Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Quaresima Giovani 2019

Giovani di Preghiera e Veglia delle Palme

Giovani di preghiera

Scuola di preghiera con il Vescovo Pierantonio giovedì 14, 21 marzo e 4 aprile alle ore 20.45 nella chiesa di San Cristo (via Piamarta, 9 – Missionari Saveriani)

Veglia delle Palme

Sabato 13 aprile dalle ore 20.00 in 4 chiese della città:

  • Basilica di S. Maria delle Grazie (per Val Camonica, Sebino e Franciacorta e Fiume Oglio)
  • Chiesa di S. Maria della Pace (Pianura)
  • Chiesa di S. Francesco d’Assisi (Val Trompia, Val Sabbia e Benaco)
  • Chiesa parrocchiale dei Santi Nazaro e Celso (Città e Hinterland)

Segue processione verso piazza Paolo VI e omelia del Vescovo Pierantonio.

Dio vuole che l’uomo viva

La riflessione tenuta nella Chiesa di Santa Maria della Pace di Brescia, in occasione della Veglia delle Palme con il vescovo Pierantonio sabato 24 marzo.

La strategia vincente di chi ha pensato questo momento di preghiera, partiamo da lontano, dal papa con il suo messaggio fino a chi ha scritto la traccia di questo fascicoletto di preghiera dicevo, la strategia vincente ha voluto accostare creando una sorta di binomio paure e ascolto.

Perché dicevo essere una strategia vincente, perché l’accoppiata paure-ascolto è un modo efficace per descrivere bene la condizione alla quale apparteniamo e lo è almeno per due motivi: il primo perché l’uomo essenzialmente è un essere che ha paura. Noi abbiamo paura ed il tema delle paure è un capitolo decisamente vasto. Molte volte anche contraddittorio di se stesso. Noi a volte abbiamo paura perché non conosciamo la realtà intorno a noi o anche dentro di noi. Dove non conoscere indica per noi la non possibilità di gestire le cose, di controllarle e questo ci crea ansia, ci mette in difficoltà.

In altre occasioni capita l’esatto contrario, noi abbiamo paura perché proprio noi conosciamo la realtà che c’è attorno a noi o anche dentro di noi. Qui dovremo però fare una distinzione tra la conoscenza che passa dall’esperienza e la conoscenza che passa attraverso l’idea, l’ipotesi. Noi conosciamo certamente anche attraverso i concetti, le teorie ma principalmente conosciamo attraverso l’esperienza, noi viviamo l’esperienza non l’idea. Facciamo anche qua alcuni esempi perché rafforzano quanto appena detto circa la distinzione e l’idea del conoscere.

Noi tutti sappiamo che la guerra e la morte sono terribili ma finché la guerra è in Siria o in Iraq quella guerra non mi fa così paura il problema sarebbe se la guerra fosse qui. Noi tutti sappiamo che la morte è terribile ma finché la morte non ci tocca personalmente non ci fa forse così paura. Molto spesso mi è capitato di chiedere, in particolar modo ai giovani se avessero paura della morte e se quella non ha ancora toccato nessuno dei loro parenti la risposta è quasi unica, no, perché è ancora lontano, se però ti tocca allora le cose cambiano. Le paure ci mettono in difficoltà, le paure vanno a condizionare le nostre scelte e non esiste uomo che non abbia paura, anzi, l’uomo coraggioso è l’uomo che ha paura. Perché se non avesse paura non ci sarebbe neanche il coraggio ma siccome ha paura può arrivare anche al coraggio.

Tutti abbiamo paura.

Secondo motivo per cui dicevo essere l’abbinata vincente, paure e l’ascolto, perché l’uomo è un essere relazionale e l’ascolto è una tipica dinamica della menzione, dove l’ascolto e l’incontro sono ciò che muovono la nostra vita. Che cos’è la vita, la riflessione umana diche che la vita è la capacità di muoversi, di crescere autonomamente ma questa autonomia ha sempre un inizio che la vede mossa da qualcun altro. Nessuno di noi si da la vita da solo, come nessuno di noi ha imparato a vivere da solo. Ha imparato a vivere da solo perché ha ascoltato qualcuno che lo ha preceduto o ha visto qualcuno che lo ha preceduto.

L’ascolto è sufficiente per superare le paure? Dipende da quello che ascolti, perché se ascolti il terrore è chiaro che questo non ti tranquillizza e qui potremmo aprire un capitolo interessante su che cosa ascoltiamo, non solo in termini musicali ma anche di riflessione perché se quello che ascolto non mi pacifica oppure non mi aiuta ad approfondire alcuni temi della mia esistenza oppure non mi aiuta ad appassionarmi allora da ascolto come del resto allo sguardo al ducato.

Perché è una strategia vincente aver accostato paure e ascolto, ce o dice il testo che abbiamo appena ascoltato, perché è Dio stesso che ci invita ad ascoltarlo. Ascolta Israele il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Noi siamo chiamati invitati ad ascoltare Dio e non si tratta di un ascolto generico, di ascoltare Dio, la sua parola, la sua volontà e che cosa vuole Dio, che cosa ci dice. Ci dice una sola cosa, vuole che noi viviamo e non sopravviviamo perché con le paure non si vive, si sopravvive.

Dio vuole che l’uomo viva, per questo Dio va sempre là dove l’uomo muore.

Muore in tanti modi l’uomo. Muore nella malattia, muore nel peccato, muore nelle relazioni. Dio parla un unico linguaggio, il linguaggio della presenza dice io sono qua, io sono con te. Voglio che tu viva. Quindi se quando noi ascoltiamo ciò che c’è attorno a noi o che c’è dentro di noi ci accorgiamo che quello che ascoltiamo ci mette ansia, ci mette difficoltà, ci spaventa ci fa essere tristi. Dobbiamo riconoscere che quella non viene da Dio e quindi non va ascoltato. Non sarà così facile, sarebbe anche qua un tema molto interessante come fare per staccarci da ciò che ci fa male.

Le paure possiamo affrontarle ma mai da soli.

La regola numero uno che insegna l’esperienza della Chiesa millenaria diche quando uno sta male, è spaventato o ha paura mai stare da solo. Dio invece con la sua presenza dice sono con te e ce lo dice proprio cominciando questa settimana santa dove andremo vivere fasi salienti, fasi cruciali dell’esistenza di Gesù e della nostra di esistenza, perché la sua esistenza può cambiare la nostra esistenza nella misura in cui lasciamo che entri la nostra esistenza. Torno a dirvi se ascoltando ciò che avete attorno, ciò che avete dentro non vi fa essere quieti, vi fa paura o vi spaventa non ascoltatelo. Se avete difficoltà a pensare al vostro futuro, a immaginarlo a progettarlo, se fate fatica ad avere speranza, a creare, a costruire allora parlatene con Dio.

Auguri.

Guarda il video della veglia:

Veglia delle Palme

Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

É Cristo che vive in me

Omelia del Vescovo Luciano Monari nella Veglia Palme – Piazza Paolo VI, 08 aprile 2017

Nel diario di Etty Hillesum al giorno 12 luglio 1942, domenica mattina, si legge così:

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte, per la prima volta, ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con il peso delle mie preoccupazioni per il domani… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini…. tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.”

Etty Hillesum è un’ebrea olandese, non praticante. Come tutti gli Ebrei olandesi patisce le restrizioni sempre più gravi imposte dagli invasori nazisti; finirà nel campo di smistamento di Westerbork, poi ad Auschwitz dove morirà il 30 novembre 1943. In questa situazione, la più angosciante che si possa immaginare, quando ogni giorno c’è la possibilità concreta di essere deportati, quando si sa che quel giorno verrà e che è solo questione di tempo, in questo contesto Etty riuscirà a dare alla sua vita un senso umano ricchissimo. Nel campo di concentramento diventerà, come dice lei stessa, il cuore della baracca; e cioè immetterà nelle baracche degli Ebrei alla vigilia della deportazione dei sentimenti umani, delle parole umane, dei gesti umani. In questo modo, dice ancora, aiuterà Dio a rimanere nel mondo come sorgente attiva di bene – attraverso di lei. L’espressione ‘aiutare Dio’ è evidentemente paradossale: Dio è onnipotente, egli fa scendere nella morte e fa risalire; tutto è nelle sue mani. Eppure rimane vero che Dio agisce nel mondo attraverso le creature: attraverso gli elementi della natura che seguono leggi, rigide o probabilistiche che siano. Ma soprattutto attraverso gli uomini che operano con coscienza e libertà e che possono lasciarsi riempire dalla sapienza e dall’amore di Dio e operare in modo che la sapienza e l’amore di Dio diventino rilevanti nel mondo. Dio può certo manifestare la sua provvidenza nel sole che sorge ogni mattina e che illumina buoni e cattivi, giusti e ingiusti; ma per manifestare appieno il suo amore ha bisogno di un cuore umano che, mosso da Dio, sappia amare e che immetta questo amore nelle parole scambiate con gli altri, nelle strutture sociali, nelle scelte piccole e grandi della vita. Così Etty ha aiutato Dio; accostando le madri angosciate per la sorte dei loro figli con loro, ha trasmesso loro un frammento di consolazione, un attimo di umanità; ha donato un sorriso a coloro che erano giustamente risentiti nei confronti del Terzo Reich, nei confronti degli uomini, della vita, del mondo. Ha mantenuto nei confronti dei militari tedeschi che sorvegliavano il campo uno sguardo non ottenebrato dall’odio, uno sguardo che riusciva a rimanere umano in una situazione disumana. È stata grande.

Ma perché, mi direte, tiro fuori Etty Hillesum? Abbiamo pregato col Magnificat, la preghiera di Maria; sto allora andando fuori tema? “L’anima mia magnifica il Signore”, così inizia la preghiera. Magnifica, dunque proclama che il Signore è grande. E però ‘magnificare’ significa prima di tutto ‘fare grande, rendere grande’ qualcuno o qualcosa; e anche il verbo greco del testo originale, megalùnein, significa prima di tutto ‘fare grande’. Si può dire che Maria ‘fa grande Dio’? Forse che Dio non è grande abbastanza per conto suo e ha bisogno di una creatura per mostrare quanto vale? Maria sa di essere ‘umile’; non prendete qui l’umiltà come una forma di virtù, ma come il riconoscimento di essere piccola davanti a Dio. Maria sa di essere una semplice creatura e che la verità della creatura è di essere fatta di terra, debitrice di tutto ciò che è, come di tutto ciò che possiede e può fare. Nessuna grandezza autonoma, dunque. Eppure Dio ha rivolto lo sguardo a lei, le ha parlato, l’ha chiamata a diventare la madre del Messia promesso nei secoli, a diventare la madre del Figlio di Dio fatto uomo, a dare una carne umana alla Parola di Dio perché la volontà di Dio prenda dimora nella storia umana. Domanda: l’Incarnazione – cioè il fatto che in Gesù Dio stesso sia presente nel mondo in una forma umana – rende più grande Dio? Certo, non rende Dio più grande in se stesso. Eppure con la presenza di Gesù c’è nel mondo una traccia di Dio che prima non c’era; gli uomini possono ascoltare una parola di Dio che prima non c’era; il male del mondo è affrontato e vinto in modo incredibile, con la croce – che prima non c’era. L’incarnazione non cambierà Dio ma certo cambia il mondo e introduce Dio nel mondo con una profondità e una densità nuova. Sì, Maria ha aiutato Dio perché attraverso di lei l’amore di Dio, la misericordia di Dio, il perdono di Dio hanno raggiunto e abbracciato il mondo in modo nuovo.

A questo punto, posso scoprire le carte: m’interessa che Dio sia presente nel mondo, che il mondo prenda la forma dell’amore e della santità di Dio. M’interessa che l’odio sia vinto dall’amore, che la disperazione sia assorbita nella speranza, che la cattiveria sia sanata dalla bontà; m’interessa che il mondo non distrugga se stesso lasciando campo libero all’ingiustizia e all’indifferenza. M’interessa la salute del mondo. Non m’interessa ormai più tanto per me stesso, perché la mia vita l’ho vissuta con grande gioia e con qualche fatica, come tanti. M’interessa per voi e per il mondo. E’ uno spettacolo da ammirare il sorgere del sole al mattino o il distendersi della Via Lattea in una notte d’estate; ma è uno spettacolo ancora più ammirevole un uomo capace di amare e di donare, di dimenticare se stesso e di comunicare sicurezza agli altri, un uomo che cresce ogni giorno in saggezza, semplicità, affabilità, amore. Sento ripetere dai politici americani che qualunque traguardo può essere raggiunto pur di volerlo con determinazione e costanza. Ma mi chiedo: cosa significa ‘qualunque traguardo’? Forse che un desiderio, per il fatto di essere forte, sarà anche giusto? O un sogno, per il fatto di essere bello, sarà anche vero? Posso desiderare ogni cosa? giustificare ogni cosa? Nel 46 a. C. Giulio Cesare celebrò a Roma quattro trionfi – sulla Gallia, sull’Egitto, sul Ponto, sull’Africa; trionfi magnifici come meritavano tante splendide vittorie; ma trionfi che sono costati fiumi di sangue, e che hanno il loro simbolo e sigillo supremo nello strangolamento sul Campidoglio di Vercingetorige, il vinto. Non sto giudicando Giulio Cesare; sto giudicando i miei desideri per riuscire a discernere quelli giusti da quelli sbagliati. Quelli giusti sono quelli che mi rendono più umano, quelli che contribuiscono al bene anche degli altri, quelli che tengono conto degli effetti di ciò che faccio sulle generazioni future. Le altre considerazioni – il mio successo, la ricchezza acquistata, il benessere garantito, la vittoria sugli avversari… tutto questo viene dopo e non pareggia il conto con una disumanità distratta. Continuo ad ammirare Giulio Cesare come generale, come politico, come scrittore e oratore, ma mi chiedo: Ha reso migliore il mondo? e non so rispondere.

Su Maria, su Etty Hillesum, su una marea di persone che ho conosciuto e stimato, non ho invece dubbi: hanno reso grande Dio, hanno allargato lo spazio di Dio nel mondo degli uomini. Questo dovete fare; desiderate essere ingegneri, attori, campioni dello sport, cantanti, ricercatori, giornalisti, politici, imprenditori…? Va tutto bene; ma va bene se, per queste vie, allargherete lo spazio di Dio in mezzo agli uomini. E come si fa? Possibile che possa accadere a noi quello che è accaduto a Maria? Se pensate all’apparizione di un angelo posso dirvi che è altamente improbabile, ma posso dirvi anche che non è nemmeno necessaria. La cosa più importante è che Maria ha ascoltato la parola di Dio e ha messo la propria vita a disposizione di quella parola, perché quella parola potesse correre nelle strade del mondo:

“Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga a me secondo la tua parola.”

Questo lo possiamo fare anche noi, a condizione di ascoltare la parola di Dio. Sì, mi dirà qualcuno; come fosse facile da trovare, la parola di Dio! E’ vero: non è facile discernere la Parola di Dio in mezzo alla confusione di parole che rintronano ai nostri orecchi. Ma la difficoltà non viene dal fatto che Dio non parli; viene dal fatto che il nostro orecchio e il nostro cuore sono ingombri di tali e tanti interessi che lo spazio per l’ascolto di Dio è striminzito, quasi nullo. Si legge nel vangelo di Giovanni (è Gesù che parla): “La mia dottrina non è mia ma di colui che mi ha mandato. Chi vuole fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio; o se io parlo da me stesso.” Traduco: ti deve stare a cuore conoscere e fare la volontà di Dio; ma ti deve interessare davvero – più delle altre cose, più che diventare importante, più che ‘realizzare te stesso’, più che avverare i tuoi sogni. Se hai questa volontà dentro di te, dice, saprai discernere se le parole di Gesù, se le sue proposte, se il suo stile di vita viene da Dio o no. Devi rientrare in te stesso e chiederti quali sono i tuoi veri desideri; poi devi confrontare questi desideri con la possibilità che in te si compiano i desideri di Dio. Questa sincerità del cuore renderà il tuo cuore capace di capire, di distinguere, di valutare, di scegliere. E quando avrai scelto, ti accorgerai con stupore e con gioia che ‘sei stato scelto’ e cioè che la decisione della tua coscienza non è stata arbitraria, nemmeno è stata determinata da tuoi interessi evidenti o nascosti, ma è stata guidata da qualcosa di più grande di te; sant’Agostino direbbe: dalla luce della Verità; si potrebbe anche dire: dal fascino del Bene. La verità, il bene – una volta riconosciuti – s’impongono con la loro forza; dire di sì alla verità, mettersi al servizio del bene è la realizzazione più alta dell’esistenza umana. Paradossalmente – ma poi nemmeno così tanto – realizziamo noi stessi non quando ci proponiamo come scopo della vita di realizzare noi stessi, ma quando l’obiettivo cui tendiamo è la conoscenza della verità e il compimento del bene. È vero che la nostra conoscenza della verità è sempre incompleta; è vero che il bene che riusciamo a compiere è sempre imperfetto. Ma questo non cambia in nulla quello che abbiamo detto; ci fa solo riconoscere che la nostra vita è un cammino di crescita incessante, che non raggiunge in questa vita un traguardo definitivo, un punto dove il riposo del divano prenda il posto dell’impegno. Questa condizione ci obbliga a essere umili, ad allontanare ogni arroganza che potrebbe nascere in chi si ritiene detentore della verità e possessore del bene; ma questo non ci conduce a nessuna forma di scetticismo o di nichilismo che sono sentimenti paralizzanti.

Maria ha ascoltato la parola di Dio trasmessagli dall’angelo; l’ascolto è stato reso maturo dalla fede e la fede ha reso Maria madre. Madre di che cosa? Della Parola di Dio che si è fatta carne in lei. Prendo una parola dalla lettera di Paolo ai Corinzi; dice:

“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa, la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”

Sono parole di Paolo ma noi le riconosciamo come parole che, attraverso Paolo, vengono da Dio. Bene, supponiamo che uno di voi, affascinato da queste parole, le metta in memoria, le accarezzi, le custodisca gelosamente; poi che valuti i suoi sentimenti alla luce di queste parole imparando a distinguere i sentimenti che nascono dall’amore e quelli che nascono invece dall’odio; poi che tenti di vivere queste parole, di metterle dentro ai suoi pensieri, ai suoi desideri, ai suoi comportamenti. Che cosa ha compiuto in questo modo? Ha offerto alla parola di Dio una carne umana perché in quella carne la parola di Dio potesse entrare nel mondo, nella società; ha trasformato la sua esistenza umana dandole la forma della parola di Dio. Proprio così: quando siete pazienti e benevoli, quando gioite del bene degli altri senza invidia, quando dimenticate un po’ voi stessi e vi fate carico del bene degli altri, quando dimenticate il male ricevuto e rifiutate ogni compromesso ingiusto, voi state offrendo a Dio uno spazio nel mondo: lo spazio costituito dalla vostra stessa vita. Arrivo allora alla lettera di san Giovanni:

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio… Noi abbiamo riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.”

Proprio così: la dimostrazione che Dio esiste e che Dio è amore siete voi, nella misura in cui l’amore di Dio prende spazio dentro di voi e nelle vostre decisioni; l’ostacolo alla scelta di fede siamo ancora noi, nella misura in cui non ci lasciamo trasformare dall’amore di Dio nelle relazioni che stabiliamo con gli altri, nello studio, nel lavoro, nella responsabilità politica, nell’uso del denaro, nella sessualità, nell’uso del tempo, nella scala dei valori che determinano le nostre scelte.

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome.” Le grandi cose che Dio ha compiuto in Maria sono Gesù: Dio in forma umana, uomo plasmato dallo Spirito di Dio. Ebbene, il senso della vita cristiana è simile a quello della vita di Maria: dobbiamo ‘edificare il corpo di Cristo’ e cioè assumere insieme la forma di Cristo: la mitezza, la misericordia, il coraggio, l’amore oblativo. Questo obiettivo deve nutrire il nostro desiderio e illuminare le nostre decisioni. Mantenendo un’umiltà sincera perché è da Dio solo tutto il bene che è nel mondo. Maria diventerà allora una maestra di vita e ci aiuterà a vedere che non sono i grandi a fare la storia della rivelazione di Dio nel mondo, ma i piccoli, quando custodiscono la fede e l’amore; non i prepotenti, ma i miti, quando hanno in Dio il coraggio di amare e di mettersi in gioco. Nel suo messaggio per la GMG papa Francesco ci invita a vivere la vita non come un vagabondaggio che non ha senso, direzione, scopo ma piuttosto come un pellegrinaggio che ha un orientamento preciso: Gesù Cristo. È verso Gesù Cristo – colui che ha dato la vita per noi – che tende il nostro cammino; vorremmo giungere a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me.” Parafrasi: non sono più i desideri arbitrari e capricciosi che determinano i miei comportamenti; sono invece i sentimenti che nascono in me dall’incontro con Cristo – sentimenti di amore e di misericordia, di fedeltà e di generosità, di nobiltà d’animo. Scrive il Papa: “Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti.” Il Signore ha compiuto per Maria grandi cose; vuole compiere opere simili per noi. Possa il nostro cuore essere così nobile da permettere a Dio di rivelare in noi il suo amore, di santificare in noi il suo nome.

S.E. Luciano Monari

Via: diocesi.brescia.it

Veglia delle Palme con il Vescovo

Tradizionale appuntamento dei giovani con il Vescovo

Il tradizionale appuntamento della Veglia della Palme si terrà sabato 27 marzo 2010, con partenza dal Castello e arrivo in piazza Paolo VI.

La Veglia, dedicata ai giovani e presiduta dal Vescovo Luciano, avrà per tema il messaggio del Santo Padre per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”

Ci ritroviamo alle 19.15 in Oratorio.

Partiamo insieme verso Brescia.

Veglia delle Palme

“Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”

Sabato 4 Aprile

Partenza ore 19.30 dall’oratorio

Ore 20:30 Momento di introduzione, riflessione e preghiera.

Ore 21:00 Discesa lungo via Avogadro, piazzale Arnaldo, via Trieste, via Alberto Mario, piazzale Tebaldo Brusato, via Carlo Cattaneo, via Card. Querini, P.zza Paolo VI.

Ore 21:30 In P.zza Paolo VI: preghiera con adolescenti e giovani presieduta dal Vescovo Luciano.

Rientro a leno  previsto per le 23.30

I giorni della Salvezza

DOMENICA DELLE PALME

Sei giorni prima della sua morte in croce, Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme, accompagnato dai discepoli e da una folla festante, che, agitando rami di palme, gridava: «Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna negli eccelsi!» Fu una manifestazione messianica voluta da Gesù per affermare la sua spirituale regalità, ma fu cosa modesta affinché il popolo non si confermasse nei suoi errori sull’interpretazione politica del Messia. Il rito solenne si svolge nei seguenti momenti:
– Benedizione dei rami di palma o di olivo: Il Sacerdote vestito con abiti rossi, simbolo di regalità, benedice con questa preghiera: «Benedici o Signore questi rami, e donaci la grazia di sentire in noi la Vittoria di Gesù!».
– Distribuzione dei rami: mentre i fanciulli cantano inni di gioia e di trionfo, il sacerdote passa alla distribuzione dei rami.
– Lettura del Vangelo: dove viene ricordato il fatto storico dell’ingresso trionfale di Gesù; mentre tutta la folla agitando rami, osannava al Messia. Solenne processione con i rami benedetti, per ripetere attorno alla Croce l’inno: «Gloria a Te, lode ed onore, o Re Cristo Redentore».
Al termine, la S. Messa introduce al Mistero della rinnovazione del Sacrificio sotto le misteriose apparenze del pane e del vino.

 

GIOVEDI’ SANTO

Il Giovedì Santo è il primo giorno del «Triduo Sacro», che celebra, con solenne austerità, la memoria della passione e della morte del Salvatore e ci fa rivivere avvenimenti lontani nel tempo, ma così vivi nel nostro ricordo e tanto impressi nel nostro cuore da farceli credere e sentire come presenti e come certamente nostri. Nel Giovedì Santo si ricorda principalmente l’istituzione del Sacrificio e del Sacramento eucaristico, gesto supremo di amore compiuto da Gesù alla vigilia della sua morte, al quale l’evangelista S. Giovanni allude con parole che valgono più di ogni altro commento: «Avendo Egli amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Questo è lo svolgimento della solenne liturgia: l’altare è parato a festa ed un velo bianco copre la Croce; il Sacerdote Celebrante, accompagnato dalla solennità degli altri Sacerdoti e del canto, inizia la S. Messa; il momento più commovente è il canto del «Gloria in excelsis», poiché il suono di tutte le campane e dell’organo esplode come d’improvviso, per poi tacere fino alla gioia della notte pasquale. Quasi per rappresentare al vivo la scena narrata dal Vangelo, il Celebrante, lava i piedi a 12 ragazzi; ripetendo il gesto di Gesù prima di istituire la S. Eucaristia. Terminata la S. Messa, il Pane Consacrato viene portato in modo solenne all’altare della Adorazione, preparato con abbondanza di luci e ceri.

Il mistero di questo grande giorno dell’Amore sta riassunto in questa parola di Gesù: «Prendete e mangiate: questo è il Mio Corto sacrificato per voi. Prendete e bevete: questo è il Mio Sangue sparso per voi. Questo fate in memoria di me!»

 

VENERDI’ SANTO

È il giorno più grande che la storia ricordi. Nessun giorno come questo è giorno di morte; nessun giorno come questo è giorno di Vita. Al cospetto del monda intero sta nella maestà della morte il Crocefisso: «La vita offrì la morte per portare con la morte la vita». È in questo giorno che incominciò per l’umanità un’era nuova: dell’amore e della grazia. La solenne funzione liturgica è divisa in quattro parti:

1- Lettura di alcuni grandi fatti del Vecchio Testamento, come il racconto della Pasqua Ebrea, e soprattutto il canto della Passione di Gesù, per narrarci le innumerevoli sofferenze di Gesù per poterci salvare.
2- Sull’altare vengono poste delle tovaglie di lino bianco e poi il Sacerdote celebrante inizia le solenni preghiere per la Chiesa Santa di Dio, per il nostro Beatissimo Papa Giovanni, per i Vescovi ed i Sacerdoti, per coloro che governano i popoli, per coloro che saranno rigenerati dalla grazia del Battesimo, per la necessità dei fedeli cosi presentate al Signore: «Preghiamo fratelli dilettissimi, Dio Padre Onnipotente, affinché purghi il mondo da tutti gli errori, disperda le malattie, scacci la fame, apra le carceri, spezzi le catene, accordi ai pellegrini il ritorno, agli infermi la sanità, ai naviganti il porto della salvezza». Inoltre alza la preghiera per l’unità della Chiesa, per la conversione dei Giudei e degli infedeli.
3- La III parte della solenne liturgia assume un aspetto veramente commovente: un ministro porta all’altare la Croce Velata ed il Sacerdote celebrante ponendosi presso i gradini dell’altare e scoprendo grado grado la Croce Velata canta con tono sempre crescente questa invocazione: «Ecco il legno della Croce, dal quale dipende la salvezza del mondo»; tutto il popolo inginocchiandosi risponde: «Venite, adoriamo!».

Terminato il rito dello scoprimento della Santa Croce, iniziando dal Sacerdote, tutti passano ad adorare la Croce ed a baciare il Crocefisso. Mentre con grande silenzio e raccoglimento si svolge questo rito, la Scuola di Canto ripete: «Popolo mio che ti ho fatto? O in che ti ho contristato? Rispondimi! lo ti esaltai con grande potenza e tu mi sospendesti al patibolo della Croce».
La S. Comunione termina poi il solenne rito del Venerdì Santo.

 

SABATO SANTO

Prima del tramonto di Venerdì, la salma di Gesù era nel sepolcro. La fine di colui che si era proclamato Figlio di Dio non poteva essere più ingloriosa: tradito da un discepolo, scomunicato dal Sinedrio, bestemmiato da un popolo intero, abbandonato perfino dai suoi apostoli, era morto sul patibolo degli schiavi in mezzo a due volgari malviventi. Ora il suo corpo giaceva nel sepolcro.
La vittoria dei nemici di Gesù era completa. Solo che il sedicente Figlio di Dio, ora chiuso e sigillato nel sepolcro, quando era ancora vivo aveva detto: «Dopo tre giorni risorgo!». La mattina della Domenica, le pie donne e i discepoli trovarono il sepolcro vuoto! Non il sepolcro, ma la risurrezione gloriosa è la conclusione della vita terrena di Gesù. Con le feste pasquali celebriamo solennemente il ricordo della risurrezione di Cristo; e perché questo ricordo sia veramente efficace, la Chiesa con riti solenni e suggestivi ci invita a cogliere abbondanti frutti della risurrezione di Cristo, mediante una completa e definitiva rinnovazione inferiore. I riti solenni della veglia pasquale li possiamo presentare in questo modo:

– Il canto della Luce: davanti alla porta della Chiesa viene benedetto il fuoco ed il grosso Cero Pasquale, simbolo di Cristo. Entrando poi dalla porta principale della Chiesa, il diacono che regge il cero, canta a voce solenne: «Lume di Cristo» mentre tutti rispondono: «Siano grazie a Dio». Mentre la processione della Luce entra in Chiesa con i ministri, tutte le luci vanno grado grado accendendosi. Quando il Cero è giunto all’altare, viene posto in centro e circondato da luce e incenso, viene esaltato nel suo simbolismo, con queste mirabili parole: «Si rallegri la terra irradiata da sì grandi splendori, e, illuminata dal fulgore dell’eterno Re, senta di essere finalmente liberata dalle ombre che avvolgevano il mondo intero».
– Il canto dell’acqua: mentre tutti invocano l’aiuto dei Santi, è posto davanti all’altare un recipiente d’acqua. Il Celebrante inizia la solenne benedizione e consacrazione, perché quest’acqua dovrà servire al Battesimo di tutti i nuovi bambini dell’anno. Terminato questo rito, prima che l’acqua sia portata al Sacro Fonte Battesimale, i presenti rinnovano le Promesse battesimali con le quali si rinunzia a Satana ed alle sue opere al mondo che è nemico di Dio e si promette di servire fedelmente il Signore nella Chiesa Cattolica.
– Il canto dell’Alleluia: tutto è pronto; i ministri hanno indossati gli abiti della gioia e l’altare è parato a festa con fiori e luci, ed ecco il momento solenne: con voce commossa il Sacerdote Celebrante canta il «Gloria in Excelsis», prorompe il suono dell’organo, tutte le campane sciolgono il loro concerto. È PASQUA DI RISURREZIONE! Ed allora: «Fratelli, se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, ove Cristo siede alla destra di Dio; abbiate il gusto delle cose celesti, non di quelle terrene. Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

 

PREGHIERA DI RESURREZIONE

Per tutto il dolore sofferto ridammi, Dio, la
speranza per cui ho sognato ad occhi aperti.
Tutto un seguir di nuvole sono stati i miei
pensieri; dolce mondo di favole.

Le cose tutte hanno spesso confinato col cielo e
pur mi ritrovo distante da Te.

Non più le piante, i fiori, il mare le albe, i tramonti
mi fanno piangere di gioia: è morta al mio viso
ogni traccia d’incanto. Il tempo ha scandito coi
giorni e le ore anche il vuoto nella mia vita.

C’era nelle stelle un mistero che m’incantava ed
ora non intendo più.

Di nient’altro ho bisogno, o Signore che di
risorgere con Te, null’altro desidero che Te.
Inasprisci il dolore, ma ridonami la resurrezione!

don Pierino