Il mio Sì. Il nostro Sì!

Visto che ho la certezza assoluta che nella vita ciò che conta è solo amare, perché amo così poco? Perché, almeno da questo momento, non mi butto allo sbaraglio nel fuoco dell’amore, per rimanere lì a bruciare fino a consumazione totale? … Con l’aiuto di Dio sento, so che posso ancora imparare ad amare.

Annalena Tonelli, 25 Dicembre 1995

In uno dei biglietti augurali che ho ricevuto per l’ordinazione diaconale celebrata il 21 settembre, un caro amico mi ha Scritto la precedente citazione. Oltre alla gratitudine per la scoperta della storia della missionaria cattolica Annalena, al servizio in Africa per trentatré anni e uccisa nel 2003 da un commando armato nel centro assistenziale che dirigeva in Somalia, sono grato perché questo amico ha sintetizzato un sentimento che spesso ho sentito e sento abitare il mio cuore. I miei tanti limiti che sperimento nel cammino non spengono il desiderio di continuare l’apprendistato al servizio del popolo di Dio. Mi accorgo di quante cose sono cambiate negli anni, specialmente da quando ho intrapreso il seminario, ma questo motivo di fondo rimane: “so che posso ancora imparare ad amare”.

Due giorni fa il vescovo ha imposto le sue mani sul nostro capo, e con il dono dello Spirito ha ordinato diaconi me e altri tre amici. Diaconi prima del sacerdozio, ha ricordato Il vescovo Pierantonio, perché il pastore prima di tutto si mette al servizio prendendo esempio da Gesù: “il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) (Dove per molti si intendono le moltitudini).

Il Sì che abbiamo ripetuto a Dio davanti al Vescovo, mi son reso conto in questi giorni, vibrava della mia voce unita alle molteplici tonalità di voce di tutti quei Sì che ho incontrato lungo il mio cammino. Primo quello dei miei genitori, dedicato a crescermi con amore, quello degli amici e dei fratelli che mi hanno preceduto in scelte di vita e per la vita. Il Sì di santi sacerdoti e formatori che ho incontrato e mi hanno testimoniato l’amore fedele e gratuito di Gesù. Il Sì di persone che con semplicità, nel quotidiano, hanno saputo compiere bene la loro missione per la comunità, in modo particolare per la cura dei malati, dei disabili, dei poveri, di coloro che stavano perdendo speranza. Il sì di donne che hanno donato la loro vita a Cristo e alla sua Chiesa con gioia. Il sì di famiglie aperte alla vita e all’accoglienza. Il sì di coloro che si impegnano per la vita pubblica, per l’educazione e la salute con carisma cristiano. Potrei proseguire con un lungo elenco, ma semplicemente vorrei dire che tutto ciò ha contribuito a desiderare di voler rispondere anch’io alla chiamata all’amore che il Signore ha messo nel mio cuore, dicendo il mio Sì e riconoscendo che questo amore viene da Lui.

Domenica 22 settembre ho battezzato per la prima volta 11 bambini. Tra i pianti e i gemiti dei piccoli ho sentito risuonare i Sì dei genitori e dei padrini e delle madrine che desiderano per questi nuovi cristiani una vita come figli di Dio e quindi educare e testimoniare loro che essere Cristiani è bello perché si è nel cuore del Padre e non c’è mancanza che possa impedire a Dio di amarci. Anche questi sì mi scaldano il cuore e incoraggiano a proseguire il mio cammino verso il sacerdozio, che a Dio piacendo, sarà a giugno 2020. 

Ringrazio la comunità per la preghiera con cui mi ha accompagnato e chiedo di continuare a ricordarmi al Signore.

Nicola

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Ordinazione diaconale di Nicola Mossi

Fratel Luigi Bofelli discepolo del Divin Maestro

Cinquantesimo di professione religiosa nella Pia Società San Paolo

Partito da Porzano a 14 anni, nell’agosto del 1964, viene accolto nella casa di Roma dalla congregazione della Pia Società San Paolo.

Nell’Aprile 1967 riceve la Vestizione, nel dicembre del 1969 emette la Professione religiosa e nel 1975 conferma i voti perpetui.

Il 7 dicembre 1978 parte in missione per l’Africa a Kinshasa-Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), dove rimane per 35 anni. Nel 2014 rientra a Roma nella casa Generalizia e nel febbraio del 2915 viene eletto Consigliere Generale della Congregazione.

Il 29 giugno 2019 insieme ai confratelli e sorelle della famiglia Paolina ha rinnovato i voti e festeggiato il cinquantesimo di professione religiosa attorniato anche da alcuni famigliari.

Un momento di gioia e di festa, un’importante occasione per confermare di nuovo la volontà di dedicare la propria vita a Dio. Un “Sì” che in questi cinquant’anni è stato rinnovato giorno dopo giorno, non senza difficoltà e sacrifici, ma con la felicità che accompagna la vita di chi sa di aver intrapreso la strada “giusta”, di aver risposto alla “chiamata” e di aver avuto il coraggio di tener fede alla propria vocazione.

Era il Marco di tutti

Classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, don Marco Bianchetti ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, in Seminario Minore e diacono a Marone

Anche la musica può essere un mezzo per raggiungere Dio. E Marco Bianchetti, classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, lo sa bene. È stato infatti studente di piano, organo e canto per 17 anni. Il Signore, però, aveva per lui disegni diversi, aveva previsto note ben più alte rispetto a quelle che Marco era abituato a suonare. Il suo destino era un altro e, infatti, l’8 giugno è stato ordinato sacerdote in Cattedrale a Brescia. Negli anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, come educatore in Seminario Minore e diacono a Marone. La sua, come ha raccontato mamma Angela, intervistata in queste pagine, è una spiritualità innata: “Ci sono vari generi musicali, vari campi in cui spaziare, ma Marco prediligeva sempre quella sacra”. La chiamata del Signore era talmente forte che, sin dalla giovanissima età, aveva espresso il desiderio di entrare in Seminario, cosa che avverrà al termine delle superiori come in accordo con mamma Angela e papà Silvano, certamente stupiti da una vocazione così precoce. “Il Signore ci ha chiamato a essere tuoi genitori – era questo il loro pensiero – , solo imparando a conoscere l’amore della famiglia potrai imparare ad amare una famiglia più grande, come quella che può essere una parrocchia”. Da bravi educatori, i genitori di Marco gli chiesero di attendere l’età adulta, così da poter prendere una decisione consapevole: “Lo abbiamo accompagnato nel migliore dei modi, affinché, dopo diverse esperienze, potesse scegliere”.

Nel cammino di discernimento il tessuto familiare è stato quindi fondamentale, così come lo è stato l’accompagnamento costante dei genitori, sino alle superiori quando, terminati gli studi classici, ha deciso di intraprendere la strada del sacerdozio. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”. È con queste parole tratte dal libro di Geremia che mamma Angela ha scelto di salutare una delle giornate più significative del figlio, quella dell’ordinazione sacerdotale. “Ci siamo sentiti sempre accompagnati dalla comunità – sottolinea – , sin da quando faceva il chierichetto. Era come se fosse il figlio spirituale di tutti, era il Marco di tutti”. Così, grazie anche alla presenza dei genitori, la sua vocazione è maturata negli anni: “Mi sentivo – ricorda – attratto dalla figura di Cristo, dai suoi insegnamenti e, al tempo stesso, avevo la consapevolezza di aver ricevuto tanto sia in termini di qualità umane sia in termini di carismi. Vedevo che il modo migliore di utilizzare questi carismi era di mettermi al servizio della Chiesa. La mia vocazione è stata accresciuta da tante esperienze. Poi, terminate le superiori, era il 2012, sono entrato in seminario”.

Anche gli studi hanno avuto un ruolo non secondario nel suo cammino: “Ho frequentato l’asilo dalle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria, poi le medie dai salesiani a Chiari e le superiori dai carmelitani ad Adro. È stato un percorso educativo che ha arricchito anche la mia spiritualità, fornendomi una maggiore consapevolezza nel mio cammino di fede. Queste esperienze mi hanno portato a impegnarmi maggiormente nella preghiera, nel rivolgermi al Signore. Non sarebbe stato possibile, però, senza la presenza della mia famiglia, sempre molto presente. La fede autentica che ho sempre respirato a casa ha favorito una crescita più serena della mia fede. Del resto, nel mio cammino, mi sono sempre sentito accompagnato da tante persone”.

“Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri” diceva San Giovanni Bosco rivolgendosi ai suoi giovani. Ed è proprio al sacerdote di Castelnuovo d’Asti che don Marco guarda quando pensa a una figura cara: “La mia spiritualità è prevalentemente salesiana – spiega – fondata sulla gioia e sull’aspetto educativo dei più piccoli, sull’attenzione a chi è più debole. È una religiosità che mette in atto i propri carismi, una spiritualità della presenza, come diceva don Bosco ‘della ragionevolezza’ e ‘dell’amorevolezza’, le caratteristiche fondamentali di un educatore”.

La grande famiglia salesiana gli ha permesso di provare in concreto l’esperienza dell’educatore, l’altra sua grande passione: “I campi scuola salesiani, durante l’estate, nel periodo delle superiori, sono stati fondamentali come momento di crescita del carisma educativo. Durante l’anno non avevo occasione di mettermi alla prova come educatore a causa dello studio assiduo che occupava gran parte del mio tempo. Sono state esperienze molto stimolanti sia per ciò che riguarda la fede sia in termini di entusiasmo educativo offertomi da altri giovani che come me svolgevano lo stesso servizio”. Durante gli anni delle superiori molto spesso la fede di un ragazzo viene messa alla prova: “Io posso dire di essere stato fortunato proprio a fronte delle esperienze di fede e condivisione vissute, in particolare con i salesiani”.

Come è ovvio che sia, sono stati diversi i sacerdoti che hanno influito sul suo percorso: “I sacerdoti che ho conosciuto in parrocchia hanno svolto un ruolo primario nel mio percorso vocazionale. Uno dei primi, don Fausto Gheza, mi ha insegnato a suonare il pianoforte a 5 anni, accompagnando il mio percorso nel mondo della musica fino alle medie. Non posso non ricordare mons. Gaetano Fontana, oggi Vicario del Vescovo, che ha lasciato un segno indelebile nella comunità parrocchiale per le sue qualità umane. Ricordo con affetto i tanti salesiani incontrati nei tre anni di scuole medie a Chiari, tra i quali don Bruno e don Cesare. A loro devo il mio impegno come educatore estivo nella casa salesiana di Cagliari”. Fra le attenzioni pastorali che don Marco vorrebbe approfondire figura, ovviamente, quella educativa: “Oggi non basta essere degli educatori. La presenza costante – come nello stile di don Bosco – caratterizzata da amorevolezza e ragionevolezza è fondamentale. Parlo soprattutto dell’attenzione che si deve a ogni singolo studente. Don Bosco diceva ‘Ama quello che amano i giovani’. L’aspetto educativo è quello più urgente nella società odierna. L’emergenza educativa è palese, anche guardando a come è impostato l’insegnamento. Si pensa tanto al gruppo, ma si perdono le singole situazioni. L’interessamento alle problematiche dei giovani, come ai loro interessi, deve essere costante”.

A pochi giorni dal pronunciamento del suo “per sempre”, i sentimenti che lo pervadevano erano ambivalenti, come sempre accade quando si compie un importante passo: “Da un lato c’è un grande entusiasmo, dall’altro, come è giusto che sia, non lo nascondo, qualche preoccupazione c’è. Le parrocchie sono realtà molto grandi da gestire, ma sono certo che troverò degli ottimi collaboratori”.

Ma tu perché sei così sordo?

Da una provocazione ha preso avvio il discernimento. Classe 1990, don Matteo Ceresa, originario di Ciliverghe, ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato-Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Sabato 8 è stato ordinato dal vescovo Pierantonio

Durante l’esistenza di ognuno di noi, durante il cammino, capita che qualcuno ti ponga una domanda che non ti aspettavi, un interrogativo che ti spinge a rivedere tutto ciò in cui avevi creduto, aprendoti nuovi orizzonti. È quanto è accaduto al 29enne Matteo Ceresa. Ha compiuto gli anni il 16 maggio scorso e l’8 giugno è stato consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia dal vescovo Tremolada. In questi anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato e Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Per andare alle radici della sua vocazione bisogna, però, fare un passo indietro, a quando era piccolo e faceva il chierichetto in parrocchia, a Ciliverghe.

Domanda. “L’idea di diventare sacerdote è nata in me molto presto, sin da bambino. Crescendo, il tutto matura e si trasforma. Durante l’adolescenza, infatti, l’idea si era affievolita fino a quando un sacerdote, il mio parroco di allora, don Francesco Zaniboni, mi ha sollecitato. Non avevo mai parlato del mio desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, però, quando avevo 16 anni, il parroco venne da me chiedendomi: ‘Ma tu perché sei così sordo?’. Di primo acchito sembrava una frase buttata lì. Poi, con il tempo, ne ho compreso appieno il significato e oggi la custodisco nel cuore. È stata una provocazione che mi ha aperto un mondo. Capii che il Signore, tramite il sacerdote, tramite le sue parole, mi stava dicendo qualcosa. Ho iniziato così a interrogarmi sul perché di questa sordità. Perché non riuscivo a percepire la parola del Signore?”.

Discernimento. Da qui ha preso avvio il suo cammino di discernimento, caratterizzato da studi costanti. “Ho quindi iniziato a mettermi in ascolto, frequentando maggiormente l’oratorio, anche attraverso le letture, lo studio. Mi sono orientato verso Scienze religiose. Ho frequentato il triennio in Cattolica. Anche questo percorso mi ha aiutato a intraprendere la strada del sacerdozio”. Era il 22 settembre 2013. Dopo la maturità allo scientifico, Matteo voleva entrare in Seminario. Intanto svolgeva diverse attività, era impegnato in parrocchia come catechista, come educatore e animatore al Grest, ma la sua decisione aveva spiazzato un po’ i genitori. Oggi, a distanza di anni, ammette: “Sia io che loro non eravamo molto maturi per questo passo. Da qui la scelta di frequentare il triennio di Scienze religiose. Nel frattempo ho avuto la possibilità di insegnare religione, facendo qualche supplenza. È stata una bella esperienza”. Del resto il mondo della scuola “permette di incontrare i ragazzi in una modalità differente rispetto a quella degli oratori, delle parrocchie. Avendo fatto Scienze religiose, dopo l’anno di propedeutica, sono entrato in seconda teologia dove ho incontrato i miei attuali compagni”.

La sorella. Del periodo precedente l’ingresso in Seminario, la sorella di Matteo, Chiara, ha un ricordo nitido, nonostante la giovane età: “Quella notizia stravolse, in positivo, la nostra famiglia e con il passare del tempo ho compreso il valore di quella decisione, ciò che comportava, ciò che significava per lui. Ho visto la luce nei suoi occhi. L’ho visto sereno nella sua scelta”. Alla mente di Chiara riaffiorano i ricordi, i momenti in cui Matteo, dopo le superiori, era chiamato, come tutti i suoi coetanei, a fare una scelta, incalzato dai genitori. “Lui rimaneva sempre sul vago. Poi a maggio, frequentava l’ultimo anno delle superiori, comunicò la sua scelta di frequentare Scienze religiose alla Cattolica, un percorso che lo ha aiutato anche nel discernimento”. Il fratello delineato da Chiara è “un ragazzo che è stato sempre amato dalle comunità che lo hanno accolto, sa farsi voler bene”. Qual è l’augurio che una ragazza può fare a un fratello che si appresta a diventare sacerdote? “Gli sono sempre stata vicina, anche se la mia era una presenza silenziosa, del resto Matteo è talvolta introverso. Con il tempo ho imparato cosa significhi donare un fratello al Signore. Cosa significhi avere un fratello sacerdote non lo so ancora. Sicuramente, per lui come penso accada a tutti, non sarà semplice, ma la serenità che ho sempre visto nei suoi occhi mi rende tranquilla”.

San Filippo Neri. Un affetto particolare don Matteo lo riserva a un santo che fin da piccolo aveva preso in simpatia, San Filippo Neri: “Non è certamente una figura contemporanea, ma il suo messaggio è più che mai attuale. Lo porto nel cuore per il suo carisma, la gioia, il saper vivere la quotidianità con la serenità che viene dal Signore. È un santo che mi ha accompagnato nel mio cammino. È a San Filippo Neri che guardo quando penso a come vorrei essere prete. Magari potessi essere come lui”. C’è una frase di San Filippo, in particolare, che ha sempre colpito l’attenzione di don Matteo: “Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi”. È questo ciò che San Filippo ripeteva ai suoi ragazzi: “Anche a me piacerebbe ‘buttarmi in Dio’, darmi tutto a Dio. Spero che con la sua intercessione e la sua simpatia tutto questo si possa avverare”. Lungo il cammino sulla strada del sacerdozio sono state diverse le testimonianze che hanno influito sulla sua formazione, su tutte quelle dei sacerdoti della sua parrocchia.

Sacerdoti di riferimento. “Ricordo con piacere il parroco della mia infanzia, don Luigi Bogarelli, oggi a Sale Marasino, una figura che mi ha aiutato a comprendere la bellezza del servizio. Non ero molto impegnato. Facevo il chierichetto. La frequentazione dell’oratorio si è fatta assidua durante l’adolescenza. L’attenzione e la cura che caratterizzavano l’operato di questi sacerdoti, il senso della preghiera, la vicinanza a noi più piccoli, mi hanno aiutato a crescere con uno spirito di raccoglimento, maturato poi in una vocazione. La vita del sacerdote che vedevo rispecchiata in loro mi ha fornito una testimonianza gioiosa. Soprattutto vedevo in loro la disponibilità a essere al fianco di tutti. È questa l’immagine del sacerdote che porto nel cuore: il prete come uomo capace di essere vicino a tutti, dai bambini agli anziani”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto della vita in parrocchia, uno, in particolare, ha attirato la sua attenzione: “Ricordo i miei coetanei che andavano in discoteca e, al ritorno, presto o tardi che fosse, trovavano sempre il don ad aspettarli, anche se il bar dell’oratorio era chiuso. La figura del sacerdote, la sua rilevanza, era centrale nelle nostre vite di adolescenti, come se fosse uno di casa”. Chi si trova a conversare con don Matteo non può non cogliere lo spiccato spirito comunitario che lo contraddistingue: “Mi mancherà sicuramente la dimensione del Seminario. Per i miei coetanei, la possibilità di vivere in una comunità, come la viviamo noi qui, potrebbe essere una grande esperienza. Dai propri fratelli, dalle esperienze condivise, si può imparare molto”.

“Per sempre”. Don Matteo ha pronunciato il suo “per sempre” e, nell’attesa, è fondamentalmente stato uno il sentimento che lo ha animato, la tranquillità che deriva dal Signore. Un passo delle Sacre Scritture, in particolare, lo ha spinto a interrogarsi: “Sicuramente sento in me del tremore. È inevitabile, ma mi sto preparando accompagnato da una grande serenità. In questo periodo c’è una frase del Vangelo che mi interroga spesso. È l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato dall’Evangelista Giovanni. L’apostolo Andrea, davanti alla pochezza dei 5 pani e i due pesci, si chiede: ma cos’è questo per tanta gente? È una domanda che vedo riflessa in me. Mi chiedo cosa rappresento per gli altri. Cosa sarò per le tante persone che sarò chiamato a servire? Da solo non sono niente. Ho la consapevolezza che mettendo quel poco che sono nelle mani del Signore, Lui saprà trasformare la mia pochezza – con tutti i difetti e le inadeguatezze – in un’abbondanza che porterà veramente frutto”.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

Il Signore vuole fare cose meravigliose

Classe 1993, di Provaglio d’Iseo, don Nicola Ghitti ha prestato servizio a Zanano, Castegnato, in Seminario minore, a Roè Volciano e a Quinzano d’Oglio. Sabato 8 giugno è stato ordinato sacerdote dal vescovo Pierantonio

Un’infanzia felice vissuta fra la scuola e la parrocchia di Provaglio d’Iseo, dove ha fatto il chierichetto, l’incontro con l’Azione Cattolica dei ragazzi e una curiosità smisurata nei confronti del mondo del seminario. È con queste premesse che don Nicola Ghitti, nato a Brescia l’11 marzo 1993, ha pronunciato il suo “per sempre”, sabato 8 giugno in Cattedrale.

Il cammino di discernimento l’ha portato a varcare la soglia del seminario nel 2012. Da allora, ha prestato servizio in diverse realtà: Zanano, Castegnato, Prefetto in Seminario Minore, Roè Volciano e diacono a Quinzano d’Oglio. Il percorso di maturazione che lo ha portato a fare il suo ingresso in Seminario è stato “lineare”, “un’idea maturata nel tempo”. Comunicare la decisione ai genitori, però, non è stato facile. Sin dalla giovane età aveva esplicitato il suo desiderio: “Sapevo – ha sottolineato – che non erano molto d’accordo. All’epoca dovevo iniziare la prima superiore. Proseguii, però, a coltivare la mia vocazione continuando a fare il chierichetto, frequentando l’Acr”. Negli anni il percorso di discernimento proseguiva, nel ruolo di ministrante: “Facevo ancora il chierichetto e spesso mi chiedevo se fosse questo quello che il Signore voleva da me: trasformare il piccolo servizio nel significato di tutta una vita”. Terminate le superiori, il Liceo scientifico Antonietti a Iseo, ha potuto coronare il sogno di entrare in seminario. La ritrosia iniziale di mamma e papà, con il tempo, era infatti andata trasformandosi: “Anche nei miei genitori – ricorda – era maturata la volontà di lasciarmi libero di scegliere. Del resto è bastata la pazienza. La mia vocazione è stata l’occasione, anche per loro, di intraprendere un cammino di fede”. Perché a nostro figlio viene in mente una scelta simile? Cosa può esserci di così forte e attrattivo? Erano queste le domande che albergavano in loro. “Si sono quindi messi un po’ in discussione, riavvicinandosi alla fede. Oggi sono entusiasti della mia scelta”.

Cosa lo attraeva della vita sacerdotale? “Ero in seconda media – racconta – e durante un campo scuola per chierichetti, un sacerdote, don Daniele Faita, padre spirituale del Seminario minore, mi chiese se avessi l’intenzione di entrare in Seminario”. Era una domanda diretta quella che gli venne posta: “Probabilmente mi aveva visto particolarmente attento, con un interesse maggiore rispetto a quello degli altri. Del resto io continuavo a fare domande sulla vita in seminario, sul cosa significasse essere sacerdote. Lui non ha fatto altro che cogliere il mio interesse ed esplicitare quella fatidica domanda alla quale non potevo che rispondere affermativamente”. Don Nicola ha quindi proseguito a frequentare il “Piccolo Samuele”, un cammino di orientamento e accompagnamento vocazionale, per ragazzi dalla V elementare fino alla III media. Da allora sono passati diversi anni, un periodo accompagnato da una presenza costante a cui guardare, quella di San Giovanni Bosco. La sua pedagogia era attenta ai giovani nella loro interezza. Erano importanti i momenti di gioco e di svago. Del resto nelle case salesiane non può mancare lo sport, la ricreazione movimentata e chiassosa. Viene favorito il protagonismo giovanile attraverso il teatro, la musica, l’animazione. “Amate le cose che amano i giovani” ripeteva ai suoi ragazzi. Ed è questo uno degli aspetti che attraevano don Nicola, soprattutto dopo aver visitato i luoghi dove don Bosco operò, lasciando segni indelebili: “Mi ricordo che abbiamo fatto un viaggio a Valdocco con la parrocchia. Mi aveva colpito molto l’ambiente. Penso alla grande Basilica, al cortile, alla serenità che permeava l’aria. Mi sono così immaginato la vita di questo santo con i suoi ragazzi. San Giovanni Bosco era una figura molto attenta ai ragazzi, alle loro necessità, ma soprattutto alla loro fede, alla loro crescita spirituale. Non si preoccupava solo di farli giocare. Il gioco era un mezzo per portarli a Dio. È un aspetto che mi ha molto colpito. Spero, per quanto il Signore mi renderà capace, di poter fare ugualmente”. L’altra figura a cui don Nicola guarda con particolare attenzione è il capolavoro educativo del sacerdote di Castelnuovo d’Asti, San Domenico Savio, “un altro grande Santo”.

Fra le esperienze che hanno segnato indelebilmente il cammino di don Nicola figurano “le attività con l’Azione Cattolica. Ho sempre fatto l’educatore, preparando i bambini a ricevere i sacramenti. Sono rimasto molto legato all’AC, alla sua dimensione diocesana”. Il gruppo parrocchiale e le sue proposte hanno accompagnato il suo cammino di discernimento.

La vita è fatta di incontri e di esperienze. Così è stato anche per don Nicola che lungo il suo cammino ha trovato figure carismatiche che gli hanno indicato la strada da percorrere, a partire dagli uomini di Chiesa della diocesi bresciana. “Tanti sacerdoti hanno influito sulla mia formazione. La Chiesa diocesana è ricca di tanti bravi sacerdoti”. Alcuni di loro, in particolare, gli sono rimasti impressi nella memoria per il loro operato: “Non posso non citare il curato della mia infanzia, don Giuliano Massardi, oggi parroco di Villa di Erbusco. Mi ha accompagnato durante tutta la mia giovinezza. Ricordo i tanti anni di collaborazione, la presenza in oratorio, i campi scuola. Poi, una volta giunto in seminario, ho conosciuto don Mattia Cavazzoni. Con lui ho servito per due anni nella parrocchia di Castegnato, ritrovandolo poi in Seminario minore. Dei sette anni di Seminario, 3 li ho fatti con lui. È stata una parte considerevole della mia vita. Il suo modo di essere sacerdote e la sua presenza in oratorio mi hanno aiutato molto. Del resto era sempre disponibile per tutti”.

Se gli si chiede che tipo di sacerdote vorrebbe essere, se c’è un aspetto pastorale a cui tiene particolarmente, la risposta di don Nicola è lapidaria: “ Vorrei essere sacerdote e basta. Mi piace stare fra la gente, con tutte le gioie e le sofferenze che la nostra gente vive. È così che si sperimenta la vita cristiana, quella più semplice ma anche quella più vera”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto, figura “l’esperienza bellissima del Seminario minore. Non è di certo un campo scuola perenne, ma per molti aspetti tende a sembrarlo. Mi ricordo la bellezza della collaborazione fra noi educatori, il modo tutto particolare che hanno i ragazzi di esprimere il loro affetto attraverso scherzi talvolta stupidi. Sono trovate che magari, al momento, ti fanno arrabbiare, ma poi, ripensandoci, sono un bel ricordo da portare nel cuore”.

Nei giorni precedenti all’ordinazione sacerdotale, la gioia e la serenità che lo pervadono derivavano dalla certezza di fare la volontà del Signore. Don Nicola ne è convinto. È uno stato d’animo, il suo, che traspare dallo sguardo: “È lui – chiosa – che mi ha guidato sino a qui. Lo faccio con la consapevolezza e la certezza che questa è la sua volontà. È qui che risiede la fonte della serenità che mi ha accompagnato verso un passo così decisivo. Non sono mancate ovviamente un po’ di ansie, ma sono quelle che ci portiamo dietro un po’ tutti, quotidianamente. Non sono niente rispetto alla gioia di dire che tutto ciò che sto facendo è rivolto al Signore. Questa è la Sua volontà. Il Signore vuole compiere delle meraviglie con tutte le nostre vite”.

Giovanni, tu sei felice?

Quella domanda che aprì il cammino. Classe 1989, don Giovanni Bettera è originario della parrocchia di Sarezzo. Il servizio da diacono l’ha svolto nella comunità cittadina di Cristo Re

La passione per l’educazione richiede una capacità di aprirsi all’altro, di mettersi in ascolto e, soprattutto, esige la capacità di diventare compagno di strada della persona che si incontra. Quando si educa, ci si mette in gioco. Senza se e senza ma, senza scorciatoie o risposte facili alle tante domande della vita di ogni giorno. Lo sa bene don Giovanni Bettera, la cui vocazione è nata proprio a contatto con i ragazzi, tra un gioco e un laboratorio, tra una preghiera e una passeggiata in montagna, tra un’esperienza con i più fragili e un camposcuola. In oratorio e con l’Azione Cattolica ne ha fatta di strada. Don Giovanni Bettera, classe 1989, è originario della parrocchia di Sarezzo. È entrato in seminario all’età di 23 anni, dopo aver fatto un percorso da geometra alle superiori e un anno di servizio civile volontario presso l’Opera Pavoniana tramite la Caritas. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Educazione e, successivamente, ha iniziato il suo percorso in Seminario. Ora si appresta a compiere un passo importante con la gioia nel cuore e la consapevolezza di non essere solo (c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è un presbiterio, ci sono le comunità: di origine, di destinazione e quelle in cui fin qui ha prestato servizio) di fronte a una scelta così importante. Durante gli anni di formazione il suo percorso è stato scandito da alcune tappe: a Folzano, nell’unità pastorale di Offlaga-Cignano-Faverzano, a Chiari e, infine, da diacono a Cristo Re in città; è stato anche incaricato dell’animazione vocazionale.

Per i 150 anni dell’Azione Cattolica è stato realizzato l’inno “Futuro Presente” in cui si legge: “C’è una grande eredità che diventa sfida per chi oggi la raccoglierà. È azione, è amore che si muove, così di cuore in cuore…”. L’Azione Cattolica ricopre una parte significativa nella tua formazione. Con l’Ac sei cresciuto…

A Sarezzo ero impegnato principalmente nell’Azione cattolica dei ragazzi, poi sono passato all’Acg, poi sono diventato educatore e infine responsabile dell’Acr del mio paese. Seguivo anche il gruppo dei chierichetti e partecipavo da animatore ad alcune attività estive come il campo al mare. L’Azione Cattolica deve mantenere quell’energia che l’ha sempre caratterizzata; i miei ricordi più belli sono legati ai Meeting e agli incontri anche su larga scala che ti davano una carica notevole. È fondamentale che mantenga la sua originalità ma anche una buona collaborazione all’interno della parrocchia. Quando c’è una buona collaborazione con i sacerdoti della comunità, l’Ac diventa ancora più efficace. L’Ac, pur mantenendo la sua unicità, è al servizio delle parrocchie e le deve aiutare a crescere.

Ogni vita è una chiamata, ma non è sempre scontato mettersi in ascolto nel tempo in cui viviamo. Come è nata la tua vocazione?

La chiamata è arrivata grosso modo all’interno dell’ambito dell’oratorio, ed è principalmente arrivata con una domanda del curato. Ho sempre visto il prete, il parroco e i curati come delle figure positive, però non avevo mai messo a fuoco questa strada ed ero tranquillo. Un giorno, un prete mi ha fatto una domanda semplice e diretta: “Giovanni tu sei felice?”. Allora lì ho iniziato un po’ ad interrogarmi, poi il sacerdote ha rilanciato la sua provocazione dicendomi che potevo entrare in seminario… Bloccai subito il suo tentativo, autoconvincendomi che non fosse la strada giusta. Il sacerdote in questione era don Michele Bodei, il curato del tempo, oggi in servizio a Verolanuova. Lì è stato proprio il lancio… Mi ha fatto una confidenza perché vedeva da tempo che poteva esserci qualcosa; anche altri preti mi hanno detto che “si vedeva la predisposizione” ma magari non ero ancora abbastanza maturo… Sono stato contento perché non mi hanno mai messo fretta e hanno rispettato i miei tempi di maturazione fino a quando il Signore mi ha chiamato a comprendere il suo disegno.

Quanto è importante il sostegno e la comprensione della famiglia?

La famiglia devo dire che l’ha presa bene, ho due sorelle più grandi e un fratello più piccolo che mi sono sempre stati vicini come accompagnamento. Mi sono sempre sentito sostenuto, anche nel momento pratico quando magari mi serviva un aiuto, chiedevo a loro senza problemi. La mia famiglia ha appoggiato la scelta. Quando ho annunciato ai miei genitori che iniziavo gli incontri per entrare in Seminario, mi hanno detto: “Se è una scelta che ti sembra buona e che per te va bene noi ti appoggiamo, siamo contenti, ma deve essere una decisione che prendi tu, non te la deve imporre nessuno; se ti senti vincolato non preoccuparti che noi, qualsiasi cosa accada ,ci siamo, anche se dovesse succedere che a un certo punto interrompi il cammino perché vedi che non è la tua strada”.

Tra poche settimane sarai chiamato a un nuovo servizio con una responsabilità diretta…

Come prospettiva da prete novello un’esperienza in oratorio è stimolante, è un ambiente in cui mi ci trovo; ogni oratorio ha le sue peculiarità, l’ho visto anche nei servizi di questi anni. Ho fatto la prima e la seconda teologia a Folzano, in terza l’animazione vocazionale, quindi ho girato un po’ per le varie parrocchie, in quarta a Offlaga e in quinta a Chiari. Quest’anno invece sono in città a Cristo Re. C’è qualcosa che spaventa perché di preciso non sai se sei all’altezza del compito che ti viene richiesto di fare, non sai se sei in grado di essere una guida, un pastore in mezzo alla gente… non sai se sei pronto a presiedere l’eucarestia e a confessare… Sono varie cose, poi c’è la certezza che il Signore ti ha accompagnato fino a questo punto e ti darà la forza e la grazia di restarci e di mettere in campo quella forza e quelle caratteristiche che magari non conosci ancora perché non era necessario. Poi ho la sicurezza di avere dei compagni, sia di classe sia nel presbiterato, e un Vescovo che ci vogliono bene e ci seguono. Anche nell’ultimo periodo il Vescovo ci ha mostrato la sua vicinanza e ci ha aiutato a sentirci parte del presbiterio bresciano.

Hai vissuto e vivi a stretto contatto con i giovani. Perché è importante parlare di pastorale giovanile in chiave vocazionale?

Bisogna metterle in relazione, perché si vede che vanno di pari passo, separando le due cose sembra che qualcuno sia portato per la vocazione e qualcuno no, e la vocazione viene intesa solo come speciale consacrazione. Invece mettere assieme le due cose può aiutare a riscoprire una vocazione anche in ambito lavorativo o nelle scelte di vita piuttosto che nella tipologia di università alla quale iscriversi. È di sicuro un’apertura molto più ampia, vedere che in tutto il tuo ambito che va dal lavoro allo studio il Signore ti accompagna.

Se pensi alla Bibbia, c’è un passo che ti ha accompagnato e ti accompagna?

Mi viene in mente sempre il salmo 22, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, anche perché il mio oratorio è intitolato proprio Gesù Buon Pastore. Puoi anche provare paura, ma devi pensare che il Signore è lì accanto: ti dà tutto quello di cui hai bisogno ma non è un aiuto calato dall’alto (senza che tu possa fare qualcosa); quando ti trovi in difficoltà, sai che hai qualcuno accanto che cammina insieme a te. Quindi questo ti dà la possibilità di fare determinate scelte. Gesù Buon Pastore è l’emblema del Signore che si concretizza nell’aiutare le persone più in difficoltà, anche all’interno dell’oratorio. E oggi sono tante le situazioni di fragilità, sul lavoro e in famiglia, che hanno bisogno di essere accompagnate.

C’è spazio anche per qualche passione da coltivare nel tempo libero?

Sono appassionato di manga e di One Piece. Mi piace anche fare le camminate in montagna, abitando a Sarezzo non abbiamo grandi monti, però anche nelle attività estive con i nostri curati c’era sempre l’uscita in montagna: era un bel modo per distrarsi e ammirare anche il creato. È tutto una meraviglia quello che puoi ammirare e scoprire in montagna.

Coccopalmerio: L’attualità di Paolo VI

La solenne liturgia di ringraziamento, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è stata presieduta dal card. Coccopalmerio che è stato ordinato sacerdote, nel l lontano 28 giugno del 1962, proprio da Montini

La solenne liturgia di ringraziamento, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è stata presieduta dal card. Coccopalmerio che è stato ordinato sacerdote, nel lontano 28 giugno del 1962, proprio da Montini.

“È una grande gioia – ha detto all’inizio della celebrazione il vescovo Pierantonio – per tutti noi celebrare insieme questa eucaristia il giorno dopo l’evento che ci ha inondato il cuore di grande consolazione: la canonizzazione di Paolo VI. Un evento molto atteso dalla Diocesi di Milano e da quella di Brescia. Paolo VI è stato proclamato Santo della Chiesa universale, esempio per il mondo. Siamo davvero molto grati al Signore. Siamo qui a esprimere concretamente, quasi nella forma del segno che in realtà è di più perché è la celebrazione dell’eucaristia, questo ringraziamento per il dono di un Papa Santo. Eucaristia significa ringraziamento. Ringraziamo il Padre facendo memoria del sacrificio del Signore Gesù e dentro questo dono immenso, che è la redenzione, inseriamo la gioia per quest’altro dono: la proclamazione di Paolo VI santo della Chiesa universale”.

Per ricordare Paolo VI, il card. Coccopalmerio è partita dalla prima enciclica, l’Ecclesiam Suam. “L’ha dettata ai Padri del Concilio per far capire loro il suo pensiero e la sua passione per la Chiesa”. La terza parte, intitolata, il dialogo è ancora molto attuale. “È l’intuizione di un modo di pensare e di fare pastorale che la Chiesa ha riscoperto a partire dal Vaticano II”. Oggi può essere importante riflettere “per una conversione pastorale sempre necessaria sia per noi pastori sia per i fedeli”.

Nel corso dell’omelia, il Cardinale ha riletto alcuni passaggi significativi: “Sembra a Noi invece che il rapporto della Chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo, e neppure questo in modo univoco, ma adattato all’indole dell’interlocutore e delle circostanze di fatto (altro è infatti il dialogo con un fanciullo ed altro con un adulto; altro con un credente ed altro con un non credente)”.

“Noi comunichiamo Gesù a persone concrete. Paolo VI e il Concilio hanno riscoperto – ha sottolineato il card. Coccopalmerio – la persona non tanto nella sua generalità ma nella sua singolarità. La persona umana ha degli elementi di singolarità. Paolo VI ci dice che nel dialogo, nel tentativo di comunicare Gesù, dobbiamo guardare negli occhi l’altro. Se considero le persone tutte uguali, faccio un discorso che non viene recepito. È necessario ascoltare le persone che ci stanno davanti per cogliere quel bene e quel dono che ciascuno può dare alla Chiesa. E questa è la radice fondamentale di un’altra forma di pensiero e di impegno della Chiesa: la sinodalità. La sinodalità non è fatta solo di ascolto ma di passione per l’ascolto: desidero sentire quello che tu sei capace di darmi. La sinodalità è una delle strutture più importanti della Chiesa”.

Ascoltare Dio e gli uomini

Questo è l’impegno che don Luca Signori, ordinato sacerdote in Cattedrale, si assume per la sua vita da presbitero. Il prete “novello” raccontato dai genitori e dalla sorella

Don Luca Signori, classe 1990, è entrato in Seminario nel 2011, dopo il diploma in ragioneria. Originario della parrocchia di Boario, dedicata a Santa Maria delle Nevi, anche detta comunemente chiesa “Madonna degli Alpini”, è una vocazione adulta. Il 9 giugno, dopo la propedeutica e i sei anni di teologia, è stato ordinato sacerdote. Il suo discernimento è maturato nell’ambito parrocchiale frequentando le varie attività pastorali. “Mi ha sempre affascinato e incuriosito – racconta – la figura del sacerdote. In lui vedevo e vedo colui che può portare la testimonianza e la bellezza di un incontro che sa riempire la vita. Il sacerdote è colui che porta Cristo, perché di lui ha fatto e fa esperienza”. Fondamentale anche il tessuto della famiglia “intrisa di valori cristiani. All’inizio forse mio padre non ha accolto troppo bene la mia decisione di entrare, ma poi, vista anche la maggiore età, i miei genitori si sono fatti molto vicino. Ho visto, ad esempio, il volto di mio padre cambiare, perché verificava giorno dopo giorno che questa mia scelta mi portava a essere felice. Dopo un primo tentennamento, entrambi i miei genitori hanno sempre cercato di spronarmi soprattutto nei momenti di difficoltà”.

La passione. Ama stare a contatto con la natura, la botanica, ama incontrare, stare e dialogare con la gente. “Ho sempre avuto una passione per la natura e per il giardinaggio. Mi attira il fatto di fare nuove esperienze che possono formarmi e crescere, nel leggere e capire una situazione. Non ho molta passione per gli sport, però mi piace stare molto con la gente e chiacchierare con loro; mi piace ascoltare, farmi vicino alle varie situazioni che ci sono anche all’interno di una comunità (una famiglia, un ammalato, un giovane…). Ci sono tante occasioni preziose per la vita del sacerdote”.

Il ruolo dei maestri. I maestri sono coloro che anche in maniera silenziosa lasciano delle tracce indelebili nel percorso di ciascuno. “Nel mio caso hanno avuto grande importanza le figure dei parroci che mi hanno accompagnato con discrezione e anche imponendo dei limiti che mi sono serviti. Penso anche ad alcune figure di Santi come San Francesco, San Benedetto e il Santo Curato d’Ars” che hanno fatto della spiritualità e dell’incontro quotidiano con il Signore la loro forza. Tra i parenti, don Signori annovera anche la beata Pierina Morosini (1931-1957). Cresciu­ta in un ambiente di alta vita spirituale incarnata nella famiglia, la beata Morosini ha seguito Cristo povero ed umile nella cura quotidiana dei numerosi fratelli. Avendo scoperto che “poteva farsi santa anche senza andare in convento”, si è aperta con amore alla vita parrocchiale, all’Azione Cattolica ed all’aposto­lato vocazionale. La preghiera personale, la partecipazione quotidiana alla Santa Messa e la direzione spirituale l’hanno portata a capire la volontà di Dio e le attese dei fratelli, a matu­rare la decisione di consacrarsi privatamente al Signore nel mondo. Per dieci anni ha vissuto le difficoltà e le gioie di lavoratrice in un cotonificio della zona, facendo i turni e spostandosi sempre a piedi. Le colleghe testimoniano la sua fedeltà al la­voro, la sua affabilità unita al riserbo, la stima che godeva come donna e come credente. Proprio nel tragitto verso casa si è consumato il suo martirio, estrema conse­guenza della sua coerenza cristiana. I suoi passi però non si sono fermati, ma continuano a segnare un sentiero luminoso per quanti avvertono il fascino delle sfide evangeliche. I Santi e i beati sono “tutte figure che continuano a far sì che io mi possa continuare a fidare del Signore. È una fiducia che certamente costa ma che, una volta sperimentata, dà molto di più di quello che ci si aspetta”.

La testimonianza. In un tempo in cui l’uomo di oggi è spesso smarrito e senza riferimenti, “Dio può dire: ‘Fidati, abbandonati’. Ed è un po’ quello che ha detto a me. Se sono entrato in Seminario, è perché ho voluto ‘rischiare’ di entrare in questo abbraccio del Padre. Certo l’uomo di oggi si affida a Dio se vede dei testimoni in grado di portare l’uomo a Dio, cioè se vede dei sacerdoti veramente amanti del Signore, innamorati del Signore e della gente. È proprio vero che il sacerdote è colui che deve lasciarsi mangiare dalla gente. Dobbiamo saper ascoltare le persone dopo aver ascoltato la voce del Signore che parla. L’uomo incontra il Signore anche nel momento in cui incontra dei testimoni che hanno fatto l’esperienza di questo incontro che cambia davvero in profondità la vita”.

Il percorso. Da seminarista, ha prestato servizio (“sono stato accolto con tanto affetto”) nelle parrocchie di Flero, Sulzano, Roè Volciano, Prevalle. In terza teologia ha vissuto l’esperienza di prefetto nella comunità del seminario minore. Durante il tempo di formazione ha vissuto anche alcuni momenti formativi: l’esperienza del grest in Romania, il servizio al Cottolengo a Torino, il pellegrinaggio a Lourdes con il Cvs, così pure l’esperienza delle missioni popolari in Valgrigna. “Tutti gli anni di formazione hanno in sé un qualcosa che mi ha insegnato. Potrei parlare dell’esperienza forte in Romania con il grest estivo, lì dove ho potuto toccare con mano la semplicità dei bambini che hanno nel rapportarsi con gli educatori e tra di loro. È qualcosa di totalmente diverso da quello che avviene nei nostri oratori. Ricordo anche l’esperienza forte al Cottolengo a Torino dove ho visto da vicino la dimensione della sofferenza che viene affrontata e vissuta nella serenità”. L’assistenza e la cura degli ammalati fu la prima attività caritativa realizzata da San Giuseppe Cottolengo (1786-1842). Dal 1833 ad oggi la missione non è cambiata… I malati e i disabili che giungono all’Ospedale Cottolengo sono visti come un dono della Provvidenza. Cottolengo diceva. “Non siamo qua per guardare i letti, ma per custodire i poveri ammalati; ed è perfettamente inutile avere i primi se non li facciamo occupare dai secondi, più infermi e fiducia sempre fiducia”. “Ogni anno il Seminario, inoltre, ci manda a fare attività pastorale, chiamato in gergo tirocinio pastorale, e in tutte le parrocchie ho raccolto molti frutti”. Don Luca si è misurato, si è confrontato, con le tante fragilità che abitano nella nostra società. Non ha cercato di trovare delle risposte, ma si è semplicemente affidato al Padre, cercando di imitarne l’abbraccio amoroso che sa scaldare e rinfrancare i cuori. Ascolto e condivisione. A volte basta veramente poco per essere vicini a chi soffre o vive situazioni delicate.

Il riferimento del Vangelo. Il versetto di Matteo 16,24 (“Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce ogni giorno e poi seguimi”) lo accompagna fin dal suo ingresso in Seminario. “In questo versetto rivedo anche il mio modo di essere e di fare. Sono un carattere a volte un po’ forte, ma sono chiamato ogni giorno a rinnegare me stesso, con fatica ma con la consapevolezza che dietro questo rinnegamento c’è qualcosa di più grande: la gioia dello stare, dell’abbandono al Signore e con il Signore”.

L’amicizia che continua. Il prete è di Dio, è di tutti, è della comunità dove presterà il suo ministero e della comunità di origine come gli ha scritto l’amico Christian Caliendo. “Sono felice per te e ti faccio i miei gli auguri perché tu possa mantenere vivo l’entusiasmo che hai sempre mostrato nei confronti della tua famiglia, dei tuoi amici e della tua comunità e che questo possa essere da speranza e conforto per molti. Grazie del tuo essere disponibile ad ascoltarmi, comprendermi e consigliarmi…”. Il prete sarà sempre di Dio e di tutti.

Don Luca Signori è nato nel 1990, originario della parrocchia di S.Maria della Neve in Boario Terme nel comune di Darfo. Ha una sorella coniugata. È entrato in Seminario in propedeutica nel 2011 dopo aver conseguito in Valle Camonica la maturità di Ragioniere e perito commerciale amministrativo. Ha compiuto regolarmente gli studi teologici in Seminario fino al raggiungimento del Baccellierato nei mesi scorsi. È diacono da settembre 2017. Ha svolto il suo servizio a Flero, è stato prefetto nel Seminario minore, ha prestato servizio nelle parrocchie di Sulzano, Roè Volciano e l’anno del diaconato lo ha svolto presso le parrocchie di Prevalle S. Michele e S. Zenone.

Dicono di lui…

 Il prete è l’uomo della gente

Il ritratto di don Luca Signori è affidato a chi lo conosce bene come i genitori e la sorella. “Nel 2003, ci dicevi l’intenzione di entrare in seminario per diventare sacerdote. Fin da piccolo abbiamo visto, la tua partecipazione, alla vita comunitaria come chierichetto, catechista, collaboratore ma spesso ti abbiamo consigliato di aspettare e vedere se quella che poteva essere una vocazione permaneva. Nel 2011, sei entrato nella famiglia del seminario. All’inizio non eravamo molto d’accordo ma di fronte alla tua decisione non potevamo opporci. Durante il tuo percorso, è sempre più emersa, la tua particolare convinzione circa la strada da te intrapresa e non abbiamo mai nascosto e non nascondiamo la nostra soddisfazione vedendoti convinto e gioioso. Siamo consapevoli, forse non fino in fondo, della bellezza e del grande dono che il Signore ci ha fatto. Siamo orgogliosi. Dobbiamo un ringraziamento particolare ai tuoi formatori, a don Enrico e alle tante persone che si sono fatte vicino. Vediamo in te, quello che tu ami spesso ricordare: il prete è l’uomo della gente, l’uomo delle relazioni, disposto ad accompagnare l’altro in questo tempo di pigrizia e assenza di valori. La missione che inizi, non è facile ma siamo convinti che è quella che il Signore ti ha preparato, messa nel tuo cuore. Ti auguriamo ogni bene, pregando per te affinché tu possa conservare quei valori che anche noi ti abbiamo insegnato”.

Mamma e papà

Un legame indissolubile, un legame che forse si modifica nel tempo ma che non viene mai meno. Questo e molto altro si evince dalla lettera di Sara, la sorella di don Luca. Sara con il marito Ivan, con la piccola Gaia e con l’altra piccola (in arrivo) Alice, è la seconda famiglia di don Luca. Sarà sicuramente un porto sicuro dove attraccare negli inevitabili momenti di difficoltà. Sarà sicuramente un luogo per staccare la spina dalla quotidianità e immergersi nella dimensione familiare.

“Il giorno tanto atteso della tua ordinazione sacerdotale che hai sempre desiderato fin da piccolo è arrivato. Un percorso lungo sette anni, ma un lasso di tempo che è volato velocemente. Ricordo quando da piccolo, andavi tutti i giorni in oratorio con la tua bicicletta ‘sempre spericolato’ e in chiesa a fare il chierichetto dove non mancavi mai. Caro Luca sei sempre stato un ragazzo estroverso, capace di stare in mezzo alla gente e un ‘testone’, tutto quello che volevi lo facevi. Abbiamo spesso litigato e, capiterà ancora ma, sappi che ti voglio bene e sono orgogliosa di te. Noi, ‘la tua seconda mamma’ come mi chiami sempre, Ivan, Gaia e tra non molto anche Alice, ti auguriamo una vita sacerdotale piena di felicità e di poterla continuare sempre con lo stesso entusiasmo di adesso. Un fraterno abbraccio”.

La sorella Sara

Il progetto più bello di don Lorenzo

Don Lorenzo Bacchetta, quarant’anni di Gavardo, è uno dei tre sacerdoti ordinati in Cattedrale da mons. Tremolada. La testimonianza dell’amico Mauro Bresciani

Don Lorenzo Bacchetta, della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo di Gavardo, è originario di Grignasco (Novara). Ultimo di quattro figli, è nato il 22 luglio 1977. All’età di sette anni incontra l’esperienza scout, diventandone capo nel 1997 e formatore dei capi scout dal 2001. Nel 1996 consegue la maturità scientifica al Liceo Fermi di Salò; intraprende gli studi di ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. A un esame dalla laurea comincia a lavorare presso una società pubblica della Valle Sabbia, prima con uno stage e poi con incarichi di sempre maggiore responsabilità. È del 2010 la scelta di iniziare il percorso per il diaconato permanente; l’anno successivo si iscrive alla facoltà di scienze religiose. Nel maggio dello stesso anno matura la decisione di lasciare il lavoro per entrare in Seminario. In questi anni ha prestato servizio nell’Unità pastorale della Valgrigna (Esine, Berzo, Bienno, Plemo e Prestine, 2014-15), è stato prefetto in Propedeutica (2015-16); l’anno successivo ha affiancato a questo servizio quello presso la parrocchia di San Bartolomeo in città. Nel 2017-2018 è stato diacono a Villanuova sul Clisi.

Don Lorenzo, la tua biografia racconta di un cammino particolare verso il sacerdozio…

Sì, sono entrato in Seminario a 36 anni, dopo un’esperienza lavorativa di una decina d’anni in un’azienda pubblica con un ruolo di coordinatore e responsabile del settore tecnico. È stata un’esperienza importante, che insieme ad altre hanno segnato il mio cammino. Al di là della mia famiglia, che non smetterò mai di ringraziare, nella mia vita c’è stata anche l’esperienza dello scoutismo. Si tratta di una pagina molto importante nel mio percorso umano. Una pagina iniziata ancora da ragazzo, più di 30 anni fa, e poi portata avanti sino al momento di entrare in Seminario. Mi sono occupato anche di formazione dei giovani capi scout, e anche questo è stato un ambito che mi ha donato molto più di quello che sono riuscito a offrire e che continua ancora ad arricchirmi. Il mio cammino verso il Seminario è stato dal punto di vista temporale sicuramente anomalo rispetto a quello di tanti altri giovani, ma reso uguale a quello di don Luca e don Alex, che saranno ordinati con me, dal fatto che tutti abbiamo accettato di seguire le vie che il Signore ci ha indicato.

Vocazione è uno di quei termini che suona un po’ datato… Storie come la tua possono aiutare a fare comprendere che, invece, è qualcosa di straordinariamente attuale, che può attraversare la vita dei giovani di oggi?

Se penso a un modo nuovo, a un’immagine, a una sensazione per raccontare con parole nuove cosa sia stata per me la vocazione, non trovo di meglio che descriverla come la progressiva capacità di percepire che i passi che si stanno facendo diventano sempre più efficaci, solidi, consistenti, realmente fondati sulle poche cose che contano: l’amore, il Signore. Credo che parlare di vocazione ai giovani chieda di concentrarsi un po’ di più su questo aspetto e di chiedere a loro di rispondere alla domanda: “Dove voglio mettere il mio piede?”. Come giovani facciamo tante esperienze, appoggiamo i nostri piedi in tanti posti, ma pochi sono quelli in grado di sostenerci. Magari si tratta di esperienze che appaiono anche strutturate, ma che alla prova dei fatti si rivelano inconsistenti, incapaci di sostenere. La vocazione, dunque, è prendere progressivamente coscienza che ci sono terreni su cui, meglio di tutti gli altri, posso poggiare il mio piede. L’amen che il Signore ci chiede di pronunciare rappresenta proprio questa solidità, questa certezza.

Eppure pronunciare questo amen, scegliere la strada del definitivo è per tanti giovani un passaggio ostico. Perché?

Ci sono tanti aspetti che fanno apparire questo passaggio difficile, quasi una vetta ardua da scalare. Il primo, sicuramente il più semplice da comprendere, è la convinzione che compiere una scelta “per sempre” rappresenti un impoverimento, un rinunciare a qualcosa… Forse la molteplicità delle esperienze che vengono proposte ai giovani induce a pensare che abbracciarne una sola sia troppo poco. C’è poi il fatto che i giovani, forse, non sono più abituati a vedere il bello, il “perché sì” di una scelta definitiva, preoccupati, come sembrano, di dover giustificare sempre i “no”. Serve uno sforzo per passare dalla giustificazione del “no” alla affermazione della bellezza del “sì.” Quella vocazionale deve essere una pastorale della bellezza del sì.

Incide su questa paura anche il timore della fatica che un “per sempre” porta con sé?

Forse sì. Eppure la fatica è una componente essenziale che chi vuole diventare uomo deve affrontare. Obbliga a guardare alle cose nella loro verità, a discernere tra i pesi che devono essere necessariamente portati e quelli che possono essere abbandonati perché non fanno parte del bagaglio che serve. La fatica pone nella necessità di togliere filtri e maschere che si hanno nei confronti dell’altro.

Il faticare insieme è importante. La crisi delle vocazioni, che non è solo quella del sacerdozio, è figlia della fatica del camminare insieme, dell’incapacità di guardarsi negli occhi quando si è stanchi. La fatica, poi, chiede di imparare a chiedere aiuto, di capire che l’altro ha bisogno di aiuto, anche se non lo chiede.

Il Vescovo, in un recente incontro in Seminario, ha consegnato una sorta di mandato a tutti i suoi sacerdoti: uscire dagli ambienti rassicuranti per andare a incontrare chi sembra lontano. Quale effetto fa a su un giovane che si appresta a intraprendere la vita sacerdotale questo invito?

Per me è una prospettiva rassicurante. Il prete deve muoversi, e più ancora del pastore deve essere come il cane da pastore che corre senza sosta per tenere assieme il gregge e recuperare anche quelle pecore che per mille motivi si sono allontanate. Per questo è importante che come preti andiamo a incontrare i giovani, e più in generale le persone, là dove vivono. La Chiesa in uscita non consiste nell’andare fuori per portare dentro ma, come insegna papa Francesco, è stare fuori perché è proprio lì che si incontrano le persone.

Non riusciremo ad arrivare ovunque, così come non potremo lasciare sguarniti quelli che sono i nostri ambienti, ma dobbiamo fare le due cose: stare nei nostri ambienti per incontrare chi c’è ma non sottrarci dall’uscire per incontrare chi sta altrove… Se ci pensiamo è esattamente quello che ha fatto Gesù.

Ci sono comunità che vi aspettano: come vivete queste grandi attese su di voi?

Le attese che ho trovato nella comunità che ho servito nel corso di quest’ultimo anno non sono state espressione del bisogno di grandi proposte, ma piuttosto del desiderio di essere accompagnati, di trovare persone capaci di ascoltare, di dare risposte sensate, ma anche di tacere, quando queste risposte sembrano mancare. Ho trovato persone che chiedono al sacerdote, al diacono di condividere un tratto del loro cammino, delle loro fatiche e delle loro gioie.

Ai bambini del catechismo, facendo tesoro di quanto ho percepito dalla comunità che mi ha accolto, ho detto che i cristiani devono avere orecchie sempre aperte, occhi sempre attenti e cuore spalancato. Infatti ogni parola ha un peso e senso, ogni volto è importante e mette in comunicazione il nostro cuore con quello di chi incontriamo sul nostro cammino.

Oltretutto la stagione in cui la comunità si affidava in tutto e per tutto ai sacerdoti appartiene al passato, e i laici sanno benissimo come essere protagonisti nelle loro comunità.

Don Lorenzo Bacchetta, originario di Grignasco, è nato nel 1977 e viene deala parrocchia di Gavardo. Dopo il diploma di maturità scientifica, nel 1996 è studente di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, fino ad un esame dalla fine, poi comincia a lavorare presso una società dei comuni e della Comunità Montana di Valle Sabbia come cartografo e tecnico del Sistema Informativo Territoriale, poi Responsabile dell’Area Tecnica, che si occupa dei servizi di innovazione tecnologica per una quarantina comuni dell’Est della provincia di Brescia e di ciò che riguarda i settori urbanistica, territorio, catasto, sportelli digitali e infrastrutture tecnologiche. Nel 2010 comincia il percorso per il diaconato permanente, nel 2011 inizia la facoltà di scienze religiose. Nel maggio 2013 si licenzia dal lavoro e nel settembre 2013 entra in seminario. Nel 2015 si laurea in scienze religiose con una tesi in Antropologia Teologica sul teologo russo S. N. Bulgàkov. In seminario presta servizio nell’UP della Valgrigna, come Prefetto in propedeutica, presso la Parrocchia di San Bartolomeo in città, Diacono a Villanuova sul Clisi. Appassionato di montagna, ciclismo e sport in generale, di cucina e di lettura.

Dicono di lui: il mio amico Lorenzo diventa prete

Questo è il ritratto che Mauro Bresciani fa di don Lorenzo Bacchetta: “Conosco Lorenzo (per tutti noi Lorenz) da quando nel 1997 entrò come capo nel gruppo scout di Gavardo, io ero un esploratore all’ultimo anno e lui un capo alle prime armi. Assieme ai suoi due fratelli si può dire che abbia salvato in quegli anni il nostro gruppo dalla chiusura, ma ha fatto molto di più. Ci ha portato uno stile, una fedeltà al metodo scout pensato da Baden Powell, che noi invece vivevamo molto annacquato. Ci ha portato relazioni significative, competenza, intenzionalità educativa, amore per la natura e il suo Creatore.

All’inizio non eravamo proprio amici, uno era capo, l’altro un ragazzo, un po’ di anni di differenza, ma il rapporto era fraterno, ci si scherzava, ascoltava, si collaborava in tante cose, si cresceva assieme, ciascuno nel proprio ruolo, ma con un occhio e un orecchio orientati anche a sentire, o a cogliere, come stesse l’altro.Poi separati leggermente i nostri percorsi perchè io passai nel gruppo più grande, non si faceva più attività assieme, ma la voglia di cercarsi, confrontarsi, ascoltarsi e sapere come stesse l’altro, quella è rimasta e si è rafforzata, finchè, piano piano, è diventata amicizia, che ci ha fatto vivere con grandissima gioia e affiatamento, quasi una intesa perfetta, una sacco di esperienze, prima negli scout, poi in montagna, e sempre nelle rispettive vite.

Credo che nella vita non ci sia mai la fine di un percorso, forse può esserci “un fine” ma non amo pensare ad una fine; nello scoutismo tutti sanno che la strada è fatta per chi parte, e se arriva, questo non è mai un traguardo, ma si arriva sempre per ripartire. Ogni volta che piantiamo la tenda, sappiamo che più avanti c’era un posto più bello, un luogo sconosciuto, dove nessuno è mai stato, che è per ognuno la casa più sua; e ogni mattina si riparte per raggiungerlo. E arrivati alla meta, si riparte per ritornare a casa, alla vita, con più entusiasmo.

Può sembrare che diventare sacerdote sia il termine di un percorso, o la fine di un certo modo “normale”, comune, di vivere la vita, ma per Lorenzo so che non è così.

Sicuramente cambieranno alcune cose, non riuscirà più ad andare spesso come vorrebbe in bicicletta e in montagna, ma questo momento è solo un passaggio, una evoluzione del suo percorso di vita, che Lorenzo sta vivendo da moltissimi anni; una vocazione matura e maturata con grande responsabilità, ma sempre vissuta concretamente nella sua vita, anche prima di entrare in seminario. Il suo stile di vita non sta per cambiare poi così radicalmente; io non ci vedo così tante differenze rispetto a quello che conoscevo prima.

Lorenzo ha vissuto a lungo nel mondo, ha studiato tanto. Ha lavorato, è stato caricato di responsabilità, se ne è assunte tante, ha sempre risposto “Eccomi”, ha cercato di creare un buon clima sul posto di lavoro, collaborazione e fiducia, ed ha lasciato di se un buon ricordo. Ha fatto il capo scout per una vita, lo ha fatto bene, c’è chi lo cerca ancora adesso perchè rimane un riferimento non solo per la Fede, ma per la competenza, le conoscenze, la fantasia, lo stile.

Ha incontrato tante persone, non le ha solamente viste passare, ma le ha incontrate veramente, le ha ascoltate, consigliate, aiutate, guidate, formate.In sostanza, credo che la principale caratteristica che ne farà un ottimo sacerdote sia il fatto che ha vissuto ampiamente il mondo, lo conosce a fondo, in tante sfaccettature, conosce la gente, la ha incontrata, fedeli, atei, indecisi, conosce  il mondo del lavoro, il mondo associativo, delle istituzioni. Conosce la Vita nel mondo, non solamente quella della Chiesa, degli oratori, dei grest, le sacrestie, i seminari.

Altra caratteristica è che nel suo stile di essenzialità ha sempre badato al sodo anche nella Fede; essa è innanzi tutto una relazione d’amore con un Dio che si fa presente con la Parola, e si manifesta con Gesù. Lorenzo ha sempre rimarcato questa cosa e l’ha sempre vissuta in prima persona; poi vengono anche le celebrazioni, i riti, le tradizioni, le cerimonie, … nella misura in cui servono ad avvicinare e far crescere nel rapporto con Dio.

Un augurio che vorrei fargli, e che può essere pubblico, è di avere la possibilità, nel suo servizio, di poter vivere di tanto in tanto, ma con costanza, nella sua comunità e con i suoi compagni, la bellezza della Natura e della Strada.

Far provare ai suoi fratelli e compagni di vita la bellezza di essere pellegrino, di “mettere i propri piedi su strade percorse da altri – come Giuseppe, come Maria, come Francesco, come Peppino; mettere i propri piedi dove un Altro ha messo prima i suoi”.