Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Solidali nel lavoro, solidali nella preghiera per il lavoro! L’Ufficio per l’impegno sociale propone una traccia di preghiera e un video per pregare insieme in occasione del primo maggio 2020, la festa di S. Giuseppe lavoratore

Solidali nel lavoro, solidali nella preghiera per il lavoro!

Il lavoro è una dimensione fondamentale della nostra vita. “In questo tempo di incertezza e di paura – spiega suor Italina Parente, vice direttore dell’Ufficio per l’impegno sociale – ne sentiamo con forza l’importanza ed il valore. In occasione della festa di S. Giuseppe lavoratore, siamo soliti ritrovarci a pregare con il nostro Vescovo. Quest’anno non è possibile stare assieme in un’azienda, ma dalle nostre case possiamo trasformare la nostra Diocesi in un grande laboratorio ed essere solidali nella preghiera per il lavoro”.

Introduzione

Sospesi nell’incertezza. È questa la condizione in cui ci sentiamo immersi a causa della pandemia del covid 19. E tutto quello che non sappiamo alimenta la nostra insicurezza e moltiplica le nostre domande.

In che condizioni sarà il settore del turismo, della ristorazione, il mondo della cooperazione e il Terzo settore, la filiera dell’agricoltura e del settore zootecnico, le ditte che organizzano eventi, il settore della cultura, le piccole e medie imprese che devono competere a livello globale? Quanti non riusciranno a ripartire e quanti rischieranno di rimanere senza lavoro? In che modo dovremo vivere il nostro lavoro? Sono solo alcune delle domande che si ripetono in noi.

Insieme dobbiamo abitare le domande per imparare ad assumere uno sguardo diverso, definire nuove priorità e scegliere la direzione in cui andare.
Alcune luci che ci aiutano ad orientarci possiamo intravederle nel nostro vissuto recente.

In questo tempo abbiamo avuto la possibilità di riscoprire l’unità della famiglia umana, di vedere come necessariamente servono risposte coordinate perché tutto è connesso e nessuno può pensare di cavarsela da solo.

Abbiamo sperimentato la fragilità smascherando l’illusione di poter trovare una soluzione tecnica a tutto, senza scomodarci più di tanto e in tempi brevi; abbiamo constatato l’importanza della qualità del legame che ci unisce e come la vita di ciascuno sia affidata alla responsabilità degli altri.

Abbiamo visto come l’etica nel lavoro fa la differenza. In tutti coloro che hanno continuato a svolgere il proprio lavoro con grande professionalità e dedizione, in tutti coloro che hanno cercato in ogni modo di evitare che qualcuno rimanesse indietro, in ogni uomo e donna che con responsabilità e creatività hanno cercato di mettersi in gioco superando la mera logica del guadagno e del benessere personale abbiamo riscoperto una risorsa fondamentale: la fiducia, la fondamentale fiducia nella vita che consente alle persone di impegnarsi.

Ci siamo concretamente accorti che il lavoro non è solo un modo per guadagnare. Ci sono domande di senso che vanno al di là del reddito; Il lavoro ha un significato antropologico e sociale, è ambito di espressione di senso e di valori, di umanità. C’è di mezzo la vocazione di ciascuno! In quella originaria vocazione al lavoro trova ragione il nostro voler accogliere questo tempo di crisi come tempo “che ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità» (Caritas in veritate 21).

Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo, che ci consenta di trovare la forza di allontanarci da modelli di sviluppo e concezioni dell’economia che alimentano disuguaglianze, esclusioni e degrado ambientale. Abbiamo bisogno di una spiritualità che dia forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico (LS 111).

Ed è per questo che nella festa di S. Giuseppe lavoratore, nella festa del lavoro, vogliamo pregare. Preghiamo non per fuggire dalla realtà, non per eliminare l’incertezza, ma per guardare a Gesù ed imparare un modo di stare al mondo e nel lavoro, per imparare a farci prossimo, a vivere la nostra fragilità con uno sguardo nuovo, capace di trasformarla in strumento per trasmettere l’amore incondizionato per ogni essere umano e per ogni creatura. La crisi solo così non ci ruberà la speranza, la possibilità di un nuovo inizio. In occasione della festa di S. Giuseppe lavoratore, siamo soliti ritrovarci a pregare con il nostro Vescovo. Oggi non è possibile stare assieme in un’azienda, ma possiamo trasformare la nostra Diocesi in un grande laboratorio e unire la preghiera che esce dalle nostre case per formare un intreccio di grazia che attraversa ogni luogo.

G: Ci ritroviamo nel nostro angolo di preghiera, accendiamo una candela e apriamo la Bibbia, per rischiarare le tenebre dell’incertezza, del dubbio e della paura in cui ci sentiamo avvolti. Accanto mettiamo un oggetto simbolo del nostro lavoro e un contenitore vuoto che esprime le mancanze di cui soffre il mondo del lavoro in questo tempo. Favoriamo il silenzio fuori e dentro di noi….
Ci lasciamo abbracciare dal segno della nostra salvezza
T. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen
G: I discepoli dissero a Gesù “Signore, insegnaci a pregare” e Gesù consegnò loro le parole del Padre nostro. Con queste parole, nella ricorrenza del primo maggio, dalle nostre case, affidiamo a Dio le preoccupazioni e le speranze del mondo del lavoro.

Padre nostro

G. Ci rivolgiamo a te, nostro Dio e ti chiamiamo Padre. Ci mettiamo davanti a te, fonte di ogni vita e ti lodiamo perché nella consapevolezza di essere tuoi figli comprendiamo la verità della nostra esistenza: la felicità è possibile per tutti e per ciascuno solo vivendo da fratelli.
T. Dio -Padre creatore, Spirito sempre all’opera, Cristo Gesù carpentiere a Nazareth- come figli, creati a tua immagine, fa che possiamo assomigliarti costruendo relazioni sociali ed economiche giuste, fondate sul lavoro, solidali tra i popoli, in armonia con la natura, capaci di alleanza tra generazioni.

Che sei nei cieli

G. Una distanza, che, in questo tempo, a volte sentiamo incolmabile!
L’isolamento e il non poter incontrare i colleghi di lavoro amplifica la nostra solitudine. La mancanza della scansione abituale delle nostre giornate ci lascia smarriti ed irrequieti. L’aver perso la nostra attività lavorativa ci schiaccia sotto lo spettro della povertà e dell’incertezza. L’incognita di come sarà il lavoro di domani ci paralizza in un presente senza tempo in cui prevale il nostro sentirci inadeguati. Il sacrificio di tante persone morte sul luogo di lavoro, uomini e donne che hanno offerto la vita compiendo il loro dovere, interpella il senso della nostra esistenza.
T. Padre del cielo e della terra rendici capaci di abitare la complessità del nostro tempo. Donaci la pazienza di attendere che le lacrime puliscano i nostri sguardi e il coraggio di lasciarci convertire dalla storia, già toccata dal tuo cielo.

Sia santificato il tuo nome

G. Sono tanti i lavoratori e le lavoratrici che con competenza e dedizione compiono il loro servizio e rendono visibile un amore che ci supera, in particolare i medici, l’intero personale sanitario e ausiliario, gli operatori dei servizi e delle attività essenziali, gli agenti delle Forze dell’ordine, la Protezione Civile, gli scienziati, i ricercatori, le imprese che hanno riconvertito la loro produzione, gli amministratori e i governanti.
T. Padre Santo, nella gioia di un lavoro ben fatto, donaci di sperimentare la bellezza della nostra santità.

Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà

G. Noi crediamo nel tuo regno, Padre, anche dove e quando è difficile vederlo.
Esso cresce misteriosamente, per tuo dono e per la buona volontà non solo degli altri ma anche mia. Non possiamo dimenticare la sofferenza di chi ha cessato l’attività, la precarietà di tanti contratti, lo sfruttamento dei poveri, l’inequità delle condizioni lavorative e retributive, la disperazione e l’apatia di chi non sa più perché vivere e perché morire.
T. Padre buono, ti ringraziamo per i tanti volontari impegnati ad alleviare le difficoltà delle persone più fragili, per quanti hanno elargito beni e denaro con generosità. Vogliamo non accomodarci sui nostri divani e con profondo senso civico ci impegniamo a vivere tutta la solidarietà che ci è possibile. Sostieni la nostra creatività per trovare nuove forme di solidarietà capaci di realizzare il tuo Regno.

The Sun: Lettera da Gerusalemme

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

G. Abbiamo fame e tanta gente ha più fame di noi.
Fame di pane, anzitutto. Fame di affetto e amore, di speranza e futuro. L’esperienza ci insegna che il pane sovrabbonda per tutti e su nessuno grava la vergogna della povertà, se ciascuno ha accesso al sapere e al lavoro e le ricchezze sono equamente distribuite.
T. Padre provvidente, vogliamo crescere nella capacità di collaborare e di renderti grazie per il lavoro ed il pane di ogni giorno.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

G. Spesso prevale il nostro egoismo, siamo troppo sicuri di quello che facciamo e pensiamo, ci illudiamo che il nostro benessere possa sussistere senza il rispetto di quello altrui e di tutta la creazione. Contrapponiamo beni come il profitto, la salute, il lavoro, la previdenza, la famiglia, la vita… senza rispettare la loro connessione e la gerarchia di servizio che li lega.
T. Padre misericordioso, illumina le nostre coscienze, dona autenticità evangelica alle nostre scelte, fa che le nostre azioni siano segni di riconciliazione in noi e nelle relazioni con tutto il creato.

Non ci abbandonare alla tentazione

G. Siamo presi dalla tentazione di considerare questo tempo di pandemia un incubo da cui poterci svegliare per tornare alla vita di prima.
La nostalgia e il rimpianto del nostro ordinario accrescono la presunzione di bastare a noi stessi e ci sviano verso la ricerca di note, seppure effimere, sicurezze che ci mettono in spietata competizione tra singoli e tra popoli.
T. Padre della storia, scegliamo di stare dentro questo tempo, senza sottrarci alla nostra fragilità nel comprendere, senza affrettare soluzioni preparate secondo vecchie ricette e lasciando spazio alla novità che attraverso di noi vorrai generare.

Liberaci dal male

G. Ti chiediamo che il male non vinca dentro di noi e contro di noi. Liberaci dalle strutture di peccato che imprigionano nella cupidigia i nostri sistemi economici e finanziari.
T. Padre onnipotente, sostieni le imprese che hanno il coraggio di scelte etiche, che sostengono l’innovazione, che assieme al profitto promuovono la sostenibilità sociale ed ambientale. Rafforza l’opera di tutti gli uomini e le donne che hanno il coraggio di essere profeti di uno sviluppo integrale e solidale.

Canto: Il mio futuro vive dentro te

Voci di passione | Pane d’amore

Proposta per la Quaresima 2020 a cura di Acec Brescia

A seguito della cancellazione totale di tutte le iniziative Quaresimali, fatto salvo per ciò che può essere trasmesso in streaming, abbiamo pensato ad una proposta che possa alleviare il silenzio nel quale siamo obbligati a permanere fino alla fine di questa epidemia.

Un progetto che valorizza la meditazione personale perché si possa offrire alla comunità un luogo dove ascoltare e meditare di fronte all’Eucarestia.

In questo articolo: Pane d’amore.

Interpretazione di Luciano Bertoli. Il testo è ripreso da “Orazione per le Sante Quarantore”, (Milano, 1731), ci aiuta a comprendere il dono dell’eucaristia: “Entra Gesù nel mio cuore, entra e fallo tuo, perché sappia contemplare il tuo sacro corpo, mio cibo, mio pegno di gloria; entra nel mio cuore perché io sappia rammemorare e piangere dinnanzi alla divina eucaristia, il memoriale d’amore, ossia quella dolorosa passione, crudele morte, con cui ci hai redenti”.

Una tavola imbandita per tutti

Il sussidio per la Quaresima riprende la lettera pastorale del Vescovo. Dall’eucaristia allo spezzare il pane a tavola con le persone a cui si vuole bene

Una tavola per tutti. Chiara Gabrieli, vicedirettore dell’Ufficio per le missioni della diocesi di Brescia, presenta il sussidio “Una tavola per tutti”. È una proposta per iniziare la Quaresima insieme. La Diocesi propone un itinerario per vivere bene questo tempo forte. Con il libretto e il piccolo salvadanaio da costruire si vuole anche suggerire alle famiglie un momento quotidiano di preghiera. “Abbiamo preparato – racconta Gabrieli – un piccolo opuscolo, in collaborazione con le tre aree pastorali diocesane: l’area per la mondialità, l’area per la società e l’area per la crescita della persona, insieme al Seminario diocesano”.

Il titolo. Il titolo di quest’anno è “Una tavola per tutti” perché “riprende la lettera pastorale del nostro vescovo. Il tema fondante è l’eucarestia, rivolta alle famiglie e ai bambini e si trasforma nello ‘spezzare il pane’ a tavola con le persone a cui si vuole bene. Nell’immagine di copertina di questo sussidio vediamo sei persone che rappresentano le settimane della Quaresima e attendono che arrivi un’altra persona, cioè la testimonianza che accompagnerà, ogni settimana per sei settimane, il nostro cammino quaresimale. Abbiamo stampato 68mila copie che sono state distribuite nelle varie parrocchie affinché vengano date alle famiglie e ai bambini”. È un opuscolo che si caratterizza in due parti: la parte della domenica, rivolta alle famiglie e agli adulti, con la testimonianza che caratterizza la settimana. Ogni settimana c’è una sensibilità che ci accompagna: per la famiglia, i poveri, per la terra, la parola e per il mondo, ossia per i migranti. Durante la settimana, invece, si dà maggiore attenzione ai bambini, per cui ci sarà sempre una preghiera preparata dai seminaristi e sarà una forma di aiuto ai parroci nel fare il ‘Buongiorno Gesù’”. La Quaresima è tempo di fioretti con la classica cassettina per recuperare qualche piccolo sacrificio e metterlo a disposizione perché i progetti quaresimali sono importanti, soprattutto per i nostri missionari. “Si, sono progetti importanti, in particolare questa cassettina che diamo alle famiglie, rappresenta il raccogliere e l’aiutare sei progetti, come le sei settimane, in modo da valorizzarli in ogni parte del mondo, dal Brasile, all’Africa fino a Brescia”.

I progetti. Si va dal sostegno delle famiglie dei laici in missione in Togo, in Tanzania e in Albania al sogno di una parrocchia nella diocesi di Macapà in Brasile; dall’aiuto all’apostolato delle suore dorotee in Albania ai poveri di Kiremba; dai progetti di lavoro dei giovani in Senegal al “Farm Training”, un progetto di accoglienza proposto dall’Associazione Centro Migranti.

Io sono il pane vivo disceso dal cielo

Omelia del parroco don Renato al funerale di Claudia Modonesi

Ho conosciuto Claudia parecchi anni fa alla Scuola di Teologia per Laici e subito mi ha colpito, oltre alla sua intelligenza e dolcezza, la voglia di sapere, di conoscere le ragioni della fede, che per lei erano anche le ragioni del vivere.

Aveva intuito che, soprattutto oggi, è importante fare spazio alla intelligenza della fede, alla conoscenza e comprensione critica della fede. Infatti, se oggi molti cristiani, si allontanano dalla fede, non è forse perché sono vissuti con una fede per lo più tradizionale o sentimentale o emotiva, senza una vera scelta consapevole e responsabile?

Da questo punto di vista è molto significativo il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato: di fronte all’affermazione di Gesù: ”Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51), i giudei discutono aspramente e molti dei suoi discepoli non vanno più con lui. Solo i dodici apostoli restano e alla domanda di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”, Pietro risponde: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (6, 68-69). È interessante il particolare: i discepoli, che pure avevano iniziato a credere, si allontanano da Gesù; solo i dodici restano. Perché? Perché loro non solo credono ma hanno anche “conosciuto”, sanno chi è Gesù, hanno sperimentato la bellezza dello stare con Gesù, hanno le ragioni che giustificano il loro rimanere. Lo ribadisce sempre Pietro anche nella prima lettura che abbiamo ascoltato, là dove chiede ai cristiani di essere “pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza” che è in loro (1 Pt 3, 15). La vera fede, quella che resiste, è sempre arricchita dalle ragioni che la sostengono.

Questa è stata la preoccupazione principale di Claudia: conoscere e far conoscere la fede cristiana; approfondire e presentare le ragioni che la rendono bella per la nostra vita. 

Ma Claudia ha fatto tutto questo con grande “dolcezza e rispetto”, come chiede ancora l’apostolo Pietro nella prima lettura (1 Pt 3, 16). Lo ha fatto prima di tutto in famiglia: con i figli, i nipoti e particolarmente col marito Fulvio, di cui si è innamorata giovanissima e che confessa essere stato colpito soprattutto dalla sua dolcezza. Lo ha fatto nella sua comunità cristiana: attraverso il catechismo dei ragazzi e degli adulti che sapeva affascinare; attraverso l’aiuto ai piccoli più poveri e disadattati; attraverso i meravigliosi articoli su “La Badia”, apprezzati da tutti per la loro brevità, chiarezza e incisività; attraverso anche la sua partecipazione fedele ed entusiasta alla corale, un modo particolarmente efficace per mostrare la bellezza ed il fascino della fede.

In conclusione Claudia ha creduto e conosciuto, ha creduto e fatto conoscere, con dolcezza e rispetto,  che davvero Gesù ha parole che fanno vivere. Ella ha mangiato quel pane che è la carne di Gesù per la vita del mondo, non solo perché si è cibata della comunione eucaristica, ma anche perché ha assimilato lo stile del darsi di Cristo perché il mondo, credendo, viva. Si compia allora per lei la promessa di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).  

Pane per una socialità sana e serena

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella solennità del Corpus Domini. Piazza Paolo VI, giovedì 31 maggio 2018

Il pane santo dell’Eucaristia, che abbiamo portato per le strade di questa nostra amata città, è la presenza misteriosa del Cristo vivente, germe di eternità nel tempo e nella storia. Questo pane che viene dal cielo è segno e fondamento di una comunione cui l’umanità ha da sempre dato il nome di pace. E la pace è la vittoria sulla violenza, tentazione costante del cuore umano ferito e vero cancro della socialità umana.

Quanto è prezioso il pane! Fragrante e profumato, è il nutrimento per eccellenza. È anzi il nome con il quale indichiamo il nutrimento in quanto tale, anche nella preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre che sei nei cieli… dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Dove il pane non c’è la vita è a rischio; dove il pane c’è, la vita può fiorire.

Ma da dove viene il pane e come si produce? Il processo che conduce alla sua costituzione dice molto del suo valore e svela un segreto. Il pane è frutto della terra: ci richiama i campi che biondeggiano per la mietitura al sole dell’estate. Prima del pane vi è il frumento, con le sue spighe attese per lunghi mesi. E nelle spighe i grani. Tanti chicchi da tante spighe, macinati e impastati: così si arriva al pane. Tramite un processo che ha ultimamente la forma della comunione. I molti grani di frumento divenuti polvere di farina si fondono in unità tramite un impasto che l’acqua rende possibile e che il fuoco, con il contributo del lievito, rende fragrante.

Non ha forse tutto questo una senso anche simbolico? Non vi è in questo singolare processo una sorta di segreto che domanda di essere riconosciuto? Il pane che ci nutre è segno della comunione che siamo chiamati a realizzare. Colui che ci ha chiamato all’esistenza vuole che ci sentiamo e siamo una cosa sola. Nella molteplicità dei soggetti, l’umanità è in realtà un unico corpo misteriosamente unificato: è il genere umano, la grande famiglia dei figli di Dio. L’Eucaristia è il pane che anticipa nella liturgia la piena comunione dell’umanità trasfigurata in Dio, resa perfetta nel suo amore.

Siamo dunque chiamati da sempre a costituire una socialità sana e serena, che dia conferma ed evidenza al disegno originario di Dio. Purtroppo questo non va da sé. Come la parola di Dio ci insegna, un frutto avvelenato si è imposto al mondo con il peccato delle origini e il suo effetto sulla socialità umana è tristemente devastante: questo frutto si chiama violenza. Dalle scambievoli accuse di Adamo e di Eva, al tragico gesto di Caino, al disegno despotico della torre di Babele, la sacra Scrittura rivela i segni tangibili di una violenza ormai dilagante nel mondo creato. Ciò che il pane ci ricorda e ci raccomanda con la sua dimensione simbolica, ciò che l’Eucaristia ci annuncia nel suo amabile mistero domanda una consapevole e ferma assunzione di responsabilità. La violenza è per la società un tarlo mortale. La pace, che è la socialità umana redenta, va salvaguardata e promossa attraverso una disciplina personale della coscienza ma anche attraverso la promozione di una cultura condivisa. La violenza infatti è sempre accovacciata alla porta del cuore, come una belva pronta a colpire. La guardia deve sempre essere alta. Siamo infatti chiamati ad essere, nella città degli uomini, costruttori di pace; siamo chiamati ad assumere lo stile di una mitezza ferma e sapiente.

Vorrei in particolare richiamare l’attenzione sulla violenza verbale. Di questi tempi rischiamo di perdere il senso del peso che hanno le parole, del male che si può fare con ciò che si dice e si scrive. Chi abita la città degli uomini è chiamato a misurarsi costantemente con idee, opinioni, pensieri, convinzioni che non sempre e non necessariamente coincidono con le proprie. Dialogo e confronto, in un clima di reciproco rispetto, sono le regole fondamentali di un vivere civile. Parlarsi e quindi ascoltarsi è indispensabile per vivere bene insieme. Quando la violenza entra nei discorsi e le parole diventano pietre scagliate, quando invece di parlare si urla, quando l’altro non è un legittimo concorrente – ciò una persona che concorre con me alla ricerca della verità e del bene comune – ma è un nemico da abbattere, quando il confronto ha come unico obiettivo quello di dimostrare che io ho ragione e l’altro ha torto, quando l’insulto trova diritto di cittadinanza in mezzo all’ilarità generale, si stanno creando i presupposti per la disintegrazione della società.

Chi ha un parere differente o vede le cose in modo di verso da me è una risorsa in vista di una maggiore chiarificazione della verità. Nessuno è perfetto sia nel pensare che nell’agire e la verità non è un possesso conquistato ma un orizzonte nel quale si cammina insieme: è la manifestazione che Dio fa di sé dentro lo scenario del mondo. Grazie alla verità che si rivela alla nostra coscienza in ascolto, noi possiamo maturare una progressiva conoscenza della realtà. Comprendiamo così sempre meglio ciò che è giusto e ciò che è bene.

Fa parte della gioia di vivere anche la soddisfazione di riuscire a pensare insieme, di ragionare in vista di obiettivi rilevanti, di valutare alternative e scelte differenti. La dialettica democratica è uno dei modi privilegiati di edificazione della società civile. Fu così che si venne a formare la nostra Carta Costituzionale. Il confronto tra persone responsabili e autorevoli potrà essere schietto ed anche ruvido, ma sarà sempre rispettoso e costruttivo. La stretta di mano alla fine di ogni vivace discussione dovrà essere sincera e anche grata. Si è infatti onesti ricercatori del vero e del bene e non esponenti belligeranti di fazioni contrapposte. Così la società vince la tentazione della violenza delle parole e delle opinioni, si edifica nella verità e diviene civiltà.

Né va dimenticato che a tutto questo corrisponde anche un compito educativo. Le giovani generazioni guardano naturalmente agli adulti e ne raccolgono – nel bene e nel male – l’esempio. Lo si voglia o no, i più piccoli tra noi respirano l’aria dell’ambiente che noi creiamo. Siamo certo tutti molto colpiti del fenomeno del bullismo che in modo preoccupante si sta diffondendo tra i nostri ragazzi e adolescenti. Non è forse anche questa una forma di violenza verbale, ingigantita dai nuovi potenti mezzi della comunicazione sociale? Ci addolora moltissimo il constatare quanta devastazione sia in grado di provocare la violenza che si scatena attraverso messaggi digitali di vario genere. Assistiamo con rammarico al gusto perverso di vedere l’altro soffrire, allo sdoganamento dell’infamia, alla cinica soddisfazione del mettere in risalto la fragilità e la debolezza altrui. “Infierire” sembra diventata, per alcuni, la parola d’ordine. Dove siamo dunque precipitati? Lo scopo della vera socialità non era forse esattamente il contrario? Non era la difesa e la cura amorevole del debole? Le fragilità fisiche, psichiche, economiche non erano motivo di maggiore tenerezza? Non richiedevano grande attenzione nel parlare per non offendere o scoraggiare? Non esigevano grande intelligenza e sensibilità nel porre i gesti di affetto e di consolazione in questi casi così necessari? Occorre decisamente contrastare questa pericolosa linea di tendenza. Occorre educare, offrendo però anzitutto come adulti un esempio chiaro, quello della rinuncia ferma ad ogni forma di violenza verbale e l’assunzione di uno stile di vero dialogo e confronto.

La fragranza del pane che diventa Eucaristia torna a questo punto con la tutta la sua bellezza e la sua forza simbolica. Siamo destinati ad essere in Dio e con Dio una cosa; siamo la famiglia umana e non una moltitudine di individui dispersi ed agitati; siamo un campo di frumento e non un campo di battaglia; siamo un popolo di popoli e una città di città.

Ci aiuti il Signore nostro Dio a dare compimento al suo disegno di salvezza. Ci sostenga nella quotidiana lotta contro la tentazione di una violenza cieca. Sostenga il Signore gli sforzi onesti e sinceri di ogni uomo e donna di buona volontà, particolarmente di coloro che nella nostra città hanno importanti responsabilità civili e sociali. Infonda nei cuori dei nostri ragazzi e dei nostri giovani il gusto del bene, la gioia dell’affetto solidale, la soddisfazione di vedere felice chi è meno fortunato.

Perché in tutto sia glorificato il suo santo nome.

Amen

Il nostro pane quotidiano

Tremolada: “Il tema di questa nostra riflessione mi appare insieme suggestivo e impegnativo. Il titolo suona così: ‘Nostro pane quotidiano’. Si coglie qui l’eco della richiesta che troviamo nella preghiera per eccellenza della tradizione cristiana, cioè il Padre nostro: ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano'”. Di seguito il testo integrale della Lectio magistralis tenuta a palazzo Loggia

Il tema di questa nostra riflessione mi appare insieme suggestivo e impegnativo. Il titolo suona così: “Nostro pane quotidiano”. Si coglie qui l’eco della richiesta che troviamo nella preghiera per eccellenza della tradizione cristiana, cioè il Padre nostro: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. L’intenzione è però quella di concentrare l’attenzione sul pane stesso, da intendere come ciò che è essenziale per il nutrimento dell’umanità.

Ciò che rende immediatamente suggestivo e insieme impegnativo il tema è proprio la domanda che sorge quando si viene a definire il pane in questo modo. Che cos’è precisamente questo pane che nutre la vita umana e le permette di sostenersi e di svilupparsi? Come dobbiamo intenderlo?

Tutte le culture riconoscono al pane un enorme valore, lo considerano sinonimo del cibo indispensabile alla sussistenza degli uomini ma insieme – e questo avviene particolarmente nei poeti – ne fanno anche il simbolo di quel nutrimento che risulta necessario all’uomo a partire dalla molteplice composizione della sua soggettiva, poiché l’uomo non è solo corpo, ma è anche intelligenza, sentimento, volontà, libertà, memoria, immaginazione, slancio verso l’infinito.

In questo senso si dovrà affermare che, da un lato, il pane è indispensabile all’uomo ma, dall’altro, l’uomo non vive solo di pane, che cioè il nutrimento dell’uomo non può essere ricondotto al cibo e che quindi il pane, inteso come nutrimento dell’uomo, verrà necessariamente ad assumere un significato che oltrepassa i confini della fisiologia e della biologia, per raggiungere quelli della cultura e della spiritualità.

Di queste duplice dimensione del pane vorrei cercare di trattare in questa mia relazione, cercando di mostrare la rilevanza di entrambi gli aspetti e la loro reciproca connessione: pane come cibo per tutti gli uomini e pane come nutrimento per tutto l’uomo. Si tratta di una connessione a mio giudizio rilevante: se ne dovrà tenere conto nel momento in cui si volesse determinare con serietà e con sufficiente precisione il compito affidato a tutti noi e in particolare ai responsabili della cosa pubblica di non lasciar mancare all’umanità di oggi il pane di cui ha bisogno.

Articolerò la mia riflessione intorno a quattro punti, che ricavo dal titolo che mi è stato affidato: di questi punti due sono esplicitamente presenti nello titolo stesso e due vanno considerati – a mio parere – impliciti. Si tratta in realtà di quattro caratteristiche del pane di cui stiamo parlando: la prima è che questo pane è “quotidiano”, la seconda è che questo pane è “nostro”: sono le due caratteristiche esplicite nel titolo; la terza caratteristica è che questo pane è “ricevuto in dono”, la quarta è che “non coincide con il cibo”: queste ultime sono a mio giudizio caratteristiche non esplicite ma implicite nel titolo.

L’esperienza della manna

Partirei da un episodio che ci viene raccontato nella Bibbia, che vede protagonista i figli di Israele e che viene comunemente ricordato come l’episodio del “dono della manna nel deserto”. Se ne parla nel Libro dell’Esodo ma anche nel Libro dei Numeri e nel Libro del Deuteronomio: la vicenda viene dunque richiamata più volte e questo dimostra la sua importanza per l’intera tradizione biblica.

Provo a raccontare con parole mie quanto il testo bilico riferisce a più riprese e con differenti sottolineature. Mi preme attirare l’attenzione su alcuni aspetti che riterrei rilevanti e che vorrei riprendere successivamente.

Il piccolo clan di un pastore nomade dell’antica regione mesopotamica – siamo orientativamente nel periodo del XVIII secolo a. C., – si vede costretto a trasferirsi in Egitto in circostanze insieme drammatiche e provvidenziali. Il nome di questo nomade è Giacobbe, nome che – come racconta la Bibbia – verrà poi mutato dal Signore Dio in “Israele”. I figli di Israele giungono in Egitto, territorio dove domina come sovrano assoluto il faraone, in numero di circa settanta persone.

La loro permanenza si prolunga nel tempo. Nel corso degli anni il loro numero cresce in modo impressionante, per una singolare benedizione di Dio. Si giunge così ad una decisione tanto assurda quanto tragica da parte del faraone di quel tempo: congelare lo sviluppo demografico di questa etnia, uccidendo tutti i nati maschi, e sfruttare gli uomini che la compongono come forza lavoro per la costruzione delle gradi città deposito del delta del Nilo. Di fatto si viene così a determinare per i figli di Israele una condizione di vita che ha tutto l’aspetto della schiavitù. Non manca certo il cibo ma in vista dei lavori forzati: ciò che manca è la libertà e la dignità.

La situazione sembra senza sbocco. E invece, in un modo che ha del miracoloso, sotto la guida di Mosè e a seguito di una serie di azioni prodigiose e misericordiose di cui si rende protagonista il Signore Dio di Israele, questa moltitudine riesce a lasciare la terrà della schiavitù e a intraprende il viaggio verso la terra di Canaan, terra che il Signore aveva da sempre promesso ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Per giungervi, però, occorre attraversare il deserto del Sinai. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo viaggio nel deserto durerà molti anni e si trasformerà in una vera e propria permanenza, il cui scopo sarà quello di prepararsi a vivere l’esperienza nella terra promessa.

Bastano comunque pochi giorni nel deserto per suscitare nel figli di Israele una dura reazione nei confronti di Mosè e del Signore Dio: in modo violento ed offensivo essi contestano Mosè e dimostrano di non fidarsi del Signore Dio e chiedono cibo. Essi dicono: “Vogliamo ritornare in Egitto. Là almeno avevano pane in abbondanza, ma anche cipolle, porri e cocomeri”. Il pane portato dall’Egitto è infatti finito e nel deserto non è possibile coltivare nulla.

Tramite Mosè, il Signore fa allora sapere ai figli di Israele che compirà ciò che sembra impossibile: farà in modo che nel deserto possano avere del pane e che questo non manchi per tutto il tempo della permanenza. Come potrà mai avvenire una cosa simile? La fantasia amorevole del Signore porta a inventare il dono della manna. I figli di Israele la mattina di ogni giorno troveranno sul terreno una sorta di rugiada gelatinosa che raccoglieranno e poi lasceranno seccare, pesteranno nel mortaio, impasteranno e cuoceranno per farne focacce.

Vi sono però indicazioni molto precisa al riguardo: ognuno dovrà raccoglierne quanto serve alla propria famiglia per un giorno, non di più: ogni giorno infatti la manna arriverà e non vi sarà bisogno di farne scorte. Se qualcuno, per paura o per avidità, ne prenderà di più, la manna in eccesso marcirà al termine dello stesso giorno. Nel giorno precedente il sabato sarà possibile raccogliere per ciascuno una porzione doppia di manna, in modo da non essere costretti a compiere questa fatica il giorno di sabato, giorno consacrato al Signore: quel giorno sarà giorno di festa, non so dovrà uscire a raccoglierle la manna e ci si potrà dedicare alle attività che consentono una più intensa comunione con il Signore e con i propri cari.

Così, a partire dal quel giorno, i figli di Israele poterono contare su questo pane singolare – il cui sapore delicato assomigliava a quello di una focaccia con miele (cfr. Es 16,31) – fino al giorno in cui entrarono nella terra di Canaan. Quando vi misero piede la manna infatti cessò (cfr. Gs 5,12). Essi ne conservarono sempre una piccola quantità nell’arca dell’alleanza, come segno dell’amore fedele del Signore e dell’esperienza educativa nel deserto (cfr. Eb 9,4).

Mi preme sottolineare alcuni aspetti che emergono dalla vicenda della manna e da questa singolare esperienza vissuta dai figli di Israele: un semplice accenno che ci prepara alle riflessioni successive.

Il primo aspetto riguarda il carattere propeduetico e pedagogico che l’esperienza della manna riveste nei confronti dell’esperienza successiva della terra: l’abbondanza che si incontrerà nella “terra dove scorrono latte e miele” – così la Bibbia – avrà bisogno di disciplina interiore e di autodominio, affinché non si venga travolti dalla brama dei beni materiali e si dimentichino i valori essenziali della vita.

Il secondo aspetto richiama l’influenza che il cibo e in generale il possesso dei beni esercita sull’animo umano, di modo che per questa ragione, o a causa della miseria o per avidità, si può essere disposti a vendere la propria libertà e la propria dignità, desiderando – come nei caso dei figli di Israele – ritornare in Egitto, cioè nella condizione di schiavitù.

Il terzo aspetto ricorda che il pane di cui i figli di Israele si nutrono nel deserto è un dono gratuito di Dio, espressione della sua bontà e della sua provvidenza, segno del suo amore fedele e della sua sorprendente creatività. È un pane che viene dal cielo per chi cammina in un deserto, un pane che suscita meraviglia e apre il cuore alla gratitudine.

Il quarto aspetto, particolarmente importante, è connesso al fatto che questo pane venga donato con puntuale regolarità ogni giorno, che corrisponda alle necessità quotidiane e non preveda si facciano scorte, contestando ogni logica di ingordigia e di accumulo. Unica eccezione è costituita dalla doppia raccolta nel giorno che precede il sabato. Le ragioni sono però le stesse: il pane è per l’uomo, per la sua dignità e la sua gioia e la fatica a procurarlo è comunque subordinata alla nobiltà dell’uomo. L’uomo ha diritto di vedere riconosciuto il diritto di fare festa, cioè di onorare Dio e di stare con le persone care.

Alla luce di quanto emerso da questa esperienza raccontata dalla Bibbia, che a mio giudizio assume l’aspetto di esperienza paradigmatica, vorrei ora sviluppare la riflessione riguardante le quattro caratteristiche del pane che ho sopra richiamato. Sarà l’occasione per condividere una valutazione sull’attuale situazione in rapporto all’ambiente in cui viviamo, alle risorse di cui disponiamo, al loro uso e alla loro distribuzione, alla condizione di vita delle diverse popolazioni che abitano in questo momento il nostro pianeta, ai principi che stanno ispirando il vivere sociale in rapporto con la questione seria del rispetto della natura e del diritto di ognuno di avere il pane necessario. Ritengo che su questi punti la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato si’, vada considerata uno dei testi più illuminati e coraggiosi e per questo motivo vi attingerò ampiamente

Pane quotidiano

Il pane che ogni uomo ha il diritto di avere è anzitutto un pane che va considerato “quotidiano”. In prospettiva biblica potremmo dire che questa è l’intenzione di Dio quando egli pensa all’uomo nella pienezza della sua esperienza di vita: l’uomo deve poter contare sul pane che è necessario per la vita di ogni giorno. Un modo per dire che ci si deve guardare dal pericolo dell’ingordigia e dell’avidità, dall’ansia dell’accumulo con la sua illusoria sicurezza e dal senso di potere che la ricchezza trasmette.

Se guardiamo la realtà che ci circonda, dobbiamo riconoscere che questo pericolo non solo non è evitato ma sembra essersi piuttosto trasformato in una sorta di principio negativo che condiziona in modo impressionante l’intera socialità umana.

Segnalo solo tre dati: secondo il nuovo rapporto di Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief: Istituto con sede ad Oxford che si interessa della povertà nella sua dimensione globale), diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos (gennaio 2018) otto uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Secondo l’organizzazione, le multinazionali e i potenti del mondo continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. La Fao calcola che ogni anno si sprechino 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, pari a 1/3 della produzione totale destinata al consumo umano. Nell’ultima edizione del Rapporto annuale dell’Onusulla sicurezza alimentare (Roma, 15 settembre 2017) la fame nel mondo colpisce nel 2016 circa 815 milioni di persone, vale a dire11% della popolazione mondiale.

Si tratta di tre informazioni molto eloquenti e, per altro, in evidente contraddizione reciproca. Il quadro è impressionante. Se non si rimane indifferenti, la reazione non può che essere di sconcerto e di rabbia. Verrebbe da dire: “Questo non è tollerabile!”. Ma soprattutto viene da pensare: “Come può succedere una cosa simile? E perché mai può succedere?”.

Si comprende bene che – nel pieno rispetto della generosità delle singole persone – qui non si tratta semplicemente di aumentare la consistenza negli aiuti. La questione del pane quotidiano esige qui una riflessione lucida e coraggiosa a cui dovrebbe seguire un’azione incisiva. Siamo infatti di fronte a una situazione globale che è condizionato da un vero e proprio sistema. È su questo che occorre fare luce.

Papa Francesco parla nella lettera Enciclica Laudato si’ di un paradigma economico-tecnocratico che in questo momento sta dando una forma ben precisa alla convivenza sociale mondiale. Tale paradigma fonde insieme la potenza di una tecnologia che si considerata del tutto svincolata da principi etici e di una economia che risponde al criterio del massimo profitto ad ogni costo. Il mercato non è in sé negativo e neppure le leggi del mercato: è negativo il principio del profitto ad ogni costo, che può di fatto entrare a governare il mercato e a ispirarne tutte le leggi. L’obiettivo del massimo profitto trasforma l’economia in una sorta di regina predatrice, alla quale la politica appare in questo momento tristemente sottomessa, se non a volte addirittura compromessa attraverso la corruzione. Questa sovrana senza scrupoli, che tende unicamente al guadagno, porta con sé come inesorabile conseguenza la logica del consumo e la prassi dello scarto, unite allo sfruttamento rapace delle risorse, con il conseguente impoverimento delle popolazioni più deboli e la messa a rischio del futuro per le giovani generazioni.

L’esempio della deforestazione della regione amazzonica è un esempio chiarissimo al riguardo. La brama del profitto massimo ed immediato di pochi abitanti sul territorio al servizio di grandi potentati economici di livello mondiale induce spesso a concedere ampie zoni di foresta per uno sfruttamento del terreno a fini di coltivazione intensiva indiscriminata, compromettendo così la vita delle popolazioni più deboli di questo delicato habitat e ponendo una drammatica ipoteca sul futuro dell’intera popolazione del pianeta. Il profitto ad ogni costo acceca, induce ad agire in vista di un interesse personale di corto respiro e getta ombre preoccupanti sull’orizzonte generale.

Ma un’altra considerazione va fatta, che tocca più direttamente la dimensione interiore dell’uomo e la sua felicità. Il consumismo generalizzato prodotto dalla regola del profitto ad ogni costo spegne il desiderio, annulla il senso della gioia per quanto si possiede e compromette l’esperienza della gratuità e della gratitudine. Esso conduce ad un evidente paradosso: il “consumatore” risulta condannato a rimanere sempre un passo indietro rispetto al processo della produzione. Il consumo infatti riproduce la struttura del piacere, che è per definizione istantaneo e destinato ad essere immediatamente riattivato. La legge del consumo induce a produrre qualcosa di nuovo subito dopo aver immesso qualcosa nel mercato, di modo che il consumatore, appena comprato il prodotto, già pensi al nuovo e si disponga ad acquistarlo. Non c’è spazio una gioia pacata e distesa di ciò che si ha tra le mani, non si sarà mai veramente contenti di quello che si ha. Niente gioia, dunque, poiché questa nasce dalla pacata serenità interiore, maturata nel tempo attraverso l’esperienza progressiva delle buone relazioni.

A ciò va aggiunto il contributo della tecnologia che, rivendicando la neutralità della scienza e sottraendosi ad ogni regola etica, di fatto facilmente si consegna al potere dell’economia corsara e alla regola che la ispira, cioè il profitto massimo e il consumo indiscriminato. “L’uomo moderno – sono parole di Romano Guardini citate nella Laudato si’ – non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori, la coscienza … La possibilità dell’uomo di usare male la sua potenza è in continuo aumento quando non esistono norme di libertà ma solo pretese necessità di utilità e sicurezza” (LS, 105).

Purtroppo la tecnologia da sola non genera progresso e facilmente si allea con chi la può utilizzare sulla base delle risorse economiche che possiede, secondo finalità che rispondono ai suoi discutibili obiettivi.

Pane nostro

Il pane vero, che nutre l’uomo e lo rende autenticamente tale, non è pensabile in se stesso, come pura entità materiale, scientificamente analizzabile ed economicamente valutabile, derivante da un processo tecnicamente ben definito e ben impostato. In altre parole, il pane non è semplicemente un prodotto. In quanto nutrimento per l’uomo, cibo per la sua vita, il pane chiama in causa le relazioni umane. Lo dimostra il fatto che il cibo normalmente si consuma insieme, che il pasto è un rito sociale di comunione, che il banchetto è un modo di fare festa.

Anche in questo caso occorrerà far chiarezza nei confronti di un sistema economico e tecnocratico che tende a cancellare la rilevanza sociale del nutrimento e a sfruttare le dinamiche aggregative in vista dei consueti obiettivi di consumo e di profitto. “Bisogna rafforzare – dice papa Francesco – la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana (LS 52) e che il nostro vivere insieme non può essere ricondotto a rapporti commerciali e di proprietà. Tutto ciò ha delle ricadute rilevanti sul versante del rispetto dell’ambiente e dell’utilizzo delle risorse. È ormai sempre più evidente che esiste una forte correlazione tra ecologia e vita sociale: “Quando parliamo di ambiente facciamo riferimento anche ad una particolare relazione: quella fra la natura e la società che la abita. È fondamentale cercare soluzioni integrali che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi- socio-ambientale” (LS, 139).

Per questo nella Laudato si’ si parla di “Ecologia integrale”, “Ecologia sociale” (LS, 142), “Ecologia culturale” e su quest’ultima giustamente si osserva come “la visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende e rendere omogenee tutte le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità” (LS, 143).

Il pane che è nostro richiama un concetto tanto caro alla dottrina sociale della Chiesa, ma caro anche a tutti gli uomini di buona volontà: il concetto di bene comune. “L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale” (LS, 156). Per “bene comune” – insegna il Concilio Vaticano II – si intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente” (GS, 26).

La libertà umana è capace di orientare l’economia e la tecnica ponendole a servizio a servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale. Per esempio – ricorda papa Francesco – quando comunità di piccoli produttori optano per sistemi di produzione meno inquinanti, sostenendo il modello di vita, di felicità e di convivialità non consumistico. O quando la tecnica si orienta si orienta prioritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri” (LS 112).

Pane ricevuto in dono

Il racconto biblico della manna insiste fortemente su un particolare: il pane di cui i figli di Israele si nutrono è un pane che viene dal cielo, che è dono di Dio, che è espressione del suo amore e della sua fedeltà ma anche della sua cura e della sua provvidenza. Dietro questo pane, offerto in modo così sorprendente, c’è in questo caso un cuore, un sentimento di affetto, un’intenzione di bene, che rende questo pane un segno e che a sua volta fa sorgere nel cuore di chi lo riceve un sentimento di consolazione e di gratitudine.

Il pane è un dono, che lo si riconosca o no, questa è la verità. È un dono che viene dalla terra ma che in realtà rimanda al cielo. La terra stessa infatti è un dono che l’uomo ha ricevuto. Egli non ne è padrone, ma custode responsabile. Egli è anche chiamato a farsi spettatore ammirato di quei processi di produzione del pane che rinviano al mistero della vita e al suo sviluppo, attraverso quelle tappe che la scienza orgogliosa ha reso fredde nel suo linguaggio specialistico, ma che in verità hanno sempre toccato il cuore di coloro che con fierezza si sono definiti contadini o coltivatori. Queste tappe della produzione del pane sono: l’aratura, la semina, l’attesa vigile, la mietitura. A queste si aggiungono poi quelle dei maestri fornai: l’impasto, la lievitazione, la cottura. Economia e tecnica certo possono intervenire in questo processo che ha potenza e il sapore della vita, ma mai prenderanno il sopravvento, quando viva è consapevolezza che l’orizzonte nel quale ci si muove è quello del dono per cui essere grati e di un compito di cui essere fieri. Gratuità, riconoscenza e responsabilità sono le parole che danno contenuto a questa verità del pane che è dono.

Da qui il rispetto per la natura nella quale e della quale viviamo; di più, l’affetto e la cura. Dilapidare le risorse, profanare i territori, sovvertire gli equilibri degli ecosistemi, intervenire in modo scriteriato sulle risorse significa comportarsi da saccheggiatori, dimenticare che tutto ciò è nostro per grazia e che noi non siamo patroni ma destinatari temporanei e quindi anche custodi.

Una parola merita al riguardo la responsabilità nei confronti delle future generazioni e su quella che dobbiamo chiamare la solidarietà intergenerazionale. Su questo punto Laudato si’ pronuncia parole forti: “La terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a loro … Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Pensiamo alle responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze” (LS, 161).

Pane che non è solo cibo

“L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 6,14): questa è la frase che Mosè pronuncia quando medita con i figli di Israele sulla vicenda della manna. Un modo per ricordare che il pane che nutre l’uomo per la vita non si identifica in tutto e per tutto con il cibo. Forse rischiando una certa semplificazione, potremmo dire che il cibo risponde al bisogno, mentre il pane risponde al desiderio. Il pane assume infatti, soprattutto nel linguaggio dei poeti, anche un valore simbolico e viene a indicare tutto ciò che nutre nel senso più ampio del termine. Nutrire non è semplicemente alimentare, è appagare, far giungere alla persona ciò che le permette di mantenersi in vita: dunque non solo di sopravvivere ma di sentirsi pienamente viva. Se con il termine “bisogno” indichiamo la richiesta imperiosa dell’organismo che per assolvere le sue funzioni vitali esige l’alimento indispensabile, con il termine “desiderio” potremo invece indicare tutto ciò che la persona sente indispensabile a partire dalla complessiva ricchezza della sua soggettività. L’uomo rimane un segreto a se stesso e non potrà comprendere sino in fondo in che modo precisamente interagiscono quelli che sono gli elementi costitutivi della sua identità vitale.

Quel che è certo è che ognuno di noi è e sarà sempre un misterioso e meraviglioso dinamico intreccio dinamico di intelligenza, sentimento, memoria, immaginazione, volontà, libertà. Come unità vitale e come irripetibile soggettività, ognuno di noi avrà comunque sempre fame di giustizia, di bellezza, di dignità, di sapienza, di gioia e di pace e quindi di comprensione, di sostegno, di stima, di fiducia, di considerazione, di benevolenza, di perdono. Anche questo, o forse soprattutto questo, è il pane di cui l’uomo sente interiormente il bisogno, non nella forma di uno stimolo istintivo ma di una esigenza del cuore, di quello che dovremmo appunto chiamare, con termine più evocativo e nobile “desiderio”.

Quando ci poniamo a questo livello, intuiamo che il paradigma creato dall’economia del consumo e dalla tecnica senza regole appare del tutto inadeguato ed anzi pericoloso. Emerge qui tutta la sua limitatezza e illusorietà. L’uomo, il suo cuore e la sua mente, la sua ricca e composita personalità, desidera ciò che un tale sistema non è in grado di offrire. Mira a un nutrimento che non sarà mai semplicemente un prodotto. Certo, il bisogno del cibo non può rimanere senza risposta, ma non dovrà mai essere separato dal desiderio della vita nella sua pienezza. Questa domanda di nutrimento esige dunque una risposta che non si limita alla sfera dell’economia e della tecnica, per altro pericolosamente esposte alla strumentalizzazione del profitto ad ogni costo, del consumo e dello scarto, ma che si apre alla dimensione complessiva dell’esperienza umana, che è sociale, culturale e spirituale.

Se una conclusione si può ricavare dalla riflessione che abbiamo condotto – avendo forse un poco meglio compreso in che senso il pane di cui parliamo è e sempre dovrà essere pane quotidiano, pane nostro, pane ricevuto e pane che è più del cibo – questa conclusione muove nella linea della necessità di un cambiamento di stile di vita, dell’assunzione cioè di un modo di vivere in grado di unificarne le diverse dimensioni e di offrire la risposta alla domande riguardante il nutrimento di cui l’uomo di oggi e di sempre ha desiderio.

Laudato si’ vede questo stile ben rappresentato nella della figura di san Francesco d’Assisi. “In lui – scrive papa Francesco – si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore” (LS, 10). Provando a declinare questo esempio nella vita di oggi, lo stesso papa Francesco afferma: “Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita … Il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita” (LS 222-223).

Sono parole – mi sentirei di dire – la cui la cui risonanza riempie di pace la mente e il cuore; sono però anche parole che indicano chiaramente la direzione da intraprendere quando si vorrà cercare e donare il pane che fa vivere.

Al poeta il compito di pronunciare sul pane l’ultima parola, che va oltre le parole e apre verso l’orizzonte ampio del suo significato più vero:

Del mare e della terra faremo pane,
coltiveremo a grano la terra e i pianeti.
Il pane di ogni bocca,
di ogni uomo,
ogni giorno arriverà,
perché andammo a seminarlo
e a produrlo
non per un uomo
ma per tutti.
Il pane,
il pane per tutti i popoli,
e con esso
ciò che ha forma e sapore
di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l’amore,
tutto questo
ha sapore di pane.

(Pablo Neruda)