Monsignor Renato Tononi nuovo parroco di Leno

S.E. il vescovo Pierantonio ha nominato monsignor Renato Tononi nuovo parroco delle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano.

Monsignor Renato, nato il 13 marzo 1951, è stato ordinato il 7 giugno 1975. É stato successivamente studente a Roma (1975-1980), vicario coop. fest. a Lumezzane Fontana (1980-1990), parroco a S. Faustino di Bione (1990-1995), prefetto degli studi dello Studio Teologico Paolo VI presso il seminario di Brescia (1993-1995; 2001-2004), vicario parrocchiale fest. a Castel Mella (1995-2010), direttore dell’Ufficio Catechistico (1999-2011), insegnante in Seminario (1980-2011), Vicario episcopale per i laici e la pastorale (2008-2018) e parroco di Sant’Alessandro e San Lorenzo in città dal 2010.

Don Davide Colombi sarà l’amministratore pastorale fino all’arrivo del nuovo parroco.

Senza complessi d’inferiorità

Mons. Gabriele Filippini, nuovo direttore del Museo diocesano e responsabile per la cultura, sul ruolo della Chiesa nella società

La storia della Chiesa è anche inseparabilmente storia della cultura e dell’arte. Il suo nuovo ministero, come direttore del Museo diocesano e come responsabile per la cultura, riassume il tentativo della Chiesa di continuare a ragionare in maniera ancora più sinergica su questi aspetti?

La Chiesa non deve avere complessi di inferiorità: è stata ed è portatrice di valori condivisi, bellezza, spiritualità. L’azione culturale della Chiesa è molteplice: conservazione, attualizzazione e capacità di lettura dei tempi, senza ostracismi e crociate pur nella chiarezza della propria identità. La prima azione culturale della Chiesa è di favorire la capacità di pensiero, riflessione critica e discernimento per poter scegliere in libertà. Quest’opera richiede la capacità di lavorare insieme, suscitando sinergie. Bisogna tornare ad essere coro e orchestra, non solisti. Grato per la fiducia data dal Vescovo e dalla diocesi, cercherò di procedere in questo direzione.

Il responsabile della cultura dovrà confrontarsi con le tante culture che abitano il nostro territorio. Da dove si può partire?

Si può partire da un semplice interrogativo: perché quel “Progetto culturale per una società orientata in senso cristiano” voluto dalla Conferenza episcopale italiana negli anni Novanta non è mai stato recepito dalla base? Nella società “liquida” (ma papa Francesco dice addirittura “gassosa”) la dimensione culturale non può limitarsi a difendere una identità con teorie da tavolino: deve dialogare, capire, entrare in relazione con tante diversità. E questo compito lo si fa insieme. Chi è incaricato della cultura deve per primo sapere che esistono organismi specifici che lavorano in questa prospettiva: dall’ecumenismo, al dialogo interreligioso, dalla pastorale del creato ai movimenti religiosi alternativi. Il Vescovo parlando dell’incarico di responsabile diocesano per la cultura ha usato un aggettivo alquanto significativo: compito trasversale. Si tratta di collaborare non di sostituire e, tanto meno, comandare.

Potrà essere determinante un collegamento con la pastorale universitaria?

In nome della trasversalità citata, chi viene investito di questa responsabilità non deve essere un tuttologo, nemmeno uno specialista che sa tutto di un settore del sapere e nemmeno una persona che ha pretese “olistiche”, valer a dire che tutto passi da lui e sia ispirato da lui. Si tratta del contrario: bisogna valorizzare ed essere al fianco con spirito di incoraggiamento a coloro che già operano nel vasto mondo della cultura. In particolare la pastorale Universitaria a Brescia può già contare su una ottima equipe di sacerdoti e laici, cosciente della valenza culturale della presenza delle Università Statale e Cattolica. Si cammina insieme, attenti al tutto e non solo alla parte.

Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

News dal Corpo Musicale Lenese

Il 10 Gennaio 2019, presso la sede del Corpo Musicale Lenese “Vincenzo Capirola” in occasione dell’assemblea ordinaria dei soci, è stato eletto il nuovo consiglio direttivo in carica per il prossimo triennio.

  • Agnese Bolentini – Presidente
  • Monica Zanini – Vicepresidente e Tesoriere
  • Nicola Perotti – Segretario
  • Enrico Corsi – Direttore del Scuola di Musicale
  • Ottavia De Feo – Segretario della Scuola di Musicale
  • Giorgia Dagani – Archivista
  • Daniele Guerreschi – Consigliere delegato al coordinamento degli eventi

Un gruppo giovane e dinamico che avrà bisogno del supporto di tutta l’associazione per riuscire a svolgere al meglio il lavoro dei prossimi tre anni.

Ringraziamo in modo particolare il consiglio uscente per il lavoro svolto che ha gettato delle solide basi per poter andare in continuità nella gestione dell’intera associazione.

Quest’anno ci attende un appuntamento importante in quanto la nostra associazione compie 135 anni; un traguardo importante e significativo per la nostra realtà che negli ultimi anni sta diventando sempre più un punto di riferimento per il paese di Leno.

La programmazione artistica e musicale di quest’anno è in via di definizione ma possiamo già anticiparvi che sarà ricca di svariati appuntamenti aperti a tutta la cittadinanza.

Continuate a seguirci e a starci vicino e per rimanere aggiornati sulle nostre attività potete seguire la nostra pagina Facebook Corpo Musicale Lenese “Vincenzo Capirola” o il nostro sito internet www.corpomusicalevincenzocapirola.wordpress.com

Stay tuned!!!

Anno nuovo…

Eccolo! Annunciato da botti e fuochi d’artificio, il nuovo anno è iniziato.

Alla mia non più giovane età, da un po’ di anni, guardando lo spettacolo pirotecnico di luci che esplodono nel cielo mille colori, ma che, come meteore, subito svaniscono, mi chiedo come saranno i giorni che mi, che ci attendono. Quali sorprese positive o meno incontreremo? La risposta l’avremo solo vivendo giorno dopo giorno.

La vita è il meraviglioso dono che si compone e prende forma nello stile che noi vogliamo darle. Possiamo scegliere di viverla concentrati su noi stessi, alla ricerca dei piaceri o delle cose che pensiamo ci possano rendere felici. Oppure viverla avendo acquisito la convinzione che la vita è un cammino da percorrere insieme: nella famiglia, nella comunità civile e religiosa, nella società.

Il giorno del’Epifania, alla Messa nella chiesetta dell’ospedale, don Riccardo, nella sua bella e profonda omelia, ha usato un’espressione che mi ha molto colpito e che ho portato a casa con me:

Non anestetizziamo il cuore!

Nell’attuale contesto sociale, la propaganda, la pubblicità, la comunicazione quasi esclusivamente virtuale, falsano la visione concreta, piena e vera della vita. Anestetizzano il cervello ed i sentimenti perché tutto ciò che ci raggiunge non può essere verificato o sperimentato, tanto da chiedermi se sia la mia testa a ragionare in un certo modo o se ormai sia inquinata da una overdose di messaggi, anche subliminali. A questo punto, alzare gli occhi dal telefonino o distoglierli da qualsiasi video, per posarli su una pagina del Vangelo, è un buon metodo di verifica.

Mi sorprendo che il testo, sia esso una parabola o un detto di Gesù, anche se so di conoscerlo, mi suggerisca ogni volta punti di vista nuovi ed inesplorati, preziosi per affrontare la realtà. Cristo conosceva profondamente l’animo umano ed il Vangelo è il perfetto manuale di istruzioni per vivere intensamente e risvegliare il cuore dalle anestesie. Provare per credere!

Buon anno e buona vita.

Un “luogo” in più

Un “luogo” in più, così lo soprannominammo dieci anni fa, quando nell’autunno 2008 si iniziò a pensare e creare questo progetto.
Furono giorni molto intensi che andarono ad arricchire la nostra vita in oratorio di un’esperienza nuova, mai vissuta prima, quella cioè di dare vita ad uno spazio virtuale che raccontasse la vita dell’oratorio, passata, presente e futura.
Ricordo molto bene le serate (anche fino a tarda ora) trascorse in ufficio del don a scegliere articoli, notizie, fotografie, che potessero essere le ideali per il lancio del sito. Grazie poi alla professionalità di Raffaele, Giorgio e Armando, veri pionieri e sviluppatori di questo progetto, nei primi di dicembre la rete aveva un nuovo ambiente pronto per essere navigato: il nostro spazio, il sito web dell’oratorio.

Nei giorni, mesi e anni successivi, l’attenzione è stata comunque sempre quella di non cadere nella tentazione di rendere questo spazio il più importante dell’Oratorio, ma ricordarsi sempre che l’Oratorio è fatto di persone, luoghi concreti, relazioni vive e vere. Il virtuale rimane comunque utile a migliorare la conoscenza della realtà oratoriana ma non deve sostituire la realtà.

Con questo impregno, nel corso degli anni e con l’avvento dei social, l’Area Comunicazione ha dovuto stare al passo coi tempi e cavalcare le nuove tecnologie di informazione. Sono stati quindi migliorati look, funzionalità, format, anche grazie all’impegno di nuovi giovani sempre più esperti e pieni di passione.

Vorrei ringraziare tutte le persone che a vario titolo hanno contribuito nel lancio e nella gestione costante del sito in questi anni e tutti coloro che con i loro consigli, le critiche e le opinioni hanno stimolato nel raggiungere obbiettivi sempre nuovi.
Un grazie particolare va anche a tutti i ragazzi che attualmente si dedicano alla redazione, coordinati dall’instancabile webmaster Stefano, con l’augurio che le vostre idee e la vostra passione, permanga nel tempo e contribuisca ogni giorno a mantenere questo luogo ancora un “luogo in più“.

Mauro (Responsabile redazione web 2008-2013)

Ascoltare Dio e gli uomini

Questo è l’impegno che don Luca Signori, ordinato sacerdote in Cattedrale, si assume per la sua vita da presbitero. Il prete “novello” raccontato dai genitori e dalla sorella

Don Luca Signori, classe 1990, è entrato in Seminario nel 2011, dopo il diploma in ragioneria. Originario della parrocchia di Boario, dedicata a Santa Maria delle Nevi, anche detta comunemente chiesa “Madonna degli Alpini”, è una vocazione adulta. Il 9 giugno, dopo la propedeutica e i sei anni di teologia, è stato ordinato sacerdote. Il suo discernimento è maturato nell’ambito parrocchiale frequentando le varie attività pastorali. “Mi ha sempre affascinato e incuriosito – racconta – la figura del sacerdote. In lui vedevo e vedo colui che può portare la testimonianza e la bellezza di un incontro che sa riempire la vita. Il sacerdote è colui che porta Cristo, perché di lui ha fatto e fa esperienza”. Fondamentale anche il tessuto della famiglia “intrisa di valori cristiani. All’inizio forse mio padre non ha accolto troppo bene la mia decisione di entrare, ma poi, vista anche la maggiore età, i miei genitori si sono fatti molto vicino. Ho visto, ad esempio, il volto di mio padre cambiare, perché verificava giorno dopo giorno che questa mia scelta mi portava a essere felice. Dopo un primo tentennamento, entrambi i miei genitori hanno sempre cercato di spronarmi soprattutto nei momenti di difficoltà”.

La passione. Ama stare a contatto con la natura, la botanica, ama incontrare, stare e dialogare con la gente. “Ho sempre avuto una passione per la natura e per il giardinaggio. Mi attira il fatto di fare nuove esperienze che possono formarmi e crescere, nel leggere e capire una situazione. Non ho molta passione per gli sport, però mi piace stare molto con la gente e chiacchierare con loro; mi piace ascoltare, farmi vicino alle varie situazioni che ci sono anche all’interno di una comunità (una famiglia, un ammalato, un giovane…). Ci sono tante occasioni preziose per la vita del sacerdote”.

Il ruolo dei maestri. I maestri sono coloro che anche in maniera silenziosa lasciano delle tracce indelebili nel percorso di ciascuno. “Nel mio caso hanno avuto grande importanza le figure dei parroci che mi hanno accompagnato con discrezione e anche imponendo dei limiti che mi sono serviti. Penso anche ad alcune figure di Santi come San Francesco, San Benedetto e il Santo Curato d’Ars” che hanno fatto della spiritualità e dell’incontro quotidiano con il Signore la loro forza. Tra i parenti, don Signori annovera anche la beata Pierina Morosini (1931-1957). Cresciu­ta in un ambiente di alta vita spirituale incarnata nella famiglia, la beata Morosini ha seguito Cristo povero ed umile nella cura quotidiana dei numerosi fratelli. Avendo scoperto che “poteva farsi santa anche senza andare in convento”, si è aperta con amore alla vita parrocchiale, all’Azione Cattolica ed all’aposto­lato vocazionale. La preghiera personale, la partecipazione quotidiana alla Santa Messa e la direzione spirituale l’hanno portata a capire la volontà di Dio e le attese dei fratelli, a matu­rare la decisione di consacrarsi privatamente al Signore nel mondo. Per dieci anni ha vissuto le difficoltà e le gioie di lavoratrice in un cotonificio della zona, facendo i turni e spostandosi sempre a piedi. Le colleghe testimoniano la sua fedeltà al la­voro, la sua affabilità unita al riserbo, la stima che godeva come donna e come credente. Proprio nel tragitto verso casa si è consumato il suo martirio, estrema conse­guenza della sua coerenza cristiana. I suoi passi però non si sono fermati, ma continuano a segnare un sentiero luminoso per quanti avvertono il fascino delle sfide evangeliche. I Santi e i beati sono “tutte figure che continuano a far sì che io mi possa continuare a fidare del Signore. È una fiducia che certamente costa ma che, una volta sperimentata, dà molto di più di quello che ci si aspetta”.

La testimonianza. In un tempo in cui l’uomo di oggi è spesso smarrito e senza riferimenti, “Dio può dire: ‘Fidati, abbandonati’. Ed è un po’ quello che ha detto a me. Se sono entrato in Seminario, è perché ho voluto ‘rischiare’ di entrare in questo abbraccio del Padre. Certo l’uomo di oggi si affida a Dio se vede dei testimoni in grado di portare l’uomo a Dio, cioè se vede dei sacerdoti veramente amanti del Signore, innamorati del Signore e della gente. È proprio vero che il sacerdote è colui che deve lasciarsi mangiare dalla gente. Dobbiamo saper ascoltare le persone dopo aver ascoltato la voce del Signore che parla. L’uomo incontra il Signore anche nel momento in cui incontra dei testimoni che hanno fatto l’esperienza di questo incontro che cambia davvero in profondità la vita”.

Il percorso. Da seminarista, ha prestato servizio (“sono stato accolto con tanto affetto”) nelle parrocchie di Flero, Sulzano, Roè Volciano, Prevalle. In terza teologia ha vissuto l’esperienza di prefetto nella comunità del seminario minore. Durante il tempo di formazione ha vissuto anche alcuni momenti formativi: l’esperienza del grest in Romania, il servizio al Cottolengo a Torino, il pellegrinaggio a Lourdes con il Cvs, così pure l’esperienza delle missioni popolari in Valgrigna. “Tutti gli anni di formazione hanno in sé un qualcosa che mi ha insegnato. Potrei parlare dell’esperienza forte in Romania con il grest estivo, lì dove ho potuto toccare con mano la semplicità dei bambini che hanno nel rapportarsi con gli educatori e tra di loro. È qualcosa di totalmente diverso da quello che avviene nei nostri oratori. Ricordo anche l’esperienza forte al Cottolengo a Torino dove ho visto da vicino la dimensione della sofferenza che viene affrontata e vissuta nella serenità”. L’assistenza e la cura degli ammalati fu la prima attività caritativa realizzata da San Giuseppe Cottolengo (1786-1842). Dal 1833 ad oggi la missione non è cambiata… I malati e i disabili che giungono all’Ospedale Cottolengo sono visti come un dono della Provvidenza. Cottolengo diceva. “Non siamo qua per guardare i letti, ma per custodire i poveri ammalati; ed è perfettamente inutile avere i primi se non li facciamo occupare dai secondi, più infermi e fiducia sempre fiducia”. “Ogni anno il Seminario, inoltre, ci manda a fare attività pastorale, chiamato in gergo tirocinio pastorale, e in tutte le parrocchie ho raccolto molti frutti”. Don Luca si è misurato, si è confrontato, con le tante fragilità che abitano nella nostra società. Non ha cercato di trovare delle risposte, ma si è semplicemente affidato al Padre, cercando di imitarne l’abbraccio amoroso che sa scaldare e rinfrancare i cuori. Ascolto e condivisione. A volte basta veramente poco per essere vicini a chi soffre o vive situazioni delicate.

Il riferimento del Vangelo. Il versetto di Matteo 16,24 (“Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce ogni giorno e poi seguimi”) lo accompagna fin dal suo ingresso in Seminario. “In questo versetto rivedo anche il mio modo di essere e di fare. Sono un carattere a volte un po’ forte, ma sono chiamato ogni giorno a rinnegare me stesso, con fatica ma con la consapevolezza che dietro questo rinnegamento c’è qualcosa di più grande: la gioia dello stare, dell’abbandono al Signore e con il Signore”.

L’amicizia che continua. Il prete è di Dio, è di tutti, è della comunità dove presterà il suo ministero e della comunità di origine come gli ha scritto l’amico Christian Caliendo. “Sono felice per te e ti faccio i miei gli auguri perché tu possa mantenere vivo l’entusiasmo che hai sempre mostrato nei confronti della tua famiglia, dei tuoi amici e della tua comunità e che questo possa essere da speranza e conforto per molti. Grazie del tuo essere disponibile ad ascoltarmi, comprendermi e consigliarmi…”. Il prete sarà sempre di Dio e di tutti.

Don Luca Signori è nato nel 1990, originario della parrocchia di S.Maria della Neve in Boario Terme nel comune di Darfo. Ha una sorella coniugata. È entrato in Seminario in propedeutica nel 2011 dopo aver conseguito in Valle Camonica la maturità di Ragioniere e perito commerciale amministrativo. Ha compiuto regolarmente gli studi teologici in Seminario fino al raggiungimento del Baccellierato nei mesi scorsi. È diacono da settembre 2017. Ha svolto il suo servizio a Flero, è stato prefetto nel Seminario minore, ha prestato servizio nelle parrocchie di Sulzano, Roè Volciano e l’anno del diaconato lo ha svolto presso le parrocchie di Prevalle S. Michele e S. Zenone.

Dicono di lui…

 Il prete è l’uomo della gente

Il ritratto di don Luca Signori è affidato a chi lo conosce bene come i genitori e la sorella. “Nel 2003, ci dicevi l’intenzione di entrare in seminario per diventare sacerdote. Fin da piccolo abbiamo visto, la tua partecipazione, alla vita comunitaria come chierichetto, catechista, collaboratore ma spesso ti abbiamo consigliato di aspettare e vedere se quella che poteva essere una vocazione permaneva. Nel 2011, sei entrato nella famiglia del seminario. All’inizio non eravamo molto d’accordo ma di fronte alla tua decisione non potevamo opporci. Durante il tuo percorso, è sempre più emersa, la tua particolare convinzione circa la strada da te intrapresa e non abbiamo mai nascosto e non nascondiamo la nostra soddisfazione vedendoti convinto e gioioso. Siamo consapevoli, forse non fino in fondo, della bellezza e del grande dono che il Signore ci ha fatto. Siamo orgogliosi. Dobbiamo un ringraziamento particolare ai tuoi formatori, a don Enrico e alle tante persone che si sono fatte vicino. Vediamo in te, quello che tu ami spesso ricordare: il prete è l’uomo della gente, l’uomo delle relazioni, disposto ad accompagnare l’altro in questo tempo di pigrizia e assenza di valori. La missione che inizi, non è facile ma siamo convinti che è quella che il Signore ti ha preparato, messa nel tuo cuore. Ti auguriamo ogni bene, pregando per te affinché tu possa conservare quei valori che anche noi ti abbiamo insegnato”.

Mamma e papà

Un legame indissolubile, un legame che forse si modifica nel tempo ma che non viene mai meno. Questo e molto altro si evince dalla lettera di Sara, la sorella di don Luca. Sara con il marito Ivan, con la piccola Gaia e con l’altra piccola (in arrivo) Alice, è la seconda famiglia di don Luca. Sarà sicuramente un porto sicuro dove attraccare negli inevitabili momenti di difficoltà. Sarà sicuramente un luogo per staccare la spina dalla quotidianità e immergersi nella dimensione familiare.

“Il giorno tanto atteso della tua ordinazione sacerdotale che hai sempre desiderato fin da piccolo è arrivato. Un percorso lungo sette anni, ma un lasso di tempo che è volato velocemente. Ricordo quando da piccolo, andavi tutti i giorni in oratorio con la tua bicicletta ‘sempre spericolato’ e in chiesa a fare il chierichetto dove non mancavi mai. Caro Luca sei sempre stato un ragazzo estroverso, capace di stare in mezzo alla gente e un ‘testone’, tutto quello che volevi lo facevi. Abbiamo spesso litigato e, capiterà ancora ma, sappi che ti voglio bene e sono orgogliosa di te. Noi, ‘la tua seconda mamma’ come mi chiami sempre, Ivan, Gaia e tra non molto anche Alice, ti auguriamo una vita sacerdotale piena di felicità e di poterla continuare sempre con lo stesso entusiasmo di adesso. Un fraterno abbraccio”.

La sorella Sara

Il nuovo assetto degli Uffici pastorali

Don Carlo Tartari, nuovo vicario per la pastorale e i laici, ha rivisto, incontrando i sacerdoti sul territorio, il disegno degli Uffici pastorali che saranno suddivisi in tre aree (mondialità, socialità e crescita della persona). Ecco l’intervista

Il punto di partenza è uno: fare in modo che gli Uffici pastorali della Curia siano sempre più in grado di essere al servizio della Diocesi, in particolare delle parrocchie e delle unità pastorali. Da questa premessa è partito don Carlo Tartari al quale all’inizio di marzo è stato affidato dal vescovo Tremolada il compito di ripensare l’articolazione degli Uffici pastorali. Oggi questo percorso è arrivato a compimento ed è stato approvato dal Vescovo che, tra l’altro, ha nominato don Tartari anche nuovo vicario per la pastorale e i laici. Don Carlo, che dal 2012 guida l’Ufficio per le missioni, succede a mons. Renato Tononi.

Don Carlo, si percepisce spesso una distanza tra il centro (la Curia) e le periferie (le parrocchie): è così anche nella tua analisi?

Ho avuto la possibilità di constatare quanto gli uffici di pastorale organizzino e producono ma anche di cogliere come questo venga percepito con una certa debolezza dalle parrocchie e dal territorio. Evidentemente l’aspetto fondamentale è di intessere un rapporto di collaborazione reciproca e di alleanza tra le parrocchie, i parroci, i curati e coloro che attraverso l’attività degli uffici concorrono al medesimo obiettivo: l’evangelizzazione.

Nella fase di ascolto per la revisione degli Uffici hai chiesto ai presbiteri e agli uffici protagonisti della pastorale di indicare punti di debolezza, punti di forza e dove migliorare…

Questo riscontro ci aiuterà a migliorare e a superare una certa distanza o autoreferenzialità che viene percepita dentro a un quadro di incremento di stima e di valorizzazione di quanto gli Uffici fanno. Dall’altra c’è il desiderio di colmare la distanza con una collaborazione che diventi non solo comunicazione di processi già avvenuti ma di progettazione condivisa. Il nuovo metodo di lavoro deve tenere conto delle interazioni tra le parrocchie e la pastorale.

Il vicario per la pastorale e i laici diventa il referente di tre nuove aree…

Abbiamo provato a ridefinire i servizi, le attività e le identità, provando ad articolarle in tre nuove aree (della mondialità, della socialità e della crescita della persona) dove costruire nuove sinergie interne agli uffici. Il vescovo Pierantonio sottolinea una forte accentuazione del servizio a favore delle parrocchie e delle unità pastorali. Un’area in riferimento alla mondialità (con un orizzonte ampio), una alla società e una alla crescita della persona (del credente). È stato un lavoro condiviso con i direttori. Il Vescovo ci ha invitato a sviluppare al massimo le sinergie e ad avere una Curia con il minor numero di preti possibili. I presbiteri impegnati negli uffici pastorali passano da 13 a 6 (7 con alcune collaborazioni non a tempo pieno). Il responsabile di ogni area diventerà anche il direttore di ogni singolo ufficio. All’interno degli uffici ulteriori responsabilità saranno affidate ai laici, ai diaconi o ai presbiteri.

Cambiano il metodo e il flusso di lavoro…

Sembra una catena di comando ma in realtà è un tavolo permanente. Il vicario per la pastorale con i tre responsabili di area e su alcuni aspetti con i responsabili dei singoli uffici proverà ad articolare una proposta che venga incontro a un’essenzializzazione dei servizi. Con sorpresa ci siamo resi conto che gli uffici producono 230 azioni tra eventi, percorsi, attività e servizi… sono troppi. Le parrocchie di fronte a un’ipertrofia non si lasciano coinvolgere. Proveremo a far decrescere le proposte senza perdere in qualità, provando a dare risposte che oggi diciamo in 230 modi diversi. Cercheremo modalità più unitarie: il Vescovo e gli organismi di comunione ci aiuteranno a dar vita a progetti che possano trovare quella sintesi che oggi manca.

Non sono stati ridimensionati gli Uffici, ma sono state ridistribuite le competenze…

La cura dei sacerdoti anziani, attualmente in carico all’Ufficio per la salute, diventa ad esempio di pertinenza del vicario per il clero. È parso opportuno al Vescovo ridisegnare la titolarità di alcune azioni ma in ragione di come ha inteso ridisegnare il consiglio episcopale diverso da quello precedente.

La terza area (pastorale della crescita della persona) è, forse, la più articolata…

Nella relazione con le parrocchie la pastorale giovanile è la più capillare. In generale, l’elemento innovativo sarà quello di permettere alle tre aree di interagire: una compartecipazione al medesimo progetto anche con grossi elementi di trasversalità; le proposte nasceranno dalla compartecipazione. Immaginiamo un tavolo stabile di lavoro e, accanto a questo, pensiamo di attivare un centro servizi della pastorale per non disperdere le tante competenze accumulate. L’obiettivo è di costruire percorsi più semplici e più legati all’anno liturgico.

L’azione culturale fa esplicito riferimento al vicario…

La cultura e la comunicazione devono interagire con la pastorale. Fino ad ora gli uffici sono stati diretti da persone competenti nella specifica area, nel futuro non sarà così ma non si perderà la capacità di pensare i progetti, diventeranno frutto di un pensiero significativo e di un approfondimento.

Il progetto più bello di don Lorenzo

Don Lorenzo Bacchetta, quarant’anni di Gavardo, è uno dei tre sacerdoti ordinati in Cattedrale da mons. Tremolada. La testimonianza dell’amico Mauro Bresciani

Don Lorenzo Bacchetta, della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo di Gavardo, è originario di Grignasco (Novara). Ultimo di quattro figli, è nato il 22 luglio 1977. All’età di sette anni incontra l’esperienza scout, diventandone capo nel 1997 e formatore dei capi scout dal 2001. Nel 1996 consegue la maturità scientifica al Liceo Fermi di Salò; intraprende gli studi di ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. A un esame dalla laurea comincia a lavorare presso una società pubblica della Valle Sabbia, prima con uno stage e poi con incarichi di sempre maggiore responsabilità. È del 2010 la scelta di iniziare il percorso per il diaconato permanente; l’anno successivo si iscrive alla facoltà di scienze religiose. Nel maggio dello stesso anno matura la decisione di lasciare il lavoro per entrare in Seminario. In questi anni ha prestato servizio nell’Unità pastorale della Valgrigna (Esine, Berzo, Bienno, Plemo e Prestine, 2014-15), è stato prefetto in Propedeutica (2015-16); l’anno successivo ha affiancato a questo servizio quello presso la parrocchia di San Bartolomeo in città. Nel 2017-2018 è stato diacono a Villanuova sul Clisi.

Don Lorenzo, la tua biografia racconta di un cammino particolare verso il sacerdozio…

Sì, sono entrato in Seminario a 36 anni, dopo un’esperienza lavorativa di una decina d’anni in un’azienda pubblica con un ruolo di coordinatore e responsabile del settore tecnico. È stata un’esperienza importante, che insieme ad altre hanno segnato il mio cammino. Al di là della mia famiglia, che non smetterò mai di ringraziare, nella mia vita c’è stata anche l’esperienza dello scoutismo. Si tratta di una pagina molto importante nel mio percorso umano. Una pagina iniziata ancora da ragazzo, più di 30 anni fa, e poi portata avanti sino al momento di entrare in Seminario. Mi sono occupato anche di formazione dei giovani capi scout, e anche questo è stato un ambito che mi ha donato molto più di quello che sono riuscito a offrire e che continua ancora ad arricchirmi. Il mio cammino verso il Seminario è stato dal punto di vista temporale sicuramente anomalo rispetto a quello di tanti altri giovani, ma reso uguale a quello di don Luca e don Alex, che saranno ordinati con me, dal fatto che tutti abbiamo accettato di seguire le vie che il Signore ci ha indicato.

Vocazione è uno di quei termini che suona un po’ datato… Storie come la tua possono aiutare a fare comprendere che, invece, è qualcosa di straordinariamente attuale, che può attraversare la vita dei giovani di oggi?

Se penso a un modo nuovo, a un’immagine, a una sensazione per raccontare con parole nuove cosa sia stata per me la vocazione, non trovo di meglio che descriverla come la progressiva capacità di percepire che i passi che si stanno facendo diventano sempre più efficaci, solidi, consistenti, realmente fondati sulle poche cose che contano: l’amore, il Signore. Credo che parlare di vocazione ai giovani chieda di concentrarsi un po’ di più su questo aspetto e di chiedere a loro di rispondere alla domanda: “Dove voglio mettere il mio piede?”. Come giovani facciamo tante esperienze, appoggiamo i nostri piedi in tanti posti, ma pochi sono quelli in grado di sostenerci. Magari si tratta di esperienze che appaiono anche strutturate, ma che alla prova dei fatti si rivelano inconsistenti, incapaci di sostenere. La vocazione, dunque, è prendere progressivamente coscienza che ci sono terreni su cui, meglio di tutti gli altri, posso poggiare il mio piede. L’amen che il Signore ci chiede di pronunciare rappresenta proprio questa solidità, questa certezza.

Eppure pronunciare questo amen, scegliere la strada del definitivo è per tanti giovani un passaggio ostico. Perché?

Ci sono tanti aspetti che fanno apparire questo passaggio difficile, quasi una vetta ardua da scalare. Il primo, sicuramente il più semplice da comprendere, è la convinzione che compiere una scelta “per sempre” rappresenti un impoverimento, un rinunciare a qualcosa… Forse la molteplicità delle esperienze che vengono proposte ai giovani induce a pensare che abbracciarne una sola sia troppo poco. C’è poi il fatto che i giovani, forse, non sono più abituati a vedere il bello, il “perché sì” di una scelta definitiva, preoccupati, come sembrano, di dover giustificare sempre i “no”. Serve uno sforzo per passare dalla giustificazione del “no” alla affermazione della bellezza del “sì.” Quella vocazionale deve essere una pastorale della bellezza del sì.

Incide su questa paura anche il timore della fatica che un “per sempre” porta con sé?

Forse sì. Eppure la fatica è una componente essenziale che chi vuole diventare uomo deve affrontare. Obbliga a guardare alle cose nella loro verità, a discernere tra i pesi che devono essere necessariamente portati e quelli che possono essere abbandonati perché non fanno parte del bagaglio che serve. La fatica pone nella necessità di togliere filtri e maschere che si hanno nei confronti dell’altro.

Il faticare insieme è importante. La crisi delle vocazioni, che non è solo quella del sacerdozio, è figlia della fatica del camminare insieme, dell’incapacità di guardarsi negli occhi quando si è stanchi. La fatica, poi, chiede di imparare a chiedere aiuto, di capire che l’altro ha bisogno di aiuto, anche se non lo chiede.

Il Vescovo, in un recente incontro in Seminario, ha consegnato una sorta di mandato a tutti i suoi sacerdoti: uscire dagli ambienti rassicuranti per andare a incontrare chi sembra lontano. Quale effetto fa a su un giovane che si appresta a intraprendere la vita sacerdotale questo invito?

Per me è una prospettiva rassicurante. Il prete deve muoversi, e più ancora del pastore deve essere come il cane da pastore che corre senza sosta per tenere assieme il gregge e recuperare anche quelle pecore che per mille motivi si sono allontanate. Per questo è importante che come preti andiamo a incontrare i giovani, e più in generale le persone, là dove vivono. La Chiesa in uscita non consiste nell’andare fuori per portare dentro ma, come insegna papa Francesco, è stare fuori perché è proprio lì che si incontrano le persone.

Non riusciremo ad arrivare ovunque, così come non potremo lasciare sguarniti quelli che sono i nostri ambienti, ma dobbiamo fare le due cose: stare nei nostri ambienti per incontrare chi c’è ma non sottrarci dall’uscire per incontrare chi sta altrove… Se ci pensiamo è esattamente quello che ha fatto Gesù.

Ci sono comunità che vi aspettano: come vivete queste grandi attese su di voi?

Le attese che ho trovato nella comunità che ho servito nel corso di quest’ultimo anno non sono state espressione del bisogno di grandi proposte, ma piuttosto del desiderio di essere accompagnati, di trovare persone capaci di ascoltare, di dare risposte sensate, ma anche di tacere, quando queste risposte sembrano mancare. Ho trovato persone che chiedono al sacerdote, al diacono di condividere un tratto del loro cammino, delle loro fatiche e delle loro gioie.

Ai bambini del catechismo, facendo tesoro di quanto ho percepito dalla comunità che mi ha accolto, ho detto che i cristiani devono avere orecchie sempre aperte, occhi sempre attenti e cuore spalancato. Infatti ogni parola ha un peso e senso, ogni volto è importante e mette in comunicazione il nostro cuore con quello di chi incontriamo sul nostro cammino.

Oltretutto la stagione in cui la comunità si affidava in tutto e per tutto ai sacerdoti appartiene al passato, e i laici sanno benissimo come essere protagonisti nelle loro comunità.

Don Lorenzo Bacchetta, originario di Grignasco, è nato nel 1977 e viene deala parrocchia di Gavardo. Dopo il diploma di maturità scientifica, nel 1996 è studente di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, fino ad un esame dalla fine, poi comincia a lavorare presso una società dei comuni e della Comunità Montana di Valle Sabbia come cartografo e tecnico del Sistema Informativo Territoriale, poi Responsabile dell’Area Tecnica, che si occupa dei servizi di innovazione tecnologica per una quarantina comuni dell’Est della provincia di Brescia e di ciò che riguarda i settori urbanistica, territorio, catasto, sportelli digitali e infrastrutture tecnologiche. Nel 2010 comincia il percorso per il diaconato permanente, nel 2011 inizia la facoltà di scienze religiose. Nel maggio 2013 si licenzia dal lavoro e nel settembre 2013 entra in seminario. Nel 2015 si laurea in scienze religiose con una tesi in Antropologia Teologica sul teologo russo S. N. Bulgàkov. In seminario presta servizio nell’UP della Valgrigna, come Prefetto in propedeutica, presso la Parrocchia di San Bartolomeo in città, Diacono a Villanuova sul Clisi. Appassionato di montagna, ciclismo e sport in generale, di cucina e di lettura.

Dicono di lui: il mio amico Lorenzo diventa prete

Questo è il ritratto che Mauro Bresciani fa di don Lorenzo Bacchetta: “Conosco Lorenzo (per tutti noi Lorenz) da quando nel 1997 entrò come capo nel gruppo scout di Gavardo, io ero un esploratore all’ultimo anno e lui un capo alle prime armi. Assieme ai suoi due fratelli si può dire che abbia salvato in quegli anni il nostro gruppo dalla chiusura, ma ha fatto molto di più. Ci ha portato uno stile, una fedeltà al metodo scout pensato da Baden Powell, che noi invece vivevamo molto annacquato. Ci ha portato relazioni significative, competenza, intenzionalità educativa, amore per la natura e il suo Creatore.

All’inizio non eravamo proprio amici, uno era capo, l’altro un ragazzo, un po’ di anni di differenza, ma il rapporto era fraterno, ci si scherzava, ascoltava, si collaborava in tante cose, si cresceva assieme, ciascuno nel proprio ruolo, ma con un occhio e un orecchio orientati anche a sentire, o a cogliere, come stesse l’altro.Poi separati leggermente i nostri percorsi perchè io passai nel gruppo più grande, non si faceva più attività assieme, ma la voglia di cercarsi, confrontarsi, ascoltarsi e sapere come stesse l’altro, quella è rimasta e si è rafforzata, finchè, piano piano, è diventata amicizia, che ci ha fatto vivere con grandissima gioia e affiatamento, quasi una intesa perfetta, una sacco di esperienze, prima negli scout, poi in montagna, e sempre nelle rispettive vite.

Credo che nella vita non ci sia mai la fine di un percorso, forse può esserci “un fine” ma non amo pensare ad una fine; nello scoutismo tutti sanno che la strada è fatta per chi parte, e se arriva, questo non è mai un traguardo, ma si arriva sempre per ripartire. Ogni volta che piantiamo la tenda, sappiamo che più avanti c’era un posto più bello, un luogo sconosciuto, dove nessuno è mai stato, che è per ognuno la casa più sua; e ogni mattina si riparte per raggiungerlo. E arrivati alla meta, si riparte per ritornare a casa, alla vita, con più entusiasmo.

Può sembrare che diventare sacerdote sia il termine di un percorso, o la fine di un certo modo “normale”, comune, di vivere la vita, ma per Lorenzo so che non è così.

Sicuramente cambieranno alcune cose, non riuscirà più ad andare spesso come vorrebbe in bicicletta e in montagna, ma questo momento è solo un passaggio, una evoluzione del suo percorso di vita, che Lorenzo sta vivendo da moltissimi anni; una vocazione matura e maturata con grande responsabilità, ma sempre vissuta concretamente nella sua vita, anche prima di entrare in seminario. Il suo stile di vita non sta per cambiare poi così radicalmente; io non ci vedo così tante differenze rispetto a quello che conoscevo prima.

Lorenzo ha vissuto a lungo nel mondo, ha studiato tanto. Ha lavorato, è stato caricato di responsabilità, se ne è assunte tante, ha sempre risposto “Eccomi”, ha cercato di creare un buon clima sul posto di lavoro, collaborazione e fiducia, ed ha lasciato di se un buon ricordo. Ha fatto il capo scout per una vita, lo ha fatto bene, c’è chi lo cerca ancora adesso perchè rimane un riferimento non solo per la Fede, ma per la competenza, le conoscenze, la fantasia, lo stile.

Ha incontrato tante persone, non le ha solamente viste passare, ma le ha incontrate veramente, le ha ascoltate, consigliate, aiutate, guidate, formate.In sostanza, credo che la principale caratteristica che ne farà un ottimo sacerdote sia il fatto che ha vissuto ampiamente il mondo, lo conosce a fondo, in tante sfaccettature, conosce la gente, la ha incontrata, fedeli, atei, indecisi, conosce  il mondo del lavoro, il mondo associativo, delle istituzioni. Conosce la Vita nel mondo, non solamente quella della Chiesa, degli oratori, dei grest, le sacrestie, i seminari.

Altra caratteristica è che nel suo stile di essenzialità ha sempre badato al sodo anche nella Fede; essa è innanzi tutto una relazione d’amore con un Dio che si fa presente con la Parola, e si manifesta con Gesù. Lorenzo ha sempre rimarcato questa cosa e l’ha sempre vissuta in prima persona; poi vengono anche le celebrazioni, i riti, le tradizioni, le cerimonie, … nella misura in cui servono ad avvicinare e far crescere nel rapporto con Dio.

Un augurio che vorrei fargli, e che può essere pubblico, è di avere la possibilità, nel suo servizio, di poter vivere di tanto in tanto, ma con costanza, nella sua comunità e con i suoi compagni, la bellezza della Natura e della Strada.

Far provare ai suoi fratelli e compagni di vita la bellezza di essere pellegrino, di “mettere i propri piedi su strade percorse da altri – come Giuseppe, come Maria, come Francesco, come Peppino; mettere i propri piedi dove un Altro ha messo prima i suoi”.