Testimoniare Dio in corsia

Biologa e insegnante, madre Maria Oliva è arrivata a Brescia 25 anni fa. Originaria della provincia di Salerno, ha conosciuto le Ancelle della Carità quando accompagnò la madre, al Civile, per un “viaggio della speranza”. Dieci anni dopo la morte della mamma, entrò in convento. Dopo la prima professione iniziò il suo percorso lavorativo come biologa in ambulatorio alla Poliambulanza. Nel tempo ha collaborato nella cappellania dell’Ospedale e nel 2012 ha iniziato il suo servizio come superiora della comunità alla Domus; nel 2017 è stata stata nominata vicaria generale ma continua a essere rappresentante di struttura della casa. Oggi in Domus ci sono 11 religiose, la madre responsabile è suor Rosalba Ferraresi; suor Giusy Stevanin, medico, e suor Rosalba, infermiera, praticano ancora a pieno ritmo l’assistenza. Domus Salutis e Nuova genesi a Brescia, Ancelle della Carità a Cremona e San Clemente a Mantova sono le quattro strutture sanitarie che fanno capo alla Congregazione delle Ancelle della Carità, giuridicamente riunite nella Fondazione Teresa Camplani dal nome della prima vicaria di Santa Maria Crocifissa (1813-1855). Nei mesi della pandemia hanno toccato con mano le sofferenze e le solitudini delle persone e hanno “rivisitato”, 150 anni dopo, l’opera di Maria Crocifissa con i malati di colera. Non si sono risparmiate e hanno messo in campo quella straordinaria amorevole cura di cui sono capaci sull’esempio di Cristo e rinfrancate dalle parole di Crocifissa: “Non perderti mai di spirito, ma tutto spera da quella divina bontà che ti chiamò a seguirlo”. Il logo scelto dalla Fondazione è significativo: un cerchio con al centro la croce. Il cerchio descrive il mondo nella globalità delle molteplici situazioni di fragilità: in questa circolarità di umani appelli e risposte la Fondazione vuole operare. La Croce, al centro, rappresenta Gesù, cuore del mondo, ispiratore e fondamento di tutte le diverse e complementari attività offerte. Il disegno è composto da mattoni con misure, forme e colori differenti: il bene comune, perseguito dalla Fondazione, scaturisce dalla collaborazione dei diversi soggetti. Il cerchio non è chiuso: la Fondazione (il presidente del Cda è Alessandro Masetti Zannini, mentre il consigliere delegato è Fabio Russo) si propone come luogo capace di accogliere.

Madre Maria Oliva, nei luoghi della sofferenza è importante avere accanto qualcuno che si fa compagno di strada.

L’accompagnamento spirituale è fondamentale perché completa l’assistenza infermieristica e di cura. L’uomo ha bisogno di essere ascoltato. Lo vediamo continuamente in tutte e quattro le nostre strutture. La nostra Santa parlava di assistenza integrale alla persona: corpo, anima e spirito. Maria Crocifissa nel 1840 ha riformato l’assistenza infermieristica. E noi lì dove siamo cerchiamo di rendere concreto questo messaggio che poi non è altro che il nostro carisma.

L’emergenza sanitaria ha rivelato le fragilità, ma anche i bisogni primari dell’essere umano.

Con il periodo del Covid abbiamo sperimentato quanto è preziosa la presenza dell’altro. In Domus abbiamo fatto esperienza dell’assistenza al malato Covid; abbiamo messo a disposizione 75 posti letto (a questi se ne aggiungono 34 a Cremona e a 16 a Mantova). Le sorelle che hanno accostato i malati possono testimoniare l’importanza del loro lavoro. A volte si fermavano sulla soglia della porta soltanto per salutare gli ammalati.

La vostra presenza era letta dagli ospiti con: “Non siamo soli, c’è qualcuno che ci sostiene…”.

Si faceva quello che si poteva. A volte con la presenza fisica a volte con quella verbale. Tutte le sere con il rosario serale accompagnavamo le persone, anche al telefono. Oggi stiamo sostenendo ancora le persone che stanno facendo la riabilitazione dopo il Covid. Hanno i postumi della malattia: problemi neuromotori e psicologici, e difficoltà respiratorie… Sono emerse molte preoccupazioni. In molti hanno paura della morte. Queste paure possono essere affrontate solo attraverso una relazione di aiuto.

In questi mesi ha avuto modo di rileggere la propria vita?

Ho scoperto che Dio è ancora più vicino. Ho capito il dono prezioso della mia vocazione. Con la nostra presenza possiamo aiutare l’altro e riuscire a trasmettere Dio. Tutte le volte che giravo tra le stanze, i pazienti mi chiedevano di passare di più: “Vederla per noi è un sollievo, perché è la prova che Dio c’è con il suo messaggio di salvezza”. Niente è scontato, ma tutto è dono. Ogni giorno Dio ci raggiunge nel quotidiano e noi ci santifichiamo vivendo proprio il nostro quotidiano.

Il modello da seguire è chiaro…

A 23 anni questa ragazza (Maria Crocifissa, nda) così giovane si è lasciata rinchiudere dentro il lazzaretto per aiutare i colerosi. Ha avuto un grande coraggio. In un periodo complicato come questo, rileggere la vita della nostra santa ha donato forza a tutte. Le sorelle più anziane, piangendo, mi dicevano: “Madre, peccato che non possiamo più andare nei reparti a dare il nostro contributo…”.

L’istituzione della Fondazione ha aiutato le Ancelle a continuare la loro vocazione nella sanità

La Fondazione è nata per riunire insieme alla Domus e alla Nuova Genesi, scongiurando il rischio chiusura, le strutture più piccole di Cremona e di Mantova. Nel Cda sono rappresentate le tre Diocesi. Le Case di Cura sono specializzate in attività ambulatoriali e di ricovero e nella riabilitazione. Parliamo di strutture sanitarie cattoliche non profit: i guadagni vengono reinvestiti. Abbiamo il desiderio di continuare a fare del bene. La mancanza di vocazioni non ci permette di essere presenti ovunque, ma con la Fondazione facciamo in modo che le attività di cura e di assistenza rispondano sempre al nostro carisma.

Il sale della nostra vita

Se volessi raccontare come ho vissuto l’esperienza di questo periodo di isolamento a causa del corona virus, come mamma, nonna e catechista, devo ammettere di aver dovuto convivere con sensazioni, emozioni, ricche di dolore, paura,angoscia, silenzi, attese e ricordi.

Dolore, nel seguire attraverso i media le drammatiche notizie che si susseguivano senza fine.

Paura che il virus toccasse i miei familiari, amici, conoscenti, la mia comunità, insomma paura per tutti.

Angoscia, mi sembrava di percorrere un tunnel senza fine.

Silenzio… la casa vuota, nessun rumore proveniente dalla strada, nessuno a cui rivolgere un semplice “ciao”.

Attesa di telefonate, per sentire le voci a me tanto care e amate; attesa per le video-chiamate durante le quali cercavo di cogliere e memorizzare ogni espressione sul volto dei miei cari.

Qui arrivano i ricordi belli e meno belli, ecco che prevale la nostalgia della “normalità” e della quotidianità. Sembra a volte che il cuore si fermi poichè si è immersi in un silenzio assordante.

In questi momenti nella mia mente e nel mio cuore si fa strada una frase di Gesù, che mi dà sempre la “forza”: “Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Capisco che Gesù è la luce in fondo al tunnel, l’unico sostegno.

In questi lunghissimi due mesi, ci sono stati anche momenti “speciali”, che mi hanno scaldato il cuore: la Santa Messa quotidiana del Papa,il buongiorno di Don Davide con i suoi video, ricchi di spunti e riflessioni, la  trasmissione in diretta della Santa Messa domenicale dei nostri sacerdoti e i messaggi pieni di fede di Monsignor Renato.

Prendendo spunto da questi video, è emersa la grande voglia di rincontrare i nostri ragazzi del catechismo. Ecco dunque l’idea, subito realizzata da Suor Florence: organizzare delle video lezioni di catechismo, con l’intento e la consapevolezza di proseguire un cammino insieme, sugli insegnamenti di Gesù e in preparazione ai Sacramenti.

É stato emozionante ritrovarsi come facevamo ogni domenica e vivere qualche attimo insieme, anche se solo virtualmente.

Credo che quest’esperienza ci abbia cambiato tutti: ora sappiamo apprezzare le piccole cose che prima davamo per scontate, ma soprattutto sappiamo godere delle relazioni, che sono il sale della nostra vita.

Nadia

La fede, la speranza e la carità

…sono le ore 22.00 e ho finito il turno di lavoro. Non vedo l’ora di togliermi la mascherina! Ho prurito sulle guance e dolore lì, dove gli elastici hanno lasciato il solco. Devo ricordarmi l’esatta sequenza di svestizione, perché non è per me un rituale meccanico e spesso ancora sbaglio… primo paio di guanti, camice, calzari (quest’ultimo modello crea molta condensa e ho le calze bagnate). Ho bevuto una sola volta durante il turno, per cui mi sento la bocca arsa e gli occhi asciutti per i presidi utilizzati. Disinfetto la visiera, gli occhiali, il timbro e il fonendoscopio, così per domani saranno già pronti.

Prima di lavarmi, ripasso con il cloro la scrivania, le maniglie, il lavandino del nostro studio medico con la speranza di averlo reso il più sterile possibile.

Oggi e’ stata una giornata difficile: il Signor Francesco non ce l’ha fatta! Avevo proprio sperato, ero proprio convinta che la terapia avrebbe dato risultati. Non avrei mai voluto fare quella telefonata alla figlia con la quale, nelle ultime settimane, avevo condiviso sofferenza, speranza e anche confidenze. Ieri, invece, ero così felice di aver dimesso i primi due Pazienti guariti: il Signor Giovanni, seduto sulla seggiolina, con il sacco contenente gli effetti personali appoggiato sulle gambe, prima di lasciare il reparto con i volontari ha abbassato la mascherina e mi ha detto: ”Grazie” e con un sorriso mi ha assicurato che, finito tutto, sarebbe venuto a trovarmi; mentre con la Signora Paola, non sono riuscita a trattenere le lacrime. Con lei avevo condiviso la preoccupazione per i nostri figli: lei sperava con coraggio di superare la malattia anche per loro; io invece avevo paura di non garantire ai miei figli un’adeguata protezione una volta rientrata a casa.

Mentre i pensieri e i sentimenti si affastellano nella mente, come un equilibrista mi rivesto e reindosso guanti e mascherina. Mi rimane il viaggio di ritorno in automobile verso casa per riflettere, piangere e pensare. Questa malattia ci ha trovati tutti impreparati, era sconosciuta nel suo decorso, nei meccanismi di risposta, nelle manifestazioni cliniche. Ogni giorno le società scientifiche ci bombardavano di protocolli, studi, proposte terapeutiche e ipotesi eziopatogentiche. Purtroppo abbiamo fatto in fretta a conoscerne la prognosi. Come medici ci siamo sentiti impotenti di fronte alla carenza di terapie e di dispositivi. Nelle prime settimane ci siamo dovuti confrontare con scelte difficili: a chi assegnare l’ultimo ventilatore rimasto, a chi prescrivere l’unica dose disponibile del farmaco sperimentale, chi proporre per l’unico posto in terapia intensiva… (Siamo stati obbligati a compiere scelte che innescavano una serie di domande alle quali non abbiamo avuto tempo di dare delle risposte). In quei momenti ho faticato a reprimere la rabbia e il dolore per dover essere stata costretta a prendere tali decisioni, ma non c’era tempo per lamentele o per ritardi. Rimane il dispiacere e il senso di colpa con il quale noi medici dovremo convivere.

In quanto medico, Don Davide mi ha chiesto una testimonianza personale in qualità di cristiana. Ho pensato pertanto a come ho vissuto le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità.

La Carità, una virtù cristiana espressione dell’amore verso gli altri, ammetto che per me è stata la più “facile e spontanea” da esaudire. Chi sceglie di fare il medico, non può non avere come presupposto nel proprio lavoro, il dare (donarsi o donare) agli altri. Di fronte alle sofferenze dei nostri pazienti in questi mesi, la stanchezza, i riposi mancati, lo stress lavorativo quotidiano, non sono stati per me e per tutti gli operatori impegnati sul campo un problema. Anche la paura di contrarre l’infezione, in quei momenti, veniva dimenticata. Con tanta devozione i pazienti sono stati assistiti dagli infermieri e dagli operatori che rispondevano alle innumerevoli chiamate dei campanelli: chi voleva una garza per inumidire la bocca secca a causa degli alti flussi di ossigeno a cui erano sottoposti, chi voleva cambiare posizione a letto in quanto sofferente, qualcun altro voleva che gli fosse sistemata la maschera… Quando le forze lo permettevano poi sono state rasate barbe, tagliati capelli e persino “messo smalti”. Quante tenere carezze e parole di incoraggiamento abbiamo dispensato.

La “Speranza” è stata invece la virtù più difficile da gestire. Riporre la fiducia nella promessa di Cristo di una vita eterna, si scontrava con il desiderio di felicità in questa vita terrena. Tuttavia in questi mesi penso di aver conosciuto una visione più “umana” della speranza. La moglie del Signor Renato è rimasta per una settimana seduta sulla seggiola nel corridoio all’esterno del reparto e, ogni volta che passavo, mi consegnava dei bigliettini che dovevo poi portare e leggere al marito. Anche la figlia del Signor Stefano mi portava i disegni delle nipotine da consegnare al nonno, per dimostrargli l’affetto e infondergli coraggio. Ho condiviso la “Speranza” durante le difficili telefonate con i parenti, ai quali sentivo di comunicare anche i pur minimi miglioramenti clinici. Come medico e come cristiana, ho comunque sempre sperato, di fronte alla morte di numerosi pazienti, che il Signore li accogliesse per una vita migliore, anche se sostenere questo dolore non è stato in quei momenti facile e tutt’oggi ha lasciato segni profondi (e tutt’oggi ne porto il triste ricordo).

“Speranza” erano le quotidiane chiamate delle mie sorelle e dei miei amici, che mi sostenevano giorno dopo giorno.

“Speranza” la trasmettevano i cartelloni dei bambini con la scritta “andrà tutto bene” appesa ai cancelli, fonte di conforto lungo il tragitto in quelle strade deserte.

La speranza era viva in tutti quei momenti di lavoro di squadra in reparto, dove ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze e attitudini personali per il bene del paziente.

Infine la Fede. Come dimenticare l’immagine di Papa Francesco davanti al Crocifisso, in una piazza San Pietro deserta. La fede in questo periodo è stata per me preghiera. Il Padre nostro è stato il “pane quotidiano”. Le preghiere sono state il supporto della mia famiglia e dei miei amici. Io stessa chiedevo ai miei figli di pregare per i miei pazienti. Ora sono arrivata a casa, e aprendo la porta d’ingresso ricordo le parole che mia nonna mi diceva sempre: “la Fede nel Signore è la nostra forza”.

Certamente questo periodo ha messo a dura prova il mio essere medico, tuttavia credo che ognuno di noi sia chiamato a vivere la propria vocazione con coraggio e forza.

Olivia Elesbani

Una visita inattesa e inaspettata

Il Vescovo all’ospedale di Leno.

Era l’8 aprile, un giorno “sospeso”,  come dall’inizio del periodo di “emergenza sanitaria Coronavirus”, che ha cambiato la vita di tutti. Si viveva, e in buona parte si vive ancora, in un’atmosfera surreale: silenzio e strade deserte, pochi operatori sanitari, protetti e in parte nascosti dietro mascherine chirurgiche presenti in un presidio ospedaliero, quello di Leno, normalmente brulicante di vite per la presenza di ambulatori, due reparti, servizi e uffici, per buona parte chiusi o nettamente ridimensionati per accessi e presenze di utenti.

Un breve comunicato del giorno precedente informa della visita del Vescovo di Brescia, Mons. Tremolada presso il presidio di Leno, per le ore 11.00.

E alle 11.00 Mons. Tremolada, accompagnato dall’Abate di Leno, Mons. Tononi, ambedue muniti di mascherine, entra nell’edificio del “vecchio ospedale di Leno”. 

Un ingresso semplice, senza clamori ma forse per questo più solenne, nel silenzio insolito del luogo. La voce si sparge rapidamente e gli operatori sanitari in servizio a vario titolo e che possono in quel momento liberarsi, si portano all’ingesso e chi può (l’ingresso viene contingentato per garantire la distanza sociale) entra nella cappella con il Vescovo.

Mons. Tremolada condivide con noi una breve preghiera, che è anche un ringraziamento e una vicinanza sincera. Prega per chi sta soffrendo, per i morti, per la dedizione straordinaria di medici, infermieri e operatori che stanno lavorando per combattere un virus sconosciuto, potente e letale.

Al termine della preghiera in cappella, il Vescovo ha poi visitato il reparto di psichiatria, anche qui pregando per malati e operatori sanitari e offrendo a tutti, gradita,  la benedizione di Dio.

Questa visita, raccolta ed essenziale, ci ha permesso di riappropriarci del tempo e del luogo in cui stiamo vivendo, malati e personale sanitario, ciascuno nel proprio ruolo, ricordandoci che ogni giorno ha il senso che Dio dà alla storia, che è la storia di ciascuno di noi. In ogni passaggio Dio è presente, proprio e soprattutto quando  sembra che ci stia abbandonando o che si sia dimenticato di noi. È   proprio allora “che ci sta portando in braccio” per aiutarci a passare il guado e  crescere nell’amore per Lui e per il prossimo. 

Nulla sarà più come prima… Speriamo!!

Dott.ssa Annamaria Cipani
A nome degli operatori Sanitari del Presidio Ospedaliero territoriale di Leno

Covid. La sfida vinta al Centro Paolo VI

La collaborazione della Diocesi con i presidi ospedalieri bresciani durante l’epidemia letta attraverso l’esperienza di ospitalità realizzata nella struttura di via Gezio Calini

Più che una conferenza stampa è stata una narrazione, una lettura sapienziale di uno dei periodi più bui della storia di Brescia, ma con un incredibile portato fatto di solidarietà, amicizia e collaborazione. A poche settimane dalla dimissione dell’ultimo degli 85 pazienti Covid ospitati gratuitamente per diretta volontà di mons. Tremolada, al Centro pastorale Paolo VI, si sono incontrati, con il Vescovo, i rappresentanti dei tre maggiori presidi ospedalieri cittadini: Marco Trivelli, già direttore generale degli Spedali Civili e da pochi giorni alla guida della sanità lombarda, Alessandro Triboldi, direttore generale di Fondazione Poliambulanza e Nicola Bresciani, amministratore delegato del Gruppo San Donato, coprotagonisti insieme alla Diocesi di una esperienza “bella” nata nel tempo del coronavirus.

“Realtà importanti del territorio – ha sottolineato il vescovo Pierantonio – sono entrate in una logica di sostegno e solidarietà per il bene della popolazione, dando vita a una sinergia diventata parte della memoria collettiva. Ho trovato in loro la disponibilità ad accogliere quella spiritualità data dalla visione cristiana della vita”. Un ringraziamento particolare il presule lo ha riservato alle volontarie della Croce Rossa che nei mesi peggiori della pandemia si sono prese cura delle persone in via di guarigione ospitate al Centro pastorale Paolo VI. Guidate dall’ispettrice Rosaria Avisani, con il coordinamento del direttore sanitario del’Asst, Annamaria Indelicato, le volontarie, nei circa due mesi di servizio in via Gezio Calini hanno saputo creare, seppur con tutte le difficoltà del caso, una comunità nella comunità. “Spero che la sinergia messa in atto – sono parole di Marco Trivelli – possa essere la base sulla quale costruire la cura di domani a Brescia. Se non ci fosse stata questa collaborazione non avremmo potuto accogliere tutti pazienti che si sono presentati ai rispettivi pronto soccorso. È mia convinzione che chi si prende cura degli altri è sempre alleato”.

Il Centro pastorale Paolo VI è il simbolo della sfida vinta dagli ospedali bresciani contro il Covid 19. Ne è convinto Alessandro Triboldi: “E’ stato possibile ottenere questo risultato – ha sottolineato – perché si è saputo lavorare insieme. L’ospitalità realizzata in questa struttura è l’aspetto più evidente della collaborazione. Ma l’esperienza di questa sinergia è composta da tanti singoli episodi che hanno portato a un confronto immediato e diretto. Quando si era in difficoltà c’era sempre qualcuno pronto a tendere la mano. Il sistema Brescia ha funzionato. La generosità è stata opportunamente ed efficacemente indirizzata”. Del resto l’accoglienza messa in atto in via Gezio Calini ha permesso di dimettere tante persone, non clinicamente guarite, liberando posti letto fondamentali per salvare altre vite. Su questo tasto spinge anche Bresciani, ricordando come la proposta sia arrivata nel peggior periodo del picco epidemico: “Abbiamo portato qui qualche decina di pazienti ed è un risultato incredibile considerato che il problema fondamentale era la mancanza di posti letto. Grazie a questo progetto abbiamo potuto curare pazienti in fase acuta che altrimenti non avrebbero trovato altra soluzione al proprio caso”.

La spiritualità e la psichiatria

La dimensione spirituale nell’accompagnamento alla malattia. Una ricerca condotta dal Fatebenefratelli. Fra Dario Vermi: “Questo farmaco endogeno diventa importantissimo, va solamente fatto emergere”

Quanto la dimensione spirituale può avere un valore per la terapia psichiatrica e psicologica? Questo è l’oggetto di una ricerca condotta dal Fatebenefratelli, da sempre al servizio del malato non solo attraverso la struttura bresciana dei Pilastroni, ma con la vicinanza umana e spirituale che contraddistingue il carisma dell’ordine.

Fra Dario Vermi, priore del Fatebenefratelli, non ha dubbi: “Si parla spesso di cura olistica della persona, è arrivato il momento di dimostrare quanto la spiritualità diventi un punto di forza, qualcosa di necessario perché la persona possa, attraverso questa risorsa interiore che già ha, ritrovare sé stessa e un esperienza di benessere”. “Noi cristiani affermiamo continuamente quanto la spiritualità sia importante, doni gioia e benessere – continua fra Dario – però di fatto continuiamo a curare attraverso la farmacologia e psicoterapia, che sono importanti ovviamente, ma questo farmaco endogeno che è la nostra spiritualità diventa importantissimo, perché è gratis e va solamente fatto emergere”. Il progetto di ricerca è stato condotto attraverso la somministrazione di un questionario che ha coinvolto ospiti del Fatebenefratelli nel corso degli ultimi 3 anni e che analizzava l’utilizzo della spiritualità come strumento di risposta durante la malattia. “L’idea nasce da una necessità importante: parlare della spiritualità da un punto di vista quantitativo – spiega Magda V. Yepes Martinez, psicologa ricercatrice del Centro – il periodo di raccolta dei dati è stato lungo e ha coinvolto 4 strutture del Fatebenefratelli. Non è un aspetto abituale parlare di spiritualità in psichiatria”.

La letteratura del settore evidenzia alcuni ruoli della religiosità nell’ambito della salute mentale, sia positivi che negativi, in particolare per quanto riguarda il supporto sociale della religione. Un ruolo importante della spiritualità è stato individuato anche nell’ambito della resilienza, cioè nella capacità di reagire a situazioni di grande sofferenza. La tesi è quella che le persone che hanno una più alta frequenza di atteggiamenti religiosi positivi hanno una maggiore facilità di affrontare i sintomi negativi delle malattie, come la depressione, ma fino ad oggi mancavano dei dati italiani. Arianna Alquati è un tecnico della riabilitazione psichiatrica al Fatebenefratelli, impegnata in prima linea nel progetto: “Mi sono occupata della dimensione del coping (strumento per gestire le situazioni stressanti e allontanare gli esiti di queste situazioni dalle persone). Il coping religioso, positivo o negativo, si rifà a delle azioni sacre proprie di ogni religione. Il feedback bresciano è sostanzialmente quello di un coping positivo, ossia attraverso pensieri e azioni come la preghiera o l’ascolto di musica sacra i malati possono avere un beneficio”. La ricerca non indaga la ricaduta positiva sulla salute del paziente, ma mira a fornire la psichiatria di uno strumento validato per condurre future ricerche. Il questionario è servito a comprendere meglio cosa siano le dimensioni spirituali, come valutarle e come si potrebbero applicare nella pratica clinica. Il futuro è avere una visione del paziente ancor più globale con dati che possano aiutare i clinici ad avere un approccio ancor più personale e personalizzato con il paziente.

Cappellania “San Riccardo Pampuri” – Ospedale di Leno

Servizio in cappella dell’ospedale

Mercoledì
Ore 16.45: adorazione e S. Rosario
Ore 17.15: Santa Messa

Domenica
Ore 08.45:     Santo Rosario
Ore 09.15:    Santa Messa
NB. Dopo la S. Messa viene portata l’Eucaristia a chi NON può partecipare alla S. Messa.

I Ministri Straordinari della Comunione Eucaristica sono:

  • Sig. Silvia Massetti
  • Sig. Gabriella Campana
  • Sig. Demi Compiani

Visite ai reparti

Martedì
ore 16.30: RIABILITAZIONE 2

Giovedì
ore 15.00: PSICHIATRIA

Venerdì
ore 16.30: RIABILITAZIONE 1

Assistenza spirituale

Confessioni: su richiesta.

Pensiero spirituale: recapitato settimanalmente nei reparti e a Casa Garda.

Unzione degli infermi per ammalati e anziani: su richiesta e annualmente comunitaria, nella festa dell’ammalato (11 febbraio)

Visita del sacerdote:

  • nei reparti dell’ospedale: vedi sopra;
  • a domicilio: da parte dei sacerdoti nelle zone loro affidate:
    monsignore: zona Paolo VI, S. Pietro, S. Scolastica;
    don Davide: S. Famiglia;
    don Riccardo: S. Anna, S. Benedetto;
    don Ciro: San Giuseppe, San Paolo, Ss. Nazaro e Celso; Milzanello;
    don Alberto: S. Crocifissa; Porzano.
  • a casa garda: ogni giovedì alle ore 16.00:  S. Messa.

Sacramento dell’unzione degli ammalati e anziani

Cos’è?

É un sacramento non più inteso come “estrema” unzione, ma come aiuto spirituale  che conferisce alla persona malata e/o anziana la grazia dello Spirito Santo. Tutta la persona ne riceve aiuto per la sua salute fisica e spirituale, si sente rinfrancata dalla fiducia in Dio e ottiene forze nuove contro le tentazioni del maligno.

La persona che lo riceve può, così, non solo sopportare validamente il male, ma combatterlo e conseguire, se Dio vuole, anche la salute fisica insieme a quella spirituale. Questo sacramento dona il perdono dei peccati e l’indulgenza plenaria.

Chi può riceverlo?

  • Ogni persona gravemente ammalata.
  • Ogni persona che deve subire un intervento importante.
  • Ogni persona in età avanzata.

Quante volte lo si può ricevere?

Si può ricevere sovente, secondo il bisogno.

Il sacramento della penitenza o riconciliazione

Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con Lui. Nello stesso tempo attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa; ciò che si realizza pienamente nella celebrazione del sacramento della Penitenza o Riconciliazione.

La confessione dei peccati, anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, specialmente ed essenzialmente dei peccati mortali, il cristiano guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole, se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa.

Sebbene non sia strettamente necessaria la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarsi guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito.

Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come Lui.

(Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica).

La Santa Comunione Eucaristica

La comunione eucaristica accresce la nostra unione con Cristo. Ricevere l’Eucaristia nella Comunione reca come frutto principale l’unione intima con Cristo Gesù. Il Signore, infatti, dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56) .La vita in Cristo ha il suo fondamento nel banchetto eucaristico (la Santa Messa). “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57).

Ciò che l’alimento materiale produce nella nostra vita fisica, a Comunione eucaristica lo realizza in modo mirabile nella nostra vita spirituale.

La Comunione alla Carne del Cristo risorto, “vivificata dallo Spirito Santo”, conserva accresce e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo.

La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla comunione Eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio terreno, fino al momento della morte, quando ci sarà dato come viatico.

(Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica).

Gruppo S. Monica – S. Luigi Martin

(per persone rimaste vedove)
Incontro mensile di supporto e condivisione per persone che stanno sperimentando nella loro vita la perdita di una persona cara e significativa. Facendo un cammino in compagnia di altri nella stessa situazione si riesce meglio ad “assimilare” e “gestire” la perdita.

É un cammino nel tentativo di uscire dalla “giungla” in cui ci si è trovati. Ci sono tanti “pregiudizi” sulla vedovanza. Il trovarsi “assieme” con persone che stanno facendo lo stesso cammino, con le quali ci si capisce, infonde maggior coraggio e lenisce la solitudine.

Ognuno può fare il cammino secondo il suo passo, senza fretta, sentirsi giudicati, criticati o affrettati. Viene rispettata la “privacy” nel gruppo e del gruppo.