Sono qui con voi nel nome del Signore

Ecco carissimi,

Anzitutto desidero salutarvi di vero cuore e desidero anche ringraziarvi per il fatto che, per appartenenza alle parrocchie o per amicizia, di fatto siamo qui tutti a pregare e quest’oggi siete qui a pregare soprattutto per me. Di questo vi ringrazio. Per il fatto che come ci diceva la prima lettura, la preghiera del povero attraversa le nubi e non si quieta finché non sia arrivata a destinazione. Per questo vi dico grazie e vi invito a continuare a pregare e a farlo con l’atteggiamento tipico dell’umile e del povero, perché è questo che piace a Dio ed è questo che fa sì che la nostra preghiera giunga più facilmente al cuore di Dio, così come ci ha fatto capire il testo del vangelo che abbiamo appena ascoltato.

Permettete però che in modo particolare mi rivolga ai fedeli delle parrocchie che mi sono affidate: alla parrocchia di Leno, di Milzanello e di Porzano. Carissimi parrocchiani, ecco che vengo a voi profondamente cosciente della mia debolezza, della mia povertà, della mia fragilità, anzi anche del mio peccato. La debolezza e la povertà si capiscono pensando anche semplicemente all’età che mi porto dietro. Dicevano gli antichi che “la vecchiaia è già di per se stessa una malattia”. Ecco quindi che ho diversi acciacchi, che fanno parte della mia età. Così come vi sarete accorti che la mia voce è piuttosto fragile, insicura, debole.

Ho poca memoria e potrei continuare con tutti i difetti che ho, ma lascio a voi la possibilità di scoprirli un po’ alla volta. Sta di fatto che vengo a voi cosciente della mia debolezza, povertà e fragilità. E proprio per questo, così come il pubblicano al tempio che chiedeva a Dio “abbi pietà di me”, io chiedo anche a voi:

Abbiate pietà di me

Che la vostra preghiera sia sempre anche una richiesta a Dio che abbia pietà di me, della mia fragilità, dei miei peccati e nonostante questo continui ad aiutarmi e a sostenermi. Nello stesso tempo, però, vi devo dire con molta schiettezza che vengo a voi carico di fiducia. Vengo a voi con il cuore pacato e sereno, perché vengo a voi nel nome del Signore. Il fatto di aver detto di sì al Vescovo, dietro alla sua insistenza e alla sua perorazione, mi ha dato pace perché io sono profondamente convinto che dietro alla richiesta esplicita, sollecita e ripetuta del Vescovo si nasconda la volontà di Dio. E diceva già Dante Alighieri che “nella sua volontà, è la nostra pace”.

Ecco per questo mi potete cogliere, nonostante la preoccupazione e l’ansia inevitabile, in uno stato di pace e serenità perché sono convinto che con questa decisione non ho fatto altro che rispondere alla volontà di Dio.

Quindi sono qui con voi nel nome del Signore

Non sono qui perché l’ho voluto io, ma nel nome del Signore. Per questo ripeto quanto ho detto all’inizio: continuate a pregare per me, continuate a pregare perché al termine del mio servizio in mezzo a voi io posso dire come diceva l’apostolo Paolo nella seconda lettura “il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del vangelo”. E allora ecco che al termine di questo servizio, quando piacerà a Dio, insieme, potremo benedire il Signore. Ancora grazie, abbiate pazienza e abbiate misericordia e continuate ad accompagnarmi. 

Debitori dell’Amore vicendevole

XXIV domenica del Tempo Ordinario. Es 32, 7-11.13-14; 1 Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32. Saluto alle Comunità di Leno, Milzanello e Porzano

I testi delle Sacre Scritture che abbiamo ascoltato ci invitano a cantare “le misericordie del Signore”, cioè le “magnalia Dei”: le meravigliose opere di Dio per l’umanità. Esse sono doni gratuiti e meravigliosi, che non troviamo nella nostra povera umanità, fino a quando questa non viene incontrata da Gesù; sono doni offerti per essere donati.

Per prenderne coscienza ed accoglierli è necessario metterci in ascolto della Parola, che è Gesù, Parola del Padre.

La nostra tentazione, come quella di Israele, di Saulo, degli scribi e farisei, non è tanto quella del rinnegamento di Dio, quanto piuttosto di stravolgere il nostro atteggiamento nei suoi confronti, passando dal rapportarci a Lui per servirlo al rapportarci a Lui per servircene: è questo il vero significato del vitello d’oro. Costruirsi un dio che si accontenta del culto dell’uomo e si piega alla sua volontà.

Intendendo così Dio, l’uomo non potrà mai cogliere, apprezzare, contemplare e cantare le misericordie del Signore; perché Lui, per amore e fedeltà a se stesso e all’umanità da lui creata, non si piega alla volontà dell’uomo. Così l’uomo, rimanendo in quell’atteggiamento di rivalsa nei confronti di Dio, rimane ripiegato su se stesso e non riesce ad alzare lo sguardo, la mente ed il cuore per cogliere il Bello che ci abita e ci attornia (Dio) e le persone e le cose belle che, come fiori meravigliosi e profumati, abitano la nostra persona, la nostra società e rallegrano il giardino del mondo, fatto di persone e cose meravigliose, create da Dio per la gioia dei suoi figli.

Mi piace, terminando il mio mandato in queste nostre tre comunità, alzare lo sguardo e osservare dal punto di vista della Parola ascoltata, questa piccola porzione di giardino del mondo, che è Leno e, insieme con voi, ringraziare Dio per i frutti succulenti e i fiori profumati, da Lui fatti sbocciare in questi anni, assaporarli e respirarne il profumo.

Vedo e contemplo innanzitutto il bagliore della luce divina che, illuminando, mostra ogni cosa nel suo profondo significato, la fa conoscere per ciò che è e da rilievo ad ogni volto umano, segnato ora dalla gioia, ora dal dolore e poi dalla preoccupazione o dalla tristezza e, ancora, dalla fatica, dall’attesa e, finalmente, dalla speranza, che nuovamente ridona gioia. Rivedo così, con lo  sguardo di tenerezza ed d’amore di Dio, tutti i volti che ho incontrato in questi anni e rimango ammirato per l’opera di Dio che riporta sempre e tutto allo splendore della vita come Lui ce l’ha donata.

Ecco, dunque, le sue opere.

La sua manifestazione nel Mistero celebrato nella liturgia con tutta la comunità, soprattutto quando è riunita per l’Eucaristia domenicale: quanti volti, quante persone impegnate a rendere belle le nostre celebrazioni, affinché in esse possa manifestarsi Colui che è “il più bello tra i figli dell’uomo”, come afferma il Salmo 45. Quante volte nelle nostre assemblee liturgiche ci siamo sentiti famiglia e abbiamo espresso la gioia di sentirci fratelli, radunati da Gesù intorno all’unico Padre celeste e riscaldati dall’amore dello Spirito Santo.

Persone semplici con il canto, la musica, la proclamazione della Parola di Dio, la preghiera, il servizio liturgico, la pulizia e la preparazione del tempio …, guidati dalla presidenza del sacerdote, sono state strumento per farci toccare con mano la presenza di Dio!

Non fa forse parte delle “misericordie di Dio”, delle sue meraviglie compiute per la sua Chiesa e, attraverso di essa, per tutta l’umanità rendere efficaci i segni liturgici e riempire della sua presenza l’assemblea radunata nel suo nome? Non sono forse miracoli questi, che si sono ripetuti e si ripetono nelle nostre comunità?

E poi, quanta misericordia offerta e ricevuta da Dio, attraverso le mani del sacerdote nel sacramento del perdono e attraverso le mani e il cuore di tante persone: ho visto adulti piangere di gioia per il perdono ricevuto; giovani mostrare ardimento nel vivere la fede cristiana in una società che la rifiuta; genitori trovare il coraggio di riaccogliere figli che se n’erano andati di casa sbattendo la porta; coppie di sposi ritrovarsi dopo la separazione; figli chiedere perdono ai genitori; bambini riabbracciarsi dopo una lite e godere la gioia del perdono dato o ricevuto … Qualcuno ha veramente imparato che se si fa esperienza della misericordia e del perdono di Dio, si può realmente cambiare il mondo attorno a sé, facendo circolare la Sua misericordia. Allora vien voglia di cantare la gioia di appartenergli.

Sono stato testimone di una dedizione ammirevole di tanti cristiani verso i poveri, gli anziani, gli ammalati, le persone diversamente abili, le famiglie in difficoltà: chi col sostegno morale, chi con quello economico, chi con la vicinanza e donando del tempo, altri con l’accompagnamento spirituale, alcuni con l’impegno educativo, l’aiuto culturale, sanitario lavorativo … Ho conosciuto mogli accettare il “martirio” – non esagero – pur di non tradire la fedeltà al sacramento celebrato … e ho pianto per loro e con loro: un pianto di sofferenza, ma anche di gioia per la forza che lo Spirito ha donato loro.

Tutti col denominatore comune della carità cristiana che è accettazione della sofferenza, gratuità, disinteressata, prolungata nel tempo.

Non è forse una meraviglia tutto questo? E chi, se non Dio, ha suscitato tutto questo bene e ha dato i mezzi per compierlo? “Chi ce l’ha fatto fare” se non Lui?

Per non parlare, poi, dell’attenzione verso i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e le loro famiglie!

Prima che un seme sbocci e diventi un fiore profumato o un frutto succulento ci vuole tempo, luce, caldo, acqua e tanta pazienza. Quante persone ho visto impegnate in un volontariato corresponsabile perché il seme  della giovinezza potesse sbocciare in fiore profumato o in frutto saporito di vera umanità, fecondata dallo Spirito, per diventare a sua volta strumento e sostegno per la maturazione di altri! Quanto amore, quanta dedizione, quanta fatica, quanta perseveranza, quanta speranza, sorretta da una fede in quel Dio che certamente non disattende tanto amore, lo rende fecondo di bene e dà certezza alla nostra speranza.

Quante energie profuse da parte di educatori, catechisti, animatori, genitori e tanti altri giovani e adulti per sostenersi a vicenda  e non cedere alla tentazione della delusione o dello scoraggiamento! Non è forse meraviglioso tutto questo? E Dio ha operato queste meraviglie attraverso di noi, perché abbiamo risposto positivamente alla sua chiamata.

Non posso, a questo punto, non esprimere un grazie sincero e affettuoso ai nostri sacerdoti per il loro impegno, per la loro perseveranza nel rimanere in prima linea, per la loro preparazione, per la condivisione fraterna, soprattutto nella progettazione pastorale e nella preghiera comunitaria settimanale: grazie don Davide, grazie don Renato, grazie don Alberto, grazie don Ciro, vi voglio bene. Grazie anche a don Riccardo e a don Domenico. Insieme con loro non posso dimenticare l’affetto per noi sacerdoti e l’impegno nella testimonianza e nella presenza discreta, ma fruttuosa delle nostre suore: grazie Suor Maria Pia, grazie Suor Graziella, grazie suor Florence; un grazie anche a Suor Laura e a Suor Lidia. 

Desidero esprimere riconoscenza anche ai Consigli pastorali e degli affari economici, volendo ringraziare tutta la comunità, essendone loro i rappresentanti.

E voglio che cogliate un altro aspetto meraviglioso, che io ho osservato: il desiderio di crescere nella conoscenza di Dio per poterlo amare come Lui ci chiede, non solo attraverso il culto, ma secondo una chiamata e un mandato che Egli ogni giorno  ci rinnova. Alcuni giovani e adulti sono stati perseveranti ai momenti sedentari o itineranti di formazione, agli incontri di spiritualità, alla preghiera comunitaria, all’adorazione eucaristica e alla Lectio divina, sperimentando che questa, come dice Gesù a Maria di Betania, “è l’unica cosa necessaria” (Lc 10,42); non perché tutto il fare non serva, ma perché tutto si compie in modo vero e produttivo a partire dall’incontro con Gesù e dall’ascolto della sua parola.

Tutto questo sostenuto da una preghiera perseverante, soprattutto da parte dei malati e degli anziani che, non potendo partecipare fisicamente alla vita della comunità cristiana, hanno offerto la loro sofferenza e la loro preghiera, si sono uniti spiritualmente anche attraverso la radio parrocchiale e “La Badia”, hanno incoraggiato, favorito e sostenuto l’impegno di tutti. E’ vero loro sono i nostri parafulmini. GRAZIE!

Ed ecco che da questo clima ecclesiale di carità, preghiera e sostegno reciproco è sbocciato uno dei fiori più belli: il diaconato e il prossimo presbiterato di Nicola Mossi. E’ un altro splendido dono che Dio fa alla sua Chiesa attraverso la nostra comunità.

Anche l’incontro e la collaborazione con le Istituzioni e le associazioni civili, a partire dall’Amministrazione e dal Consiglio comunale, per arrivare a tutte la Associazioni, non per il colore politico, ma per la loro missione di governo e di animazione a servizio della società, sono stati un dono, che ci ha permesso di testimoniare come a tutti deve stare a cuore il ben comune ed è proprio in tempi difficili, come è il nostro, che è necessario unire le forse e utilizzare ciò che ci accomuna per fare il bene di tutti.

Ora forse qualcuno penserà: nel giardino, insieme al profumo dei fiori, alla dolcezza dei frutti, alla fragranza del verde … ci sono sempre anche odori sgradevoli, erbacce, spine pungenti, frutti amari …

E’ vero! E così è stato e sarà anche nel giardino dissodato dai benedettini nel territorio di Leno. Eppure anche tutto questo, se visto nel contesto della natura, ha un senso e dà significato al lavoro di chi si impegna a tenere pulito e ordinato il giardino.

Così, i momenti di tensione, di dolore, di confronto acceso, di incomprensione … hanno dato e daranno motivo ad un maggior impegno nel cercare di far crescere in questo giardino i fiori e i frutti più belli del perdono, della riconciliazione, della pace, dell’armonia, della comunione, della carità sincera.

E’ ciò che io auguro a tutti, mentre vi ringrazio dal profondo del cuore per questi sei anni tosti, eppure meravigliosi; impegnativi, eppure gioiosi; laboriosi e per questo coerenti con la missione che mi è stata affidata: qui ho celebrato per voi e con voi il Mistero dell’amore di Dio; qui ho condiviso con voi gioie, fatiche e speranze; qui ho offerto insieme con voi l’amore, la cui sorgente è Dio; qui con voi ho gioito, ho sperato, ho pianto, ho sofferto e ho perseverato nella fede. Vi ringrazio delle numerose manifestazioni di affetto che mi avete offerto in questi giorni. Vi chiedo di dimenticare gli scandali che avessi arrecato, la cattiva testimonianza e le eventuali offese: vi chiedo perdono e comprensione. Così desidero assicurare che non mantengo rancori con nessuno, perdono con sincerità di cuore chi mi avesse in qualche modo offeso. 

Ora mi rimane un solo debito, quello dell’amore, come dice S. Paolo: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Romani 13, 8). E siccome sono stato amato molto, devo ricambiare molto. Per questo, come gesto di riconoscenza, mi impegno ad aprire le mie labbra e il mio cuore al Signore, come Mosè, ad intercedere per tutti coloro verso i quali sono debitore, chiedendo alla Vergine Maria di sostenermi nella mia intercessione. E voi pregate per me. 

A tutti il grazie più sincero e riconoscente.

Guarda le immagini del saluto:

Saluto a mons. Giovanni Palamini

Trinità

L’omelia della Santa Messa della domenica della Festa dell’Oratorio 2019 – 16 giugno 2019

A parecchi di noi, quando eravamo piccoli e abbiamo incominciato a muovere i primi passi, o ci spostavamo ancora a gattoni, ci hanno detto, nel tempo invernale, di non toccare la stufa o il fuoco del camino perché ci saremmo scottati. Era praticamente impossibile pensare che avremmo potuto capire che cosa volesse dire scottarsi, lo abbiamo però compreso bene quando abbiamo messo per la prima volta le dita su qualcosa di bollente. Allora sì che abbiamo capito cosa volesse dire scottarsi.

Questo per dire che cosa? Che noi viviamo l’esperienza e non l’idea. Nella grande maggioranza dei casi noi impariamo, conosciamo a partire dalla praticità e meno dal concetto, anche dal concetto ma meno rispetto alla praticità. Facendo un esempio molto semplice, quasi banale: se dovessi spiegare a qualcuno che non ha mai mangiato un gelato, che cosa è un gelato e che sapore ha, per quanto io possa a sforzarmi, quella persona potrà immaginarsi che cosa sia un gelato e che sapore possa avere, ma arriverà a capire con esattezza il sapore del gelato solo dopo che lo avrà assaggiato.

Questo è quello che capita anche con la nostra fede; la nostra fede è molto concreta, molto pratica, la abbiamo resa noi un po’ confinata in una dimensione troppo intellettuale, ma è molto concreta. Anche qui potrei fare un esempio, forse un po’ più crudo dell’altro, senza voler turbare nessuno, ma mettiamo il caso che si stia vivendo una prova particolare, una fatica, un dolore, magari anche per un lutto. Se hai fede, sei disposto a metterti nelle mani di Dio, se non ce l’hai non lo fai. È molto concreta la cosa; anche perché la fede non è solo un dono, ma è anche una scelta, quindi possiamo sempre farla. Ecco, approfondire la solennità della Trinità, è possibile se noi oggi ci mettiamo alla scuola di Gesù, il quale ci parla della realtà di Dio tenendo conto delle nostre caratteristiche e delle nostre capacità.

Che cosa è la Trinità? O meglio, chi è la Trinità?

È la base della nostra fede, cioè noi crediamo in un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Perché questi tre nomi? Perché Gesù ce ne ha parlato in questi termini, non è un’invenzione degli uomini, ma ce l’ha rivelata Gesù. Se dovessimo racchiudere in uno schema molto veloce quello che Gesù ci ha detto circa Dio, quello che è venuto a raccontarci, a fare con i suoi gesti, ma anche con la predicazione, potremmo dire che Dio ama tanto l’uomo e il mondo in cui vive, che desidera essergli vicino, quindi manda nel mondo il figlio. Questo figlio, Gesù, ci insegna a chiamare Dio come Padre. Questo figlio, sempre, è accanto allo Spirito perché possiamo vivere come Dio. Ecco, questo è uno schema un po’ efficace, molto stringente per dire quello che grosso modo possiamo dire della Trinità. E ora lasciamolo per un attimo da parte, non perché non sia importante capire, ma perché non vorrei corressimo il rischio di rinchiudere Dio in uno schema anche un po’ freddo, in un concetto.

Dio non è un concetto da capire, Dio è una manifestazione d’amore da accogliere, a noi compete quello, l’amore da accogliere. Anche perché, e il testo ce lo ha anche detto un po’ oggi, quando Gesù ci dice che per ora i suoi discepoli non hanno la capacità di portare il peso della conoscenza di quello che lui andrà a fare; noi non siamo in grado di capire tutto Dio, bisogna essere qui molto pratici, non possiamo definire Dio, Dio è infinito.

Ma se da un lato è vero che non possiamo capire tutto Dio, è però altrettanto vero che noi possiamo sperimentare tutto Dio. Come? Per esempio nei sacramenti, per esempio nell’amore, nel perdono. E quindi ecco che torna il fatto che noi, sperimentando, conosciamo e impariamo. Noi viviamo l’esperienza più che l’idea. Noi viviamo e sentiamo Dio quando sperimentiamo la sua presenza più che avere l’idea di un Dio che esista o meno; e in sintesi, che cosa, che scopo ha allora questa festa della Trinità? Per un verso vuole rimandarci all’identità di Dio, quindi a capire non solo chi è, ma anche cosa fa. Ci dice che è colui che vuole prendersi cura delle persone che gli stanno care, farci che noi gli siamo cari, e che questo Dio ha al suo interno una relazione d’amore che vuole condividere con l’esistenza umana. Per un altro verso invece, vuole rimandarci alla gloria, alla gratitudine. Perché diciamo gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito santo? Per dire che siamo grati a questo Dio che vuole prendersi cura di noi. Praticamente è come se dicesse che la nostra vita non è abbandonata, ma sussiste per una relazione che ci è costantemente data, rinnovata.

Mentre vi guardavo, facevo un pensiero: noi siamo qua, nel mese di giugno del 2019, in questo bel contesto, vedo le vostre facce, i vostri volti, conosco molte delle vostre storie, sento di appartenere a voi, e vi dico con amicizia che non vorrei essere da nessun altra parte se non qua e vi ringrazio per quello che siete stati e siete per me. Grazie. Lo dico attorno all’altare, perché qui noi siamo un corpo, una comunità. 

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Ripartiamo dalla preghiera

Santa Messa di apertura della Festa dell’Oratorio 2019

Prima di dar voce alla mia riflessione, compiamo due gesti che diventeranno parte, poi, anche della mia omelia. Il primo è quello che ci vede qui perché quasi incaricati, insigniti di un ruolo di servizio, di una missione; e qui sto parlando di tutti quelli che si sono resi disponibili per dedicare del tempo, energie e risorse, del volontariato durante la festa. Invito, pertanto, quanti fanno parte de turni di servizio e di prendere la maglietta e indossarla. Spieghiamo anche il perché di questo gesto: quando l’abbiamo pensato è sorto il dubbio che si potesse pensare che “questi mettono la maglietta come se fossero superman”. Niente a che fare con questo. Quella maglietta ha il valore della mia stola. E a cosa serve la stola? La stola non è nient’altro che un simbolo che ricorda il grembiule che ha messo Gesù nell’ultima cena quando si mise a servire i suoi discepoli. Questa maglia per noi è il simbolo dell’amore, del servizio e quello che facciamo lo facciamo perché vogliamo imitare Gesù. Il cristiano è colui che si lascia amare da Gesù e percorre i suoi passi, calca le sue impronte.

Il secondo gesto che andiamo a compiere è l’accensione di questa candela. Ogni sera, per sette sere, accenderemo una candela indicando come la nostra festa parta della preghiera. Aggiungeremo ogni sera una candela così che ritmerà il tempo della nostra festa. Ogni sera cominceremo le nostre attività con la preghiera, perché ci sentiamo dei mandati e soprattutto perché dove due o tre sono riuniti nel nome del signore Gesù noi sappiamo che Lui è mezzo a loro. Vorremmo raccontare a tutte le persone che verranno qua che qui c’è Gesù, perché noi lo preghiamo e ci sentiamo raggiunti dal suo amore. Vorremmo raccontare questo e lo faremo ovviamente come saremo capaci, ma perché partiremo da qui.

Ho già messo in evidenza alcuni motivi per i quali noi stasera siamo qui a dare inizio alla settimana dell’Oratorio, sapendo che far festa vuol dire che c’è un qualcosa che ci attira. Più quello che ci attira è forte più raccoglierà gente. L’oggetto della festa, per noi è Gesù. É lui che ci riunisce. In fin dei conti noi perché siam qui stasera? Io ho ben chiaro in testa il perché e ve lo voglio dire con schiettezza. Noi siam qui fondamentale per un’unica cosa: siam qui per pregare e penso che abbiam bisogno di ripartire ancora una volta dalla preghiera. Magari negli ultimi anni siamo stati capaci e bravi a fare anche tante cose. Siam diventati abili a leggere la realtà sociale, a dare un po’ di numeri, a fare alcune proiezioni, a progettare, a diventare tecnologici ma dobbiamo ripartire dalla preghiera. Per quanto potremo essere bravi, o noi partiamo dalla preghiera o altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. Non possiamo solamente fidarci delle nostre capacità: già altre volte ho fatto questa riflessione con voi, non possiamo solamente ottimizzare le nostre risorse ed essere ottimisti per quello che facciamo. La categoria dell’ottimismo non è una categoria cristiana perché l’ottimismo si basa sulle nostre capacità, sulle nostre risorse: finché le abbiamo tutto o quasi, va bene, ma quando non le abbiam più si passa dall’ottimismo al pessimismo. Non sarà che forse c’è troppo pessimismo in giro perché puntiamo solo su di noi? In questo caso, la categoria cristiana necessaria è quella della speranza.

La speranza illumina l’attesa

L’attesa è viva quando io spero perché so che il mio Dio sarà sempre accanto a me e io ho bisogno di incontrarlo, ho bisogno di parlargli assieme, ho bisogno di ascoltarlo e cosa meglio della preghiera può fare questo? Per cui io vi dico che siamo in questa sede per pregare. Per pregare non solo per la festa dell’Oratorio ma per pregare per la nostra comunità e per pregare per la Chiesa intera in questa festa di Maria madre della Chiesa. Abbiamo diversi motivi per pregare: io ve ne elenco alcuni ma ognuno poi avrà i suoi. Il primo è che noi pregando assieme siamo un popolo; il popolo è diverso dalla massa, la massa è senza nome, la massa è generica, il popolo ha la sua identità. Chi siamo noi? Siamo quelli che stanno qui attorno (all’altare), cioè quelli che vengono qua e da qua ricevono la loro forza.

Motivo ancora per pregare: questa mattina ho concluso il percorso della visita agli ammalati, alle persone anziane, e parlando con loro a uno di questi che è particolarmente sofferente ho detto “stasera ti ricordo nella preghiera, ti ricordo nella Messa all’Oratorio. Ti ricordo lì perché hai tante volte frequentato questo ambiente” e chiedo a tutti voi di pregare anche per questa persona. Siam qui, ancora, per pregare per altri motivi; sempre nel giro di questa mattina ho incontrato una signora molto anziana, ora è debole ma ha una grande forza nella sua preghiera. “Ricordo anche te nella preghiera”. Siam qui anche perché vogliamo ricordare una persona che ha voluto bene all’Oratorio, ha voluto bene alla sua famiglia, Maria Teresa, i suoi figli hanno frequentato questo posto, lo frequentano, così come il marito. Bello il fatto che anche molti amici hanno pensato di ricordarla e di far celebrare questa Santa Messa. Volentieri lo facciamo. Abbiam fatto anche un gesto in sua memoria, appunto perché conoscevamo la sua passione per l’educazione, per la crescita, per gli ambienti come questo: le tre piante nuove che abbiam messo nel parco giochi, e per noi la pianta che si semina indica qualcosa di importante, una vita che cresce, farà ombra, sarà segno di una vita che passa attraverso il progetto di Dio e della sua creazione e che manifesta la sua bellezza. Le tre piante che abbiam messo al parco, l’abbiam fatto in nome di Maria Teresa. Per cui ogni qual volta vedremo quelle tre piante ci verrà in mente.

Siam qui, ancora, per pregare per la nostra Chiesa: non so voi ma io che son prete, a volte non so da che parte sbattere la testa: non sappiamo più cosa fare e non basta avere gli ulivi belli, non basta avere tutto pulito, tutto ordinato. Anche se dedichiamo mille ore all’Oratorio, ed è bello averlo così, questo non basta, per cui vi dico mettiamoci in preghiera, chiediamo a Dio che apra una via, che ci aiuti in questo periodo dove io mi sento un po’ smarrito e vedo la riflessione sulla nostra pastorale ecclesiale un po’ smarrita. Tanto impegno, tanto faticare, tante energie, tanta progettazione, tanta passione… sembra quasi che il vento porti via tutto, sembra che serva a poco o per non dire a nulla. E ora non sto qua a citare i numeri e dire chi non vien più e chi viene ancora, ho fatto pace con i numeri. Avverto, però, una preoccupazione non tanto perché i numeri calino o crescano ma perché sembra che ci stiamo allontanando da Dio, almeno nelle nostre priorità. Sembra che stiamo perdendo quel che di più vero abbiamo, il nostro spirito, che va ravvivato, va sostenuto, va curato sicuramente più di tutte queste cose che per quanto possano essere belle e funzionali, non sono compensative della serenità di sentirsi amati. Se non si entra mai là dentro (indica la porta della chiesetta) allora è inutile. Lo dico spesso questo ai genitori quando facciamo gli incontri, ogni qual volta veniamo qua la prima cosa che dobbiamo fare, che diventa fortemente educativa, potentemente educativa, è entrare là dentro, salutare il Signore, ringraziarlo perché ci ha dato l’opportunità di vivere nella nostra comunità. Quando noi entriamo, dietro l’altare abbiamo una bellissima immagine di Maria. Gesù ce l’ha affidata come mamma, come colei che si prende cura di noi. É stato bello che quest’anno un gruppo di persone sia venuto qui a pregare il rosario durante il mese di maggio. Ci possono essere anche mille altre forme di preghiera: quando arriviamo qua vi auguro di fare una cosa prima di tutte: entrare là a salutare il Signore, sua madre che è nostra madre e sentirci fratelli e figli.

L’augurio che posso fare, il più bello, è questo: stasera ripartiamo dalla preghiera, tutto il resto viene dopo. Io son convinto che noi siamo bravi, che ce la caviamo anche in tante cose, che siam capaci a destreggiarci nelle diverse sfide che ci si presentano, ma dobbiamo ripartire della preghiera, altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. E se tutto comincia e finisce con noi qual è il guaio? É che ogni volta devi ricominciare. E invece noi sappiamo che la vita la si è sempre imparata dagli altri, e se noi siam qui è perché qualcuno duemila anni fa ci ha raccontato quello che è accaduto e ha continuato a raccontarlo fino ad arrivare a noi. Ma se noi ci stacchiamo da questo circolo virtuoso, ogni volta bisognerà ricominciare da capo. Se ricominci da capo corri il rischio di perderai dei pezzi e ricomincerai a fare ancora la solita fatica, magari butterai via tante opportunità. Abbiamo una tradizione grande, una ricchezza grande, dalla quale partire: dalla preghiera.

Francesco: una vita che fa da modello

Nell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nel corso della Santa Messa nella basilica superiore di Assisi, l’invito rivolto ai tanti ragazzi presenti a seguire nella loro vita gli esempi e gli insegnamenti del poverello di Assisi

Un cielo carico di nuvole non ha tolto nulla alla gioia dell’incontro tra il vescovo Tremolada e gli oltre 2000 ragazzi bresciani, nati tra il 2005 e il 2007, che hanno vissuto un’intensa esperienza di tre giorni dal taglio vocazionale. È nella terra che ha dato i natali e ha visto fiorire la vocazione del “poverello” di Assisi che l’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni hanno voluto chiamare a raccolta i ragazzi bresciani per consentire loro di comprendere, in una città in cui ogni angolo e ogni pietra racconta la “vita bella”, come si possa rispondere sì alla chiamata che il Signore ha pensato per ogni uomo.

Se il momento centrale della prima giornata di questa esperienza che ha preso il posto dell’ormai tradizionale “Roma Express” è stata la Santa Messa che il Vescovo ha celebrato nella basilica superiore davanti a tanti ragazzi, non meno importante è stato il “primo contatto” con le testimonianza di chi, frate o suora, ha già avuto modo di “fare i conti” con la dimensione vocazionale della propria vita.

Le immagini e i video che i ragazzi, tramite Whatsapp, Facebook e Instagram, hanno mandato a Brescia sono di quelle che non lasciano spazio a dubbi particolari: se l’obiettivo di quesra prima esperienza in terra di Assisi era di far toccare loro con mano la gioia del “bello del vivere”, la missione, già al termine della prima giornata, è stata abbondantemente raggiunta.

Mons. Pierantonio Tremolada ha praticamente accolto l’arrivo dei ragazzi bresciani ad Assisi; non si è sottratto alle richiese di foto di gruppo o di selfie per documentare il “c’ero anch’io” a una esperienza importante.

Nel corso della Messa, celebrata sotto le volte della Basilica superiore, il Vescovo ha indicando ai ragazzi lo splendido ciclo di affreschi di Giotto dedicato a San Francesco, li ha invitati a vivere una vita avendo come punto di riferimento gli insegnamenti di quel giovane che, più di 800 anni fa, si lasciò interpellare da quell’invito del Crocifisso ospitato nella chiesa diroccata di San Damiano a impegnarsi per la ricostruzione della “casa”. Ai tanti ragazzi riuniti in questo scrigno di arte e religiosità ha rivolto ancora l’invito di trovare, così come fece Francesco, il tempo del silenzio, degli spazi per la riflessione, a prendere a cuore, così come fece tanti anni prima quel loro coetaneo diventato santo, la natura. Parole importanti, quelle del vescovo Tremolada, che non hanno lasciato indifferenti, nonostante la fatica per il viaggio affrontato e la prima giornata assisiate, le centinaia di ragazzi presenti.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

Anno nuovo…

Eccolo! Annunciato da botti e fuochi d’artificio, il nuovo anno è iniziato.

Alla mia non più giovane età, da un po’ di anni, guardando lo spettacolo pirotecnico di luci che esplodono nel cielo mille colori, ma che, come meteore, subito svaniscono, mi chiedo come saranno i giorni che mi, che ci attendono. Quali sorprese positive o meno incontreremo? La risposta l’avremo solo vivendo giorno dopo giorno.

La vita è il meraviglioso dono che si compone e prende forma nello stile che noi vogliamo darle. Possiamo scegliere di viverla concentrati su noi stessi, alla ricerca dei piaceri o delle cose che pensiamo ci possano rendere felici. Oppure viverla avendo acquisito la convinzione che la vita è un cammino da percorrere insieme: nella famiglia, nella comunità civile e religiosa, nella società.

Il giorno del’Epifania, alla Messa nella chiesetta dell’ospedale, don Riccardo, nella sua bella e profonda omelia, ha usato un’espressione che mi ha molto colpito e che ho portato a casa con me:

Non anestetizziamo il cuore!

Nell’attuale contesto sociale, la propaganda, la pubblicità, la comunicazione quasi esclusivamente virtuale, falsano la visione concreta, piena e vera della vita. Anestetizzano il cervello ed i sentimenti perché tutto ciò che ci raggiunge non può essere verificato o sperimentato, tanto da chiedermi se sia la mia testa a ragionare in un certo modo o se ormai sia inquinata da una overdose di messaggi, anche subliminali. A questo punto, alzare gli occhi dal telefonino o distoglierli da qualsiasi video, per posarli su una pagina del Vangelo, è un buon metodo di verifica.

Mi sorprendo che il testo, sia esso una parabola o un detto di Gesù, anche se so di conoscerlo, mi suggerisca ogni volta punti di vista nuovi ed inesplorati, preziosi per affrontare la realtà. Cristo conosceva profondamente l’animo umano ed il Vangelo è il perfetto manuale di istruzioni per vivere intensamente e risvegliare il cuore dalle anestesie. Provare per credere!

Buon anno e buona vita.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.