Francesco: una vita che fa da modello

Nell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nel corso della Santa Messa nella basilica superiore di Assisi, l’invito rivolto ai tanti ragazzi presenti a seguire nella loro vita gli esempi e gli insegnamenti del poverello di Assisi

Un cielo carico di nuvole non ha tolto nulla alla gioia dell’incontro tra il vescovo Tremolada e gli oltre 2000 ragazzi bresciani, nati tra il 2005 e il 2007, che hanno vissuto un’intensa esperienza di tre giorni dal taglio vocazionale. È nella terra che ha dato i natali e ha visto fiorire la vocazione del “poverello” di Assisi che l’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni hanno voluto chiamare a raccolta i ragazzi bresciani per consentire loro di comprendere, in una città in cui ogni angolo e ogni pietra racconta la “vita bella”, come si possa rispondere sì alla chiamata che il Signore ha pensato per ogni uomo.

Se il momento centrale della prima giornata di questa esperienza che ha preso il posto dell’ormai tradizionale “Roma Express” è stata la Santa Messa che il Vescovo ha celebrato nella basilica superiore davanti a tanti ragazzi, non meno importante è stato il “primo contatto” con le testimonianza di chi, frate o suora, ha già avuto modo di “fare i conti” con la dimensione vocazionale della propria vita.

Le immagini e i video che i ragazzi, tramite Whatsapp, Facebook e Instagram, hanno mandato a Brescia sono di quelle che non lasciano spazio a dubbi particolari: se l’obiettivo di quesra prima esperienza in terra di Assisi era di far toccare loro con mano la gioia del “bello del vivere”, la missione, già al termine della prima giornata, è stata abbondantemente raggiunta.

Mons. Pierantonio Tremolada ha praticamente accolto l’arrivo dei ragazzi bresciani ad Assisi; non si è sottratto alle richiese di foto di gruppo o di selfie per documentare il “c’ero anch’io” a una esperienza importante.

Nel corso della Messa, celebrata sotto le volte della Basilica superiore, il Vescovo ha indicando ai ragazzi lo splendido ciclo di affreschi di Giotto dedicato a San Francesco, li ha invitati a vivere una vita avendo come punto di riferimento gli insegnamenti di quel giovane che, più di 800 anni fa, si lasciò interpellare da quell’invito del Crocifisso ospitato nella chiesa diroccata di San Damiano a impegnarsi per la ricostruzione della “casa”. Ai tanti ragazzi riuniti in questo scrigno di arte e religiosità ha rivolto ancora l’invito di trovare, così come fece Francesco, il tempo del silenzio, degli spazi per la riflessione, a prendere a cuore, così come fece tanti anni prima quel loro coetaneo diventato santo, la natura. Parole importanti, quelle del vescovo Tremolada, che non hanno lasciato indifferenti, nonostante la fatica per il viaggio affrontato e la prima giornata assisiate, le centinaia di ragazzi presenti.

I Santi sono modelli da imitare

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova. È l’occasione per guardare a tutti quei fratelli e sorelle che nella fede che hanno fatto della loro vita, nella grazia di Dio, un capolavoro di bellezza. È l’occasione per chiederci ancora volta chi sono i santi per noi, come dobbiamo guardare a loro, cosa da loro possiamo ricevere.

La liturgia ci viene incontro. Tra poco, nel solenne Prefazio diremo: “Oggi ci dai la gioia di contemplare la città santa del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci ha dato come amici e come modelli di vita”. Membri eletti della chiesa che Dio ci ha dato come amici e modelli di vita: ecco dunque chi sono per noi i santi che oggi ricordiamo. Santi di ogni tempo e di ogni luogo, santi di ogni popolo e nazione, santi di ogni lingua e cultura, santi di ogni ceto sociale, santi dalle diverse personalità e dai differenti caratteri; santi della Chiesa universale, santi di cui l’intera umanità può andare fiera e di cui potrà sempre conservare grato ricordo.

Amici anzitutto. I santi sono uomini e donne a cui ci sentiamo legati da un affetto spontaneo e profondo, a cui guardiamo con ammirata simpatia, di cui sentiamo volentieri la presenza. Siamo infatti una cosa sola con loro nel mistero santo della Chiesa, che è per definizione la “comunione dei santi”. Santi siamo tutti per grazia, in forza del nostro Battesimo: alcuni lo sono come pellegrini qui sulla terra, nel travaglio delle lotte che richiede la fedeltà alla propria vocazione battesimale: siamo noi; altri lo sono come cittadini del cielo, nella gloria luminosa e felice della Gerusalemme nuova: sono i santi per i quali oggi facciamo festa. C’è un già e non ancora nella santità della Chiesa, una tensione tra presente e futuro che dà sostanza alla nostra speranza. Come dice bene san Paolo agli Efesini: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). Noi siamo concittadini dei santi, mentre ancora camminiamo nelle molte città e nei molti paesi di questa terra che non è ancora la nostra patria. Nei santi che oggi onoriamo, ha trovato piena espressione quella beatitudine che Gesù ha annunciato nella pagine evangelica che abbiamo ascoltato. Davvero essi sono beati! Sono saliti sulla montagna del Signore, sono entrati nella sua santa dimora. In loro si è compiuto il grande desiderio che ogni cuore umano da sempre porta in sé e che il Salmo esprime così: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario”. I santi sono entrati per sempre nella casa del Signore. Hanno potuto farlo perché le loro vesti sono state immerse nel sangue dell’Agnello, cioè nella carità del cuore di Cristo crocifisso e risorto. Il mistero di bene che è Dio stesso li han accolti e li ha resi totalmente simili a sé: le loro vesti sono diventate candide e nelle loro mani è stata posta la palma della vittoria. Essi costituiscono quella moltitudine meravigliosa di cui ci ha parlato nella prima lettura il Libro dell’Apocalisse. Una moltitudine che non è separata da noi. Un legame misterioso ma intenso ci lega a loro. Li sentiamo vicini, solidali, amorevoli. Li sentiamo fratelli e sorelle nel Signore, compagni di cammino oltre i confini del tempo e nella luce dell’eternità. Sono gli apostoli e i profeti, i martiri, i pastori e i dottori, le vergini consacrate al Signore, i soccorritori dei poveri, i grandi educatori, i missionari coraggiosi, ma anche gli innumerevoli testimoni del Vangelo a cui noi siamo in grado di dare un volto e un nome ma che hanno seminato bellezza e bontà nella epoche in cui sono vissuti. Questi sono i nostri amici, i santi di cui ci vantiamo e a cui ci sentiamo profondamente uniti nella fede.

Questi stessi santi sono però per noi anche dei modelli. A loro noi guardiamo con il desiderio di imitarli. Il loro amore per il Signore Gesù li ha portati ad assumere uno stile di vita che lascia ammirati ma insieme spinge a guardare in alto, suscita il desiderio di essere almeno un po’ come loro. Potessimo anche noi dare alla nostra vita questa forma così nobile e attraente. Potessimo anche noi conferire alla nostra esistenza questa bellezza, questa umile grandezza. I santi hanno gustato la beatitudine premessa dal Signore perché ha indirizzato il loro cuore e la loro volontà verso gli ideali che lui ha indicato come meta all’umana libertà: sono stati poveri in spirito, miti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace; hanno avuto fame e ste e di giustizia; hanno accettato di venire perseguitati per causa della giustizia. Dei santi si dovrà dire che hanno vissuto facendo del bene. In ogni momento, in ogni circostanza, in qualsiasi condizione, hanno reso testimonianza a questa semplice verità: Dio solo è buono e grazie a lui tutto può trasformarsi in bene. Tutto concorre al bene di coloro che lo amano e, per coloro che lo amano, tutto può diventare occasione per rivelare la sua bontà: anche la sofferenza, anche la colpa, anche la male subito ingiustamente, anche la disgrazia improvvisa e la pena che dura nel tempo. I santi sono ambasciatori della carità divina nella nostra valle di lacrime. Sono il sale della terra e la luce del mondo. Sono annunciatori di una speranza che non delude perché fondata sull’esperienza costante e vittoriosa dell’amore del Cristo crocifisso e risorto. “Chi ci potrà separare dall’amore di Cristo?” – si chiede san Paolo scrivendo ai Romani. Se anche pensiamo alle prove più pesanti dovremo sempre concludere: “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati”. L’amabilità e la serenità dell’animo sono le caratteristiche più evidenti dei santi. Esse sono il guadagno di una lotta quotidiana che avviene nel profondo del loro cuore.

Ma un’ultima parola dobbiamo aggiungere. Se i santi sono i nostri amici e i nostri modelli, sono anche i nostri intercessori. Questo ci dice la liturgia per il semplice fatto che ci invita a celebrare questa solenne festività. Tra poco noi li invocheremo proprio così, come nostri intercessori. Canteremo le litanie dei santi e chiederemo a loro di pregare per noi. Mi piace intendere questa parole “intercessori” nel duplice senso di difensori e di promotori. Difensori contro il maligno, contro la tentazione che ci travolge e ci rovina, contro i nostri egoismi che ci incatenano, contro le diverse forme di dipendenza cui siamo pericolosamente esposti. Custodi del nostro cuore e delle dei nostri ambienti di vita, baluardo contro le paure che ci paralizzano: paura delle disgrazie e delle malattie, paura di non essere all’altezza dei nostro compiti e delle nostre responsabilità; paura del mondo e della sua violenza; paura del passato, del presente e del futuro. Promotori del bene nella nostra vita. Amici che ci esortano, ci spronano, ci sostengono; ci invitano costantemente a fare della nostra vita un sacrificio di lode gradito a Dio, una vera liturgia; ci sollecitano a dare sempre il meglio di noi, a guardare il mondo con coraggio e benevolenza, ad aprire il nostro cuore alla potenza dello Spirito santo, l’unico capace di portare a compimento la nostra vocazione e fare di noi un capolavoro di bellezza.

Su questa parola “bellezza”, vorrei che si fissasse il nostro pensiero mentre termina la nostra meditazione. La bellezza che viene da Dio è il vero segreto di ogni santità umana.  Sia così anche per ciascuno di noi. E voi, cari fratelli e sorelle, che siete ormai nella gloria del Signore, voi nostri amici, modelli e intercessori, pregate per noi, perché anche la nostra vita sia riflesso di quella limpida bellezza che voi così bene avete conosciuto quando eravate tra noi e che ora vi rende beati.

Maria modello di bellezza

A cura di Maria Piccoli

Il Magnificat della speranza, “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, il tema Pastorale di Lourdes per questo anno, ci invita a rivolgere lo sguardo a Maria, Modello di Bellezza. C’è nel cammino suggerito dal tema una riflessione che mi piace molto: “L’uomo guarda le apparenze, Dio guarda al cuore” e, se ci facciamo caso, quando con stupore noi guardiamo alla Grotta, nella quale non entra mai il sole, riconosciamo che là è sorta una certa corrente di grazia straordinaria fino a diventare luogo di consolazione e di speranza per tutti noi. Maria, madre di Gesù e madre di ogni creatura, ci comunica, ci fa intuire il desiderio di voler essere persone mature, di voler vivere da cristiani maturi, da autentici figli di Dio, che vogliono vivere e dare la vita.

Nel mondo in cui ci ritroviamo, spesso strutturato sulla menzogna, sulla superficialità, sull’apparenza, in un quotidiano in cui molte volte ci relazioniamo come vuoti fantasmi, è necessario sentire sempre più intensamente il bisogno di ritrovare la propria identità, il proprio volto, la propria vocazione. In un contesto dominato dal materialismo dilagante, in cui ci fanno credere, con ricercati ragionamenti menzogneri, che per non essere retrogradi è giusto promuovere il suicidio assistito e con il testamento biologico l’eutanasia non c’entra, è meglio far morire i vecchi quando ti danno fastidio, conviene assumere farmaci dalle conseguenze non prevedibili, purché diano l’effetto di stare bene col corpo, che il fumo fa male perché le sigarette ti rovinano i polmoni, i denti, anche se sul pacchetto ti scrivono che “il fumo uccide” ma sanno bene che continueranno a “vendere fumo…”.

Ci chiediamo: che fare? Quando ci si ritrova “sballottati dalle onde e portati di qua e là da qualsiasi vento dottrinale, secondo l’inganno degli uomini” (Ef 4,14) occorre ritornare alle sorgenti della verità: dobbiamo imparare a essere come Maria.

Maria è la donna Nuova.

Maria ci consente di comprendere che cosa significa la parola di Gesù: “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose”. Abbiamo bisogno di andare a scuola da Maria. E’ a Maria che dobbiamo guardare se vogliamo gustare e vivere questo insondabile mistero dell’Amore divino. Maria, donna del Sì,  la serva del Signore accoglie la volontà di Dio. Maria, donna del grazie, da lei si sprigiona un eterno Magnificat. Il Sì di Maria è integrale e la coinvolge in tutta la persona: corpo e spirito, mente e cuore. In qualche modo l’eccomi dovrebbe trasformare anche noi, se la nostra fosse una fede autentica. Il tema Pastorale di Lourdes ci richiama alla conversione, passare dalla logica del mercato alla logica dell’Amore, dall’uomo vecchio alla creatura nuova, dalla nostra razionalità e dai nostri coinvolgimenti emotivi alla volontà di Dio. Non possiamo andare a fare la comunione, se poi non ci impegniamo a essere luogo e occasione di comunione. Non possiamo stare in ginocchio, anche quando siamo davanti alla Grotta, se poi non sappiamo piegare la nostra superbia e i nostri pregiudizi, se non sappiamo rinunciare a quanto giudichiamo, per noi, importante. Non possiamo dirci credenti, o proclamarci fedeli se troppi idoli e modelli occupano, nel nostro cuore, il posto di Dio. É attraverso il nostro modo di essere che possiamo fare comunicare la Parola che ci è stata donata.

A noi è stata donata questa Parola, l’abbiamo ascoltata, non sciupiamola, non disperdiamola, incarniamola nella nostra vita quotidiana. Quando saremo dinanzi alla Grotta, con Gesù che ci attende nel silenzio e tace, ecco che Maria, come a Cana, ci sussurra: “Fate quello che Lui vi dirà” per indicare a ciascuno la strada per vivere da veri figli di Dio. Questa è la tenerezza di Maria, come quando è apparsa a Santa Bernadette e la parola forte che sussura, anche a noi, nel cuore di ogni persona, perché nessuno dimentichi che “La gloria di Dio è l’uomo vivente”.

Renato P . – un ammalato