meditando l’esperienza di Mosè, descritta nelle Sacre Scritture, mentre sale questo monte per incontrare Dio. 

Un monte desertico, aspro, arido, alto, imponente, che ti mette alla prova … E, mentre tu credi che dopo tanta fatica troverai finalmente Dio, improvvisamente ti accorgi che, nel segno di quel sole, è Dio che trova te, sorgendo furtivamente come il sole, che sorprendentemente si innalza sopra quel monte, pure altissimo e maestoso, mai però quanto quella luce che, apparentemente lontana, ti avvolge con un abbraccio che ti riscalda dopo il freddo della notte; ti ridona forza dopo la fatica della salita; ti ristora dopo il lungo cammino; ti accarezza come fosse una madre; ti dona coraggio dopo la paura del buio che ti impedisce di vedere dove metti i piedi; ti ridona speranza dopo il dubbio di riuscire nell’impresa; dona forma ad ogni cosa che non riuscivi a riconoscere … e avresti voglia di non più staccarti dall’incantevole visione di quella luce e di quanto, vicino e lontano, sotto i tuoi piedi e all’orizzonte, questa luce ti concede di ammirare. Comprendi allora quanto è bello il creato, quanto è bello l’uomo, centro di questo creato e a lui offerto per vivere nella meravigliosa vita che Dio gli ha donato.

Ecco perché fin dai primi secoli (336 d. C.) i cristiani hanno offerto anche al mondo di coloro che adoravano il sole come fosse un dio, l’annuncio del Natale come la possibilità di conoscere quel Dio che ha creato quella meraviglia che è il sole, e hanno fissato la festa della nascita di Gesù proprio nel giorno in cui i “pagani” celebravano il “dies natalis solis invicti” (la festa del solstizio di inverno). Gesù è il vero sole non vinto dalle tenebre. 

Dunque, la festa cristiana del Natale ha voluto collegarsi a simboli, usanze, tradizioni già presenti per rivitalizzarle mediante il significato nuovo che la venuta al mondo di Gesù comportava. “E questo spirito di “rinascita” alla luce e alla vita può essere rivissuto anche oggi: segna l’avvento nel mondo di una nuova luce, capace di dissipare le tenebre che anche oggi ci minacciano, e di una nuova vita inaugurata dalla presenza di Dio tra gli uomini, che può far sentire Dio non come realtà lontana e indifferente, ma vicino e coinvolto con la storia umana”.

Anche oggi Dio, nella persona del Figlio, “viene a visitarci come sole dall’alto” e desidera che noi cristiani aiutiamo gli uomini a comprendere come anche oggi Dio ci offre Gesù come un dono d’amore e un segno che non si impone, ma interpella il cuore. Ecco il perché di un “segno” fragile e debole come “un bambino” . “Ogni bambino chiama in causa la capacità di cura dell’adulto poiché si presenta inevitabilmente sotto i tratti della fragilità umana … Gesù bambino si consegna nelle nostre mani, lasciando che siamo noi a disporre di Lui. Egli, nella storia, ha incontrato mani accoglienti e mani ostili in ogni tratto del suo camminare in mezzo a noi, da Betlemme al Gòlgota, dalla mangiatoia al sepolcro. Il Bambino è segno dell’identità stessa di Dio”.

Il vecchio Simeone al tempio, prendendo tra le braccia questo Bambino, riconoscendo in lui il segno dell’amore di Dio, ebbe ad esclamare: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace … perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza!”.

La nostra fede ci dice che la debolezza di quel Bambino, che morirà crocifisso, è la potenza dell’amore di Dio. E’ la potenza che vince il male, l’odio, la violenza, la vendetta, la morte.

Non lasciamo che il Natale venga “mondanizzato”. Impegniamoci, invece, a cristianizzare i segni “mondani” del Natale, perché anch’essi si trasformino nel richiamo al mistero dell’amore di Dio per ogni uomo. Luci, regali, pranzi, vacanze … tutto diventi segno della festa e della gioia che nascono dal’ingresso di Dio nella storia e dal suo farsi nostra guida e compagno di viaggio nella nostra vita.

A tutti un augurio che sgorga dal cuore dei vostri sacerdoti e delle nostre suore.

Tradurre la Parola

Per l’iniziativa di solidarietà, l’Azione Cattolica ha scelto “di guardare ai giovani disoccupati e di scendere in campo per loro”

“Dopo esserci impegnati a custodire la memoria della nostra storia di fedeltà a Dio e all’uomo per discernere l’essenziale della nostra vocazione, nel secondo anno del triennio associativo ci lasceremo provocare in modo particolare dal tema della popolarità, una delle attenzioni scaturite nella XVI Assemblea diocesana e unitamente alla cura della parrocchia, al dialogo e confronto con le culture, alla cura della vita del laico”. Così si è espressa Giuliana Sberna, presidente diocesana dell’Azione Cattolica, nell’ultimo numero di Ac Notizie. Domenica 16 l’Azione Cattolica si è ritrovata per la tradizionale assemblea di inizio anno. Il tema, scelto anche dal Consiglio Nazionale e proposto al convegno delle presidenze (“un Popolo per tutti”) nel maggio del 2018, prende le mosse dalle parole provocatorie che papa Francesco ha rivolto ai membri del Fiac il 27 aprile 2017 e dal numero 6 dell’esortazione “Gaudete et exultate”.

“Oggi ancora piccoli e grandi, adulti e giovani, laici e pastori insieme scegliamo di scommettere nella possibilità di vivere l’incontro con il Signore, di continuare a vivere l’esperienza di un popolo che cammina accompagnando, e che accompagnando aiuta a diventare grandi nella vita. Per la nostra associazione ciò significa – continua la presidente – proseguire l’impegno assunto con il documento assembleare a essere ‘con tutti e per tutti’, a porsi in ascolto delle domande, a trovare linguaggi e forme perché il Vangelo arrivi a tutti. Significa continuare lo sforzo di guardare alla vita quotidiana delle persone, delle famiglie, delle comunità non soltanto per crescere nella capacità di guardare con grande attenzione alla vita quotidiana degli altri, ma anche per aiutare le persone a guardare alla propria vita come lo spazio, il tempo abitato da Dio”.

L’iniziativa di solidarietà. Ogni anno l’Azione Cattolica insiste sulla cura del legame associativo, che “vuole esprimere la cura per la vita di ogni persona”. In questo scenario trova collocazione e senso l’Iniziativa di Solidarietà diocesana che, tra le forme di nuova povertà che caratterizzano la nostra società postmoderna, ha scelto “di guardare ai giovani disoccupati e di scendere in campo per loro, di stare al loro fianco per fare emergere e rendere visibili a loro e agli altri le loro potenzialità, i loro talenti”. E come indicato dall’icona biblica di Marta e Maria, scelta per il prossimo anno associativo, per realizzare tutto ciò “Di una cosa sola c’è bisogno”: “ascoltare e tradurre in vita la Sua Parola, trovare il giusto equilibrio, occuparsi e non preoccuparsi per lasciare spazio all’ascolto e all’accoglienza dell’altro. Il Signore ci invita a guardarlo negli occhi a prestare attenzione alla Sua Parola e al contempo ai bisogni degli altri”.

Patroni da festeggiare, ma soprattutto da imitare

Nei mesi di giugno e luglio abbiamo festeggiato i santi patroni Pietro e Paolo e, insieme, i santi Vitale e Marziale, di cui la comunità parrocchiale di Leno conserva fieramente le reliquie, che erano nell’antica abbazia benedettina e abbiamo concluso con al Festa di S. Benedetto. Abbiamo avuto la gioia di avere tra noi il Vescovo della nostra Diocesi mons. Pierantonio Tremolada e, in Villa Badia, il Vescovo mons. Ovidio Vezzoli, bresciano e Vescovo Diocesano di Fidenza. 

Tutto questo è stato anticipato da un’elevazione spirituale offerta da Brixia Camera Chorus, Orchestra S. Cecilia di Gambara, solista Saboto Shikama, diretti dal Maestro Francesco Andreoli. Inoltre, in queste feste ci ha seguito la mostra di arredi sacri e suppellettili liturgiche delle nostre tre parrocchie di S. Michele Arcangelo, S. Martino Vescovo e Santi Pietro e Paolo.

L’interesse per quest’ultima iniziativa è stato notevole e sono stati molti ad apprezzarla, congratulandosi con chi l’ha allestita e spiegata. Grazie, dunque, a don Renato e ai suoi collaboratori! Grazie a Maria Piccoli, che custodisce gelosamente e con molta cura gli abiti liturgici e la biancheria della sacrestia, a Paolo Pilati che ha preso passione al suo lavoro, a Sergio e ai suoi collaboratori che sostengono il lavoro nei momenti “forti” e di maggior impegno per l’allestimento delle parature e quant’altro.

Il professor Angelo Baronio lunedì 03 luglio ci ha intrattenuto con una bella lezione sul tema della “Bonifica benedettina”, intesa dal punto di vista spirituale e del lavoro e, da studioso qual è e innamorato della nostra storia locale, ci ha fatto godere di conoscenze che non riempiono semplicemente la testa di nozioni, ma aumentano l’amore per una storia che ci appartiene e della quale siamo figli.

La liturgia vissuta in questi giorni è stata, come l’ha definita mons. Ovidio, sobria e dignitosa, come devono essere le celebrazioni cristiane: senza troppa enfasi e sfarzo, ma neanche sciatte e insignificanti; ordinate, pulite e che lasciano lo spazio ai segni liturgici, capaci di trasmettere il messaggio cristiano e la grazia dello Spirito che ci fa Chiesa: assemblea che, in atteggiamento di ascolto e preghiera, è segno di unità intorno al suo Signore; Parola proclamata e annunciata con cura, riconoscendo in essa il Risorto che ci parla; pane e vino offerti come segno della nostra partecipazione al corpo di Gesù e, quindi, alla sua offerta di amore al Padre; il popolo che cammina, cantando ed esultante di gioia, verso la mensa del pane eucaristico, segno della comunione dei fedeli nel cammino incontro a Cristo verso il banchetto della festa eterna. Il tutto in un ambiente accogliente e capace di esprimere la gioia della festa.

Dobbiamo ringraziare per questo i lettori, gli animatori del canto dell’assemblea,  i ministranti, i cori con i loro direttori e gli strumentisti, coloro che con costanza e perseveranza si dedicano alla cura e alla pulizia dell’ambiente, coloro che, attraverso l’alternanza delle parature, mostrano un segno di accoglienza e ci aiutano a cogliere la diversità dei tempi liturgici e delle feste celebrate in un cammino ecclesiale che non è piatto, ma vissuto in un crescendo di pienezza.

Ma se la preparazione ben curata non vedesse la partecipazione convinta degli altri fedeli, sarebbe sforzo vano. Quindi un grande grazie a tutti coloro che hanno partecipato, rendendo vive e calde le nostre liturgie: dalle autorità civili e militari ai diversi gruppi e associazioni; dai singoli alle famiglie; dai parrocchiani di Leno a quelli di Milzanello e di Porzano, dai presenti fisicamente a quelli uniti spiritualmente e attraverso la radio; dai ragazzi ai giovani e agli adulti … Ognuno  ha contribuito, secondo i doni e la grazia di Dio offerti a ciascuno, a rendere vive e credenti le nostre comunità. 

Certo, tutto questo non sarebbe sufficiente, se non ci fosse il desiderio e l’impegno a vivere quanto si celebra, perché la fede è completa solo se, nutrendosi nella celebrazione comunitaria dei sacramenti, viene vissuta nella vita quotidiana, in un rapporto d’amore con Dio, che sentiamo presente, e con il prossimo che ce Lo fa incontrare sulle strade della vita.

Ecco perché, il nostro Vescovo Pierantonio, ci ha sollecitato, onorati di avere patroni così grandi come i santi Pietro e Paolo, a metterci sulle loro orme nella sequela di Gesù, ad imitarli nella loro schiettezza di fede e ad esprimere nella vita la fierezza del nostro essere “di Cristo”, capaci di arrivare ad esercitare il coraggio del dono di sé per testimoniare questa fierezza.

Facciamo nostri, dunque i loro propositi:

Pietro: “Signore, tu sai tutto, tu conosci che io ti amo!” (Gv 21,17) “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” (Gv 6,68).

Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20);  “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21); “Abbiamo creduto, perciò parliamo della vita, della morte e della risurrezione di Gesù e nostra” (cfr 2Cor 4, 13-14).

Benedetto: “Prega, lavora, leggi e non ti rattristare … Nulla anteponi all’amore di Gesù Cristo” (Regola).

Così ci apprestiamo ad accogliere e mettere in pratica l’esortazione di Papa Francesco e del nostro Vescovo Pierantonio sul tema della santità.

Buon cammino a tutti.

 

La messe è molta

Ottobre missionario 2017

Nei campi era ormai tempo di mietiture. Il grano aveva il colore del pane… Ma Gesù vede altro: guarda e vede che ogni uomo è una zolla di terra ancora atta a dare vita ai suoi semi divini che in noi crescono, dolcemente e tenacemente, come il grano che matura nel sole. E ha un sogno: svelare ad ogni uomo il tesoro nascosto nel campo, far scoprire a ogni persona la propria dignità, il proprio carisma da mettere a servizio del Regno, manifestarsi a ognuno come il Dio della Misericordia e della consolazione. Ma non vuole salvare il mondo senza di noi, vuole, desidera, chiede agli apostoli, a noi, di diventare discepoli, narratori di Dio. Il Signore ci chiede di costruire la Chiesa con Lui. Ogni uomo, in ogni parte del mondo, è “messe matura”, per diventare pane di Dio, per diventare figli di dio.

Queste parole di Gesù, in maniera particolare in questo tempo, ci interpellano direttamente e profondamente. Siamo discepoli perché chiamati a seguire Gesù da vicino, non come persone della folla, ma a seguirlo in un rapporto personale sempre più intimo e profondo con la sua grazia, perché siamo chiamati a innamorarci ogni giorno di più di Lui. E siamo costituiti insieme inseparabilmente apostoli, inviati dal Signore Gesù, perché non possiamo trattenere soltanto per noi la bellezza e la ricchezza del grande dono dell’amore ricevuto da Dio. “Ogni cristiano – ci ricorda Papa Francesco nella Evangelii gaudium – è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre discepoli-missionari”. (n. 120), e con un tratto autobiografico si identifica con la missione: “Io sono una missione su questa terra” (n. 273). Purtroppo questa consapevolezza a più di cinquant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, non è ancora pienamente entrata nella prassi ecclesiale. Molti cristiani ritengono ancora che la missio ad gentes sia una vocazione riservata a pochi uomini e donne. Ed invece “la missione…” rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà un nuovo entusiasmo e nuove motivazioni.

La fede si rafforza donandola! (Redemptoris Missio, 2), L’Ottobre Missionario, con il suo invito alla riflessione, alla preghiera, al gesto fraterno della condivisione è occasione perché le nostre comunità, fedeli alla logica della missione, evitino la malattia spirituale dell’autoreferenzialità, e si pongano alla ricerca di esempi concreti, di gesti significativi, di fatti emblematici, che ne scuotano il grigiore, e le rendano veramente sbilanciate verso la ricerca e l’ascolto dei lontani e dei non credenti; comunità attente a suscitare e a coltivare le grandi vocazioni cristiane, preparate a testimoniare la fede nell’immenso campo del mondo. Segni di questa Chiesa “in uscita missionaria”  che annuncia gioiosamente che la salvezza realizzata da Dio è per tutti (EG n. 113).

(a cura di S.E.R. Mons. Nunzio Galatino – Segretario Generale della C.E.I.)

Lampada per i miei passi è la tua Parola…

Nicola Mossi istituito Lettore

…Luce sul mio cammino (Sal 118, 105). Questa  è la Parola che mi ha accompagnato verso il rito del lettorato  celebratosi nella chiesa delle Grazie a Brescia la sera di venerdì 19 Maggio 2017.

“Il lettorato propone al seminarista la “sfida” di lasciarsi trasformare dalla Parola di Dio, oggetto della sua preghiera e del suo studio.”

Così il documento della congregazione per il clero descrive il ministero che ho ricevuto. Il versetto del salmo che ho posto come titolo è stato spunto di alcune riflessioni. Nella vita spesso siamo portati a navigare a vista, a camminare consci che le nostre possibilità non sono sconfinate, la nostra persona è limitata in tanti aspetti, nelle relazioni, con l’altro e con Dio, nel carattere e nell’aspetto fisico. Se contiamo solo su noi stessi, brancoliamo nel buio o in luci illusorie, magari affascinanti, ma che possono rivelarsi abbagli.

Allora desideriamo una luce che ci permetta di proseguire passo dopo passo ed imboccare una via dove sappiamo che non siamo mai soli. Siamo con-solati, unificati dalla Sua presenza. Il Vangelo di quel venerdì sera ci ha illuminato con il comandamento fondamentale: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.»( rif. Gv 15, 12-17).  Un bel programma di vita. Sì, ma io? Con i miei difetti e incapacità? Con le mie infermità? É proprio vero, da soli non si può. Spesso questo lo sperimentiamo sulla nostra pelle.

L’amore non è una nostra iniziativa ma è frutto della Sua Grazia, della Sua chiamata all’amore, amandoci.

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga » prosegue il Vangelo. Il vescovo nel momento in cui mi sono inginocchiato davanti a lui, con le mani sulla Bibbia mi ha sussurrato “Qui dentro troverai tutte le consolazioni necessarie”. É bello sperimentarlo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Questo ci fa fare un respiro di sollievo, ci fa capire che nella nostra libertà possiamo scegliere un progetto d’amore grande che Dio ha preparato per noi, ed è Lui il primo a sceglierci. « Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.»

E come possiamo esserGli amici? Il vescovo nell’omelia ha dato una risposta: ci vuole tempo e parola per alimentare una amicizia, si confidano i segreti più profondi agli amici. Ci vuole il vangelo, quello sappiamo che è sua Parola, non abbiamo dubbi. Ci vuole l’Eucarestia per nutrirci del suo amore, Gesù si fa pane spezzato e vino versato per noi. Il Vescovo Luciano ha ribadito: «Per essere persone religiose non c’è bisogno della Bibbia e dell’Eucarestia. Ma non si può essere Cristiani senza la Bibbia e senza l’Eucaristia». Ringrazio chi ha pregato per me e chiedo preghiera perché io possa essere aperto all’azione dello Spirito e fare in modo che questi atteggiamenti si radichino nella mia vita e in quella dei miei fratelli. É stato un grande dono condividere con loro questo passo. Insieme, uniti, siamo Chiesa. É stato bello avere vicina la mia famiglia, la comunità lenese e i suoi sacerdoti,  in questo piccolo passo in quanto al servizio, ma grande in quanto al contenuto.

Nicola

Se tu non mi parli Signore, io non son capace di incontrarti

30 aprile 2017

Credo che la ricchezza della Parola che abbiamo ascoltato, che è Parola di Dio, ci convince ancora una volta che tutto  è dono, tutto è grazia. Se noi siamo qui oggi, intorno alla mensa della Parola e dell’Eucarestia, e ci sentiamo famiglia dei figli di Dio, e sentiamo il bisogno di Lui nella nostra vita, è perché anche questo desiderio ha messo dentro di noi Lui. come dono, perché possiamo vivere al meglio la nostra esistenza terrena, e poi raggiungere la vita definitiva. San Pietro ci dice questo: voi per opera sua credete in Dio, perfino la nostra fede, il fatto che noi possiamo credere, è un dono suo. Noi non sapremmo dire Gesù è il  Signore, noi non potremmo riconoscere nei segni sacramentali la sua presenza, se non perché Dio in Gesù e nello Spirito opera in noi e ci rende capaci di professare questa fede nella sua presenza non solo a parole, ma essendo intimamente convinti di quel che facciamo e di quel che diciamo.

Essendo intimamente convinti che al di là dell’impossibilità di toccare con mano una presenza fisica, noi abbiamo la certezza che Gesù è qui in mezzo a noi, e ci parla, ci ascolta, ci sollecita, con le sue domande, ispirazioni, mediante lo Spirito, e ci dà la forza e il coraggio di invitarlo nella nostra vita, perché possiamo vivere di lui. E poi ci dona la capacità di contemplare quell’evento che tra poco avverrà sull’altare, di trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù il vivente, che poi nella comunione eucaristica si dona a noi. E noi diremo quando ci sarà dato il corpo di Cristo, risponderemo “Amen!”, che vuol dire è vero, lo riconosco, è il mio Signore. E tutto questo perché Gesù come ha fatto con i primi apostoli, fa anche con noi. La sera di quello stesso giorno, cioè il giorno della Pasqua. Quella Pasqua che poi si ripete per noi ogni settimana, la Pasqua settimanale, la domenica, quando il Signore ci porta qui come comunità cristiana, ci spiega le scrittura, ci aiuta a leggere i segni della Sua presenza e a riconoscerlo come il nostro Signore. E poi ci invita alla mensa dell’eucarestia, e lì noi lo riconosciamo come i due discepoli di Emmaus mentre benedice, spezza il pane e ce lo dona, e lui sparisce. Sparisce dentro di noi però. Non va lontano, e noi continuiamo a credere alla sua presenza perché siamo certi che è con noi, come han fatto i discepoli di Emmaus, i quali dal momento in cui l’hanno riconosciuto nello spezzare il pane non lo vedono più. Ma non importa più di vederlo con questi occhi, perché ormai la fede ha confermato loro la sua presenza.

Non è più il Dio fuori, ma è il Dio con noi. É il Dio che illumina le strade del buoi dell’umanità. Lo illumina con la sua presenza, il buio del nostro peccato, il buio del nostro egoismo, il buio della nostra tristezza. Lui è dentro di in per illuminare questo buio e rendere la nostra vita più vera, più simile alla sua. E ancora una volta è tutto un dono. Noi non riusciamo a conquistare la fede, non riusciamo nella nostra ricerca ad incontrare il Signore, se Lui non ci dona la fede e non si fa incontrare. Sant’Agostino in questo era profondamente convinto. Se tu non mi parli Signore, io non son capace di incontrarti. E posso ascoltarti solo perché so che tu mi parli. Credo che anche noi dovremo fare più esperienza di tutto questo, imparando ogni giorno ad aprire gli occhi della fede e ringraziare Dio per tutto ciò che siamo ed abbiamo, perché è tutto dono suo. Perfino il male, le difficoltà, diventa dono nel senso che Lui, se noi vogliamo, entra in queste realtà della nostra vita e ci aiuta a farle diventare esperienza che ci conduce al bene. Dio, lo dice anche Paolo, sa tirar fuori il bene anche dal male. Ma è necessario che noi riconosciamo la sua presenza nella nostra vita, diversamente non riusciamo a cogliere queste esperienze così grandi. E allora lasciamoci inondare da questa presenza di Gesù. E allora, come abbiamo pregato nella colletta iniziale, troveremo che al di là dei nostri anni, noi ci sentiremo dentro davvero giovani, perché chi vive nella fede di Gesù non invecchia. Il suo cuore rimane giovane, e la sua esistenza diventa continuamente un canto alla vita che è Dio Signore che vive dentro di noi. Allora potremo, come i due discepoli, uscendo dall’incontro col Signore, portare a tutti la gioia dell’incontro. E coloro che ci incontrano in noi riconoscono delle persone trasformate.

Questi due scappavano da Gerusalemme, dalla fede, dall’incontro con Gesù, ritornavano al peccato di prima, negando tutta l’esperienza che han fatto con Gesù. Capita anche a noi di voler rinnegare tutto quello che siamo e abbiamo ricevuto di fede, di doni spirituali, magari per conquistare un pezzo di terra in più, una casa in più, o per aumentare il conto corrente. Siamo capaci anche di rinnegare i doni che abbiamo avuto, ma questo ci rende tristi. E allora davvero noi che ci incontriamo col Signore la domenica, e lo riconosciamo nella parola e nello spezzare il pane, abbiamo il coraggio nell’uscire di chiesa e ributtarci  nella vita quotidiana, di manifestare la nostra gioia di essere cristiani, la volontà di convertirci, di vivere la vita convertita o comunque una vita fatta di momenti di conversione. Allora diventeremo per gli altri sacramento di Gesù, cioè segno efficace della sua presenza, e gli altri diventeranno per noi sacramento di Gesù, segno efficace della sua presenza. E questo soprattutto nella nostra famiglia, dove è più difficile vedere in colui che ci è sempre accanto, Gesù che dice “io sono accanto a te”.

Avvento e Natale: Dio ci sorprende ancora!

Eccoci pronti a ricominciare un nuovo anno liturgico, a partire dall’Avvento, per giungere al Natale e poi, dopo poche settimane di “tempo ordinario”, alla Quaresima, quindi alla Pasqua, che si chiude con la Pentecoste, riprendere il “tempo ordinario” con al centro la “pasqua settimanale”: la domenica, che raccoglie la comunità intorno alla Parola e all’eucarestia.

Non è forse una ripetizione monotona che ci propone la Chiesa ogni anno? Non sarà forse anche questa monotonia che allontana molti dalla pratica cristiana? Del resto, nonostante tutta la preghiera che la Chiesa ci propone durante l’anno, nonostante tutti gli appelli della Parola da lei annunciata alla misericordia, al perdono, alla pace, alla giustizia, all’accoglienza, alla solidarietà… pare che non cambi mai niente! E allora, ha senso riprendere a celebrare e vivere un nuovo anno liturgico, quasi facendo finta che quel Dio che è già venuto e dice di aver ribaltato il mondo, debba ancora venire a tentare per l’ennesima volta quel ribaltamento di situazione che a noi uomini sembra non essergli ancora riuscito? E poi, cosa apporta di nuovo e di diverso alla nostra vita il credere a questo Dio, che si dice essersi incarnato nella persona di Gesù Cristo? Noi stiamo bene anche senza vivere di questa fede!

Tutte domande e affermazioni che molti si pongono: chi per delusione, chi per disimpegno, chi per scandalo ricevuto, chi per rabbia, chi per stanchezza e noia… chi per incredulità.

Eppure un senso ci deve essere in questa ripetitività! Non credo che la Chiesa in duemila anni di storia – durante i quali ha annoverato tra i suoi membri oltre a una schiera smisurata di santi, anche teologi, dottori, filosofi , umanisti di grande livello – non abbia mai fatto una seria riflessione su queste domande, che non sono di adesso. La Chiesa, proprio come risposta a queste domande ha continuato a riproporre ogni anno il mistero della vita di Gesù Cristo dalla sua attesa nell’Antico Testamento, fino alla sua incarnazione, vita pubblica, morte e risurrezione, celebrandolo nella liturgia.

Solo per cocciutaggine? Solo per sordità, per chiusura? Solo per arroganza e per dimostrare resistenza e potenza? No, certo!

Ma per un motivo preciso: perché il suo Maestro e Signore le ha dato un mandato: “Andate in tutto il mondo, portate il Vangelo ad ogni creatura… Date da mangiare il mio corpo e da bere il mio sangue, perché ogni generazione di uomini abbia la vita… Fate questo in memoria di me!”

E il mondo, tutto il mondo, la creazione compresa, attende questa Buona Notizia. Ogni generazione di uomini ha diritto di ricevere questo annuncio e questo pane di vita… E ogni bambino che nasce è un mondo nuovo che incomincia e anche questo mondo nuovo deve poter conoscere il Vangelo, entrare in relazione d’amore con Colui che ne è il centro, Gesù, ricevere i doni di vita che Lui ha messo nelle mani della Chiesa perché li distribuisca a chiunque li voglia e possa ricevere, perché a nessuno manchi la possibilità di assaporare la chiamata alla vita che dura sempre e mettersi in cammino per superare le prove della vita terrena proprio scrutando l’orizzonte di eternità, che la Chiesa ci fa assaporare attraverso la Parola annunciata, i sacramenti celebrati e la carità vissuta.

Ma chi ha già ricevuto tutto questo non rischia di annoiarsi in questa ripetitività?

Chi vive già in questa fede dovrebbe avere coltivato così bene la sua relazione con Cristo nella Chiesa (questa è la fede cristiana), da sapere che quel Gesù che è venuto una volta nella storia dell’umanità è Colui che viene sempre, è “il veniente”, e il suo “avvento”, il suo camminare in mezzo a noi, la sua offerta al Padre per amore nostro è sempre nuova. Dunque, anche la nostra ricerca e la nostra attesa di Lui ci sospinge continuamente verso un nuovo modo e un nuovo stile di vivere, che rende vivace, sorprendente, meravigliosa la nostra vita, perché Colui che viene oggi si manifesta in un modo nuovo: Egli continua a sorprenderci. Dunque, l’attesa di oggi, la celebrazione di oggi, l’ascolto di oggi, l’incontro di oggi… non può essere la ripetizione di ciò che abbiamo vissuto ieri o un anno fa, se noi abbiamo coltivato seriamente il rapporto d’amore con Gesù e con il prossimo. Certo, se questo non è avvenuto, allora sì che sentiamo la noia di una ripetizione, la muffa dello stantio, il peso della stanchezza: ma è perché noi non siamo capaci o non vogliamo metterci in gioco; preferiamo l’esperienza del fugace, del nuovo fine a se stesso, del tutto-subito-senza fatica, del “già visto-vissuto”, che non fa parte non solo della fede, ma neanche della serietà della vita umana. Fossimo pure in questa situazione, se ce ne rendiamo conto, possiamo ridestare il nostro cuore, il nostro animo e, in un sobbalzo di coscienza cristiana, possiamo imparare il senso dell’attesa e coltivare i sentimenti e gli atteggiamenti più significativi dell’attesa di un Dio così innamorato dell’uomo che cammina insieme a Lui, intesse dialoghi d’amore con ciascuno e con tutti e li aiuta a capire il senso di ogni evento della storia alla luce del suo Spirito e dell’amore Crocifisso. Allora scopriamo che dal giorno dell’incarnazione del Figlio di Dio tutto è veramente cambiato, ogni istante della vita e della storia è nuovo e anche il male ancora presente nell’umanità è già stato debellato, anche se attende ancora la sconfitta definitiva. E per questo l’uomo oggi, incontrando il Dio-con-noi, può scoprirsi capace di bene, di rinnovamento, di pace, di perdono, di accoglienza, di vita. Ma gli è necessario scorgere nel mistero che ogni anno la Chiesa ci fa celebrare il Dio che ci viene incontro e ci sorprende con un amore sempre rinnovato.

A tutti auguro che in questo nuovo anno liturgico, riprenda vigore la propria relazione personale con Gesù, dentro la Chiesa, per riscoprire quanta gioia e quanta vita ci dà l’incontro sempre nuovo con Lui.

Buon Avvento e buon Natale.

Monsignor Giovanni

Comunità di discepoli missionari della “gioia”

Il progetto pastorale delle nostre tre parrocchie

L’impegno pastorale che ci aspetta in questo anno prende le mosse dalla lettera pastorale del nostro Vescovo Luciano, che ci chiede di avere come orizzonte l’Evangelii Guadium di Papa Francesco. Il nostro desiderio, in risposta a queste sollecitazioni, è quello di diventare sempre più una comunità (un corpo unito dalla grazia dello Spirito) di discepoli (cristiani alla sequela del Maestro) missionari (mandati da Gesù) che, insieme, vivono e portano il Vangelo della gioia. “LA CHIESA ‘IN USCITA” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano”. (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 24). A Partire da questo enunciato di Papa Francesco, i tre Consigli pastorali di Leno, Milzanello e Porzano nell’ultimo incontro e nella giornata comunitaria di giugno hanno cercato di rilevare la situazione della tre comunità parrocchiali, proprio a partire da questi cinque verbi, per impostare un itinerario per il nuovo anno pastorale 2016-17, illuminati ora dalla lettera pastorale del nostro Vescovo Luciano “Il Regno di Dio è vicino”.

Situazione delle nostre tre Comunità Parrocchiali.

Nella verifica fatta, abbiamo riconosciuto che, pur se sono comunità intensamente impegnate nel cammino di fede, c’è ancora da lavorare sulla consapevolezza di essere Chiesa, comunità di persone che contano non tanto sulle proprie forze, quanto sull’azione dello Spirito Santo, artefice di comunione e che offre i suoi doni per l’opera affidata alla Chiesa da Gesù.
Anche se non manca la partecipazione di molti all’Eucaristia domenicale e l’annuncio-ascolto della Parola di Dio, resta, però, forte la necessità di rimarcare come vada messo al primo posto sia l’Eucaristia domenicale che la Parola, attraverso cui Dio si comunica all’uomo. Ci rimane, inoltre, molta strada da fare per diventare famigliari del Vangelo.

Nelle nostre comunità serpeggia la paura della “specificità” del cristianesimo, di mostrarsi per quel che siamo, discepoli di Gesù, per paura di essere troppo “diversi” e ciò rende più difficile “accogliere” le dif- ferenze culturali e religiose come ricchezza e stimolo ad approfondire, vivere e annunciare la nostra fede.
Nelle nostre comunità c’è ancora troppo individualismo, che impedisce l’ “uscita” verso gli altri e il coinvolgimento da parte loro e, perciò, rende difficile una vera e propria azione missionaria all’interno della comunità e verso l’esterno di essa. E’, quindi, necessario un cammino di superamento dell’individualismo della fede, riscoprendo il suo carattere comunitario in una Chiesa di popolo.

LE FORZE DISPONIBILI per sostenere un cammino di rinnovamento e di approfondimento della vita di fede dentro la comunità ed esprimerla nella modalità missionaria, propria della Chiesa, sono notevoli: i numerosi catechisti, i molti volontari nei diversi settori della pastorale, i membri dei diversi gruppi (caritas-nonsolonoi, AGE, commissione missionaria, commissione famiglia, cori, lettori e anima- tori liturgici, sportivi, culturali, musicali, i gruppi di manutenzione degli ambienti, il Centro Ricreativo Porzanese, il gruppo Nonsolomamme, l’ANSPI, ecc.), le nostre preziose suore, i sacerdoti, il Consiglio Pastorale e quello degli Affari Economici, il Consiglio dell’oratorio, i genitori dell’ICFR… Come si vede le forze non mancano! Tutto sta ad unirle e indirizzarle verso le mete comuni, scelte per il nostro cammino di “comunità di discepoli missionari della gioia”.

Le mete da raggiungere

  1. Prendere coscienza di essere Chiesa missionaria
  2. Prendere iniziative per esprimere la missionarietà della nostra comunità
  3. Lasciarsi coinvolgere e coinvolgere gli altri, perché la comunità cresca nella vivacità della vita di fede
  4. Lasciarsi accompagnare e accompagnare gli altri nel cammino di fede e nell’espressione della missionarietà
  5. Far festa insieme nel momento della “raccolta dei frutti” che Dio vorrà concederci: sacramenti, feste patronali, festa della riconciliazione, anniversari di matrimonio, di ordinazione, di consacrazione, mete raggiunte da qualche membro della comunità, ecc.

Itinerario per raggiungere queste mete

1. Per meglio prendere coscienza di essere Chiesa missionaria

  • L’assemblea parrocchiale d’inizio anno è uno dei mezzi: siamo convocati come comunità dei discepoli del Signore, ci riconosciamo fratelli, invochiamo lo Spirito Santo, che ci costituisce Chiesa di Cristo, ascoltiamo la Parola di Gesù ed accogliamo il suo mandato ad essere discepoli là dove e come il Signore ci vuole: battezzati, genitori, consacrati, ministri ordinati, studenti, professionisti, operai, imprenditori, sani, malati, pendolari, stanziali…
  • Inoltre la Messa domenicale e l’ascolto della Parola sono fondamento e alimento per poter esprimere la nostra missionarietà. Per questo avremo cura speciale nel preparare e partecipare in modo attivo alla liturgia, attraverso l’esercizio dei diversi ministeri: presidenza, canto, musica, proclamazione della Parola, raccolta per i bisogni della comunità, pulizia e decoro degli ambienti comunitari…
  • A questo si aggiungono i momenti formativi per le diverse categorie di persone: catechesi battesimale e accompagnamento dei genitori degli infanti, catechesi per i ragazzi e genitori dell’ICFR; lectio divina settimanale per preparare l’annuncio domenicale della Parola; corso di formazione per giovani e adulti sul tema della missionarietà; corso di formazione per i catechisti; centri di ascolto.

2. Le iniziative per esprimere la missionarietà della nostra comunità.

  • Approfondimento delle relazioni personali tra collaboratori-corresponsabili e volontari, coloro che svolgono un servizio o hanno un compito specifico nella parrocchia, anche attraverso alcuni incontri comunitari durante l’anno, per testimoniare la comunione all’interno della parrocchia.
  • Impegno a vivere la nostra missionarietà nei luoghi e nelle relazioni della nostra vita ordinaria. Ovunque siamo, qualsiasi stato di vita viviamo, qualsiasi professione abbiamo là il Signore ci manda a vivere la nostra testimonianza cristiana, là siamo missionari della gioia.
  • Esercitarci ad avere gli occhi e il cuore puro per non giudicare, non mormorare, non sentirci superiori agli altri, ma andare loro incontro e accoglierli per comunicare la gioia evangelica.
  • Continuare le attività caritative e missionarie già in atto: centro di ascolto (con le sue iniziative: briciole lucenti, micro-credito, prestito solidale, accompagnamento, alfabetizzazione, servizio sanitario, ecc.), distribuzione alimenti (nonsolonoi), menonera missionaria e il sostegno ai missionari “ad gentes”, il servizio ai malati e anziani da parte dei ministri della comunione eucaristica e di altri volontari, il Centro di aggregazione giovanile (CAG), i GREST e tutte le attività degli oratori.
  • Continuare le attività di pastorale famigliare: preparazione dei fidanzati al matrimonio, accompagnamento dei gruppi famiglia, approfondimento dei temi inerenti l’amore, la vita, la famiglia attraverso incontro o piccoli convegni.
  • Costituzione (già in atto) della Cappellania ospedaliera per un servizio più continuativo e efficace ai malati nell’ospedale e nel territorio.
  • Rendere sempre più disponibile e aggiornato il sito internet della nostra parrocchia anche per coloro che vengono da altre religioni, altre culture, altre nazioni. A tale proposito è già in atto la creazione di trasmissione in podcast (radio di informazione su internet, attraverso il sito dell’oratorio) da parte dei ragazzi dell’oratorio.
  • Potenziare l’uso della radio parrocchiale per giungere a coloro che non possono fisicamente partecipare alla vita liturgica e formativa della comunità. Per questo la lectio divina settimanale sarà radiotrasmessa.
  • Formeremo un’ equipe battesimale per sostenere il cammino di preparazione delle famiglie al Battesimo dei figli e per l’accompagnamento successivo.
  • Creeremo due “laboratori” diversificati per giovani universitari e per giovani lavoratori, che diventino una fucina di “idee buone” per offrire autentiche prospettive di un futuro costruito non più su illusioni e progetti pre-confezionati da chi vuole ricavare profitto, ma sull’amore che la Chiesa, “esperta in umanità”, offre all’umanità in modo gratuito e oblativo, perché tutto ha ricevuto dallo Spirito di Cristo e tutto è chiamata a donare con gratuità.
  • Continueremo la proposta della via Crucis vivente, e quella per le strade del paese; come pure le Messe e il rosario del mese di maggio per coinvolgere nell’annuncio del Vangelo le persone nelle loro case.

3. Per lasciarci coinvolgere e coinvolgere gli altri in questo cammino, siamo chiamati al discernimento spirituale personale per essere illuminare dallo Spirito Santo circa il compito che chiede a ciascuno: per questo è opportuno che ci lasciamo accompagnare da una guida spirituale. Ci impegniamo poi come comunità cristiana ad un discernimento comunitario, guidati dalle indicazioni del nostro Vescovo, per ideare progetti che tengano conto e coinvolgano le altre realtà locali (Amministrazione Comunale, associazioni locali, volontariato, religioni, identità culturali diverse dalla nostra, ecc.). Allo stesso tempo saremo disponibili, sia come singoli che come comunità, a collaborare con responsabilità a proposte che altre realtà ci offrano, purché siano per il bene dei singoli e della società e non contrastino con la proposta evangelica.

4. Per crescere nella vita di fede e compiere la missione di evangelizzazione e di testimonianza del Vangelo è necessario l’ accompagnamento. Un cristiano non può mai essere solo perché la natura del cristianesimo è comunitaria, Dio stesso è comunità di tre Persone e ha voluto salvare gli uomini non singolarmente, ma come popolo. Inoltre, per continuare la sua opera di salvezza per tutte le generazioni della storia, Gesù si è messo nelle mani della Chiesa e ha a dato a lei i sacramenti, la Parola e il comandamento dell’amore. Grazie a questi il cristiano può vivere la sua vita di fede e compiere la sua missione di testimonianza evangelica. Non può, dunque, vivere lontano dalla comunità cristiana dalla quale solo ha ricevuto e può ricevere gli alimenti spirituali per la sussistenza; non può rifiutare l’ac- compagnamento della comunità. E, del resto, la comunità non può non interessarsi e accompagnare i suoi membri, che, senza di lei, rischiano la morte spirituale. Da qui la necessità che non manchi la celebrazione dei sacramenti, l’annuncio della Parola e l’offerta dell’amore cristiano da parte della Parrocchia, ma anche l’urgenza che i cristiani si accostino a questi doni offerti. Sentirsi accompagnati così ci investe di un desiderio di diventare a nostra volta accompagnatori degli altri, sia come singoli che come comunità; sia nei momenti tristi come in quelli felici. A volte può essere un accompagnamento spirituale (preghiera, vicinanza o guida spirituale, perdono, riconciliazione …): a tal proposito sarebbe bello che tutte le persone che possono partecipino ai funerali, anche se chi viene funerato non è conosciuto personalmente. A volte è un sostegno fisico o materiale (un aiuto nella malattia, un aiuto economico … ).

5. Come comunità, anche per manifestare la gioia della nostra appartenenza a Cristo mediante la Chiesa, siamo chiamati a far festa, soprattutto nei momenti del “raccolto dei frutti della grazia”. Ecco allora che siamo invitati a partecipare e condividere i momenti di gioia: battesimo, cresima e prima comunione, matrimonio, anniversari di matrimonio, mete particolari (maturità, laurea, inizio di una nuova azienda, ecc.), guarigione da una malattia insidiosa, ecc. Tutti questi non sono eventi privati, ma fanno parte del cammino della comunità: perché allora non partecipare alla celebrazione comunitaria dei battesimi, della cresima, della prima comunione, anche se non abbiamo parenti o amici fra quelli che ricevono questi sacramenti? Perché, invece che stare solo a guardare la sposa che arriva sul sagrato, non entriamo in chiesa a condividere il momento della preghiera e testimoniare la nostra gioia per il sacramento che i due nubendi celebrano? Uno degli impegni che chiediamo al gruppo di pastorale famigliare è che sia disponibile ad aiutare i fidanzati a preparare la liturgia del matrimonio. Il desiderio è che essi non debbano andare a questuare qua e là l’organista, il cantore, i lettori, ecc. per preparare il loro giorno di festa, perché a tutto questo pensa la comunità, che è loro vicino nella preparazione e, poi, nell’accompagnamento.
Un momento importante di festa per la comunità è l’ occasione delle feste patronali, che riescono a coinvolgere, almeno in parte, anche la comunità civile. Anche le altre feste non liturgiche hanno la loro importanza nella vita della comunità: pensiamo alla festa dell’oratorio, della solidarietà della caritas-nonsolonoi, della famiglia, di “mezza estate”, del torneo di calcio, alle feste delle varie associazioni ospitate dall’oratorio, al torneo di briscola, ecc. Tutte diventano, non solo momento bello di aggregazione, ma occasione per curare e approfondire le relazioni e scambiarsi esperienze arricchenti.
I nostri oratori ospitano spesso anche le feste di compleanno: anche queste sono occasioni per dimostrare l’accoglienza della comunità e intessere relazioni nuove, che, forse non avrebbero altre occasioni.
Certo, noi non dobbiamo mai dimenticare che il fine di ogni nostra attività è l’incontro con Gesù Cristo; ma ad alcuni serve una gradualità che passa attraverso esperienze propedeutiche, che fanno fare l’esperienza della bontà e capacità di accoglienza della comunità ecclesiale; è l’esperienza dello star bene con i cristiani. Da qui può nascere un cammino che porta all’incontro personale con Gesù.

Conclusione

A tutti insieme e a ciascuno è richiesto un cammino impegnativo, perché non solo possiamo dirci cristiani, ma esserlo davvero; non solo diciamo di essere Chiesa, ma lo siamo davvero; non solo diciamo che tutti siamo fratelli, ma lo siamo davvero. E i fatti lo devono dimostrare! Non dobbiamo aspettare che gli altri vengano da noi, dobbiamo essere noi ad andare verso loro; non dobbiamo aspettare che gli altri ci chiedano perdono, dobbiamo offrirlo senza esserne richiesti; il primo passo dobbiamo essere noi a compierlo, perché noi siamo i discepoli di Gesù, missionari del suo Vangelo di gioia e, come Lui “ci ha amati per primo”, così noi, carichi del suo amore e della comunione che viviamo con Lui, grazie alla comunità cristiana, abbiamo la gioia di amare per primi i gli altri, siano essi amici o nemici, perché sono nostri fratelli. Questa è la missione che Gesù ci ha affidato e solo vivendo così, protesi gratuitamente verso gli altri, in un amore che si fa dono, possiamo gustare la gioia del Vangelo che annunciamo e, a nostra volta, sperimentiamo la dolcezza dell’amore di Dio.

La Croce di Gesù rimane sempre il segno più eloquente dello stile della vita cristiana; una croce però sempre rischiarata dalla luce della risurrezione.
La Vergine Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, ci prenda per mano e ci accompagni in questo cammino.

Monsignore