Quale Chiesa dopo la pandemia?

Un nuovo anno pastorale per le comunità parrocchiali dopo l’esperienza drammatica dell’emergenza sanitaria che, forse, le ha rimodellate

Difficile lasciarsi rimodellare dalla realtà. Il vissuto struttura l’immaginazione e mortifica la creatività: genera il desiderio di tornare al già noto, quando non si vada oltre le retoriche, gattopardesche, dichiarazioni che tutto deve cambiare. La pandemia, dalla quale tutti si vorrebbe uscire al più presto, mentre sembra che continui a rincorrerci, ha mostrato guizzi di creatività pastorale – a volte un po’ kitsch – che però si vorrebbero abbandonare per tornare alle pratiche solite. Le ragioni sono plausibili: se le comunità cristiane non riprendono i ritmi abituali, si corre il rischio della dispersione. Nessuno potrà negare che partecipare (si fa per dire) alla celebrazione eucaristica dal salotto di casa appare più comodo e accentua la tendenza a vivere da soli il sacramento che più di tutti richiama e fonda la dimensione comunitaria della vita cristiana.

Rosari. La moltiplicazione dei rosari – sempre per via televisiva – fa nascere poi l’idea che la preghiera fondamentale dei cristiani sia la ripetizione di quella splendida formula evangelica alla quale in genere non si presta attenzione. I relativamente pochi stimoli a leggere la Parola di Dio in famiglia, i messaggi di vicinanza dei preti alle loro comunità tramite i social, le benedizioni per le vie dei paesi non pare siano (ancora) riusciti a provocare una riflessione seria sull’impostazione dell’attività pastorale. Non si vorrebbe dimenticare quanto si è vissuto nei mesi scorsi, ma si vorrebbe considerarlo come una parentesi, quasi un incubo dal quale si è (quasi) finalmente usciti. La domanda auspicabile sarebbe che cosa si possa imparare dal vissuto, quale figura di Chiesa si possa immaginare. Ovvio che nessuno ha la risposta già costruita.

Barca. Se un aspetto si vuole ricordare dei momenti clou della pandemia è che si è “sulla stessa barca”. L’affermazione, richiamata da tanti dopo che l’ha usata papa Francesco la sera del 27 marzo in una Piazza San Pietro deserta, non vale solo per il drammatico periodo vissuto, ma per la vita della Chiesa in generale. Non si può al riguardo dimenticare il tema della sinodalità, al quale negli ultimi anni ci si appella. L’oggi della Chiesa si può immaginare solo insieme, benché si noti la tendenza a cercare parole rassicuranti da parte di singole persone dotate di autorità. La vita ecclesiale non è pensabile al modo della scienza, che è riservata ad alcuni autorevoli esponenti della società, che poi comunicano a (quasi) tutti i risultati della loro ricerca. La vita ecclesiale è guidata dallo Spirito, che è presente in tutti i fedeli. Ciò comporta che si impari ad ascoltare le esperienze vissute e a discernere quali di queste possano essere assunte, senza la pretesa che tutti debbano farle proprie secondo il modo in cui sono raccontate.

Società. Un secondo aspetto attiene al rapporto della Chiesa con la società civile. Ad alcuni cristiani, compresi alcuni autorevoli (?) ecclesiastici, è sembrato che le indicazioni del governo circa le norme da seguire per evitare la diffusione del contagio fossero vessatorie nei confronti della Chiesa, la quale avrebbe dovuto alzare la voce per far valere i propri diritti e quindi la propria libertà. Figura un po’ retro del rapporto tra Chiesa e Stato. La questione non è questa, bensì quale contributo i cristiani possano dare alla costruzione di una vita civile ordinata, soprattutto quando è in gioco la salute di tutti. Ricordare la famosa Lettera a Diogneto sarebbe forse azzardato. Ma di essa si può almeno ricordare lo statuto di cittadini che i cristiani condividono con tutti i loro connazionali. Non è questione di obbedire oppure no a un governo, bensì di prendersi cura della salute e non solo della salvezza delle persone. La più volte citata parabola del buon Samaritano insegna. Del resto il culto cui il Nuovo Testamento presta attenzione è anzitutto il culto “spirituale”, che riguarda la vita prima delle celebrazioni.

Celebrazioni. Con ciò non si vuole negare valore alle celebrazioni, bensì ricordare che esse sono il culmine e la fonte della vita cristiana. Certamente una comunità cristiana non può fare a meno dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia, ma non si può limitare la vita cristiana alla celebrazione. Ciò comporta che si dia valore alla Parola di Dio – senza la quale peraltro non si dà neppure l’eucaristia – cogliendo in essa stimolo a ripensare anche la presenza dei cristiani nella società. Da questi due aspetti si ricava il profilo di una Chiesa più incerta, alla ricerca di un volto mai definitivamente delineato, consapevole di condividere con la società la medesima sorte terrena, ma capace di far intravedere che anche nella tempesta il suo Signore è presente, benché non risolva, come si vorrebbe, le cause della tempesta e le paure che questa genera.

Covid: la memoria e il suffragio

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la messa, celebrata in piazza Paolo VI, in ricordo delle persone defunte a causa della pandemia

Nello scenario suggestivo e solenne di questa piazza che si apre davanti al nostro duomo e che con Piazza Loggia costituisce il cuore della città di Brescia, celebriamo questo rito solenne, nel quale desideriamo si fondano insieme la memoria e il suffragio. E io voglio subito ringraziare tutti voi che avete accolto l’invito a condividere questo momento singolare.

In questa piazza si trova oggi rappresentata la nobile anima della terra bresciana, della città e della provincia. Le vostre persone, stimatissimi rappresentanti delle istituzioni, delle amministrazioni locali e delle diverse associazioni, sono testimonianza eloquente del grande senso di umanità che anima il nostro popolo e della comunione che vicendevolmente ci lega. Ci sentiamo parte di una storia di cui abbiamo contribuito a scrivere una pagina non secondaria, ma soprattutto ci sentiamo uniti nell’esperienza di quella umanità che rende ogni persona immensamente grande e che trova la sua espressione più vera nei momenti di maggiore difficoltà.

È questo il senso di ciò che stiamo vivendo: una società che non onora i suoi morti, che non conserva vigile memoria delle sue sofferenze e della generosa risposta che queste sanno suscitare è una povera società, senza radici e senza futuro, perennemente fluttuante alla deriva. Ricordare con affetto commosso chi ci ha lasciato in circostanza dolorose, rendere merito con sincera gratitudine a quanti hanno dato viva testimonianza di dedizione e di coraggio significa compiere quel naturale atto di omaggio che la dignità umana si attende. Il cuore di ognuno di noi ne sente il bisogno.

Alla memoria grata si aggiunge il suffragio. C’è un orizzonte più grande di quello della terra in cui viviamo: è l’orizzonte del cielo che la sovrasta e la abbraccia. La fede dischiude alla vita umana una visione che – se rettamente intesa – permette di coglierne ancora di più la nobiltà e la grandezza. Secondo l’insegnamento della sacre Scritture, l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, destinato a condividere con lui la pienezza della vita. Il senso di Dio apre naturalmente al rispetto per la dignità dell’uomo, offre il fondamento più solido al riconoscimento dell’onore che ogni persona merita: “La gloria di Dio è l’uomo vivente” – ha scritto sant’Ireneo, uno dei grandi padri della Chiesa.

La pagina del Vangelo che la liturgia ci propone in questa domenica e che abbiamo appena ascoltato muove nella stessa direzione. A Pietro che domanda quante volte dovrà perdonare chi lo offende e che arriva a ad immaginare di farlo fino a sette volte, Gesù risponde invece che deve perdonare fino a settanta volte sette. Un perdono, dunque, senza misura e senza condizioni. La reazione immediata di ognuno che ascolta è che la richiesta del Cristo sia impossibile da realizzare: è qualcosa che va al di là delle nostre forze e che ci condannerebbe alla frustrazione. Ci rendiamo tuttavia conto della grandiosità di una simile prospettiva: il perdono senza misura è espressione di un amore che non si ferma davanti a nessun ostacolo e che rimane intatto a anche a fronte del male ricevuto, dell’offesa gratuita, della cattiveria, dell’ingratitudine, della vigliaccheria. Rispondere al male con il male è istintivo: è purtroppo la cosa più facile. Vincere il male con il bene è decisamente più difficile, è scelta sofferta e impegnativa, che tuttavia dice la misura di una coscienza e la sua apertura al mistero della bontà infinita di Dio. “Il Padre vostro che è nei cieli – dice Gesù ai suoi discepoli – fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Dio non fa del bene solo a chi se lo merita, ma fa del bene per riscattare chi fa il male, per sorprenderlo e conquistarlo con la sua bontà. Ecco dunque la prospettiva che viene aperta, il cielo che si dispiega sopra la terra: il mistero santo di Dio offre all’uomo l’orizzonte in cui collocarsi per dare compimento a se stesso. Mistero di grazia per i vivi e mistero di pace e consolazione per i defunti. Al bene offerto da Dio ai vivi va infatti aggiunto il bene da lui offerto ai defunti, cioè il riposo eterno e la luce perpetua, partecipazione definitiva e perenne alla sua beatitudine.

La memoria e il suffragio aprono al futuro, ci spingono a raccogliere l’eredità spirituale che ci giunge dall’esperienza vissuta, in particolare dalle consegne di quanti ci hanno lasciato. Credo che questa eredità consista nell’invito ad un coraggioso rinnovamento della società. Non possiamo semplicemente girare pagina, dimenticare presto un’esperienza dolorosa e imbarazzante, ritornare al più presto ad una normalità che sia semplicemente ciò che si è sempre fatto. La voce che ci viene dai giorni che ci hanno visti sofferenti ma anche più uniti e più decisi nell’aiutare i più deboli, è un appello a cambiare ciò che non più essere accettato come normale. Abbiamo compreso molto più chiaramente quanto sia necessario costruire una socialità che abbia sempre più i tratti di una comunità solidale, attenta ai più deboli, non condizionata dall’ansia di un profitto esagerato e alla fine disumano e dalla logica di un consumo ingordo e cieco; una comunità rispettosa del suo ambiente, non rapace, che mira ad uno sviluppo sostenibile, ispirato da sani principi morali. Abbiamo bisogno di una progettualità sapiente e concreta, che riconosca chiaramente nel bene comune il suo costante obiettivo e si impegni a perseguirlo con intelligenza e determinazione. È questo il nobile compito della politica, che nei giorni della grande sofferenza è risultato ancora più evidente e di cui comprendiamo ora ancora meglio l’importanza.

Una grande lezione di vita ci è giunta dai mesi dolorosi di questa pandemia. Mi sembra di poter dire in coscienza che non ne è mancata la consapevolezza. Si tratta ora di mantenerla viva e di trasformarla in azioni capaci di rinnovare la società. Non possiamo e non dobbiamo semplicemente ritornare al passato. C’è un colpo d’ala che la memoria ci esorta a imprimere al nostro vissuto, per il bene nostro e delle generazioni future.

Il Dio della grazia e della consolazione, cui abbiamo consegnato con fede i nostri morti e a cui noi stessi ci consegniamo come viventi creati a sua immagine, sostenga il nostro proposito e accompagni il nostro cammino. Ci aiuti a dare alla nostra società un volto sempre più umano, unendo i nostri sforzi in un’opera che possa essere guardata con riconoscenza da quanti verranno dopo di noi.

Ci benedica il Signore e ci custodisca.
Faccia risplendere per noi il suo volto e ci faccia grazia.
Il Signore rivolga su di noi il suo volto e ci conceda pace
(Nm 6,24-26).

Non potremo dimenticare!

Mons. Tremolada anticipa contenuti, prospettive e ricadute di una lettera pastorale “figlia” della rilettura della terribile esperienza della pandemia

In quelli che, anche in questa fase del postpandemia, per tanti sono i giorni del riposo, mons. Tremolada è al lavoro per le ultime correzioni alla sua nuova lettera pastorale. Del documento per ora non si conosce molto, se non il titolo,”Non potremo dimenticare”, la stretta “parentela” con la tragica esperienza dell’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto e con la rilettura spirituale e la narrazione sapienzale che della stessa il Vescovo ha più volte chiesto e, per finire, l’immagine di copertina: la “Pentecoste” realizzata da don Renato Laffranchi nel 1984. La terza lettera pastorale, dopo “Il bello del vivere” e “Nutriti dalla bellezza” sarà presentata ufficialmente con la ripresa di settembre, ma è lo stesso mons. Tremolada, in questa intervista, ad anticiparne contenuti, prospettive e ricadute per la diocesi e le comunità parrocchiali.

Già dal titolo della sua nuova lettera pastorale è evidente il rimando all’esperienza della pandemia. Come va interpretato il suo invito rivolto alla Chiesa di Brescia a non dimenticare?

Innanzitutto come il rinnovo dell’invito a una rilettura spirituale dell’esperienza che abbiamo vissuto che, insieme a una narrazione sapienziale della stessa ci aiuta a dare un’interpretazione di ciò che abbiamo vissuto che non sia condizionata solo dalle emozioni e determinata dalle prime impressioni. Se vogliano capire dobbiamo sostare, prenderci tempo, entrare in profondità. È da tutte queste considerazioni che nasce l’idea della nuova lettera pastorale. Vorrei che prendesse la forma di una meditazione. Anche il sottotitolo scelto per la lettera (“La voce dello Spirito in un tempo di prova”) fornisce una chiave di lettura. Rileggere l’esperienza significa anche mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito ci ha detto.

Nel percorso “santità – eucaristia – Parola”, indicato ne “Il bello del vivere” e che lei intendeva proporre alla diocesi con le sue lettere, come si colloca “Non potremo dimenticare”?

Tra le due lettere pastorali precedenti a quella di quest’anno c’è continuità. Ne “Il bello del vivere” indicavo una prospettiva di fondo: l’invito alla comunità cristiana e alla diocesi a camminare nella santità, Nella stessa ricordavo l’importanza della preghiera all’interno del cammino indicato, prospettiva che nella seconda lettera si arricchiva dell’importanza e la centralità della celebrazione eucaristica, del mistero eucaristico celebrato e adorato. Il passo successivo, nelle mie intenzioni, era la valorizzazione dell’esperienza dell’ascolto della parola di Dio. Alla luce di quanto vissuto in questi mesi ho ritenuto opportuno fare una sosta che prenda la forma del discernimento, di una rilettura spirituale di ciò abbiamo vissuto. Vorrei, però, che questa sosta fosse comunque percepita sempre all’interno del mistero eucaristico che continua a essere per noi il contesto in cui svolgere questo compito di ascolto dello Spirito. A me piacerebbe che questo discernimento su un’esperienza che ci ha segnato si compia mentre continua anche la meditazione sull’importanza dell’eucaristia nella vita della Chiesa.

Come pensa di strutturare i contenuti della lettera pastorale?

La lettera è introdotta da un prologo che ha un valore particolare perché descrive ed evoca l’esperienza che abbiamo vissuto. Seguono poi due parti molto ben definite. Nella prima presento quelle che ho definito come chiavi di lettura dell’esperienza che ci ha segnato. Si tratta di cinque parole. Nella seconda, invece, provo a precisare quelli che sono gli inviti che ci giungono dall’esperienza che abbiamo vissuto. Sia le chiavi di lettura che gli inviti sono da accogliere in vista del cammino futuro. Le due parti della lettera, ovviamente, si richiamano perché la lettura del vissuto poi prospetta il cammino che abbiamo davanti. La lettera, poi, è chiusa da un epilogo.

Corpo, tempo, limite, comunità e ambiente sono le parole che lei usa come chiavi di lettura ma anche come inviti. Perché?

Queste cinque parole sono particolarmente importanti, tanto che vengono riprese anche in un punto della seconda parte della lettera, dove diventano altrettanti inviti nella linea di quello che io chiamo il contributo al rinnovamento della società. Per quello che riguarda l’esperienza della Chiesa le cinque parole ci aiutano a dire qualcosa di più specifico che va nella linea del recupero della essenzialità della vita cristiana e della rilevanza dell’esperienza di comunità. Le cinque parole chiave di rilettura dell’esperienza mettono in luce quali sono i compiti che dobbiamo assumere come credenti quando immaginiamo il rinnovamento della società che l’esperienza vissuta rende indispensabile.

C’è già qualche riflessione pastorale frutto dell’ascolto di ciò che lo Spirito ha detto alla Chiesa bresciana in questo tempo?

Sicuramente un’esortazione a concentrarci su ciò che è essenziale. Quello che è successo ci ha permesso di capire in termini molto chiari che ci sono cose assolutamente indispensabili e altre che lo sono meno; che possiamo fare a meno di qualcosa che prima si considerava forse sin troppo rilevante. Dal punto di vista della fede occorre andare al nucleo essenziale, al cuore di ciò che il Signore ci domanda. Mi sembra che questo vada identificato con l’esperienza dell’amore autentico. È assolutamente necessario che le persone si sentano amate e che diventino sempre più capaci di amare. Tutto questo ci obbliga a mettere in primo piano la dimensione interiore della persona e, da un punto di vista più tipicamente cristiano, ci raccomanda di aprirci all’azione dello Spirito santo che è tipicamente di grazia.

La dura esperienza che abbiamo vissuto ha accelerato processi e riflessioni nelle comunità che già erano in programma?

Indubbiamente sì e vorrei sottolineare un altro aspetto, che considero un altro invito pressante e che ho voluto mettere in evidenza nella seconda parte della lettera. Se il primo riguarda l’essenzialità della vita cristiana il secondo rimanda all’esperienza della comunità e quindi della Chiesa. Dobbiamo vivere in modo sempre più intenso il mistero della Chiesa come mistero di comunione. Nel corso di tre mesi molto drammatici ci siamo resi conto di quanto fosse importante sentirsi di qualcuno, poter contare sull’aiuto, sulla vicinanza, sul sostegno di persone nel momento in cui ci siamo accorti di essere fragili e limitati. La lettura di quello che abbiamo vissuto ci ha fatto capire che questo sentirsi comunità è decisivo. Alcuni processi che sono in atto e che vanno nella linea di una intensificazione dell’esperienza di comunione (unità pastorali, organismi di comunione, valorizzazione dei carismi delle persone all’interno delle comunità, etc.) devono essere accelerati anche in virtù dell’esperienza vissuta.

Questo rinnovamento tocca anche la testimonianza dei cristiani nella nostra società?

Questo è un aspetto su cui nella lettera ho voluto insistere in modo particolare. Quelle cinque parole diventano anche cinque inviti al rinnovamento della società. Quando immaginiamo il futuro a partire da ciò che ci è accaduto non possiamo pensare di continuare a vivere come se nulla fosse stato, girando semplicemente pagina. Dobbiamo invece operare un rinnovamento che chiederà tempo e che potrà realizzarsi in cinque direzioni rappresentate appunto dalle parole corpo, tempo, limite, comunità e ambiente.

In questi mesi lei ha mantenuto intenso il contatto con i sacerdoti e le parrocchie. Quali rimandi le sono arrivati sull’avvio del nuovo anno pastorale? Che anno sarà?

Dal contatto costante con i sacerdoti e le comunità mi è arrivato un messaggio chiaro: di prendere tempo e di dare tempo perché quello che abbiamo vissuto non scivoli via. Il secondo rimando che ho avuto è di fare in modo che tutti si sentano accompagnati perché dovremo affrontare le conseguenze di un’esperienza che ci ha colto all’improvviso e immaginare una ripresa che non sia semplicemente una riproduzione del passato. Tutto questo domanda di camminare insieme con il contributo di tutti, senza premura e avendo presente l’obiettivo comune che è quello di cogliere la grazia che il Signore ci dà nella forma di un discernimento che ci permette di fare tesoro di quella voce dello Spirito che ci ha raggiunto in modo anche drammatico attraverso la sofferenza di tante persone e la generosità di tante altre.

Il sito dell’Oratorio durante la pandemia

La comunicazione attraverso i siti web o più in generale sulle varie piattaforme social, ha da qualche anno raggiunto dimensioni impressionanti soprattutto mettendo in rapporto i numeri dei contatti con la velocità dell’informazione. La facilità di accesso e di diffusione delle informazioni ha di gran lunga preso il sopravvento per ciò che concerne la circolazione delle notizie. Anche la pastorale parrocchiale ha colto l’opportunità di avvalersi di questi canali per raggiungere in primis i membri della comunità ma, essendo internet una “finestra sul mondo”, per aprire un dialogo con quanti, navigando, intercettano i nostri messaggi.

Altra considerazione, importante è data dal fatto che un messaggio può essere a sua volta condiviso con altri e diffondersi con una rapidità senza eguali superando in molti casi anche il muro delle differenze linguistiche e culturali. Basti pensare che il nostro sito, nel suo piccolo, è frequentato ogni anno da migliaia di accessi provenienti da altre nazioni o continenti. Va, inoltre ricordato, che una volta recepita una notizia dal nostro sito, questa può essere rilanciata attraverso altre piattaforme e trovare ulteriori vie di diffusione non necessariamente “ecclesiali”.

Dobbiamo sempre considerare, però, che un conto è evangelizzare e lasciarsi raggiungere dall’evangelizzazione e un conto è diffondere e recepire notizie. Ciò non toglie che sia l’evangelizzazione che la diffusione di informazioni si debbono appoggiare sulle regole della comunicazione, per cui possiamo ben sperare che ci sia spazio per una nuova forma di evangelizzazione. Nella immagine di riferimento di questo articolo, potete vedere come nel periodo che ci ha purtroppo costretto a rimanere in casa, il nostro sito abbia avuto un notevole incremento di visualizzazioni.

Ci piace pensare che sia stato non solo uno strumento di comunicazione di informazioni ma un modo per essere vicini alla nostra gente e alla gente che più in generale è entrata in contatto con il nostro messaggio. C’è da sottolineare il grosso lavoro che sta dietro la realizzazione e il mantenimento di un sito internet. Tanto per dare alcuni riferimenti, si tratta di un impegno che per redazione, raccolta materiale e realizzazione informatica richiede oltre un migliaio di ore annuali. Per tale motivo, il mio ringraziamento va a quanti si adoperano per la realizzazione e soprattutto a Stefano che è il responsabile dell’area comunicazione.

Uomini di preghiera e di comunione

Sono due le esperienze che hanno particolarmente colpito il Vescovo durante la pandemia: “La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé”. Leggi l’omelia

Abbiamo tanto desiderato celebrare questa Eucaristia della benedizione degli oli – la Messa Crismale – nella quale si ricordano anche gli anniversari di ordinazione. Non abbiamo potuto farlo la mattina del Giovedì santo – come sempre succedeva – perché ancora nel pieno dei questa tremenda esperienza dell’epidemia. Lo facciamo oggi, 29 maggio 2020, nell’antivigilia della Solennità di Pentecoste e nella memoria liturgica di san Paolo VI, che quest’anno coincide con il centesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale. Quest’ultima circostanza è per noi particolarmente significativa, avendo sentito molto vicino in questo tempo di prova il nostro santo papa bresciano, cui abbiamo rivolto quotidianamente la nostra supplica, invocando la sua intercessione.

Quanto abbiamo vissuto in questi ultimi tre mesi ha segnato profondamente la nostra vita e – vorrei dire – la nostra storia. Ho voluto raccomandare a tutti di non aver premura nell’archiviare come acqua passata quanto ci è accaduto. Non si tratta semplicemente di una brutta pagina da dimenticare presto. In queste lunghe settimane, nelle quali siamo stati investite da un turbine inaspettato, si sono intrecciati paura e coraggio, disorientamento e determinazione, sofferenza e consolazione. Alla fine – mi sentirei di dire – è stato l’amore generoso e creativo a lasciare l’impronta più forte. Ciò che più ricorderemo di questi giorni, sullo sfondo mesto dei lutti e dei contagi, sarà il tanto bene che si è compiuto: la vicinanza, la cura, la perseveranza, la passione, il senso di umanità, il sacrifico. E tuttavia sarà importante prendersi il tempo per raccontare quanto ci è successo, ritornare sugli eventi facendo emergere pensieri e sentimenti. Appare doverosa una consegna, che guardi al futuro e faccia tesoro di un’esperienza fino a ieri inimmaginabile. Più volte si è detto in queste settimane: “La vita non sarà più la stessa!”. Ebbene, è il momento di mostrare che è proprio così, non solo nel senso delle ineluttabili conseguenze di una situazione drammatica ma soprattutto nel senso delle sue promettenti trasformazioni. Il futuro mostrerà se da questa prova saremo usciti più deboli o più forti.

 Come sempre, è la Parola di Dio che ci apre gli ampi orizzonti in cui collocare il vissuto e ci offre le chiavi di lettura. Abbiamo ascoltato la pagina del profeta Isaia, ripresa dal Vangelo di Luca, nella quale si presenta l’opera del Messia sotto il segno della sua consacrazione. Nella sinagoga di Nazareth, davanti a quei compaesani che lo hanno visto crescere, Gesù legge quanto custodito nelle Scritture e poi dichiara adempiuto il misterioso annuncio del profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione”. In effetti, una consacrazione tramite lo Spirito era avvenuta. Gesù era stato appena battezzato nel Giordano da Giovanni e su di lui era disceso lo Spirito santo in aspetto corporeo come di colomba. Così, nell’interpretazione di Gesù stesso, la sua consacrazione avviene nella forma di una santificazione totale della sua umanità, mediante una misteriosa e intima comunione con lo Spirito. La consacrazione è immersione dell’umano nel divino, trasfigurazione di ciò che è terreno nella realtà celeste. E tutto questo, in vista di un compito da svolgere a beneficio dell’umanità, una missione che si riassume nell’annuncio della benevolenza di Dio, della sua misericordiosa opera di salvezza. “Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a i ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. L’essenza dell’opera che scaturisce dalla consacrazione è l’annuncio dell’anno di grazia del Signore, il suo giubileo, il riscatto da ogni vincolo umiliante, da ogni debito soffocante.

Anche noi siamo stati consacrati con l’unzione in vista del ministero apostolico. Un’unzione spirituale, cioè nella potenza dello Spirito santo, che non ci ha elevati sopra un piedistallo e nemmeno ci ha rinchiuso in una torre d’avorio, ma ci ha spinto potentemente verso il popolo di Dio e verso il mondo intero, con l’unico intento di far conoscere a tutti l’annuncio palpitante della misericordia di Dio. La nostra è un’unzione che interviene a specificare quella precedente del Battesimo cristiano, con cui siamo divenuti fratelli del Signore e quindi destinatari del sacerdozio proprio di tutti i fedeli. Il ministero ordinato è infatti servizio ai fratelli e sorelle nella fede, a quanti appartengono alla Chiesa dei redenti, uomini e donne la cui intera vita è chiamata ad assumere, in forza del mistero pasquale, la forma di una perenne liturgia. Il nostro compito è tener viva con loro e per loro l’ansia del Vangelo, il desiderio di vedere il mondo salvato, la passione per la vita, la pace, la gioia dell’umanità. Tutto ciò attraverso la carità verso i poveri, il perdono per i nemici, il riscatto per gli oppressi, illuminazione delle coscienze.

È questa stessa consacrazione a esigere da noi una lettura attenta e coraggiosa del tempo in cui si vive. L’annuncio del Vangelo della grazia domanda di conoscere da vicino i suoi destinatari, quell’umanità che è cara al cuore di Cristo e dei suoi apostoli. E qui si innesta quella rilettura spirituale, quella narrazione sapienziale che mi sono permesso di raccomandare. Lo Spirito fa vivere e insieme fa comprendere. È principio di vita e conoscenza. È lui che trasforma in memoria feconda quanto il flusso inesorabile del tempo sembra cancellare senza scampo: “Nella tua luce, Signore, vediamo la luce” – recita il salmo. Provo dunque anch’io a fare nella fede memoria di quanto abbiamo vissuto in queste ultime drammatiche settimane e a chiedere a me stesso che cosa ritengo lo Spirito mi abbia consentito di capire meglio, nell’orizzonte di quell’annuncio misericordioso che sono chiamato a dare al mondo insieme a tutti voi.

Due sono le esperienze che mi hanno particolarmente colpito e che mi hanno portato a comprendere meglio la verità della vita nell’ottica della rivelazione di Dio. La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé.

Ci siamo anzitutto e improvvisamente scoperti più deboli di quanto immaginavamo. Ci siamo resi conto, in modo traumatico, che non siamo padroni della realtà, che non la governiamo e neppure realmente la conosciamo. La scienza e la tecnica, insieme all’economia, avevano fatto crescere in noi l’illusoria sensazione di avere in mano le redini di un mondo che in realtà ci è apparso molto più misterioso di quanto pensavamo. Qualcosa di immensamente piccolo ha smascherato la nostra illusione di considerarci immensamente grandi. E forse questo non ci ha fatto soltanto male. Il cuore umano è naturalmente portato a confidare in se stesso, nella sua forza, nelle sue capacità. E poi cerca alleanze, sempre nella logica del potere. La Parola di Dio benevolmente ma fermamente lo ammonisce: “Non confidate nei potenti in un uomo che non può salvare” (Sal 146,3). E poi lo esorta: “Confida nel Signore e fai il bene; abita la terra e vivi con fede; cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 37,3).  L’uomo non basta a se stesso e l’orgoglio è per lui la tentazione peggiore. Inginocchiarsi non è umiliarsi ma entrare nel mondo della grazia e della gloria di Dio con riconoscenza e fiducia. “Senza di me non potete far nulla” – dice Gesù ai suoi discepoli e all’apostolo Paolo: “Ti basta la mia grazia, la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (1Cor 12,9).

Il mondo ha bisogno ora più che mai di una testimonianza di fede umile e tenace. L’esperienza che abbiamo vissuto domanda uomini e donne capaci di sperimentare e di annunciare il primato della grazia Dio, un affidamento totale al mistero di bene che insieme ci abbraccia e ci trascende: sentire Dio, sentirsi in Dio, far sentire Dio. Noi, ministri di Cristo, dovremo essere i primi a offrire all’umanità di oggi questa limpida testimonianza di fede, presentandoci anzitutto come uomini di preghiera, in ascolto della Parola di Dio, grati per la celebrazione liturgica dei misteri di Cristo, esperti dell’azione dello Spirito nelle coscienze, abituati alla contemplazione del volto del Signore e al rispetto del volto dei fratelli. Siamo chiamati anzitutto ad affinare in noi, con amorevole docilità, il nostro senso di Dio per ritrovare in esso, senza angoscia ma con serenità, il senso del nostro limite. Ci aiuti dunque il Signore stesso ad essere vescovi, presbiteri e diaconi secondo il suo cuore, uomini di Dio, umili e poveri perché ricchi di lui.

Abbiamo poi capito in questi drammatici giorni che da soli non ce la si fa. Che quando la fragilità personale emerge in tutta la sua chiarezza, si fa vivo il bisogno di affidarsi a qualcuno che ci voglia bene, che si prenda cura di noi, che ci faccia sentire preziosi, che onori la nostra dignità. Solidarietà, affetto, cura, rispetto, consolazione: sono queste le parole che ci vengono consegnate dalla memoria di questi giorni dolorosi, parole il cui significato ci è ora molto più chiaro. Siamo stati creati per la comunione, per la reciproca accoglienza nell’amore ed ora ci rendiamo meglio conto di quanto sia illusoria la pretesa di puntare tutto se stessi, di fare dell’individualismo orgoglioso e avido il principio guida della società. Abbiamo bisogno di sguardi che si incontrano, di volti che si riconoscono, di gesti di affetto, di parole amorevoli. In una parola, abbiamo bisogno dell’amore sincero posto a fondamento dell’intera nostra vita sociale “Ecco quanto è buono e quanto è soave – recita il salmo – che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

La Chiesa, come sappiamo, sorge dall’amore del Cristo crocifisso e vive di questo amore che si fa carne nei veri credenti. “Amatevi come vi ho amato io” – dice Gesù ai suoi discepoli (cfr. Gv 13,34). E aggiunge: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Per definizione, la Chiesa è la comunità di quanti vengono convocati da luoghi diversi per riunirsi in uno stesso luogo: non in uno spazio ma in un ambiente vitale, cioè il Cristo stesso risorto e glorioso, il suo corpo mistico, una sorta di abbraccio vitale e consolante.

In questi tre mesi non abbiamo potuto frequentare le nostre chiese, che pure abbiamo lasciato sempre aperte. Abbiamo celebrato l’Eucaristia senza la presenza dell’assemblea che dà corpo al popolo di Dio. Ci è mancata questa presenza e questa partecipazione. Eppure non abbiamo smesso di sentirci Chiesa. Abbiamo percepito che l’abbraccio del Signore ci stringeva oltre i limiti dello spazio. Abbiamo pregato insieme, ci siamo sentiti spiritualmente uniti, ci siamo ascoltati, ci siamo a vicenda sostenuti. E qui io colgo l’occasione per ringraziare in particolare voi, cari presbiteri, per la vostra generosa sollecitudine di pastori. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri sentimenti hanno permesso a molti di sentirsi comunità, di non rimanere soli di fronte al dolore e alla paura. Quella comunione di cui il cuore umano ha bisogno non è mancata in questi drammatici giorni, soprattutto grazia ad un ministero che ha reso onore a se stesso.

Occorre proseguire in questa direzione e fare dell’esperienza di Chiesa il fulcro della nostra futura pastorale: una Chiesa che è comunità di fratelli e sorelle redenti nel sangue di Cristo, capace di contrastare ogni forma di divisione e protesa con affetto verso un mondo che troppo spesso ha considerato illusione la possibilità di vivere insieme in pace.

Il dolore condiviso in questo tempo di epidemia ha reso ancora più forte il bisogno di reciproca consolazione ma anche la consapevolezza de valore che ha per ciascuno la socialità trasfigurata dalla grazia di Dio. Se siamo ministri di Cristo siamo anche servitori della Chiesa e del mondo nella linea di quella comunione che si fa solidarietà, accoglienza, collaborazione, condivisione, corresponsabilità, dialogo, amicizia.

Fa’ di noi, o Signore, dei veri uomini di comunione, strumenti della tua pace per il bene della tua Chiesa e del mondo, costruttori di una nuova civiltà insieme con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che il tuo Spirito non lascia mai mancare all’umanità di ogni tempo, testimoni consolanti della tua Provvidenza, grazie ai quali la storia mantiene viva la sua luce e la memoria la sua fecondità.

A san Paolo VI, nostro amato intercessore, affidiamo il nostro desiderio di percorrere la via che lui stesso ha percorso, facendo del suo ministero una luminosa e perenne testimonianza di bene.