Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto

Omelia del Vescovo Luciano Monari per le ordinazioni presbiterali – Cattedrale, 10 giugno 2017

L’autorivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”; poi la missione del Figlio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”; e infine la comunione dello Spirito Santo che unisce i credenti nella santità dell’amore. Così le tre letture di oggi articolano la presentazione del mistero trinitario. Di questo mistero il presbitero è chiamato a essere testimone nel mondo di oggi con le parole e con la vita. Il mondo degli uomini può trovare il suo equilibrio e una sorgente inesauribile di energia spirituale solo rimanendo aperto a Dio creatore da cui riceve l’esistenza; solo accogliendo sempre di nuovo il dono della riconciliazione in Cristo; solo lasciandosi plasmare nella comunione dall’energia interiore dello Spirito Santo. Insomma, il mondo, ne siamo convinti, ha bisogno di Dio.

È sulla base di questa convinzione che ha un senso la vocazione cristiana e, all’interno della vocazione cristiana, il servizio presbiterale. Scriveva il teologo Ratzinger: “Non si è cristiani perché soltanto i cristiani arrivano alla salvezza, ma si è cristiani perché la diaconia cristiana ha senso ed è necessaria per la storia.” E ancora: “Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto. Egli crede in Cristo, crede quindi nel futuro del mondo, non solo nel proprio futuro.” Abbiamo a cuore la causa del mondo, il futuro dell’uomo in tutte le sue dimensioni; vorremmo, come scrive papa Francesco “prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo”; vorremmo che il nostro passaggio nel mondo lasciasse qualche segno di bontà e di speranza. Per questo facciamo i preti. L’affermazione può sembrare paradossale; fare il prete significa concretamente servire qualche centinaio di persone offrendo loro la predicazione del vangelo di Gesù, la celebrazione del battesimo, dell’eucaristia, della riconciliazione. Possiamo immaginare di cambiare il mondo con questi piccolissimi gesti? Sì, lo possiamo. Quando predichiamo il vangelo allarghiamo l’orizzonte di pensiero delle persone in modo che le loro scelte non siano meschinamente ristrette al benessere materiale, ma sappiano aprirsi alla generosità rischiosa del dono, sappiano assumersi responsabilità per il bene degli altri e delle generazioni future. Quando celebriamo l’eucaristia diamo al mondo un centro ricco di significato in modo che attività, creazioni, progetti degli uomini non si disperdano in direzioni casuali, ma si raccordino per l’edificazione di una umanità fraterna, per l’edificazione del corpo di Cristo. Questo, infatti, è il senso del mondo materiale: assumere nella sua interezza la forma che è stata quella della vita di Gesù – vita terrena, perfettamente umana, ma animata dallo Spirito Santo e quindi pienamente divina.

La speranza della vita eterna invera e sigilla tutto questo. “Quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli.” Ma la via eterna ci verrà donata solo se la vita terrena ne sarà stata degna. Proprio perché siamo i testimoni della vita eterna siamo nello stesso tempo impegnati a trasformare la vita terrena in modo che il Cristo risorto “sia il primogenito di una moltitudine di fratelli.” Chi ci considera superati, non può però considerare superato quello stile di vita oblativo che annunciamo e che cerchiamo di vivere.

Vorremmo essere testimoni di quel Dio che si è presentato “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà.” Sembra una fisionomia contraddittoria: misericordia e ira, una accanto all’altra. È possibile? Anzitutto bisogna notare che Dio è ‘ricco’ di misericordia mentre è solo ‘lento’ all’ira; dunque misericordia e ira non sono messe sullo stesso piano come due possibilità equivalenti. La misericordia dipende da ciò che Dio è; l’ira è conseguenza del male che l’uomo fa. Dio è ricco di misericordia perché è Dio, ma reagisce con l’ira a ogni ingiustizia e falsità e oppressione. Ma qui ci troviamo davanti a una rivelazione davvero sorprendente: come Dio combatte il male del mondo? Come si manifesta la sua ira? “Dio ha tanto amato il mondo – il mondo peccatore e destinato alla rovina a motivo del peccato – da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” Dio, dunque, non combatte il male con l’uso irresistibile della sua onnipotenza, ma con la forza illimitata del suo amore. Questo significa il dono di Gesù, la sua morte in croce; la croce è il segno dell’amore di Dio nel momento stesso in cui pronuncia il giudizio di Dio sul mondo e su ogni ingiustizia del mondo. Qualcuno può obiettare che le parole sono belle ma la realtà rimane dura; che la croce sembra aver risolto poco: le ingiustizie che c’erano ci sono ancora e non s’intravede la loro scomparsa; anzi la violenza sembra servirsi di strumenti sempre più sofisticati e letali. Rimane però vero che la croce di Gesù ha suscitato nei secoli e continua a suscitare patrimoni infiniti di amore, di dedizione, di carità, di servizio. Bene; noi siamo preti perché questi effetti continuino e possibilmente si dilatino in forme sempre nuove ma con il medesimo fuoco d’amore, con il medesimo Spirito.

Dicendo questo ho già detto anche lo stile col quale possiamo svolgere il nostro ministero di preti, lo stile che dobbiamo imparare da Dio stesso, da Gesù. In concreto: annunciate la misericordia di Dio, sempre e comunque; combattete il male con un amore più grande; tenete davanti agli occhi la croce di Cristo. Non lasciatevi condizionare; non valutate il ministero col metro della carriera mondana. Se usate questo metro, sarete e rimarrete irrilevanti: i titoli d’onore – canonico, monsignore, eccellenza, eminenza – sono fumo; le responsabilità – parroco, curato, vescovo – sono servizi da assumere quando servono, da lasciare con libertà quando non servono più o quando altri possono svolgerli con migliori energie. I giudizi del mondo – anche i giudizi dell’opinione pubblica presbiterale – sono stoltezza agli occhi di Dio mentre la parola della croce è sapienza e forza. Non lasciatevi impelagare nella palude mefitica dei confronti. Già dal punto di vista della saggezza umana è possibile apprezzare l’arietta del Metastasio che abbiamo imparato a scuola: “Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in volto scritto, / quanti mai che invidia fanno / ci farebbero pietà.” Ma soprattutto dal punto di vista della sapienza divina ogni confronto con gli altri è sciocco; valgono le parole di Paolo: “A me poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore!” Su questa terra abbiamo da vivere alcuni anni; una comodità in più o in meno non cambia molto, un titolo in più o in meno lo stesso.

Meglio ascoltare l’esortazione di Paolo: “siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.” L’invito: ‘tendete alla perfezione’ implica una serie infinita di cose. ‘Non tendete alla comodità; non tendete ai posti d’onore; non attaccatevi ai soldi; non cercate di dominare sugli altri…’ Se la perfezione, cioè la crescita nell’amore di Dio e del prossimo, diventa davvero l’interesse dominante della nostra vita, le conseguenze si riconoscono in tanti gli ambiti d’esperienza. Si diventa anzitutto più gioiosi; non è difficile riconoscere dietro a tante critiche amare un sottofondo di tristezza che impedisce di apprezzare le cose belle della vita: la bellezza della natura e le meraviglie dell’amore umano, le forme infinite della cultura e la sicurezza garantita dalla vita sociale. Ma al di là di tutto questo c’è una gioia che il mondo non conosce e non può dare perché viene solo da Dio e dal suo amore. Cito dal diario di un prete, parroco in una parrocchia particolarmente difficile (giorno di Natale dell’anno 1949): “Sacrifici, incomprensioni, fallimenti, umiliazioni di ogni genere per gli insuccessi non mancano mai… Sono talmente assuefatto a questo, che diffido di una iniziativa che proceda bene! Tiro avanti, tutto tentando, disposto a veder crollare tutto, fiducioso solo nella Grazia del Signore. Quando scoccherà l’ora, s’aprirà il cuore di tante anime e si fonderà il regno di Dio. Se anche il Signore ci vuole adoperare solo come uomini di fatica… siamo lieti di fare la sua volontà.” C’è una misteriosa gioia nell’essere e riconoscersi solo uomini di fatica. Ciò non significa che sia facile; per questo Paolo aggiunge: “fatevi coraggio a vicenda”, sostenetevi nei momenti di bassa pressione, quando piogge e tempeste minacciano d’intristire e d’impaurire. Abbiate gli stessi sentimenti e cioè: andate d’accordo; non lasciatevi allontanare dagli altri da sentimenti di gelosia o d’invidia; “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sia con voi.”

S.E. Luciano Monari