Il nostro grazie per San Paolo VI

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante la Messa di ringraziamento per la canonizzazione di San Paolo VI. Alla celebrazione erano presenti 26 suore di clausura dei monasteri della Diocesi invitate da mons. Tremolada

Carissimi fratelli nell’episcopato e nel presbiterato, Illustrissime autorità, amati fratelli e sorelle nel Signore, oggi siamo qui riuniti per ringraziare. Un sentimento di profonda gratitudine ancora ci accompagna a pochi giorni dall’evento della canonizzazione di Giovanni Battista Montini, figlio di questa terra bresciana, divenuto sommo pontefice della Chiesa universale con il nome di Paolo VI e dalla stessa Chiesa universale proclamato santo al mondo intero. “Tu o Signore – diremo tra poco nel Prefazio – ci dai la gioia di celebrare la memoria di san Paolo VI papa: con i suoi esempi la rafforzi, con i suoi insegnamenti l’ammaestri, con la sua intercessione la proteggi”. Quella di san Paolo VI è una memoria che potremo celebrare d’ora in poi ogni anno nella liturgia ma che potremo anche custodire personalmente nel cuore. Memoria cara e consolante. I santi sono infatti anzitutto degli amici, dei fratelli nella fede, custodi e difensori prima ancora che esempi e modelli. Giovanni Battista Montini fa parte di quella schiera di veri credenti che ora si volgono al mondo con lo sguardo misericordioso del Cristo risorto e nella sua potenza operano a favore dell’umanità.

Siamo dunque qui per ringraziare. Personalmente, sento il vivo desiderio di sondare meglio le ragioni di questo ringraziamento, per rendere più consapevole la nostra gratitudine, per dare al nostro sentimento maggiore chiarezza e intensità ma soprattutto per rendere il giusto onore a Dio, al suo amore provvidente, che trova nei santi una sua singolare manifestazione. La canonizzazione di Paolo VI è il motivo della nostra gioia, ma i risvolti di questo evento sono molteplici. Coglierne le diverse risonanze significa comprenderne meglio la ricchezza.

Perché dunque vogliamo oggi ringraziare il Signore?

Anzitutto perché abbiamo un nuovo santo. Ogni santo è un dono alla Chiesa e all’umanità. È una pietra preziosa che va a incastonarsi nella storia del mondo. È la dimostrazione che Dio esiste, che si fa conoscere, che opera nella vita di ogni uomo ed è capace di farne un capolavoro. La santità, intesa come manifestazione della bellezza originaria dell’umano, è la testimonianza più chiara del mistero di bene che sta all’origine del mondo e che nel mondo è all’opera, sempre passando attraverso i cuori dei veri credenti. Ogni epoca è benedetta da Dio grazie ai santi che vi appartengono. La loro vita e la loro testimonianza assumono dei tratti specifici proprio in relazione al tempo in cui vivono e di cui divengono insieme protagonisti e rappresentanti. Essi rispecchiano e trasfigurano il momento storico che li ha visti nascere e morire ed anche il territorio nel quale sono cresciuti.

Da qui deriva il secondo motivo del nostro ringraziamento. Noi siamo grati al Signore perché Paolo VI è un santo bresciano. La santità è sempre incarnata. Porta i segni della terra da cui si proviene e in cui affondano le proprie radici. Così è anche per Giovanni Battista Montini. Egli è parte viva di questa terra e di questa Chiesa. I suoi occhi hanno visto il luoghi che anche noi conosciamo bene; il suo cuore si è affezionato agli ambienti che sono cari a tutti i bresciani, paesaggi e santuari; la sua memoria ha custodito il ricordo di esperienze legate a case, chiese, scuole, paesi, valli, laghi, pianure cui ognuno di noi sa dare un nome preciso. Soprattutto, la sua personalità, trasfigurata dalla sua santità, mostra i tratti evidenti di quella identità bresciana che credo si possa riassumere nella capacità di coniugare contemplazione e azione, interiorità e responsabilità, spiritualità e attenzione al mondo, con quello stile di concretezza, laboriosità e decisione e con quel gusto per le cose fatte bene, che sono tipici di queste terre. Il papa che ha guidato i Concilio Vaticano II e lo ha condotto in porto non poteva non avere alcune precise caratteristiche, riconducibili sostanzialmente ad una visione chiara dell’insieme, all’attenzione seria e costante a ciò che si sta seguendo, alla capacità di intervenire con puntualità e concretezza, al desiderio di fare tutto nel migliore dei modi. A tutto ciò si è affiancata in papa Montini la riservatezza, mai fredda o impacciata ma sempre gentile e amabile. Molto spesso frainteso, questo tratto del suo carattere che rimandava alle sue origini, si era trasformato in una evidente testimonianza della sua grande umiltà, della sua vittoria sulla tentazione dell’orgoglio. Nel segreto del suo cuore egli era divenuto capace di farsi piccolo per lasciare spazio alla grazia di Dio.

Vi è una terza ragione che motiva oggi il nostro ringraziamento. La potremmo formulare così: grazie alla sua canonizzazione, possiamo ora annoverare Paolo VI tra i nostri più sicuri intercessori. Possiamo cioè guardare a lui come a un amico potente, che dal Paradiso di Dio volge a noi il suo sguardo vigile e affettuoso. A lui vogliamo allora affidare il nostri cammino di santificazione, il cammino di ciascuno di noi e di tutti noi insieme. Lo faremo nell’ultima orazione di questa liturgia con queste parole. “La comunione con i santi misteri susciti in noi la fiamma di carità che alimentò incessantemente la vita di san Paolo VI e lo spinse a consumarsi per la tua Chiesa”. Sia davvero così: come fu alimentata incessantemente dalla fiamma della carità la vita di Giovanni Battista Montini, possa esserlo la vita di ognuno di noi. Possa questa fiamma d’amore ardere sempre più nella nostra Chiesa bresciana. Possano le nostre parrocchie e tutte le realtà che la compongono conservare quella evangelica freschezza che si manifesta anzitutto nella comunione fraterna e nel servizio ai più deboli e ai più poveri. Possano i nostri giovani riconoscervi la bellezza della fede cristiana, capace di rispondere alle attese del loro cuore e alle grandi sfide dei nostri tempi. Passano i nostri paesi e le nostre città beneficiare di questa testimonianza umile ma vivificante.

Il nostro ringraziamento, infine, si arricchisce dell’eco che ci giunge dalla pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato. Le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli risuonano ancora più forti e chiare nella circostanza che ci troviamo a vivere insieme. In questo momento ci appaiono – oserei dire – inequivocabili, perché le vediamo incarnate nel santo di cui stiamo facendo memoria. “Chi vuole diventare grande tra di voi – raccomanda Gesù – sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Paolo VI fu sommo pontefice della Chiesa cattolica. Egli occupò in essa il posto più alto, ma mai esercitò il potere, mai dominò, mai si fece servire. Quest’uomo grande agli occhi del mondo per la sua posizione, svolse in limpida umiltà il proprio compito, a totale servizio della Chiesa e dell’umanità. Come il suo Signore e per amor suo, egli fece della sua vita un’offerta, un sacrificio che lo portò alla glorificazione attraverso la croce. In alcune particolare vicende della sua vita personale noi ravvisiamo il compimento delle parole profetiche che Isaia ha pronunciato annunciando il Messia e che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”.

Rimane da ricordare la consegna che ci viene da quanto stiamo insieme vivendo, dalla gioia di questa celebrazione. Al ringraziamento si affianca un compito: quello di conoscere Paolo VI, sempre di più, e di farlo conoscere, di amarlo, sempre più, e di farlo amare. È un compito particolarmente nostro, di noi che abitiamo le terre che lui ha abitato e che apparteniamo alla Chiesa da cui egli proviene. Insieme all’umile fierezza di aver espresso un papa santo, sentiamo la responsabilità di custodirne e promuoverne la memoria, con affetto e devozione. Ci aiuti il Signore a farlo nel giusto spirito, a lode e gloria del suo nome e per la santificazione della sua Chiesa.

Donazione all’Istituto Paolo VI

La Compagnia dei Custodi delle Sante Croci in occasione della canonizzazione di Paolo VI, che da come risulta dai registri dei confratelli ne è stato solidale, ha voluto portare il suo contributo al ricordo di questo nostro illustre concittadino in un modo del tutto particolare

La Compagnia dei Custodi delle Sante Croci, in occasione della canonizzazione di Papa Montini, ha sancito questo importante evento storico per la città di Brescia donando all’Istituto Paolo VI importanti documenti legati alla Sua nomina a Pontefice.

Grazie alla generosità di un Confratello (che desidera rimanere anonimo), si sono potuti regalare le copie in originale dei quotidiani italiani in cui si annunciava l’elezione di GiovanBattista Montini al Soglio Pontificio, il rarissimo libretto, pubblicato dalla Provincia di Brescia, riportante tutti gli interventi dei Consiglieri riunitisi per celebrare l’evento e alcuni quotidiani locali che hanno commentato i Suoi viaggi apostolici.

In accordo con il donatore, il Presidente della Compagnia, Filippo Picchio Lechi, ha consegnato il prezioso materiale a mons. Angelo Maffeis, Presidente della Fondazione “Istituto Paolo VI”.

Mons. Maffeis, il consigliere Michele Bonetti e il prof. Xenio Toscani, Segretario Generale dell’Istituto, hanno manifestato profonda gratitudine per questo gesto, ricordando che uno dei compiti dell’Istituto è proprio l’acquisizione di materiale archivistico legato alla figura del papa bresciano: questa nuova donazione arricchisce la documentazione già archiviata presso l’Istituto.

Montini e Romero: Santi insieme

Nel 1978 il Papa, incontrando Romero, lo incoraggiò a proseguire nella sua azione

“Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con le armi in pugno”. Queste parole, pronunciate da Paolo VI alle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965 vennero ripetute da Oscar Romero il 23 marzo 1980 durante un’omelia. L’arcivescovo di San Salvador le rivolse ai militari, invitandoli a porre fine alla repressione in nome del comandamento “Tu non uccidere”. Mons. Romero invitò i militari a disobbedire agli ordini di sparare sui civili, sui campesinos, sui catechisti e sui delegati della parola, sui leader politici e sindacali che chiedevano giustizia e libertà.

Questo invito costerà la vita a Oscar Romero, il quale il giorno dopo, lunedì 24 marzo 1980, verrà ucciso. L’America latina dagli anni Sessanta del Novecento fino agli anni Ottanta è caratterizzata da diffuse e brutali dittature militari. Ma gli anni Sessanta sono anche gli anni del Concilio, un evento fondamentale che porta la Chiesa a confrontarsi con la modernità. In tali anni Oscar Romero, giovane sacerdote, è ancorato alla tradizione. Il 21 aprile 1970 Oscar Romero viene nominato vescovo da Paolo VI. Romero è considerato un vescovo tradizionalista che avrebbe portato avanti una pastorale puramente “spirituale”, non interessata ai problemi sociali e politici sempre più drammatici in El Salvador. All’interno del clero locale alcune realtà associative e taluni sacerdoti sono vicini alle posizioni della teologia della liberazione, che pone al centro la denuncia della povertà e delle ingiustizie sociali.

Per il vescovo Romero, la teologia della liberazione è un qualcosa che inizialmente non lo attrae in modo particolare. Gli appare una lettura troppo politicizzata del messaggio cristiano. Man mano, però, Romero si accorge della condizione di miseria e di sfruttamento della propria gente. Inizia così a guardare con occhi diversi alla teologia della liberazione, sottolineando tuttavia il fatto che la versione da lui accettata è quella che ha un orizzonte pastorale e religioso, non certo politico e deriva ciò dal Concilio, da Medellin e dall’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI. Anche in El Salvador, come in altri paesi dell’America latina, si diffondono poi le comunità ecclesiali di base. Nominato arcivescovo di San Salvador, assume la guida della nuova diocesi il 22 febbraio 1977. Mentre sta prendendo le misure della nuova diocesi, la situazione in El Salvador diviene sempre più drammatica e la repressione ad opera delle Forze di Sicurezza e degli squadroni della morte si intensifica. Il 12 marzo 1977 padre Rutilio Grande, un suo fraterno amico, viene assassinato a colpi di arma da fuoco.

L’assassinio di padre Rutilio è un fatto sconvolgente per l’arcivescovo: di fronte al cadavere dell’amico ucciso, Romero inizia a comprendere che il Corpo vivente di Cristo, i poveri, sono oppressi e uccisi da un potere che si presenta come baluardo della cristianità, ma che in realtà è inumano e anticristiano. Il nuovo arcivescovo di San Salvador diviene così in breve la voce del proprio popolo e i sacerdoti e i religiosi della diocesi ora lo riconoscono come propria autorevole guida. Il 21 giugno del 1978 ha un’udienza privata con il Papa. Questo incontro è per Romero motivo di grande consolazione: il Pontefice lo ascolta e lo incoraggia a proseguire nella sua azione.

L’arcivescovo di San Salvador viene ucciso perché non si rassegnava alle violenze, alle ingiustizie, allo strazio di un paese devastato.

Pellegrinaggio ai luoghi del santo Papa Paolo VI

Parrocchie di Leno – Milzanello – Porzano
Sabato 6 ottobre 2018

Programma della giornata

Ore 9.00: partenza dalla piazza di Leno, di fronte alla Chiesa.

Ore 10.00: visita alla Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonino martire, in particolare al Battistero e all’Altare, e celebrazione della Santa Messa.

Ore 12.00: Pranzo al sacco presso il bar dell’Oratorio e caffè.

Ore 14.00: Visita alla casa natale di Papa Paolo VI.

Ore 15.00: visita alla “Collezione Paolo VI – arte contemporanea”

Ore 17.00: arrivo al Santuario di S. Maria delle Grazie a Brescia dove è custodita la reliquia di Paolo VI. Preghiera del Santo Rosario.

Rientro a Leno per le ore 18.30 circa.

Iscrizioni presso l’Ufficio parrocchiale dal mercoledì al venerdì dalle 09.30 alle 12.00, versando la quota di € 10.
Per Porzano presso don Alberto.

Il mio Paolo VI? Uno zio premuroso

La nipote Chiara Montini giudica errate quelle raffigurazioni del Papa come persona distaccata

“Il mio Paolo VI? Dapprima lo zio Battista con cui andavamo in vacanza ai Camaldoli di Gussago o nei monasteri benedettini della Svizzera. Solo in un secondo momento, crescendo, la dimensione affettiva ha lasciato spazio a quella istituzionale e lo zio è diventato il Papa”. È con queste parole che Chiara Montini racconta il “suo Paolo VI”. Molte volte nel corso degli anni le è stato chiesto di raccontare di questa straordinaria parentela e ogni volta l’aspetto su cui la nipote (è figlia di Francesco, il fratello medico del pontefice) torna è quello dello zio affettuoso e premuroso, “diverso – raccontata dall’immagine fredda e distaccata con spesso veniva presentato Paolo VI”. Così quanto apprese che lo zio Battista era stato eletto papa nella piccola Chiara e nella sorella Elisabetta (nella foto), cominciò a farsi largo la sensazione di una perdita. “Quella del Papa – racconta – è un ruolo che prevale su qualsiasi sentimento familiare. E nella mia famiglia questo aspetto fu chiaro sin da subito”. I Montini, da quel 21 giugno 1963, fecero loro questa consapevolezza, consci che la fumata bianca uscita dal comignolo della Cappella Sistina avrebbe comunque segnato anche la loro vita. “Non sempre – afferma al proposito la nipote – chiamarsi Montini è stato semplice”. Nonostante questo, però, per Chiara e Elisabetta il papa continuava a essere quello zio Battista che poco o nulla aveva a che spartire con quelle raffigurazioni di Paolo VI come persona distaccata che si volevano accreditare. “Lo zio – afferma – è sempre stato estremamente attento alla persona che aveva davanti, indipendentemente alla sua condizione. Guardava tutti negli occhi convinto che in quello sguardo ci fosse il volto di Cristo. Ti faceva sentire accolto e ascoltato”.

Tra poco meno di tre mesi Paolo VI sarà canonizzato e la nipote Chiara ancora non si è soffermata a riflettere su cosa significhi avere un santo in famiglia. “Mi capita spesso – è un suo pensiero espresso ad alta voce – di andare in Cattedrale e di fermarmi davanti al suo monumento. La mia, però, non è una preghiera, ma un dialogo nel corso del quale gli racconto le mie sofferenze, gli affido i miei pensieri e le mie preoccupazioni. Ogni volta esco da questi dialoghi scoprendo in me la forza necessaria per affrontare le sfide che ho davanti”. Chiara Montini non sa se questo sia un “privilegio” riservato a chi può vantare legami di parentela con un santo. Di certo ha consapevolezza che dietro questa forza c’è molto di quello che ha respirato in famiglia, molto di quel clima umano e spirituale a cui anche lo zio diventato papa ha potuto attingere. Una santità familiare nel quotidiano? “Forse – è la risposta di Chiara Montini – perché la santità che si respira in famiglia non è quella dei mistici o dei martiri, ma quella che aiuta ad affrontare ogni sofferenza, ogni sfida e a vedere in ogni persona un uomo da ascoltare e incontrare”. Esattamente quello che ha saputo dare lo zio Battista divenuto Papa. Ma che pontefice sarebbe oggi Paolo VI, è l’ultima domanda posta alla nipote nella definizione del ritratto del “suo “ Papa. “Sicuramente – risponde senza esitazioni Chiara Montini – un Papa capace di usare gli strumenti della modernità per annunciare il Vangelo”, e con il ricordo torna all’interesse con cui Paolo VI il primo ammaraggio di un uomo sulla luna e all’entusiasmo con cui raccontava ai fratelli del viaggio in Terra Santa.

L’ansia per l’unità dei cristiani

Il ricordo di Paolo VI da parte di mons. Vincenzo Zani, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica

La canonizzazione di Paolo VI è un evento che tutti abbiamo atteso e che, in chi l’ha conosciuto, fa rivivere momenti e ricordi indelebili. Anch’io ho avuto alcune occasioni di incontrarlo e di coglierne la profondità d’animo nonché la sua passione per la Chiesa. Vorrei riferirmi a tre circostanze particolari dalle quali ho potuto ricavare altrettanti aspetti caratterizzanti la sua straordinaria figura di pontefice che ha guidato la Chiesa in un tornante eccezionale della sua storia.

Anzitutto ricordo la festa celebrata in seminario per la sua elezione e l’udienza con i seminaristi di Brescia, nel giugno1964, ad un anno dall’inizio del pontificato. Ero adolescente e non potevo cogliere in profondità il significato di quell’incontro tanto fraterno ed affettuoso con il Capo della Chiesa, in cui avvertivamo un vero padre. La vicinanza così familiare con il Papa ha rafforzato in me l’atteggiamento di fede e di comunione che un seminarista e un prete devono avere per il successore di Pietro. Quell’evento, accaduto nel tempo del seminario e che coincideva con l’esperienza in corso del Concilio, ha caratterizzato tutto il periodo successivo; l’impressione del primo incontro con Paolo VI ha determinato in molti di noi la figura dell’autentica interpretazione dell’intera vicenda ecclesiale del Concilio. Gli studi della teologia e quelli delle scienze sociali a Roma, coincidenti con il passaggio dal pontificato di Montini a quello di Wojtyla, sono stati accompagnati dall’accostamento ai documenti conciliari, interpretati dall’ottica “montiniana”. A tale proposito, mi ha sempre colpito un passaggio del suo discorso pronunciato da arcivescovo a Milano, in occasione della festa di Sant’Ambrogio, il 7 dicembre 1962, al termine della prima sessione del Concilio dove, spiegando alla diocesi il senso dell’esperienza conciliare, anticipava quanto avrebbe scritto in seguito nell’enciclica Ecclesiam suam. Due giorni prima, nel suo intervento ai lavori conciliari, aveva posto obiezione alla discussione sul tema della Chiesa, evidenziando che nello schema proposto venivano presentati gli elementi del diritto ecclesiastico e non invece le verità che si riferivano più direttamente al “mistero della Chiesa”, alla sua vita mistica e morale che costituiscono la sostanza della vita ecclesiale. E poco dopo, nel duomo di Milano, diceva: “Ieri l’argomento della Chiesa pareva restringersi alla potestà del papa, oggi si estende all’episcopato, ai religiosi, ai laici, al corpo intero della Chiesa; ieri era la storia esteriore della Chiesa che ci interessava principalmente, oggi quella interiore, generata dall’arcana presenza di Cristo in essa”. Questo tema, sviluppato poi nella sua prima enciclica papale, contribuiva alla definizione della Chiesa come “sacramento di salvezza”, “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano”, che il Concilio ci ha consegnato (LG, 1).

La seconda circostanza è stata l’udienza speciale del settembre 1977 delle diocesi di Brescia e Milano, in occasione dell’80° genetliaco del Papa. In quel tempo ero vicerettore dell’Istituto “C. Arici”, la scuola che G.B. Montini aveva frequentato quando era gestita dai Gesuiti. Mons. Cavalleri volle che anch’io andassi al baciamano del Papa insieme a lui e a due rappresentanti degli alunni. Fu per me un colloquio, breve ma indimenticabile, dal quale trasparì, insieme al suo ricordo degli studi, il suo animo di profondo educatore attento ai giovani. Dopo che Mons. Morstabilini mi ebbe presentato come il più giovane vicerettore, il Papa mi pose la mano sulla spalla e mi esortò ad investire le migliori energie culturali e pastorali nel campo dell’educazione cristiana, accanto ai giovani per aiutarli ad acquisire un’apertura della mente e dello spirito capace di misurarsi con i problemi europei e mondiali. Ho sempre nella memoria lo sguardo di meraviglia che ci scambiammo, dopo quelle espressioni, con il vescovo Morstabilini e Mons. Cavalleri. Tornando a Brescia, d’accordo con il vescovo, creai presso l’Arici il “Seminario Permanente Europeo”, quale laboratorio di iniziative educative per gli studenti, secondo l’ispirazione di Paolo VI. Il tema della passione educativa e dell’attenzione ai giovani aveva, infatti, caratterizzato l’intera vita di Montini: da giovane studente dell’Arici, già allora leader impegnato nelle forme di associazionismo, al compito di assistente della FUCI, ai numerosi interventi come arcivescovo di Milano, fino al magistero pontificio. Nel mio servizio pastorale in diocesi, poi alla CEI ed ora presso la Congregazione per l’Educazione Cattolica, i numerosi interventi di Paolo VI sull’educazione, la scuola, la vita universitaria, le associazioni professionali operanti in questi settori, sono stati la bussola costante e la fonte di ispirazione sempre nuova.

La terza circostanza fu la partecipazione ai funerali del Papa nell’agosto 1978. Sempre come vicerettore dell’Arici, venni invitato a rappresentare l’Istituto e mi trovai sul sagrato della basilica di San Pietro nelle prime file, subito dietro ai capi delle varie confessioni cristiane (ortodossi, anglicani e protestanti) e di altre religioni. Terminata la celebrazione, tutti questi rimasero in piedi in cerchio, commossi fino alle lacrime, e si dicevano: “Abbiamo avuto un padre che ci ha amati… Ora dobbiamo portare avanti quanto Paolo VI ci ha trasmesso e continuare a sviluppare i rapporti ecumenici e il dialogo interreligioso”. E’ questo l’ultimo ricordo che mi è rimasto di Papa Montini: la constatazione dell’ansia per l’unità dei cristiani e per il dialogo tra le religioni che egli ha saputo comunicare e che lì traspariva dai volti dei rappresentanti delle varie chiese e religioni. Venivano alla mente i momenti difficili delle discussioni conciliari in vista della approvazione dei documenti sulla Chiesa, sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso, e di come Paolo VI aveva saputo essere guida sapiente e illuminata.

Questi tre elementi coincidono con i tratti più significativi che ancora oggi orientano la Chiesa, guidata da Papa Francesco, e ai quali anch’io continuo ad attingere per il mio servizio: la Chiesa (unita e in “uscita”), l’importanza dell’educazione delle giovani generazioni (vedi il prossimo Sinodo), il dialogo (ecumenico, interreligioso e in tutti gli altri campi). Tra le competenze delle Congregazioni della Curia Romana c’è l’incontro periodico con i vescovi di tutto il mondo che si recano a Roma per la vista “ad limina”. In questi incontri, quasi settimanali, ai quali partecipo da sedici anni, accade molte volte che parlando della Chiesa venga citato Paolo VI; ebbene, posso testimoniare che non solo non ho mai sentito espressioni di critica nei suoi confronti, ma ho colto sempre e solo ammirazione per la sua figura di vescovo e di Pontefice, considerato da tanti un “Padre della Chiesa”, ed un esempio di santità moderna per tutti.

Il mio Paolo VI: Montini e i lontani

A Milano Montini trovò una vasta comunità diocesana ben organizzata, ma ebbe da subito la consapevolezza che alla conta dei fedeli partecipanti alla vita cristiana mancavano tanti “lontani”, da lui individuati soprattutto in due categorie: gli intellettuali e la grande massa del mondo operaio. La testimonianza di mons. Vittorio Formenti

Negli anni Ottanta, tra i fedeli che partecipavano quotidianamente a una delle Sante Messe nella Basilica papale di San Pietro in Vaticano non mancava mai la figura minuta di un’anziana donna australiana. Era la Professoressa Rosemary Goldie. Dopo la celebrazione eucaristica scendeva immancabilmente nelle grotte vaticane soffermandosi a lungo davanti alla tomba di Paolo VI. Questo fino al suo rientro in terra australiana, dove tornò alla Casa del Padre comune il 27 febbraio 2010, a novantaquattro anni di età. Le cronache ecclesiali scrissero di lei: fu la prima donna chiamata personalmente da Paolo VI come uditrice al Concilio Vaticano II. L’avevo trovata come docente durante i miei studi alla Pontificia Università Lateranense. Al momento di stendere la mia tesi di laurea ebbe l’umiltà di chiedermi, in quanto bresciano, se potesse fungere da relatrice, ad una sola condizione: la tesi doveva riguardare una ricerca sul magistero di Giovanni Battista Montini come Arcivescovo di Milano. Paolo VI era da poco tempo “entrato nella luce”, per usare un’espressione a lui cara. Le tesi di laurea sul suo pontificato già si annunciavano numerose. La Professoressa Goldie riteneva che dovessero essere approfonditi gli antecedenti del pontificato. E mi affidò il compito di leggere in profondità documenti e gesti pastorali riguardanti la preoccupazione di Giovanni Battista Montini per “i lontani”. Cito questo termine come relativamente recente nella terminologia pastorale e con una connotazione bresciana: lo coniò don Primo Mazzolari in un volumetto pubblicato dall’Editore Gatti di Brescia nel 1938 con il titolo “I lontani, motivo di apostolato avventuroso”.

Ma a questo punto necessita una premessa. La decisone di Papa Pio XII di nominare il suo primo collaboratore come Arcivescovo di Milano nel novembre 1954 rappresentò un passaggio provvidenziale nel curriculum dell’allora Sostituto alla Segreteria di Stato. La lunga permanenza nella Santa Sede non gli aveva consentito una vera e propria esperienza pastorale, per cui gli otto anni trascorsi nell’arcidiocesi ambrosiana rappresentarono per lui un’apertura preziosa all’incontro con persone, gruppi, comunità parrocchiali e quant’altro. Un approccio che fornirà al futuro Papa la possibilità di gestire il Concilio con la straordinaria capacità che tutti conosciamo. A Milano Montini trovò una vasta comunità diocesana ben organizzata, ma ebbe da subito la consapevolezza che alla conta dei fedeli partecipanti alla vita cristiana mancavano tanti “lontani”, da lui individuati soprattutto in due categorie: gli intellettuali e la grande massa del mondo operaio. Gli uni e gli altri erano legati ad una consistenza numerica diversa: una élite gli intellettuali, ma con un peso specifico di sostanza, e intere masse di operai, abbacinati dalla montante suggestione del marxismo allora in preoccupante espansione. L’Arcivescovo a Milano si calò subito in una frenetica quotidianità di approccio pastorale alle parrocchie, ai gruppi, alle associazioni, con un costante colloquio con le Autorità civili dell’intera, vasta area ambrosiana, con la lucida consapevolezza che la Chiesa e lo Stato sono realtà ben distinte, ma altresì convergenti nella ricerca del bene comune delle persone. Non si può, a tale proposito, dimenticare uno dei suoi gesti profetici. Nella notte di Natale del 1955, il suo primo a Milano, non celebrò il pontificale negli splendori del duomo, bensì in una chiesa prefabbricata della periferia della metropoli, allora ben più di oggi emblema di povertà e degrado. Per lui quei fedeli rappresentavano  i veri eredi dei pastori del Vangelo.

Sul tema dei lontani Montini è tornato con insistenza nelle corpose lettere pastorali che inviava all’arcidiocesi all’inizio di ogni quaresima. Dalla loro lettura emergono con chiarezza temi teologici e proposte  pastorali fatti poi propri dai Padri conciliari e confluiti nei documenti finali dell’Assise ecumenica.

Tra le tante iniziative pastorali in favore dei lontani necessita citare due pietre miliari: la grande Missione cittadina del 1957 e l’VIII Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, tenutasi proprio a Milano nel settembre 1958 sul tema precipuo “La Comunità cristiana e i lontani” che ha visto Montini impegnato in prima linea nella preparazione e nello svolgimento dei lavori. Pio XII gli farà pervenire un messaggio nel quale l’Arcidiocesi ambrosiana veniva definita “a nessuno seconda nell’impulso apostolico verso i lontani, per le sue opere di conquista nei più diversi campi, da quello culturale a quello sociale, a quello missionario”.

La missione di Milano resta, a distanza di tanti anni, un vero monumento di pastoralità, il cui merito principale si deve all’Arcivescovo, il quale chiamò da tutta Italia i migliori annunciatori della Parola durante il periodo liturgico dell’avvento. Destinatari: in primis “quei settori della popolazione dove la coscienza religiosa non si può supporre, anche se composta da persone che hanno ricevuto il battesimo”. Così si legge nell’annuncio dell’evento.  Durante tutta la missione Montini si mise coraggiosamente  in gioco, recandosi più volte a dialogare con le maestranze degli stabilimenti in quella che allora veniva definita la Stalingrado rossa italiana: Sesto San Giovanni. E l’accoglienza, è ben risaputo, non fu sempre un passaggio sui tappeti.

Tale straordinario impegno di dialogo a tutto campo per Montini, divenuto Papa, si tradurrà in ortoprassi nella sua prima lettera enciclica, l’“Ecclesiam suam”, scritta interamente di suo pugno e pubblicata il 6 agosto 1964, festa liturgica della Trasfigurazione del Signore, la stessa festa che, quattordici anni dopo, segnerà il tramonto terreno del “Papa del Dialogo”. I giornali d’allora avanzarono varie ipotesi sull’enciclica, chiedendosi se si dovesse definire “pacelliana” o “roncalliana”, o in quale proporzione dosasse l’eredità dei due immediati predecessori. Credo che quelle parole dette e scritte sull’enciclica abbiano comunque colto la novità  del dialogo che Paolo VI ha inteso stabilire con il mondo contemporaneo, rappresentando la premessa di uno dei documenti di più ampio respiro pastorale del Concilio Vaticano II, la “Gaudium et spes”. Scrisse allora Jean Guitton: “La parola dialogo diventa in Paolo VI una parola onniriflettente, sole, cardine, arpione, radice, centro, mistero, sintesi di idee, mondo di possibili… Il suo sarà il pontificato del dialogo con tutti gli uomini”. E così è stato.

Paolo VI: il ricordo di padre Sorge

Papa in una stagione in cui era difficile “fare il Papa”. La testimonianza del gesuita legato a papa Montini da una lunga frequentazione.

“Qual è il mio Paolo VI? La logica mi porterebbe a rispondere a questa domanda ricordando la sua fede straordinaria, la sua spiritualità profonda. Ma c’è un aspetto che sin dal primo incontro mi colpì in modo particolare e che, per tanti aspetti, è la precondizione di tutti gli altri: la sua umanità”. È da qui che padre Bartolomeo Sorge (nella foto), teologo e politologo italiano, esperto di dottrina sociale della Chiesa, e esponente del cosiddetto cattolicesimo democratico, parte per il suo personale ritratto del Papa bresciano ormai prossimo alla canonizzazione. L’ex direttore della Civiltà Cattolica, ha accettato di buon grado di ricordare per “Voce” Paolo VI. “Più volte e in tante interviste – continua – ho avuto modo di sottolineare come dietro a un aspetto esterno che lo faceva apparire a prima vista poco comunicativo, distaccato, chiuso nella sua timidezza, si nascondeva un’umanità eccezionale, una sensibilità rara”. E per provare che quelle su Paolo VI non sono frasi di circostanza, padre Sorge attinge ancora alla sfera dei ricordi personali.

“Mi impressionò – ricorda – la sofferenza da cui lo vidi afflitto, durante un’udienza privata, per il duro intervento nei confronti delle Acli, dopo la loro scelta socialista. Non meno addolorato lo trovai anche in occasione di una spiacevole incompresione che si determinò nel gennaio del 1975 con i gesuiti riuniti nella 32ª Congregazione generale. Solo il Signore sa quanto gli costarono le parole dure che ci rivolse, perché tormentato dal dubbio che i gesuiti non gli fossero stati obbedienti. Più passano gli anni e più la figura di papa Montini mi appare grande”. Anche se non lo dice apertamente, dalle parole di padre Sorge pare di capire che fu proprio per causa di questa straordinaria umanità, che Paolo VI soffrì per le difficoltà che ogni Papa incontra nell’esercizio del ministero petrino.

“Basti ricordare – afferma ancora padre Sorge –, tra quelle che maggiormente lo afflissero, il dissenso ecclesiale, da lui definito la corona di spine del suo pontificato; gli attacchi che gli piovvero addosso da ogni parte dopo l’enciclica Humanae vitae; la ribellione e lo scisma di mons. Lefebvre; l’assassinio di Aldo Moro a opera delle Brigate Rosse”. Tuttavia, è ancora il pensiero del gesuita che ha conosciuto da vicino il Papa bresciano, si deve riconoscere che negli anni di Paolo VI, al di là di queste e di altre difficoltà che certo non mancarono, fu difficile proprio “fare il Papa”. “Se ci vollero il coraggio e la profezia di Giovanni XXIII per indire il Concilio – afferma al proposito – non ce ne volle di meno a papa Montini per condurlo in porto e tradurlo in pratica. Fare il Papa subito dopo il Concilio, continua ancora Sorge, significava scegliere il nuovo, giorno per giorno, e divenire inevitabilmente un segno di contraddizione. “È quanto accadde a Paolo VI. Da un lato – ricorda ancora –, i conservatori lo accusarono di cedere ai fermenti innovatori, dall’altro, i progressisti lo imputarono di tradire il Concilio e di procedere con passo troppo lento ed esitante sulla via delle riforme”. Come ha avuto modo di sottolineare ogni volta che è stato chiamato a ricordare Paolo VI, anche a “Voce” padre Sorge esprime la sua convinzione: “Il tempo, però, è stato galantuomo. A quasi quart’anni dalla morte, avvenuta il 6 agosto 1978 a Castelgandolfo, quelle polemiche appaiono lontane e sfocate, mentre le scelte compiute dal Papa si rivelano tuttora vitali e illuminanti. Le une erano cronaca, e sono svanite; le altre erano storia, e rimangono”.

La Chiesa ci abilita a metterci in contatto con Cristo

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa a Verolavecchia, a conclusione del pellegrinaggio nei luoghi montiniani. Domenica 19 novembre 2017

Saluto con affetto tutti voi cari sacerdoti e fedeli della comunità di Verolavecchia e rivolgo il mio rispettoso ossequio alle autorità civili e militari che sono qui presenti. Vi ringrazio della vostra cordiale accoglienza. Mi fa piacere incontrarvi oggi come pastore della diocesi di Brescia, da poco qui chiamato dal Signore; ed io sento anzitutto vivo il bisogno di chiedere il sostegno della vostra preghiera, affinché possa compiere il mio importante servizio così come il Signore si attende da me. Di questa Chiesa di Brescia voi siete una porzione eletta: siete infatti una delle parrocchie di questa diocesi, inseparabile da tutte le altre, ma avete anche una vostra originale identità. Un aspetto non secondario di questa identità è questo: la vostra parrocchia ha un rapporto particolare con la persona di Paolo VI. Ed è anche per questo che io sono qui oggi, perché vorrei qui concludere un ideale percorso sulle tracce di Paolo VI nella diocesi di Brescia. Dopo essere stato al Santuario della Madonna delle Grazie e a Concesio, eccomi ora a Verolavecchia.

A questo luogo Giovanni Battista Montini era particolarmente affezionato. Lo dimostra il fatto che il 14 ottobre 1956, a meno di due anni dal suo ingresso come Arcivescovo di Milano, egli volle fare visita a questa comunità. Il bollettino parrocchiale del settembre di quello stesso anno così annunciava il suo arrivo: “A tutti i Verolesi la notizia che Mons. G. Battista Montini verrà tra noi il 14 ottobre 1956. Ci viene volentieri a visitare perché qui ha passato da giovane le sue vacanze. Conosce quasi tutte le nostre famiglie”. Ed ecco un passaggio del discorso che l’Arcivescovo Montini pronunciò in quella occasione alla popolazione di Verolavecchia, nella Chiesa parrocchiale; è uno stralcio abbastanza ampio, ma mi preme che lo ascoltiamo bene, per la forza e la bellezza che ha: “Passando per le vie del paese cercavo con gli occhi le facce di coloro che fossero del tempo mio e vedevo la folla della gioventù che mi circondava. Quanti e quanti anni sono passati, e sono quasi divenuto forestiero in mezzo a voi! Ma ci sono alcuni che sono del tempo mio, un tempo che il calendario registra lontano, ma he la memoria invece tiene ancora tanto vicino. Come si vive delle memorie d’infanzia, quanto questo patrimonio spirituale dei primi anni influisce sugli anni secondi e su quelli del tramonto della vita! Pare a me di essere ancora fanciullo in questo paese e tutte le care persone di quell’età mi passano adesso davanti all’anima e mi riempiono di commozione … Devo dirvi che le prime Settimane sante, in cui trovai un poema di bellezza e di profondità spirituale, mi furono svelate proprio in questa chiesa, quando a Pasqua – interrompendo le scuole – si veniva a vedere i primi alberi della primavera nei campi, e si conveniva in chiesa per le sacra funzioni. Devo dire che proprio qui, in questa chiesa, ho tanti ricordi spirituali. Qui il mio ministero fu esercitato e perciò mi sento obbligato a riversare in un significato spirituale religioso tutti i ricordi, anche umani e individuali, che qui mi legano e questi mi danno argomento e mi autorizzano, fedeli carissimi di Verolavecchia, a dirvi perché ho tanto senso di essere a voi legato. I vincoli naturali si trasformano in soprannaturali. I vincoli del passato diventano presenti, i vincoli esteriori diventano parola interiore … Siate fieri di appartenere a questa parrocchia; abbiate la consapevolezza, abbiate la coscienza che da qui vi può venire la lezione vera della vita, da qui potete sapere perché si vive, perché si soffre, perché si lavora, perché si piange, perché si muore e perché si ama. I perché della vita vi possono essere svelati nel nome di Cristo, cui promettiamo insieme che saremo fedeli in questa casa del popolo, in questa casa di Dio che è la nostra parrocchia. E da questa coscienza e da questa fedeltà deve partire la nuova vita alla quale i tempi ci richiamano e a cui ci spinge il moto della storia e della civiltà”.

Sono parole toccanti, cariche di un sentimento profondo e sincero. Descrivono un’esperienza di Chiesa insieme semplice e intensa, che rimase incisa nel cuore del futuro papa Paolo VI e che gli permetterà di intuire sempre più chiaramente l’esigenza essenziale dei tempi che egli stava vivendo e che condurranno – per la decisione illuminata di papa Giovanni XXIII – al grande evento del Concilio Ecumenico Vaticano II. L’esigenza era quella di una la Chiesa più decisamente missionaria e proprio per questo più autentica, capace cioè di offrire la testimonianza attraente della vita nuova che – diceva appunto l’Arcivescovo Montini – “i tempi ci richiamano e a cui spinge il moto della storia e della civiltà”. Di questo il futuro papa era già convinto allora: il mondo ha sete di vita, della vita nuova la cui sorgente spesso sconosciuta è il Cristo risorto. La Chiesa può appagare questa sete e lo farà nella misura in cui sarà veramente se stessa. Se in lei si vedrà la grazia di Dio, la sua forza di salvezza, la sua misericordiosa benevolenza, la sua limpida santità, allora il mondo si aprirà a lei con fiducia; allora riconoscerà il mistero che la Chiesa annuncia, ne sarà consolato e proprio per questo la stimerà e la amerà.

Le parole pronunciate da Montini qui a Verolavecchia nell’ottobre del 1956 aiutano a comprendere più chiaramente lo spirito che lo animava sin dal primo momento del suo ingresso a Milano e sono in perfetta sintonia con quelle che egli pronuncerà al clero della diocesi ambrosiana in occasione della Missione indetta per la città dal 5 al 24 del novembre 1957, a poco più di un anno dalla visita qui a Verolavecchia. Le parole dei giorni della Missione a Milano sono più dirette e forse anche un po’ più severe: ma certo, il momento lo esigeva. Egli diceva: “Io penso che la religione oggi decada più per il senso di abitudine, di stanchezza e di consuetudine con cui si presenta, che per l’assalto dei suoi nemici. Ai tempi moderni, così mutati, così inquieti … noi offriamo spesso una presentazione del Cristianesimo che manca del senso del vivo, del mistero, del personale e del vissuto”. L’allora Arcivescovo di Milano temeva un’insidia pericolosa: quella – diceva – di “saperla lunga”. E precisava: “Noi già sappiamo! Sono cose grandi, belle, ma per noi non sono una novità. Le abbiamo meditate così tante volte, che formano la trama della nostra vita. Noi professiamo la religione e non abbiamo troppo bisogno di prendere ulteriore coscienza di che cosa la formi, la costruisca e la renda per noi obbligatoria. Siamo fedeli, siamo osservanti, cerchiamo di essere buoni ministri di Dio: non abbiamo niente da imparare di più”. Quando si spegne lo stupore per le meraviglie di Dio e ciò che viene annunciato nel Vangelo si trasforma in una stanca consuetudine religiosa, la testimonianza si spegne. Il mondo certo non si entusiasmerà di noi. Se il sale perde il sapore, non serve più a nulla. Solo chi è stato conquistato dalla grazia ne saprà svelare la bellezza. Diceva ancora l’Arcivescovo Montini ai milanesi: “Nelle anime moderne c’è una sete di vita religiosa autentica, che noi forse non sappiamo soddisfare perché non l’abbiamo soddisfatta in noi stessi”.

Egli credeva molto in una santità diffusa, capace di toccare tutte le persone e tutti gli ambienti, una santità che egli definiva “di popolo”. Nell’omelia della Solennità dei Santi che precedeva di qualche giorno l’apertura della Missione a Milano aveva affermato: “La Chiesa oggi tende ad una santità di popolo. È il disegno di Cristo che si profila attuale … A questa santità di popolo, che consiste in una vigile coscienza della nostra vocazione cristiana, nella professione e virile delle virtù, alimentate dalla preghiera e dalla grazia e sfociate in una carità generatrice di giustizia, di fratellanza e di pace, a questa elevazione spirituale, morale e sociale, conseguita con il concorsi di ciascuno, dobbiamo tutti mirare” (G. B. Montini, Omelia nella festa di tutti i santi”, 1 Novembre 1957).

Queste convinzioni dell’Arcivescovo Montini, dopo aver attraversato con loro loro fecondità il vasto mare del Concilio Vaticano II, approderanno alla grande Enciclica sulla evangelizzazione, che Paolo VI scrisse nel 1975, in occasione dell’anno santo, e che volle intitolare Evangelii Nuntiandi. Essa segna un passaggio decisivo nella riflessione sull’azione missionaria della Chiesa e rimane a tutt’oggi – secondo la testimonianza degli stessi pontefici successori di Paolo VI – il testo di riferimento su questo tema. In essa abbiamo un vero e proprio cambiamento di orizzonte nel modo di pensare la responsabilità missionaria della Chiesa: dalla preoccupazione per i destinatari dell’evangelizzazione si passa alla preoccupazione per gli stessi soggetti dell’evangelizzazione. L’attenzione va anzitutto allo stato di salute della Chiesa, condizione indispensabile per la salute del mondo. Si legge nell’enciclica: “Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa … Essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunciare il Vangelo … Si evangelizza mediante una conversione e un rinnovamento costanti, per evangelizzare il mondo con credibilità” (EN 15). E più avanti afferma: “È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà anzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e dio distacco, di libertà difronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (EN 41). In questo senso – come dice bene Lumen Gentium – la Chiesa è chiamata ad essere “il segno e il sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (LG 1) e quindi a mostrare sostanzialmente la sua bellezza. Perché è proprio così: la Chiesa quando è vera è bella, molto bella! Essa è trasparenza dell’amore infinito di Dio in Cristo Gesù, è manifestazione attraente della vita eterna dentro la storia umana, è il popolo di Dio trasfigurato dalla luce della grazia. “La Chiesa – scrive sempre Paolo VI – non è uno schermo opaco; è un diaframma diafano, che ci abilita a metterci in contatto con Cristo”. È il contatto con Cristo è pienezza di vita, perché introduce nel mistero trinitario, oceano di amore e di beatitudine.

Di questa vita che scaturisce dalla grazia parla il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato – e così veniamo alla Parola di Dio dell’odierna celebrazione eucaristica. Il padrone che dà ai suoi servi i talenti – patrimonio decisamente consistente calcolando che ogni talento, d’oro o d’argento, corrispondeva a circa trenta chili – è il Padre dei cieli che rende i credenti partecipi delle sue ricchezze, della sua vita, della sua potenza e della santità. Nei primi due servitori è spontaneo il desiderio di far fruttificare il patrimonio che il padrone ha messo generosamente a loro disposizione. Essi non lo considerano proprio. Riconoscenti per la fiducia loro dimostrata, sentono la responsabilità di contribuire a rendere questo patrimonio ancora più abbondante. La loro gioia consiste nell’accrescerlo e il loro impegno è il modo con il quale dimostrano l’affetto che nutrono per il loro benefattore: della sua ricchezza, infatti, essi sono stati resi partecipi con grande generosità. Il terzo servitore ha invece ragionato in modo diverso. Egli ha nascosto per paura il talento ricevuto e alla fine si è presentato dal suo padrone riconsegnandolo identico. Il suo sentimento è diverso da quello degli altri due: nessuno slancio riconoscente e nessun desiderio di incrementare la ricchezza del suo signore, nessun affetto per lui e nessuna generosa intraprendenza. Ci sono invece il timore di compromettere il bene ricevuto e la comoda inattività. Tutto questo ci riporta a quanto detto circa la missione della Chiesa: riconoscenza e senso di responsabilità sono le ragioni di una testimonianza che ognuno di noi deve considerare doverosa. Non possiamo tenere per noi quanto abbiamo ricevuto: la vita nuova del Battesimo, la comunione con il Padre che è nei cieli, l’amore misericordioso di Cristo, la sua redenzione, i suoi misteri di salvezza, la comunione dei santi, insieme con le facoltà che fanno grande l’uomo e le nostre doti personali, tutto questo ci spinge con forza verso l’intera umanità. C’è un lieto annuncio da portare al mondo e un patrimonio di bene da condividere: Dio ha voluto renderci partecipi della sua ricchezza ed è giusto che il mondo lo sappia. La Chiesa lo annuncerà nella misura in cui lei stessa ne farà esperienza.

Era questa la grande convinzione di Paolo VI, il suo costante pensiero, divenuto sempre più chiaro negli anni della sua vita, fino a diventare uno dei punti qualificanti del suo ministro apostolico: la Chiesa sarà davvero missionaria nella misura in cui sarà sempre più se stessa, cioè trasparente della grazia di Cristo e quindi santa. Essa evangelizzerà il mondo se continuamente evangelizzerà se stessa, vigliando in umile atteggiamento di conversione. Come abbiamo ascoltato dalla sua stessa testimonianza, la radici di questa potente spiritualità proprio di Giovanni Battista Montini ci portano anche a questo luogo, a Verolavecchia: qui egli ha imparato da ragazzo e da giovane ad aprirsi al mistero di Dio e a sentirsi parte di quella realtà di salvezza che è la Chiesa di Cristo. A voi dunque anzitutto questa eredità, insieme alla fierezza di sentivi parte di una comunità che egli ha tanto amato e a cui è rimasto interiormente legato. A voi da parte mia, insieme con il mio affetto, la benedizione del Signore.

Dio ci raggiunge sempre

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa dopo la visita alla casa natale del beato Paolo VI e alla sede dell’Istituto Paolo VI – Pieve di Concesio, 3 novembre 2017

Sono davvero felice di celebrare questa Eucaristia qui a Concesio, il paese natale di Paolo VI, e di farlo con voi, che di questo paese siete gli abitanti attuali, in qualche modo eredi e custodi privilegiati della sua memoria. L’Istituto Paolo VI, che ho potuto visitare, è l’espressione più tangibile e prestigiosa del desiderio vostro e dell’intera diocesi di Brescia di conservare vivo questo ricordo.

Sin dal primo momento del mio ingresso nella Diocesi di Brescia ho desiderato compiere questa visita, come segno di affetto nei confronti di questa amata comunità e di venerazione nei confronti del grande pontefice bresciano che qui ha aperto gli occhi alla vita.

Nella celebrazione eucaristica, la Parola di Dio ci raggiunge sempre attraverso la proclamazione delle sante Scritture. È così anche per noi oggi. Nella prima lettura, tratta dal nono capitolo della Lettera ai Romani, san Paolo ci ha reso partecipi di un sentimento che rattrista il suo cuore e che deriva da una amara constatazione: i suoi fratelli, i figli di Israele, non hanno riconosciuto in Gesù il Messia atteso e non l’hanno accolto. I doni delle alleanze, della legislazione, del culto, delle promesse, che hanno scandito la storia della salvezza, non sono stati letti come passi verso l’incontro con il Signore della gloria. Il suo amore per il popolo di Israele e per il Redentore che da questo popolo sorge, lo porta a formulare un pensiero che suscita in noi una forte impressione:: “Vorrei essere io stesso separato da Cristo – dice l’apostolo – a vantaggio dei miei consanguinei secondo do la carne”: pur di vederli uniti a Cristo – sembra dire – rinuncerei io alla mia gioia più grande cioè alla mia personale comunione con lui. Grande cuore di un discepolo del Signore che ha scoperto il segreto della misericordia di Dio nel volto di Gesù e ha imparato che – come ci ricorda il brano del Vangelo or ora proclamato – il sabato e l’intera legge mosaica sono per la gioia dell’uomo e mai la devono ostacolare. Questo il messaggio che la Parola ci consegna oggi attraverso i sacri testi.

Ma noi vorremmo questa sera metterci in ascolto anche di un’altra Parola, che viene ugualmente da Dio e ci tocca nel profondo. Essa ci raggiunge come una testimonianza di vita e prende la forma precisa di un volto e di un nome che ci sono diventati cari: quelli appunto di Giovanni Battista Montini. Su di lui vorremmo fissare insieme lo sguardo, lasciandoci raggiungere dalla rivelazione che traspare dalla sua esistenza. Lo facciamo con la fierezza di chi può dire che si sta parlando di un figlio della propria terra, di un amico, di un concittadino, di un uomo rimasto sempre affezionato alla sua Chiesa d’origine e alla sua gente.

Vorrei allora condividere con voi quanto io stesso ho potuto comprendere e apprezzare di questa singolare testimonianza e rendervi partecipi delle ragioni che mi hanno portato a coltivare una sincera riconoscenza a Dio per la persona e il magistero di Paolo VI. Lo farò mettendo in evidenza le quattro caratteristiche della sua personalità che più mi hanno colpito, facendole emergere in particolare dal testo del suo Testamento Spirituale. Esse sono: la fede in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo, l’umiltà, l’amore per la Chiesa, il rapporto con la modernità.

Anzitutto la fede. Ecco come prende avvio i suo Testamento: “Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce”. La fede in Dio fu per Paolo VI il fondamento di tutto. Nel discorso memorabile pronunciato all’ONU aveva dichiarato: “L’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non possono non fondarsi sulla fede in Dio”” (Discorso all’ONU, 4 ottobre 1965). Alla sera della sua vita, nel suo Testamento, la fede si fa speranza. Il pensiero alla morte è accompagnato da una serena fiducia perché una luce amica indirizza il suo sguardo. È la luce del Cristo morto e risorto, il Signore della gloria che egli ha amato per tutti i giorni della sua vita. Così aveva parlato nel suo storico viaggio a Manila: “Cristo! Sì, io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacerlo! … Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore … Egli è il centro della storia e del mondo; egli è colui che ci conosce e ci ama; egli è il compagno e l’amico della nostra vita; egli è l’uomo del dolore e della speranza” (Manila, 27 novembre 1970).

Ricordando queste parole alla delegazione bresciana nel 50° anniversario della elezione di Paolo VI al pontificato, papa Francesco aveva commentato: “Queste parole appassionate sono parole grandi. Ma io vi confido una cosa: questo discorso a Manila, ma anche quello a Nazareth, sono stati per me una forza spirituale, mi hanno fatto tanto bene nella vita. E io torno a questo discorso, torno e ritorno, perché mi fa bene sentire questa parola di Paolo VI oggi”.

Dallo stesso Figlio di Dio, papa Montini aveva imparato a conoscere il Padre che è nei cieli e l’esperienza di questa paternità si era trasformata nel vero e proprio approdo della suo cammino di credente. “Il Pater noster – scrive Pasquale Macchi, il suo segretario – fu certo la sua ultima parola, preghiera e testamento ad un tempo e messaggio”.

La seconda caratteristiche che più mi attrae nella testimonianza di Paolo VI è la sua umiltà. Essa così traspare dal suo Testamento: “Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza io ho ricevuto in questo mondo …”. Umiltà: è stato scritto che probabilmente poche parole caratterizzano, come questa, la persona di Paolo VI. Quando, sul Monte degli Ulivi, nella mattina dell’Epifania del 1964 in cui avvenne lo storico incontro tra il Paolo VI e il Patriarca Atenagora, fu chiesto a quest’ultimo che cosa pensava di papa Montini, egli rispose con una sola parola: “Un uomo d’amore”. Poi, riprendendosi immediatamente, non per correggersi ma per precisare, aggiunse: “Un uomo umile”.

La richiesta di perdono gli sgorgava facilmente dalle labbra. Questo perché egli stesso si sentiva continuamente bisognoso di misericordia. Così sempre nel testamento. “Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commiato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti io avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me. Che la pace del Signore sia con noi”.

La riservatezza, la discrezione nei rapporti, la ritrosia a mettersi in mostra, la familiarità con i libri e le carte, l’abitudine a lavorare nel nascondimento, tutti questi aspetti della sua potente personalità, uniti a un tratto di timidezza, lo rendevano un uomo dal contatto non spontaneo e immediato. Ma la sua limpida umiltà fu capace di trasformare tutto in una signorile benevolenza, in una gentile amabilità, in una delicatezza sempre misurata, espressione di una affetto interiormente appassionato e incrollabilmente sincero.

L’amore per la Chiesa è il terzo tratto di papa Montini che vorrei sottolineare. Non poteva mancare nel Testamento Spirituale un ricordo per la Chiesa: Scrive il papa del Concilio “E sento che la Chiesa mi circonda. O santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore”. E più avanti: “Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, una speciale benedizione. E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione”. Quello di Paolo VI per la Chiesa fu un amore profondo e intenso, realmente pastorale e insieme sponsale, sempre accompagnato da una visione della stessa Chiesa capace di coglierne e svelare la dimensione di mistero e insieme la forte carica di umanità. “Chi entra nella Chiesa – disse in uno dei suoi discorsi – entra in un’atmosfera d’amore. Nessuno dica: “Io qui sono forestiero”. Ognuno dica: “Questa è casa mia. Sono nella Chiesa. Sono nella carità. Qui sono amato. Perché sono atteso, sono accolto, sono rispettato, istruito, sono preparato all’incontro che tutto vale: all’incontro con Cristo, via, verità e vita” (13 marzo 1968). I grandi testi magisteriali del suo pontificato, a cominciare dalla Ecclesiam Suam, ma anche le grandi Costituzioni del Concilio Vaticano II portano impresso il sigillo di questo amore appassionato e fedele.

Infine, il rapporto con la modernità, cioè con quel mondo con il quale la Chiesa – secondo Paolo VI – ha il compito irrinunciabile di dialogare nella verità. Risuonano ancora forti e chiari per noi i tre aggettivi con i quali egli qualifica la terra nel suo testamento: “Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà”. Così papa Montini guardava alla mondo: come a una terra ferita e sofferente, complessa e tormentata, attraversata dai drammi di una umanità inquieta; ma soprattutto e prima di tutto come a una terra magnifica, come allo scenario grandioso della manifestazione della salvezza, luogo di incontro tra libertà e grazia, tra la misericordia di Dio e fragilità dell’uomo. Da qui la sua convinzione: “L’atteggiamento fondamentale dei cattolici che vogliono convertire il mondo – scriveva – è quello di amarlo. Questo è il genio dell’apostolato: saper amare. Ameremo il nostro tempo, la nostra civiltà, la nostra tecnica, la nostra arte, il nostro sport, il nostro mondo”. Il papa del Concilio era convinto che la Chiesa deve imparare a leggere oltre le apparenze e a mettersi in sintonia con le attese immutabili del cuore dell’uomo. Il mondo ha bisogno – ne era convinto – di uomini e donne che rispondano a queste attese e lo facciano con la testimonianza credibile del Vangelo. Sembra di sentire la sua voce, insieme ferma e accorata, in questo passaggio della Evangelii Nuntiandi: “Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che parlino di un Dio che essi conoscano e che sia loro familiare (Evangelii Nuntiandi, 8 dicembre 1975).

Questa dunque la testimonianza di Paolo VI che questa sera risuona per noi: o almeno un’eco leggera e forse troppo personale. Molto altro e molto meglio si dovrebbe dire su di lui in questo luogo che ne conserva vivo il ricordo. Ho voluto semplicemente aggiungere la mia voce ad altre più autorevoli e più incisive, con il semplice desiderio di condividere un’esperienza di grazia e di riconoscenza e anche con il desiderio, questo più deciso e intenso, di poter presto annoverare Giovanni Battista Montini, che qui è nato, tra i santi di cui la chiesa, riconoscente a dio, fa perenne memoria.