Irene

L’Oratorio San Luigi propone

Irene

con Alberto Branca e Francesca Grisenti; regia di Massimiliano Grazioli.

Una rappresentazione teatrale dedicata a Irene Stefani, missionaria della Consolata in Kenya morta nel 1930 e beatificata nel 2015.

L’appuntamento è per venerdì 10 maggio, ore 20:30. Ingresso 8€.

Biglietti disponibili presso il bar dell’Oratorio, in via re Desiderio 37.

Un’opera teatrale per raccontare la missione

Nella serata del 4 giugno 2018, presso il Teatro Sociale di Brescia, si potrà assistere ad una rappresentazione teatrale liberamente tratta dalla vita della Beata Irene Stefani (missionaria della Consolata in Kenya nel 1930 e beatificata nel 2015), a cura della compagnia teatrale Controsenso: “Una storia di silenzi, di occhi bassi, di mani rotte e di scarpe consumate. Una storia di amore, di pazienza, di fatica. Di strade lunghe e polverose, di mondi lontani. Una storia di coraggio, di fede, di carità.”

In scena due attori che, con parole e danza, raccontano l’impegno di una giovane missionaria e del valore rivoluzionario delle sue scelte. Una giovane che dalla Val Sabbia prende con coraggio la propria vita e si reca in Africa per rimanervi per sempre.
Lo spettacolo teatrale è della compagnia “CONTROSENSO TEATRO” con Alberto Branca e Francesca Grisenti; la regia di Massimiliano Grazioli.
Lo spettacolo “Irene” sarà preceduto alle ore 19:30 da un aperitivo solidale nel foyer del Teatro in collaborazione con il ristorante “I Nazareni”.

Per prenotare e ritirare i biglietti dello spettacolo rivolgersi a:

Fondazione Museke in via F.lli Lombardi 2 (Brescia), segreteria@fondazionemuseke.org – 0302807724 oppure 3335055203

La memoria di Lodovico Pavoni

Il 28 maggio è la festa liturgica del santo educatore. Iniziative e celebrazioni all’Opera Pavoniana, ad Alfianello e a San Lorenzo

Se dal 1974 il 28 maggio Brescia ricorda il grave evento della strage di Piazza della Loggia, dal 2002 in questo stesso giorno Brescia celebra anche la memoria liturgica di Lodovico Pavoni, che dedicò tutta la sua esistenza sacerdotale all’educazione dei giovani, soprattutto dei più poveri, degli orfani e dei sordi, proclamato beato il 14 aprile di quell’anno da papa s. Giovanni Paolo II.

La data del 28 maggio 1931 ricorda la definitiva traslazione della tomba del Fondatore dei Pavoniani che da poco avevano eretto un tempio votivo dedicato all’Immacolata per la zona periferica nord-ovest della città. Dal 2002 ad Alfianello, nella domenica che precede il 28 maggio, la comunità celebra la festa patronale di san Lodovico Pavoni. In questo paese della Bassa, la famiglia Pavoni possedeva palazzo e terreni e qui don Lodovico svolse le sue prime esperienze educative e pastorali. Quest’anno, domenica 27 maggio, ad Alfianello la messa delle 10.30 sarà presieduta da mons. Vincenzo Zani. In città la parrocchia di S. Lorenzo sabato 26 maggio, dopo la messa delle 18.30, inaugura un bassorilievo in bronzo raffigurante il Pavoni con i suoi ragazzi, presso il battistero in cui fu battezzato, il 13 settembre 1784, due giorni dopo la nascita.

Nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata in questo mese di maggio il rosario viene pregato davanti alla statua dell’Immacolata, opera in marmo dello scultore milanese Sangiorgio Abbondio, collocata sopra il sarcofago di san Lodovico Pavoni. All’interno della “Rassegna corale in ricordo di san Lodovico Pavoni”, ai due concerti già eseguiti, si aggiunge il terzo, venerdì 25 maggio, con la esibizione, alle 21, della corale S. Cecilia, diretta dal maestro Gianpietro Bertella. Sabato 26 maggio la Congregazione pratica una 24 ore non-stop di adorazione, in tutti i continenti; alle 7 è di turno l’Opera Pavoniana, alle 8 la parrocchia dell’Immacolata. Preceduta dalla novena all’altare del Santo, l’oratorio della Pavoniana organizza le tradizionali “Pavoniadi”, che sabato 26 e domenica 27 maggio prevedono una serie di eventi di vario genere, da momenti di preghiera ad esibizioni teatrali e musicali, a tornei sportivi e a proposte aggregative e gastronomiche. Con la Messa solenne delle 18.15 di lunedì 28 maggio, nella chiesa di S. Maria Immacolata, le “Pavoniadi” trovano il loro compimento.

L’oratorio del catechismo

Il testo dal titolo “L’oratorio del catechismo” è la prima opera della collana dei quaderni della storia dell’oratorio bresciano

Il testo dal titolo “L’oratorio del catechismo” è la prima opera della collana dei quaderni della storia dell’oratorio bresciano. Questo testo presenta la figura e la dimensione educativa di Monsignor Lorenzo Pavanelli (1886-1945) e permette di riscoprire buona parte della storia iniziale della vita oratoriana bresciana. A partire dalla chiave di lettura dell’annuncio educativo e della catechetica rivolta alla fascia sia dell’infanzia sia giovanile, Pavanelli fu educatore capace di mettersi a servizio dell’opera educativa. Fu curato dell’oratorio di Sant’Alessandro, successore di padre Piamarta e nell’esperienza parrocchiale mantenne uno sguardo profondamente rinnovato e positivo  dentro un tempo segnato anche da dialettiche particolarmente oscure come quelle dell’anticlericalismo sorto dalla seconda metà dell’800 bresciano. In una società che si trovava politicamente e socialmente frammentata, l’oratorio è sempre rimasto ponte tra la vita intima della Chiesa e la realtà sociale.

Ai contenuti del catechismo si andavano spesso  accostando opere di associazionismo. Nell’attenzione alla realtà giovanile variegata dal punto di vista studentesco, operaio e agricolo molte furono le intuizioni di Pavanelli. Grande fu in particolare la sua capacità di sintesi delle risorse che venivano emergendo dall’attività di molti cattolici bresciani: l’attenzione alla cultura dovuta all’opera del beato Tovini e al nascente operare del settimanale cattolico La Voce del Popolo, così come le innumerevoli iniziative per costruire ponti sempre più solidi tra la chiesa e la scuola che rischiavano di essere indeboliti da alcune posizioni dello Stato neonato sabaudo, furono solo alcune delle intuizioni e costellarono la sua azione in un’epoca di forte cambiamento anche eccelsiale. L’oratorio diveniva così luogo di formazione sotto tutti gli aspetti, ma mai di improvvisazione pedagogica. Il testo di Pietro Guarneri ci permette di riconoscere una profonda progettualità e un desiderio di lungimiranza da parte delle figure promotrici della vita oratoriana dell’epoca. L’impianto educativo di Pavanelli risulta di forte impronta personalista, percorre le categorie delle passioni, del sentimento e della ragione con il desiderio di una educazione integrale che vede nella famiglia, nella scuola e nella chiesa i luoghi fondativi della persona. Scriverà: “lo scopo dell’educazione è la felicità dell’uomo”.

In particolare scelte educative come quelle di un metodo ciclico e di un sistema intuitivo permettevano di comunicare contenuti simili a generazioni diverse stratificando i significati per poter procedere per spiegazioni coerenti, ma sempre più profonde, a partire dalla fanciullezza verso l’età giovanile rinforzando così i contenuti della fede e anche gli strumenti intellettuali per poterla conoscere portare avanti. Il testo si rivela prezioso per la innumerevole quantità di citazioni dirette dei testi di Pavanelli così come delle fonti documentarie dell’epoca, permettendoci un’immersione nella tensione educativa positiva che si respirava dentro la minaccia di una secolarizzazione sistematica. Pensieri e ideologie sorgendo con una potenza inattesa diventavano fonti di confusione e smarrimento anche per quanti avevano vissuto una stabilità e fedeltà la loro fede cristiana. Dalla raccolta delle fonti si evince anche come il lavoro svolto si nella Diocesi di Brescia risultasse particolarmente significativo per il territorio nazionale. Eventi, congressi e pubblicazioni affrontavano la sfida educativa che troppo spesso consideriamo solo contemporanea. Entrare con serenità e conoscere quelli che sono stati i passi significativi della vita degli oratori bresciani ci da così di poter stimare le radici di quella che sarà una florida crescita nei decenni successivi dei quali ancora oggi noi godiamo gli effetti ed il privilegi.

Due piccole riflessioni…

Vi proponiamo di seguito due opere di Enrico Frosio, una partecipante ed una premiata al Concorso Giuseppe Linetti promosso, tra le altre associazioni, dall’Istituto Capirola e dal Rotary Club Brescia. Per la composizione vincitrice è esposta anche la motivazione.

Sono foglie autunnali questi miei pensieri
che cupi e morenti si protendon dall’albero della vita.
Sono ciò che resta di grandi sogni, rovine di mondi ideali
frammenti di speranze consumate come candele dallo scorrere del tempo.
Sono idee svuotate di ogni forza, ma non del loro valore
come vecchi uomini privati della loro salute ma non del loro onore
e del loro orgoglio.
Sono deliri frutto della follia in cui versa la mia coscienza
messaggi in bottiglia affidati alle tempeste dell’animo umano
che attendono solo d’esser letti.

partecipante

Come potrei arrabbiarmi con l’azzurro di questo cielo
o con la freschezza del prato su cui sono sdraiato?
Come potrei lamentarmi sapendo tutto ciò che la vita mi ha concesso?
Con quale coraggio bestemmierei la bellezza e la pace che sono intorno a me?

La realtà non è tomba ma fabbrica dei sogni
in lei ogni giorno nascon e vivon le aspettative e le speranze di ogni persona
E quando son deboli qualche volta tramontano
ma è nell’ordine delle cose che ciò che non è abbastanza forte per vivere muoia

Come le occasioni, così la felicità s’annida in ogni angolo di questo mondo
sotto le tende, sotto i mobili, sotto i volti apatici delle persone
Certe volte è impossibile arrabbiarsi col mondo
perchè riflettendoci c’è sempre un motivo per ridere ed essere felici
E per quanto piccolo sembri, non è mai stupido o banale

Sono un uomo fortunato, e sono felice di questa mia fortuna
Sono felice di essere vivo, sono felice di esistere, di sentire
Toglietemi ogni cosa, ma non questa vita;
la amo troppo per poter vivere senza

vincitrice

MOTIVAZIONE

La poesia può nascere in un attimo o da un’idea, trova riscontro nel pensiero che si alimenta e si concretizza nella scelta di uno stato dell’essere. E’ uno sfogo dell’anima che si guarda e traduce in parole le onde dei sentimenti che tingono di chiaro scuro la vita dell’uomo. Si veste di colori solari, quando è canto d’amore e di gioia che risveglia il miracolo della vita o diventa lamento nelle note cupe del dolore.

L’autore di questo componimento poetico senza titolo, quasi fosse superfluo scegliere una parola che avesse una connotazione superiore al significato dell’opera, si pone delle domande sul valore dell’esistenza e giunge a un’incoraggiante e consolatoria risposta. “La realtà non è tomba ma fabbrica di sogni” “La felicità s’annida in ogni angolo di questo mondo, sotto le tende, sotto i mobili, sotto i volti apatici delle persone” “Sono felice di essere vivo, sono felice di esistere”.

Sì, la felicità di essere vivi ci deve appartenere perché nonostante tutto la vita è un’esperienza unica che vale la pena di cogliere in tutte le sue sfumature.
L’opera poetica si compone di quattro strofe di varia lunghezza, segue i canoni della poesia moderna libera dai legami della metrica.
Essenzialmente concentrata a esternare i sentimenti così come fluiscono spontaneamente dal cuore, si distingue per la ricchezza del contenuto e per l’importanza del messaggio che non va disatteso.
Complimenti all’autore.

Lavori in corso…

In questi giorni si è completata la prima parte di lavori inerenti il rifacimento della copertura della chiesa parrocchiale, e precisamente la porzione alta sopra l’altare e sopra il presbiterio e coro. Restano da completare le coperture dei contrafforti e della parte bassa sopra gli altari laterali.

L’intervento ha comportato la rimozione del manto di copertura con l’accatastamento del coppi riutilizzabili in sito, la rimozione del sottostante strato di ondulina sottocoppo, la rimozione del piano dl appoggio costituito da sottassi a posa alterna (uno sì uno no) e la rimozione di tutti i travetti ormai non più idonei perché attaccati da muffe e tarli. Il tutto eseguito a tratti per non lasciare la chiesa completamente scoperta

La struttura portante di quanto sopra costituita da travi e capriate ha subito a sua volta un intervento di sistemazione importante in quanto le travi di colmo, che erano esposte all’infiltrazione di acqua provocata dallo scivolamento dei coppi verso la gronda, presentavano forti ed evidenti punti marcescenza vera e propria, che poteva inficiare la resistenza strutturale alla quale erano sottoposte. Si è così intervenuti sostituendo tutte le travi di colmo, utilizzando la stessa essenza di quelle esistenti, e si sono sostituiti alcuni puntoni delle capriate non più idonei a causa delle stesse infiltrazioni.

I travetti sono stati sostituiti, con travetti uso fiume, appositamente calcolati e dimensionati a sopportare il carico accidentale di neve e vento come da normativa vigente, ed è stato creato il piano di appoggio del manto di copertura utilizzando tavole in larice da tre cm di spessore posate accostate una all’altra. A completare, la posa dell‘ondulina sottocoppo fissata al piano sottostante con viti complete di guarnizione a tenuta ed il manto di copertura in coppi, con utilizzo di quelli recuperabili ed integrando la parte eliminata con materiale simile, fissandoli con ganci ferma coppo in rame.

Nel frattempo sono stati puliti in maniera accurata tutti i canali di gronda all‘interno dei quali il deposito in alcuni punti ostruiva il corretto deflusso dell’acqua, e verificate le pendenze degli stessi canali, sono aggiunti alcuni pluviali nei punti di sovraccarico.

La famiglia tra opera della creazione e festa della salvezza

Al centro della riflessione la casa, non solo edificio, ma “luogo” delle relazioni famigliari, del casato, delle generazioni, aperta al mondo; la casa/famiglia ecclesia domestica dei primi secoli, sede dell’eucaristia domenicale. Il Card. Ravasi dipinge con pennellate bibliche la casa simbolica, non un’ideale irraggiungibile, ma quella che permette di vivere e custodire “l’intima comunione di vita e d’amore” (GS 48), quella a cui Gesù si rifà in Mt 19,3-9 riportandoci al “principio” e ricordando con Lévi -Strauss che la famiglia è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società.

Per edificare la casa sono necessarie solide fondamenta. Alla base, la coppia, descritta nell’ebraico di Gn 2 con sette termini: ‘ezer (aiuto), ke-negdô (come di fronte), costola, dabaq (unirsi), basar ‘ehad (un’unica carne), ‘isshah (donna), ‘ish (uomo). Per ognuno di essi è offerto un breve approfondimento.
Ma la casa bisogna anche di pareti, di “pietre vive” attorno alla “pietra viva” che è Cristo. Sono i figli. Dopo il nome divino Jhwh nell’AT la parola più ricorrente è ben (figlio). La fecondità della coppia rimanda al suo essere “ad immagine di Dio” proprio in quanto coppia “maschio e femmina” (Gn 1,27). La relazione generativa umana “diverrà l’analogia illuminante per scoprire il mistero di Dio… la visione trinitaria cristiana di Dio Padre, Figlio e Spirito d’amore. Dio Trinità è comunione d’amore e la famiglia ne è il riflesso vivente”. Un duplice monito sulle pareti della casa definisce l’impegno di chi la vive e ne custodisce i legami: l’amore totale e indissolubile e il quarto comandamento.

Poi ci sono le tre stanze, tre locali simbolici abitati quotidianamente, la stanza del dolore, la stanza del lavoro, la stanza della festa e della gioia familiare. Nella relazione il Card. Ravasi si ferma su ognuna di esse, sottolineando per la festa l’importanza dell’attesa e della preparazione, per assaporare nel tempo l’eterno e imparare ad aprirsi a quella festa senza fine che ci attende: l’eternità nella comunione con Dio. Primo luogo di questa educazione/catechesi è la famiglia.

La visione della casa si chiude sulla necessità che sia abitata da due virtù: la speranza, che apre al futuro, alla novità, al desiderio di conversione, alla possibilità di cambiamento perché non incatena le persone nel tempo presente; la tenerezza, che ha un volto materno ma anche paterno, come quello del quadro di Os 11,1-4.

card G. Ravasi

La quarta opera di misericordia

Nel mese di gennaio con le famiglie abbiamo riflettuto e condiviso la 4^ opera di misericordia..

ALLOGGIARE  IN TE QUEL  PELLEGRINO  DEL  TUO  CONIUGE

Introduzione

Fin che tutto va bene, nessuno ci pensa; fino a che naturalmente le cose tra gli sposi fluiscono senza intoppi, è difficile fare fatica nell’accogliersi. Ma un amore coniugale è totale e fedele, non è in funzione degli umori, delle lune e delle stagioni: per questo è unico! Fare spazio e ospitare sempre il tuo coniuge può essere anche faticoso, tanto che a volte viene a rappresentare quella croce che Gesù  ci ha detto di prendere per seguirlo. Non sempre si sta insieme come ospiti graditi o si fa casa con desiderio costruttivo di piena comunione. Gesù ci chiede di fargli spazio, attraverso l’esperienza di vita coniugale: il pellegrino è il tuo coniuge; in lui incontri Cristo. Non basta però dare prima accoglienza, bisogna che questa sia di qualità e duri nel tempo. Prendiamo l’esempio supremo di Maria, la piena di Grazia, che si è fatta casa dell’autore della vita, per poi seguirlo sotto la croce e nella gloria.

Il pellegrino bussa quando meno te lo aspetti; spesso non è pulito e non porta grandi regali: ma è lui tuo marito; è lei tua moglie.

PAROLA DI DIO

I Giovanni 4,7-12

7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9 In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. 10 In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

11 Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12 Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.

PER RIFLETTERE

Domande alla vita

  • Proviamo a rileggere la nostra vita di coppia con la lente dell’amore di Dio: ci sono stati momenti dove avete sentito la presenza di Dio?
  • Quando le novità della vita coniugale vanno un po’ diminuendo, come ci accogliamo ogni giorno a vicenda?
  • Sono capace ad amare il coniuge non solo perché mi viene facile e spontaneo, oppure  perché me ne viene un tornaconto, ma perché amo Dio in lui/lei e allora “l’amore di Dio è perfetto in noi”?
  • E’ vero che spesso usiamo più energie e tempo per “cacciare fuori” il nostro coniuge, invece che ospitarlo?
  • Accogliere, dare ospitalità, vuol dire anche fare spazio, lasciare qualcosa di noi. Potremmo fare degli esempi al riguardo? Quali condizioni ci sono per accoglier il proprio coniuge come tale?
  • Quanto ospitate Dio nella vostra unione coniugale oggi? Quali sono le tracce di questa ospitalità?

PREGHIERA

La nostra vita vuole essere tua casa.
Una dimora solida e aperta, serena e disponibile.
Aiutaci, Signore, a non lasciarci fuori dalla porta reciprocamente.
Concedici di saperci accogliere sempre, in qualsiasi condizione e in qualunque momento.
Facci comprendere che solo facendo crescere il tuo amore, saremo l’uno per l’altra dimora disponibile e casa di felicità.     Amen.

L’angolo dell’intercessione

Profili di santità coniugale

Giovanni e Rosetta Gheddo

Rosetta Franzi nasce a Crova (Vercelli ) nel 1902 da una famiglia molto religiosa. Ha lavorato come insegnante elementare ed ha manifestato la sua santità soprattutto nell’amore al marito e ai tre figli. Da ragazza aveva curato l’asilo di Crova, insegnava agli analfabeti e generosa coi poveri. Da giovane sposa partecipava all’AC ed era catechista. Con Giovanni desideravano tanti figli e dopo Piero (1929), Francesco (1930) e Mario (1931) ha due aborti spontanei. Muore il 26 ottobre 1934 per parto e polmonite con i due gemellini di 5 mesi che non sono sopravissuti.

Giovanni nasce a Viancino (frazione di Crova) nel 1900 e si sposa con Rosetta nel 1928. Prima del viaggio di nozze sostano tre giorni al Santuario di Oropa e di comune accordo passano la prima notte di nozze dormendo separati per offrire il loro amore a Dio e chiedere la sua benedizione. Giovanni è un uomo buono e caritatevole, membro dell’ AC, definito il “geometra dei poveri” perché faceva gratis lavori a chi era in difficoltà. Per la sua autorità morale e religiosa era chiamato come “conciliatore” quando in paese c’erano litigi. Mandato in guerra in Russia per punizione, non essendosi iscritto al partito fascista (come vedovo con prole doveva essere esonerato dal servizio militare), è morto nel dicembre 1942 sul fonte del Don con un gesto eroico di carità; ricevuto l’ordine di ritirarsi ha detto al suo giovane sottotenente che doveva restare all’ospedale di campo: “Tu sei giovane, devi ancora farti una vita. Salvati. Qui resto io”.

I coniugi Gheddo hanno fama di santità perché hanno vissuto la loro breve esistenza vivendo il Vangelo nelle gioie e nelle sofferenze di una famiglia comune, camminando insieme alla sequela di Gesù, vivendo la ferialità in modo straordinario. Ci insegnano che il quotidiano ci/si trasfigura se ci chiediamo qual è la volontà di Dio in quel momento. Danno testimonianza che la famiglia non è mai un fatto privato ma riguarda il tessuto sociale, attraverso le relazioni buone, sane, giuste e pacificatrici che produce. La “straordinaria ordinarietà” di Giovanni e Rosetta sono uno stimolo e una speranza anche per noi. La loro causa di beatificazione dal 2008 è depositata alla Congregazione per le Cause dei Santi.

Tra i diversi gruppi che seguo, c’è uno in particolare che mi sta a cuore: quello di s. Rita, formato da persone che hanno vissuto il dolore  della morte del marito e della moglie, il cui scopo è di condividere la propria esperienza di vita trovando conforto in Cristo, Dio della vita e nella fraternità e amicizia che è il segno distintivo di questo gruppo.

Chi fosse interessato/a non esiti a contattare don Domenico.

Il gruppo è dedicato a s. Rita che ha vissuto l’esperienza della vedovanza come occasione di donazione e servizio a Dio e ai fratelli.

Ecco alcune note biografiche di s. Rita da Cascia

Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa. Frequentava  la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446.

Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale, del quale “fu vittima e moglie”.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma. Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo.

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*per due genitori nuovamente in attesa, che hanno perso il figlio nella gravidanza precedente

*per una coppia di sposi da anni in difficoltà

*per due giovani famiglie vedove con figli piccoli

*per una giovane coppia in crisi