Monsignor Renato Tononi nuovo parroco di Leno

S.E. il vescovo Pierantonio ha nominato monsignor Renato Tononi nuovo parroco delle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano.

Monsignor Renato, nato il 13 marzo 1951, è stato ordinato il 7 giugno 1975. É stato successivamente studente a Roma (1975-1980), vicario coop. fest. a Lumezzane Fontana (1980-1990), parroco a S. Faustino di Bione (1990-1995), prefetto degli studi dello Studio Teologico Paolo VI presso il seminario di Brescia (1993-1995; 2001-2004), vicario parrocchiale fest. a Castel Mella (1995-2010), direttore dell’Ufficio Catechistico (1999-2011), insegnante in Seminario (1980-2011), Vicario episcopale per i laici e la pastorale (2008-2018) e parroco di Sant’Alessandro e San Lorenzo in città dal 2010.

Don Davide Colombi sarà l’amministratore pastorale fino all’arrivo del nuovo parroco.

Era il Marco di tutti

Classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, don Marco Bianchetti ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, in Seminario Minore e diacono a Marone

Anche la musica può essere un mezzo per raggiungere Dio. E Marco Bianchetti, classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, lo sa bene. È stato infatti studente di piano, organo e canto per 17 anni. Il Signore, però, aveva per lui disegni diversi, aveva previsto note ben più alte rispetto a quelle che Marco era abituato a suonare. Il suo destino era un altro e, infatti, l’8 giugno è stato ordinato sacerdote in Cattedrale a Brescia. Negli anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, come educatore in Seminario Minore e diacono a Marone. La sua, come ha raccontato mamma Angela, intervistata in queste pagine, è una spiritualità innata: “Ci sono vari generi musicali, vari campi in cui spaziare, ma Marco prediligeva sempre quella sacra”. La chiamata del Signore era talmente forte che, sin dalla giovanissima età, aveva espresso il desiderio di entrare in Seminario, cosa che avverrà al termine delle superiori come in accordo con mamma Angela e papà Silvano, certamente stupiti da una vocazione così precoce. “Il Signore ci ha chiamato a essere tuoi genitori – era questo il loro pensiero – , solo imparando a conoscere l’amore della famiglia potrai imparare ad amare una famiglia più grande, come quella che può essere una parrocchia”. Da bravi educatori, i genitori di Marco gli chiesero di attendere l’età adulta, così da poter prendere una decisione consapevole: “Lo abbiamo accompagnato nel migliore dei modi, affinché, dopo diverse esperienze, potesse scegliere”.

Nel cammino di discernimento il tessuto familiare è stato quindi fondamentale, così come lo è stato l’accompagnamento costante dei genitori, sino alle superiori quando, terminati gli studi classici, ha deciso di intraprendere la strada del sacerdozio. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”. È con queste parole tratte dal libro di Geremia che mamma Angela ha scelto di salutare una delle giornate più significative del figlio, quella dell’ordinazione sacerdotale. “Ci siamo sentiti sempre accompagnati dalla comunità – sottolinea – , sin da quando faceva il chierichetto. Era come se fosse il figlio spirituale di tutti, era il Marco di tutti”. Così, grazie anche alla presenza dei genitori, la sua vocazione è maturata negli anni: “Mi sentivo – ricorda – attratto dalla figura di Cristo, dai suoi insegnamenti e, al tempo stesso, avevo la consapevolezza di aver ricevuto tanto sia in termini di qualità umane sia in termini di carismi. Vedevo che il modo migliore di utilizzare questi carismi era di mettermi al servizio della Chiesa. La mia vocazione è stata accresciuta da tante esperienze. Poi, terminate le superiori, era il 2012, sono entrato in seminario”.

Anche gli studi hanno avuto un ruolo non secondario nel suo cammino: “Ho frequentato l’asilo dalle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria, poi le medie dai salesiani a Chiari e le superiori dai carmelitani ad Adro. È stato un percorso educativo che ha arricchito anche la mia spiritualità, fornendomi una maggiore consapevolezza nel mio cammino di fede. Queste esperienze mi hanno portato a impegnarmi maggiormente nella preghiera, nel rivolgermi al Signore. Non sarebbe stato possibile, però, senza la presenza della mia famiglia, sempre molto presente. La fede autentica che ho sempre respirato a casa ha favorito una crescita più serena della mia fede. Del resto, nel mio cammino, mi sono sempre sentito accompagnato da tante persone”.

“Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri” diceva San Giovanni Bosco rivolgendosi ai suoi giovani. Ed è proprio al sacerdote di Castelnuovo d’Asti che don Marco guarda quando pensa a una figura cara: “La mia spiritualità è prevalentemente salesiana – spiega – fondata sulla gioia e sull’aspetto educativo dei più piccoli, sull’attenzione a chi è più debole. È una religiosità che mette in atto i propri carismi, una spiritualità della presenza, come diceva don Bosco ‘della ragionevolezza’ e ‘dell’amorevolezza’, le caratteristiche fondamentali di un educatore”.

La grande famiglia salesiana gli ha permesso di provare in concreto l’esperienza dell’educatore, l’altra sua grande passione: “I campi scuola salesiani, durante l’estate, nel periodo delle superiori, sono stati fondamentali come momento di crescita del carisma educativo. Durante l’anno non avevo occasione di mettermi alla prova come educatore a causa dello studio assiduo che occupava gran parte del mio tempo. Sono state esperienze molto stimolanti sia per ciò che riguarda la fede sia in termini di entusiasmo educativo offertomi da altri giovani che come me svolgevano lo stesso servizio”. Durante gli anni delle superiori molto spesso la fede di un ragazzo viene messa alla prova: “Io posso dire di essere stato fortunato proprio a fronte delle esperienze di fede e condivisione vissute, in particolare con i salesiani”.

Come è ovvio che sia, sono stati diversi i sacerdoti che hanno influito sul suo percorso: “I sacerdoti che ho conosciuto in parrocchia hanno svolto un ruolo primario nel mio percorso vocazionale. Uno dei primi, don Fausto Gheza, mi ha insegnato a suonare il pianoforte a 5 anni, accompagnando il mio percorso nel mondo della musica fino alle medie. Non posso non ricordare mons. Gaetano Fontana, oggi Vicario del Vescovo, che ha lasciato un segno indelebile nella comunità parrocchiale per le sue qualità umane. Ricordo con affetto i tanti salesiani incontrati nei tre anni di scuole medie a Chiari, tra i quali don Bruno e don Cesare. A loro devo il mio impegno come educatore estivo nella casa salesiana di Cagliari”. Fra le attenzioni pastorali che don Marco vorrebbe approfondire figura, ovviamente, quella educativa: “Oggi non basta essere degli educatori. La presenza costante – come nello stile di don Bosco – caratterizzata da amorevolezza e ragionevolezza è fondamentale. Parlo soprattutto dell’attenzione che si deve a ogni singolo studente. Don Bosco diceva ‘Ama quello che amano i giovani’. L’aspetto educativo è quello più urgente nella società odierna. L’emergenza educativa è palese, anche guardando a come è impostato l’insegnamento. Si pensa tanto al gruppo, ma si perdono le singole situazioni. L’interessamento alle problematiche dei giovani, come ai loro interessi, deve essere costante”.

A pochi giorni dal pronunciamento del suo “per sempre”, i sentimenti che lo pervadevano erano ambivalenti, come sempre accade quando si compie un importante passo: “Da un lato c’è un grande entusiasmo, dall’altro, come è giusto che sia, non lo nascondo, qualche preoccupazione c’è. Le parrocchie sono realtà molto grandi da gestire, ma sono certo che troverò degli ottimi collaboratori”.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

Il Signore vuole fare cose meravigliose

Classe 1993, di Provaglio d’Iseo, don Nicola Ghitti ha prestato servizio a Zanano, Castegnato, in Seminario minore, a Roè Volciano e a Quinzano d’Oglio. Sabato 8 giugno è stato ordinato sacerdote dal vescovo Pierantonio

Un’infanzia felice vissuta fra la scuola e la parrocchia di Provaglio d’Iseo, dove ha fatto il chierichetto, l’incontro con l’Azione Cattolica dei ragazzi e una curiosità smisurata nei confronti del mondo del seminario. È con queste premesse che don Nicola Ghitti, nato a Brescia l’11 marzo 1993, ha pronunciato il suo “per sempre”, sabato 8 giugno in Cattedrale.

Il cammino di discernimento l’ha portato a varcare la soglia del seminario nel 2012. Da allora, ha prestato servizio in diverse realtà: Zanano, Castegnato, Prefetto in Seminario Minore, Roè Volciano e diacono a Quinzano d’Oglio. Il percorso di maturazione che lo ha portato a fare il suo ingresso in Seminario è stato “lineare”, “un’idea maturata nel tempo”. Comunicare la decisione ai genitori, però, non è stato facile. Sin dalla giovane età aveva esplicitato il suo desiderio: “Sapevo – ha sottolineato – che non erano molto d’accordo. All’epoca dovevo iniziare la prima superiore. Proseguii, però, a coltivare la mia vocazione continuando a fare il chierichetto, frequentando l’Acr”. Negli anni il percorso di discernimento proseguiva, nel ruolo di ministrante: “Facevo ancora il chierichetto e spesso mi chiedevo se fosse questo quello che il Signore voleva da me: trasformare il piccolo servizio nel significato di tutta una vita”. Terminate le superiori, il Liceo scientifico Antonietti a Iseo, ha potuto coronare il sogno di entrare in seminario. La ritrosia iniziale di mamma e papà, con il tempo, era infatti andata trasformandosi: “Anche nei miei genitori – ricorda – era maturata la volontà di lasciarmi libero di scegliere. Del resto è bastata la pazienza. La mia vocazione è stata l’occasione, anche per loro, di intraprendere un cammino di fede”. Perché a nostro figlio viene in mente una scelta simile? Cosa può esserci di così forte e attrattivo? Erano queste le domande che albergavano in loro. “Si sono quindi messi un po’ in discussione, riavvicinandosi alla fede. Oggi sono entusiasti della mia scelta”.

Cosa lo attraeva della vita sacerdotale? “Ero in seconda media – racconta – e durante un campo scuola per chierichetti, un sacerdote, don Daniele Faita, padre spirituale del Seminario minore, mi chiese se avessi l’intenzione di entrare in Seminario”. Era una domanda diretta quella che gli venne posta: “Probabilmente mi aveva visto particolarmente attento, con un interesse maggiore rispetto a quello degli altri. Del resto io continuavo a fare domande sulla vita in seminario, sul cosa significasse essere sacerdote. Lui non ha fatto altro che cogliere il mio interesse ed esplicitare quella fatidica domanda alla quale non potevo che rispondere affermativamente”. Don Nicola ha quindi proseguito a frequentare il “Piccolo Samuele”, un cammino di orientamento e accompagnamento vocazionale, per ragazzi dalla V elementare fino alla III media. Da allora sono passati diversi anni, un periodo accompagnato da una presenza costante a cui guardare, quella di San Giovanni Bosco. La sua pedagogia era attenta ai giovani nella loro interezza. Erano importanti i momenti di gioco e di svago. Del resto nelle case salesiane non può mancare lo sport, la ricreazione movimentata e chiassosa. Viene favorito il protagonismo giovanile attraverso il teatro, la musica, l’animazione. “Amate le cose che amano i giovani” ripeteva ai suoi ragazzi. Ed è questo uno degli aspetti che attraevano don Nicola, soprattutto dopo aver visitato i luoghi dove don Bosco operò, lasciando segni indelebili: “Mi ricordo che abbiamo fatto un viaggio a Valdocco con la parrocchia. Mi aveva colpito molto l’ambiente. Penso alla grande Basilica, al cortile, alla serenità che permeava l’aria. Mi sono così immaginato la vita di questo santo con i suoi ragazzi. San Giovanni Bosco era una figura molto attenta ai ragazzi, alle loro necessità, ma soprattutto alla loro fede, alla loro crescita spirituale. Non si preoccupava solo di farli giocare. Il gioco era un mezzo per portarli a Dio. È un aspetto che mi ha molto colpito. Spero, per quanto il Signore mi renderà capace, di poter fare ugualmente”. L’altra figura a cui don Nicola guarda con particolare attenzione è il capolavoro educativo del sacerdote di Castelnuovo d’Asti, San Domenico Savio, “un altro grande Santo”.

Fra le esperienze che hanno segnato indelebilmente il cammino di don Nicola figurano “le attività con l’Azione Cattolica. Ho sempre fatto l’educatore, preparando i bambini a ricevere i sacramenti. Sono rimasto molto legato all’AC, alla sua dimensione diocesana”. Il gruppo parrocchiale e le sue proposte hanno accompagnato il suo cammino di discernimento.

La vita è fatta di incontri e di esperienze. Così è stato anche per don Nicola che lungo il suo cammino ha trovato figure carismatiche che gli hanno indicato la strada da percorrere, a partire dagli uomini di Chiesa della diocesi bresciana. “Tanti sacerdoti hanno influito sulla mia formazione. La Chiesa diocesana è ricca di tanti bravi sacerdoti”. Alcuni di loro, in particolare, gli sono rimasti impressi nella memoria per il loro operato: “Non posso non citare il curato della mia infanzia, don Giuliano Massardi, oggi parroco di Villa di Erbusco. Mi ha accompagnato durante tutta la mia giovinezza. Ricordo i tanti anni di collaborazione, la presenza in oratorio, i campi scuola. Poi, una volta giunto in seminario, ho conosciuto don Mattia Cavazzoni. Con lui ho servito per due anni nella parrocchia di Castegnato, ritrovandolo poi in Seminario minore. Dei sette anni di Seminario, 3 li ho fatti con lui. È stata una parte considerevole della mia vita. Il suo modo di essere sacerdote e la sua presenza in oratorio mi hanno aiutato molto. Del resto era sempre disponibile per tutti”.

Se gli si chiede che tipo di sacerdote vorrebbe essere, se c’è un aspetto pastorale a cui tiene particolarmente, la risposta di don Nicola è lapidaria: “ Vorrei essere sacerdote e basta. Mi piace stare fra la gente, con tutte le gioie e le sofferenze che la nostra gente vive. È così che si sperimenta la vita cristiana, quella più semplice ma anche quella più vera”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto, figura “l’esperienza bellissima del Seminario minore. Non è di certo un campo scuola perenne, ma per molti aspetti tende a sembrarlo. Mi ricordo la bellezza della collaborazione fra noi educatori, il modo tutto particolare che hanno i ragazzi di esprimere il loro affetto attraverso scherzi talvolta stupidi. Sono trovate che magari, al momento, ti fanno arrabbiare, ma poi, ripensandoci, sono un bel ricordo da portare nel cuore”.

Nei giorni precedenti all’ordinazione sacerdotale, la gioia e la serenità che lo pervadono derivavano dalla certezza di fare la volontà del Signore. Don Nicola ne è convinto. È uno stato d’animo, il suo, che traspare dallo sguardo: “È lui – chiosa – che mi ha guidato sino a qui. Lo faccio con la consapevolezza e la certezza che questa è la sua volontà. È qui che risiede la fonte della serenità che mi ha accompagnato verso un passo così decisivo. Non sono mancate ovviamente un po’ di ansie, ma sono quelle che ci portiamo dietro un po’ tutti, quotidianamente. Non sono niente rispetto alla gioia di dire che tutto ciò che sto facendo è rivolto al Signore. Questa è la Sua volontà. Il Signore vuole compiere delle meraviglie con tutte le nostre vite”.

Giovanni, tu sei felice?

Quella domanda che aprì il cammino. Classe 1989, don Giovanni Bettera è originario della parrocchia di Sarezzo. Il servizio da diacono l’ha svolto nella comunità cittadina di Cristo Re

La passione per l’educazione richiede una capacità di aprirsi all’altro, di mettersi in ascolto e, soprattutto, esige la capacità di diventare compagno di strada della persona che si incontra. Quando si educa, ci si mette in gioco. Senza se e senza ma, senza scorciatoie o risposte facili alle tante domande della vita di ogni giorno. Lo sa bene don Giovanni Bettera, la cui vocazione è nata proprio a contatto con i ragazzi, tra un gioco e un laboratorio, tra una preghiera e una passeggiata in montagna, tra un’esperienza con i più fragili e un camposcuola. In oratorio e con l’Azione Cattolica ne ha fatta di strada. Don Giovanni Bettera, classe 1989, è originario della parrocchia di Sarezzo. È entrato in seminario all’età di 23 anni, dopo aver fatto un percorso da geometra alle superiori e un anno di servizio civile volontario presso l’Opera Pavoniana tramite la Caritas. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Educazione e, successivamente, ha iniziato il suo percorso in Seminario. Ora si appresta a compiere un passo importante con la gioia nel cuore e la consapevolezza di non essere solo (c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è un presbiterio, ci sono le comunità: di origine, di destinazione e quelle in cui fin qui ha prestato servizio) di fronte a una scelta così importante. Durante gli anni di formazione il suo percorso è stato scandito da alcune tappe: a Folzano, nell’unità pastorale di Offlaga-Cignano-Faverzano, a Chiari e, infine, da diacono a Cristo Re in città; è stato anche incaricato dell’animazione vocazionale.

Per i 150 anni dell’Azione Cattolica è stato realizzato l’inno “Futuro Presente” in cui si legge: “C’è una grande eredità che diventa sfida per chi oggi la raccoglierà. È azione, è amore che si muove, così di cuore in cuore…”. L’Azione Cattolica ricopre una parte significativa nella tua formazione. Con l’Ac sei cresciuto…

A Sarezzo ero impegnato principalmente nell’Azione cattolica dei ragazzi, poi sono passato all’Acg, poi sono diventato educatore e infine responsabile dell’Acr del mio paese. Seguivo anche il gruppo dei chierichetti e partecipavo da animatore ad alcune attività estive come il campo al mare. L’Azione Cattolica deve mantenere quell’energia che l’ha sempre caratterizzata; i miei ricordi più belli sono legati ai Meeting e agli incontri anche su larga scala che ti davano una carica notevole. È fondamentale che mantenga la sua originalità ma anche una buona collaborazione all’interno della parrocchia. Quando c’è una buona collaborazione con i sacerdoti della comunità, l’Ac diventa ancora più efficace. L’Ac, pur mantenendo la sua unicità, è al servizio delle parrocchie e le deve aiutare a crescere.

Ogni vita è una chiamata, ma non è sempre scontato mettersi in ascolto nel tempo in cui viviamo. Come è nata la tua vocazione?

La chiamata è arrivata grosso modo all’interno dell’ambito dell’oratorio, ed è principalmente arrivata con una domanda del curato. Ho sempre visto il prete, il parroco e i curati come delle figure positive, però non avevo mai messo a fuoco questa strada ed ero tranquillo. Un giorno, un prete mi ha fatto una domanda semplice e diretta: “Giovanni tu sei felice?”. Allora lì ho iniziato un po’ ad interrogarmi, poi il sacerdote ha rilanciato la sua provocazione dicendomi che potevo entrare in seminario… Bloccai subito il suo tentativo, autoconvincendomi che non fosse la strada giusta. Il sacerdote in questione era don Michele Bodei, il curato del tempo, oggi in servizio a Verolanuova. Lì è stato proprio il lancio… Mi ha fatto una confidenza perché vedeva da tempo che poteva esserci qualcosa; anche altri preti mi hanno detto che “si vedeva la predisposizione” ma magari non ero ancora abbastanza maturo… Sono stato contento perché non mi hanno mai messo fretta e hanno rispettato i miei tempi di maturazione fino a quando il Signore mi ha chiamato a comprendere il suo disegno.

Quanto è importante il sostegno e la comprensione della famiglia?

La famiglia devo dire che l’ha presa bene, ho due sorelle più grandi e un fratello più piccolo che mi sono sempre stati vicini come accompagnamento. Mi sono sempre sentito sostenuto, anche nel momento pratico quando magari mi serviva un aiuto, chiedevo a loro senza problemi. La mia famiglia ha appoggiato la scelta. Quando ho annunciato ai miei genitori che iniziavo gli incontri per entrare in Seminario, mi hanno detto: “Se è una scelta che ti sembra buona e che per te va bene noi ti appoggiamo, siamo contenti, ma deve essere una decisione che prendi tu, non te la deve imporre nessuno; se ti senti vincolato non preoccuparti che noi, qualsiasi cosa accada ,ci siamo, anche se dovesse succedere che a un certo punto interrompi il cammino perché vedi che non è la tua strada”.

Tra poche settimane sarai chiamato a un nuovo servizio con una responsabilità diretta…

Come prospettiva da prete novello un’esperienza in oratorio è stimolante, è un ambiente in cui mi ci trovo; ogni oratorio ha le sue peculiarità, l’ho visto anche nei servizi di questi anni. Ho fatto la prima e la seconda teologia a Folzano, in terza l’animazione vocazionale, quindi ho girato un po’ per le varie parrocchie, in quarta a Offlaga e in quinta a Chiari. Quest’anno invece sono in città a Cristo Re. C’è qualcosa che spaventa perché di preciso non sai se sei all’altezza del compito che ti viene richiesto di fare, non sai se sei in grado di essere una guida, un pastore in mezzo alla gente… non sai se sei pronto a presiedere l’eucarestia e a confessare… Sono varie cose, poi c’è la certezza che il Signore ti ha accompagnato fino a questo punto e ti darà la forza e la grazia di restarci e di mettere in campo quella forza e quelle caratteristiche che magari non conosci ancora perché non era necessario. Poi ho la sicurezza di avere dei compagni, sia di classe sia nel presbiterato, e un Vescovo che ci vogliono bene e ci seguono. Anche nell’ultimo periodo il Vescovo ci ha mostrato la sua vicinanza e ci ha aiutato a sentirci parte del presbiterio bresciano.

Hai vissuto e vivi a stretto contatto con i giovani. Perché è importante parlare di pastorale giovanile in chiave vocazionale?

Bisogna metterle in relazione, perché si vede che vanno di pari passo, separando le due cose sembra che qualcuno sia portato per la vocazione e qualcuno no, e la vocazione viene intesa solo come speciale consacrazione. Invece mettere assieme le due cose può aiutare a riscoprire una vocazione anche in ambito lavorativo o nelle scelte di vita piuttosto che nella tipologia di università alla quale iscriversi. È di sicuro un’apertura molto più ampia, vedere che in tutto il tuo ambito che va dal lavoro allo studio il Signore ti accompagna.

Se pensi alla Bibbia, c’è un passo che ti ha accompagnato e ti accompagna?

Mi viene in mente sempre il salmo 22, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, anche perché il mio oratorio è intitolato proprio Gesù Buon Pastore. Puoi anche provare paura, ma devi pensare che il Signore è lì accanto: ti dà tutto quello di cui hai bisogno ma non è un aiuto calato dall’alto (senza che tu possa fare qualcosa); quando ti trovi in difficoltà, sai che hai qualcuno accanto che cammina insieme a te. Quindi questo ti dà la possibilità di fare determinate scelte. Gesù Buon Pastore è l’emblema del Signore che si concretizza nell’aiutare le persone più in difficoltà, anche all’interno dell’oratorio. E oggi sono tante le situazioni di fragilità, sul lavoro e in famiglia, che hanno bisogno di essere accompagnate.

C’è spazio anche per qualche passione da coltivare nel tempo libero?

Sono appassionato di manga e di One Piece. Mi piace anche fare le camminate in montagna, abitando a Sarezzo non abbiamo grandi monti, però anche nelle attività estive con i nostri curati c’era sempre l’uscita in montagna: era un bel modo per distrarsi e ammirare anche il creato. È tutto una meraviglia quello che puoi ammirare e scoprire in montagna.

La bellezza di una chiamata semplice

Un disegno che ha cominciato a tratteggiarsi sin da quando don Luca Pernici era piccolo e che con gli anni, grazie a tanti incontri, ha preso sostanza e colore

Le gioie semplici sono le più belle”, diceva San Francesco e, forse, lo sono anche le storie di quelle vocazioni nate da un incontro semplice, coltivate e fatte crescere progressivamente negli anni sino a giungere all’ordinazione, proprio come quella di don Luca Pernici, 26 anni da Cogno. Don Luca è uno dei sette diaconi del Seminario di Brescia che l’8 giugno saranno ordinati sacerdoti in Cattedrale.

Don Luca, qual è la storia della tua vocazione?

La storia, la storia della mia vocazione è molto semplice. Già da bambino avevo un’idea, seppur molto vaga, di voler diventare sacerdote. Un’idea nata guardando il mio parroco anziano mentre celebrava la messa e conoscendo i seminaristi che negli anni si alternavano nel servizio in parrocchia. Grazie a questa presenza la realtà del Seminario è diventata per me familiare. Negli anni dell’adolescenza, quelli della scuola media e delle superiori, la prospettiva di diventare sacerdote non mi ha mai abbondonato, era in qualche modo latente, necessitava di essere approfondita. Ho così frequentato l’istituto per geometri: sono stati cinque anni sereni e solo dopo il diploma ho compiuto la scelta, nel 2012, di entrare in Seminario.

La tua è stata una scelta che hai maturato nel tempo. C’è stato un fatto, un episodio, un incontro che ha fatto scattare la molla per dire: “Questo è il momento giusto”?

Se oggi mi guardo indietro riesco a vedere con precisione il “momento” a cui si riferisce la domanda. Il mio parroco aveva la consuetudine di organizzare un pellegrinaggio a Lourdes nel mese di giugno. Un anno, quello in cui avevo condotto a termine la prima superiore, aveva offerto a me e a un altro ragazzo che dava una mano in parrocchia l’opportunità di partecipare a questa esperienza. Nel corso di quell’esperienza ebbi modo di conoscere un sacerdote originario di Cogno. Era più giovane del mio parroco, e nel corso delle giornate trascorse a Lourdes, gli confidai l’idea che mi accompagnava sin da piccolo di poter diventare sacerdote. Da quel momento ha preso il via una sorta di accompagnamento spirituale e di discernimento, nel corso del quale anche l’ipotesi di entrare in Seminario è stata presa in considerazione. In quarta superiore il disegno sulla mia vita si era praticamente definito.

È stato facile, nel corso degli anni, condividere con gli amici, con i coetanei, la scelta di una vita dedicata al sacerdozio?

Con gli amici più stretti non c’è stato alcun problema, anzi, sono stati i primi a cui ho rivelato la mia intenzione, prima ancora di dirlo in famiglia. Già alle medie avevo confidato loro quella che era la mia idea. Nessuno di loro ha mai commentato negativamente questo disegno. Ancora oggi, quando ho modo di incontrare quelli che sono stati i miei compagni di classe delle medie e delle superiori, con i quali, per altro, non avevo condiviso questo progetto, non trovo nessuno che manifesti pregiudizio o imbarazzo per la mia scelta. Forse sono stato particolarmente fortunato. Anche in famiglia non c’è stata alcuna resistenza, forse perché avevano intuito quello che andavo maturando. In loro c’è stato il desiderio, però, di conoscere la realtà del Seminario.

Diventi sacerdote a un’età in cui per tanti coetanei il momento delle scelte definitive e dell’assunzione delle responsabilità è ancora lontano. Ti senti un privilegiato?

Come ogni scelta definitiva anche quella del sì che pronunceremo l’8 giugno davanti al Vescovo è frutto di un percorso di maturazione, fatto di tanti interrogativi che hanno richiesto la ricerca della risposte. L’esserci arrivato a 26 anni non è certo frutto di superpoteri o di atti eroici; così come non credo che altri giovani che giungono al momento delle scelte più avanti negli anni lo facciano perché sono deboli. Ripeto, forse sono solo fortunato, ma anche nella cerchia dei miei amici ci sono ragazzi che hanno la mia età e si sono sposati e hanno messo su famiglia, e lo hanno fatto con grande senso di responsabilità. Anche in questo caso devo dire che forse abbiamo incontrato sul nostro cammino chi ha saputo accompagnarci a compiere queste scelte, chi ci ha aiuto a prendere sul serio la nostra vita.

In tutti questi anni non c’è mai stato un momento di crisi, il dubbio che la tua strada potesse essere un’altra?

Il non avere avuto momenti di grossa crisi non significa che nel mio cammino non abbia avuto situazioni in cui sono stato chiamato a interrogarmi, a verificare se quella intrapresa era veramente la strada giusta. Il passaggio dalla vita in famiglia a quella della comunità del Seminario, prima, e quello dalla propedeutica al Maggiore poi, sono stati snodi importanti che mi hanno costretto a fare chiarezza dentro di me, a domandarmi in modo profondo se la strada che stavo per intraprendere era veramente quella che il Signore mi indicava. Sono stato chiamato a verificare se quel modello di sacerdote che mi ero costruito negli anni in cui la “chiamata” era rimasta latente, era compatibile con ciò che la vita in Seminario mi chiamava a essere. Fortunatamente ho trovato le risposte che andavo cercando nelle esperienze pastorali vissute negli anni della formazione e nell’incontro con tanti altri sacerdoti. Per altro il cammino di questi anni mi ha aiuto a superare un elemento di crisi che ho sempre avuto in me: il bisogno di certezze e la fatica di lanciarsi. Gli anni del Seminario, con tutti i suoi incontro, mi hanno aiutato invece a comprendere la bellezza dell’affidarsi, del fidarsi.

Cosa significa la “bellezza dell’affidarsi, del fidarsi”?

Non riesco a trovare una definizione così efficace per rendere questa bellezza, che si percepisce soltanto vivendola. In questi anni ho avvertito come significa affidarsi al Signore, fidarsi di lui grazie alle persone che ha messo sul mio cammino. Non credo sia stato un caso avere conosciuto quel sacerdote che ha avuto un ruolo importantissimo negli anni della mia adolescenza, che mi ha aiutato a prendere in mano la mia vita, o tutti quegli altri sacerdoti incontrati negli anni del Seminario che mi hanno fatto comprendere la ricchezza dell’essere prete, che mi hanno aiutato ad affrontare i dubbi incontrati. Ho trovato nelle loro parole, nella loro testimonianza le risposte che cercavo. Questo per me è fidarsi e affidarsi: dire il mio sì e buttarmi con tutto me stesso in un ministero a cui il Signore mi chiama, sicuro che non mi lascerà solo. C’è una frase del vangelo di Matteo che mi dà tanta sicurezza ed è “Egli vi precede in Galilea”. Questo mi dà la certezza che ovunque sarò chiamato a vivere il mio servizio sacerdotale, là troverò Dio che mi attende.

Cosa è per te il bello del vivere?

Il bello del vivere? Sicuramente il potermi spendere da prete per la comunità e nel servizio che il Vescovo vorrà affidarmi. Il bello del vivere è poter incontrare una comunità con cui camminare e crescere insieme, giovani e meno giovani che sono disposti a scommettere sulla vita, ognuno nella strada a cui è chiamato.

Un’ultima domanda. Più volte hai fatto cenno al ruolo importante che ha avuto un sacerdote nella tua vita. Questo “don” ha un nome e un cognome?

Sì, si tratta di don Guido Menolfi, oggi in servizio come vicario parrocchiale nelle comunità di Montichiari, Vighizzolo e Novagli. Mi ha accompagnato negli anni, per me importanti dell’adolescenza, quelli in cui, come ricordavo, il disegno di dedicare la mia vita al sacerdozio è andato facendosi progressivamente più chiaro. Ma con lui, come ho già sottolineato, ci sono stati tanti altri sacerdoti che con la loro testimonianza mi hanno fatto capire la bellezza dell’essere prete che non si può “costringere” in strette categorie se non quella che le comprende tutte, di essere “uomini di Dio”.

Dai ponteggi al confessionale

Classe 1987 e originario di Teglie di Vobarno, don Marcellino Capuccini Belloni ha svolto il servizio come diacono nell’up Don Vender. Sabato 8 giugno verrà ordinato sacerdote in Cattedrale dal vescovo Pierantonio

Nel suo destino, evidentemente, c’erano le chiese. Don Marcellino, classe 1987, è entrato in Seminario all’età di 25 anni dopo la maturità classica a Salò e la laurea in Lettere (indirizzo Beni culturali). Durante l’università lavorava nell’azienda di restauro (Gianotti) della famiglia. Grazie all’attività dei suoi genitori è sempre stato, quindi, a contatto con il mondo delle chiese. “Ci chiamano a rendere nuovamente bello un luogo di culto. E questo mi ha sempre colpito e attratto, perché collegare a Dio qualcosa di bello rappresenta un aspetto significativo. Mi ricordo che un committente, un giorno, mi disse: ‘Ricordatevi sempre che di fronte a questo quadro la gente prega’. Tante volte si entra in una chiesa con l’idea di visitare un museo, ma la chiesa è un luogo dove si prega. Rendere nuovamente bello un luogo di preghiera non è la stessa cosa di rendere bello un museo. La bellezza dell’arte legata alla liturgia, senza cadere in forme stravaganti, è stata indirettamente determinante”. Testimonianza visibile del Creato e del divino, l’arte diventa anche strumento di evangelizzazione. Nella storia, sostiene Papa Francesco, l’arte “è stata seconda solo alla vita nel testimoniare il Signore. Infatti è stata, ed è, una via maestra che permette di accedere alla fede più di tante parole e idee, perché con la fede condivide il medesimo sentiero, quello della bellezza”.

Don Marcellino ha respirato la fede tipica di una piccola comunità di montagna. Ha due sorelle, una più grande e una più piccola, e tre nipoti. È cresciuto a Teglie di Vobarno: sua madre è trentina, mentre il padre è bresciano. All’età di 15 anni si è trasferito a Roè Volciano. Negli anni di formazione in Seminario è stato a Rezzato, prefetto al Seminario minore, a Tremosine, all’unità pastorale di Casto, Comero e Mura e da diacono quest’anno era nell’unità pastorale cittadina intitolata a don Giacomo Vender (Divin Redentore, S. Giovanna Antida, Santo Spirito e Urago Mella). Ha sempre cercato “di essere aperto a tutto il mondo ecclesiale (movimenti, associazioni….), tenendo un equilibrio generale. Ho avuto la fortuna di crescere in una piccola parrocchia di montagna, a Teglie di Vobarno: le liturgie non erano solenni come quelle del Duomo, ma la liturgia era curata e ben partecipata”. Nel suo cammino verso il sacerdozio ha potuto conoscere “preti e religiose in gamba. Non pensavo di diventare un sacerdote, perché pensavo di più a costruire una famiglia. Quando mi sono interrogato sull’ingresso in Seminario, ho ritrovato alcuni punti, cioè alcuni segnali: il servizio come ministrante, l’attività in oratorio, l’esperienza con gli scout e anche l’impegno in politica dove ero consigliere comunale”.

A pochi giorni dall’ordinazione, è grande il suo sentimento di gratitudine nei confronti del Seminario: “Con le fatiche dei vari cambi, provo la commozione di chi lascia un posto”. Don Marcellino è “molto apprezzato dall’intera comunità” come conferma l’amico Fabio. È sembrato chiaro a tutti che quella del seminario fosse la sua strada e che ha fatto bene a percorrerla. Sarà sicuramente – conclude – un modo da parte sua per dedicarsi al prossimo come probabilmente è sempre stato portato a fare. Ha fatto una scelta a dir poco ammirabile”. “Non vi è niente di più bello – come affermò Benedetto XVI in occasione dell’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile del 2005 – che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui… Solo in quell’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quell’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”. Don Marcellino ha scelto di spendere ancora (dopo l’impegno in oratorio e per il proprio Comune) la sua vita per gli altri attraverso il sacramento dell’ordine.

La tua scelta vocazionale non è stata un fulmine a ciel sereno…

Rileggendo la mia storia nell’anno in cui ho deciso di entrare in seminario, ho notato che c’erano già dei punti luce in merito alla mia scelta vocazionale. Quindi ho ricollegato diversi aspetti: il chierichetto da piccolo, gli Scout, le attività in oratorio e la partecipazione politica. Ho fatto il consigliere comunale del mio paese finché non sono entrato in seminario, dopodiché ho dovuto dare le dimissioni per l’incompatibilità dei ruoli. Anche lì ho trovato nella persona del sindaco di allora (Emanuele Ronchi), una persone che, a prescindere dall’appartenenza, voleva molto bene al nostro paese: aveva un interesse verso l’umano prima che verso la politica.

Come rileggi le esperienze che hai fatto durante la formazione?

Sono stato fortunato perché mi hanno sempre mandato da preti molto bravi: sono stato a Rezzato (S. Carlo) con don Gelmini, al Seminario Minore come prefetto con don Giorgio Gitti, a Tremosine con don Ruggero Chesini, nel Savallo con don Marco Iacomino e adesso sono all’Unità pastorale don Vender con don Gianluca Gerbino e don Giovanni Lamberti. Ho avuto, quindi, la fortuna di vedere, pur nei caratteri diversi, dei preti innamorati di Dio e molto attenti anche all’aspetto della vita fraterna. Poi c’è la bellezza di essere inviato e di non decidere dove andare. Siamo mandati nelle parrocchie per imparare. Mi è rimasta impressa la frase che mi ha detto un sacerdote qualche mese fa: “Quando ci chiedono come ci troviamo, è una domanda un po’ mal posta, perché noi non siamo mandati per trovarci bene, ma per servire a prescindere dal modo in cui viviamo il luogo.

Il lavoro con la tua famiglia è stato un elemento importante, ma in oratorio hai trovato la tua dimensione grazie ad alcuni momenti significativi (grest, campi estivi, esperienze di carità)…

Tutte queste attività mi hanno sempre fatto sentire a casa. E all’interno dell’oratorio ho visto fiorire vocazioni, come quella di don Roberto Ferrari, che è entrato in seminario quando io frequentavo la prima superiore. Vedere il cammino di qualcuno che aveva all’incirca la mia età, era nella mia compagnia di amici e ha scelto di fidarsi di Dio è stato determinante nel momento in cui anch’io ho dovuto fare la scelta. Ha potuto farlo lui, quindi perché non potevo farlo anch’io?

Di fronte a una scelta definitiva come il sacramento dell’ordine, è normale avere un po’ di sana preoccupazione…

Tremano le gambe come davanti ad ogni cammino impegnativo, che è tale perché è bello e dà gioia. Non sono spaventato, ma so che sarà difficile. Quando si esce dalla sfera di cristallo del seminario, la realtà è quella quotidiana. Quindi più che spaventato, di sicuro so che dovrò affrontare un impegno determinante che responsabilizza. Se leggiamo i segni dei tempi, più che considerare gli errori del passato, consideriamo ciò che il Signore ci sta dicendo oggi. In primis non dobbiamo pensare di essere preti soli, ma preti che collaborano perché parte di un presbiterio. Secondo, per evitare l’esaurimento, io continuo ogni giorno a ricordare che ci sono anche dei coordinatori laici a cui poter delegare alcune mansioni. Quindi chiedo che ci lascino fare i preti, che non significa fare i lazzaroni, ma significa che ci diano la possibilità di occuparci delle peculiarità delle mansioni sacerdotali.

Ci sono dei Santi ai quali ti senti particolarmente affezionato?

Ci sono più figure che sono state di riferimento nella mia vita. Se penso ai Santi, non posso non citare Francesco di Sales e Angela Merici. Francesco di Sales per quanto riguarda l’accompagnamento spirituale, soprattutto nella scelta vocazionale. Angela Merici invece perché è stata “donna di profezia”, che ha saputo leggere ciò che il Signore voleva ma che sarebbe stato di difficile attuazione in quel momento. Una donna di dialogo, una donna aperta a parlare anche con chi non la pensava nello stesso modo della Chiesa e soprattutto una donna che ha saputo mettere al centro la figura femminile, tutelandola sempre.

Mondialità, società e persona

Don Roberto Ferranti, don Maurizio Rinaldi e don Giovanni Milesi sono i nuovi direttori e coordinatori delle tre aree pastorali della Curia: Ferranti è coordinatore per la pastorale della mondialità, don Rinaldi della pastorale della società e don Milesi della pastorale per la crescita della persona. Tutti e tre fanno riferimento al Vicario per la pastorale e i laici, don Carlo Tartari

Un decreto del Vescovo riorganizza gli Uffici che dipendono dal Vicariato per la pastorale e i laici. Al vicario don Carlo Tartari fanno riferimento don Adriano Bianchi, responsabile per la comunicazione e don Sergio Passeri, nuovo responsabile per la cultura. Sono istituite, poi, tre aree pastorali. A don Tartari fanno riferimento: don Roberto Ferranti, presbitero coordinatore della Pastorale per la mondialità a cui compete l’incarico di direttore degli Uffici per le missioni, per i migranti, per il dialogo interreligioso e per l’ecumenismo.

Don Roberto diventa presidente dell’Associazione Centro Migranti. Con lui agirà in sinergia padre Domenico Colossi, il Cappellano della “Missione con cura d’anime” per i fedeli migranti della Diocesi, indicando e coordinando le linee pastorali. Don Maurizio Rinaldi diventa il coordinatore della Pastorale per la società e direttore degli Uffici per la famiglia, per l’impegno sociale, per la salute e della Caritas; diventa presidente della Fondazione Opera Caritas San Martino.

Don Giovanni Milesi, coordinatore della Pastorale per la crescita della persona, assume l’incarico di direttore dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni, dell’Ufficio per la catechesi (di entrambi è vice direttore don Claudio Laffranchini), dell’Ufficio per la liturgia (il vice direttore è don Claudio Boldini) e di quello per il turismo e i pellegrinaggi. È presidente del Centro oratori bresciani. Agirà in sinergia con don Raffaele Maiolini, direttore dell’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università che afferisce a questa area. Il decreto prevede, inoltre, dei vicedirettori per la famiglia, per l’impegno sociale, per la salute, della Caritas diocesana e un Direttore operativo dell’Associazione Centro Migranti Onlus.

Ministro Accolito? Cioè?

Il Vescovo Pierantonio ha istituito l’accolitato al nostro seminarista Nicola Mossi

È stata una domanda postami in modo ricorrente nei giorni che hanno preceduto e seguito l’11 Maggio 2018, quando il Vescovo Pierantonio ha istituito sei nuovi ministri lettori e quattro accoliti, tra questi ultimi anch’io. In effetti sono ministeri poco conosciuti e chiamati minori, perché appunto inferiori rispetto a diaconato e presbiterato i quali imprimono il carattere del sacramento dell’ordine e segnano in modo definitivo il cammino vocazionale.

Nonostante ciò nella vita di un seminarista anche lettorato e accolitato sono passaggi di Grazia e di gioia in cui in modo più ufficiale si riconosce l’importanza della Parola di Dio e dell’Eucarestia nella propria vita. In particolare, riguardo all’accolitato, abbiamo avuto modo nell’ultimo anno di riflettere e meditare l’importanza dell’Eucarestia nella vita del sacerdote.

Diventare persone eucaristiche, persone di comunione con Cristo, con i fratelli e con ogni persona che Dio mette sulla nostra vita, questo è il desiderio che è cresciuto in questi anni e che ogni giorno mi mette alla prova: in comunità, in parrocchia, in famiglia. Quindi, come più volte ci ha ripetuto il Vescovo: anzitutto cercare di essere testimoni, e anche se il cammino è a volte faticoso e sentiamo i nostri limiti, affidandoci alla Grazia di Dio possiamo continuare nella consolazione.

L’accolitato inoltre permette ufficialmente la distribuzione dell’Eucarestia durante la Messa ma anche nelle case a quanti non fossero in grado di raggiungere la Chiesa. É una bella occasione poter distribuire il corpo di Cristo, farmaco d’immortalità, come lo definiva Sant’Ignazio di Antiochia, ai fedeli in Chiesa e agli ammalati e anziani. La testimonianza di questi ultimi è preziosa, vedere come attendono questo momento, questo Incontro, con quale fede, fa capire quanta consolazione ricevono dal sacramento della Comunione, e quanto spesso essi offrano le loro sofferenze in partecipazione alle sofferenze di Cristo che è morto per Amore nostro.

Sì, sono espressioni forti, che mi interrogano, ma che sono reali e incarnate da persone che hanno vissuto, amato, le loro famiglie, la loro comunità e tutt’ora esprimono il loro affetto.

Mi accosto a questo ministero con contentezza e con la preghiera che il Signore mi doni dignità, delicatezza e accoglienza per le persone a cui mi chiama. Avvicinandosi al Sinodo dei Giovani, spero e prego perché possiamo essere persone che testimonino loro che vivere l’Eucarestia è anzitutto un dono, non imposizione, ma accoglienza di un Dio che si fa nutrimento della nostra vita spirituale.

Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà (Gv 6,27).

Questo versetto mi ha accompagnato dagli ultimi esercizi spirituali, è un bello stimolo a vincere le pigrizie e cercare di darmi da fare conscio che ogni cosa buona che posso compiere è per Grazia. Il vescovo nell’omelia ci ha esortato a non essere orgogliosi di questo passo ma di esserne degni…

Chiedo il grande favore di pregare perché questo possa compiersi in me, ringraziando il Signore per quanti in qualsiasi modo hanno dimostrato vicinanza e preghiera. In modo particolare la mia famiglia, le parrocchie di servizio e di provenienza con i loro sacerdoti e il seminario. Buon cammino.

Nicola

Don Roberto Domenighini a Roma

Un nuovo incarico per don Roberto Domenighini. Il direttore dell’Eremo di Vallecamonica è stato chiamato a Roma alla Congregazione per il Clero

Don Roberto, classe 1972, è originario della parrocchia di Breno. Nel corso del suo ministero, ha svolto i seguenti servizi: curato a Pisogne (1997-2003); curato a Salò (2003-2006); studente a Roma (2006-2009); dal 2009 era direttore dell’Eremo dei Santi Pietro e Paolo di Bienno. Ora è atteso da un nuovo incarico alla Congregazione per il clero.

La competenza della Congregazione per il Clero è ora indicata nei nn. 93-98 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus ed è articolata in quattro Uffici:

1)L’Ufficio Clero raccoglie, suggerisce e promuove iniziative per la santità, l’aggiornamento intellettuale e pastorale del Clero (Sacerdoti diocesani e Diaconi) e per la loro formazione permanente; vigila sui Capitoli Cattedrali, sui Consigli Pastorali, sui Consigli Presbiterali, sulle parrocchie, sui parroci, su tutti i chierici, su tutto quanto attiene al loro ministero pastorale, ecc.; sulle elemosine delle Messe, sulle pie fondazioni, pii legati, oratori, chiese, santuari, archivi ecclesiastici e biblioteche; promuove una più adeguata distribuzione del clero nel mondo.

2) L’Ufficio Catechistico cura la promozione della formazione religiosa dei fedeli di ogni età e condizione; emana le norme opportune perché l’insegnamento della catechesi sia impartito in modo conveniente; vigila perché la formazione catechetica sia condotta correttamente; concede la prescritta approvazione della Santa Sede per i Catechismi e i Direttori emanati dalle Conferenze Episcopali; assiste gli uffici catechistici e segue le iniziative riguardanti la formazione religiosa ed aventi carattere internazionale, ne coordina l’attività ed offe loro l’aiuto, se occorre.

3) L’Ufficio Amministrativo è competente in materia di ordinamento e amministrazione dei beni ecclesiastici appartenenti alle persone giuridiche pubbliche; inoltre concede le richieste di licenza per i negozi giuridici di cui ai canoni 1292 e 1295 e di approvazione delle tasse e dei tributi; infine cura ciò che riguarda la congrua remunerazione, la previdenza per la invalidità e la vecchiaia e l’assistenza sanitaria del clero, ecc.

4) L’Ufficio per le dispense. Tale Ufficio, che è stato istituito con Lettera Prot. N. 64.730/P del 28 dic. 2007, è competente a trattare, a norma di diritto, le dispense dagli obblighi assunti con la sacra ordinazione al Diaconato e al Presbiterato da parte di chierici diocesani e religiosi della Chiesa Latina e delle Chiese Orientali.