I giovedì della Missione

A partire da giovedì 14 novembre, tornano i “Giovedì della missione” alle 20.30, nel centro Missionari Comboniani di Viale Venezia 112 a Brescia

Il nostro territorio è pronto a riaccogliere l’ormai tradizionale appuntamento dei “Giovedì della Missione”, una serie di incontri, realizzati in collaborazione con gli istituti Missionari presenti nella città di Brescia, che si prefiggono non solo l’obiettivo di essere occasioni di formazione, riflessione e preghiera, ma anche di promuovere l’incontro e l’aiuto dei poveri e degli stranieri, per “rilanciare il gusto del pensare insieme”, come ha affermato il vescovo Pierantonio Tremolada.

Gli incontri in programma si terranno alle 20.30 nel centro Missionari Comboniani di Viale Venezia 112 a Brescia. A dare il via, giovedì 14 novembre, Mauro Castagnaro, giornalista specialista di America Latina e redattore di “Missione Oggi”, e Mattia Prayer Galletti, Lead Techinical Specialist presso l’Ifad, presenteranno il tema “Sinodo dell’Amazzonia: “kairòs” per tutta la chiesa e il mondo”. A moderare l’incontro sarà presente don Roberto Ferranti, direttore dell’Area pastorale per la Mondialità della Diocesi di Brescia.

Il secondo convegno di giovedì 12 dicembre si concentrerà sulla tematica “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria della Chiesa in Italia” con la partecipazione di don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio di Como, e padre Daniele Moschetti, missionario comboniano di Castel Volturno di Caserta. Modererà padre Mario Menin, direttore di “Missione Oggi”.

In programma per giovedì 9 gennaio, la finestra sul mondo con “Io Accolgo. Uscire dal labirinto delle paure”. Partecipano all’evento padre Alex Zanotelli (nella foto), missionario comboniano nel quartiere di Rione sanità di Napoli, Antonio Trebeschi, sindaco di Collebeato e coordinatore della rete Sprar di Brescia, e don Fabio Corazzina, parroco di Fiumicello di Brescia. Mimmo Cortese, membro di Opal Brescia e redattore “Missione Oggi”, farà da mediatore. Giovedì 13 febbraio si terrà il quarto incontro, caratterizzato dal tema “La chiesa popolo di Dio e la sfida dei populismi e nazionalismi in Italia e in Europa” con la presenza di mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti, Marco Revelli, già ordinario di Scienza della politica presso l’Università del Piemonte Orientale, e Anna della Moretta, giornalista del “Giornale di Brescia, che modererà l’incontro. Giovedì 12 marzo si parlerà di “Chiesa di uomini e di donne corresponsabili nella sinodalità missionaria” con Matteo Truffelli, presidente nazionale Azione Cattolica Italiana, Serena Noceti, teologa e vicepresidente dell’Associazione Teologica Italiana, e madre Eliana Zanoletti del Canossa Campus di Brescia.

L’ultimo incontro è in programma per giovedì 14 maggio, quando si tratterà di “Legittima difesa e armi in Italia e nel mondo: per quale sicurezza?”. Giorgio Beretta, analista Opal, e Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana Disarmo, saranno moderati da Piergiulio Biatta, presidente Opal. I “Giovedì della Missione” proporranno anche lo spettacolo teatrale “Pierre e Mohamed – un cristiano e un musulmano. Amici fino alla morte, insieme”, diretto da Francesco Agnello e interpretato da Lorenzo Bassotto, che verrà messo in scena lunedì 23 marzo alle ore 20.30 nella chiesa di San Cristo, in via Piamarta 9, a Brescia. Il monologo teatrale è accompagnato da un supporto musicale ed è ispirato al testo di Adrien Candidiard, sulla vicenda di Pierre Claverie, vescovo di Orano, e dell’amico Mohamed Bouchikhi, assassinati insieme in Algeria il 1° agosto 1966.

I miei missionari in Africa

Ottobre Missionario 2018

Ti scrivo durante questo mese missionario per raccontarti la mia esperienza missionaria qui a Morrumbene, in Mozambico, col desiderio di renderti partecipe di alcune emozioni, riflessioni, ma soprattutto per condividere quello che anche io sto ricevendo… se fa bene a me può far bene anche a te!

Papa Francesco nel suo bel messaggio per la giornata missionaria di quest’anno dice “insieme ai giovani potiamo il Vangelo a tutti”. Una delle mie prime esperienze e attività che sto vivendo è incontrare i giovani delle 48 comunità presenti in questa parrocchia. Nell’incontro rimango sempre ammirato dalla gioia dei giovani, che si esprime in canti e balli, e della semplicità e normalità di pregare e confrontarsi sulla propria fede. In varie occasioni molto semplici e anche molto forti mi stanno annunciando il Vangelo. L’annuncio più forte in questi 8 mesi di missione è stato quello ricevuto da Orlando, un ragazzo di 22 anni che da pochi mesi è morto per una grave malattia. L’ho conosciuto al consiglio dei giovani della parrocchia, lui era uno dei responsabili della sua zona per quanto riguarda la pastorale giovanile. Sono stato a trovarlo un giorno a casa sua perché per colpa della malattia che improvvisamente lo ha colto, non poteva più partecipare agli incontri del consiglio. Attraverso il suo catechista di zona mi ha chiamato urgentemente, e sentendo venire meno le forze mi ha chiesto di essere battezzato. Stava camminando nella catechesi del catecumenato, ma il suo percorso ha avuto una forte accelerata. “Padre desidero il Battesimo, voglio essere Figlio di Dio”. Questo desiderio, nella consapevolezza di morire, ancora oggi mi scuote e mi provoca grande ammirazione: desiderio di essere figlio di Dio. Orlando è il mio primo missionario in Africa.

Un’altra esperienza forte in questi primi mesi di missione è stata la benedizione delle case, o meglio capanne, in una delle 8 zone della mia parrocchia. Zona Panga, con la presenza di tante chiese, confessioni e sette diverse. Ho ricevuto tanta accoglienza e gioia. Volevo condividere con te l’incontro con una anziana, che non sapeva più come ringraziare Dio per la visita del Padre nella sua capanna “Anche i passeri del cielo cantano contenti per questa visita, un padre è venuto a trovarmi”. Questa cosa mi provoca come prete e anche come cristiano. Noi siamo portatori di qualcosa di grande, che la gente riconosce e desidera. Lei nemmeno mi conosceva, ma riconosce in questa visita l’attenzione della Chiesa. Molte volte anche una sola visita dice molto. Questa è un’altra missionaria. Mi ha aperto il cuore.

Avrei tanti altri piccoli incontri da raccontarti. In verità ci sono anche alcune fatiche, come in ogni parte del mondo. Mi sto accorgendo che ognuno può essere “missionario” con l’altro perché portatore di qualcosa di vero e di bello. Sempre papa Francesco dice nel suo messaggio per la giornata missionaria “La vita è una missione. Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273).”

Questa semplice lettera era per vivere la mia missione anche con te, condividendo piccoli incontri, che richiamano Qualcuno di grande che ci precede e ci guida. Mi trovo bene qui in Mozambico, sto imparando molto, anche se a volte faccio fatica a lasciarmi guidare. Sono un testone.

Un abbraccio e un ricordo nella preghiera.

Don Pietro Parzani, qui chiamato padre Pedrinho

Giovani per il Vangelo: ottobre missionario 2018

“Giovani per il Vangelo” è lo slogans che le Pontificie Opere Missionarie hanno scelto per la 92° Giornata Missionaria Mondiale, che si celebrerà il 21 ottobre 2018.
La forza di scoprire, di saper rispondere agli interrogativi della vita, di saper compiere le decisioni personali.

É l’incontro con la Parola di Dio fatta carne in Gesù, che ci indica che la giovinezza non è solo questione di età ma di cuore. Quante belle testimonianze di missionari che nonostante l’età avanzata hanno una giovialità ed entusiasmo di un ventenne. Allora la giovinezza non è solo una questione di età, ma di incontro con il Vangelo.

Programma Parrocchiale dell’ Ottobre Missionario

Tutte le mattine dopo la S. Messa delle ore 8.00 recita del S. Rosario Missionario

Domenica 21 ottobre Celebrazione in Parrocchia della Giornata Missionaria Mondiale, con distribuzione delle apposite buste. L’ importo verrà consegnato all’ Ufficio Missionario Diocesano, che a sua volta lo devolverà alle Pontificie Opere Missionarie – Roma.

Programma zonale per l’ Ottobre Missionario

Veglia Zonale il 19 ottobre presso la Parrocchia di Gambara – ore 20:30.

Programma Diocesano per l’ Ottobre Missionario

Venerdì 05 Ottobre ore 20.30 Veglie di Preghiera presso i Monasteri di Clausura:
Monastero del Buon Pastore – Via della Lama 83 – Brescia
Monastero S. Chiara Clarisse – Bienno
Monastero della Visitazione – Via Versine 09 – Salò
Monastero delle Clarisse Capuccine – Via Arimanno – Brescia

Sabato 20 Ottobre ore 20.30 – Cattedrale di Brescia Veglia Missionaria e StarLight per adolescenti, con mandato ai Missionari partenti e agli adolescenti alla scoperta di Paolo VI.

Dalle idee alla vita: la missione è possibile

Nel Laboratorio Missionario del 12 maggio scorso, si è  riflettuto su come si possa passare dalle idee alla vita, su come si possa accogliere il Regno di Dio affinchè la Sua Missione, sia uno stile di corresponsabilità, di sinodalità nella chiesa, di comunione, di ministerialità non rimangano solo belle parole e slogan ma diventino vita e vita piena.

Il Progetto di Pastorale Missionario per la Diocesi è stato ideato un paio di anni fa dal Vescovo Monari, il quale si auspicava che ogni Consiglio Pastorale Parrocchiale potesse elaborare un proprio Progetto di Pastorale Missionaria (diciamo che nella nostra Parrocchia, si è iniziato a seguire questa indicazione). Lo stile quindi di un futuro, ma non troppo, dove il PPM dovrà tener conto dell’ annuncio esplicito del Vangelo ai non cristiani, ovvero della missio ad gentes, soprattutto a partire dagli ultimi, dai più lontani, dai più bisognosi, dai più sofferenti.

Come procedere? Si tratta di ripensare la comunità cristiana. Si tratta di inventare nuove forme di ministeri al servizio dell’ unica missione locale-universale. Una formazione quindi sui temi della fede, della pastorale ma “impastata” con la mondialità, con la vita quotidiana, con le gioie e le sofferenze delle persone. In questi ultimi 15 anni le scuole bresciane hanno invitato Brescia Mondo a realizzare percorsi di educazione alla mondialità con gli studenti permettendo di incontrare dai 5 ai 6 studenti. Intercettare questa urgenza-esigenza nei nostri oratori è ancora un lontano sogno tranne qualche eccezione. Sembrano essere percepiti come temi “non nostri”.

Le linee del PPM propongono le indicazioni dell’ Evangelii Gaudium per una chiesa in uscita. La missione ad gentes deve diventare lo spirito della missione della chiesa nel mondo: una chiesa in uscita è quella che ascolta il grido dei poveri e si lascia trascinare da loro. Ma come essere attenti al grido dei poveri senza conoscerne le cause, i meccanismi, ed arrivare ad individuare la nostra corresponsabilità? Avviare processi di formazione è urgente. Il PPM ci invita ad andare ancora oltre: mai come oggi è inevitabile una denuncia esplicita delle cause che creano e costruiscono la povertà nel mondo dove la distinzione geografica tra nord e sud è sempre meno visibile. Ed ancora, sempre nella linea della conversione, l’ incontro personale rappresenta la miglior testimonianza di vita, un dialogo fraterno ma soprattutto sincero, costruttivo. Relazioni umane di scambio, preghiera, confronto, sostegno.

Al Centro Missionario sono arrivate circa 40 richieste per presentare il PPM nelle parrocchie o unità pastorali, sono in corso processi, cambiamenti anche se lenti, le comunità si stanno interrogando sul come testimoniare il Vangelo oggi. Il Centro Missionario ringrazia per tutto questo lavoro, impegno, scambio, ricerca di nuove vie della missione.

Tratto da un articolo su Kiremba di Claudio Treccani, appartenente allo staff del Centro Missionario Diocesano.

Testimonianza di padre Alessandro Garbagnati

Sono un Missionario Comboniano rientrato dal Brasile nel 2012 per un servizio di animazione missionaria in questa chiesa di Brescia (in questi anni Padre Alessandro ci ha seguito negli incontri della Commissione Missionaria Zonale, su incarico del Centro Missionario Diocesano). Ora che mi accingo a ripartire per la missione, qualcuno mi ha detto: “C’ è tanto bisogno anche qui!”.

É vero, non si può negare che c’è bisogno anche qui, ma se mettiamo a confronto le necessità di qui e le carenze della missione, il confronto non regge. Sono decenni, quasi secoli , che in Brasile mancano sacerdoti, suore e consacrati a tempo pieno per il lavoro pastorale. I cristiani di la, se ne sono resi conto da un pezzo e sapendo che il prete o la suora arrivano solo qualche volta, essi stessi si rimboccano le mani: dalla costruzione materiale, all’ organizzazione della comunità, passando attraverso la liturgia, la catechesi, la carità, fino all’ amministrazione delle poche risorse, fanno quasi tutto loro. Sentono la chiesa o la cappella come “la loro comunità”, frutto del loro lavoro, sforzo, impegno, sudore, fatica.

Ho sempre portato nel cuore la vitalità di queste chiese giovani nel sud del mondo, la loro fede in mezzo a tante prove (ingiustizie, violenze, persecuzioni). Ora ripartendo per il Brasile porto con me la memoria dei laici e laiche che qui ho incontrato e con i quali ho collaborato.

Le numerose persone che ho conosciuto nelle parrocchie e non solo: animatori e animatrici, catechisti e catechiste, partecipanti a gruppi o a commissioni missionarie zonali. Ho incontrato persone piene di Spirito Santo e di fede, capaci di vedere il bello e il buono nell’ operato degli altri. Ho trovato in loro sensibilità, preoccupazione sincera e attiva per la missione, tradotti in azione concreta nella catechesi, nella liturgia: quante belle attività.

Come non pensare a Papa Francesco e a quello che ha scritto nell’ “Evangelii Gaudium”: dove arriva il Vangelo, arriva la gioia! In unione di preghiera, auguri missionari a tutti. 

Un’opera teatrale per raccontare la missione

Nella serata del 4 giugno 2018, presso il Teatro Sociale di Brescia, si potrà assistere ad una rappresentazione teatrale liberamente tratta dalla vita della Beata Irene Stefani (missionaria della Consolata in Kenya nel 1930 e beatificata nel 2015), a cura della compagnia teatrale Controsenso: “Una storia di silenzi, di occhi bassi, di mani rotte e di scarpe consumate. Una storia di amore, di pazienza, di fatica. Di strade lunghe e polverose, di mondi lontani. Una storia di coraggio, di fede, di carità.”

In scena due attori che, con parole e danza, raccontano l’impegno di una giovane missionaria e del valore rivoluzionario delle sue scelte. Una giovane che dalla Val Sabbia prende con coraggio la propria vita e si reca in Africa per rimanervi per sempre.
Lo spettacolo teatrale è della compagnia “CONTROSENSO TEATRO” con Alberto Branca e Francesca Grisenti; la regia di Massimiliano Grazioli.
Lo spettacolo “Irene” sarà preceduto alle ore 19:30 da un aperitivo solidale nel foyer del Teatro in collaborazione con il ristorante “I Nazareni”.

Per prenotare e ritirare i biglietti dello spettacolo rivolgersi a:

Fondazione Museke in via F.lli Lombardi 2 (Brescia), segreteria@fondazionemuseke.org – 0302807724 oppure 3335055203

Dalle idee alla Vita – Labmissio 2018

Le occasioni, quelle belle e vere, vanno colte. Sopratutto se possono essere per noi fonte di crescita, maturazione e apertura mentale. L’equipe del Cmd da qualche anno elabora e sostiene l’appuntamento del Labmissio. Oltre a questo, nell’ultimo anno e mezzo ci siamo adoperati e per la realizzazione del priimo Festival della Missione; un evento che ha avuto grande risalto dentro e fuori i confini della nostra Diocesi.

Abbiamo chiesto ad Alberto, uno dei tanti ragazzi che hanno lavorato con noi durante il Festival, che cosa è rimasto di quell’esperienza. “Sono finito al Festivaldella Missione quasi per caso – scrive Alberto – per aiutare un’amica che mi ha chiesto “qualche pomeriggio, rispondi alle mail e poco altro” e, incosciente, ho accettato. I pomeriggi sono diventati giornate intere, fino ad arrivare al festival quando non distinguevo più il giorno e la notte perché si lavorava sempre. Nessuno mi ha obbligato, ma una volta entrato nella squadra, non ho potuto fare a meno di dare il massimo, o almeno provarci. Perché ho conosciuto una straordinaria banda di matti che rendeva il lavoro un piacere, che sorrideva a ogni ora del giorno, che aiutava, consigliava, cantava, a volte sbagliava, chiedeva scusa e ricominciava a ridere. A ridere. Il Centro Missionario Diocesano è stata la mia casa per un mese. E per un mese non ho potuto far altro che ridere.

Sembrerò retorico, ma il Festival della Missione è stato, per me, il Festival della Gioia. Davvero. Ho incontrato uomini e donne straordinari, ho ascoltato storie incredibili, spesso anche piene di buio e sofferenza. Ho visto platee attonite ascoltare testimonianze forti, in silenzio e a volte anche in lacrime. Ma alla fine, sempre, tornava il sorriso. Perché la forza dei missionari, di quelli che ho ascoltato e di quelli di tutto il mondo, è la Speranza. Quella che dà loro la carica in mezzo ai problemi, quella che li fa andare avanti nonostante le difficoltà, quella che li rende luminosi quanto ti raccontano la loro storia.

Ho incontrato la Gioia vera, al Festival. La gioia dei testimoni con i pass sempre al collo, la gioia dei volontari con i loro zainetti colorati, la gioia dei partecipanti che per qualche giorno hanno invaso pacificamente la città. La gioia persino agli aperitivi con i missionari nei locali più fighetti del centro: li credevamo un azzardo, si sono rivelati tra i momenti più riusciti. E poi la musica, da tutto il mondo, universale, potente. E le mostre anche, intense, autentiche.

Grazie al Festival, per esempio, ho conosciuto Padre Alejandro Solalinde, un uomo incredibile che in Messico difende gli ultimi, contro lo Stato, contro la sua stessa Chiesa, contro i Narcos che lo vogliono morto. Non ha soldi, non ha casa, non ha paura. Dopo un’ora di chiacchiere ti senti una nullità tanto è straordinario. Ma con lui mi sono ritrovato a cantare in macchina o a ballare sotto il palco del teatro, come fosse mio amico da sempre, e lo conoscevo da poche ore. Anche questo, in fondo, lo rende un uomo speciale. E così, grazie al Festival, ho riscoperto il mondo missionario, la sua forza, il suo valore, la sua autenticità. Quanto prima, vorrei partire per conoscerlo da vicino. Nel frattempo, quando passo in via Trieste, so dove entrare per trovare un abbraccio, un sorriso, una nuova storia. E un caffè gratis, che non fa mai male.”

Ma dobbiamo aspettare il prossimo Festival della Missione per poter sentirci coinvolti in qualcosa di bello e forte? Il Cmd, da qualche anno propone il Labmissio come occasione di incontro e confronto sulle tematiche missionarie e su come dobbiamo sempre di più inserirle nell’ordinarietà della nostra pastorale. L’appuntamento di quest’anno sarà organizzato in due momenti: Mercoledi 9 Maggio alle ore 19.00 presso l’Oratorio di Sant’Afra e Sabato 12 Maggio dalle ore 9.00 presso la Parrocchia di Sant’Angela Merici di San Polo a Brescia.Abbiamo voluto strutturare l’appuntamento del Labmissio in due step per poter colpire nel segno i destinatari della nostra proposta. Mercoldi sarà dedicato ai giovani delle parrocchie della Diocesi.

L’incontro inizierà alle 19, in pieno orario di happy hour, con un aperitivo con il missionario. A seguire lo spettacolo “Irene”, già molto apprezzato durante le giornate dle Festival della Missione. In seguito un confronto tra i giovani, i missionari e i membri della compagnia teatrale sulle provocazioni nate durante la serata. Ci lasceremo guidare dalla frase “Chi non arde non incendia”, parole che ci invitano a vivere in pienezza e ad essere testimoni credibili negli ambiti in cui siamo chiamati a muoverci. Sabato 12 Maggio ci troveremo invece alla Parrocchia di Sant’Angela Merici di San Polo, a Brescia. Proveremo a confrontarci sulle modalità in cui poter inserire il Progetto di Pastorale Missionaria nell’ordinarietà delle nostre attività. Noi scommettiamo che sarà un’altra occasione da cogliere. Ci sarai?

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.

La messe è molta

Ottobre missionario 2017

Nei campi era ormai tempo di mietiture. Il grano aveva il colore del pane… Ma Gesù vede altro: guarda e vede che ogni uomo è una zolla di terra ancora atta a dare vita ai suoi semi divini che in noi crescono, dolcemente e tenacemente, come il grano che matura nel sole. E ha un sogno: svelare ad ogni uomo il tesoro nascosto nel campo, far scoprire a ogni persona la propria dignità, il proprio carisma da mettere a servizio del Regno, manifestarsi a ognuno come il Dio della Misericordia e della consolazione. Ma non vuole salvare il mondo senza di noi, vuole, desidera, chiede agli apostoli, a noi, di diventare discepoli, narratori di Dio. Il Signore ci chiede di costruire la Chiesa con Lui. Ogni uomo, in ogni parte del mondo, è “messe matura”, per diventare pane di Dio, per diventare figli di dio.

Queste parole di Gesù, in maniera particolare in questo tempo, ci interpellano direttamente e profondamente. Siamo discepoli perché chiamati a seguire Gesù da vicino, non come persone della folla, ma a seguirlo in un rapporto personale sempre più intimo e profondo con la sua grazia, perché siamo chiamati a innamorarci ogni giorno di più di Lui. E siamo costituiti insieme inseparabilmente apostoli, inviati dal Signore Gesù, perché non possiamo trattenere soltanto per noi la bellezza e la ricchezza del grande dono dell’amore ricevuto da Dio. “Ogni cristiano – ci ricorda Papa Francesco nella Evangelii gaudium – è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre discepoli-missionari”. (n. 120), e con un tratto autobiografico si identifica con la missione: “Io sono una missione su questa terra” (n. 273). Purtroppo questa consapevolezza a più di cinquant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, non è ancora pienamente entrata nella prassi ecclesiale. Molti cristiani ritengono ancora che la missio ad gentes sia una vocazione riservata a pochi uomini e donne. Ed invece “la missione…” rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà un nuovo entusiasmo e nuove motivazioni.

La fede si rafforza donandola! (Redemptoris Missio, 2), L’Ottobre Missionario, con il suo invito alla riflessione, alla preghiera, al gesto fraterno della condivisione è occasione perché le nostre comunità, fedeli alla logica della missione, evitino la malattia spirituale dell’autoreferenzialità, e si pongano alla ricerca di esempi concreti, di gesti significativi, di fatti emblematici, che ne scuotano il grigiore, e le rendano veramente sbilanciate verso la ricerca e l’ascolto dei lontani e dei non credenti; comunità attente a suscitare e a coltivare le grandi vocazioni cristiane, preparate a testimoniare la fede nell’immenso campo del mondo. Segni di questa Chiesa “in uscita missionaria”  che annuncia gioiosamente che la salvezza realizzata da Dio è per tutti (EG n. 113).

(a cura di S.E.R. Mons. Nunzio Galatino – Segretario Generale della C.E.I.)

Gesù è dietro le sbarre

Baz, giovedì 29 giugno 2017
Festa dei santi Pietro e Paolo

Cari amici della missione,
oggi voglio comunicarvi i miei sentimenti a riguardo di una esperienza che da qualche tempo sto facendo: l’incontro con i carcerati di Burrel! Non riesco a tenermi dentro le emozioni che sto provando. Non so chi avrà il coraggio o la pazienza di leggermi fino in fond … ma io ci provo.

Ogni mercoledì, dalle 9 a mezzogiorno, io e Genti (il mio fedele collaboratore) andiamo in carcere! Tre ore alla settimana… poi ci lasciano liberi. Ma queste tre ore cambiano la nostra vita. Immaginate, quindi, cosa può cambiare nella vita di chi sta “dentro” per 15, 20 o 30 anni e più! Sì, e vero… là dentro si può cambiare in meglio o in peggio: ma il carcere, comunque, ti cambia!

Prima di tutto, voglio dirvi che la mia emozione, entrando nel carcere più “malfamato” dell’Albania, viene dal fatto che lì dentro sono stati imprigionati e torturati alcuni martiri della chiesa albanese, beatificati lo scorso novembre. Uno (Karl Serreqi) è morto proprio lì, a causa di stenti e di torture. E poi, la consolazione che provo in questa mattinata che dedico alla visita dei carcerati, mi viene dalle parole del Vangelo: “Venite benedetti dal Padre mio… perché ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). Perciò, in quel momento, incontrando quelle persone, stringendo loro la mano, abbracciandoli, parlando e pregando con loro … mi sento davvero davanti a Gesù! L’emozione è unica.

E poi, quando sono “dentro” per poche ore … mi ripeto spesso la frase che Papa Francesco disse ai detenuti di Regina Coeli: “Perché voi siete qui e non io?”. Ricordando che anch’io faccio molti sbagli, molti peccati… che per grazia di Dio non sono “condannabili” dalla legge, ma che mi fanno sentire, a volte, anche peggio di quei detenuti. Perché io, a differenza di loro, ho avuto, e ho tuttora, tutte le condizioni favorevoli per essere “bravo”… e, nonostante questo, sbaglio ugualmente. Mi pento, ma ormai è fatta!

Va bene, ora passo alla descrizione delle tre ore in cui incontro Gesù che si trova “dietro le sbarre”. Io e Genti entriamo puntualmente alle 9, dopo aver preso un caffè al bar di fronte al carcere per “ripassare” l’attività che abbiamo preparato per i carcerati. La giovane poliziotta che sta al cancello ci accoglie con un sorriso. Ormai ci conosce. Gli siamo simpatici. Anche lei, per me, è una ragazza simpatica. Tutti i gli “impiegati” del carcere ci accolgono bene. Con tutti riusciamo a farci accettare con il sorriso, anche se portiamo a loro un po’ di lavoro in più. Sono dei lavoratori in una situazione difficile. Sono anche poco pagati e corrono dei rischi… e, a volte, devono essere “duri”. Ma con noi sono accoglienti. Anche loro capiscono che la nostra presenza, lì dentro, fa del bene a tutti. Dopo aver sbrigato le pratiche di ingresso… andiamo nella “saletta” della perquisizione. Leka, il poliziotto incaricato, fa sempre alcune battute per alleggerire la situazione e, abbastanza formalmente, “ci mette le mani in tasca”. Non esiste uno scanner per i controlli… tutto manuale! Poi, dopo che anche i nostri “fogli” preparati per l’incontro sono stati osservati ad uno ad uno… entriamo nel “braccio B”, dove ci sono i detenuti condannati definitivamente per crimini gravi (in maggioranza, per omicidio).

Attraversiamo il cortile “dell’aria” circondato da quattro muraglie (20 mt x30 e cinque metri in altezza). In genere, ci sono una ventina di detenuti che stanno passeggiando… Ci salutano cordialmente. Alcuni si avvicinano per stringerci la mano. Genti mi indica i “boss” là nell’angolo… che salutano con un cenno. I “boss” hanno una loro dignità… non si avvicinano. Il cortile, così come le celle dove sono rinchiusi i detenuti, è una ghiacciaia d’inverno e un forno d’estate. Non c’è un filo d’erba. Ieri ho fatto una battuta ad un carcerato che era a torso nudo tutto abbronzato : “Ehhh… sei stato al mare questa settimana!”. E lui, di risposta, fa una grande risata che allarga il cuore e che gli fa passare qualche minuto di serenità.

Grazie Gesù della tua risata! Con poco, sono riuscito a farti contento!

Dopo aver passato altre due cancellate (con sbarre del diametro di 3 cm, che danno un senso di “chiusura” impressionante, (soprattutto quando i catenacci sbattono rumorosamente alla nostre spalle), entriamo nella “sala degli incontri e delle attività socio-educative”.  Un ambiente disadorno, non curato, che forse possono immaginare solo quelli che sono venuti almeno una volta alla missione, e che hanno visto le povertà strutturali dell’Albania. Tempo fa, don Roberto, l’iniziatore di questa attività, aveva arredato la stanza con qualche tavolo e sgabello di plastica… alcuni sono finiti nelle celle, ma lì ce ne sono ancora a sufficienza. In uno scaffale abbiamo messo alcune Bibbie e altri libri e opuscoli… soprattutto di genere “spirituale”, ma anche altro. Ognuno può prendere quel che desidera da leggere in cella.

Ieri, Gjon, il mio “santo protettore” , che è anche mio coetaneo, era entusiasta per aver letto il libro che descrive la vita e i miracoli di S. Antonio (almeno 5 volte! mi ha detto). Lui è dentro da una quindicina d’anni perché un giorno gli è andato il sangue alla testa per gravi problemi famigliari… Ma ha una fede grande che lo sostiene. Una delle emozioni più forti che sto provando in questo periodo della mia vita è proprio quando incontro Gjon. Lui, all’incontro, viene sempre “sbarbato” e vestito bene, elegante al massimo. Mi ha insegnato che quando si va ad incontrare il Signore, ci si deve vestire “al meglio”.  E, così, da quando lui me lo ha detto, anch’io mi vesto sempre bene quando vado in carcere: come se andassi dal Papa! Ogni mercoledì, con occhi brillanti di soddisfazione, mi dice sempre: “Ho pregato per te questa settimana… un rosario al giorno!”. E quando me lo dice sottovoce, io mi commuovo sempre.

Gesù che prega per me… è straordinario! Lo abbraccio senza riuscire a dire nulla.

Poi c’è Florjan… Gesù Bambino. Lui è cresciuto senza famiglia. A 5 anni era in strada. E doveva vivere “della strada”. Mai andato a scuola. Non sapeva ne leggere ne scrivere fino a quando in carcere, un “collega” si è fatto suo insegnante. Ora ha 37 anni. Da 18 è in carcere perché in una rapina gli è scappato il colpo, e, di anni, ne ha ancora 5 da fare.  La settimana scorsa, durante l’incontro, gli ho detto: “Ormai sei in discesa… ne hai solo 5!”. E lui, davanti a tutti, ha risposto: “Non mi preoccupano questi cinque anni. Prima di tutto… perché ci siete voi che venite qui ogni settimana e mi date forza” (e qui si è fermato qualche secondo per sottolineare la verità di quel che diceva). E, continuando, ha aggiunto: “Poi perché mi sto preparando: quando uscirò, voglio costruirmi una vera famiglia, diversa da quella che ho avuto io”.

É Gesù bambino che vuol ricostruirsi la vita. Eccezionale!

Li dentro c’è anche Emanuel, un ragazzo di 25 anni che è cresciuto “in chiesa”… proprio come i ragazzi della missione di Suç e di Baz che voi conoscete. A lui, qualche anno fa, è “capitato” di colpire un bambino che passava di lì, durante uno scambio di pistolettate tra adolescenti incoscienti. Oramai è successo, e gli anni che ha da passare “dentro” sono tanti. Non si da pace, ma è successo… ed è giusto, secondo la legge, che paghi. Ma a me sembra che anche lui sia un po’ come Gesù… di fronte alla strage dei bambini innocenti. Forse anche Lui, Gesù, l’Emmanuele, si è sentito male quando ha scoperto che tanti bambini erano stati uccisi… “a causa sua”! Senza volerlo, si capisce. Gjergj, un giovane papà di 30 anni, è finito dietro le sbarre… per un “sciocchezza”, diremmo noi. Ha fatto saltare in aria la sua macchina per poter dimostrare di essere perseguitato, sperando, così, essere accolto in Europa come rifugiato-perseguitato, insieme alla sua famiglia. Per dare il pane ai suoi bambini… voleva arrivare ad essere come Gesù “esiliato in Egitto”. Invece lo hanno accusato di terrorismo e gli hanno dato parecchi anni. Adesso, in carcere, lui costruisce croci, di ogni genere e di ogni misura, con stuzzicadenti, colla, sabbia del cortile…  e altri materiali “di fortuna”. Le croci le fa bene, sono belle… Abbiamo fatto con lui un accordo per acquistarle e distribuirle nelle case dei villaggi quando noi missionari andiamo per le benedizioni. Così lui potrà aiutare un po’ la moglie e i due bambini che sono rimasti fuori, per qualche anno senza papà.

Un Gesù “assaltato dai briganti mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico” è l’amico che noi chiamiamo “il professore”. Perché è un bravo insegnante di 40 anni, intelligente e preparato, che, fino a pochi mesi fa, faceva con passione il suo lavoro. Di insegnanti così ce ne sono pochi, non solo in Albania. Lui è “dentro” perché una sera tardi, di rientro dopo una festa con la squadra di calcio dei suoi alunni, che avevano vinto un torneo, si è trovato davanti dei “briganti” (povericristi anche loro) che volevano svaligiare la sua casa. Ha menato un bastone per aria e ne ha colpito uno alla testa. Il colpo è stato fatale e, così, lui è sotto accusa per eccesso di legittima difesa. Forse anche l’uomo del vangelo… prima di prenderne tante, si sarà difeso, non so. Ma, come quell’uomo, anche il professore è rimasto ferito e sanguinante sulla strada. É finito in gabbia, senza rendersi conto, come un topo inseguito da gatti inferociti.

Dopo un periodo di disorientamento e di incredulità… ora si sta riprendendo e si sta facendo una ragione di quel che è successo e delle conseguenze che ha avuto. Forse anche noi, incontrandolo ogni settimana, gli stiamo dando una mano… abbiamo la pretesa di essere un po’ come il “Buon Samaritano” che sta fasciando le sue piaghe.  Anche lui ci sta aiutando molto negli incontri del mercoledì. É bello sentirsi un po’ come degli “infermieri”  che curano le piaghe di Gesù.

E così via…

La tentazione sarebbe quella di continuare e di descriverveli tutti questi “gesù”. Ma capisco che finirei per annoiarvi. Solo di un altro “angioletto” voglio parlarvi: di Juljan, un ragazzo che ne ha passate di tutte, che è cresciuto “da solo” a Roma, dopo che i genitori lo avevano abbandonato al suo destino, e che è poi entrato anche nel “tunnel” dell’eroina per qualche anno. Estradato dall’Italia a Burrel… perché ha venduto droga, quella “signora” che ha preso possesso della sua povera vita. Ora si presenta entusiasta quando viene all’incontro con noi (nell’altro braccio del carcere, in quello dei detenuti in attesa di giudizio definitivo).  É felice di poter annunciare, ogni volta, che è riuscito a diminuire ancora di qualche grammo la dose di metadone. Ha 20 anni, parla molto, ha bisogno di comunicare con estrema apertura e sincerità. In qualche modo è uno che sorprende, che sa trasmettere la voglia di “vincere” la vita, al di là delle difficoltà che si incontrano e delle mazzate che si prendono.

É un Gesù che non si arrende mai! Gesù, davanti al male, è proprio così, come lui.

Va bene, mi fermo qui. Ecco, avete capito perché il carcere mi sta cambiando: perché incontro quel Gesù che vuol ricominciare sempre. É quel Gesù che mi aiuta a rimettermi sempre in piedi dopo essere caduto, sempre in cammino sulla giusta strada, dopo aver sbagliato direzione. Proprio come sta facendo Lui, là dentro. Di questa cosa sono sicuro, non ho dubbi. Perché la dimostrazione ce l’ho lì, davanti agli occhi, ogni mercoledì, quando entro nel carcere “di massima sicurezza” di Burrel. Quando, poi, “la dentro”, nella stanza del degrado, celebriamo la S. Messa (come abbiamo fatto ieri), la presenza di Gesù è “lampante”. L’intensità di quel momento fa invidia alle più belle celebrazioni che si svolgono in S. Pietro a Roma e a tutti i più bravi cerimonieri di questo mondo.

Grazie Gesù, della tua presenza dietro le sbarre! Non c’è luogo più maestoso e solenne di questo dove poterti incontrare.

Don Gianfranco Cadenelli
Missionario “fidei donum” in Albania