Sono qui con voi nel nome del Signore

Ecco carissimi,

Anzitutto desidero salutarvi di vero cuore e desidero anche ringraziarvi per il fatto che, per appartenenza alle parrocchie o per amicizia, di fatto siamo qui tutti a pregare e quest’oggi siete qui a pregare soprattutto per me. Di questo vi ringrazio. Per il fatto che come ci diceva la prima lettura, la preghiera del povero attraversa le nubi e non si quieta finché non sia arrivata a destinazione. Per questo vi dico grazie e vi invito a continuare a pregare e a farlo con l’atteggiamento tipico dell’umile e del povero, perché è questo che piace a Dio ed è questo che fa sì che la nostra preghiera giunga più facilmente al cuore di Dio, così come ci ha fatto capire il testo del vangelo che abbiamo appena ascoltato.

Permettete però che in modo particolare mi rivolga ai fedeli delle parrocchie che mi sono affidate: alla parrocchia di Leno, di Milzanello e di Porzano. Carissimi parrocchiani, ecco che vengo a voi profondamente cosciente della mia debolezza, della mia povertà, della mia fragilità, anzi anche del mio peccato. La debolezza e la povertà si capiscono pensando anche semplicemente all’età che mi porto dietro. Dicevano gli antichi che “la vecchiaia è già di per se stessa una malattia”. Ecco quindi che ho diversi acciacchi, che fanno parte della mia età. Così come vi sarete accorti che la mia voce è piuttosto fragile, insicura, debole.

Ho poca memoria e potrei continuare con tutti i difetti che ho, ma lascio a voi la possibilità di scoprirli un po’ alla volta. Sta di fatto che vengo a voi cosciente della mia debolezza, povertà e fragilità. E proprio per questo, così come il pubblicano al tempio che chiedeva a Dio “abbi pietà di me”, io chiedo anche a voi:

Abbiate pietà di me

Che la vostra preghiera sia sempre anche una richiesta a Dio che abbia pietà di me, della mia fragilità, dei miei peccati e nonostante questo continui ad aiutarmi e a sostenermi. Nello stesso tempo, però, vi devo dire con molta schiettezza che vengo a voi carico di fiducia. Vengo a voi con il cuore pacato e sereno, perché vengo a voi nel nome del Signore. Il fatto di aver detto di sì al Vescovo, dietro alla sua insistenza e alla sua perorazione, mi ha dato pace perché io sono profondamente convinto che dietro alla richiesta esplicita, sollecita e ripetuta del Vescovo si nasconda la volontà di Dio. E diceva già Dante Alighieri che “nella sua volontà, è la nostra pace”.

Ecco per questo mi potete cogliere, nonostante la preoccupazione e l’ansia inevitabile, in uno stato di pace e serenità perché sono convinto che con questa decisione non ho fatto altro che rispondere alla volontà di Dio.

Quindi sono qui con voi nel nome del Signore

Non sono qui perché l’ho voluto io, ma nel nome del Signore. Per questo ripeto quanto ho detto all’inizio: continuate a pregare per me, continuate a pregare perché al termine del mio servizio in mezzo a voi io posso dire come diceva l’apostolo Paolo nella seconda lettura “il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del vangelo”. E allora ecco che al termine di questo servizio, quando piacerà a Dio, insieme, potremo benedire il Signore. Ancora grazie, abbiate pazienza e abbiate misericordia e continuate ad accompagnarmi. 

Storia di Milzanello e delle sue cascine

Il nome Milzanello è spiegato dal Vocabolario toponomastico di Gnaga come diminutivo di “Milzano”, mentre il Dizionario dell’Olivieri indica la seguente etimologia: “Come Milzano anche Milzanello è parola di foggia latina. Presuppone in tutti e due un fundus Melicianus o Militianus. La notevole distanza di Milzano da Milzanello darebbe testimonianza di un’originaria proprietà unica assai vasta”. La più antica testimonianza che noi conosciamo, relativa all’esistenza di Milzanello, deriverebbe da un’iscrizione romana ivi ritrovata. Furono rinvenuti altri reperti archeologici, alcuni dei quali conservati nei musei Romano e Cristiano di Brescia.

Durante un’operazione di sbancamento, finalizzata all’estrazione di sabbia e ghiaia, sono state scoperte tracce importanti di una civiltà di 3500 anni fa. Dopo la fondazione dell’abbazia benedettina di Leno (a.758), anche il borgo di Milzanello venne a far parte dei possedimenti leonensi. Verso l’XI secolo, alle usuparzioni periodiche periodiche e sistematiche di molti prepotenti, su latifondi dell’Abbazia, si aggiungono tutte le investiture fatte in questo tempo dagli abati ai Lavellongo, ai Poncarali, ai Lomelli, ai Martinengo e ai Gambara che poi vendettero il territorio di Milzanello alla famiglia Uggeri, nel 1424, per mille ducati.

Dopo quattro secoli di proprietà degli Uggeri, il successore, marchese Leopoldo Guidi Di-Bagno di Mantova vendette i suoi beni, situati a Milzanello, ai Signori:Stocchetti Cristoforo Guarnieri Ludivico, Bocchi Francesco Bertoletti Basilio, Zenucchini Faustino, Gadaldi Giovanni e fratelli Agosti. Infine al Signor Battista Scanzi vendette un podere con casa padronale. Del vecchio palazzo-castello non vi è ora che una muraglia con merli alla guelfa. Nell’interno si ammira ancora un portale del Cinquecento con sopra lo stemma degli Uggeri. (vedi foto dello stemma)

Cascina Biolcheria Fenarola

In occasione della festa di San Rocco (16 agosto), proponiamo la descrizione della cascina Biolcheria Fenarola. Casa colonica situata in via XXIV Maggio n.13 con ingresso ad arco in comune con la cascina Fenarola Piceni. La cascina è la continuazione – verso sera – delle cascine Fenarole ed è costituita essenzialmente da due elementi contrapposti. Nel corpo di fabbrica in lato nord e a mattina sono situate le abitazioni, l’ex stalla tradizionale, con fienile, trasformata in deposito e, verso sera, altra piccola abitazione. 

Corre il portico in otto campate con pilastri in cotto. Sulla parete dell’abitazione verso mattina è dipinta l’effige di San Rocco. Autore di quest’opera è Pietro Milzani, autore anche dei dipinti della chiesa parrocchiale. A mezzodì, si trova il cortile ora abbellito da piante e fiori.

L’Abbazia nel nome di Paolo VI

Il nome del monastero non è più Abbazia Benedettina Olivetana San Nicola ma Abbazia Benedettina Olivetana Santi Nicola e Paolo VI

Domenica 10 febbraio, festa di Santa Scolastica sorella di San Benedetto, nell’Abbazia Olivetana di Rodengo Saiano si è svolta un’importante celebrazione Eucaristica in cui l’Abate Generale della Congregazione Benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto, Dom Diego M. Rosa con un Atto Ufficiale della Congregazione ha esteso il nome del monastero. Da questa data il nome del monastero non è più Abbazia Benedettina Olivetana San Nicola ma Abbazia Benedettina Olivetana Santi Nicola e Paolo VI. Quasi 1000 anni fa quando il Monaci Cluniacensi iniziarono la fondazione di questo Cenobio nel titolo compariva S. Pietro insieme a S. Nicola, poi nei primi due secoli di vita la figura di S. Pietro si è eclissata forse per non confondere questo luogo con il vicino monastero di S. Pietro in Lamosa… A distanza di quasi 1000 anni Pietro ritorna! Un Pietro che ha visto i suoi natali in queste terre benedette, un Pietro che ha tenuto saldo il timone della barca della Chiesa Universale sotto la forza impetuosa delle onde del Concilio Vaticano II, un giovane ragazzo che prima di essere Sacerdote, Vescovo ed infine aver vagliato il soglio Petrino, ancorato al manubrio della sua bicicletta che da Chiari lo riportava nella sua Concesio, si fermava qui, su questa piazza e guardava ciò che restava della presenza monastica, in questa stessa chiesa ha pregato perché un giorno tra le volte di questo cenobio violentato e depredato ritornasse almeno la sua essenza vitale che lo ha reso per secoli “Casa di Dio” ovvero la celebrazione dell’Opus Dei da parte dei Monaci figli di San Benedetto e San Bernardo Tolomei, monaci di bianco vestiti in ricordo della Pasqua Gloriosa di Cristo, un Pietro che oggi la Chiesa Universale venera con il nome di San Paolo VI Papa.

Due i motivi che hanno tradotto questa scelta, in primis il 50°o del ritorno dei Monaci Olivetani nel monastero di Rodengo, per volontà diretta dell’allora Pontefice Paolo VI, secondo come segno tangibile di gratitudine a questo Gigante nella Fede e Profeta di Dio che ci ha restituito casa nostra nella Sua terra benedetta. Cosa si attendeva Paolo VI, riportando i Monaci Olivetani a Rodengo? Il monaco è una presenza silenziosa, silenziosa ma orante che declina la sua giornata nel motto: “ora , labora et lege”, Paolo VI voleva che il cuore arrestato di questo cenobio ritornasse a palpitare più volte di prima, quale segno profetico della presenza di Dio in mezzo agli uomini, in questa Casa di Dio dalle porte aperte si entra per Amare Dio e si esce per Amare il prossimo.

Come educare al rispetto della grandezza e del nome di Dio

Il bambino, nel suo sviluppo, procede alla conquista del mondo esteriore per conoscere. Ma il suo modo di conquista non è come quello dell’adulto. Difatti egli usa questi atteggiamenti interiori: la facile commozione, l’ammirazione, l’ingenuità, il senso della meraviglia, il sentimento della propria inferiorità di fronte alla grandiosità della natura e delle opere umane. Perciò è facile andargli incontro, rendendogli accessibile un’idea di Dio, sia pur limitata, ma sufficiente per l’età. Presentargli un Dio che dia gioia, che accontenti la grande esigenza di affetto del cuore del piccolo… I suggerimenti pratici sono: la natura è una rivelazione sensibile di Dio e svelarla al fanciullo nella sua bellezza e grandiosità è occasione opportuna per dedurre in modo intuitivo la grandezza, la perfezione e la Provvidenza di Dio. E farlo non con accenti generici che generano della noia, ma concretamente, portando l’attenzione del bimbo su particolari reali ed evidenti, da cui risulta con immediatezza la grandezza meravigliosa di Dio.

Dice uno scrittore: «il bimbo pieno di meraviglia assorbe con gli occhi l’incanto delle cose…». Inoltre quando si parla di Dio, conviene farlo in una atmosfera satura di sacro; la voce, ad esempio sia sommessa, raccolta; si evitino paragoni ridicoli o men che rispettosi, che se talvolta risvegliano l’attenzione, non aumentano la venerazione; sfatare subito l’idea di quel vecchio con la barba bianca che siede sulle nuvole, che dovrebbe essere il Padre eterno; non abusare di diminutivi e vezzeggiativi parlando di cose sacre: piccolo bambin Gesù, preghierina, Madonnina, angioletti… e nominare invece con rispetto: la S. Messa, la S. Comunione, il Sacro Cuore …; esigere che facciano sempre bene il segno della Croce ed in modo serio, la genuflessione, l’atto di adorazione in Chiesa; insistere sull’uso esclusivamente sacro dell’acqua santa, delle immagini sacre, del Crocefisso, del Vangelo, del Catechismo… infine ha grande valore educativo il «silenzio» di fronte a Dio. Dice lo stesso scrittore già citato: «Pregando, dando l’esempio, immergendosi nel sacro silenzio davanti alla maestà di Dio, il papà o la mamma, fa fare all’anima del bambino i primi passi su quel sentiero che porta in alto, incontro a Dio… L’anima infantile sente dovunque il battito d’ali dell’infinito e nel mondo con le sue meraviglie vede il tempio di Dio».