Giovani, per favore, non invecchiate!

Quando parliamo di “vecchiaia” generalmente ci riferiamo all’età anagrafica delle persone. Allora l’esortazione nel titolo di questo scritto è assurda, perché se si vive è impossibile non invecchiare; oppure è un’esortazione a togliersi la vita prima che arrivi la vecchiaia o, ancora, un augurio a morire prima che giunga la vecchiaia. Niente di tutto questo, naturalmente.

Intendo piuttosto esortare i giovani a rimanere giovani nell’animo, nei sogni, nelle relazioni, nei desideri, nelle mete da raggiungere, negli ideali… Ci sono, infatti, molti anziani – “vecchi” è un po’ dispregiativo! – che nell’animo sono ancora giovani, freschi, moderni, entusiasti, positivi, aperti al futuro, pur coscienti che sarà breve, e hanno imparato ad usare i mezzi moderni per mantenere vivi questi sentimenti… E ci sono giovani stanchi, rassegnati, sfascisti, demoralizzati, senza sogni, senza ideali, allineati, fotocopie gli uni degli altri sia nel parlare, come nel vestire, nelle scelte, nei comportamenti; giovani che già parlano così: “quando io ero giovane… ai miei tempi… non c’è futuro e speranza per noi… nella vita l’importante è avere salute, soldi, divertirsi fin che si può ed essere capaci di farsi rispettare”.

É così che si invecchia velocemente e presto! Perché con questo modo di pensare si va nella direzione di lasciarsi condizionare dalle cose che abbiamo o non abbiamo, dall’invidia e dalla gelosia, dallo sballo per un solo momento di euforia che passa presto e poi ti ripiomba nel tremendo quotidiano. É così che si diventa schiavi del giudizio degli altri, di un allineamento assurdo, della poca stima di stessi, delle cose che abbiamo che occupano il tempo e lo spazio e ci impediscono di rientrare in se stessi e tappano non solo orecchie e occhi, ma anche l’intelligenza e il cuore e impediscono di vivere la libertà per la quale siamo creati e nella quale possiamo vivere autentiche relazioni di amore, di amicizia, di dono. Gli strumenti che la moderna società ci mette nelle mani sono un ottimo aiuto per una vita migliore, ma l’uso che spesso se ne fa impedisce di crescere in umanità e crea grossi problemi relazionali, non solo generazionali, ma anche tra coetanei. Tutto ciò perché non si utilizzano per “servire” l’uomo e la donna nelle loro relazioni e come risposta ai veri bisogni, ma spesso per soffocare il grido di sofferenza che c’è in loro per la paura di affrontare il dolore, il sacrificio, qualche rinuncia e scelte che richiedo coraggio e scommessa su se stessi, senza cogliere che è proprio tutto questo che realizza in pienezza la nostra umanità.

Eppure, i giovani che usano nella direzione della ricerca di sé, dell’Altro e degli altri gli strumenti che abbiamo a disposizione (social e quant’altro) quanta soddisfazione trovano nel loro percorso, quanto guadagno di tempo e di energie, quante fonti di arricchimento intellettuale e spirituale, quanti “indirizzi” di realtà, luoghi, persone, comunità… per farsi aiutare nella loro ricerca, nella costruzione dei propri ideali di vita, nel cammino di soluzione di crisi affettive, spirituali, intellettuali, relazionali, vocazionali, di fede!

Allora sui social è necessario cercare esperienze positive, edificanti, costruttive, maestre di vita. Essi sono come l’albero in mezzo al giardino dell’Eden: segno di libertà. Spetta all’uomo e alla donna decidere: essere liberi dalle illusioni e prendere in mano sul serio la vita, lasciandoci guidare dall’Autore della vita, anche coi mezzi che abbiamo a disposizione; oppure renderci schiavi delle illusioni menzognere che ci prospettano la vita come un gioco, che semplicemente diverte e non richiede nessun impegno da parte di colui o colei che l’ha ricevuta in dono.

Chi accetta la prima proposta trova anche nei nuovi strumenti della tecnica e nella scienza proposte serie e belle per la ricerca personale di fede, vocazionale, professionale, spirituale… ne trova grande giovamento e viene proiettato verso orizzonti sempre più grandi di vita, che impegnano sì la persona, ma la portano verso quelle mete ambite che inizialmente non avevano forme precisa, ma man mano si delineano in modo sempre più preciso e danno quella pace interiore e quella sicurezza che rende l’animo perennemente giovane: è la giovinezza di chi scopre di essere abitato da Dio, che non ha età, perché è Eterno e ci ha fatti per l’eterna giovinezza.

Chi va nella seconda direzione invecchia presto perché consuma velocemente ogni esperienza e in poco si sente stanco, ma mai sazio. E questa distanza tra la stanchezza e l’impossibilità di continuare a “consumare” ciò che il mondo mette a disposizione rende infelice e disperata la persona: sì la rende “vecchia”! Vorrebbe, ma non può più. Desideri inappagati rendono triste e vecchio l’animo umano.

Solo se cerchiamo la Vita che è in noi e la cerchiamo con tutte le nostre forze e tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, il nostro desiderio non andrà deluso, perché la Vita, che è Dio,  si mostra e si offre sempre a chi la cerca e ne sazia la fame, lasciandolo continuamente aperto al nuovo, che è l’eterna giovinezza.

Giovani, abbiamo bisogno che voi cerchiate questa Vita, per insegnare anche a noi adulti ad usare per questo scopo i nuovi strumenti e a non disprezzare mai quanto di buono oggi il mondo ci offre, orientarlo al bene. E, allora, cari giovani, non lasciate che questi strumenti vi rendano schiavi, perché invecchiereste prima di noi. Usateli per ritrovare la vostra libertà, la libertà dei figli di Dio e insegnate anche a noi la strada! Vi prego, giovani, non invecchiate! 

Qui Caritas parrocchiale

In questo articolo, considerando che proprio il 17 e 18 agosto si celebra la Festa della Caritas e “accorpando gli spazi di informazione, testimonianza, relazione”, diamo spazio alle parole del parroco, monsignor Giovanni Palamini che, intervistato, ha cortesemente risposto alle nostre domande in questo modo.

Cosa significa per lei la Caritas?

É una realtà fortemente voluta dalla Chiesa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, per sollecitare le Chiese locali, ma anche le parrocchie, ad essere “protagoniste” nell’ambito del servizio all’uomo nei suoi bisogni. Nella Chiesa fin dagli inizi è sempre esistita una struttura caritativa, che rendesse evidente l’amore di Gesù Cristo soprattutto per i poveri, gli ammalati, gli ultimi. Pensiamo ai primi sette diaconi, costituiti proprio per il servizio caritativo; la raccomandazione fatta dai dodici Apostoli a Paolo, perché non si dimenticasse dei poveri; le varie confraternite della carità nate lungo i secoli; associazioni e istituti religiosi sorti col carisma di servizio ad ogni tipo di povertà; il servizio dei monasteri e dei conventi ai poveri; la diffusione della San Vincenzo …

Ma il fatto che la Chiesa abbia voluto che in ogni parrocchia di costituisse la Caritas ha significato il prendere coscienza che la carità non si può delegare, è compito di ogni comunità cristiane e, in essa, di ogni cristiano. Il compito della caritas parrocchiale, infatti, non è quello di “delega” al servizio dei poveri, ma, piuttosto, di testimonianza, di sensibilizzazione e di animazione della dimensione caritativa della vita della comunità cristiana.

Prima di diventare parroco di Leno,  quali esperienze ha fatto nella Caritas?

Da curato, con i ragazzi e i giovani, abbiamo fatto dei cammini di sensibilizzazione alla dimensione caritativa della vita cristiana; soprattutto col gruppo scout e con l’azione cattolica abbiamo fatto parecchie esperienze di servizio sia ai “poveri”, che alla comunità nei momenti del bisogno. Quando, poi, ho fatto servizio diocesano nella pastorale vocazionale, ho avuto la possibilità di collaborare da vicino con la Caritas Diocesana e condividere i progetti che veniva proposti per rispondere non solo ai bisogni dei poveri della nostra Diocesi, ma a quelli del mondo intero, soprattutto nei momenti di catastrofi naturali, di guerre, di carestie e quant’altro. Giunto a Castenedolo come parroco ho ereditato una bella realtà caritativa: un Caritas parrocchiale bene avviata e ben organizzata. Ho continuato il lavoro avviato, sostenendo soprattutto la formazione dei volontari e aprendo alle sollecitazioni della Diocesi.

La Caritas parrocchiale di Leno si è rinnovata con lei quattro anni fa: come?

Anche qui sono partito da ciò che già esisteva: un servizio ai poveri portato avanti da alcune persone in stretta collaborazione con il parroco e con l’Associazione Non solo noi e con puntuale riferimento all’Ufficio dei servizi sociali del Comune. 

Ho ritenuto opportuno allargare il numero delle persone che si incaricassero di testimonianza, animazione e servizio caritativo nella e con la parrocchia, ritenendo che si dovesse ampliare il riferimento alla Caritas Diocesana e ai servizi da lei offerti alle Caritas parrocchiali. Così abbiamo organizzato un corso di formazione per animatori della carità e del centro di ascolto, condotto dagli operatori della Caritas Diocesana, per essere pronti a rispondere in modo sempre più cristiano e sempre più adeguato alle povertà del nostro territorio. Un bel gruppo di adulti ha risposto a questa proposta ed ora, come parrocchia, possiamo essere orgogliosi di un buon servizio reso alla comunità come testimonianza, animazione e aiuto ai poveri, sostenuti dalla comunità stessa. Naturalmente il cammino non è terminato. E’ per questo che i volontari  continuano il percorso di formazione presso la Caritas Diocesana e mantengono un continuo riferimento alla stessa. Inoltre abbiamo potenziato il micro-credito, già attivato da alcuni anni nella nostra Zona pastorale e abbiamo avviato l’opportunità di attingere alla proposta delle “Briciole lucenti”, che ci permette di attingere per una parte agli aiuti della Caritas Diocesana per aiutare i poveri a sostenere le spese scolastiche, di salute e per le utenze della casa.

Il 17 e 18 agosto le giornate della solidarietà – 4^ Festa della Caritas: quale il suo bilancio sulle feste già avvenute?

Credo non sia ancora stato compreso il significato di queste “giornate della solidarietà”, ma la perseveranza ci premierà. Da punto di vista economico non abbiamo certo avuto un gran successo; del resto sono solo due giornate nel bel mezzo delle ferie agostane. Ritengo, però, che chi le ha frequentate abbia almeno colto il primo dei motivi che ci muove a questa manifestazione: testimoniare e sensibilizzare a sentirsi tutti responsabili del servizio caritativo ai poveri, che ha molti aspetti: materiale, culturale, religioso, sanitario… Ciascuno contribuisce come può e come è capace: chi facendosi volontario; chi contribuendo con i propri mezzi materiali, culturali, spirituali, chi segnalando alcune povertà non conosciute; chi pregando… ma tutti convinti che ogni cristiano ha il dovere di aprire mente, cuore, mani per il servizio dei poveri a nome di Gesù e della Chiesa.

La Caritas parrocchiale si è rinnovata intorno ad un progetto organico dal nome evocativo e suggestivo “La mano fraterna” con 5 dita, 5 settori di attività: come valuta l’attuazione di questo progetto per ciascuna delle 5 dita?

Il primo dito ha come tema quello dell’ascolto: ascoltare. E’ un servizio importante e non va fatto solo con l’orecchio e la mente, ma anche con il cuore. Spesso le prime richieste che vengono avanzate dai poveri non sono quelle reali, anche se sono le più immediate e le più urgenti. Si tratta di aiutare a comprendere gli autentici bisogni. Per questo ci vuole tempo, pazienza e costanza, insieme alla volontà di accompagnamento.

Il secondo dito ci richiama all’offerta di aiuto materiale: distribuire. Questo compito viene svolto da un gruppo che si interessa anche di reperire, insieme con tutti i gruppi e associazioni che partecipano a Nonsolonoi, gli alimenti da distribuire durante l’anno alle famiglie bisognose. Qualcosa si raccoglie nel cesto in fondo alla chiesa, due volte l’anno si fa la raccolta alimentare ai centri commerciali, si fanno le spese all’Ottavo giorno (struttura diocesana dove si acquista il doppio di ciò che si paga) e qualcosa si acquista con le offerte private o con i proventi delle offerte dalla “vendita” di mobili usati.

Il terzo dito ci invita alla consolazione nell’attenzione soprattutto agli ammalati e anziani: non temere. Questo servizio è svolto soprattutto dai ministri straordinari della comunione eucaristica, che visitano gli ammalati e anziani e portano loro il conforto dei sacramenti e della benedizione del Signore, facendoli sentire vicini alla comunità cristiana e dando loro la certezza di non essere dimentica. 

Il quarto dito l’apostolato della preghiera: “Prega il Padre tuo”.

Tutto quanto proposto sopra non si sostiene se a fondamento non c’è l’incontro quotidiano con l’amore di Dio-Trinità. Per questo, lungi dall’essere un gruppo o una attività a parte, questo è compito e gioia di tutti: pregare Dio ogni giorno, personalmente o in gruppo, perché la carità che operiamo verso il prossimo sia sempre espressione dell’amore di Dio per ogni uomo e non cadiamo nella tentazione di cercarvi un tornaconto, una gratificazione, un ruolo che ci faccia sentire qualcuno … insomma, che non sia semplicemente un appagamento del nostro orgoglio personale, ma un servizio fatto con la Chiesa, per la Chiesa, nella Chiesa e, quindi, nello stile della gratuità, perché gli uomini possano sentire, anche attraverso la nostra opera, la mano di Dio che li accarezza, li sostiene, li accompagna, li salva.

Infine non possiamo negare l’importanza nell’ambito della carità del Gruppo S. Vincenzo.

Mantiene la sua autonomia, in quanto associazione con un proprio statuto. Ma, in quanto è di ispirazione cristiana e opera nel settore della carità all’interno delle nostre parrocchie, è bene che partecipi agli incontri della Caritas, sentendosi parte a pieno titolo. Qui può dare o chiedere aiuto per la conoscenza che ha della povertà lenese. 

Come parroco, quale valutazione può dare sulle iniziative e sul lavoro dei volontari Caritas?

Sono orgoglioso del loro prezioso, umile e perseverante servizio. Noto un forte impegno, profonda consapevolezza di essere strumento dell’amore di Dio e della missione della Chiesa verso i poveri. Inoltre riconosco un desiderio forte di condivisone e di comunione nel servizio caritativo, riconoscendo che il cammino è faticoso, in quanto le esperienze da cui i volontari provengono e le modalità di attuazione che ognuno propone sono a volte molto diverse e richiedono molto dialogo e confronto umile, cose non facili.

Riconosco molto impegno anche nella formazione e nella ricerca di modi sempre nuovi per animare  e suscitare la carità dentro la comunità. Dunque, una vivacità che fa ben sperare nel futuro della nostra comunità riguardo alla dimensione caritativa.

Per questo spero che la testimonianza dei volontari sia sempre più visibile anche presso i più giovani, che possono offrirsi per un servizio sempre più fresco e qualificato, considerata la loro capacità innovativa e di dedizione a chi è nel bisogno, ma anche la loro competenza nell’uso dei nuovi strumenti e metodi per intercettare e rispondere alla povertà antiche e nuove.

Monsignor Renato Tononi nuovo parroco di Leno

S.E. il vescovo Pierantonio ha nominato monsignor Renato Tononi nuovo parroco delle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano.

Monsignor Renato, nato il 13 marzo 1951, è stato ordinato il 7 giugno 1975. É stato successivamente studente a Roma (1975-1980), vicario coop. fest. a Lumezzane Fontana (1980-1990), parroco a S. Faustino di Bione (1990-1995), prefetto degli studi dello Studio Teologico Paolo VI presso il seminario di Brescia (1993-1995; 2001-2004), vicario parrocchiale fest. a Castel Mella (1995-2010), direttore dell’Ufficio Catechistico (1999-2011), insegnante in Seminario (1980-2011), Vicario episcopale per i laici e la pastorale (2008-2018) e parroco di Sant’Alessandro e San Lorenzo in città dal 2010.

Don Davide Colombi sarà l’amministratore pastorale fino all’arrivo del nuovo parroco.

Il bello dell’estate

Quando si avvicina l’estate e le giornate si allungano ci sembra di vivere di più. La luce dà pienezza ai nostri giorni, completezza alle nostre relazioni e pare rendere più chiara ed evidente la verità. Perfino la vita spirituale sembra rifiorire e riscaldarsi insieme alla natura e al calore del sole: quando al mattino ci svegliano i raggi del sole ci par di essere baciati della tenerezza di un Dio che conosciamo come Padre; camminando nella campagna per un po’ di svago e per dare vigore al nostro corpo godiamo della bellezza della natura che ci avvolge con tutti i colori: dall’azzurro al blu del cielo, dal bianco al giallo  della luce, dal rosa all’oro e al rosso del sole… per passare poi al verde della natura, all’oro del frumento, al colore della terra… e, ancora, ai variopinti fiori e frutti. E che dire del canto degli uccelli: il passerotto, la rondine, la gazza ladra, l’upupa, il merlo, la cornacchia, lo stornello, il fringuello… E, poi, ecco il guizzo di una biscia d’acqua, i salti di un leprotto, la corsa di un coniglietto, il canto di un gallo, la risposta di una gallina, il volo di un gabbiano… il saluto di un cucciolo… E, da lontano la vita, del paese: le grida di bambini che giocano, i nomi gridati a voce alta, i rumori della strada, i rintocchi delle ore, il suono delle campane. E qui viene alla mente l’”Ave Maria” di Carducci: 

Ave Maria! La campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna.
Ave Maria!
Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scovrono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.

Allora la brezza leggera, il vento che ti accarezza, l’aria che sfiora il viso sembrano segni di una Presenza, autore di tutta questa bellezza, che pare ci dica: “Guarda, ammira, accogli, contempla, stupisci e… loda, ringrazia, gioisci e condividi. E, ancora, ci soccorre la poesia di Carducci:

Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?
Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anime invade.
Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

Tutto questo apre l’animo alla contemplazione e alla preghiera e ci prepara al ritorno nel contesto umano con uno spirito nuovo: quella luce, quel canto, quello spazio, quei colori, quelle voci, quei suoni, quel vento, quegli incontri… tutto rimanda a quella Presenza che tutto ha creato e che tutto ha offerto all’uomo: quella Presenza è Dio e si chiama Padre, che ci ha donato suo Figlio Gesù e lo Spirito dell’amore. E’ Lui che ha messo nelle mani dell’uomo questo meraviglioso creato perché possiamo curarlo come dono prezioso, onde possa sempre parlarci di Lui e la nostra cura sia una delle  espressioni dell’uomo per dire il nostro grazie e il nostro amore a Colui che “ci ha amati per primo”.

Sì, l’estate con la sua luce, il suo splendore, il suo calore e i tempi di riposo che ci concede, può diventare il tempo per rinsaldare i nostri legami con Dio e con i fratelli; per riscaldare il nostro cuore e renderlo sempre più sensibile verso i bisogni del prossimo e del creato che Dio ci ha affidato. Può essere il tempo e l’occasione per ricordarci che, come abbiamo il dovere di curare la nostra vita fisica, il nostro corpo, la nostra bellezza, così dobbiamo dare un senso a questa cura riconoscendo che siamo opera di Dio, insieme a tutto il creato, e solo se riconosciamo questa verità e impareremo a sentirci parte del creato e a curarlo come curiamo e desideriamo essere curati noi stessi.

Messa per mons. Morstabilini

Venerdì 26 luglio alle ore 18 in Cattedrale il vescovo Pierantonio Tremolada celebrerà la S. Messa nel 30° anniversario della morte di mons. Luigi Morstabilini.

Venerdì 26 luglio alle ore 18 in Cattedrale il vescovo Pierantonio Tremolada celebrerà la S. Messa nel 30° anniversario della morte di mons. Luigi Morstabilini.

Luigi Morstabilini, vescovo di Brescia dal 1964 al 1983, era originario dell’alta Val Seriana. Nasce a Ripa di Gromo il 15 settembre del 1907. Da ragazzo entra nel Seminario di Bergamo. In contemporanea con la teologia del Seminario frequenta la Scuola sociale di Bergamo, laureandosi nel 1930 in Scienze sociali. Viene ordinato a Bergamo il 30 maggio del 1931 e destinato come curato nella parrocchia cittadina di Boccaleone. L’anno seguente viene chiamato ad insegnare apologetica nel liceo del Seminario di Bergamo iniziando così un lungo servizio al Seminario. Dal 1944 al 1947 è assistente diocesano degli uomini di Azione Cattolica. Nel 1954 lascia l’insegnamento perché è nominato Pro Vicario generale della diocesi per il settore riguardante il clero e le attività cattoliche. Giovanni XXIII lo volle vescovo nella Diocesi di Veroli Frosinone. Eletto l’11 agosto del 1962, viene consacrato nella Cattedrale di Bergamo il 9 settembre dello stesso anno. L’8 ottobre del 1964 Paolo VI lo nomina a Brescia successore di mons. Tredici. In diocesi fa il suo ingresso l’8 dicembre. A Brescia il vescovo Morstabilini rimarrà 19 anni, tutti intensi di fatti, cambiamenti e trasformazioni. Prima di tutto la recezione del Concilio ecumenico Vaticano II. Testimoniano questo impegno le cinque lettere pastorali, scritte dal 1975 al 1979, sotto il comune titolo “Il cammino post-conciliare di una Chiesa locale”. Un altro capitolo va poi individuato nella sofferta decisione di portare a compimento il nuovo seminario Maria Immacolata. Modificando di poco il progetto iniziale, conclude l’impresa accettando anche l’impopolarità della tassazione alle parrocchie in proporzione al numero degli abitanti. La scelta è ripagata da anni ricchi di vocazioni: nel 1975 si arrivano ad ordinare 33 nuovi presbiteri. Accanto al tema del seminario nuovo va ricordato quello del seminario vecchio, palazzo Santangelo, che mons. Morstabilini vuole trasformato nel Centro pastorale Paolo VI. Un altro capitolo dell’episcopato di Morstabilini a Brescia è la visita pastorale, esperienza che lo impegna moltissimo. Una visita non più ispettiva e amministrativa ma dal tenore e sapore strettamente pastorale secondo il Concilio. Indetta l’11 aprile del 1971 viene iniziata a Precasaglio il 23 ottobre dello stesso anno e terminata a Boldeniga il 25 giugno del 1978. In sette anni vengono visitate tutte le 490 parrocchie della diocesi. Strettamente legato alla visita va ricordato il XXVIII Sinodo diocesano. Annunciato nell’ottobre del 1978, viene preparato da un anno sinodale e concluso con la celebrazione del Sinodo stesso il 7,8,9 dicembre del 1979. Il 21 novembre del 1981 viene presentato il libro sinodale dal titolo: “Per una Chiesa comunità che segue e annuncia Cristo”. Rilevante anche il capitolo missionario. In qualità di presidente della Commissione Cei per la cooperazione fra le Chiese e di membro della Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Morstabilini ha avuto per le missioni una grande attenzione: ha favorito le partenze dei fidei donum, ha visitato più volte le missioni dove operavano bresciani nei vari continente e fra i migranti in Europa, ha sostenuto la missione diocesana di Kiremba. È stato infine Morstabilini ad accogliere la visita di Giovanni Paolo II a Concesio e Brescia in memoria di Paolo VI domenica 26 settembre del 1982. Il 7 aprile del 1983 mons. Mosrtabilini annuncia che il Papa ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età e nello stesso tempo comunica l’elezione a vescovo di Brescia di mons. Bruno Foresti. Avvenuto il passaggio di consegne, si ritira a Scanzorosciate nei pressi di Bergamo, in un appartamento messo a disposizione dalle Suore Orsoline di Gandino. Socio effettivo dell’Ateneo di scienze, lettere e arti di Brescia dal 1968, diviene socio corrispondente a partire dal 1983. Dal 1983 al 1989 trascorre i suoi anni da quiescente. Il 26 luglio 1989 si spegne serenamente a Bergamo. I funerali si svolgono in cattedrale a Brescia il 29 luglio. Morstabilini è sepolto ai piedi del monumento a Paolo VI, il Papa del Concilio che lo aveva voluto pastore nella sua Brescia.

Battezzati per vivere la vita nuova da risorti

Nella seconda domenica di quaresima la liturgia ci ha proposto il meraviglioso brano della trasfigurazione di Gesù. Una visione mozzafiato, tanto che i tre apostoli presenti rimangono confusi, “imbambolati” diremmo noi: “troppo bello per essere vero!”; e non sanno cosa pensare, cosa dire, cosa fare. Pietro azzarda una proposta, ma “non sapeva quel che diceva”, commenta l’evangelista Luca. Eppure quello che vedono è la verità “più vera” di ciò che attende ogni uomo che voglia seguire Gesù: è la vita nella luce di Gesù, dove il bene, il vero, il bello risplendono per sempre… per l’eternità; e nessuno può più sciupare niente di ciò che Gesù ha toccato col suo amore oblativo.

Gesù vuole rendere certi, non solo i tre apostoli che ha condotto con sé sul monte, ma ogni uomo che voglia credere nel suo Vangelo e porre la sua fiducia in Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo, che tutti sono chiamati a condividere quella “bellezza eterna”.

L’evangelista Luca afferma che Mosè ed Elia, apparsi accanto a Gesù, parlano del “suo esodo che doveva compiere a Gerusalemme”. Vuol dire che l’attuarsi della verità di quella visione paradisiaca richiede un cammino di “uscita” – esodo, appunto – nel quale non si possono saltare le tappe. Gesù si è immerso completamente nella nostra umanità – lo stesso suo battesimo nel Giordano ne è segno –, ma non si è lasciato avvelenare dalle acque malefiche del peccato in cui sguazzava l’umanità. Ha attirato su dì sé tutto il male e il peccato del mondo, ha effuso il suo profumo di vita attraverso l’amore che bagna, lava, piega, sana, sostiene, raddrizza, scalda, risuscita … confondendo così l’odore di morte che il maligno ha diffuso nel mondo. Ha inebriato il principe di questo mondo, consegnandosi alla morte, illudendolo così di vittoria. La morte di Gesù, in realtà, non è altro che il risultato di quel cammino di abbassamento che segna lo stile di Dio, che è umiltà, benevolenza, pazienza, amore oblativo … capace di sconfiggere anche la morte, in quanto la vera vita appartiene a coloro che la sanno donare per amore. Vince veramente non chi fa morire l’altro, ma chi lo fa vivere, perché così dimostra di amare la vita; e solo chi ama la vita può vivere veramente. E la vita è una: è Dio! Chi combatte contro la vita di qualcuno combatte contro Dio, in quanto ogni vita è sua. 

Illudendosi di avere vinto, il maligno ha cantato vittoria, ma Gesù al terzo giorno si mostra vivo e annuncia che la sua vittoria è per la vita degli uomini, mostrando così la verità di tutto quanto ha detto, fatto e vissuto. Da allora l’uomo conosce la via della vita e sa che passa anche attraverso la sofferenza, la malattia, il dolore, la lotta, la solitudine, la tentazione, la prova, la morte … ma sa che tutto questo è un “esodo”: un “uscire” gradualmente dagli acquitrini del male, del peccato e della morte per giungere alla vita nuova, di cui già è reso partecipe nel battesimo, ma che viene sempre avversata da colui che vorrebbe la rivincita sul Dio della vita, pur sapendo che la vittoria di Gesù è definitiva.

Ecco perché noi non dobbiamo avere paura! Piuttosto, ritorniamo spesso alle fonti della grazia – i sacramenti e la parola di Dio, offerti dalla Chiesa – che rinnovano in noi la vita ricevuta nel battesimo, e ci troveremo su quel monte a contemplare Gesù risorto, vivente, che ci mostra i segni della crocifissione e della morte per dirci che la risurrezione e la vita anche per noi sono il risultato dell’accettazione della volontà del Padre, in ogni momento e situazione, nel segno di quel battesimo che ci ha fatti figli suoi nell’Unigenito Figlio Gesù. Allora sentiremo risuonare nel nostro cuore l’Alleluia pasquale anche nei momenti più tristi e bui della nostra esistenza, pur se la nostra bocca non riuscisse ad esprimerlo, ma il nostro spirito si unirà al canto della Chiesa che, non solo a Pasqua, ma ogni domenica e ogni giorno celebra nella Messa la pasqua di Gesù e la nostra pasqua e canta l’Alleluia pasquale. 

Ritorniamo al Battesimo e ci troveremo sempre a fare Pasqua.

A nome di tutti i sacerdoti e delle suore, a tutte le famiglie e ad ogni singola persona l’augurio più sincero di riscoprire il proprio battesimo come fonte di ogni grazia per la vita, accompagnati da Cristo Risorto e Vivente in mezzo a noi e dentro di noi. BUONA PASQUA.

Il ricordo di Mons. Olmi nella commemorazione di Mons. Luigi Corrini

Mons. Olmi, Vescovo Ausiliare Emerito della Diocesi, domenica 30 settembre, a chiusura delle Sante Quarant’ore, su suo espresso desiderio ha concelebrato la S. Messa con Mons. Eraldo Fracassi a suffragio, a due mesi dalla morte, di don Luigi. E’ nota l’amicizia che da sempre ha legato i due sacerdoti: compagni di studi in seminario, direttori degli oratori di Alfianello e di Bassano Bresciano e successivamente parroci di Montichiari e Verolanuova.

Entrambi hanno vissuto la loro esperienza pastorale in un periodo storico molto delicato e carico di grandi novità; hanno saputo interpretare le attese e le speranze contenute nei documenti conciliari e calarle in una realtà in continuo cambiamento. I quattordici anni vissuti da don Luigi a Leno (1961-1975) sono stati ricchi di esperienze ed hanno lasciato un segno soprattutto in campo sociale, grazie alla sua dedizione all’associazione delle ACLI e alla sua passione per la musica, quale direttore della Scuola di Canto S. Benedetto, che si è distinta in diverse occasioni a livello diocesano.

Una particolare attenzione don Luigi ha riservato agli anziani e agli ammalati che visitava e incontrava con attenzione e delicatezza. Dal 16 luglio riposa nel cimitero di Verolanuova, accanto ai suoi parrocchiani che ha servito pastoralmente per 28 anni (1975-2003). A distanza di sei mesi Mons. Olmi ha raggiunto in Paradiso il suo amico fraterno don Luigi.

I cantori della Scuola di Canto S. Benedetto

Dal cuore squarciato del tuo Figlio hai fatto scaturire per noi il dono nuziale del Battesimo

Nel racconto della Passione secondo il Vangelo di Giovanni ascoltiamo un passaggio significativo, che i padri della Chiesa hanno sempre letto con riferimento al Battesimo e all’Eucaristia: “uno dei soldati con una lancia gli (il riferimento è a Gesù crocifisso e morto) colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”  (Gv 19,34). Nel commento a questo testo la Bibbia di Gerusalemme afferma che “il sangue (cfr le note a Lv 1,5 e a Es 24,8) attesta la realtà del sacrificio dell’agnello offerto per la salvezza del mondo (“il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”: Gv 6,51b), e l’acqua, simbolo dello Spirito, la sua fecondità spirituale. Per questo molti Padri hanno visto nell’acqua il simbolo del battesimo, nel sangue quello dell’Eucaristia e in questi due sacramenti il segno della Chiesa, nuova Eva”, nata dal costato aperto di Cristo, nuovo Adamo (cfr Ef 5,23-32): da qui l’umanità nuova. 

Ecco, dunque, da dove deriva al battesimo la capacità di generare figli di Dio: dal sacrificio di Cristo sulla croce. Egli, dice sempre il vangelo secondo Giovanni, “chinato il capo, consegnò lo Spirito” (19,30b) e, subito dopo, ecco l’acqua che esce dal suo cuore, come segno della fecondità dello Spirito, cioè della sua capacità di generare creature nuove, figli di Dio. E’ il soffio vitale che Gesù lascia nel mondo, mentre la sua vita riprende la forma divina, in modo che la sua offerta sia un dono perenne di vita per tutti gli uomini. Una vita che non si annulla nella morte, ma, passando attraverso la morte, si rigenera fin quando sia introdotta nella definitività della vita divina.

E questo è possibile perché “dal cuore squarciato del suo Figlio, il Padre ha fatto scaturire il dono nuziale del Battesimo” (così leggiamo nel prefazio del Battesimo): per un gesto estremo d’amore Gesù ha fatto di noi una cosa sola con Lui, come Lui è una cosa sola con il Padre; come nelle nozze, dove i “due diventano una sola carne”. Così, essendo Gesù una cosa sola con il Padre ed essendosi unito a noi per mezzo della sua incarnazione, che ha il suo sigillo nella morte e risurrezione, ci conduce alla piena comunione con il Padre, attraverso quel patto nuziale che è il sacramento del battesimo.

In quel patto Dio si impegna alla piena fedeltà, alla quale non verrà meno, avendoci dato in pegno il suo stesso figlio e avendo effuso su di noi lo Spirito, che ci rende consapevoli della nostra figliolanza e della paternità di Dio nei nostro confronti e ci dona la capacità di chiamare Dio col nome di Padre.

Ma essere e vivere da figli rimane sempre una nostra libera scelta. Neanche il battesimo, che pure ci dona il germe della santità divina (cioè la possibilità di vivere da “santi”, in quanto figli del “Santo”, in un cammino che ci avvicina sempre più a Lui) costringe la nostra vita. Tocca a noi scegliere ogni giorno se appartenere alla famiglia di Dio, accogliendo i doni di grazia che ogni giorno Dio ci fa, non per legarci a sé in quanto nostro benefattore, ma per offrirci, nella gratuità del suo amore, i mezzi necessari a vivere un cammino di santità, che perfeziona la nostra umanità e la rende sempre più simile a quella di Gesù, l’uomo perfetto, cioè l’uomo pienamente riuscito.

Credo che la quaresima di quest’anno possa essere un ottimo esercizio di conversione, cioè un cammino che ci fa ricomprendere il nostro battesimo come il dono più bello che Dio in Gesù ci ha offerto per dare pienezza alla nostra vita di uomini e di donne, riscoprendolo come dono che apre davanti a noi la via per una vita bella, che conduce alla pienezza della verità dell’uomo, come sublime creatura, nella quale Dio stesso “si compiace”, perché in lei vede riflessa la sua immagine, non più sbiadita, grazie alla perfezione e alla santità del suo Figlio Unigenito, nella quale pure noi ci specchiamo.

“Io sono la via, la verità e la vita” dice Gesù, offrendosi a noi. Nessuno può offrirci di più, nessuno può offrirci tanto, nessuno al mondo può anche solo avvicinarsi ad una simile offerta da fare all’uomo. Allora vale davvero la pena di “vendere tutto” … per fare spazio in noi all’Unico che può darci tutto, perché Lui è Tutto. 

Buon cammino.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.

La misericordia e la carità

“La misericordia e la carità dei bresciani in casa e nel mondo”. Questa testimonianza su una mostra molto interessante è un ulteriore omaggio alla memoria di mons. Antonio Fappani

Mons. Antonio Fappani che ci ha lasciato il 26 novembre scorso volle affidare, al sottoscritto l’incarico di inaugurare, in Duomo Vecchio, la mostra “La misericordia e la carità dei bresciani in casa e nel mondo”, alla quale, come sempre, aveva dedicato tempo ed energie, convinto dell’importanza di far conoscere a tutti, bresciani e non, la storia della testimonianza della carità fiorita in terra bresciana, ad opera di istituzioni e singoli che hanno messo mano, rispondendo alle necessità via via manifestatisi lungo gli anni. Nessuno è stato dimenticato, non solo nell’elenco, ma attraverso documenti, dichiarazione di intenti, progetti condivisi, fotografie, ecc. Ad ogni “quadro” è stata aggiunta una didascalia che aiuta il visitatore a identificare tempi e operatori, singoli e istituzioni. Una mostra, è finalizzata a far vedere, a svelare ciò che è nascosto, perché non venga dimenticato. La storia della carità presenta una varietà di presenze e di interventi, corrispondenti a quella “interpretazione infinita” della virtù e della dimensione della carità, che ha dato luogo a realizzazioni originali e creative, da stupire.

Come ci testimoniano i 116 pannelli della mostra. La carità è frutto della misericordia, frutto visibile, che risponde con il “cuore” alla “miseria”: esattamente come fa Dio. La carità – misericordia non è qualcosa di aggiunto alla vita, ma ne costituisce la “dimensione” essenziale soprattutto della Chiesa definita come “agape”. Se non lo fosse o lo fosse solo in parte, tradirebbe la sua natura che gli Atti degli Apostoli (Atti 2,42) parlando dei primi cristiani così la esprimono: “Erano uniti nella fede e nella dottrina degli apostoli, nella frazione del pane e nella carità fraterna fino alla condivisione dei beni”. La carità così esercitata ha anche una valenza di carattere antropologico e sociale oltre che spirituale che dà origine a quella “Civiltà dell’amore” secondo la felice espressione di S. Paolo VI. Ha, essa, una “dimensione politica” che supera ogni forma di puro assistenzialismo, per adempiere agli obblighi di giustizia, perché “Non si può dare per carità, ciò che è dovuto per giustizia” (Paolo VI). Guarda ai diritti e si propone come “progetto” per una società nuova. Cerca le cause delle povertà, studia i problemi e cerca soluzioni. Ciò significa che la carità non ha rapporto solo con le patologie della società, ma con la sua fisiologia. Anche la globalizzazione chiede che si risponda – unendo forze e idee – alle esigenze dell’uomo cambiato. E della società che ha bisogno di tutti per non soccombere. La pastorale trova qui uno strumento utilissimo per la formazione soprattutto degli adolescenti e dei ragazzi che frequentano il catechismo, in preparazione ai sacramenti. Tenendo presente che la catechesi è Parola – trasmette i contenuti della fede – è Memoria che fa conoscere e trasmette il vissuto della comunità, è Testimonianza che coinvolge la vita. (cfr. Il Sinodo sulla catechesi, 1977). Di più: “Se vedi la carità, là vedi la Trinità” (S. Agostino), che “suscita il volere e l’operare” (S. Paolo, nella lettera ai Filippesi 2,13) e che ispira credenti e non, ad amare il prossimo e i poveri in particolare. Di Madre Teresa di Calcutta è stato detto che era convincente perché non “parlava” di amore, ma amava! Ci auguriamo che l’impegno lungimirante e generoso di mons. Fappani e lo sforzo di “Civiltà Bresciana” siano debitamente apprezzati.

Luciano Baronio