Il dono al Convento di clausura

Da più di 20 anni un gruppo di volontari bresciani scende nella città di S.Francesco per fare dei lavori nel monastero di Santa Chiara

Da più di 20 anni un gruppo di bresciani, in buona parte abitanti di Ome, lascia i propri paesi nel periodo estivo e attraversa gli Appennini alla volta di Assisi per vivere un’esperienza rara, di quelle che possono segnare. Un rito, una sorta di pellegrinaggio, un momento per uscire dalla routine quotidiana e vivere un’altra dimensione. Tre giorni dedicati a dare una mano a chi ha fatto della propria vita un dono per gli altri. Sono Franco Cortesi, alcuni amici e, da qualche anno, anche suo figlio Pietro.

Il gruppo anche quest’anno è partito nella notte di giovedì 18 per arrivare alle porte del Proto Monastero di Santa Chiara alle luci del mattino. Sulla porta ad attenderli c’erano suor Speranza e suor Luisa, sorella di Franco, suore di clausura Clarisse, promesse alla regola di Santa Chiara. Da quel momento è iniziato un weekend durante il quale il gruppo di volontari si è prodigato nel aiutare le inquiline del monastero nelle mansioni più specialistiche, per le quali c’è la necessità di un elettricista o un muratore, dalle grandi opere fino alla manutenzione ordinaria. Per tre gironi Franco e i suoi compagni di viaggio hanno dormito nei letti della foresteria, mangiato lo stesso cibo delle suore, vissuto i corridoi di un luogo in cui non esistono smartphone.

Ascoltato il silenzio e lavorato seguendo i ritmi del monastero, ma senza essere mai lasciati soli. La loro semplice presenza è un’eccezione data dalla contingenza. Una grande opportunità per questo gruppo di fortunati manutentori che in cambio dei propri servigi possono godere gli ambienti interni di un luogo ameno, della serenità delle quaranta Clarisse, dei loro canti, delle loro preghiere, della pace e anche della loro ottima cucina. Un’altra vita. Più delicata, più lenta, a tratti inenarrabile. Dedita alla prima regola scritta da una donna per altre donne. Da secoli immutata, ma energicamente fresca. Un luogo forse incomprensibile per chi non c’è mai stato, ma dal quale fa male al cuore staccarsi.

Voltolini: dall’episcopio al monastero

Il bollettino della Sala Stampa Vaticana ha annunciato oggi che il Papa ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Portoviejo, in Ecuador da parte dell’arcivescovo nato a Poncarale il 20 maggio 1948. Mons. Voltolini, che sarà a Roma per la canonizzazione di Paolo VI, rientrerà in Ecuador per entrare nella comunità monastica trappista di Santa María del Paradiso a Salcedo

La notizia è stata confermata dal bollettino della Sala Stampa Vaticana delle 12: papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Portoviejo, in Ecuador, presentata da mons. Lorenzo Voltolini. L’arcivescovo, nato a Poncarale il 20 maggio 1948 ha indirizzato nei giorni scorsi una lettera a don Roberto Ferranti, coordinatore della Pastorale della Mondialita e, direttore Uffici per le missioni, per i migranti, per l’ecumenismo in cui spiega le ragioni della rinuncia e la nuova strada che intende intraprendere. “Carissimi amici – sono le parole con cui mons. Voltolini apre la sua lettera –  il Santo Padre ha accettato la mia rinuncia da Acivescovo di Portoviejo che ho presentato a lui lo scorso mese di luglio. Ho solo 70 anni, dei quali ho vissuto 11 in Poncarale, 15 in Seminario, 5 a Passirano da curato, 14 a Latacunga da parroco e quasi 25 in Portoviejo. 44 di sacerdozio di cui quasi 25 come vescovo.

Mi sento un poco stanco, e penso che molti lo hanno notato, soprattutto dopo il terremoto del 2016, che ha sconvolto il ritmo della mia vita e quello della intera arcidiocesi di Portoviejo. Penso sia saggio lasciare ad altri più giovane e capace di amministrare una Chiesa locale in crisi positiva di crescita.

Dall’anno 2007 ho frequentato regolarmente ogni anno il monastero trappista di Santa María del Paradiso a Salcedo in Cotopaxi, Ecuador, vicino alla parrocchia che mi era stata affidata come parroco in Latacunga. Nell’anno 2014 ho presentato al superiore del monastero una richiesta ufficiale di poter far parte, a suo tempo, della comunità monastica, non come ospite ma come membro monaco della comunità.

Al momento della rinuncia ho presentato anche questo particolare al Santo Padre e mi è stata concessa questa grazia, per cui, in novembre, entrerò al monastero per essere un monaco in più nel monastero di Santa Maria del Paradiso. Spero poter visitare l’Italia prima di entrare in noviziato, magari per ricordare i 25 anni di episcopato, per poter salutare tutti, perché non so se, diventato monaco (senza smettere di essere vescovo naturalmente), potrò tornare in Italia ancora.

Chiedo a tutti un ricordo nella preghiera. Da parte mia prometto che sarete sempre nelle mie preghiere che, nel monastero occupano pù di cinque ore al giorno. Mi sarete presenti anche nel lavoro manuale e nelle altre attività monastiche. Quando sono venuto in Ecuador non pensavo proprio al monastero, ma la vita missionaria e quella da vescovo mi hanno fatto capire che, senza preghiera e vita interiore, la Chiesa non sopravvive e non progredisce.

Ora sarò a disposizione di tutti più che da sacerdote e vescovo perché con la vita contemplativa potrò raggiungere tutti nel Signore con un aiuto che rinfrancherà voi e preparerà me all’incontro con Dio per sempre. Il superiore della comunità che mi ospiterà un giorno ha detto giocosamente a un vescovo: “lei che è stato tanto tempo vescovo, venga al monastero per morire come cristiano”. Quando mi è stato riferito questo invito fatto a un vescovo io mi sono detto: “questo é per me”, ed ora il Signore lo sta realizzando. Ringrazio e ricordo tutti. Non fuggo dal mondo, ma entro nel mondo da una dimensione diversa, la dimensione di Dio. Con San Filippo Neri dico di tutto cuore “Preferisco il paradiso”. Amen. Sempre piú vostro”.

Mons. Lorenzo Voltolini, ordinato sacerdote il 15 giugno 1974, è stato vicario parrocchiale a Passirano (1974-1979). Nel 1979 parte come Fidei donum per l’Ecuador (1979-1993) e il suo primo incarico è quello di vicario parrocchiale della Cattedrale di Latacunga; nel 1980 viene nominato parroco della Ss. Trinidad de la Laguna. Nel 1988 assume l’incarico di segretario Area Santificazione della Chiesa della Conferenza episcopale ecuatoriana (1988-1994). Il 7 dicembre 1993 viene eletto Vescovo titolare di Bisuldino e ausiliare di Portoviejo. La consacrazione episcopale, a Portoviejo, è del 12 gennaio 1994. Riveste il ruolo di Presidente della Commissione Episcopale di Liturgia dal 2005 al 2011; quello di Responsabile della Sezione Liturgia del Celam (Consiglio episcopale latino americano dal 2007 al 2011. Il 6 agosto 2007 viene eletto Arcivescovo metropolita di Portoviejo.

San Benedetto da Norcia: legislatore e fondatore

Che cosa sappiamo di Benedetto, chi ci parla di lui?  Si può rispondere in breve così: tutto ciò che noi sappiamo della vita e figura di Benedetto lo dobbiamo quasi esclusivamente al papa San Gregorio Magno (540c-604).  Questi ce ne parla in una sua opera scritta nei primi anni del suo pontificato intitolata “Dialoghi”.  Opera che consta di “quattro libri”, in cui il pontefice narra la vita di parecchi santi.  Ebbene: il II Libro di quest’opera, in 38 capitoli, è interamente dedicato a narrare la vita e i miracoli di S. Benedetto. Pertanto i dati, sulla vita e santità di Benedetto,che ci vengono forniti dal grande Papa sono certi e sicuri: sono storici, non di fantasia. Egli li attinge direttamente dai monaci che hanno vissuto col santo: Costantino e Simplicio, successori di Benedetto a Momtecassino; Valentiniano, già monaco di Montecassino e poi superiore del monastero del Laterano; infine Onorato che era ancora vivo e dirigeva i monasteri di Subbiaco. 

Detto questo riassumiamo i momenti salienti della sua vita.

Benedetto nasce a Norcia (Perugia) verso il 480 d.C. da una famiglia nobile della “gens Anicia”. A Norcia compie i suoi primi studi con la sorella Scolastica, amato dai suoi genitori che lo formano alla fede cristiana con la fedelissima nutrice.   Viene poi inviato dai genitori a Roma perché possa approfondire gli studi letterari e giuridici consoni alla nobiltà della famiglia a cui apparteneva.  Disgustato dalla corruzione che trova a Roma, abbandona la città con la fedele nutrice e si rifugia ad Affile per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa, imparando a “nulla anteporre all’Amore per Cristo”. Dopo varie vicende più o meno spiacevoli, fonda, nella valle dell’Aniene, dodici monasteri di cui il primo e più importante quello di Subbiaco tutt’ora esistente, splendido per storia e arte, soprattutto dove i monaci “pregano, leggono e lavorano”, secondo la sua Regola.  Intanto la fama della sua saggezza e santità si diffonde, oltre che tra i semplici, anche tra la nobiltà locale.  Ma tanta fama gli attira gelosia e tentativo di ucciderlo, quindi decide di lasciare quei luoghi e inizia così il suo cammino verso l’antica città di Cassino dove fonda il grande monastero, tutt’ora esistente,faro di fede e cultura, dove resterà fino alla sua morte.  Qui erigerà un “monumento” formidabile: la sua Regula monachorum, Regola per i monaci. 

A Montecassino il 21 Marzo del 547, con le braccia elevate al cielo, sostenute dai suoi monaci, come nuovo Mosè,ricco di grazia, sapienza e santità, rende l’anima al Signore.

A Lui si addice quanto afferma la Liturgia: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e sarai per tutti una benedizione” ! (Gen.12,2). –

Da molti studiosi attuali, sia religiosi che laici, oggi si riconosce alla Regola benedettina un valore fondamentale, non solo per i monaci, ma anche per la Famiglia umana e per qualsiasi società imprenditoriale.  In seguito, pertanto, illustreremo alcuni capitoli fondamentali di essa, e ne riconosceremo la sua piena attualità. 

Oggi i Benedettini sono presenti in tutto il mondo con circa 2.000 monasteri e 9.000 monaci e le monache sono 19.000.

I cittadini di Leno dovrebbero essere riconoscenti ai Benedettini, in quanto, chiamati da Re Desiderio, che fondò l’antica Abbazia di S. Salvatore, coltivarono e dissodarono non solo il terreno, ma misero le basi per una vita cristiana autentica, compiendo una grande opera di evangelizzazione, spiritualità, caritativa e di ospitalità.

Silvano Mauro Pedrini OBS

Il monastero di San Benedetto: una storia lunga più di mille anni

Il 10 giugno 1967, con un decreto di Paolo VI, il papa bresciano, fu conferito il titolo abbaziale alla nostra chiesa arcipresbiteriale dei Santi Piero e Paolo. Perché questo importante riconoscimento?

Leno, fin dall’alto medioevo, fu sede di un potente monastero, uno tra i più importanti d’Europa. Fondato nel 758 dall’ultimo re longobardo Desiderio, l’abbazia, intitolata al Salvatore, fu ben presto dedicata a San Benedetto. Primo abate fu Ermoaldo, che giunse dal monastero di Montecassino con undici monaci, portando in dono per il nuovo cenobio la reliquia di San Benedetto e quelle dei martiri romani Vitale e Marziale, ricevute dal papa Paolo I. Generosamente dotata di beni dal suo fondatore, l’abbazia fu oggetto di cospicue donazioni anche da parte di Carlo Magno, re dei franchi e imperatore del Sacro Romano Impero. Le sue proprietà, distribuite su un’area geografica che comprendeva i vasti territori del centro-nord Italia, ma soprattutto il regime di esenzione dalla giurisdizione del vescovo bresciano, favorirono la nascita di una potente realtà politico-economica. Ne è testimonianza l’impegnativo intervento, voluto dagli abati che ressero l’abbazia nell’ XI secolo, i quali, per  sottolinearne il prestigio, decisero di raddoppiare la chiesa del monastero eretta da re Desiderio e di costruire un grande campanile.

Durante la prima metà del secolo successivo, l’abbazia fu coinvolta non soltanto nelle vicende tumultuose della chiesa bresciana, agitata dal movimento riformatore di Arnaldo da Brescia, ma anche negli episodi violenti che videro contrapposto il comune cittadino alla realtà dei conti rurali. Altri gravi danni l’abbazia subì durante la seconda metà del XII secolo nei decenni dello scontro fra comuni lombardi e il Barbarossa. Furono proprio questi episodi che indussero l’abate Gonterio a prendere l’iniziativa di rilanciare il ruolo dell’abbazia, ponendo mano, fra l’altro, ad una radicale opera di restauro degli immobili monastici, che si concluse nel 1200 con la realizzazione dell’ampliamento e del rifacimento della chiesa abbaziale. Gli sforzi, poi, che nella seconda metà del XIII secolo e nel secolo successivo videro impegnati gli abati, ebbero soprattutto l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio del monastero, messo in pericolo non solo dai rettori dei comuni delle città vicine, ma anche dai signori, titolari delle sempre più potenti signorie regionali, che andavano in quel periodo definendo l’assetto dei loro ambiti territoriali. Il confronto si sviluppò, tuttavia, anche con i rettori del comune di Leno. Forti dell’appoggio cittadino, essi condussero una lunga vertenza per l’acquisizione di un’autonomia sempre più consistente dalla giurisdizione abbaziale.

Va pure messo in evidenza che tra il XIV e il XV secolo vari tentativi furono avviati dagli abati più intraprendenti per riorganizzare il patrimonio del monastero e ripristinarne il ruolo politico; fino al momento in cui assunse il titolo di abate Bartolomeo Averoldi, il quale nel 1451 avviò le pratiche per aggregare il monastero alla Congregazione di Santa Giustina di Padova. Le trattative non ebbero però esito positivo. Quando all’abate Averoldi fu prospettata la nomina ad arcivescovo di Spalato, la sua rinuncia alla dignità abbaziale aprì la strada al conferimento in commenda da parte del papa Sisto V dell’abbazia al cardinale Foscari.

Nel 1479, sette secoli dopo la sua fondazione, l’importante istituzione benedettina della pianura bresciana cessava il suo ruolo originario per divenire realtà patrimonializzata, affidata sia alle cure, ma anche allo sfruttamento dell’abate commendatario di turno, fino alla sua soppressione avvenuta nel 1783 con provvedimento assunto dal Senato della Repubblica di Venezia, che autorizzava la demolizione della chiesa abbaziale e l’alienazione degli ultimi beni immobili.

Daniela Iazzi

Monastero invisibile

Pregare per le vocazioni significa desiderare che ogni fedele arrivi a riconoscere, in ogni fase della sua vita, la propria vocazione, cioè il senso vero e profondo del cammino con il quale il Signore lo sta attirando a sé, il valore unico e irripetibile della propria esistenza! Pregare per le vocazioni significa riconoscere che è a Dio che bisogna rivolgersi, perché è solo grazie allo Spirito Santo se il mistero della vita di ciascuno può svelarsi in pienezza come chiamata all’incontro con Lui.

Logo Anno della Fede

Pregare per le vocazioni (tutte!) significa amare la Chiesa, desiderare che continui a crescere in bellezza e santità, avendo a cuore la sorte e il cammino dei fratelli e delle sorelle che con noi ne fanno parte. Pregare per le vocazioni significa essere riconoscenti a Dio, perché nella sua infinita bontà continua a suscitare persone di buona volontà che, facendo della propria esistenza un dono d’amore, testimoniano, nelle varie situazioni in cui la vita li chiama, che il regno di Dio è vicino, è in mezzo a noi! Allora… “Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura…” (Gv 4,35).

L’Anno della Fede appena iniziato, ci invita a rafforzare il nostro Credere con la vita e la preghiera.

Ecco una proposta per quanti vorranno aprire il cuore e rendersi disponibili ad un impegno di preghiera per le VOCAZIONI che la Diocesi ci offre attraverso: “Un Monastero invisibile”.

LA NOSTRA PROPOSTA consiste in un’ora di preghiera il primo sabato di ogni mese a partire da febbraio. Ci troviamo nella cappella dell’oratorio alle ore 17 per pregare insieme.

Giorni di silenzio presso la comunità monastica di Bose

La possibilità di trascorrere alcuni giorni a Bose è davvero una grazia del Signore.

bose

A partire dai primi secoli vi sono stati uomini e donne, chiamati ben presto monaci, che hanno abbandonato tutto per tentare di vivere radicalmente l’evangelo nel celibato e riuniti in comunità.

Bose si innesta in questa tradizione, propria dell’oriente e dell’occidente cristiani, per vivere oggi il progetto del monachesimo, sotto la guida di una regola e di un padre spirituale, chiamato priore, che hanno il compito di rimandare costantemente all’unica luce dell’evangelo di Gesù Cristo.

«Bose» è una comunità monastica di uomini e donne provenienti da chiese cristiane diverse, è una comunità monastica in ricerca di Dio nel celibato, nella comunione fraterna e nell’obbedienza all’evangelo, è una comunità monastica presente nella compagnia degli uomini e al loro servizio. Ci siamo affiancati a questa comunità per alcuni giorni e – credo – questa esperienza ci abbia fatto davvero bene. La possibilità di ascoltare la parola, di meditarla in silenzio, di applicarla alla nostra vita, di celebrarla nella preghiera semplice, coinvolgente, “bella”, condivisa sono solo alcuni aspetti che rendono questa esperienza importante e profonda. Mi colpisce sempre la grande serenità dei monaci: noi li pensiamo un po’ come persone eccentriche o lontane, mi accorgo invece di quanto siano nel mondo pur non essendo del mondo. Ringrazio di cuore coloro che hanno condiviso questi giorni e i tanti che si sono affidati alla nostra preghiera e al nostro ricordo. A Bose torneremo, potrebbe essere una proposta nuova e provvidenziale al bisogno che tutti  noi abbiamo di dissodare le radici della fede. La preghiera, la celebrazione, la condivisione, la parola non sono appannaggio solo di alcuni, sono elementi costitutivi della nostra comunità parrocchiale, rinnoviamo l’impegno a viverli con entusiasmo e semplicità, solo così Bose non si riduce a una parentesi, a un dettaglio del nostro cammino di vita cristiana.