Vocazioni: il tempo della profezia, della missione e della speranza

Permettetemi di cominciare con una sorta di parabola. Qualche mese fa mi sono ritrovato fra le mani un libricino – una vera e raffinata perla – sulla filosofia del viaggio (argomento assaiutile per un pastore!) e con un titolo piuttosto curioso: La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti. Ne è autore un geografo italiano.Ricordiamo tutti il personaggio del geografo ne Il Piccolo principe di Saint-Exupéry. È un saggio, totalmente sedentario, che rimane in attesa delle testimonianze che gli portano gli esploratori per poter disegnare le carte dei territori. Sono gli esploratori che valicano fiumi, montagne, oceani e deserti, e i loro racconti servono a lui per immaginare il mondo. Lui è un geografo, non un esploratore. Per questo, quando il piccolo principe gli chiede alcune informazioni concrete sul suo pianeta, non sa dire nulla.

Ora, il caso di Franco Michieli, che è geografo ma anche esploratore, è molto diverso. I suoi libri sono narrazioni in prima persona e costituiscono inediti esercizi di cammino e di riflessione sulle esperienze che egli stesso ha vissuto.Il nostro tempo si caratterizza per una onnipresente tecnologia di mappatura e di comunicazione, alla quale noi tutti ricorriamoper i piccoli e grandi spostamenti quotidiani. Sembra che, senza, non sappiamo più vivere, né viaggiare, né pensare. Oggi uno smartphone connesso a internet fornisce informazioni più dettagliate di un atlante; con il GPS ci sentiamo confortevolmente guidati per territori complessi e sconosciuti; e dello stesso modo ci affidiamo completamente agli itinerari che ci vengono proposti da “GoogleMaps”. Si direbbe che il mondo abbia smesso di avere necessità di esploratori! Proprio di questo parlava Papa Francesco nell’omelia del primo gennaio 2017, ricordandoci che «non siamo… terminali recettori di informazione». Cioè, nonpossiamo diventare sedentari dal punto di vista spirituale ed esistenziale dimenticando la nostra vocazione di esploratori! È vero che non possiamo essere dicotomici al punto di rifiutarci di vedere nell’attrezzatura tecnologica che abbiamo oggi a nostra disposizione anche un importante sussidio per le funzionalità della vita. Allo stesso tempo, non possiamo essere così ingenui da non percepire le mutazioni che, da questa esplosione tecnologica, vengono accelerate. A proposito del telefonino, per esempio, il filosofo Maurizio Ferraris parla addirittura di una nuova ontologia! E non lo fa per scherzare, dal momento che la telefonia mobile effettivamente modifica il comportamento umano. Immaginiamo che una persona ci chiami al telefono fisso e ci chieda: «Dove sei?». La risposta sarebbe stupita e scontata: «Dove vuoi che sia? Sono lì, dove mi chiami». Con il telefonino è tutta un’altra storia: si incomincia proprio chiedendo: «Dove sei?», visto che l’interlocutore può essere dappertutto. A questo punto, chiedersi che tipo di oggetto è il telefonino diventa interessante. La verità è che siamo assediati da un eccesso di tecnologia (e penso alla tecnologia in senso materiale ed immateriale: le idee fatte, la cultura dominante, le abitudini, le mode…). Dobbiamo domandarci fino a che punto questo diventa un ostacolo ad una espe-rienza originale, radicata nella profondità, disponibile per il dono che compromette l’intera vita?

Alle volte sembra che ci troviamo ad una crescente distanza da noi stessi e di conseguenza anche da Dio e dagli altri. Ci affidiamo senza un vero senso critico alle tecnologie varie e smettiamo di affidarci ai nostri occhi, al nostro tatto, al nostro udito. Ci allontaniamo così dall’esperienza. Diminuiscono le nostre competenze per il rapporto, per la vita condivisa, per le pratiche collaborative e comunitarie. Abbandoniamo velocemente la cultura dell’incontro. E, come dice Papa Francesco nella stessa omelia, diventiamo catturati per la «orfanezza autoreferenziale», per una pericolosa «orfanezza spirituale», «dal momento che nessuno ci appartiene e noi non apparteniamo a nessuno, (…) facendo perdere la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione». Questa sembra la fatalità del nostro presente.La proposta di Franco Michieli va salutarmente in senso contrario. Per questo introduce un’espressione che può suonare strana, ma molto ricca di suggerimenti. Lui parla della vocazione di perdersi. Con questa espressione ci raccomanda di rinunciare a carte, bussole e GPS per consegnarci, disarmati, all’avventura del cammino, senza altri strumenti di navigazione se non l’osservazione del sole e delle stelle, l’attenzione alla configurazione del territorio e alle sue linee, e soprattutto il radicale affidarsi del viaggiatore al viaggio, lasciando che sia il cammino a rivelarsi e a guidare i suoi passi lungo il percorso. Si tratta di un elogio della esperienza, di un ritorno alla necessità intramontabile dell’esperienza. Senza di lei perdiamo di vista la vitanella sua sorprendente originalità, nella sua capacità di esprimere la grande chiamata dell’assoluto. La vita diventa autoreferenziale, piccola, piena dicontraffazioni e svuotata di senso e di amore.

Ma c’è speranza! Nella grammatica degli esploratori, come spiega Michieli, non sono i viaggiatori che vanno in cerca delle strade, ma le strade che non cessano di venire, sempre e di nuovo, incontro ai viaggiatori. È l’inversione del paradigma culturale dominante. Ed è, ci permettiamo di dirlo, la visione evangelica. Molti, forse, si domanderanno cosa venga a fare un alpinista in un’assemblea come la nostra. Un geografo-esploratore che cosa potrà mai insegnare a un’assemblea di religiosi, formatori e teologi che si occupano del tema delle vocazioni nella Chiesa? Io penso che una testimonianza del genere abbia qualcosa da dirci, in primo luogo, per la sua stessa storia. È un geografo che non rimane chiuso in una scienza astratta. In effetti, la competenza per interpretare e orientare la realtà è molto importante, purché la realtà esista. Michieli è un geografo-esploratore. Ossia non mette tra parentesi l’esperienza, la relazione con il concreto, il contatto con il reale, la profondità del viaggio praticato. Domandiamoci allora se noi (religiosi, formatori e teologi) non sembriamo, in certi momenti, dei produttori di guide di viaggio per luoghi che non abbiamo visitato.

Ricordiamo l’episodio inaugurale della vocazione di Mosè nel deserto: «Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Es 3,1-4).Prestiamo attenzione al verbo che Mosè utilizza: «Voglio avvicinarmi». Cioè, mi addentrerò il più possibile, entrerò dentro, come se mi immergessi in ciò che mi sta di fronte. Quando si lasciò soddisfare dalle visioni parziali, distanti e nebulose, quando con tutte le sue forze desiderò una chiara certezza per le domande del suo cuore, il libro dell’Esodo ci dice che «il Signore lo vide… e lo chiamò». Il Signore è pronto a chiamarci. Addentriamoci. Abbandoniamo una spiritualità vaga, in cui siamo spettatori dispersi. Cerchiamo Colui che conferma, Colui che dà consistenza al nostro desiderio.Apprendiamo anche dal racconto della vocazione del profeta Samuele: «Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò Per gli esploratori non sono i viaggia-tori che vanno in cerca delle strade, ma le strade che non cessano di venire incontro ai viaggiatori.tempo della profezia, della missione e della speranza nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”. Samuele andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”». «La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti». Sembra un sommario realista della nostra esperienza: anche il nostro quotidiano si fa rarefatto, frammentario e assente in relazione alla manifestazione di Dio. Però, sottolineiamo la frase straordinaria dell’autore sacro: «La lampada di Dio non era ancora spenta». Dio è fedele alla Persona umana e alla storia. Anche in situazioni ed età agitate da venti e turbolenze, la nostra fiducia risiede in questo: «La lampada di Dio non era ancora spenta». Ci dice il testo che Samuele non conosceva ancora il Signore: e noi, lo conosciamo? Samuele si sente chiamato, ma reagisce in modo equivoco, credendo che sia Eli che lo sta interpellando. Finché è aiutato a rivolgersi verso il Signore e ad affermare: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Il Signore non smette mai di comunicare con noi, ma è necessaria una pedagogia spirituale che ci aiuti a far tornare a Lui i nostri sensi interiori. «Parla,Signore, perché il tuo servo ti ascolta»: non è questa l’unica via vera e feconda di una pastorale vocazionale per tutta la Chiesa? Sottolineo tre affermazioni di Franco Michieli che possono forse dialogare con i tre tempi che costituiscono il titolo di questa conferenza: profezia, missione e speranza. Le rammento velocemente:i momenti in cui non si conosce il cammino sono i più interessanti;quando ci rapportiamo con l’ignoto, esso si rivela;non sono i viaggiatori che trovano le strade, ma il contrario: le strade trovano i viaggiatori.

José Tolentino Mendonça (teologo e poeta)

Lectio Educativa

Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea

Il miracolo dei pani e dei pesci ha il profumo di casa, gli odori della quotidianità e del lavoro del pescatore, il legame con quello che, abitualmente, è necessario per sostenersi. Sembra proprio un miracolo domestico e simpatico, semplice e puro come un bicchiere d’acqua fresca. Casa c’è, di certo: ma anche un rapporto di tensione tra Gesù e la sua terra che il Vangelo non tace: questo miracolo è inserito nel contesto del tormentoso rapporto che Gesù soffre con la Galilea. Vale la pena sottolineare questa difficoltà che, letteralmente, incornicia il prima e il dopo del miracolo: Gesù non è capito, anzi è rifiutato. Il suo modo di fare non è secondo la tradizione, secondo gli odori e i profumi di casa. È una situazione che potremmo definire di pastorale “trascinata”, “stanca”: Gesù non riesce a mettere la novità del Vangelo dentro a quello che i suoi compaesani si aspettano, dentro le loro abitudini, alcune delle quali profondamente religiose. E questo sta mettendo alla prova Gesù. L’ostilità e, soprattutto, l’incredulità della gente di casa, però, non lo ferma e non lo intacca. La missione, come ogni missione, è più grande ed è più forte. Gesù, da buon educatore, rilancia la sfida e non si ferma né ai sondaggi né alla propria esperienza: il Padre gli ha affidato di più!Più che altro i Galilei vogliono i segni, le prove, i risultati, le soluzioni. A loro, di fatto, non interessa Dio: non vogliono vedere lui, ma risolvere i propri problemi. In questo contesto Gesù offre un profumo nuovo di pane appena sfornato e una pesca miracolosa mai compiuta e vista. È più forte la sua novità, ma non si rifiuta di usare le cose di tutti i giorni, perché la novità non sappia di irraggiungibile.

Gesù, alzati gli occhi, vide una grande folla

Non per niente il miracolo di Gesù parte dallo sguardo. Gesù alza gli occhi e vede la folla. Lo fa con uno sguardo diverso dai suoi compaesani e dai suoi discepoli, che è già un ascolto e un uscire da sé. Per andare, per rinnovarsi, bisogna avere una visione nuova dell’altro, che non è di giudizio, ma di comprensione. Bisogna proprio scegliere di vedere qualcosa di diverso da quello che ho sempre visto, da quello che è davanti ai miei occhi. Gesù “comprende” sempre di più nel suo sguardo la gente con i suoi bisogni, i discepoli a cui chiede di guardare anch’essi in questo modo, la capacità di non buttare via nulla…È uno sguardo così profondamente spirituale che coinvolge l’economia e impegno, che non sfugge la concretezza della situazione ma, appunto, la comprende, la prende con sé.La prima riposta non è la soluzione del problema, ma la decisione che quel problema possa e debba essere mio, possa rientrare nelle mie scelte, cambi le cose che sto facendo e i progetti che ho costruito. Fra l’altro, il Vangelo insiste sul fatto che Gesù sappia cosa sta per fare: lo sa bene e si lascia cambiare! Non siamo noi ad entrare nel mondo, è il mondo che entra nella nostra vita. O ci si lascia toccare, o non c’è ascolto, né spiritualità, né Vangelo.

…Dal Vangelo di Giovanni (Gv 6, 1-13)

Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

L’ascolto fondativo non è, quindi, uscire da sé, ma permettere all’altro (persona, problema, situazione…) di entrare nella mia vita, di cambiarmi nelle prospettive, nelle scelte, nei programmi, nella visione. Se non c’è questo passaggio, rischiamo un ascolto organizzativo, funzionale, ma non vero. Più rimbalza nella nostra profondità il suono dell’altro, più c’è la possibilità di creare una nuova armonia.L’ascolto ha bisogno di tempo, di spazio dentro di sé, di pazienza, di crescita: non si ripete nulla di creativo se non si cambia se stessi e il modo di vedere.

Dove potremo comprare il pane? … C’è qui un ragazzo

Così Gesù parte da Filippo, lo mette in mezzo per capire se si lasci cambiare o meno da questa logica innovativa. E Filippo fa la cosa che gli riesce meglio: conta. Si difende. Certifica l’impossibilità della richiesta di Cristo. A ben guardare, lui divide, perché è Cristo che moltiplica. Fa il commercialista della povertà, mentre Gesù lo invita a certificare l’abbondanza. Filippo è invitato all’ascolto di Cristo, al suo ragionamento, al rovesciamento della propria logica terrestre. Il primo miracolo di Gesù è cambiare la testa e il cuore ai suoi discepoli, è convincerli a non rassegnarsi ad una logica mortale ma diventare apostoli della vita, dell’abbondanza. Uscire è smettere di dividere e cominciare a moltiplicare. Andrea trova ed indica il ragazzo con i cinque pani e i due pesci. Non c’è dato sapere il motivo per cui questo adolescente porti a Gesù quello che ha: potrebbe essere per l’insistenza invidiosa della folla, oppure perché ha intuito che Gesù da quel poco può fare molto. Sembra che all’evangelista interessi il fatto che il poco che si ha, comunque, in un modo o nell’altro, arrivi a Gesù. Da che parte arrivi o come arrivi poco importa: non si parte mai da motivazioni chiare e pulite, a Gesù basta il gesto; quanto questo dono sia, conta ancora di meno. Ma la bellezza che sia un ragazzo a portarlo è strepitosa: c’è tutta una vita nuova che sgorga da questo gesto, come è ovvio per un uomo che si affaccia alla vita. C’è la generosità di un dono da adolescente che non capisce ma che, pure, offre senza calcolare: comincia a cambiare la logica di Filippo e inizia la moltiplicazione di Gesù. C’è la curiosità furba di chi vuole proprio vedere cosa farà Gesù, quasi la voglia di provare se è proprio così forte come dicono in giro: non con la sicurezza scientifica di un ragionamento illuminista, ma con la sovrana libertà di chi la vita la vuole proprio toccare.È proprio da lì, dal punto più debole, da quello che deve ancora crescere che Gesù moltiplica. È da un gesto sincero di generosità che parte l’azione di Cristo. Non dal calcolo, non dalla logica, nemmeno dalla pedagogia educativa, ma dalla freschezza di mettere nelle sue mani. Anche questo è ascolto, perché è consapevolezza di quello che si ha e che si è, è buttare tutto nelle mani di Gesù, è fidarsi di lui e non delle nostre capacità, è liberarsi dai nostri schemi e dalla fantasie sui nostri ipotetici superpoteri, è sapere chi è il Salvatore e che noi stessi siamo salvati perché, da soli, con quei pani e quei pesci non si va da nessuna parte.Questo ragazzo, con un solo gesto, diventa più discepolo dei discepoli. Apre la strada a tutti. Indovina a chi offrire il poco che ha. Fa l’investimento giusto, perché dona e non trattiene. Risolve il problema a tutti perché lo affida a Gesù.

Fateli sedere

Gesù, però, non si limita a risolvere il problema della fame. Prima fa accomodare tutti. Il pane di Cristo lo si mangia comodi, quando ognuno è a suo agio. Non è una mensa aziendale, dove conta mettere qualcosa sotto i denti e il più velocemente possibile; è un banchetto dove sperimentare la fraternità è parte integrante del menù, dove lo stomaco ha le sue esigenze ma non sono le sole perché c’è anche il cuore per le relazioni e il cervello per i progetti futuri… Così Gesù sfama tante fami e la sua moltiplicazione non riguarda solo il bisogno di pane, ma anche quello di vita, di senso. Vince la solitudine perché rende veramente tutti amici; avere Lui ci permette di sentirci fratelli. L’abbondanza è davvero abbondanza, non è uno spot pubblicitario. Gesù dimostra di ascoltare e di rispondere a ciascuno secondo quanto gli serve: ad ognuno è data la possibilità di sfamarsi, “quanto ne volevano”. È un’abbondanza calibrata su tutta la possibilità della vita: non è spreco, ma pienezza. Sprechiamo quando ci ingozziamo. Qui si riconosce Lui e i fratelli, e quindi la vita circola e non viene trattenuta.

Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto

Prima di moltiplicare Gesù rende grazie. Loda il Padre perché gli dona la possibilità di moltiplicare. Non maledice il lavoro che deve compiere, ma lo benedice e lo offre. Moltiplicando, Gesù compie la volontà del Padre, continua la sua creazione, rinnova la vita, indica la fonte e il donatore, svela la logica profonda di ogni azione di Dio.La sterilità non è mai storia della salvezza e non possiamo mai giustificare teologicamente la nostra pochezza. Dio è dalla parte dell’abbondanza, a partire dal cuore che lo sa lodare: lo allarga al mondo e alla storia, non lo fa atrofizzare. Ai discepoli Cristo affida il compito di custodire e raccogliere la sua abbondanza. Di tenere vivo nella Chiesa il suo dono. Di non buttare via nulla perché non c’è nulla che venga da lui e che non serva alla nostra vita. Ascoltare è andare a cercare e trovare Cristo in ogni pezzetto, è maturare la consapevolezza che la sua azione ha raggiunto tutto e tutti, che lui ha già conservato il pane per tutto il suo popolo (dodici ceste traboccanti!). A noi non spetta inventarlo, ma accoglierlo, scoprirlo, vederlo, non rovinarlo, invitare a sfamarsi e non mandare via affamati… Essere custodi di questa abbondanza a 360° è il senso di ogni ministero nella Chiesa. Ma c’è un ultimo passaggio che la moltiplicazione del pani e dei pesci regala al nostro cammino: Cristo ci permette di continuare a vivere con la sua fame. Siccome Gesù moltiplica tutto, anche la nostra fame di giustizia, di vita, di libertà, di pace non ne rimane immune. Forse è il regalo più bello che ci avvicina a lui: dimostrare che la sua moltiplicazione continua perché la sua fame, il suo sguardo, la sua logica continua in noi. Moltiplica in noi la sua ansia di Messia, perché la casa non sia più la Galilea ma tutto il mondo, perché il tempo non sia più il suo ma anche il nostro

Samaritani?

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, quando incappò nei briganti. Questi gli portarono via tutto. Lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un sacerdote, vide l’uomo ferito e passò oltre, dall’altra parte della strada. Anche un levita passò per quel luogo, anch’egli lo vide e, scansandolo, proseguì. Invece un samaritano che era in viaggio gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione…” (Luca 11, 30).

Ogni volta che rileggo questa parabola trovo nelle parole spunti nuovi  e sorprendenti perché sempre attuali. Oggi ci imbattiamo spesso, fisicamente o per mezzo dei media, in un’umanità, di ogni nazionalità e colore,  vilipesa, martoriata, a volte martirizzata da “moderni briganti”, o in uomini costretti a lasciare affetti, casa e patria, per non morire o per intraprendere un viaggio migratorio alla ricerca di un angolo del mondo in cui sopravvivere  grazie a ciò che ad altri avanza. Molti di questi suonano il campanello delle nostre case. Spesso suonano anche alla mia porta e mi chiedo allora che personaggio voglio interpretare: il sacerdote che vide l’uomo ferito e passò oltre, il levita, che prestava i suoi servizi al tempio, che lo scansò o il samaritano, considerato nemico, che ebbe compassione di quell’uomo e lo soccorse. Una vocina impertinente dentro di me obietta che quegli uomini che mi capita di incontrare sul cancello di casa o nei luoghi che frequento, sembrano giovanotti non proprio sofferenti… Ma se io fossi nei loro panni o più precisamente nella condizione di dover sempre chiedere una monetina, un paio di scarpe, un indumento, perché priva di tutto, qualunque sia la risposta, mi sentirei profondamente ferita nella mia dignità. L’altro giorno, mi raccontava mio marito Fulvio, scendendo dalla macchina, appena parcheggiata, gli si è avvicinato un ragazzo di colore, non con il palmo aperto a chiedere qualcosa, ma con la mano tesa a salutare. Fulvio gliela strinse. Il ragazzo mormorò ”Grazie, non è da tutti.” Forse a quel ragazzo è bastata una semplice stretta di mano a riconoscergli la dignità in quanto persona.

Il dottore della legge chiese a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”  Il prossimo è ogni uomo che incontriamo nel cammino della vita.

Di che cosa abbiamo sete?

19 marzo 2017
III di Quaresima

Ciascuno di noi, normalmente, ogni giorno, incontra più persone e gli incontri sono tutti tra loro differenti. Ci possono essere incontri nei quali, per strada, incontriamo qualche persona, scambiamo quattro chiacchere e tutti finisce lì; oppure possiamo incrociare qualcuno, sempre per strada, in qualche occasione particolare, e un saluto caratterizza il nostro incontro. Ci sono però incontri che lasciano il segno e che in piccola o larga parte trasformano la nostra vita; noi cerchiamo soprattutto quelli. Questi incontri significativi normalmente hanno alcune caratteristiche, se ne possono riconoscere almeno tre:

  1. Questi incontri portano ad una graduale conoscenza, scoperta di noi stessi. In altre parole, da dialogo o dal confronto con la persona che incontriamo possiamo capire alcune cose di noi, alle quali, prima, può darsi che non avessimo fatto attenzione.
  2. Questi incontri permettono un ampliamento della nostra visione, del nostro orizzonte, come se ci si aprisse una finestra sul mondo.
  3. Dopo un’esperienza che ci ha coinvolto, normalmente, siamo portati a raccontarla agli altri. C’è un desiderio di raccontare ad altri ciò che abbiamo vissuto.

Questa dinamica, espressa nei tre punti, è quella che il Vangelo descrive nell’incontro della donna samaritana con Gesù. Quella donna ha un graduale incontro con Gesù che le permette di fare questi tre passaggi. È ovvio che il tema dell’acqua, tutt’ora, è un tema significativo, a maggior ragione per la gente del tempo senza le comodità, che segnano per noi l’accesso all’acqua. Quella donna che si reca al pozzo, stranamente a mezzogiorno (di norma si andava la mattina, quando faceva meno caldo) perché nessuno potesse vederla, ha avuto 5 mariti e quindi avrà pensato: “Meno gente incontro e meno verrò giudicata”; perché a volte il giudizio è molto caldo, scotta, ci brucia, per cui quella donna avrà pensato: “Vado quando c’è meno gente, così magari potrò tranquillamente prendere, con fatica comunque, quell’acqua”.

E al pozzo incontra Gesù, il quale non la giudica perché già la conosce, e gradualmente l’accompagna. Passa da un suo bisogno di corpo fino a raggiungere il bisogno dell’anima. Mentre dialoga con lei, le fa capire che la conosce e lei stessa si rende conto che ha bisogno di qualcosa di più che sia semplicemente l’acqua, perché comunque in lei c’è della sofferenza e mentre Gesù le parla le si apre una finestra sul mondo.

La cosa che sembra paradossale è che la sua anfora che diceva l’impegno, la fatica per andare a prendere quell’acqua, neanche se ne preoccupa, la lascia al pozzo e corre a raccontare agli altri il suo incontro con il Messia. E gli atri a partire dal suo racconto possono incontrare il Signore. È chiaro che dopo anche loro se la giocano con Gesù, perché una volta incontrato, sono loro a misurarsi con il Suo annuncio e la Sua persona; tant’è vero che dicono alla donna: “Grazie, ma ora facciamo noi l’esperienza”. Detto in altre parole non possiamo fare l’esperienza al posto di qualcun altro, ognuno fa la sua, per cui noi raccontiamo ai nostri figli la fede e poi faranno loro l’esperienza di fede dell’incontro con quella persona significativa, che è Gesù.
L’invito che ci può fare questo racconto è sì quello di riconoscerci destinatari di un annuncio e vedere se questo annuncio, questo dialogo che abbiamo con la nostra fede e con Dio e con Gesù porta anche noi a scoprirci, a capire qualcosa di più di noi e a portarlo agli altri. Perché se ci accorgiamo, alla fine, che quello che viviamo è un qualcosa che si ferma a noi stessi vuol dire che manca qualche cosa. Potreste dire: “È chiaro che quello che facciamo, sempre, si ripercuote sugli altri” e avreste ragione, non c’è nulla di privato se non la proprietà; le cose che facciamo o viviamo sono al massimo intime ma mai private, quindi è ovvio che tutto si ripercuote sull’esterno.
Ma domandiamoci se la nostra preghiera, la nostra fede, il nostro rapporto con Gesù in qualche modo ci smuove verso gli altri, a raccontarci nel nostro stile e soprattutto a raccontare quello che ci ha fatto capire chi siamo e ci ha aperto gli occhi e che vuol darci un’acqua che estingua la nostra sete.

Di che cosa abbiamo sete? A cosa andiamo ad abbeverarci? perché è chiaro che tutti abbiamo sete. Quando uno ha sete deve andare dove c’è l’acqua, come quando uno cerca la vita e cerca il senso deve andare dove c’è vita, da chi la crea, da chi la dona; questo qualcuno è Dio. Perché veniamo qua? Perché qua si celebra la vita che vince la morte, ogni tipo di morte. Cosa ci raccontiamo noi nei nostri discorsi? Ci raccontiamo vita? Ma non perché siamo capaci di generare speranza, dobbiamo raccontare il Signore Gesù perché è Lui che dà vita.

Cosa raccontiamo?

Una parabola strana

Obiezione di un ragazzo di vent’anni: “Non è logico. Mi sono innamorato e sono davvero felice. Ho imparato ad amare, sono cresciuto nel dialogo, nell’affetto, nella fedeltà agli impegni. È un’esperienza esaltante di cui non posso che essere grato alla vita. Eppure è un’esperienza destinata a finire. Perché? Non è logico. E se non è logico, faccio fatica a riconoscere la presenza di Dio nel mio amore; lui non potrebbe fare un mondo assurdo”.

Non gliel’ho detto, ma questa esperienza è stata descritta esattamente duemilatrecento anni fa da un anonimo che va sotto il nome di Qoelet.

Una persona ricca, fortunata, che aveva cercato di fare la prova della vita per vedere quale vantaggio l’uomo potesse trarre dalla fatica con cui passa i giorni. E anche Qoelet s’era scontrato con l’assurdità della morte. Posso recare cose grandi, inventare novità ammirevoli, ma tutto si scontra con la morte e questa sembra rendere inutile ogni impegno. E davvero così? A che serve imparare ad amare, creare dei legami con una persona, se poi questi legami sono destinati a sciogliersi e deve rimanere, come ultima parola, la solitudine? Sembra che la storia dell’amore umano assomigli a una parabola che si eleva superbamente dalla linea di base ma per poi ricadere, sconfitta, al livello di partenza.

Nell’esperienza dell’amore umano c’è davvero una specie di parabola. Tutto parte dal bisogno di superare la solitudine aprendosi al dialogo e all’amore.

La sessualità sembra avere anche questo significato. Ogni persona umana, per quanto possa essere intelligente, simpatica, dotata, esprime solo una polarità dell’esistenza, quella maschile o quella femminile. Nessuno può pensare di essere completo. E se qualcuno, infatuato della sua intelligenza, corresse il rischio di sentirsi autosufficiente, la carne, la sessualità è lì per dirgli: no, tu non sei tutto; qualcosa ti manca che puoi cercare e trovare solo in un’altra persona, diversa da te e a te complementare.

L’innamoramento è la scoperta, a volte folgorante e a volte lenta, di un’altra persona nella quale s’intravede il completamento della propria vita. Esperienza stupenda, quindi, un primo superamento dell’egocentrismo. Avevo fatto i miei progetti, avevo accarezzato dei sogni; ora che ho incontrato lei non mi bastano più i miei programmi; desidero vivere con lei e condividere ogni cosa con lei. Tutto questo va spesso insieme all’ammirazione gioiosa per la sua bellezza, per il suo modo di parlare, di sorridere, di muoversi, l’innamoramento è uno stato di grazia che ci riconcilia con la vita. Ma ha un limite: il rischio di non vedere l’altra persona nella sua realtà ma di confonderla con i sogni e gl’ideali. L’amore appassionato sembra impedire la conoscenza oggettiva della realtà.

Bisogna crescere. Mi sono innamorato perché ho trovato in lei il completamento della mia vita. Ma pian piano mi accorgo che lei non è solo questo: ha le sue idee, i suoi desideri, i suoi progetti che debbo imparare a conoscere e a rispettare. È necessariamente così: si sognano immagini, ma s’incontrano persone vere, in carne ed ossa. Le immagini possono essere perfette; le persone reali non corrispondono mai ai nostri schemi. Avevo cercato lei perché ne avevo bisogno; ora incomincio a rispettarla per se stessa. M’interessa quello che lei mi può dare, ma m’interessa anche quello che io posso donare a lei; cercavo la mia felicità, ora mi accorgo che basta la sua gioia per farmi felice. Insomma, nasce pian piano un amore più maturo, non più orientato verso me stesso, ma desideroso di donarsi nella generosità e nell’amore. Ho imparato a distaccarmi dai miei bisogni per diventare attento ai bisogni dl un’altra persona.

Fin qui tutto va bene: l’amore è un cammino che parte dal bisogno di superare la propria solitudine e matura nella scelta di rispettare e amare l’altro. Tutto logico; ma è logico anche quello che segue? Perché verrà il momento in cui dovrò staccarmi dalla persona che amo. E allora? A quale scopo mi sono affannato a crescere, a donare? Racconta il vangelo di Giovanni che, il giorno di Pasqua, Maria di Magdala voleva trattenere con sé il Signore risorto. Risposta di Gesù: «Non mi trattenere perché debbo salire al Padre» (cfr. Gv 20, 11-17). Era come dire: devi lasciarmi andare. Protesto: ma io ti amo! Desidero che tu sia con me, sempre! Mi viene risposto: no; proprio perché mi ami mi devi lasciar andare. Solo quando l’amore dona l’altro alla vita diventa maturo e perfetto. Fino a che tu mi tieni stretto, non mi ami ancora del tutto; c’è ancora una venatura d’egocentrismo nel tuo amore. Non è strano; anzi, è giusto che sia così. Ma il dinamismo dell’amore è quello del crescere sempre. Cresce quando m’innamoro; cresce ancora quando imparo a rispettare l’altro per quello che è; cresce infine quando lascio che l’altro vada lontano da me, portato dalla vita.

Certo, il distacco è motivo di sofferenza, e grande; è causa di pianto, e forte; ma è anche il compimento dell’affetto che perde ogni vantaggio proprio, e consegna l’altro a Dio e alla vita.