Puliamo il mondo

…Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi…

Laudato sì, Papa Francesco

Anche quest’anno il Circolo Legambiente Fiume Mella ha organizzato la giornata di “Puliamo il mondo”.

 Puliamo il mondo è un’iniziativa di cura e pulizia del territorio da rifiuti abbandonati che Legambiente organizza dal 1993. I cittadini che ne hanno voglia, all’insegna del senso civico e per chiedere città più pulite e vivibili, si ritrovano a condividere per diverse ore un’azione concreta come quella di ripulire un parco pubblico, delle piazzole, l’argine di un fiume con risultati immediatamente tangibili.

A Leno anche quest’anno Puliamo il mondo, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente del nostro Comune si è svolto come negli anni precedenti con la partecipazione di alcune classi elementari dell’Istituto Comprensivo di Leno, nelle mattinate di venerdì 28 e sabato 29 settembre. All’iniziativa, aperta a tutti, hanno aderito anche alcuni volonterosi lenesi.

Le giornate sono iniziate con il ritrovo presso il teatro civico e dopo la consegna del materiale utile al lavoro da effettuare, i partecipanti si sono recati nei luoghi indicati dal Circolo per le attività di pulizia che sono durate circa due ore, permettendo agli alunni coinvolti il rientro a scuola nei tempi stabiliti. Questi due giorni sono stati occasioni di incontro tra bambini e adulti per stimolare la consapevolezza fra i cittadini sulla necessità di un impegno civile a livello quotidiano, per attivare comportamenti responsabili di tutela e cura del territorio e per contrastare l’inciviltà purtroppo ancora assai presente dell’abbandono.

Puliamo il mondo è un atto concreto di impegno sociale, un gesto che ci avvicina agli altri senza distinzioni di etnie, culture e religioni: siamo convinti che un mondo migliore passi da un impegno collettivo.

Circolo Legambiente Fiume Mella

Il Vangelo della famiglia, gioia del mondo

IX incontro mondiale della famiglia, Dublino 21-26 agosto

Nel prossimo mese di agosto si svolgerà a Dublino il nono incontro mondiale delle famiglie. Questi appuntamenti sono nati da un’intuizione di Papa Giovanni Paolo II che nel 1994 decise di costituire un’occasione internazionale di preghiera, catechesi e festa che attirasse partecipanti da tutto il mondo con l’obiettivo di rafforzare i legami tra le famiglie e testimoniare l’importanza fondamentale del matrimonio e della famiglia per tutta la società. Il mio ricordo non può non andare al Family 2012 di Milano, dove decine di famiglie dei Gruppi Famiglia di tutta Italia parteciparono a questo evento. L’incontro di Dublino sarà il primo dopo la pubblicazione dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, documento che non è stato un semplice aggiornamento della pastorale familiare, bensì un modo nuovo di vivere la Chiesa e di realizzare l’amore di Dio Padre con gioia e speranza in famiglia e nella collettività. Papa Francesco chiede ad ognuno di noi: il Vangelo continua ad essere gioia per il mondo? E ancora: la famiglia continua ad essere buona notizia per il mondo di oggi?

Con una visione realistica possiamo guardare alle nostre piccole chiese domestiche, alle nostre comunità, alle nostre parrocchie e comprendere meglio se questo Vangelo è al centro della nostra vita, se lo leggiamo insieme per far sì che possa rigenerarci, aiutarci ad essere suoi testimoni fedeli. Possiamo dirci con onestà che non sempre “vi riconosceranno da come vi amerete” (Gv 13), ma siamo in cammino, crediamo a questa buona notizia e cerchiamo di testimoniarla. Papa Francesco cosi risponde: “La famiglia è il ‘si’ del Dio Amore. Solo a partire dall’amore la famiglia può manifestare, diffondere e rigenerare l’amore di Dio nel mondo. Senza l’amore non si può vivere come figli di Dio, come coniugi, genitori e fratelli”.

Quanto siamo consapevoli, allora, che la nostra piccola o grande famiglia è colma dell’amore di Dio? ll papa continua: “Desidero sottolineare quanto sia importante che le famiglie si chiedano spesso se vivono a partire dall’amore, per l’amore e nell’amore. Ciò, concretamente, significa darsi, perdonarsi, non spazientirsi, anticipare l’altro, rispettarsi. Come sarebbe migliore la vita familiare se ogni giorno si vivessero le tre semplici parole permesso, grazie, scusa. Ogni giorno facciamo esperienza di fragilità e debolezza e per questo tutti noi, famiglie e pastori, abbiamo bisogno di una rinnovata umiltà che plasmi il desiderio di formarci, di educarci ed essere educati, di aiutare ed essere aiutati, di accompagnati, di scernere e integrare tutti gli uomini di buona volontà”.

Tutti noi condividiamo questo sogno di una Chiesa misericordiosa, vicino a chi soffre, a chi è debole e stanco, ed è perciò che, nella nostra quotidianità, siamo chiamati ad edificare mattoncini di questa Chiesa, aiutandoci vicendevolmente a percorrere la strada con speranza e fiducia nello Spirito Santo che ci guida ed indirizza verso il bene comune Nei nostri Gruppi Famiglia, attraverso la lectio divina, la revisione di vita ed i campi estivi, possiamo ricaricarci di questo amore grande e misericordioso he deve continuare a sconvolgere le nostre vite e contagiare chi incrociamo ogni giorno. Le nostre relazioni, occasionali o permanenti, in famiglia, al lavoro, nel tempo libero, siano permeate sempre di gioia, ottimismo, coraggio e verità a partire dal vissuto di ognuno, come Gesù che accoglieva ed incontrava tutti, ciascuno, proprio lì dove la persona si trovava, senza giudicare.

Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

Venne nel mondo la Luce vera

Ci avviciniamo alla fine dell’anno ed è tempo di tirare le somme riguardo a questo 2017.

Pensando a questo periodo dello scorso anno mi accorgo che molte cose si trasformano ma sotto sotto restano sempre le stesse: in un articolo simile a questo scrivevo di come era stato aggiornato il sito e dei progetti che avevamo per il nuovo anno, e ora sto per fare lo stesso. Certo sono cambiati i contenuti, ma l’idea di fondo è che se siamo qui ora a scrivere di tutto (o meglio di una piccola parte) quello che è successo in questo anno è anche grazie ai ragazzi che compongono l’Area Comunicazione e che durante l’anno, a volte anche controvoglia ma spinti dal quel “è giusto farlo“, hanno preparato i testi, le immagini ed i video che ci hanno accompagnato. Non nascondo il fatto che ci sono stati momenti pesanti, di quelli che ti fanno dire “chi me l’ha fatto fare?“, ma il lavorare in e con un gruppo ci hanno aiutati a uscirne meglio di come ne eravamo entrati.

Il progetto più grande che ci ha coinvolti durante questo 2017, e del quale una parte si sta concludendo proprio in questi giorni, è stata la ricostruzione dell’archivio, che potete consultare qui.

Sono state inserite e pubblicate più di 13.000 immagini, alcune risalenti all’inizio degli anni ’80, che racchiudono una parte della storia della nostra comunità. Nella prima parte del prossimo anno completeremo la pubblicazione delle ultime fotografie, ma possiamo considerare questa sezione praticamente finita. Ora ci concentreremo sulle vecchie edizioni de “La Badia”: oltre a creare una copia digitale di ogni numero gli articoli verranno trascritti in modo da poter essere inseriti nell’archivio pubblicato sul sito ed essere facilmente consultabili.
Sui filmati abbiamo fatto un lavoro di rifinitura: anche grazie all’acquisto di una videocamera semiprofessionale abbiamo migliorato la qualità dei video. Oltre all’aspetto tecnico abbiamo lavorato anche su altri particolari, come la composizione e la luce, per continuare a migliorarci e creare prodotti che si distaccano dalla maggior parte del materiale pubblicato da altri enti.

Il mio auspicio è che questo trend di crescita continui, in modo da portarci continuamente ad affrontare nuovi impegni e sfide, che sono alla fine quello che ci fa crescere.

Buon Natale dai ragazzi dell’Area Comunicazione!

Missione compiuta: un primo bilancio del Festival

Risultati oltre le più rosee aspettative per la prima edizione del Festival della Missione, svoltosi a Brescia dal 12 al 15 ottobre: alcuni numeri e il bilancio dei promotori

Con il dialogo fatto di note e parole tra Davide Van de Sfroos e padre Franco Mella, si è concluso il Festival della Missione e ora è tempo di bilanci. Dalla sera di giovedì a quella di domenica si sono susseguiti più di 30 eventi, fra tavole rotonde, concerti, rappresentazioni teatrali e spettacoli, a cui vanno aggiunte le 22 mostre collegate al Festival e gli incontri nello Spazio Autori. Oltre 80 gli ospiti coinvolti, alcuni arrivati dall’estero: religiosi e religiose, tre cardinali e diversi vescovi, ma anche protagonisti della cooperazione internazionale, scrittori, giornalisti, studiosi e artisti.

Straordinaria la partecipazione di pubblico per un Festival alla sua prima edizione: circa 15mila le presenze negli eventi al chiuso, compresi coloro che hanno visitato le mostre disseminate in vari luoghi della città e in provincia. Gli incontri svoltisi in Università Cattolica, nel prestigioso Salone Vanvitelliano e all’Auditorium San Barnaba hanno fatto registrare, nella quasi totalità dei casi, il tutto esaurito, così come il concerto dei The Sun all’ex PalaBrescia. A questo numero va aggiunto quello, difficilmente stimabile, di coloro che hanno assistito agli eventi in piazza: dagli spettacoli di animazione di strada alle esibizioni corali (quello del Coro Elykia, domenica mattina, ha riempito la piazza Paolo VI), per arrivare agli “aperitivi con il missionario”, una proposta che ha suscitato grande interesse.

Tangibile la soddisfazione dei promotori. Secondo suor Marta Pettenazzo, presidente della CIMI (Conferenza degli Istituti missionari italiani), «il Festival ha raggiunto e oltrepassato le ragioni e gli obiettivi per cui l’abbiamo caldamente promosso In particolare mi piace sottolineare un elemento: il Festival è stato uno strumento e un segno tangibile di comunione e di sinergia. Al di là delle normali e necessarie discussioni per arrivare a intese condivise, lo spirito di comunione tra i diversi organismi e persone che vi hanno lavorato non è mai mancato. Questo è un grande obiettivo raggiunto, un “processo avviato” che difficilmente potrà essere bloccato. Insieme si può, anzi si deve». Sulla stessa linea don Michele Autuoro, direttore della Fondazione Missio (organismo pastorale della CEI): «Il Festival è stata un’esperienza straordinaria di comunione, dal Sud al Nord dell’Italia con quanti credono che solo la missione realizza appieno la Chiesa di Gesù. Una missione ad gentes paradigma di tutta la pastorale. Una comunione che abbiamo sperimentato anche con i tanti ospiti venuti da vari luoghi del mondo e con la Chiesa di Brescia e le sue istituzioni. Questa comunione è la sola che, come ci ha ricordato mons. Galantino nell’omelia di domenica, in un mondo lacerato e diviso può testimoniare la bellezza e la gioia del Vangelo, parola di vita e di senso per ogni uomo e donna ai crocicchi delle strade per invitarli alla festa e al banchetto dove nessuno è escluso».

Chi ha visto crescere il Festival giorno per giorno, nei lunghi mesi preparatori, è stato don Carlo Tartari, direttore del Centro Missionario di Brescia: «Le migliaia di persone che hanno partecipato ci testimoniano il fatto che la missione è capace ancora oggi di interpellare le coscienze, suscitare dibattito, attrarre interesse. Abbiamo provato, attraverso linguaggi diversi, a ridire la missione di annuncio e testimonianza del Vangelo che da duemila anni Gesù consegna ai suoi discepoli. La sfida ora è proseguire questo itinerario con consapevolezza e responsabilità».

«Soddisfazione e gioia» sono i sentimenti con i quali il direttore artistico, Gerolamo Fazzini, saluta la prima edizione del Festival della Missione: «Soddisfazione perché l’evento è stato percepito per quel si voleva fosse, ossia un’espressione di “Chiesa in uscita” che va nelle piazze, provando a parlare i diversi linguaggi della gente. Gioia perché a Brescia si è assistito a una festa vera, segnata da un clima di condivisione e di allegria palpabile, e, insieme, perché “Mission is possible” è stato un festival “diverso” dai tanti di cui pullula l’Italia. Diverso per la dimensione della preghiera come filo conduttore costante, per l’attenzione alle periferie (memorabile l’incontro in carcere), per la mobilitazione di tante realtà che hanno permesso di accogliere centinaia di persone a Brescia, per la valorizzazione di progetti-segno per i quali si è chiesta la solidarietà dei partecipanti». Ma la gioia più grande – conclude Fazzini – consiste nella sensazione che «ora il mondo missionario ha forse ritrovato, dopo questa scommessa vinta, una carica di entusiasmo in più per provare a comunicare la missione di sempre in modo nuovo».

Tutta la manifestazione è stata coordinata da: Elisa Lancini, responsabile organizzativo e logistica affiancata da Alberto Vanoglio, Veronica Monti, Tommaso D’Angelo; Stefano Femminis, responsabile della comunicazione, don Roberto Ferranti e Annarita Turi, responsabili dell’accoglienza, suor Antonia Dalmas, suor Briseida Cotto Ayala e padre Piero Demaria per l’animazione liturgica, Eleonora Borgia e Giovanni Rocca, responsabili per i giovani, Claudio Treccani e don Giovanni Milesi per il settore Scuole e Università.  La segreteria organizzativa era composta da: Chiara Gabrieli, Andrea Burato, Maurizio Tregambe e Raffaella Sousa. Hanno contribuito all’iniziativa oltre 50 volontari e gli studenti del corso “Teorie e tecniche del giornalismo a stampa” della Università Cattolica di Brescia, coordinati da Marco Meazzini.

Il Festival della Missione è stato reso possibile anche grazie al contributo di diversi sponsor e sostenitori – in particolare Fondazione Cariplo -, partner e mediapartner. Si ringraziano inoltre la EMI (Editrice Missionaria Italiana), il Suam (Segretariato unitario per l’animazione missionaria), l’Università Cattolica e l’Università degli Studi di Brescia e i bar del centro che hanno aderito all’iniziativa dell’aperitivo con il missionario; per il patrocinio, il Comune di Brescia, la Provincia di Brescia e la Regione Lombardia.

La sofferenza ha un senso e salva il mondo

La spiritualità e l’insegnamento del Beato Luigi Novarese

La sofferenza ha un senso. “Il cristiano sa, dalla fede, che la malattia e la sofferenza partecipano dell’efficacia salvifica della croce del Redentore”. E ancora: chi cura il malato deve saper unire alla competenza professionale “una coscienza di valori e significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni caso clinico un incontro umano”. Parole che si riferiscono ad aspetti importanti nella pastorale della salute: chiamano in cauusa il rapporto fra medico e paziente, sottolineano il valore terapeutico della fede, riportano l’attenzione degli operatori sanitari sulla visione integrale della persona, che è formata da corpo e spirito, fisicità e psiche. Parole che ricordano da vicino la spiritualità e l’insegnamento del beato Novarese. Interessanti, a questo proposito, sono gli spunti che si ricavano dalla lettura delle 140 pagine della Nuova Carta: sia per quello che riguarda i tempi centrali della fede (dalla difesa della vita al valore inviolabile della persona, al rispetto della legge morale) sia per quel che concerne l’accompagnamento spirituale del malato. Al paragrafo 31 si legge: “E’ dimostrato che in ogni patologia la componente psicologica ha un ruolo più o meno rilevante, sia come con-causa sia come risvolto sul vissuto personale. Di ciò si occupa la medicina psicosomatica che sostiene il valore terapeutico della relazione personale tra l’operatore sanitario e il paziente”.

Sessant’anni fa Novarese invitava i medici a non sottovalutare il modo con il quale il malato reagiva psicologicamente alla malattia. Sottolineava che alcune patologie erano il frutto di malesseri spirituali profondi. E, per quanto riguarda il rapporto fra medico e malato, sosteneva il valore di quella che oggi definiamo come “empatia”, il termine che indica la capacità del dottore di dedicare tempo e ascolto al paziente, di trasformare il rapporto umano in terapia. Altre voci della Nuova Carta intitolate “Psicofarmaci”, “Psicoterapia”, “Salute” ricordano, per alcuni aspetti, l’insegnamento di Novarese. Come la voce “Cura”, al paragrafo 3: “Nessuna istituzione assistenziale, per quanto importante, può sostituire il cuore umano quando si tratta di farsi incontro alla sofferenza dell’altro”.

La cura di sé per salvare l’anima

In una delle sue riflessioni spirituali, Paolo Marchiori, malato di SLA e responsabile del Centro Volontari della Sofferenza di Brescia, racconta il suo incontro con il Signore: “La sofferenza non deve spaventarci. Nel momento in cui soffriamo e abbiamo paura dobbiamo avere fede: Gesù arriva e ci prende per mano, scende dalla sua croce e carica sulle sue spalle la nostra”. Davanti alla malattia il beato Novarese invita il paziente a guardare dentro di sé e a fare leva sulle proprie potenzialità interiori. “Se il corpo è impedito, o spirito è libero…”. La vita spirituale è una risorsa potente: essa può essere indirizzata lungo il percorso interiore che Novarese ha sperimentato su di sé, durante la malattia. É così che l’infermo scopre la Via, Gesù risorto, che cambia la sua esistenza. “Infatti come sono esercizi corporali il passeggiare, il camminare, il correre, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di preparare e disporre l’anima a togliere da sé tutti i legami disordinati e a trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita”.

Per “preparare e disporre l’anima a trovare la volontà divina”, ci spiega Novarese, abbiamo bisogno di aiuto: possiamo affidarci a una guida spirituale, a un maestro di vita interiore che ci conduca ad aprire le porte più intime di noi stessi per fare spazio alla presenza del Signore. É questo un insegnamento utile per i nostri tempi. Nella società di oggi il malessere psicologico è diventato un business. Si prescrivono farmaci antidepressivi per curare le delusioni d’amore, gli stress scolastici, gli insuccessi professionali. I problemi umani sono diventati problemi medici: le difficoltà del vivere non si affrontano più con la formazione spirituale e il lavoro su se stessi, ma correndo in farmacia. Il beato Novarese ci propone un’altra strada. Ci invita a prenderci cura della nostra vita interiore per incontrare nella profondità di noi stessi Gesù e fare di lui il nostro maestro.

A cura di Maria Piccoli

Sale della terra e luce del mondo

5 febbraio 2017

Nella pagina evangelica odierna, Gesù utilizza due immagini esplicite, cioè molto chiare, per descrivere i discepoli. Li definisce: “Sale della terra e luce del mondo”. Da notare, cioè è un elemento su cui porre attenzione, che Gesù non dice ai discepoli che potrebbero essere sale della terra o potrebbero essere luce del mondo, ma che già lo sono e in virtù, in ragione della loro condizione non possono sprecare ciò che sono perché sarebbe un paradosso. Dice: “Il sale se perde il sapore a null’altro serve se a essere gettato” e sarebbe un paradosso..

Ma, seppur può sembrare o sarebbe un paradosso, non è raro che, purtroppo, le nostre vite siano senza sapore, o siano poco luminose. Attenzione! Perché anche in questo caso non sto parlando del fatto che vi sia qualcosa o qualcuno che copra i sapori, sto parlando della possibilità di abbassare il livello, la percezione del gusto.

Se Gesù ci dice questo, ossia di fare attenzione a non perdere sapore, è perché conosce la realtà umana e perché sa che questo rischio è percorribilissimo. Non so se anche a voi capita, ogni tanto, di scoprirsi senza sapore, di aver perso magari smalto, intensità, di aver perso la capacità di gustare qualcosa, di riscoprire il bello di ciò che facciamo tutti i giorni. Torno a dire che, se Gesù dice questo è perché è una ipotesi percorribilissima. Anche nei nostri discorsi capita, a volte, che commentando i comportamenti o lo stile di qualcuno, arriviamo a dire “eh non sa di niente!”. Quasi è peggio il fatto che non abbia sapore rispetto al fatto che possa invece avere un sapore amaro, perché potremmo anche tollerare il fatto di saper mangiare amaro, a volte. Ma noi siamo fatti così! Gli esseri umani sono fatti così: il non aver sapore ci dà fastidio, ci spiace, ci spiazza.

Bisogna, allora, fare attenzione a quando si perde il sapore. Quando abbiamo l’influenza, ci si accorge che i sapori vengono alterati, a volte non riesci a gustare le cose. C’è una patologia, che dice che non sei capace di gustare. Allora, questo Vangelo, penso possa aiutarci in primo luogo a tener monitorato il nostro saper gustare la vita; a tener monitorati i nostri livelli di percezione del gusto, della luminosità della nostra esistenza. Perché se neanche ci accorgiamo di perdere il sapore, allora, ancor di più andiamo in confusione.

Il non saper di nulla ci manda in confusione, ci appiattisce, crea una sorta di omologazione. Ora, non vorrei essere pessimista, ma ci accorgiamo un po’ tutti che oggi c’è una difficoltà oggettiva nel saper cogliere ciò che è buono rispetto a ciò che non lo è. Non è più così semplice saper discernere la volontà di Dio, perché forse abbiamo perso un po’ il gusto dell’esistenza, o meglio, abbiamo perso la capacità di gustare la vita.

Questo Vangelo, quindi, può darci questo monito, di tener controllato il nostro livello di percezione del gusto. Domandiamoci se siamo ancora capaci di trovare i sapori nella nostra vita, in quello che facciamo e in quello che siamo, perché se non accade, vuol dire che c’è una patologia.

Un secondo aspetto su cui poter fare attenzione grazie a questo Vangelo, è dato dal fatto che possiamo fare, invece, appello in modo consapevole a ciò che siamo. E ciò che siamo va al di là di ciò che facciamo. Ciò che siamo dice la nostra identità: noi siamo sale, siamo luce. Perché? perché in noi abita Dio ed è alla sua luce e al suo sapore che dobbiamo fare attenzione, a cui dobbiamo attingere. Se guardassimo di migliorare la nostra esistenza, o di adottare strategie o antidoti di fronte alle patologie che ci fan perdere il sapore della vita, solo in base alle nostre capacità, faremmo un grosso errore. Arriveremmo ad un certo punto in cui non saremmo più in grado di andare oltre e vorrebbe dire che tutto dipenderebbe solo da noi. Ma questo indicherebbe che saremmo ripiegati su noi stessi, che tutto dipenderebbe dalla sola nostra realtà, solo da noi! Questo non è vero. Abbiamo bisogno di fare appello a ciò che siamo, perché ciò che siamo è l’immagine di Dio. Diceva benissimo il versetto all’alleluia dove Gesù si proclama “Luce del mondo, e chi mi segue avrà la luce della vita”. Non è un caso che Gesù ai suoi discepoli dica che sono sale, ma nella misura in cui lo seguono. Se non lo seguiamo, perdiamo il sapore.

Fare appello a ciò che siamo, vuol dire appunto darci la possibilità di riconoscere ciò che in noi ci porta a togliere il sapore, e ad attuare strategie che ci possano permettere di recuperarlo. Noi siamo i cristiani, siamo quelli che danno il sapore della vita, quelli che danno la luce, quelli che danno il colore, che danno la gioia. Quando usciamo da questa chiesa o se viviamo le nostre vite in forma pallida o insaporita, diciamocelo, facciamo appello a quello che siamo. Dacci, il sapore, Signore! Dacci luce! Perché abbiamo bisogno di luce e sapore. Certo, non son qua a dire che se si perde il sapore, si perde la luminosità, almeno facciamo qualcosa che se anche ha un cattivo sapore, almeno è qualcosa. Assolutamente no. Solo che non aver sapore ci spiazza, ci manda in confusione. Se ho un sapore cattivo è una cosa grave ma almeno so che è una cosa da evitare perché mi spiace, mi dà fastidio. Il problema è quando non sai di niente. Se non sai di niente, non indichi neanche niente. Se penso ai miei ragazzi, a quanta fatica si faccia con loro nel riuscire a dare qualche orientamento, a volte me lo domando: non sarà, forse, che tu, don non sai di niente? O che perdi sapore? E se così fosse, allora recuperiamolo questo sapore. Chiediamo dono questo a Dio.

Follest 2012: un follest da tragedia!

Hanno detto del Follest:

“Bello, bello.”

“Si, bellissimo.”

“ Un’esperienza negativa che c’ha traumatizzati, ma da rifare.”

“Non ce la faccio più!”

“La prossima volta faccio di tutto per essere al Follest.”

Tra probabilità e imprevisti anche per quest’anno le serate estive del Follest si sono concluse.

Quattro serate di ermetico divertimento si sono succedute durante le prime tre settimane di Luglio e hanno visto giovani dai 14 ai 16 anni sfidarsi nel fango del paludoso campo dell’oratorio e nei particolarissimi giochi di abilità escogitati per l’occasione dalla finissima mente degli animatori. Il divertimento a mente sgombra da pensieri e impegni scolastici è da sempre il punto cardine di questa fantastica esperienza, in cui i ragazzi lenesi che durante la mattina sono impegnati a far divertire i più piccoli partecipanti del grest, si scaricano e si divertono in modo sano.

Un Follest che da sempre trae ispirazione dalla realtà che ci circonda e che se l’anno scorso celebrava insieme all’Italia i 150 anni della sua unità, quest’anno scherzosamente giocava sull’imminente fine del mondo annunciata per il fatidico 21 dicembre 2012, tanto da articolare le quattro serate ripercorrendo eventi catastrofici riletti in chiave spiritosa.

Follest 2012

Immancabili e sempre gradevolissime sono state: la serata nelle piscine comunali, che ha raccolto il consenso più alto tra le quattro serate proposte, e la gita finale a Gardaland, cominciata con un temporale che ha sfoltito l’afflusso al parco divertimento, garantendo così ai partecipanti una giornata davvero piacevole e all’insegna del bel tempo, un bel tempo dal tempismo perfetto che precisamente alle 22.30, orario di partenza, si è lasciato andare ad un temporale estivo chiudendo la giornata cosi come era iniziata.

Un Follest bello e divertente, ma un po’ amaro per gli organizzatori che hanno riscontrato un calo nella partecipazione, nota dolente che però non è riuscita a intaccare lo spirito fondante di questi momenti, all’insegna del sorriso e dell’ilarità. Ricordando che il Follest vi aspetta anche l’anno prossimo con nuove fantastiche avventure…

Buona estate e buon proseguimento.

LUNGA VITA AL FOLLEST!

Francesco

La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo

Oggi è necessario rivendicare per la famiglia il ruolo di soggetto economico globale, non solo come agenzia di consumo, risparmio, ridistribuzione del reddito e fornitrice di lavoro, sostanzialmente “maschile”. La famiglia è anche produttrice. Il Nobel per l’economia Becker ha affermato che anche quando essa consuma, produce valore, anche economico, attraverso un lavoro di trasformazione, anche se il PIL non lo registra. Un esempio: trasformare il cibo in pranzo. Un rapporto famigliare stabile “produce “ felicità, maggior rispetto per istituzioni e leggi, maggior partecipazione alla vita civile e al volontariato, aumento della soddisfazione individuale. Da ultimo l’economia cresce quando ha capitale sociale e beni relazionali, si vive il rispetto delle regole, la cultura civica e una fiducia diffusa. La famiglia che educa alla cooperazione, al senso civico… offre una forma specifica di capitale, produce beni relazionali, spirituali, non ancora debitamente riconosciuti.

Oggi si chiede alla famiglia di consumare di più per rilanciare la crescita, ma com’è possibile aumentare i consumi se non si lavora, oppure poco e male?

La gratuità e il dono accomunano la famiglia, il lavoro e la festa. L’arte delle gratuità che si apprende in famiglia riguarda anche il lavoro e l’economia. Gratuità non è sinonimo di gratis, sconto, non remunerazione. Ma è quella indicata nella Caritas in veritate come un modo di agire senza utilitarismo, riconoscere che il lavoro va fatto bene non in vista di un riconoscimento ma perché è un bene, è una cosa buona. La gratuità si fonda sull’etica delle virtù. La prima motivazione del lavoro ben fatto è dentro il lavoro stesso; la ricompensa è importante ma non è la motivazione del lavoro ben fatto, essa riconosce che il lavoro è fatto bene ma non ne è il “perché”. Per il lavoro ben fatto occorre la gratuità. Non può essere il denaro l’incentivo. Non aver premiato le virtù… questa crisi è creata anche da lavoratori e manager poco virtuosi. Da chi ha scambiato l’essere imprenditore con la speculazione.

Non usiamo la logica dell’incentivo anche dentro casa: il denaro ai figli come riconoscimento, non come un incentivo. Le cose vanno fatte bene (anche i compiti, il riordino della propria camera…) questo è il “perchè” del lavoro ben fatto. L’attuale cultura economica non capisce il valore del lavoro prevalentemente femminile svolto dentro casa e questo ha portato a giustificare stipendi più bassi per molti lavori educativi e di cura. “Il lavoro è veramente tale e porta anche frutti di efficienza e di efficacia, quando esprime un’eccedenza rispetto al contratto e al dovuto, quando cioè è dono”. Oggi economia e lavoro devono riconciliarsi con la festa. L’economia che non comprende il vero dono, non comprende neppure la festa e la gratuità e le relazioni non strumentali che ne sono parte essenziale. Le diverse le etimologie della parola festa rimandano al lavoro e alla casa. Festa non coincide con divertimento (=“volgere lo sguardo altrove”). Tre sottolineature: – la festa ha bisogno del lavoro; ricreando lavoro sostenibile si ricrea la possibilità della festa – con la festa sia in famiglia che sul lavoro si esperimenta l’essere comunità e l’avere un destino comune, si va oltre la logica efficientista, si rafforza la fraternità – la festa ha bisogno di tempo e di cura, richiede il lavoro della preparazione, dello svolgimento, del dopo, quando tutto è finito.

Gli stili di vita delle famiglie possono sostenere il cambiamento e dire molto alla politica e all’economia: per esempio che il vuoto dei rapporti non si colma col consumo delle merci, che la sobrietà è un bene, che la vulnerabilità e la fragilità sono parte integrante della vita e accolte a piccole dosi rendono più forti.

Luigino Bruni

Quattro passi per il mondo

Nel cuore del mese missionario l’Oratorio propone due incontri- testimonianza

mercoledì 20 Ottobre, ore 20.30 – Aula Verde

Quattro giovani della nostra comunità: Luca, Marzia, Laura, Federica, raccontano la loro recente esperienza vissuta in Etiopia, Bangladesh, Burundi, Rwanda.

mercoledì 27 Ottobre, ore 20.30 – Aula Verde

Chi vuol esser volontario? Incontro confronto con i volontari SVi per conoscere sostenere progetti di sviluppo e cooperazione

Gli incontri sono rivolti prevalentemente a giovani e adulti; Conoscere è già cambiare…