Nessuno di noi vive per se stesso

S. Messa di saluto alla Diocesi di Brescia. Cattedrale di Brescia, 17 settembre 2017

Una delle più belle esperienze di libertà che la fede ci dona è la possibilità di ringraziare sempre, in ogni circostanza della vita. Non perché tutto quanto accade sia bello e buono – la fede non ci rende né ingenui né superficiali – ma perché sappiamo che Dio nutre su di noi pensieri di pace e di consolazione e che, nella sua sapienza e potenza, Egli “fa servire ogni cosa al bene di coloro che lo amano.” Se pure il male è dolorosamente presente nella nostra vita, al bene spetta la prima parola e l’ultima: la parola che fa nascere e la parola che porta l’esistenza a compimento. Al termine di ventidue anni di episcopato dieci dei quali vissuti a Brescia, desidero con tutto il mio cuore ringraziare il Signore: lo ringrazio perché mi ha chiamato a questo servizio, lo ringrazio perché mi chiama a consegnarlo nelle mani di qualcuno che lo continui con altre iniziative e altre energie. Il servizio episcopale è un ‘bonum opus’, una cosa bella, dice san Paolo scrivendo a Timoteo; così l’ho sperimentato e ne do volentieri testimonianza. Non è sempre un compito facile; a volte l’ho sentito pesante per le mie deboli spalle, ma sempre l’ho vissuto come un dovere fecondo, una provocazione a maturare ogni giorno nel senso del servizio evangelico; e il Signore non mi hai mai fatto mancare la sufficiente consolazione. Ma come è grazia di Dio diventare vescovi, così è grazia di Dio lasciare per obbedienza il ministero di vescovo.

D’accordo con il Nunzio in Italia, ho scritto la lettera di riconsegna del mio servizio il novembre scorso. L’ho fatto perché desideravo che la distanza tra il compimento del 75° anno e la nomina del successore fosse la più breve possibile. È infatti un periodo ‘zoppo’ nel quale si ha difficoltà a prendere decisioni importanti. E una diocesi come Brescia ha bisogno di camminare quanto più è possibile sciolta, senza impacci. Le cose sono andate come speravo. E forse ancor meglio perché la nomina di mons. Tremolada è per me motivo di gioia grande: il nuovo vescovo è un vero servo della parola di Dio, che ha imparato dall’insegnamento e dall’esempio di Carlo Maria Martini; ha un tratto umano affabile e rasserenante che sarà facile percepire e apprezzare; ha desiderio di dialogare con tutti e in particolare coi giovani; non è impaurito ma piuttosto stimolato dai cambiamenti che la società sta vivendo e che richiedono risposte creative proprio per fedeltà a quel Cristo che è “ieri e oggi, lui lo stesso nei secoli.”

Non ho mai detto o fatto nulla per ottenere titoli o posti di prestigio (stranamente, anche in questo atteggiamento è presente un pizzico di orgoglio che mi appartiene); nello stesso modo non ho mai rifiutato quanto mi veniva chiesto. Sono diventato vescovo volentieri, rispondendo alla richiesta di Giovanni Paolo II; sono venuto a Brescia volentieri, rispondendo alla richiesta di Benedetto XVI; ora, altrettanto serenamente, lascio il servizio diocesano. Per far che cosa? Per fare, insieme ad altri preti amici, quello per cui sono diventato prete: predicare Gesù Cristo e la sua croce come salvezza; celebrare il mistero di Cristo che vive nei secoli; riconciliare le persone con Dio che ha donato loro la riconciliazione in Cristo. Vorrei poter lasciare a qualcuno, come in eredità, quelle parole che aiutano a vivere, quell’amore che rende appassionante la vita, quel senso di correttezza e di giustizia che permette di vivere la vita sociale rispettando e sentendosi rispettati. Non ho altri progetti per il futuro; mi rimane, sì, il desiderio di conoscere: paratus semper doceri, come diceva il card. Mercati, bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Anche a questo, se il Signore vorrà, dedicherò con gioia il tempo libero che spero sia abbastanza disteso. Mi sembra che non solo i gesti religiosi, ma tutta la cultura dell’uomo – le sue innumerevoli creazioni pratiche, artistiche, intellettuali – rendano testimonianza a Dio, perché indirizzano il cuore umano alla trascendenza, a ciò che va oltre l’immediato, l’utile, l’evidente.

È vero, come cantavamo da ragazzi nei campi-scuola, che “partire è un po’ morire”; ma anche la morte è dimensione essenziale dell’esistenza umana e le piccole, parziali morti che subiamo nel tempo ce ne mantengono sanamente consapevoli. Il canto continuava: “ma non addio diciamo, allor, che uniti resteremo… che ancor ci rivedremo.” Proprio così: i legami di conoscenza e di affetto che costruiamo nel tempo rimangono come memoria di cui essere grati; e, nel Signore, la nostra speranza è la comunione, non la dispersione. Ma i legami umani non sono catene che imprigionano nel passato; sono invece punti di sicurezza e di forza che ci permettono di percorrere con maggiore scioltezza nuove strade. Il traguardo ultimo, dice la lettera agli Ebrei, è solo “la città dalle solide fondamenta di cui è architetto e costruttore Dio stesso.” Mi sono chiesto più volte se davvero desidero intensamente questa città e la risposta non mi è chiara del tutto. La desidero certo, se non altro perché vorrei ritrovare mia madre e mio padre e i miei familiari, rivedere – anche se non so immaginare come – tanti volti amici. Ma è un desiderio ancora molto umano, molto ritagliato sulla misura del mondo. Credo che proprio l’esperienza delle potature che la vita ci impone sia la strada per purificare questo desiderio e orientarlo progressivamente verso Dio. Abbiamo imparato a pregare: “O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco. Di te ha sete la mia anima, a Te anela la mia carne come terra assetata, arida, senz’acqua.” E ancora: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.” Ritrovare genitori, parenti, amici, ma in Dio, nella trasfigurazione di una gioia e di un amore di cui qui possiamo godere solo qualche assaggio passeggero.

Per questo è bello che la liturgia ci abbia offerto, stupenda, la seconda lettura: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.” Il dinamismo della fede – cioè la risposta gioiosa all’amore con cui Dio ci raggiunge – ci strappa al nostro egocentrismo e ci fa trovare un nuovo, più alto equilibrio, nell’appartenenza al Cristo Risorto: a Lui siamo legati da gratitudine senza misura, a Lui apparteniamo con tutto noi stessi, in vita e in morte. Siamo tutti costretti, lo vogliamo o no, ad obbedire alla vita e la vita è una scuola esigente. Ma la scuola non basta a creare persone intelligenti: bisogna apprendere personalmente quello che la vita ci insegna; bisogna vivere ciascuna età per le opportunità che offre (e c’è spazio per gioie autentiche) e per i limiti che impone (e c’è spazio per un’obbedienza eroica). Tenere lo sguardo verso Gesù che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”, consegnare come Lui e attraverso di Lui la nostra vita al Padre con la sicura speranza che alla fine “Dio sarà tutto in tutti.”

Ho cominciato ringraziando Dio: Termino con gli altri doverosi ringraziamenti agli uomini. Al presbiterio bresciano, anzitutto, e alla comunità dei diaconi. Un vescovo non esiste senza un presbiterio come un presbiterio non esiste senza un vescovo; debbo dunque riconoscere che ho ricevuto la mia impronta di vescovo dai presbitèri che ho presieduto: quello di Piacenza-Bobbio, quello di Brescia. Il Concilio ha delineato una nuova figura di prete e una nuova figura di vescovo, ciascuna rapportata all’altra. E stiamo lentamente imparando a incarnare questa visione in esperienze concrete, in rapporti di fiducia, di fraternità, di collaborazione. Non è facile per un vescovo assumere questo nuovo stile e delle mie insufficienze posso solo chiedere sinceramente perdono mentre ringrazio i preti della fedeltà, dell’affetto, dell’impegno ammirevole nel servizio pastorale. Dio vi benedica, vi renda umilmente fieri della vostra missione, vi faccia crescere nell’amore fraterno e nella stima reciproca. Dovrei qui ricordare uno a uno i collaboratori più vicini verso i quali sento un debito grande per il servizio e per la pazienza con cui hanno dovuto sopportarmi: li porto al Signore in questa celebrazione eucaristica.

Infine, insieme al mio presbiterio, voglio ringraziare tutti i Bresciani: religiosi e religiose, persone consacrate, laici, catechisti, ministri della comunione, volontari, accoliti, lettori, gruppi, movimenti… ; autorità civili, associazioni, giornalisti… insomma la grande varietà della Chiesa e i tutta la cittadinanza bresciana. Dio li benedica e li custodisca tutti nella speranza. Con questi sentimenti mi preparo a offrire il sacrificio della Messa. Il pane e il vino che presentiamo sull’altare sono il nostro lavoro, la nostra fatica; poca cosa, un po’ di pane e un po’ di vino. Ma su questo materiale così povero che è la nostra vita invochiamo il dono dello Spirito Santo perché il pane e il vino – la nostra vita – diventino il corpo e il sangue di Cristo – la pienezza dell’amore. Dio può fare questo; per questo crediamo in Lui.

+ S.E. Luciano Monari

Il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo

Omelia del vescovo Luciano nell’ordinazione episcopale di mons. Ovidio Vezzoli – Cattedrale di Brescia, 02 luglio 2017

Amare Gesù più che il padre, la madre, il figlio, la figlia; prendere sulle spalle la propria croce e mettersi in cammino al seguito di Gesù; perdere la propria vita… non si può certo dire che questo vangelo sia accomodante. È soprattutto il confronto con i genitori e con i figli che ci colpisce. Se Gesù avesse parlato dei soldi, della carriera, del successo, e avesse detto che dobbiamo amare Lui più di tutte queste cose avremmo capito. Ma i genitori… come si fa a fare un confronto? Verso di loro abbiamo un debito che non riusciremo mai a estinguere; e i figli… come porre limiti all’amore per loro? Eppure il vangelo va preso così, proprio come suona, senza addolcirlo o sfibrarlo: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” Possiamo spiegare che non si tratta di avere più o meno affetto, ma di collocare l’obbedienza a Gesù prima del desiderio di compiacere agli altri, fossero pure le persone a noi più vicine e più care. Ma come si giustifica un’esigenza così radicale?

La religione come conforto in mezzo alle molte tribolazioni della vita è facilmente compresa e apprezzata da molti; così pure la religione come modo di dare significato agli eventi più intensi della vita – la nascita, il passaggio all’età adulta, il matrimonio, la malattia, la morte: l’uomo ha bisogno che la sua vita non appaia insignificante e i riti religiosi sono lo strumento più efficace a questo scopo. Ancora è apprezzata la religione quando si esprime in volontariato, servizio sociale, istituzioni di beneficenza. Ma il cristianesimo non è solo questo; il cristianesimo ha la pretesa di offrire all’uomo un orizzonte ultimo e vero di significato che motivi tutte le sue attività, misuri il loro valore, orienti il loro svolgimento. Mentre penso queste cose mi rendo immediatamente conto di quanto esse debbano apparire inattuali all’uomo di oggi. La società contemporanea non è più la società medievale che poteva organizzarsi attorno ai monasteri e alle chiese. È una società che ha sviluppato innumerevoli linee di interesse e di azione secolare: scienza e tecnologia, politica ed economia, arte e musica, educazione e diritto… ciascuno di questi ambiti con le sue leggi proprie, con una serie infinita di specializzazioni che richiedono studio, applicazione, esperienza. Come pensare che un uomo singolo, vissuto in un piccolo angolo della terra, quando ancora di tutto questo mondo moderno non c’era sentore alcuno, possieda il segreto per dare il giusto senso al mondo dell’uomo e al cosmo stesso? Come pensare che il rapporto con lui sia decisivo per il senso di ogni esistenza umana? Eppure solo questo darebbe un fondamento ragionevole alla pretesa di Gesù: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me…”

Caro Ovidio, sono felicissimo di poterti imporre le mani, insieme ai vescovi conconsacranti e a tutti i vescovi presenti perché tu possa, per il dono dello Spirito Santo, servire la chiesa di Fidenza come vescovo. È una vocazione bella, quella dell’episcopato, e prego il Signore che tu possa viverla nella gioia per tutti i singoli giorni del tuo servizio. Con l’elezione del Papa e l’ordinazione di oggi entri nel collegio dei vescovi e a Fidenza sarai il segno della comunione cattolica che si costituisce attorno al vescovo di Roma; nello stesso tempo, vieni messo a capo del presbiterio fidentino per essere origine e strumento dell’unità di tutti i presbiteri. Sarai dunque uomo di comunione; ti verrà chiesto non di essere genialmente originale, ma di essere creativamente fedele perché l’unica Chiesa possa manifestarsi a Fidenza attraverso la tua parola, il tuo servizio liturgico, il tuo governo, la tua persona. L’ordinazione è il segno che non ti assumi questo incarico da te stesso, ma che sei mandato da Gesù stesso attraverso la chiamata concreta della Chiesa. Consapevole di questo, potrai e dovrai rimanere umile sapendo di portare un tesoro prezioso in un vaso d’argilla; ma soprattutto dovrai amare Gesù sopra ogni altra cosa, dovrai servire il Regno di Dio mettendolo al primo posto nei tuoi interessi.

Siamo allora rimandati all’interrogativo iniziale: che senso ha oggi sottomettersi a Cristo e avere Cristo come orizzonte di riferimento della propria vita? Di Gesù è scritto che è passato in mezzo a noi facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del male perché Dio era con lui. Ebbene, la relazione con Gesù serve a costruire questo tipo di uomo: che passi facendo del bene, che si confronti vittoriosamente col male perché ha in sé la forza di amore che viene da Dio solo. Ora, è proprio su questo campo che si gioca la partita decisiva del futuro del mondo. Se l’uomo è saggio e buono anche i suoi progetti e le sue azioni diventeranno saggi e buoni; ma se l’uomo è sciocco perché valuta più l’apparenza che la realtà, se è malvagio perché pone il suo vantaggio particolare prima della giustizia, se è avido e si serve della conoscenza come di uno strumento per prevalere sugli altri, il risultato non potrà che essere il declino della società. Fare l’uomo saggio e buono, giusto e generoso. Questo è l’obiettivo del vangelo e questo è il servizio che viene affidato a te, caro Ovidio, e al presbiterio di Borgo san Donnino insieme con te. Sappiamo di essere deboli, ma sappiamo anche che il vangelo è forza di Dio; siamo un piccolo gregge, ma il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo, nessuno escluso.

La parola di Dio rivolta all’uomo gli dà un’identità forte, lo rende responsabile, muove il suo cuore a desideri grandi, colloca la sua vita entro un disegno universale di amore e di fraternità. Il battesimo, abbiamo udito da Paolo, innesta l’uomo nel mistero pasquale di Cristo perché possa vivere per Dio, come creatura nuova. La fraternità ecclesiale fa del presbiterio e di tutta la Chiesa locale un cuore solo e un’anima sola perché la civiltà dell’amore non appaia un’utopia irrealizzabile, ma un progetto di vita da perseguire con lucidità e perseveranza. Questa è la missione magnifica del vescovo e dei suoi preti. Per questa missione vale la pena giocare tutto.

Ma il vangelo ci ricorda anche: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”. La croce del vescovo; che non è più pesante di quella di un prete e nemmeno di quella di un padre di famiglia, ma che ha le sue caratteristiche proprie. La prima, paradossalmente, è l’obbedienza: se qualcuno pensa che il vescovo possa fare quello che vuole e che il suo compito consista nel comandare, si sbaglia, e di grosso. Il vescovo è al servizio della diocesi, dei preti, di chiunque abbia un qualche sofferenza da esprimere o qualche speranza da nutrire; il suo tempo non è più privato, ma si riempie a partire dalle esigenze, dai bisogni, dai desideri di altri. Ma questa obbedienza è preziosa: nasce dall’amore e diventa poco alla volta la via della libertà da se stessi, dai propri programmi, dalle proprie preferenze. Pesante sì, la croce dell’obbedienza, ma sana, liberante.

La seconda croce è la responsabilità. Grazie a Dio, un vescovo ha numerosi collaboratori senza i quali potrebbe fare ben poco. Ma la responsabilità, alla fine dei conti, ritorna su di lui; e ci vuole forza per portarla. Bisogna non sottrarsi furbescamente, non scaricare le responsabilità sugli altri, non cercare giustificazioni. La saggezza popolare dice che la colpa è una brutta donna che nessuno vuole sposare; beh, un vescovo è chiamato a sposarla e a esserle fedele per tutta la vita. Ma anche qui c’è un frutto prezioso, quello dell’umiltà – così necessaria per chi ha un’autorità grande, ma così difficile da imparare. Forse il peso della responsabilità procurerà qualche notte insonne, ma nello stesso tempo cancellerà ogni tentazione di autosufficienza.

Terza croce: l’inadeguatezza. Non mi riferisco alla carenza di autostima, ma a qualcosa di più profondo. Un vescovo è chiamato a condividere la compassione di Gesù, come è scritto: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.” È questo spettacolo, che un vescovo ha sempre davanti agli occhi, che non lo lascia tranquillo e che lo fa sentire inadeguato. Come un pastore che vede il suo gregge assediato da pericoli mortali e ha l’impressione di non riuscire ad approntare una difesa adeguata. Non per nulla nel vangelo l’osservazione di Gesù è seguita dal comando: “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.” Il senso di inadeguatezza ci fa soffrire, ma non ci avvilisce; piuttosto ci obbliga a pregare, ricordando che salvatore del mondo è Dio, non noi; che a noi viene chiesto di fare con intelligenza e amore il possibile, poi di lasciare a Dio di compiere l’opera. La preghiera diventa allora lo strumento supremo e insostituibile del ministero: “Rafforza, Signore, l’opera delle nostre mani!”

Ora tocca a te, Ovidio carissimo: metti in memoria il vangelo che oggi è stato proclamato per tutti ma in modo particolare per te. Meditalo e amalo e desideralo e cerca di viverlo. Il resto lo farà il Signore.

S.E. Luciano Monari

Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto

Omelia del Vescovo Luciano Monari per le ordinazioni presbiterali – Cattedrale, 10 giugno 2017

L’autorivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”; poi la missione del Figlio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”; e infine la comunione dello Spirito Santo che unisce i credenti nella santità dell’amore. Così le tre letture di oggi articolano la presentazione del mistero trinitario. Di questo mistero il presbitero è chiamato a essere testimone nel mondo di oggi con le parole e con la vita. Il mondo degli uomini può trovare il suo equilibrio e una sorgente inesauribile di energia spirituale solo rimanendo aperto a Dio creatore da cui riceve l’esistenza; solo accogliendo sempre di nuovo il dono della riconciliazione in Cristo; solo lasciandosi plasmare nella comunione dall’energia interiore dello Spirito Santo. Insomma, il mondo, ne siamo convinti, ha bisogno di Dio.

È sulla base di questa convinzione che ha un senso la vocazione cristiana e, all’interno della vocazione cristiana, il servizio presbiterale. Scriveva il teologo Ratzinger: “Non si è cristiani perché soltanto i cristiani arrivano alla salvezza, ma si è cristiani perché la diaconia cristiana ha senso ed è necessaria per la storia.” E ancora: “Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto. Egli crede in Cristo, crede quindi nel futuro del mondo, non solo nel proprio futuro.” Abbiamo a cuore la causa del mondo, il futuro dell’uomo in tutte le sue dimensioni; vorremmo, come scrive papa Francesco “prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo”; vorremmo che il nostro passaggio nel mondo lasciasse qualche segno di bontà e di speranza. Per questo facciamo i preti. L’affermazione può sembrare paradossale; fare il prete significa concretamente servire qualche centinaio di persone offrendo loro la predicazione del vangelo di Gesù, la celebrazione del battesimo, dell’eucaristia, della riconciliazione. Possiamo immaginare di cambiare il mondo con questi piccolissimi gesti? Sì, lo possiamo. Quando predichiamo il vangelo allarghiamo l’orizzonte di pensiero delle persone in modo che le loro scelte non siano meschinamente ristrette al benessere materiale, ma sappiano aprirsi alla generosità rischiosa del dono, sappiano assumersi responsabilità per il bene degli altri e delle generazioni future. Quando celebriamo l’eucaristia diamo al mondo un centro ricco di significato in modo che attività, creazioni, progetti degli uomini non si disperdano in direzioni casuali, ma si raccordino per l’edificazione di una umanità fraterna, per l’edificazione del corpo di Cristo. Questo, infatti, è il senso del mondo materiale: assumere nella sua interezza la forma che è stata quella della vita di Gesù – vita terrena, perfettamente umana, ma animata dallo Spirito Santo e quindi pienamente divina.

La speranza della vita eterna invera e sigilla tutto questo. “Quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli.” Ma la via eterna ci verrà donata solo se la vita terrena ne sarà stata degna. Proprio perché siamo i testimoni della vita eterna siamo nello stesso tempo impegnati a trasformare la vita terrena in modo che il Cristo risorto “sia il primogenito di una moltitudine di fratelli.” Chi ci considera superati, non può però considerare superato quello stile di vita oblativo che annunciamo e che cerchiamo di vivere.

Vorremmo essere testimoni di quel Dio che si è presentato “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà.” Sembra una fisionomia contraddittoria: misericordia e ira, una accanto all’altra. È possibile? Anzitutto bisogna notare che Dio è ‘ricco’ di misericordia mentre è solo ‘lento’ all’ira; dunque misericordia e ira non sono messe sullo stesso piano come due possibilità equivalenti. La misericordia dipende da ciò che Dio è; l’ira è conseguenza del male che l’uomo fa. Dio è ricco di misericordia perché è Dio, ma reagisce con l’ira a ogni ingiustizia e falsità e oppressione. Ma qui ci troviamo davanti a una rivelazione davvero sorprendente: come Dio combatte il male del mondo? Come si manifesta la sua ira? “Dio ha tanto amato il mondo – il mondo peccatore e destinato alla rovina a motivo del peccato – da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” Dio, dunque, non combatte il male con l’uso irresistibile della sua onnipotenza, ma con la forza illimitata del suo amore. Questo significa il dono di Gesù, la sua morte in croce; la croce è il segno dell’amore di Dio nel momento stesso in cui pronuncia il giudizio di Dio sul mondo e su ogni ingiustizia del mondo. Qualcuno può obiettare che le parole sono belle ma la realtà rimane dura; che la croce sembra aver risolto poco: le ingiustizie che c’erano ci sono ancora e non s’intravede la loro scomparsa; anzi la violenza sembra servirsi di strumenti sempre più sofisticati e letali. Rimane però vero che la croce di Gesù ha suscitato nei secoli e continua a suscitare patrimoni infiniti di amore, di dedizione, di carità, di servizio. Bene; noi siamo preti perché questi effetti continuino e possibilmente si dilatino in forme sempre nuove ma con il medesimo fuoco d’amore, con il medesimo Spirito.

Dicendo questo ho già detto anche lo stile col quale possiamo svolgere il nostro ministero di preti, lo stile che dobbiamo imparare da Dio stesso, da Gesù. In concreto: annunciate la misericordia di Dio, sempre e comunque; combattete il male con un amore più grande; tenete davanti agli occhi la croce di Cristo. Non lasciatevi condizionare; non valutate il ministero col metro della carriera mondana. Se usate questo metro, sarete e rimarrete irrilevanti: i titoli d’onore – canonico, monsignore, eccellenza, eminenza – sono fumo; le responsabilità – parroco, curato, vescovo – sono servizi da assumere quando servono, da lasciare con libertà quando non servono più o quando altri possono svolgerli con migliori energie. I giudizi del mondo – anche i giudizi dell’opinione pubblica presbiterale – sono stoltezza agli occhi di Dio mentre la parola della croce è sapienza e forza. Non lasciatevi impelagare nella palude mefitica dei confronti. Già dal punto di vista della saggezza umana è possibile apprezzare l’arietta del Metastasio che abbiamo imparato a scuola: “Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in volto scritto, / quanti mai che invidia fanno / ci farebbero pietà.” Ma soprattutto dal punto di vista della sapienza divina ogni confronto con gli altri è sciocco; valgono le parole di Paolo: “A me poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore!” Su questa terra abbiamo da vivere alcuni anni; una comodità in più o in meno non cambia molto, un titolo in più o in meno lo stesso.

Meglio ascoltare l’esortazione di Paolo: “siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.” L’invito: ‘tendete alla perfezione’ implica una serie infinita di cose. ‘Non tendete alla comodità; non tendete ai posti d’onore; non attaccatevi ai soldi; non cercate di dominare sugli altri…’ Se la perfezione, cioè la crescita nell’amore di Dio e del prossimo, diventa davvero l’interesse dominante della nostra vita, le conseguenze si riconoscono in tanti gli ambiti d’esperienza. Si diventa anzitutto più gioiosi; non è difficile riconoscere dietro a tante critiche amare un sottofondo di tristezza che impedisce di apprezzare le cose belle della vita: la bellezza della natura e le meraviglie dell’amore umano, le forme infinite della cultura e la sicurezza garantita dalla vita sociale. Ma al di là di tutto questo c’è una gioia che il mondo non conosce e non può dare perché viene solo da Dio e dal suo amore. Cito dal diario di un prete, parroco in una parrocchia particolarmente difficile (giorno di Natale dell’anno 1949): “Sacrifici, incomprensioni, fallimenti, umiliazioni di ogni genere per gli insuccessi non mancano mai… Sono talmente assuefatto a questo, che diffido di una iniziativa che proceda bene! Tiro avanti, tutto tentando, disposto a veder crollare tutto, fiducioso solo nella Grazia del Signore. Quando scoccherà l’ora, s’aprirà il cuore di tante anime e si fonderà il regno di Dio. Se anche il Signore ci vuole adoperare solo come uomini di fatica… siamo lieti di fare la sua volontà.” C’è una misteriosa gioia nell’essere e riconoscersi solo uomini di fatica. Ciò non significa che sia facile; per questo Paolo aggiunge: “fatevi coraggio a vicenda”, sostenetevi nei momenti di bassa pressione, quando piogge e tempeste minacciano d’intristire e d’impaurire. Abbiate gli stessi sentimenti e cioè: andate d’accordo; non lasciatevi allontanare dagli altri da sentimenti di gelosia o d’invidia; “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sia con voi.”

S.E. Luciano Monari

In Lui abbiamo sperato perché ci salvasse

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Messa di Pasqua

Cattedrale di Brescia, 16 aprile 2017
Pasqua

I cristiani d’oriente si scambiano gli auguri pasquali non dicendo: “Buona Pasqua” o un saluto equivalente, ma dicendo: “Cristo è risorto” e rispondendo: “è veramente risorto.” La stranezza sta nel fatto che queste parole non sembrano costituire un augurio; richiamano sì un evento (la risurrezione di Gesù) ma non augurano nulla di preciso: né salute, né felicità, né lunga vita. Eppure in quel breve saluto sono racchiusi tutti i possibili desideri che possiamo nutrire per noi e per gli altri, tutti i possibili auguri. Dire che il Signore è risorto significa dire che l’oscurità della notte cede alla luce del giorno e quindi augurare la luce; che il male è stato sconfitto una volta per tutte dall’amore invincibile di Dio e quindi augurare la liberazione da ogni male del corpo e dello spirito; che le catene dell’orgoglio e dell’egoismo sono sciolte e quindi augurare la libertà del cuore; che il potere della morte è stato sconfitto e quindi intonare un inno di ringraziamento e di vittoria. Davanti alla risurrezione di Gesù possiamo dire con il profeta: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua grandezza.” Dio ha compiuto cose grandi in Gesù Cristo e noi benediciamo Dio perché la sua opera di vittoria diventi effettiva per ciascuno di noi, per tutti noi insieme. Ma che cosa significano realmente queste parole; che cosa significa in particolare il termine: ‘risurrezione’? Gesù non è tornato a vivere per morire qualche tempo dopo; è entrato in una condizione di vita nella quale la morte non ha più nessuna presa su di lui – non la malattia, non la vecchiaia, non la debolezza; è sfuggito alle dinamiche del mondo dove la morte rimane sempre come orizzonte ultimo della vita per entrare nella dinamica di Dio dove la vita non ha limite e non ha termine. Impossibile immaginare qualcosa del genere, che supera radicalmente la misura delle nostre esperienze. Possiamo dire di più?

Possiamo dire anzitutto che Gesù di Nazaret è vivo; in una forma diversa dal Gesù terreno, s’intende, ma proprio lui, Gesù, col suo corpo e il suo spirito, con le sue parole e i suoi gesti, con le relazioni che hanno arricchito la sua esistenza umana. Gesù appartiene al passato e allora gli storici si affaticano nel tentativo di comprendere la sua vita nel contesto della Palestina, al tempo di Cesare Augusto e di Tiberio; ma Gesù è realmente vivo oggi e allora i credenti possono entrare in relazione con Lui, ascoltando le sue parole – quelle del vangelo; sperimentando la sua opera di salvezza – nei sacramenti; rivolgendosi a lui nella preghiera per ringraziare e supplicare; consegnando a lui la loro speranza, certi di non rimanere delusi. Paolo poteva dire con parole stupende: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Questa vita che io vivo nella carne, la vivo però nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato la sua vita per me.” Riconosceva, Paolo, di continuare a vivere ‘nella carne’ e cioè nella debolezza della condizione umana; e tuttavia affermava che misteriosamente Cristo aveva preso dimora in lui; che i suoi desideri, le sue decisioni, non erano più determinati dalla carne, cioè dell’egoismo e dalla volontà di affermarsi; provenivano, invece, dallo Spirito di Gesù, traducevano il desiderio di fare la volontà di Dio, di amare i fratelli, di sperare nella vita eterna.

Ma perché abbiamo bisogno di Cristo? È solo per un affetto personale, per un’abitudine sociale, per una tradizione religiosa? No: in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo è Dio stesso che si è fatto vicino a noi, che ci ha amato in modo sensibile e concreto con parole e gesti umani, che ci ha offerto la riconciliazione nonostante i nostri peccati. Abbiamo bisogno di Cristo come abbiamo bisogno di Dio, del suo Spirito e della sua grazia; il Cristo risorto continua a essere il mediatore nel quale Dio e uomo s’incontrano, nel quale ci viene offerto uno spazio di libertà e di amore entro il quale giocare in modo positivo la nostra vita. Perché questo è il problema vero: ci troviamo a vivere senza averlo voluto ma, siccome siamo persone intelligenti, non riusciamo a vivere senza interrogarci: ha un senso la vita che vivo? c’è qualcosa che sono chiamato a realizzare? che uso voglio fare del tempo che ho, delle capacità che mi sono date, delle relazioni che vivo? Se non ci si pongono questi interrogativi, rimane solo il problema di inventare il modo migliore per ingannare il tempo; ma è davvero umano vivere senza chiedersi che senso abbia vivere? È davvero umano cercare un’emozione dopo l’altra per non cadere in depressione davanti alla banalità della nostra vita? Panem et circenses era, secondo Giovenale, il desiderio ansioso della plebe romana: qualcosa da mangiare e qualcosa con cui distrarsi – tutto qui?
Abbiamo ripercorso in questa settimana santa gli ultimi giorni della vita di Gesù, una vita drammatica, spesa facendo del bene, sanando quelli che erano schiavi del male.

Una vita che ha suscitato un’opposizione sempre più dura fino all’esito tragico della condanna a morte e della crocifissione; tutto, fuorché una vita banale. La Pasqua, la risurrezione è il sigillo che Dio stesso ha posto sulla vita di Gesù proclamandola come autentica, degna, pienamente umana. Aveva ragione Pilato quando, presentando il Gesù flagellato alla folla, diceva: “Ecco l’uomo!” L’uomo che Diogene, il cinico, cercava di giorno con la lampada accesa perché non riusciva a trovarlo nella persone che lo circondavano, non va cercato in alto, nelle stanze del potere; e nemmeno di traverso, nelle astuzie del piacere. Va cercato nella vita umile di chi confida in Dio e ripete ogni giorno il ‘sì’ alla vita; di chi cerca il bene, rifiuta la furbizia disonesta, non si perde in paradisi artificiali ma porta con pazienza il peso quotidiano della responsabilità verso gli altri. Di queste persone e della loro vita è modello Gesù di Nazaret, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Quando dico che dobbiamo dare un senso degno alla nostra vita non intendo che dobbiamo fare cose grandi – come sarebbe il gestire fette ampie di potere; intendo che dobbiamo fare cose buone: lavorare con onestà e competenza, essere così sinceri e leali che gli altri possano contare su di noi, portare con pazienza le tribolazioni quotidiane, sciogliere i risentimenti con la riconoscenza per il dono della vita.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro, però, le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque abbia fatto un patto con la morte e si serva della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla forza del potere, sulla furbizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un contenuto di bontà a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte delle ambiguità del mondo e della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre cercavamo di percorrere un cammino di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari

Porrò il mio Spirito dentro di voi

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Veglia Pasquale

Cattedrale di Brescia, 15 aprile 2017
Veglia Pasquale

Abbiamo iniziato questa veglia pasquale fuori della cattedrale, in piazza, nel luogo profano dove ogni giorno le persone vivono, s’incontrano, lavorano. Lì, da un fuoco nuovo, abbiamo acceso un cero – simbolo di quella luce che illumina il mondo a partire dalla risurrezione di Cristo. Preceduti dal cero acceso, abbiamo fatto una piccola processione muovendoci da occidente verso oriente, dall’oscurità della notte verso il chiarore dell’alba. E’ stato il cammino che Gesù stesso ha percorso nella sua Pasqua, quando è passato dalla morte dolorosa sul Calvario alla vita incorruttibile della risurrezione. A motivo di Cristo e della sua risurrezione, questo è diventato anche il significato vero della nostra esistenza sulla terra: non un cammino inesorabile verso la morte, ma un passaggio che tende a Dio, alla sua vita. Il canto dell’Exultet pasquale ha allora invitato gli angeli e i santi, la terra intera, a gioire inondata di splendore perché “la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.”

Poi, con gioia e attenzione, abbiamo ascoltato il racconto della storia della salvezza, la nostra memoria di fede. Ciascuno di noi ha una sua memoria personale, fatta degli eventi e delle persone che hanno contribuito negli anni a plasmare la sua vita. Ma tutti noi, insieme, abbiamo una memoria che ci accomuna e che risale addirittura all’origine stessa del mondo: è il racconto di quanto Dio, creatore e redentore, ha fatto per tutti noi. In questa notte abbiamo rinnovato questa memoria, ascoltando anzitutto il poema della creazione quando Dio, con la sua parola, ha fatto risplendere la luce di mezzo alle tenebre e ha creato uomo e donna a sua immagine e somiglianza.

Sappiamo, così, che non siamo al mondo per caso, per effetto di un intreccio anonimo di forze, ma chiamati dalla volontà sapiente di Dio. Con trepidazione abbiamo seguito Abramo sul monte della prova per imparare che anche in mezzo angoscia, possiamo continuare a confidare nella sapienza e nella fedeltà di Dio. Abbiamo ascoltato come i figli di Israele sono passati illesi attraverso le acque del mar Rosso e quel sentiero che poteva essere causa di morte è diventato invece per loro passaggio alla libertà e alla vita: “Mia forza e mio canto è il Signore – abbiamo cantato – egli è stato la mia salvezza.” Siamo popolo di Dio e Dio, attraverso la parola dei profeti, ci ha dichiarato il suo amore: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto.” Sì, il Signore ha giurato amore eterno al suo popolo; la sua parola, che ci supera quanto il cielo è alto sopra la terra, ci ha confermato la promessa di fedeltà, di perdono, di vicinanza. Tutto questo, ormai, è diventato patrimonio della nostra memoria cristiana: fragili, peccatori, segnati dalla precarietà come siamo, sappiamo però di essere legati da un patto con un Dio buono e forte e fedele; con un Dio che ci ha promesso il suo Spirito e cioè la forza irresistibile della sua vita: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio Spirito dentro di voi.” Dunque dalla creazione, attraverso la liberazione, fino alla promessa dello Spirito di Dio come sorgente di un’esistenza nuova. Questo è il cammino magnifico della storia della salvezza.

Ebbene, in questa notte di Pasqua noi proclamiamo che tutto quanto era stato promesso è ora adempiuto nella morte e nella risurrezione di Gesù. E’ Lui, Gesù, il nuovo Adamo, inizio di una umanità nuova. Non solo Dio ha creato questo mondo affascinante; vuole anche condurlo a diventare partecipe della sua vita di santità e di amore, di bellezza e di verità. Ma non si tratta di una trasformazione che possa compiersi col semplice dinamismo dell’evoluzione; è una trasformazione che si sviluppa nel profondo del cuore, che fa appello alla libertà e alla responsabilità della creatura. È possibile al nostro mondo entrare nella vita di Dio solo se impara, il nostro mondo, ad amare come Dio ama, a essere misericordioso come Dio è misericordioso, a vivere nella comunione come Dio è comunione. Ebbene, questo è quanto ci è donato in Gesù: uomo come noi, è vissuto nel mondo mosso e guidato dallo Spirito Santo di Dio; è passato facendo del bene e liberando tutti coloro che erano sotto la schiavitù del male; ha patito una morte dolorosa e umiliante, ma l’ha trasformata in obbedienza al Padre e in amore agli uomini. Per questo Dio lo ha risuscitato, lo ha innalzato accanto a sé, lo ha reso partecipe della sua gloria e del suo potere di salvezza. Nel disegno di Dio Gesù è il primogenito di una moltitudine di fratelli; la sua risurrezione è pegno della nostra speranza. San Paolo potrà scrivere ai cristiani di Corinto: “Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” Le cose vecchie sono le abitudini di cattiveria, di menzogna, di oppressione che sono iscritte nella storia dolorosa dell’umanità. Ora, nel Cristo risorto, sorge un sole nuovo, un giorno nuovo con la possibilità offerta a noi di vivere una vita nuova. È ancora Paolo che scrive: “un tempo… eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò da figli della luce” poi spiega: “il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.”

Quando siamo stati battezzati, ci è stata consegnata, con le parole del ‘Credo’, la professione di fede che questa notte rinnoviamo: è la nostra risposta filiale all’amore paterno di Dio. Sempre al momento del nostro battesimo, ci è stato insegnato il comandamento che vuole dirigere tutte le nostre scelte: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze… Amerai il tuo prossimo come te stesso.” Il cristianesimo è qui: credere nell’amore di Dio e rifiutare quel cinismo che considera illusione ogni pensiero di amore gratuito; sperare la vita eterna e quindi usare con libertà e con riconoscenza i beni terreni senza diventarne schiavi; amare sinceramente il prossimo e combattere ogni tentazione di ripiegamento egocentrico su noi stessi, sul nostro vantaggio privato. Può sembrare una cosa scontata, ma l’esperienza ci dice che credere nell’amore non è facile quando la violenza, la disonestà, la corruzione sembrano invincibili, rischiano di avvelenare i sentimenti e di suscitare nel cuore un risentimento infinito. Usare denaro e cose senza diventarne schiavi non è facile quando il denaro sembra aprire tutte le porte e quando le cose sembrano indispensabili per ottenere quei piccoli frammenti di felicità che sono offerti all’uomo. Continuare ad amare, a donare, a servire nonostante tutto è possibile solo se la forza di Dio ci sorregge e rigenera in noi ogni giorno il controllo dei nostri impulsi, il desiderio del bene e il coraggio di farlo.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque ha fatto un patto con la morte e si serve della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla ingiustizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati tutti coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un volto di amore a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre pensavamo al nostro bisogno di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari

La scuola deve educare i ragazzi lasciandoli liberi di essere loro stessi

Il vescovo di Brescia Luciano Monari ospite dell’incontro “La Chiesa per la scuola”

La sintesi l’ha offerta Nunzia Vallini, direttore del Giornale di Brescia, che, chiamata a fare da moderatore, in chiusura ha così riassunto le parole del vescovo: «La sua è un’esortazione a essere il lievito dei sogni…». Per un’ora e mezza, nel tardo pomeriggio di mercoledì nel teatro dell’oratorio di Leno, monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, ha risposto alle sollecitazioni che gli sono arrivate da più parti, soprattutto dal mondo della scuola: dirigenti, docenti, genitori, studenti. Molti di loro erano presenti in sala; altri hanno potuto interloquire con il vescovo grazie a messaggi postati sul sito dell’oratorio, che sono poi stati «girati» a monsignor Monari da Milizia Vallini e Nicola Berardi, un giovane di Leno. Esplicito e complesso l’argomento del confronto: «La Chiesa per la scuola. Esperienze di dialogo». E monsignor Monari è subito entrato in medias res: «Nessuno è un’isola – ha precisato in apertura -; nessuno si è formato da solo. L’incontro con l’altro ha sempre qualcosa di problematico, ti costringe a una verifica. Ma senza confronto non cresci, rimani bambino».

Anche ricordando la sua esperienza personale (“A scuola ho avuto docenti con varie visioni del mondo”), il vescovo ha fatto più di un riferimento al ruolo dei docenti, che devono accompagnare gli studenti senza condizionarli:

“Avere insegnanti che la pensano in modo diverso è sicuramente positivo, a patto che diano ai ragazzi la possibilità di essere loro stessi”.

Insomma: educare non vuoi dire plasmare i discenti a propria immagine e somiglianza, “ma dare pillole di verità e saggezza, che costringono l’altro a riflettere, quindi a crescere”.

Fede. Rispondendo a Nicola Berardi, il quale, avendo notato che il materiale è arrivato soprattutto dalle scuole dell’infanzia e primaria, aveva chiesto se la fede fosse cosa da bambini, monsignor Luciano Monari ha detto:

“Non credo. La vita si gioca tra passato, che è la memoria, presente, che è l’etica, e futuro, che è la speranza. Un uomo non vive solo del presente; infatti il futuro determina molti nostri comportamenti. Dobbiamo percepire la nostra vita come crescita verso l’amore”.

In chiusura, Nunzia Vallini ha girato al vescovo alcune domande arrivate dai bambini della scuola primaria di Manerbio. Toste le ultime due. La prima: come ti senti ad essere vescovo? E monsignor Monari: “Sereno” La seconda: come ti sentiresti se fossi Papa? “Male…”.

Via: Giornale di Brescia

Dio solo basta

Omelia del vescovo Luciano nella messa crismale del Giovedì Santo

Fratelli carissimi, un abbraccio a ciascuno di voi, con affetto, come sempre; quest’anno, però, con una punta in più di commozione. Per quanto è dato prevedere, infatti, questa è l’ultima celebrazione del Giovedì santo che presiedo con voi come vescovo di Brescia. Nella preghiera di ordinazione dei presbiteri il vescovo chiede a Dio il dono dello Spirito Santo perché i candidati possano svolgere il loro ministero con efficacia e aggiunge: qui quanto fragiliores sumus, tanto his plurimum indigemus, quanto più io sono fragile, tanto più ho bisogno del loro aiuto. Sono agli ultimi mesi del mio ministero di vescovo e sento il desiderio grande ringraziare il Signore per voi, per il dono che siete stati, per la vostra collaborazione e il vostro sostegno in questi anni. Senza la vicinanza e l’affetto dei preti è impossibile per un vescovo vivere con gioia il ministero e la gioia è un requisito indispensabile perché il ministero sia fruttuoso. Posso dire di aver vissuto il ministero a Brescia nella gioia ed è grazie a voi, grazie a tanti preti che non si sono fermati a soppesare le mie insufficienze, purtroppo reali, ma mi sono stati vicini con l’affetto e con la preghiera, con la pazienza e l’obbedienza. Il futuro che abbiamo davanti non si presenta semplice. Il vissuto contemporaneo è sempre più secolare e la dimensione religiosa fatica a diventare quello che vuole essere: l’orizzonte di fondo che motiva e unifica i diversi elementi della vita. La ragione strumentale sembra assorbire tutti gli ambiti dell’esperienza, con effetti paradossali. Possiamo interrogarci su tutto, ma non dobbiamo chiederci mai quale sia il senso della vita o addirittura se la vita abbia un senso; dobbiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare del pensiero ‘progressista’; qualunque comportamento sessuale è accettabile, ma non la scelta della verginità e del celibato. Siamo di fatto in una cultura dove domina il politically correct e dove il conformismo s’impone come dovere sociale. Non c’è da sorprendersi più di tanto né da rimpiangere altri tempi che non sono certo stati migliori. C’è solo da prendere atto che siamo di fronte a una scelta che si porrà sempre più inevitabile nel futuro: la scelta tra un cristianesimo che funziona come “religione civile” e un cristianesimo che funziona come “testimonianza alternativa.” Di una religione civile ci sarà bisogno anche in futuro; i momenti più intensi della vita hanno bisogno di riti per non cadere nella banalizzazione: la nascita, il matrimonio, la malattia, la morte sono eventi troppo coinvolgenti per accontentarsi di registrazioni anonime presso un ufficio; anche chi si toglie deliberatamente la vita chiede un rito che testimoni la presenza in lui di qualcosa che trascende il puro evento. Il problema è che una religione civile non ha bisogno di scelte e di rinunce così impegnative come, ad esempio, il celibato. Il celibato è motivato solo se c’è un Dio che irrompe realmente nella vita degli uomini sconvolgendola; ma non è certo sostenibile in una pura ottica di servizio religioso alla società. Così noi oggi soffriamo una evidente tensione. Da una parte la società tende a secolarizzarci, a farci diventare operatori sociali al servizio del funzionamento della società stessa; dall’altra il vangelo e la tradizione cristiana ci chiedono una scelta radicale, senza compromessi: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Se qualcuno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo… Chi vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti…”

Sappiamo che l’impegno di tutta la vita è essenziale nella scelta di un apostolo; mentre la tendenza contemporanea è quella di moltiplicare i desideri: l’auto potente, il vestito firmato, la bella presenza, il denaro, l’appartamento arredato con gusto, le ferie con franchigia… Non sto condannando tutte queste cose: non sono nemico del piacere e conosco le ambiguità che si annidano in una critica acida. Sto cercando di capire e non vorrei che il nostro stile di vita finisse per conformarsi a quello di un ‘single’, cioè di una persona che considera suo obiettivo supremo ritagliarsi uno spazio di vita gradevole, con piaceri ed emozioni che leniscano o facciano dimenticare la fatica di vivere. Rischierebbe di verificarsi un’inversione dei fini: rinunciamo a tutte le soddisfazioni mondane per svolgere il ministero; poi, poco alla volta, svolgiamo il ministero in modo da ricuperare qualche soddisfazione mondana. Sarebbe davvero la sconfitta. Che senso ha rinunciare a una donna e a dei figli e, nello stesso tempo, attaccarsi ai soldi o ai piaceri materiali? Il celibato è scelta di totalità; ha senso, è umanizzante se, come dice il vangelo, ci facciamo ‘eunuchi per il Regno’, se cioè Dio e il Regno di Dio occupano così ampiamente sentimenti, desideri e comportamenti da non lasciare tempo ed energie psichiche per la costruzione di un rapporto affettivo particolare, di un progetto di famiglia proprio; e, s’intende, da non lasciar spazio alla ricerca di un’affermazione personale o al possesso di una ricchezza superflua. Ma questo può accadere solo quando si è ‘innamorati’ di Dio; quando, come diceva Teresa di Gesù, Dio solo basta. Il futuro andrà certamente nella direzione di un ministero celibe di evangelizzazione, meno implicato nelle questioni di amministrazione delle comunità parrocchiali e dedicato invece allo studio, all’annuncio e alla testimonianza del vangelo. L’amministrazione sarà probabilmente appannaggio dei diaconi o di altre figure ministeriali. Ma guai se venisse meno il presbiterato celibe: vorrebbe dire che il Regno di Dio, cioè Dio stesso, non è così importante da giustificare il dono totale di una vita; che l’amore di Dio non è così arricchente da portare a pienezza un’esistenza umana. Nello stesso tempo, la vita dei preti celibi dovrà tendere alla vita comune e non solo per motivi pratici. Al vangelo non interessa solo la formazione di persone individualmente sante; interessa invece l’edificazione del Cristo totale, capo e corpo; interessa “che il nome di Dio sia santificato, che il suo Regno venga, che la sua volontà sia fatta”; interessa il cambiamento del mondo e della società degli uomini secondo una logica evangelica, cioè di solidarietà, di scambio generoso, di amore. Ora, ciò che cambia davvero il mondo sono le esperienze di comunione che hanno in sé la forza di mettere insieme persone diverse e di suscitare il desiderio di imitazione. Uno dei nostri limiti di preti è che tendiamo a essere un po’ ‘orsi’; siamo abituati a vivere da soli e non abbiamo la necessità di limare il carattere, di imparare l’affabilità, di controllare gli impulsi, di ascoltare e dare credito agli altri… tutte cose che sono inevitabili quando si vive insieme. Marito e moglie sono costretti tutti i santi giorni a misurarsi tra loro e questo li costringe, lo vogliano o no, a rinunciare ad alcuni desideri o possibilità, a diventare attenti alle necessità dell’altro, a misurare i propri programmi con le disponibilità degli altri. È una disciplina difficile quella del vivere insieme, che s’impara lentamente e che può essere sostenuta solo da un amore sincero. Ebbene, di questa scuola abbiamo un bisogno grande.

Una delle lagnanze che tornano più spesso nei nostri confronti e che finiscono davanti al vescovo riguarda il tratto brusco, aggressivo, sgarbato dei nostri comportamenti; le parole offensive che diciamo; il bisogno di tenere sotto controllo tutto e tutti; l’affermazione del nostro ‘potere’ di preti e il disinteresse nei confronti dei pareri degli altri. Quando lo si fa notare con tutta la delicatezza possibile, l’interessato cade dalle nuvole e nega di essere quello che appare agli occhi degli altri. E sono convinto che lo neghi sinceramente; lo nega perché non se ne accorge; non se ne accorge perché non è abituato a misurarsi con gli altri; perché nessuno lo ha mai confrontato e costretto a chiedere scusa. Ci portiamo dentro, come tanti, delle nevrosi piccole o grandi legate a esperienze del passato; e le nevrosi provocano comportamenti illogici, non equilibrati, che gli altri faticano a capire e accettare: siamo scostanti e ci illudiamo di essere solo giusti; esercitiamo una forma di dominio e ci sembra di fare solo il nostro dovere. Il che rende impossibile ogni vero cambiamento e conversione. La vita comune sarà, per i preti del futuro, una scuola preziosa che affianca la disciplina teologica e spirituale del seminario. Se ripercorro il corso della mia vita, debbo riconoscere che non mi sono mai state imposte delle ‘obbedienze’ difficili; forse per questo non ho grande voglia di comandare. Sono abbastanza orgoglioso da pensare che non ho bisogno dell’obbedienza degli altri per sentirmi bene con me stesso. Quando chiedo l’obbedienza, come nel caso dell’Iniziazione Cristiana, lo faccio per dovere, perché il presbiterio bresciano sia unito e non ci siano ‘battitori liberi’ che vanno per una propria strada creando impicci e difficoltà agli altri. Mi ha interessato, e m’interessa davvero molto, che i preti bresciani siano un cuore solo e un’anima sola, immagine di quella Chiesa che deve diventare a sua volta riflesso della comunione trinitaria. Per questo ho sofferto di coloro – per fortuna pochi! – che preferiscono fare dei cammini pastorali autonomi, giustificandosi col riferimento ad altri vescovi o ad altre forme di pastorale. Il futuro chiederà di andare in questa direzione: una percezione sempre più intensa dell’unità del presbiterio che insieme, in solido, ha la responsabilità della pastorale diocesana, con una flessibilità molto maggiore di quella attuale, con forme di sinodalità sempre più ampie e quindi con il coinvolgimento di tutti nelle riflessioni, nel discernimento, nelle decisioni. Ho toccato in questa omelia quelli che la tradizione chiamava i consigli evangelici nella forma presbiterale: il celibato per il Regno di Dio, la sobrietà nello stile di vita, l’obbedienza come forma di comunione presbiterale. Queste scelte mi sono state consegnate già nel cammino del seminario ed erano chiare fin dall’inizio ma debbo riconoscere, con vergogna, che sono ancora ben lontano dall’averle assimilate del tutto. Spero, se il Signore mi darà qualche tempo ancora, di potere dedicarmi alla preghiera per voi e per me, al ministero della riconciliazione, alla predicazione del vangelo – senza altri compiti. Aiutatemi ancora con la vostra preghiera e con il vostro affetto; ho bisogno dell’uno e dell’altro.

Nei mesi scorsi ho ricevuto due appelli che desidero trasmettervi, dal Mozambico e dall’Albania. In Mozambico, come sapete, opera don Piero Marchetti Brevi, in Albania don Gianfranco Cadenelli; entrambi sono soli; in entrambi i paesi le necessità pastorali sono enormi. Desidero con tutto il cuore rinnovare l’appello missionario per queste comunità. È vero che siamo a corto di preti anche a Brescia; che il numero dei nostri preti sta calando.

Ma è anche vero che continuiamo ad avare una media di preti molto più alta che nel resto del mondo. E sono convinto, come ho detto altre volte, che un prete ‘fidei donum’ non è un prete perso per la pastorale diocesana: è un prete donato alla Chiesa universale e questi doni sono sempre fecondi. Non c’è bisogno che tiri io stesso le conseguenze. Se qualcuno è disponibile a partire, lo dica; da parte mia, sarò solo contento di poter mandare preti in missione. Credo faccia parte di questa dinamica anche i preti che la nostra diocesi dona per altre diocesi come vescovi: don Ovidio Vezzoli, che è donato a Fidenza, don GianMarco Busca a Mantova, don Carlo Bresciani a San Benedetto del Tronto.

S.E. Luciano Monari

Via: La Voce del Popolo

É Cristo che vive in me

Omelia del Vescovo Luciano Monari nella Veglia Palme – Piazza Paolo VI, 08 aprile 2017

Nel diario di Etty Hillesum al giorno 12 luglio 1942, domenica mattina, si legge così:

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte, per la prima volta, ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con il peso delle mie preoccupazioni per il domani… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini…. tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.”

Etty Hillesum è un’ebrea olandese, non praticante. Come tutti gli Ebrei olandesi patisce le restrizioni sempre più gravi imposte dagli invasori nazisti; finirà nel campo di smistamento di Westerbork, poi ad Auschwitz dove morirà il 30 novembre 1943. In questa situazione, la più angosciante che si possa immaginare, quando ogni giorno c’è la possibilità concreta di essere deportati, quando si sa che quel giorno verrà e che è solo questione di tempo, in questo contesto Etty riuscirà a dare alla sua vita un senso umano ricchissimo. Nel campo di concentramento diventerà, come dice lei stessa, il cuore della baracca; e cioè immetterà nelle baracche degli Ebrei alla vigilia della deportazione dei sentimenti umani, delle parole umane, dei gesti umani. In questo modo, dice ancora, aiuterà Dio a rimanere nel mondo come sorgente attiva di bene – attraverso di lei. L’espressione ‘aiutare Dio’ è evidentemente paradossale: Dio è onnipotente, egli fa scendere nella morte e fa risalire; tutto è nelle sue mani. Eppure rimane vero che Dio agisce nel mondo attraverso le creature: attraverso gli elementi della natura che seguono leggi, rigide o probabilistiche che siano. Ma soprattutto attraverso gli uomini che operano con coscienza e libertà e che possono lasciarsi riempire dalla sapienza e dall’amore di Dio e operare in modo che la sapienza e l’amore di Dio diventino rilevanti nel mondo. Dio può certo manifestare la sua provvidenza nel sole che sorge ogni mattina e che illumina buoni e cattivi, giusti e ingiusti; ma per manifestare appieno il suo amore ha bisogno di un cuore umano che, mosso da Dio, sappia amare e che immetta questo amore nelle parole scambiate con gli altri, nelle strutture sociali, nelle scelte piccole e grandi della vita. Così Etty ha aiutato Dio; accostando le madri angosciate per la sorte dei loro figli con loro, ha trasmesso loro un frammento di consolazione, un attimo di umanità; ha donato un sorriso a coloro che erano giustamente risentiti nei confronti del Terzo Reich, nei confronti degli uomini, della vita, del mondo. Ha mantenuto nei confronti dei militari tedeschi che sorvegliavano il campo uno sguardo non ottenebrato dall’odio, uno sguardo che riusciva a rimanere umano in una situazione disumana. È stata grande.

Ma perché, mi direte, tiro fuori Etty Hillesum? Abbiamo pregato col Magnificat, la preghiera di Maria; sto allora andando fuori tema? “L’anima mia magnifica il Signore”, così inizia la preghiera. Magnifica, dunque proclama che il Signore è grande. E però ‘magnificare’ significa prima di tutto ‘fare grande, rendere grande’ qualcuno o qualcosa; e anche il verbo greco del testo originale, megalùnein, significa prima di tutto ‘fare grande’. Si può dire che Maria ‘fa grande Dio’? Forse che Dio non è grande abbastanza per conto suo e ha bisogno di una creatura per mostrare quanto vale? Maria sa di essere ‘umile’; non prendete qui l’umiltà come una forma di virtù, ma come il riconoscimento di essere piccola davanti a Dio. Maria sa di essere una semplice creatura e che la verità della creatura è di essere fatta di terra, debitrice di tutto ciò che è, come di tutto ciò che possiede e può fare. Nessuna grandezza autonoma, dunque. Eppure Dio ha rivolto lo sguardo a lei, le ha parlato, l’ha chiamata a diventare la madre del Messia promesso nei secoli, a diventare la madre del Figlio di Dio fatto uomo, a dare una carne umana alla Parola di Dio perché la volontà di Dio prenda dimora nella storia umana. Domanda: l’Incarnazione – cioè il fatto che in Gesù Dio stesso sia presente nel mondo in una forma umana – rende più grande Dio? Certo, non rende Dio più grande in se stesso. Eppure con la presenza di Gesù c’è nel mondo una traccia di Dio che prima non c’era; gli uomini possono ascoltare una parola di Dio che prima non c’era; il male del mondo è affrontato e vinto in modo incredibile, con la croce – che prima non c’era. L’incarnazione non cambierà Dio ma certo cambia il mondo e introduce Dio nel mondo con una profondità e una densità nuova. Sì, Maria ha aiutato Dio perché attraverso di lei l’amore di Dio, la misericordia di Dio, il perdono di Dio hanno raggiunto e abbracciato il mondo in modo nuovo.

A questo punto, posso scoprire le carte: m’interessa che Dio sia presente nel mondo, che il mondo prenda la forma dell’amore e della santità di Dio. M’interessa che l’odio sia vinto dall’amore, che la disperazione sia assorbita nella speranza, che la cattiveria sia sanata dalla bontà; m’interessa che il mondo non distrugga se stesso lasciando campo libero all’ingiustizia e all’indifferenza. M’interessa la salute del mondo. Non m’interessa ormai più tanto per me stesso, perché la mia vita l’ho vissuta con grande gioia e con qualche fatica, come tanti. M’interessa per voi e per il mondo. E’ uno spettacolo da ammirare il sorgere del sole al mattino o il distendersi della Via Lattea in una notte d’estate; ma è uno spettacolo ancora più ammirevole un uomo capace di amare e di donare, di dimenticare se stesso e di comunicare sicurezza agli altri, un uomo che cresce ogni giorno in saggezza, semplicità, affabilità, amore. Sento ripetere dai politici americani che qualunque traguardo può essere raggiunto pur di volerlo con determinazione e costanza. Ma mi chiedo: cosa significa ‘qualunque traguardo’? Forse che un desiderio, per il fatto di essere forte, sarà anche giusto? O un sogno, per il fatto di essere bello, sarà anche vero? Posso desiderare ogni cosa? giustificare ogni cosa? Nel 46 a. C. Giulio Cesare celebrò a Roma quattro trionfi – sulla Gallia, sull’Egitto, sul Ponto, sull’Africa; trionfi magnifici come meritavano tante splendide vittorie; ma trionfi che sono costati fiumi di sangue, e che hanno il loro simbolo e sigillo supremo nello strangolamento sul Campidoglio di Vercingetorige, il vinto. Non sto giudicando Giulio Cesare; sto giudicando i miei desideri per riuscire a discernere quelli giusti da quelli sbagliati. Quelli giusti sono quelli che mi rendono più umano, quelli che contribuiscono al bene anche degli altri, quelli che tengono conto degli effetti di ciò che faccio sulle generazioni future. Le altre considerazioni – il mio successo, la ricchezza acquistata, il benessere garantito, la vittoria sugli avversari… tutto questo viene dopo e non pareggia il conto con una disumanità distratta. Continuo ad ammirare Giulio Cesare come generale, come politico, come scrittore e oratore, ma mi chiedo: Ha reso migliore il mondo? e non so rispondere.

Su Maria, su Etty Hillesum, su una marea di persone che ho conosciuto e stimato, non ho invece dubbi: hanno reso grande Dio, hanno allargato lo spazio di Dio nel mondo degli uomini. Questo dovete fare; desiderate essere ingegneri, attori, campioni dello sport, cantanti, ricercatori, giornalisti, politici, imprenditori…? Va tutto bene; ma va bene se, per queste vie, allargherete lo spazio di Dio in mezzo agli uomini. E come si fa? Possibile che possa accadere a noi quello che è accaduto a Maria? Se pensate all’apparizione di un angelo posso dirvi che è altamente improbabile, ma posso dirvi anche che non è nemmeno necessaria. La cosa più importante è che Maria ha ascoltato la parola di Dio e ha messo la propria vita a disposizione di quella parola, perché quella parola potesse correre nelle strade del mondo:

“Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga a me secondo la tua parola.”

Questo lo possiamo fare anche noi, a condizione di ascoltare la parola di Dio. Sì, mi dirà qualcuno; come fosse facile da trovare, la parola di Dio! E’ vero: non è facile discernere la Parola di Dio in mezzo alla confusione di parole che rintronano ai nostri orecchi. Ma la difficoltà non viene dal fatto che Dio non parli; viene dal fatto che il nostro orecchio e il nostro cuore sono ingombri di tali e tanti interessi che lo spazio per l’ascolto di Dio è striminzito, quasi nullo. Si legge nel vangelo di Giovanni (è Gesù che parla): “La mia dottrina non è mia ma di colui che mi ha mandato. Chi vuole fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio; o se io parlo da me stesso.” Traduco: ti deve stare a cuore conoscere e fare la volontà di Dio; ma ti deve interessare davvero – più delle altre cose, più che diventare importante, più che ‘realizzare te stesso’, più che avverare i tuoi sogni. Se hai questa volontà dentro di te, dice, saprai discernere se le parole di Gesù, se le sue proposte, se il suo stile di vita viene da Dio o no. Devi rientrare in te stesso e chiederti quali sono i tuoi veri desideri; poi devi confrontare questi desideri con la possibilità che in te si compiano i desideri di Dio. Questa sincerità del cuore renderà il tuo cuore capace di capire, di distinguere, di valutare, di scegliere. E quando avrai scelto, ti accorgerai con stupore e con gioia che ‘sei stato scelto’ e cioè che la decisione della tua coscienza non è stata arbitraria, nemmeno è stata determinata da tuoi interessi evidenti o nascosti, ma è stata guidata da qualcosa di più grande di te; sant’Agostino direbbe: dalla luce della Verità; si potrebbe anche dire: dal fascino del Bene. La verità, il bene – una volta riconosciuti – s’impongono con la loro forza; dire di sì alla verità, mettersi al servizio del bene è la realizzazione più alta dell’esistenza umana. Paradossalmente – ma poi nemmeno così tanto – realizziamo noi stessi non quando ci proponiamo come scopo della vita di realizzare noi stessi, ma quando l’obiettivo cui tendiamo è la conoscenza della verità e il compimento del bene. È vero che la nostra conoscenza della verità è sempre incompleta; è vero che il bene che riusciamo a compiere è sempre imperfetto. Ma questo non cambia in nulla quello che abbiamo detto; ci fa solo riconoscere che la nostra vita è un cammino di crescita incessante, che non raggiunge in questa vita un traguardo definitivo, un punto dove il riposo del divano prenda il posto dell’impegno. Questa condizione ci obbliga a essere umili, ad allontanare ogni arroganza che potrebbe nascere in chi si ritiene detentore della verità e possessore del bene; ma questo non ci conduce a nessuna forma di scetticismo o di nichilismo che sono sentimenti paralizzanti.

Maria ha ascoltato la parola di Dio trasmessagli dall’angelo; l’ascolto è stato reso maturo dalla fede e la fede ha reso Maria madre. Madre di che cosa? Della Parola di Dio che si è fatta carne in lei. Prendo una parola dalla lettera di Paolo ai Corinzi; dice:

“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa, la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”

Sono parole di Paolo ma noi le riconosciamo come parole che, attraverso Paolo, vengono da Dio. Bene, supponiamo che uno di voi, affascinato da queste parole, le metta in memoria, le accarezzi, le custodisca gelosamente; poi che valuti i suoi sentimenti alla luce di queste parole imparando a distinguere i sentimenti che nascono dall’amore e quelli che nascono invece dall’odio; poi che tenti di vivere queste parole, di metterle dentro ai suoi pensieri, ai suoi desideri, ai suoi comportamenti. Che cosa ha compiuto in questo modo? Ha offerto alla parola di Dio una carne umana perché in quella carne la parola di Dio potesse entrare nel mondo, nella società; ha trasformato la sua esistenza umana dandole la forma della parola di Dio. Proprio così: quando siete pazienti e benevoli, quando gioite del bene degli altri senza invidia, quando dimenticate un po’ voi stessi e vi fate carico del bene degli altri, quando dimenticate il male ricevuto e rifiutate ogni compromesso ingiusto, voi state offrendo a Dio uno spazio nel mondo: lo spazio costituito dalla vostra stessa vita. Arrivo allora alla lettera di san Giovanni:

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio… Noi abbiamo riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.”

Proprio così: la dimostrazione che Dio esiste e che Dio è amore siete voi, nella misura in cui l’amore di Dio prende spazio dentro di voi e nelle vostre decisioni; l’ostacolo alla scelta di fede siamo ancora noi, nella misura in cui non ci lasciamo trasformare dall’amore di Dio nelle relazioni che stabiliamo con gli altri, nello studio, nel lavoro, nella responsabilità politica, nell’uso del denaro, nella sessualità, nell’uso del tempo, nella scala dei valori che determinano le nostre scelte.

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome.” Le grandi cose che Dio ha compiuto in Maria sono Gesù: Dio in forma umana, uomo plasmato dallo Spirito di Dio. Ebbene, il senso della vita cristiana è simile a quello della vita di Maria: dobbiamo ‘edificare il corpo di Cristo’ e cioè assumere insieme la forma di Cristo: la mitezza, la misericordia, il coraggio, l’amore oblativo. Questo obiettivo deve nutrire il nostro desiderio e illuminare le nostre decisioni. Mantenendo un’umiltà sincera perché è da Dio solo tutto il bene che è nel mondo. Maria diventerà allora una maestra di vita e ci aiuterà a vedere che non sono i grandi a fare la storia della rivelazione di Dio nel mondo, ma i piccoli, quando custodiscono la fede e l’amore; non i prepotenti, ma i miti, quando hanno in Dio il coraggio di amare e di mettersi in gioco. Nel suo messaggio per la GMG papa Francesco ci invita a vivere la vita non come un vagabondaggio che non ha senso, direzione, scopo ma piuttosto come un pellegrinaggio che ha un orientamento preciso: Gesù Cristo. È verso Gesù Cristo – colui che ha dato la vita per noi – che tende il nostro cammino; vorremmo giungere a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me.” Parafrasi: non sono più i desideri arbitrari e capricciosi che determinano i miei comportamenti; sono invece i sentimenti che nascono in me dall’incontro con Cristo – sentimenti di amore e di misericordia, di fedeltà e di generosità, di nobiltà d’animo. Scrive il Papa: “Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti.” Il Signore ha compiuto per Maria grandi cose; vuole compiere opere simili per noi. Possa il nostro cuore essere così nobile da permettere a Dio di rivelare in noi il suo amore, di santificare in noi il suo nome.

S.E. Luciano Monari

Via: diocesi.brescia.it