La pace domanda senso di responsabilità

Il testo dell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nella chiesa della Pace, in occasione della Giornata mondiale di preghiera voluta da San Paolo VI

All’inizio del nuovo anno ritorna l’invito accorato del papa a pregare per la pace, quella pace che è parte viva della benedizione di Dio. “Dio li benedisse”, si legge nel Libro della Genesi là dove si parla dell’uomo e della donna. Il mondo nasce dunque benedetto da Dio, suo Creatore. Questa benedizione originaria viene confermata con Noè e con Abramo e assume la forma di una invocazione liturgica nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa celebrazione. Aronne, fratello di Mosé, sacerdote di Israele, è invitato a benedire così i suoi fratelli: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ecco dunque la pace che viene dalla benedizione di Dio. È la pace annunciata dagli angeli la notte del Natale: pace per gli uomini che Dio ama; pace a cui ogni cuore umano anela; pace che viene invocata soprattutto laddove appare chiaramente compromessa o addirittura negata; pace che ognuno di noi è chiamato a realizzare e di cui si deve sentirsi costruttore.

La pace diviene infatti realtà laddove gli uomini e le donne si fanno operatori di pace, assecondando quella ispirazione al bene che Dio ha messo nell’intimo della loro coscienza. Non sarà impossibile diventare ciò che Dio si attende. Ricordiamo tutti bene che una delle beatitudini proclamate dal Signore Gesù nel discorso della Montagna suona così: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace domanda senso di responsabilità, consapevolezza del dovere cui si è chiamati. La pace nel nostro mondo dipende dall’opera responsabile di tutti gli uomini e le donne che ne fanno parte.  Come si esprime dunque concretamente questa nostra responsabilità nei confronti della pace?

Anzitutto nel vincere l’indifferenza e l’assuefazione, nel riconoscere ciò che sta accadendo nel mondo, nel rendersi conto di quante persone vedono effettivamente compromessa la loro vita dalla mancanza della pace. Le immagini di distruzione e di devastazione, di bombardamenti e fughe di massa, di malnutrizione, di abbandono e di degrado che ci giungono attraverso i mezzi della comunicazione sociale non possono lasciarci indifferenti. Una violenza assurda e crudele, di cui spesso si fatica a comprendere le vere ragioni, causa nel mondo un mare di sofferenza. Il pianto delle madri, lo smarrimento dei bambini, il terrore degli uomini, i corpi martoriati e i territori devastati non possono non ferire le nostre coscienze. Sarebbe immorale consentire che tutto ciò diventi ruotine, farci scorrere addosso le notizie o semplicemente cambiare canale. Rimanere impassibili di fronte alla sofferenza del prossimo è già una forma di complicità, è un rinnegare il nostro senso di responsabilità nei confronti della pace.

In secondo luogo, la nostra responsabilità per la pace richiede l’onestà e l’impegno necessari per capire le ragioni di ciò che accade, non lasciandosi sviare da letture tendenziose. La coscienza retta non si accontenta del sentito dire, del pensiero generico, delle valutazioni istintive, dell’interpretazione che risulta più congeniale al proprio sentire emotivo. Sappiamo bene che spesso certe letture della realtà sono frutto di una manipolazione per nulla disinteressata. Occorre farsi un’idea chiara delle cose, impegnarsi a conoscere la verità. Quest’ultima, infatti, non può essere plasmata e riplasmata a piacere. Va invece cercata con senso di responsabilità. Ragioni a prima vista convincenti spesso non reggono alla prova di una riflessione pacata e approfondita. Gli stessi toni, oltre che le parole, possono veicolare quella violenza e aggressività che non rendono un buon servizio alla causa della pace.

Per costruire insieme la pace è poi indispensabile mettersi il più possibile nei panni dell’altro, guardare le cose anche dal suo punto di vista, provare a sentire quel che lui sta sentendo, immaginarsi di essere al suo posto. Quanto più il volto dell’altro da estraneo ci diviene familiare, tanto più il suo diritto a vivere con dignità e tranquillità ci apparirà evidente. Sorgerà allora spontanea una considerazione: “Potrei trovarmi io nella sua situazione. Che cosa proverei? Che cosa farei di diverso? Non desidererei forse le stesse cose?”. Laddove la pace non c’è, laddove parlano le armi, laddove regnano la violenza e la sopraffazione, laddove la corruzione sta divorando ogni speranza di futuro, che cosa si dovrebbe desiderare se non la possibilità di costruirsi una vita in condizioni migliori?

Infine, la responsabilità nei confronti della pace domanda l’impegno personale a vigilare sui nostri sentimenti, sulle nostre passioni interiori. Esige la conversione del cuore. Contrastare la collera e la gelosia, il risentimento che diventa rancore, il desiderio di vendetta quando si riceve un torto, la tendenza a sopraffare il più debole per guadagnare posizioni o ricchezza è dovere di ogni coscienza retta. L’aggressività che ognuno di noi porta dentro di sé, volente o nolente, e che spesso viene alimentata dalla paura, va governata dall’intelligenza e dalla volontà, va canalizzata dal dominio di sé. Questa è responsabilità di tutti e di ciascuno, da esercitare in costante dialogo con la grazia di Dio. Vi è poi la responsabilità di chi ha autorità all’interno della società, di chi è chiamato in ambito politico a difendere e promuovere la pace attraverso la costante ricerca della giustizia. Giustizia! Rispetto del diritto di tutti e non solo di alcuni; rispetto soprattutto dei più deboli. Compito arduo, che richiede sempre una grande sapienza e spesso anche molto coraggio. A questo compito della salvaguardia del diritto un altro si aggiunge da parte delle autorità politiche: quello di creare all’interno della società un clima di fiducia. C’è un gran bisogno di incrementare fiducia tra la gente e le istituzioni, ma anche tra le diverse generazioni che compongono la società, guardando al presente e al futuro e sentendosi tutti parte della grande famiglia umana.

In questa giornata della pace affidiamo dunque all’amore provvidente di Dio la comune responsabilità di costruire la pace. È il compito proprio di ciascuno di noi ed è in particolare l’impegno che si è assunto chiunque ha coraggiosamente deciso di rivestire incarichi politici e istituzionali. Per tutti vogliamo oggi domandare la grazia di essere veri operatori di pace, secondo la volontà di Dio in Cristo Gesù. Si darà così compimento alla promessa di benedizione risuonata sul mondo da parte del Creatore sin dal primo momento della sua esistenza.

La Beata Vergine Maria, di cui oggi celebriamo e veneriamo la divina Maternità, ci accompagni con la sua amorevole intercessione, e tenga viva in noi una operosa speranza di pace.

Paolo VI è l’uomo della gioia

Il parroco di Concesio rilegge la Gaudete in Domino. Una gioia che diventa viva nel cuore dei giovani. E proprio ai giovani infatti sarà dedicata la Missione che le quattro parrocchie di Concesio hanno organizzato per il mese di settembre

Voci più o meno conosciute si sono succedute nella testimonianza della santità di Papa Montini e continueremo a farlo con più forza e convinzione, anche sollecitati dalle parole del nostro Vescovo, mons. Pierantonio Tremolada.

Quando la Chiesa proclama la santità dei suoi figli, li propone a tutti gli uomini come modelli di vita cristiana per la fedeltà con cui hanno vissuto il messaggio evangelico, per l’esemplarità con cui hanno risposto alla loro chiamata e per la disponibilità a lasciarsi trasformare dall’azione dello Spirito così da diventare uomini trasfigurati dalla grazia. Chiunque voglia cercare il percorso che ha portato Paolo VI all’onore degli altari, non può fare a meno di ricordare che il servizio alla Chiesa e agli ultimi, ai poveri, a coloro che vivono nelle periferie della vita, ne rappresenta la dimensione fondamentale. L’amore per la Chiesa e il suo popolo è stata infatti la ragione della sua scelta di vita.

Così egli sottolineava, alla chiusura dell’Anno Santo del 1975: «Facciamo immediatamente una domanda a noi stessi: se questo fosse il nostro destino di professarci « medici » di quella civiltà che andiamo sognando, la civiltà dell’amore? Il nostro primo dovere è appunto questo: di dedicarci alla cura, al conforto, all’assistenza, anche con sacrificio nostro, se occorre, per il bene di quell’umanità, che vorremmo vedere civile e felice; e se così, non sarebbe bene orientato il nostro programma?

Sì, fratelli! Bisogna avere sensibilità ed amore per l’umanità che soffre, fisicamente, socialmente, moralmente… Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Pensiamoci con coraggio».

Un servizio alla Chiesa e agli uomini compiuti nel segno della gioia, Paolo VI è l’uomo della gioia. Colpisce quanto dichiarato da S. Giovanni Paolo II su Paolo VI: “Recava nel suo cuore la luce del Tabor, e con quella luce camminò sino alla fine, portando con gaudio evangelico la sua croce”. Pensandoci un poco, appare tutta la verità di questa affermazione: Paolo VI viveva la gioia, la coniugava con l’alfabeto del dolore, dell’interrogazione pensosa, dello stupore che evita il chiasso e lo sguardo distratto. Quanto incredibile fu la pubblicazione dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino, del maggio dell’anno 1975; è stato un meditato e potente “inno alla gioia. La gioia c’è quando nel cristiano vive e fruttifica l’esperienza di Cristo, l’appartenenza alla Chiesa, la vita sacramentale, l’impegno di testimonianza e infine l’impegno di preghiera. Quando tutto questo c’è, allora, la gioia diventa piena e la realizzazione della persona umana completa.

E questa gioia deve essere ancor più viva nel cuore dei giovani: “Senza nulla togliere al calore con cui il nostro messaggio si indirizza a tutto il popolo di Dio, vogliamo rivolgerci più ampiamente, e con una particolare speranza, al mondo dei giovani. Se infatti la Chiesa, rigenerata dallo Spirito Santo, è in un certo senso la vera giovinezza del mondo potrebbe forse non riconoscersi spontaneamente, di preferenza, in quanti si sentono portatori di vita e di speranza, e impegnati ad assicurare il domani della storia presente? … Perciò, in questa esortazione sulla gioia cristiana, la ragione e il cuore ci invitano a rivolgerci decisamente ai giovani del nostro tempo. Lo facciamo nel nome di Cristo e della sua chiesa, che egli stesso vuole, malgrado le umane debolezze, ” tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”, sono sempre parole di Paolo VI. Proprio ai giovani infatti sarà dedicata la Missione che le quattro parrocchie di Concesio hanno organizzato per  il mese di settembre, prima degli appuntamenti della Settimana Montiniana.

Con queste sollecitudini le Comunità parrocchiali di Concesio, in stretta unione con  la Diocesi, si preparano al giorno tanto atteso e desiderato.

La Pace di Dio va difesa e conquistata

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa della Giornata Mondiale della Pace – Chiesa di S. Maria della Pace, 1 gennaio 2018

All’inizio di questo nuovo anno celebriamo in comunione con tutte le diocesi della Chiesa universale e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà la giornata mondiale della pace. Lo facciamo ormai da molti anni, cioè da quando, il primo gennaio del 1968, Paolo VI decise di istituirla. Fu la sua un’intuizione felice, nata dal suo grande cuore di pastore della Chiesa universale e dal suo grande desiderio di contribuire al bene dell’intera umanità.

La causa della pace chiede costante attenzione e attiva dedizione, e ancor prima domanda che si coltivi la chiara consapevolezza del suo inestimabile valore. Dalla sua presenza o meno dipende in gran parte la vita di ogni persona e la forma stessa della socialità umana, la sua autenticità e dignità, ma anche il suo sviluppo e il suo progresso.

La liturgia dell’Ottava del Natale, che viene sempre a coincidere con il primo giorno dell’anno e ci invita a contemplare il mistero della divina Maternità di Maria, propone sempre come prima lettura un testo del libro dei Numeri molto suggestivo. Vi si riporta la preghiera di benedizione sui figli di Israele, che il fratello di Mosè, Aronne, investito del compito sacerdotale, viene invitato a pronunciare. È una formula di benedizione che il Signore stesso gli consegna e nella quale troviamo un esplicito riferimento alla pace. Si legge nel nostro testo: “Il Signore parlò a Mosè e disse: « Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,25-27).

La pace viene dunque dalla benedizione di Dio: ne è insieme i frutto e il segno. L’uomo creato in origine e chiamato a condividere la vita stessa del suo Creatore, l’uomo e la donna, da lui benedetti sin dall’inizio secondo quanto racconta il Libro della Genesi: “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi”, sono posti dal Signore Dio entro un giardino, simbolo di armonia e di bellezza. Nulla vi è in quel giardino che evochi violenza, conflitto, aggressività. Non vi sono sentimenti di odio e di gelosia. Non vi si trovano ambizione e avidità. Le relazioni sono sane, limpide, sincere. Nessuno sente il bisogno di difendersi o prova disagio alla presenza dell’altro. Il suolo offre spontaneamente i frutti per il nutrimento e gli animali sono una compagnia gradita, tutti, senza eccezione: nessuno di loro è feroce e pericoloso.

Questa pace delle origini è la pace che domandiamo a Dio ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, con una invocazione che segue e fa eco fa eco alla preghiera del Signore, cioè il Padre nostro. Essa dice così: “Liberaci o Signore da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”. Qui emergono tre aspetti essenziali di quella esperienza della pace che purtroppo non è più quella delle origini dell’umanità, ma quella della nostra attuale. Il suo primo aspetto è la necessità della liberazione dal peccato: essa ci ricorda che il cuore dell’uomo è ormai ferito, che alla sua soglia è accovacciato il peccato (cfr. Gen 4,7), cioè il desiderio prepotente di ricercare a qualsiasi costo la propria soddisfazione individuale. Il secondo aspetto è l’esigenza di superare il turbamento, cioè la paura di vedere compromessa la propria sicurezza e la propria felicità: da qui derivano il senso di estraneità e di difesa nei confronti degli altri e l’istintiva incertezza di fronte a situazioni ed eventi. Il terzo aspetto è l’amara costatazione che in questo mondo non perfetto il bene e il male saranno sempre intrecciati, fino al giorno in cui – secondo la beata speranza che i credenti coltivano – verrà il nostro Signore Gesù Cristo.

La pace di cui tanto sentiamo il bisogno, la pace che invochiamo come dono prezioso di Dio dall’alto e come frutto del nostro sincero impegno quotidiano, deve dunque misurarsi, oggi come ieri, con l’egoismo insito nel cuore di ognuno di noi, con il senso di insicurezza e di paura che questo egoismo provoca nel mondo, con l’evidenza inquietante che la storia degli uomini dovrà sempre fare i conti con il male. La pace di Dio, quella armonia e quella bellezza che il Creatore ha pensato e voluto per l’umanità che ama, oggi va difesa e conquistata, va perseguita con tenacia e costanza, in una sorta di combattimento contro ciò che tende a comprometterla. Un combattimento che è prima di tutto interiore ma che diventa anche esteriore, e assume l’aspetto di un impegno pubblico e condiviso. La società umana ha bisogno di uomini e donne che abbiano il coraggio di operare contro ogni forma di ingiustizia, di sopraffazione, di emarginazione, di discriminazione e con illuminata intelligenza costruiscano relazioni sane e serene. C’è bisogno di uomini di buona volontà, che contrastino efficacemente, facendo fronte comune, le logiche di potere che, ispirate dalla brama distruttiva del profitto ad ogni costo e senza misura, generano conflitti, avvelenano le relazioni, compromettono anche i legami più sacri e profanano la bellezza del creato.

La voce ferma e chiara di papa Francesco si leva da tempo a difesa di una pace che non può prescindere da una decisa revisione dei parametri che ispirano il nostro vissuto sociale. Quando l’umana convivenza è consegnata a criteri che non pongono al primo posto la dignità della persona e il bene comune, si creano inevitabilmente condizioni di vita insostenibili, che portano poi a fenomeni sociali di enorme portata. Uno di questi è la migrazione dei popoli cui stiamo assistendo. Là dove regnano la violenza e l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento, là dove non vi sono prospettive per un futuro degno di questo nome, il bisogno di speranza di ogni cuore umano porta ad affrontare anche grandi rischi e pericoli. Di questi migranti e rifugiati papa Francesco ha parlato nuovamente nel discorso proposto alla Chiesa e al mondo in occasione di questa giornata della pace 2018, chiedendo di assumere nei loro confronti un atteggiamento molto chiaro, che si definisce attraverso quattro verbi molto precisi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. È un appello che non possiamo lasciar cadere. Cosa significhi precisamente per ciascuno di noi, per la nostra chiesa diocesana ma anche per la società civile, farsi carico di questa istanza che sale anche dalla buona coscienza di ognuno di noi, andrà sempre meglio compreso. Il compito non è facile, perché esige di fondere insieme coraggio e realismo, slancio del cuore e oculata organizzazione, impegno individuale e collaborazione sociale. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare coloro che cercano speranza e domandano aiuto significata impostare un’opera sociale lungimirante, che sa guardare molto avanti e accetta di misurarsi lucidamente con una duplice concomitante questione: quella del bene delle persone accolte e delle persone che accolgono. Il segreto della pace è tutto nella capacità di non sentirsi condannati a temersi perché diversi e prima ancora nel non rimanere preda di reciproci egoismi e pretese. Ma tutto questo domanda tempo e coraggio; domanda soprattutto fiducia nella bontà provvidente di Dio, il Signore della storia, che sa parlare ai cuori, sa ispirare pensieri di pace e di comunione, sa aprire strade sempre nuove e sa accompagnare coloro che con umile tenacia desiderano percorrerle.

Alla Beata Vergine Maria, che oggi veneriamo come Madre di Dio e a cui guardiamo nella luce consolante del Natale del Signore, affidiamo questi pensieri e desideri che la Parola del Signore ci ha suggerito nel giorno che inaugura il nuovo anno. La sua materna benevolenza sostenga tutti gli uomini e le donne di buona volontà che nel mondo si stanno spendendo per la costruzione di quella che Paolo VI amava definire la “civiltà dell’amore” e aiuti ognuno di noi, in forza della nostra fede, a divenir sempre più dei veri operatori di pace.

Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda la pace

01 gennaio 2017

Siamo giunti al termine di questo giorno un po’ particolare, una giornata che dà inizio ad un anno nuovo, un anno del quale noi tutti abbiamo cercato di esprimere e dare il nostro augurio a molte persone, sia direttamente oppure con un susseguirsi di piccoli messaggi di auguri di un buon anno, un anno di felicità, un anno di pace. Una pace che tutti noi auspichiamo, una pace che il mondo, gli uomini, cercano costantemente, ma che purtroppo non riescono a raggiungere, una pace che si cerca di costruire a tavolino, ma purtroppo nonostante gli sforzi umani tarda ad arrivare, perché se guardiamo intorno a noi, in tanti luoghi della Terra ci sono ancora ingiustizie, guerre e calamità. Eccoci, questa pace è auspicata, e noi ci sforziamo di augurarla con tutto il cuore. Auguri che nascono indubbiamente da sentimenti di amicizia e di fratellanza, ma io credo che la pace, l’augurio più bello, ce lo possa suggerire, e ce lo suggerisce proprio oggi, la liturgia di questa prima giornata dell’anno, in cui ricorre anche la solennità di Maria madre di Dio, e nello stesso tempo anche regina della pace.

Una tradizione che trova la sua origine già nell’antico testamento, quando Dio invita Mosè a benedire il popolo, a sua volta Mosè dice al fratello Aronne di benedire ed invocare la presenza di Dio sul popolo di Israele. Ed è stupenda: ti benedica il Signore, e ti custodisca, il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia, il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda la pace. Perché la pace vera viene soltanto attraverso la presenza dell’amore di Dio, quell’amore di Dio che si è manifestato proprio all’umanità nell’incarnazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo. Quel nome che oggi, otto giorni dopo il Santo Natale, era prescrizione che venisse portato il bambino al tempio per essere circonciso, e dare un nome ricordiamo che oggi possiamo dire che è la festa della circoncisione di Gesù e allo stesso tempo il nome di Gesù. Il nome di Gesù che significa “il Signore ti salva”, il Signore è con te, il Signore è sopra di te. Ecco questa realizzazione di quella benedizione la troviamo proprio nella presenza di Cristo Gesù che si è incarnato, il Dio che si è incarnato nel suo figlio Gesù Cristo.

Ecco allora diciamo il significato anche di questa ricorrenza, a questa ricorrenza che ci porta come dicevo all’inizio a considerare anche quella che è la pace, la vera pace. Perché solamente la pace vera, quella autentica, che non tradisce, non è costruita ma donata, è una forza di questa presenza che Dio ha sul suo popolo, su ognuno di noi. Siamo invitati a godere di questa pace ed essere costruttori di pace. Perché la pace è un dono che ci viene dato dal Signore, e proprio oggi noi chiediamo al Signore che ci dia la capacità di essere costruttori di questa pace: una pace vera, una pace duratura, che deve cominciare proprio dai nostri gesti di quotidianità, all’interno della nostra famiglia, nei rapporti con i vicini, superare quelle che sono piccole e tante volte grandi divisioni, il sapere che il Signore ci ha donato la pace e come discepoli siamo chiamati ad essere costruttori di questa pace. Maria santissima è la discepola del Signore.

Abbiamo sentito nella pagina del Vangelo di san Luca il racconto dell’annuncio degli angeli ai pastori, i quali si recano alla grotta e trovano Maria, Giuseppe ed il bambino deposto nella mangiatoia, e si mettono ad adorarlo. Ecco, dobbiamo dire che questa giornata, ha anche questo significato. Ci indica anche di scoprire quella che è l’adorazione, in questo caso della madre del Figlio di Dio, Maria santissima, la vera discepola del Signore, colei che ci guida e ci aiuta ad essere veramente discepoli del Signore. Perché se vogliamo incontrare Cristo Gesù non dimentichiamo una cosa: dobbiamo passare attraverso la porta che è Maria santissima. Maria santissima che ci aiuta ad incontrare il suo figlio Gesù, a vivere con lui quel dono della pace che ha portato nel mondo, perché con lui è la vera pace, con lui è il vero modo di vivere e di unirci gli uni gli altri. In questa giornata di Maria santissima madre di Cristo ma anche madre della Chiesa e nello stesso tempo regina della pace, siamo qui ad innalzare la nostra venerazione ed il nostro grazie a lei, prima discepola che è stata capace, come dice il Vangelo, a serbare nonostante tutto nel suo cuore tutte le cose che si dicevano del figlio. Quel figlio che lei ha messo al mondo ma che era più che consapevole che non fosse suo. Era donato da Dio per la salvezza dell’umanità. Ecco il nome di Gesù significa proprio “il Signore ci salva”. Ci salva attraverso il suo amore, il suo dono di sé. Ci salva attraverso la sua grazia, la sua presenza, la sua forza che ci aiuta a superare anche quelle difficoltà che incontriamo sempre nella nostra vita. Ieri sera in una celebrazione di ringraziamento per l’anno appena trascorso, abbiamo messo davanti al Signore momenti di gioia, anche di tristezza, che abbiamo incontrato. Nonostante tutto abbiamo detto grazie al Signore, perché se siamo arrivati alla fine dell’anno tutte le croci e le sofferenze non le abbiamo portate noi. Le ha portate con noi il Signore. I momenti di gioia che ci ha fatto sperare, ci ha fatto aprire il cuore verso una prospettiva nuova che è una prospettiva di pace, di comunione e di serenità.

Allora invochiamo in questa giornata la protezione e l’intercessione di Maria santissima, perché tutti noi siamo discepoli del Signore ed abbiamo il compito come lei di essere portatori di speranza e costruttori di una pace vera, una pace di condivisione, di accettazione e di amore fraterno. Lo chiediamo a Maria santissima madre di Cristo, ma anche madre nostra.

Educare alla pace ed alla tolleranza

Parlare di tolleranza ed educazione alla pace non è facile, soprattutto in questi tempi in cui la sopportazione verso colui che proviene da altre nazionalità, ha un colore diverso, un’ altra religione o la pensa diversamente da noi risulta molto difficile. In momenti come questi vivere isolati o unirsi a persone che la “pensano come noi” a volte appare la cosa migliore, sia per tutelarsi che per sentirsi rassicurati con la convinzione e la certezza di essere nel giusto.

Al C.A.G ci sono ragazzi di ogni nazionalità e religione che fortunatamente non hanno ancora molti pregiudizi e tollerano anche chi non la pensa come loro, non cercano la violenza… giocano e vivono in pace. Essere in pace non vuol dire assenza di conflitto. Il conflitto è un fatto inevitabile della vita quotidiana: conflitti interiori, interpersonali, tra gruppi con i genitori tra i compagni. La pace consiste nell’affrontare in modo creativo i conflitti è creare una soluzione pacifica che permetta, al ragazzo di avere gli strumenti e la capacità di reagire alla violenza costruendo un’alternativa fatta di dialogo e di cooperazione.

Don Milani, che non era un tipo aggressivo, sosteneva che il problema dei ragazzi isolati, e quindi maggiormente a rischio, non era quello di stare buoni ma quello di trovare la forza di ribellarsi alle condizioni in cui vivevano. Il suo problema era quello di fare in modo che i ragazzi potessero acquisire qualcosa di personale, di unico, una loro autonomia, una loro originalità senza adeguarsi passivamente al contesto. Lo sviluppo della capacità dell’individuo a resistere, a confrontarsi, a porsi con fiducia verso gli altri si basa sulla sicurezza personale, sulla consapevolezza delle proprie risorse.

Senza una sicurezza di base non può esistere una personalità di pace. Il timido, il violento sono fondamentalmente persone insicure: l’uno si rifugia nella fuga, l’altro nella violenza. Per sviluppare la creatività dei ragazzi e la capacità autonoma di risolvere i problemi è fondamentale partire da situazioni effettive e reali: problematiche da sperimentare, problematizzare, analizzare, rivedere ed orientare in modo diverso. Anche quando si vuole “insegnare” la pace bisogna mettersi nei panni del bambino e chiedersi fino a che punto veramente noi, come adulti, siamo in grado di insegnare qualche cosa o se non è più opportuno dare modo alle nuove generazioni di costruire un loro mondo, un loro futuro. Tutto ciò parte dall’ascolto; una pedagogia sana è una pedagogia che si mette nei panni delle nuove generazioni, che sa innanzitutto ascoltare e accettare.

L’uomo del Terzo Millennio è indubbiamente più “civilizzato” dell’uomo delle caverne è diventato anche più “civile” ma non sempre vive in armonia con i suoi simili. È però facile constatare che i predicatori di pace sono guardati con diffidenza e che i massimi indici di ascolto vanno a chi invita a non abbassare mai la guardia nei confronti dell’“altro”, a trattarlo sempre come un potenziale nemico.

Si può cominciare a parlare di tolleranza solo quando si è affermata l’idea della dignità di ogni uomo, anche il meno dotato e il più derelitto, quindi l’idea del diritto di ognuno alle proprie opinioni, anche le più assurde.

Essere tolleranti non significa condividere il punto di vista altrui né significa essere incapaci di dire basta all’intollerabile. La differenza tra il tollerante e l’intollerante è che quest’ultimo non dubita mai mentre il tollerante non può fare a meno di una dose di ragionevole dubbio e vagliare criticamente anche le proprie opinioni.

Il cammino del tollerante verso il dialogo è fatto di ostacoli quasi insormontabili. Il maggiore ostacolo è provare a discutere con chi di discutere non ne vuol proprio sapere.

Troppo spesso ci dichiariamo disponibili al dialogo non perché riteniamo davvero “l’altro” meritevole di considerazione ma perché ci valutiamo talmente bravi, generosi, giusti, da saper coabitare con chiunque. In realtà nutriamo l’intima convinzione che prima o poi anche l’altro sarà attratto inevitabilmente dalla nostra parte per la forza stessa della nostra luminosa causa. In altri termini, la “nostra” tolleranza è determinata dalla condizione che il tollerato sia disponibile a farsi integrare, si riconosca cioè in una comune sfera di valori della quale siamo sempre noi tolleranti a determinare i confini.

Per questo motivo proviamo noi adulti ad essere i primi educatori alla pace ed alla tolleranza, sono sicura che i nostri ragazzi e le future generazioni saranno migliori di noi. Il confronto con la differenza educa al rispetto dell’altro, l’accoglienza dell’indifeso e del debole, educa alla tolleranza e a vivere con uno stile di vita sobrio e sostenibile.

Solo così avremo la possibilità anche di educare i nostri ragazzi a quella capacità critica che spinse i giovani di don Milani a indirizzare anche a noi la loro lettera.

ORNELLA