Noi ed il Covid-19

“La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.”

Diceva bene Giacomo Leopardi: il Covid-19 ci ha travolti, tutti quanti, senza alcuna distinzione, ma i più fragili, fisicamente o emotivamente, sono quelli che ne hanno risentito di più!

Ricordo l’ultima volta che ci siamo riuniti, come sempre abbiamo ballato e cantato, d’altronde fare festa è la cosa che a noi riesce meglio…

Dopo quel pomeriggio più niente. Tutti noi, in particolare i nostri ragazzi, ci siamo ritrovati in quattro mura per più di sessanta giorni, smarriti e spesso senza poterci sentire accolti e parte di una comunità. Purtroppo qualche Amico ci ha lasciato e con noi rimane il ricordo di tanti sorrisi condivisi, abbracci sinceri, amicizia vera!

La tecnologia ci ha aiutati a sentirci un po’ meno soli: le videochiamate settimanali per un saluto, i videomessaggi da condividere per gli auguri della Santa Pasqua o per strappare un sorriso anche quando non si era proprio dell’umore…

Finalmente la primavera è arrivata, i fiori profumano l’aria ed il sole tramonta tardi…Non vediamo l’ora di ricostruire la nostra nuova normalità, sperando di non essere gli ultimi ad aprire i battenti.

In questo periodo di attesa, per tutto il mese di maggio, due educatrici saranno di supporto ai ragazzi a domicilio: con attività strutturate e qualche giretto dell’isolato, cercheremo di rendere la loro quotidianità e quella delle loro famiglie, un pò meno pesante!

l’Associazione Hamici è sempre presente e spera di poter riprendere al più presto il suo bellissimo servizio all’interno della comunità!

Claudia

Cristo muore e risorge per noi

Nella Pasqua si vivono i misteri centrali della propria fede. I riti dal giovedì sera fino alla domenica di risurrezione costituiscono un’unità profonda

Celebrare la Pasqua per un cristiano significa vivere i misteri centrali della propria fede, cioè quegli eventi attraverso i quali il Padre “ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1 Pt 1,3). Perciò le celebrazioni pasquali comunicano ad ogni credente una straordinaria energia spirituale. I giorni più importanti di tutto l’anno liturgico si inscrivono nel più ampio quadro della Settimana santa che si è aperta con la domenica delle palme.

Il giovedì santo è l’ultimo giorno di quaresima perché, con la Messa “in coena Domini”, inizia il triduo pasquale, centro di tutto l’anno liturgico. I riti che vanno dal giovedì sera fino alla domenica di risurrezione costituiscono un’unità profonda. Perciò, anche se il triduo è costituito da momenti cronologicamente separati, deve essere considerato come un giorno solo nel quale tutta la Chiesa si immerge nell’unico mistero pasquale. La Messa nella cena del Signore mette in risalto il segno della cena con cui Cristo ha anticipato la sua morte sulla croce. Il gesto della lavanda dei piedi esplicita il profondo significato che Gesù ha attribuito alla sua morte violenta: egli non l’ha ricercata perché sono gli uomini a condannarlo a morte; tuttavia anche questo tragico momento, come tutta la sua vita, diventa per Gesù occasione di mostrare l’amore incondizionato del Padre. Perciò Gesù va incontro volontariamente alla sua morte con quello spirito di amore e di servizio ai fratelli ben espresso nel gesto umile del servo che si china a lavare i piedi. L’eucaristia, che nella notte di giovedì viene adorata nel luogo della reposizione, è il segno per eccellenza che compendia e comunica sacramentalmente il grande mistero d’amore di Cristo che si offre per noi.

Il venerdì santo. Il venerdì santo è caratterizzato da una Chiesa spogliata di tutto, segno tangibile dell’unione con l’agonia di Gesù. I cristiani si raccolgono in preghiera contemplando il mistero della croce. Nonostante l’apparente fallimento, la morte del Signore è una morte gloriosa, perché è la morte della morte. Perciò non è un giorno di lutto, ma di contemplazione dell’amore estremo ed oneroso che Dio ci ha manifestato nel Figlio crocifisso. Il sabato santo è il giorno del silenzio e dell’attesa. La Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore. Egli, entrando nella morte, vi ha posto una forza trasformatrice che ne ha disinnescato il potenziale distruttivo. La Pasqua è il passaggio dall’oscurità della morte e del peccato al trionfo della vita e dell’amore. Dopo il tramonto del sole, la Chiesa celebra la grande veglia pasquale.

La veglia. La veglia inizia con il lucernario: l’assemblea, avvolta nell’oscurità, accoglie l’annuncio della risurrezione di Cristo che, come luce, brilla nella fiamma del cero pasquale e illumina il buio della notte. L’abbondante liturgia della Parola permette di meditare le tappe fondamentali della storia della salvezza che culmina nell’azione definitiva di Dio che, attraverso la Pasqua, porta a compimento la sua opera. Nella celebrazione della veglia non ci si limita a far memoria di ciò che si è realizzato in Cristo, ma viene celebrata nel mistero anche la pasqua di tutti i cristiani che, nel battesimo, sono già rinati a vita nuova. Nella grande veglia pasquale, si celebrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana e tutto il popolo di Dio fa memoria del proprio battesimo.

La Pasqua. La celebrazione della Pasqua non si conclude con la domenica di risurrezione: ogni celebrazione eucaristica è memoriale del mistero pasquale. Nel suo cammino terreno, la Chiesa celebra ritualmente questo mistero in attesa della Pasqua eterna. Anche noi, partecipando sacramentalmente al mistero pasquale, veniamo sostenuti nel nostro cammino quotidiano verso il Regno di Dio.

Sia il padre di tutti noi

Il benvenuto dal sindaco e dall’amministrazione comunale

Carissimo Don Renato,

è con grande emozione che desidero porgerLe a nome di tutti i Lenesi e dell’Amministrazione Comunale, un caloroso benvenuto nella nostra comunità.
Oggi per noi è un giorno di gioia, di festa e pur non dimenticando l’opera, gli insegnamenti e i valori che Don Giovanni ci ha lasciato, siamo entusiasti di iniziare un nuovo tratto di strada con Lei.

La Comunità che oggi l’accoglie è una comunità orgogliosa delle sue origini benedettine, ricca di storia e di cultura, di tradizioni religiose e popolari che costituiscono la nostra identità, il nostro senso di appartenenza.

Ma è anche una comunità generosa, operosa che vive della ricchezza di ognuna delle persone che la abitano: dei cittadini autoctoni e dei nuovi arrivati, dei moltissimi volontari, delle tante associazioni sociali, culturali, sportive e ambientali ciascuna con una competenza specifica nel proprio settore ma che, nel cammino comune, costituisce una grandissima risorsa, un patrimonio eccezionale di umanità. Patrimonio che si esplicita nella cultura del dono inteso come servizio e messa a disposizione dell’altro.

La ringraziamo per aver accettato l’incarico del nostro vescovo, Sua eccellenza Monsignor Tremolada e di essere diventato il nostro nuovo pastore.

Da parte mia, da parte di tutta l’Amministrazione comunale che rappresento posso assicurarle fin da ora disponibilità all’ascolto, al sostegno e alla collaborazione nel comune sentire che si sostanzia nel condividere un fondamentale e irrinunciabile principio: il servizio alla persona, all’uomo, ai suoi bisogni e alle sue necessità, mettendo sempre al primo posto i più deboli e i più fragili.

Per questo Le chiediamo di aiutarci ad essere ancora di più una comunità unita, fraterna e solidale, rassicurati dal fatto che un uomo di Dio cammina al nostro fianco.
Siamo certi Don Renato che Lei saprà guidarci e insieme sapremo camminare come portatori di quei valori fondamentali quali la solidarietà, l’ascolto, la condivisione e l’amore fraterno, perché il grazie più grande per i doni ricevuti da Dio consiste nel passarli agli altri.

Le rinnoviamo quindi il benvenuto nella sua nuova casa, nella sua nuova famiglia, nella sua nuova comunità, sia il Padre di tutti noi.

Le immagini dell’ingresso:

Ingresso di mons. Renato Tononi

Dio è con noi!

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa delle Genti – Sabato 6 gennaio 2018

Celebriamo con gioia la solennità dell’Epifania, la festa della manifestazione alle genti del Cristo redentore. È una festa che mette in evidenza la dimensione universale della nostra fede: il grande dono della presenza del “Dio con noi” è offerto a tutti i popoli che compongono l’umanità. Di questi popoli, delle genti di tutto il mondo, i Magi, di cui parla il Vangelo di Matteo, sono gli autorevoli rappresentanti. La tradizione cristiana e la pietà popolare ce li ha rappresentati così, con le sembianze anche fisiche di etnie diverse. Sono uomini sapienti che vengono da lontano, che giungono all’incontro con Gesù attratti dallo splendore di una stella interpretata come segno di un evento grandioso. Sono perciò anche l’esempio di una scienza non superba, di una sapienza che sa adorare il mistero eccedente, di un’intelligenza umile, riconoscente e generosa. Anche per questo motivo sono figure che sono diventate care ai cristiani di ogni tempo e hanno sempre suscitato simpatia e affetto.

I Magi giungono a Betlemme attirati dallo splendore di una stella. La luce di questo astro singolare apparso nel cielo è per loro il segno di una presenza straordinaria che il mondo ha ricevuto in dono, una nascita meravigliosa, il grande re destinato a compiere meraviglie. In realtà la luce è lui stesso: questo bambino nel quale risplende una gloria del tutto singolare. Per vederlo essi decidono di mettersi in cammino. Il re che i Magi si attendono di incontrare non nasce però a Gerusalemme, come essi immaginano, ma nel piccolo borgo di Betlemme, non nel palazzo del re ma in una grotta. Colui che porta con sé lo splendore di Dio entra nella storia degli uomini con discrezione e vi prende casa senza attirare l’attenzione. È come un seme che cade nel terreno e subito scompare per prepararsi a produrre grande frutto; è come il lievito che si mescola alla pasta per farla segretamente fermentare. Questa misericordia che coniuga umiltà e mansuetudine è principio della vita nuova che l’umanità riceve nel Natale del Signore.

Il viaggio dei Magi evoca le antiche profezie. Richiama un gesto simile compiuto dalle genti di tutto il mondo, un pellegrinaggio di cui parla un testo del Libro del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura. È il suggestivo pellegrinaggio di tutte le genti verso Gerusalemme, la città posta sul monte Sion, la città amata da Dio: “Alzati Gerusalemme, rivestiti di luce – dice il profeta – perché viene la tua luce la gloria del Signore è sopra di te … Le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni, ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te … Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda, tutti costoro si sono radunati, vengono a te”. Le genti si mettono dunque in cammino verso Gerusalemme dai diversi punti della terra. Questo dice il profeta. Perché dunque lo fanno? Che cosa cercano? Che cosa li attira? Il profeta stesso risponde: li attira la gloria del Signore che vedono riflessa in questa città, lo splendore di bellezza che è proprio del Signore e che qui trova la sua manifestazione.

Questa città è divenuta trasparenza nel mondo di Dio stesso, del suo splendore di santità. È sempre il profeta a spiegare più avanti che cosa si può trovare in questa città di decisamente affascinante. Il Signore dichiara infatti per mezzo suo: “Costituirò tuo sovrano la pace, tuo governatore la giustizia. Non si sentirà più parlare di prepotenza nel tuo paese, di devastazione e di distruzione nei tuoi confini”. Se le tenebre – come spiega bene san Giovanni nella sua prima lettera – sono l’odio che divide gli uomini tra loro e distrugge ogni forma di socialità, la luce è la pace che deriva dalla giustizia, è la comunione che vince ogni forma di inimicizia.

Nella lettura del Nuovo Testamento, questa città santa splendente della gloria di Dio, che sorge dal mistero dell’incarnazione e della morte e risurrezione di Gesù, è la Chiesa. La gloria della sua santa umanità ora è donata ai suoi discepoli e fratelli, che in lui e per lui costituiscono l’assemblea dei salvati. “Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto – dice san Giovanni – e grazia su grazia” (Gv 1,17). E san Paolo aggiunge: “Ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto” (Col 1,12-13).

La Chiesa del Signore, città posta sul monte e riflesso della gloria di Dio nel mondo, è la Chiesa della Pentecoste. È cioè la Chiesa delle genti, della comunione nella differenza, della unità nella diversità. Chiesa delle genti con le loro lingue, le loro culture, le loro identità, i loro doni. Ma anche la Chiesa che è un solo corpo: una famiglia di popoli, popolo di Dio che si riconosce unito nell’annuncio del Vangelo, nella proclamazione condivisa delle meraviglie di Dio, nell’opera di salvezza divenuta esperienza condivisa di vita. La Chiesa è una ma non omogenea: essa sa coniugare l’unità dei diversi popoli nella forma dell’amicizia e della reciproca fermentazione. Non dunque una mescolanza che annulla le identità ma un mosaico che le esalta, dentro un quadro unitario. La Chiesa è chiamata a fornire al mondo la testimonianza di qualcosa che potrebbe sembrare impossibile, che cioè si può camminare insieme anche quando si è diversi.

Cominciamo dunque noi, noi che condividiamo la stessa fede nel Signore Gesù Cristo. Offriamo al mondo globalizzato che ci guarda in ogni luogo in cui siamo l’immagine attraente di una famiglia di popoli, di una convivialità di culture. Mostriamo a tutti come in nome di Cristo si possa stringersi la mano con simpatia, comunicare in una lingua che ci permette di comprenderci senza cancellare necessariamente la propria, sentirsi parte di una cultura che accoglie rimanendo fieri della propria e vedendola riconosciuta con rispetto e simpatia. Noi che preghiamo insieme nel nome del Signore, che celebriamo insieme i misteri di Cristo, che ascoltiamo insieme la Parola di Dio, che viviamo insieme la fraternità cristiana nella forma della stima reciproca, della reciproca solidarietà e prima ancora della reciproca conoscenza, possiamo rendere evidente il disegno di comunione che Dio ha pensato da sempre per l’umanità.

Cominciamo noi, che siamo fratelli nel Signore e, pur provenendo da diversi nazioni e continenti, ci sentiamo uno in Cristo Gesù. Non separiamoci, non creiamo recinti, gruppi che semplicemente si affiancano ma mai si incontrano, ambienti ricostruiti a immagine di quelli lasciati per sentirsi a casa là dove ci sembra di essere soltanto degli stranieri. Non è questa l’esperienza di Chiesa che il Signore si attende da noi. La Chiesa risplende della luce di gloria che è la carità stessa di Dio, il suo mistero di comunione. Nella potenza dello Spirito santo è divenuto possibile ai credenti in Cristo sentirsi uno senza essere tutti uguali. Uguali sì nella dignità ma non nella cultura, nello stile di vita, nelle tradizioni, nel modo di esprimersi.

L’umanità è chiamata ad elevare al suo Creatore un inno di lode ma questo avverrà quando le voci e i suoni saranno in reciproca armonia. La lode è Dio è sinfonica, come lo è ogni vero canto e come lo è la musica stessa quando mette in campo diversi strumenti. Se ogni voce ed ogni strumento musicale seguisse una propria autonoma melodia non avremmo certo l’effetto dell’armonia. Occorre intrecciare voci e suoni, accordarli e intonarli, eseguire l’unica melodia lasciando che ciascuno faccia la sua parte ma all’interno di un disegno complessivo. Questo deve avvenire anche nella Chiesa del Signore, la Chiesa della Pentecoste. Siamo chiamati a sentirci un cuore solo e un’anima sola. I nostri volti sono molto più importanti del vestito che portiamo. I nostri sentimenti più veri e più nobili si trasmettono con una lingua che è universale.

Cominciamo noi ad accoglierci e ad amarci tra cristiani di diverse terre ora chiamati a vivere sulla stessa terra. Questo è il primo passo che ci consentirà di compiere i successivi e di aprirci a tutti i credenti in Dio e a tutti gli uomini di buona volontà, per condividere con loro tutto che è buono e nobile, ciò che è virtù e merita lode, tutto ciò che rende onore all’umanità di ogni tempo.

Non ci illudiamo certo che il compito sia facile. Sappiamo bene quanto sia alto il rischio che gli intendimenti si fermino molto prima della soglia dell’attuazione, che cioè le parole non siano seguite dai fatti. Sappiamo anche che il cammino sarà lungo, che non dovremo pretendere di vedere subito dei risultati entusiasmanti. Dovremo essere tenaci e costanti, pazienti e risoluti. Dovremo inoltre tenere lo sguardo fisso sulle nuove generazioni, sui nostri ragazzi e giovani, il cui futuro di comunione domanda di essere costruito a partire dal presente. Molto più di noi adulti essi si sentono cittadini del mondo e insieme figli di una terra: con loro dovremo sempre meglio capire che cosa questo significa, tenendo conto delle forti trasformazioni in atto. Ma laddove la coscienza è chiara e retta, laddove il desiderio di operare per il bene è sincero, lì – ne siamo convinti – la grazia di Dio e la sua sapienza fanno sentire tutta la loro forza.

Ai Magi che giunsero dall’Oriente a Gerusalemme gli abitanti della città con alla testa il loro re riservarono un’accoglienza che non fu entusiasmante. Non seppero condividere il loro stupore per la scoperta del segno celeste, la gioia per il grande evento annunciato, la gratitudine per la rivelazione ricevuta. Non furono ammirati dalla loro decisione di intraprendere un così lungo viaggio. Qualcuno tentò addirittura di servirsi di loro per fini criminosi. Tutti sentimenti che dimostrano quanto il cuore dell’uomo può rinchiudersi in se stesso, negandosi alle grandi prospettive che in verità gli appartengono. Noi vediamo nei Magi un esempio mirabile di apertura alla universalità che è propria della nostra fede in Cristo Gesù. Il nostro grande desiderio è che la Chiesa di Cristo sappia mostrare al mondo la gloria di Dio proprio attraverso quella sorta di miracolo sociale che è la comunione universale, composizione armonica di unità nella diversità, di concordia nella varietà, di coesione nella complessità. Ci conceda il Signore di camminare decisamente in questa direzione, per offrire all’umanità di oggi una testimonianza luminosa e quindi attraente della nuova vita scaturita dal Vangelo.

Nella Quaresima ritroviamo noi stessi

5 marzo 2017
I di Quaresima

La prima domenica di Quaresima, da tradizione, ci presenta il brano del vangelo delle tentazioni, che ci viene raccontato più o meno in maniera simile a seconda dell’evangelista che ce lo racconta. Gesù compie un vero e proprio viaggio in questi quaranta giorni di deserto. Un viaggio spirituale, un viaggio del cuore, quel viaggio che dobbiamo compiere anche noi in questi quaranta giorni che sono iniziati il giorno delle ceneri, e termineranno con la domenica delle Palme. In questi quaranta giorni sono riassunti tutti glia noi della vita pubblica di Gesù. Il diavolo sarà presente, e sarà presente in tutte le persone che hanno tentato di ostacolare Gesù nel suo cammino, nella sua vita pubblica. Gesù è venuto per sfamare il mondo, e badate bene, il diavolo dove lo tenta? É tentato nel pensare di sfamare prima sé stesso. “Aspetta un po’, penso a me prima”. E il diavolo gli fa anteporre il bene materiale a quello spirituale. Gesù lo sappiamo è venuto nel mondo figlio di Dio. É venuto nell’umiltà, nella debolezza della natura umana, ed è tentato dal diavolo proprio nella sua condizione divina, facendosi imporre con grande potenza.

Gesù che è venuto non per essere servito, ma per servire, è tentato di mettersi a capo del mondo con grande potere. Gesù sappiamo bene che avrà come trono la croce, e non quello dell’imperatore. Le tentazioni del diavolo, portate avanti usando la stessa parola di Dio che il diavolo utilizza mentre tenta Gesù, e puntando sulla verità dell’identità di Gesù, sono davvero delle seduzioni che hanno come scopo quello di eliminare la forza della testimonianza di Gesù, cioè il suo amore pieno e totale per l’umanità, e la sua fiducia totale in Dio come Padre. Chissà, forse a noi questa pagina di vangelo sembra lontana, e magari qualcuno avrà pensato “che sì, il diavolo…”. Proprio nel momento in cui stai dicendo così hai già fatto la tua parte per accoglierlo. Quando questo tuo cammino di quaresima comincerai a cedere e dire “ma sì, per una volta…”, quelle volte diventeranno due, poi tre, e quando sarà Pasqua ti guarderai indietro e dirai “neanche quest’anno sono riuscito nell’intento di…”. La prima vittoria del demonio sta proprio in questa nostra debolezza. Quindi è lì che dobbiamo stare attenti, perché è proprio nel tempo di Quaresima, in cui noi cerchiamo di essere più vicini al Signore, ascoltando meglio la Sua Parola, facendo alcuni propositi che per gli adulti spero non sia la rinuncia a qualche caramella ma qualcosa di più importante e spirituale, ecco è proprio lì che il diavolo si annida.

Allora è lì che ci dobbiamo impegnare, perché la Quaresima è un cammino per comprendere prima di tutto chi è veramente Gesù, in modo che mentre lo contempliamo sulla croce non rimaniamo né scandalizzati né contrariati perché non corrisponde all’idea di Dio che abbiamo: potente, ricco… Ecco il diavolo che ci tenta, non riconosci più il tuo Dio, e se cominci a dire “se Dio facesse, se Dio…” ma “Signore, io ti ringrazio perché hai fatto l’uomo libero di scegliere”… Purtroppo l’uomo sceglie anche il male, ma ha davanti anche il sommo bene: eccolo qui. Nella Quaresima allora, mentre ritroviamo la vera identità del Figlio di Dio che è amore, noi ritroviamo noi stessi.

Quaranta giorni abbiamo davanti, tempo per imparare a vedere nella mia povertà, e nella povertà del prossimo, la presenza del padre, questo Padre che ritiene l’umanità così preziosa, così bella, così importante da dare il suo figlio per noi. Gesù è modello per noi perché ha vinto le seduzioni del diavolo e questa sua vittoria è motivo di speranza per noi, noi che siamo continuamente tentati dalle strade non evangeliche, della potenza, della violenza, della sopraffazione, dell’invidia, della cattiveria. La speranza… Mi è piaciuto qualche giorno fa quando in un gruppo famiglia una mamma ha detto “mi piace, e ci tengo che la speranza sia sempre viva nella mia famiglia. Sta andando tutto bene, ma la speranza è quel motore che ci muove ogni giorno”.

Il cristiano è un uomo di speranza. Ci aiuti il Signore in questa Quaresima a comprendere che un sommo bene, il più grande bene, è Lui. Lui che ci ha amati così tanto da abbracciare la croce. La nostra umanità è segnata dal peccato, dal limite. Vale quanto Dio stesso per il Signore. Gesù che allontana il diavolo lo fa per ciascuno di noi, e pur potendo salire in alto e dominare il mondo, non lo fa. Preferisce rimanere al nostro fianco, nel nostro deserto quotidiano. Quanti deserti ci sono a volte nelle nostre famiglie, e abbiamo bisogno che questi deserti forniscano. Il Signore è quell’acqua, quell’acqua viva che fa fiorire il deserto. Accettiamo allora la nostra vita come ci viene donata dal Signore e sentiamo che Lui è accanto a noi. Saremo beati non perché siamo perfetti, ma perché siamo amati da Lui. la nostra vita sia allora come questa Quaresima, una Quaresima appena iniziata, deserto e fragilità, ma speranza e certezza di avere Gesù accanto a noi. E come la Quaresima non si può accorciare, così come nemmeno la Pasqua non arriva il giorno in cui lo decidiamo noi, così anche la vita ha i suoi tempi che non possiamo accorciare. Un’altra tentazione è proprio questa, ma con Gesù possiamo superarla. Possiamo vivere bene ogni giorno, e non la giornata.

Vivere bene ogni giorno, sapendo che Lui è accanto a noi, anche quando lo sentiamo un po’ distante. E allora i nostri deserti diventeranno man mano delle piccole oasi, il deserto fiorirà, quando il Signore dirà l’ultima parola sulla morte. Questa parola si chiamerà amore, o meglio ancora, vita nella resurrezione. Signore dacci la grazia di vivere bene questi quaranta giorni, non farci sprecare questa opportunità che ancora una volta ci doni.

Dall’Io al Noi: come aver cura di c∆i è lontano

In occasione del nostro progetto sul prendersi cura di sé e degli altri, abbiamo invitato Marzia Lazzari per parlarci del terzo mondo attraverso la sua esperienza e conoscenza: il nostro intento è stato quello di comprendere le difficoltà e le necessità di chi è più sfortunato di noi, cercando anche di  capire come possiamo prenderci cura degli altri anche se  lontani dalla nostra terra e dalle nostre vite. Il suo lavoro è quello di cooperante allo sviluppo cioè lavora alla realizzazione di progetti, attinenti ai settori educativi-sanitari, nell’ambito di processi di aiuto e di solidarietà ai Paesi in via di sviluppo da cinque anni. Grazie al suo lavoro, ha vissuto in Ruanda e visitato molti paesi tra cui il Mozambico, il BurKina Faso. Marzia,  lavora dal 2012 presso Medicus Mundi Italia (MMI) una Organizzazione Non Governativa (ONG), specializzata nella cooperazione sanitaria. Fondata nel 1968 a Brescia, Medicus Mundi Italia si avvale dell’aiuto di medici degli Spedali Civili di Brescia. Finalità dell’organizzazione è contribuire alla promozione integrale della persona umana mediante la realizzazione di programmi sanitari di sviluppo strutturale e di emergenza, realizzando adeguate infrastrutture e formando personale medico, infermieristico e tecnico.

Marzia ci ha parlato del problema della fame e della sete nel terzo mondo. Ma  COSA E’ LA FAME? Circa 24000 persone muoiono ogni giorno per fame o a cause ad essa correlate. Tre quarti dei decessi interessano bambini al di sotto dei 5 anni di età. Oggi, si calcola che nel mondo, più di un miliardo e trecento milioni di persone abbia una alimentazione insufficiente. Il numero di affamati è venti volte maggiore nei paesi in via di sviluppo, Africa in testa, rispetto ai paesi industrializzati. PERCHÈ? La risposta più semplice potrebbe essere: perché manca il cibo. Ma non è così: la causa primaria della fame nel mondo sta nell’impossibilità per i più poveri di acquistare gli alimenti prodotti. Carestie e guerre causano solo il 10% dei decessi per fame, la maggior parte è causata dalla malnutrizione cronica e dall’ingiustizia sociale. Per non parlare del problema sete: sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile.

Marzia ci ha raccontato che in Mozambico c’è un medico ogni 140.000 persone e il progetto di Medicus Mundi  promuove una campagna umanitaria contro la malnutrizione infantile che ha l’intento di migliorare l’appoggio ai programmi di salute familiare a favore delle comunità rurali del Distretto di Morrumbene. Il progetto forma infermieri al fine di colmare delle lacune che possono avere nella loro formazione, affinché possano andare ad aiutare le persone sul territorio. Attraverso le diapositive ci ha fatto capire come è importante riconoscere i casi  di mal nutrizione ad esempio  come riconoscere quando un bambino è mal nutrito: i bambini che hanno la pancia e che vediamo in televisione stanno male a causa di una cattiva alimentazione, ma soffrono anche perché hanno dei parassiti nella pancia, che aumentano a causa dell’acqua inquinata che bevono. In questa regione del Mozambico non ci sono ospedali ma 9 centri di salute su 140 mila abitanti. Per le persone che vivono lontane dai centri di salute, Medicus Mundi organizza delle equipe sanitarie mobili con un infermiere, uno specializzato sulla mamma e il bambino, uno sulle malattie, un farmacista e una persona che distribuisce i vaccini e le vitamine. Quando vanno lontano dai centri di salute queste equipe fanno la prova del peso, i bambini avvolti in un tessuto locale vengono appesi a un bilancino e pesati. Nei bambini si misura la circonferenza brachiale con un braccialetto di carta : se la circonferenza del bimbo si trova sulla zona rossa vuol dire che è affetto da malnutrizione acuta grave. La malnutrizione acuta, infatti, si sviluppa come risultato di una rapida perdita di peso o incapacità di acquisire peso e la si può riconoscere  anche della presenza di edemi

Per sconfiggere la fame non basta mandare cibo, vestiti, creare ospedali, ma bisogna insegnare ai paesi del terzo mondo a migliorare  aiuti mirati a migliorare i metodi di coltivazione con canali di irrigazione  e terreni coltivabili. Per fare la maggior parte di queste cose, occorre istruire la popolazione ad es. in Burkina Faso hanno creato dei centri di produzione artigianale per arricchire i cereali. Mescolando nelle farine più cereali si riesce ad avere un alimento arricchito di vitamine indispensabili alla sopravvivenza. Se il mondo conta 868 milioni di persone che non hanno abbastanza cibo e 1,5 miliardi che invece sono obese o in sovrappeso, allora i paradossi del sistema alimentare vanno stanati e affrontati partendo da noi e dal nostro impegno quotidiano, occorre ricordare che un terzo della produzione alimentare mondiale va sprecata: ogni anno si perdono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo. Circa un terzo del cibo prodotto al mondo per il consumo umano diventa rifiuto. È questo l’allarme lanciato dalla Fao sul tema dello spreco alimentare che avviene giornalmente e fa sì che ogni anno diventino rifiuto circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ancora commestibile. Il peso corrispondente a 10mila grandi navi da crociera. Il cibo si butta via in tutte le fasi del ciclo di vita degli alimenti, a partire dalla produzione agricola, passando per l’industria di trasformazione, la distribuzione, fino alle nostre tavole. Grazie all’intervento di Marzia abbiamo capito che siamo fortunati e  che è  importante  stare attenti agli sprechi. Se poi associamo anche dei piccoli gesti di generosità possiamo aiutare queste organizzazioni a migliorare la vita di questi bambin.Per poter portare un reale cambiamento, in qualsiasi ambito della nostra vita e della società, dobbiamo dare un passo dall’io al Noi. Non tanto dunque solo un gruppo, un associazione, ma una rete, che sia in grado di collegare persone che vivono in ogni parte del nostro Pianeta mosse da visioni e aspirazioni comuni, una rete di persone che portano avanti il loro lavoro, i propri progetti, ma che si collegano l’una all’altra in quanto possiedono numerosi punti in comune, che si trasforma, che si arricchisce che si prende cura gli uni degli altri e cresce al passo coi tempi perchè si trasforma a partire dall’esperienza viva delle persone stesse. Grazie Marzia!

MERAVIGLIOSA GITA A MONTISOLA

Il 16 aprile 2014 siamo andati in gita  Montisola, l’isola lacustre più grande d’Europa, la perla del lago d’Iseo, in mezzo alle province di Bergamo e Brescia. Giunti in battello sull’isola a Peschiera Maraglio, abbiamo percorso il sentiero, fino al Santuario della Cerinola, punto più alto raggiungibile, immersi tra boschi e terrazze coltivate, tra uliveti e fiori coloratissimi, accompagnati da una lunga storia di contadini e pescatori. Un gruppo di ragazzi coraggiosi capitanati dagli educatori è salito sino in cima al monte fieri di aver compiuto un’impresa quasi impossibile, mentre un altro gruppetto, grazie all’aiuto della gentile collaborazione del Comune di Montisola che ci ha messo a disposizione un mezzo e un volontario della Protezione Civile protezione, è riuscito ad arrivare senza fare troppa fatica al Santuario. La vista dall’alto, grazie al cielo terso, è stata veramente spettacolare. Grazie a tutti per la compagnia, per l’allegria e la meravigliosa giornata trascorsa insieme.

Parole…

Le sei parole più importanti
“Riconosco di aver commesso un errore”.

Le cinque parole più importanti:
“Hai fatto un buon lavoro”.

Le quattro parole più importanti:
“Che cosa ne pensi?”.

Le tre parole più importanti:
“Se tu potessi”.

Le due parole più importanti:
“Grazie tante”.

La parola più importante:
“Noi”.

La parola meno importante:
“Io”.

Segni e sogni: e se Dio sognasse con noi…?

“Fatevi dunque imitatori di Dio, quali gli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui an- che Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacri cio di soave odore.” (Ef. 5,1-2).

San Paolo, verso la ne della Lettera che scrive alla comunità di Efeso, tratteggia in una mirabile sintesi quello che davvero protremmo chiamare il Sogno grande di Dio: di renderci tutti suoi gli carissimi, seguendo la via dell’imitazione del Figlio suo diletto, Gesù, nel cammino della carità come nuovo culto a Lui gradito. Il cuore di questo sogno è l’imitazione divina nella comunione ecclesiale, possibile per un credente grazie alla presenza e alla forza dello Spirito Santo. Insomma, l’Apostolo, allora come adesso, ricorda che Gesù ci ha chiesto di seguirlo e di testimoniarlo sulla strada dell’amore oblativo, totale e fedele.

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi… Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portate frutto e il vostro frutto rimanga…” (Gv 15,12.16a)

Ora, il primo segno che San Paolo offre per concretizzare la via cristiana, capace fra l’altro di riassumere l’unione tra Cristo e la sua Chiesa, è quello della comunione sponsale, del rapporto speci co nella Grazia del Signore tra lo sposo e la sposa. Beh, a ben guardare, anche San Giovanni nel suo Vangelo ha compiuto una scelta simile, proponendo come primo e fondamentale miracolo di Gesù, quello compiuto durante le celeberrime “Nozze di Cana”. Niente di strano, visto che l’opera del Redentore porta a compimento sovrabbondante il sogno del Creatore, iniziato proprio con la coppia dei progenitori, Adamo ed Eva.

Ritornando al testo della Lettera agli Efesini, nello speci co del nostro argomento, ascoltiamo:

“Nel timo- re di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore;… E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…”(Ef 5,21-22.25).

Imitare la carità di Cristo nel matrimonio, allora, signi ca vivere pienamente la regola del dono, che il divino Maestro ci ha insegnato in maniera speciale con la sua stessa vita. Tra i due sposi viene innestato uno scambio completo e fedele, lasciando intendere sottilmente la complessità e la diversità tra il maschile e il femminile. Pur nella mutualità, per la donna si evidenzia maggiormente la dimensione del dono di “accoglienza”, mentre per l’uomo quella del dono di “elargizione”. Tutto però deve rimanere all’interno del timore di Cristo, come amore reverenziale che tempera e smussa gli eccessi, sapendo che gli sposi rispondono sempre a Dio del legame e della persona che gli è stata affidata: né padroni, né schiavi, ma fratelli nel Signore!

Che cosa dicono a noi, oggi, questi segni e questi sogni di Dio? E se davvero reimparassimo a sognare con Lui? É stata questa la sfida che ci ha accompagnato nell’anno pastorale che ormai volge al termine, cercando di aprire un piccolo squarcio nell’ampio ventaglio delle possibilità, soprattutto nel solco delle relazioni familiari. Ritorniamo, quindi, ai quesiti iniziali, volgendo lo sguardo al centro, al fondamento della disegno salvifico divino, il “Mistero Grande”. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! (Ef 5,32).

Nella terminologia paolina, il termine “mistero” indica direttamente il piano di salvezza di Dio, la sua relazione d’amore che si piega sull’umanità per redimerla, attraverso il movimento Trinitario: il Padre misericordioso dona l’Unigenito Figlio con la potenza dello Spirito Santo. Ora, l’Apostolo mette in evidenza che questo “mistero d’amore” lo si può vedere – vivere – testimoniare proprio nel matrimonio cristiano, seppur nel velo dei limiti della nostra umanità. Il sacramento dell’amore, celebrato solennemente nell’inizio e vissuto sinceramente nella bella ferialità, è quindi la viva ed efficace ripresentazione dell’Amore di Dio che ci salva. Nel matrimonio la Chiesa può ritrovare concretamente la sua immagine genuina di “sposa” prescelta e sempre amata dal suo “sposo divino”, il Signore Gesù. Nel periodo estivo che si apre, auguro a tutti gli sposi cristiani di ritornare a sentirsi parte di questo grande vangelo del “mistero grande”, chiedendo misericordia e rilanciando la speranza.

don Giorgio Comini

Siamo noi

A volte siamo noi che ci complichiamo la vita, rendendola confusa e caotica, infelice e depressa, grigia ed ottusa. Siamo noi, che abbiamo smarrito la luce della semplicità che abbiamo buttato all’aria il vento dell’intuizione profonda, il vento forte dell’amore, il vento dolce della tenerezza, il vento impetuoso del coraggioso essere se stessi.

Siamo noi, che una volta smarrito il contatto con il nostro vero sé ci ingrovigliamo in strade tortuose ed infangate, dove invece di salire scivoliamo sempre più in basso in una voragine dove solo l’angoscia dà la misura del nostro essersi persi e smarriti.

Siamo noi, che ci facciamo del male, che incominciamo a non ascoltare più la saggia voce della coscienza e proprio per questo ci danniamo l’anima, in una dolorosa sensazione di non esistenza.

Siamo noi, che abbiamo paura di vivere, anzi d’amare, perché è solo amando che si vive, e ciò si realizza quando la passione accende d’ardore i nostri spiriti e li trascina via lontano facendoci sognare un mondo migliore con un tale desiderio di rinnovamento che non è più possibile resistere e non decidere di iniziare a sporcarsi le mani, purché esso si realizzi; non importa se sarà solo un frammento o una goccia quello che verrà realizzato, quello che conta è aver lasciato il proprio frammento dipinto con i colori più belli e la propria goccia colma d’acqua pura e trasparente, affinché anche un altro essere umano possa credere nella forza e nella potenza straordinaria dell’amore….