La misericordia e la carità

“La misericordia e la carità dei bresciani in casa e nel mondo”. Questa testimonianza su una mostra molto interessante è un ulteriore omaggio alla memoria di mons. Antonio Fappani

Mons. Antonio Fappani che ci ha lasciato il 26 novembre scorso volle affidare, al sottoscritto l’incarico di inaugurare, in Duomo Vecchio, la mostra “La misericordia e la carità dei bresciani in casa e nel mondo”, alla quale, come sempre, aveva dedicato tempo ed energie, convinto dell’importanza di far conoscere a tutti, bresciani e non, la storia della testimonianza della carità fiorita in terra bresciana, ad opera di istituzioni e singoli che hanno messo mano, rispondendo alle necessità via via manifestatisi lungo gli anni. Nessuno è stato dimenticato, non solo nell’elenco, ma attraverso documenti, dichiarazione di intenti, progetti condivisi, fotografie, ecc. Ad ogni “quadro” è stata aggiunta una didascalia che aiuta il visitatore a identificare tempi e operatori, singoli e istituzioni. Una mostra, è finalizzata a far vedere, a svelare ciò che è nascosto, perché non venga dimenticato. La storia della carità presenta una varietà di presenze e di interventi, corrispondenti a quella “interpretazione infinita” della virtù e della dimensione della carità, che ha dato luogo a realizzazioni originali e creative, da stupire.

Come ci testimoniano i 116 pannelli della mostra. La carità è frutto della misericordia, frutto visibile, che risponde con il “cuore” alla “miseria”: esattamente come fa Dio. La carità – misericordia non è qualcosa di aggiunto alla vita, ma ne costituisce la “dimensione” essenziale soprattutto della Chiesa definita come “agape”. Se non lo fosse o lo fosse solo in parte, tradirebbe la sua natura che gli Atti degli Apostoli (Atti 2,42) parlando dei primi cristiani così la esprimono: “Erano uniti nella fede e nella dottrina degli apostoli, nella frazione del pane e nella carità fraterna fino alla condivisione dei beni”. La carità così esercitata ha anche una valenza di carattere antropologico e sociale oltre che spirituale che dà origine a quella “Civiltà dell’amore” secondo la felice espressione di S. Paolo VI. Ha, essa, una “dimensione politica” che supera ogni forma di puro assistenzialismo, per adempiere agli obblighi di giustizia, perché “Non si può dare per carità, ciò che è dovuto per giustizia” (Paolo VI). Guarda ai diritti e si propone come “progetto” per una società nuova. Cerca le cause delle povertà, studia i problemi e cerca soluzioni. Ciò significa che la carità non ha rapporto solo con le patologie della società, ma con la sua fisiologia. Anche la globalizzazione chiede che si risponda – unendo forze e idee – alle esigenze dell’uomo cambiato. E della società che ha bisogno di tutti per non soccombere. La pastorale trova qui uno strumento utilissimo per la formazione soprattutto degli adolescenti e dei ragazzi che frequentano il catechismo, in preparazione ai sacramenti. Tenendo presente che la catechesi è Parola – trasmette i contenuti della fede – è Memoria che fa conoscere e trasmette il vissuto della comunità, è Testimonianza che coinvolge la vita. (cfr. Il Sinodo sulla catechesi, 1977). Di più: “Se vedi la carità, là vedi la Trinità” (S. Agostino), che “suscita il volere e l’operare” (S. Paolo, nella lettera ai Filippesi 2,13) e che ispira credenti e non, ad amare il prossimo e i poveri in particolare. Di Madre Teresa di Calcutta è stato detto che era convincente perché non “parlava” di amore, ma amava! Ci auguriamo che l’impegno lungimirante e generoso di mons. Fappani e lo sforzo di “Civiltà Bresciana” siano debitamente apprezzati.

Luciano Baronio

Paolo VI, discepolo del Signore

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada al Santuario del Divino Amore a poche ore dalla canonizzazione del beato Paolo VI

Il momento che abbiamo tanto atteso è arrivato. Siamo a poche ore dalla canonizzazione di Paolo VI, il papa della nostra terra bresciana. Domani sarà proclamato santo davanti al mondo, insieme ad altri uomini e donne che hanno dato una straordinaria testimonianza di fede.

I sentimenti che ci hanno accompagnato in questi mesi di attesa si mescolano in quest’ora vigiliare: sono sentimenti di lode e gratitudine, di sincera ammirazione, di comprensibile fierezza, di affettuosa familiarità. Paolo VI è stato un grande papa, che ha esercitato il suo formidabile compito da santo, cioè in modo esemplare. Nel suo ministero ha lasciando trasparire chiaramente la forza e la bellezza del Vangelo. Molti nella Chiesa sono già consapevoli della sua grandezza. Altri ancora, sempre di più, lo saranno negli anni a venire. È caratteristica propria della personalità di Paolo VI e della sua santità di non imporsi immediatamente ma di svilupparsi col tempo. Paolo VI crescerà, in stima, affetto e devozione.

Noi che siamo qui oggi possiamo però dire di lui qualcosa di unico, qualcosa che va considerato particolarmente suo e particolarmente nostro. Possiamo cioè ricordare qui, nella città di Roma che lo vide papa, i luoghi che egli ha frequentato da ragazzo, i luoghi della sua infanzia e giovinezza, luoghi cari a lui e a noi. Sono Concesio, Verolavecchia, Rodengo, Nuvolera, Ponte di Legno; sono il Santuario delle Grazie, il Santuario della Stella, la Pace, S. Bernardino in Chiari, l’Eremo di Bienno, l’Eremo di Monte Castello. Chi di noi non conosce questi luoghi? Ad altri questi nomi suonerebbero ignoti, ma non certo a noi. Sono i luoghi dove Paolo VI è stato, dove ha vissuto, dove è cresciuto, dove è passato. Sono i luoghi dove vivono tuttora molti di coloro che sono presenti a questa celebrazione e che lo saranno a quella di domani. Sono i luoghi del popolo di Dio che abita in terra bresciana. Ebbene, proprio questo popolo è oggi felice di riconoscere in Giovanni Battista Montini un proprio figlio e volentieri fa memoria del suo passaggio nella sua terra di monti, di valli, di laghi e di pianure.

Non siamo giunti impreparati a questo appuntamento. Abbiamo riempito l’attesa di preghiera e di meditazione. Ci ha accompagnato una bella immagine di Paolo VI: un potente raggio di luce illuminava il suo volto, lo faceva emergere da uno sfondo buio e ne faceva risaltare lo guardo mite e profondo. Una frase da lui scritta, molto efficace, campeggiava a commento: “Alla fine della mia vita vorrei essere nella luce”. Ora possiamo dire che questo suo desiderio si è avverato. Tra poco egli sarà davvero e per sempre nella luce. Lo sarà in verità più per noi che per lui. Egli, infatti, ha gustato la pienezza della vita dei risorti sin dal momento della sua dipartita. Noi invece solo ora ne abbiamo guadagnato piena e ufficiale consapevolezza. Solo ora lo possiamo annoverare con gioia tra i veri servitori di Dio, nostri amici e intercessori.

Paolo VI è stato uomo ricco di sapienza. Le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura di questa celebrazione eucaristica dipingono bene la sua figura di pastore e di maestro. “Pregai e mi fu elargita la prudenza – si legge nel Libro della Sapienza – implorai e venne in me lo spirito di sapienza … L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce … Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni, nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”. Uomo del dialogo e della modernità, capace di leggere i segni dei tempi, Paolo VI ha dato alla Chiesa e al mondo una testimonianza straordinaria di amore per la verità e per l’umanità. È stato un uomo saggio e onesto. Illuminato e coraggioso. Ha guidato con straordinaria lungimiranza il Concilio Vaticano II, in costante ascolto dello Spirito santo, conducendolo alla meta del suo cammino.

Soprattutto Paolo VI è stato un discepolo del Signore. Conquistato da lui, dal suo volto e dalla sua rivelazione, egli lo ha seguito sino alla fine: “Cristo tu ci sei necessario – ha proclamato in una celebre suo discorso – Tu ci sei necessario per conoscere il nostro essere e il nostro destino, per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità, per ritrovare le ragioni vere della fraternità degli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”. Cristo, tu ci sei necessario! L’intera vita di questo grande testimone dimostra come egli abbia accolto con lo slancio totale del suo animo l’invito che è risuonato nell’odierna pagina evangelica: “Se vuoi essere perfetto, vieni e seguimi”. Come l’apostolo Pietro, anche Giovanni Battista Montini, il papa bresciano che sognava la civiltà dell’amore, ha potuto dire con verità: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. È stato un uomo dal cuore libero, realmente povero, purificato da un esercizio quotidiano di umiltà, ultimo di tutti mentre occupava il posto più alto. Non mancarono a lui le prove, e queste fecero di lui un vero uomo di Dio, un discepolo mite e tenace di Cristo. Egli seguì il suo Signore in piena fedeltà, salendo alla fine con lui sulla croce ed entrando nella gloria della risurrezione.

Forse anche per questo ebbe l’onore di chiudere il suo cammino su questa terra il giorno della Trasfigurazione del Signore. Lui che desiderava alla fine essere nella luce, fu accolto tra i santi nella festa che, insieme alla Pasqua, più richiama la luce: luce amabile e vittoriosa, luce che trionfa sulle tenebre, luce che rischiara il cammino, luce che dischiude il vero senso delle cose. Nella tua vediamo la luce – dice il salmo, pensando al mistero santo di Dio. Così fu per Paolo VI. Lo dimostrano le prime toccanti parole del suo testamento: “Fisso lo sguardo verso il mistero della morte e di ciò che la segue nel lume di Cristo, che solo la rischiara, e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità che per me è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce”. Quale forza straordinaria assumono queste parole mentre le ascoltiamo in questo momento, a poche ore dalla canonizzazione di chi le ha pronunciate. Esse sono per noi una testimonianza e una consegna. Ci conceda il Signore di accoglierle in eredità, insieme con la dolce memoria di questo illustre figlio della Chiesa bresciana e della sua amata terra.

Narrare la pienezza

Voglio fare un tentativo: guardarmi all’indietro fino ad ottobre e cercare di evidenziare a grandi linee alcuni temi emersi nei gruppi famiglia nel corso di questo anno pastorale, nei quali abbiamo raccontato noi stessi, la nostra gioia di vivere e le nostre stanchezze alla luce dell’Amoris Lætitia di papa Francesco, in un periodo coì intenso per la Chiesa, spronata più volte dal papa stesso a mettere al centro la famiglia nelle nostre riflessioni e soprattutto nella nostra società. Sulla scia anche dei Sinodi sul tema, i nostri gruppi, nel loro piccolo hanno dedicato alla famiglia iniziative e riflessioni: la scelta di rimettere al centro la famiglia chiede una visione carica di speranza e di coraggio, un nuovo annuncio in un contesto di crisi e di valori che ha cambiato soprattutto le relazioni fra le persone e di conseguenza, la famiglia stessa.

Ci siamo chiesti, in questo passaggio così delicato, cosa come famiglie possiamo fare. Più di quanto fosse in passato, oggi sono centrali le relazioni o meglio la cura di esse. La solidarietà fra formazioni sociali, tra cui la famiglia, e quella fra le generazioni sembra minata dalle scelte delle persone: figli che scelgono la convivenza invece del matrimonio, genitori che non battezzano i propri figli, cioè i nostri nipoti, situazioni di fragilità che segnano la vita, che fuggono l’orizzonte del “per sempre”, perché troppo difficile.

Sappiamo che il cambiamento di partner o di famiglia, salutato all’inizio da un misto di entusiasmo e di rassegnazione (piuttosto che continuare così meglio…) produce sovente situazioni complicate, si scontra con diritti sacrosanti di coniugi e figli, genera vite aggrovigliate anziché essere via per una nuova felicità.

In questo, l’annuncio della Misericordia per le famiglie deve passare attraverso la vicinanza e la solidarietà senza pregiudizio. L’accogliere è un duro banco di prova per tutti, ma solo così possiamo costruire una solidarietà nuova, evangelica e capace di salvare la nostra vita. È in virtù di quello che abbiamo ricevuto, di Colui che abbiamo incontrato, del sentirci amati così come siamo, che possiamo sostenere le prove della vita senza perderci; è grazie alla ricerca ostinata di comunità ancora aperte e vive, che cerchiamo, pur nelle fatiche, di trovare le ragioni che ci uniscono Agli altri più che quelle che ci dividono.

Questa santa fatica ci avvicina agli altri per sentirci fratelli, e allo stesso tempo ci fa trovare Dio che cammina nelle nostre strade, che ancora oggi ci raggiunge attraverso i poveri, le difficoltà, i momenti lieti oppure in quelli più bui. È una presenza silenziosa, la sua al nostro fianco, e chiede a noi di raccontare questa esperienza. Siamo chiamati ad essere narratori di una pienezza, perché Gesù è venuto a portarci la vita e ce la dona in abbondanza. Per questo non ci vogliamo stancare, ma con coraggio, animati dalla fede, siamo pronti per un nuovo anno pastorale, in cui proveremo a metterci in campo per poter essere luce di misericordia e piccoli testimoni del Suo vangelo nella nostra comunità.

La Chiesa: oasi di misericordia

“La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro, senza escludere nessuno.” Ancora: “La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni, nei movimenti, dovunque vi siano dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia.”

Così sogna la sua Chiesa Papa Francesco. Inoltre ci invita a riflettere sulle parole di Gesù che ci esorta a non giudicare e a non condannare: “Se non si vuole incorrere nel giudizio di Dio” scrive il Papa, “nessuno può diventare giudice del proprio fratello. Gli uomini, infatti, con il loro giudizio si fermano alla superficie, mentre il Padre guarda nell’intimo… Non condannare e non giudicare significa saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto.” Ma ciò non è ancora sufficiente per esprimere la misericordia. “Gesù chiede anche di perdonare e donare. Chiede di essere strumenti di perdono perché noi per primi l’abbiamo ottenuto da Dio.” Il Santo Padre ci invita a fare l’esperienza di “aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi.” È basilare per un cristiano riflettere e mettere in pratica le opere di misericordia corporali e spirituali poiché non può sfuggire alle parole del Signore che, nel Vangelo, ci dice che su di esse saremo giudicati.

A proposito di giudizio, come si concilia la misericordia con la giustizia divina? Scrive il Papa: “La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice.” Ma basta ricordare come Gesù, nella sua vita pubblica, parli, più volte dell’importanza della Fede piuttosto che dell’osservanza della Legge. A tavola, con Matteo, altri pubblicani e peccatori, richiamando Osea dice: “Misericordia io voglio e non sacrifici” ed aggiunge: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. “La misericordia non è contraria alla giustizia, ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi convertirsi e credere. La giustizia da sola non basta. Se Dio si fermasse alla giustizia, cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. Dio va oltre la giustizia con la misericordia ed il perdono. Il Sacramento della Riconciliazione permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. “Non mi stancherò mai di insistere perché i confessori siano un vero segno della misericordia del Padre” scrive papa Francesco e aggiunge: “Ogni confessore dovrà accogliere i fedeli come il Padre nella parabola del Figliol prodigo.” Stupende sono le parole con le quali definisce la Confessione come il Sacramento della tenerezza di Dio, il suo modo di abbracciarci. L’anno giubilare sta concludendosi, ma il nostro pellegrinaggio continua sulla strada che Papa Francesco ci ha indicato, affinché la Chiesa, di cui siamo parte integrante, divenga sempre più oasi di misericordia.

Riflettendo sul Giubileo: il Volto della Misericordia

Il Padre misericordioso a noi invisibile ha un volto. Il volto di una persona nata, vissuta, morta per un amore sviscerato verso il Padre e gli uomini. Questo volto ha un nome: Gesù Cristo.

“Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre” così inizia il primo paragrafo della bolla di indizione del giubileo e continua: “La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. L’amore di Dio è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.”

A prova di ciò papa Francesco ricorda che “dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro. In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati e, con pochi pani e pesci sfamò grandi folle… Gesù leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero.” Ecco allora una compassione così profonda per l’immenso dolore e il pianto di una madre che ha perduto il suo unico figlio, da resuscitarlo e riconsegnarglielo. “Anche la vocazione di Matteo è inserita nel quadro della misericordia. Gesù scelse lui, il pubblicano e il peccatore, per diventare uno dei Dodici. Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo (compassionandolo, perciò scegliendolo).” Scrive il Papa: “Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto.” Tutti conosciamo le parabole, narrate da Gesù, dedicate alla misericordia in cui “Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto con la compassione e la misericordia”. Il Papa cita qui tre parabole: la pecora smarrita, la moneta perduta, e quella del Padre e i due figli. “In queste parabole”, scrive il Papa, “Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, so- prattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono”. Continua…

Esercizi spirituali parrocchiali Montecastello 3/5 giugno 2016

Anche quest’anno un gruppo di parrocchiani di Leno e Milzanello, ha aderito alla proposta di partecipare agli esercizi spirituali promossi dall’Azione Cattolica. E’ sempre difficile staccare, lasciare le proprie abitudini e partire anche solo per pochi giorni, in cambio però si riceve sempre tanto tanto di più. L’Eremo di Montecastello ci ha accolto con la solita cordialità ed amicizia, che si è rinsaldata nel tempo.

“Misericordiosi come il Padre” il tema proposto per gli esercizi in quest’anno giubilare. Nonostante lo scarso tempo a disposizione, ci siamo addentrati con entusiasmo nel tema infinito della Misericordia. Siamo partiti dal libro del Profeta Giona, al quale riesce incomprensibile la Misericordia di Dio nei confronti degli abitanti di Ninive che avendo peccato gravemente avrebbero dovuto subire una giusta condanna. Ma Dio non è come noi desideriamo o pensiamo; Egli ama tutti gli uomini che pentiti del male commesso si rivolgono a Lui con sincerità di cuore. Sotto la guida vigile ed acuta di Don Dino, abbiamo spaziato sull’argomento scoprendo di avere le idee alquanto confuse. “Misericordia” è un vocabolo ricorrente nel nostro linguaggio, usato ed abusato quando ci fa comodo, ma poco praticato. La tentazione di “giustizia” ci ha fatto dimenticare la misericordia, che è potenza capace di cambiare le cose e che “salva”, perché ci permette di essere con Dio qui sulla terra.

Il dialogo nato tra noi e la condivisione delle nostre esperienze, ha creato un clima di vera fraternità. Nemmeno la bellezza del lago e della natura circostante, ci ha distolto dal desiderio di formarci, riflettere e pregare. La preghiera soprattutto è stata il filo conduttore delle nostre giornate; il pregare con i Salmi, ascoltandoli e meditandoli con calma, ha fatto sì che la Parola di Dio calasse dentro di noi per la contemplazione. Un altro momento significativo del nostro ritiro, è stato la recita del Santo Rosario al Santuario della Madonna Incoronata adiacente l’Eremo. La gradita visita di Monsignor Giovanni, che ha presieduto la celebrazione dell’Eucarestia Domenicale a cui ha fatto seguito un momento di riflessione sulla situazione delle nostre comunità, ha concluso questa significativa esperienza.

Siamo tornati più ricchi e gioiosi, carichi di energia da spendere nelle nostre Parrocchie con la speranza che il prossimo anno altri si uniscano a noi.
Provare per credere!!!

Rossella, Mariarosa e Lucia

Riflettendo sul Giubileo… Il volto della Misericordia

Il Padre misericordioso a noi invisibile ha un volto. Il volto di una persona nata, vissuta, morta per un amore sviscerato verso il Padre e gli uomini. Questo volto ha un nome: Gesù Cristo.
“Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre” così inizia il primo paragrafo della bolla di indizione del giubileo e continua: “La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. L’amore di Dio è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.” A prova di ciò papa Francesco ricorda che “dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro. In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati e , con pochi pani e pesci sfamò grandi folle… Gesù leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero.”

Ecco allora una compassione così profonda per l’immenso dolore e il pianto di una madre che ha perduto il suo unico figlio, da resuscitarlo e riconsegnarglielo. “Anche la vocazione di Matteo è inserita nel quadro della misericordia. Gesù scelse lui, il pubblicano e il peccatore, per diventare uno dei Dodici. Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo (compassionandolo, perciò sce- gliendolo).”
Scrive il Papa: “Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto.” Tutti conosciamo le parabole, narrate da Gesù, dedicate alla misericordia in cui “Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto con la compassione e la misericordia”.

Il Papa cita qui tre parabole: la pecora smarrita, la mo- neta perduta, e quella del Padre e i due figli. “In queste parabole”, scrive il Papa, “Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona.
In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono”.

……..continua

Misericordia: portare una parola (Vangelo) e un gesto di consolazione ai poveri

Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, proponendo la riflessione sulle opere di misericordia, afferma che “la predicazione di Gesù ci presenta queste opere perché possiamo capire se viviamo o no come suoi discepoli”. Durante la Quaresima, le nostre tre comunità di Leno, Milzanello e Porzano hanno proposto agli adulti un itinerario di fede, guidati dalla “Madre della Misericordia”, che ci aiutasse a confrontare la nostra vita con le opere dì misericordia corporale e spirituale, per verificare il nostro discepolato dietro a Gesù.

Naturalmente la verifica ci ha visti carenti; ma l’incontro con la Parola di Gesù, che pure ha fatto emergere la distanza tra la fede che professiamo e la nostra vita, ci ha incoraggiato. Infatti, sappiamo che il Signore conosce la debolezza della nostra umanità, per questo ciò che gli sta a cuore non è tanto il fatto che non cadiamo nel peccato, quanto che, incoraggiati dal suo amore e sostenuti dalla sua grazia, abbiamo la forza di rialzarci e incontrare l’abbraccio della tenerezza e della paternità di Dio. Egli, poi, ci offre sempre nuove opportunità per mettere in pratica ciò che professiamo. E’ per questo che nell’itinerario che abbiamo chiamato “pellegrinaggio con Maria, Madre della Misericordia” abbiamo cercato di condividere il pellegrinaggio di fede di Maria. Anche Lei, infatti, ha dovuto compiere il suo cammino di fede, perché l’obbedienza dichiarata all’Angelo nell’annunciazione divenisse risposta giorno dopo giorno, nelle diverse circostanze della vita. Abbiamo scoperto, così, che le opere di misericordia sono fatte di Parola e gesti insieme. Parola ascoltata, perché riempia la nostra vita di senso profondo, di amore pieno, di pace e di consolazione, insomma, di Dio; e opere che diano significato concreto a ciò che abbiamo ascoltato e portiamo dentro di noi come dono da offrire.

Opere di misericordia: parola e gesti, Parole di Vangelo, che offrano gioia, sostegno, consolazione, incoraggiamento, speranza; che aiutino a leggere la realtà e le persone con gli occhi di Dio; che sostengano il giudizio secondo il cuore di Dio; che non siano parole formali, ma che corrispondano ad un amore che portiamo nel cuore. Gesti di consolazione, che rendano visibile la carità di Cristo, il suo volto misericordioso, la sua mitezza e umiltà di cuore, la sua passione e compassione per l’umanità. Allora sono parole e gesti che non fanno distinzione: in ogni uomo, in ogni donna, in ogni sofferente, in ogni migrante, in ogni affamato, in ogni assetato, in ogni forestiero, in ogni “sfortunato”, in ogni “nemico”, in ogni peccatore… vediamo il volto di Gesù che ci domanda di essere soccorso con parole di Vangelo e con opere di amore, perché la sua opera di redenzione continui nell’oggi di ogni generazione. Allo stesso tempo anche noi spesso ci ritroviamo in tutte queste situazioni, anche noi chiediamo soccorso, anche noi desideriamo che qualcuno dica una parola di conforto e ci accarezzi con tenerezza per mostrarci la vicinanza di Dio. Così queste opere ci coinvolgono in una reciprocità di evangelizzazione e di amore, come in una spirale che, abbracciando la nostra umanità, non si avvolge su se stessa, ma continua a crescere, portandoci sempre più in alto, vicino a Dio, fin quando lo raggiungeremo in modo definitivo e parteciperemo della sua pienezza di vita.

Ecco la vera Pasqua! Carissimi, vi invito a continuare questo anno della Misericordia con impegno nella fede e nella carità, perché sia sempre viva la nostra speranza e ne siamo portatori. Chiedo a tutti un impegno forte nel continuare o iniziare quei cammini di riconciliazione, che esprimono concretamente il desiderio di conversione alla Misericordia di Dio, da accogliere e da offrire. Per qualcuno, che fa fatica a vedere nei “forestieri” il volto di Gesù, il segno di riconciliazione potrebbe essere quello di mettere a disposizione l’appartamento sfitto perché vi possa essere accolta una famiglia di rifugiati, naturalmente sostenuto da tutta la comunità e dalla Caritas Diocesana. Così potremo fare un passo ulteriore verso la realizzazione del progetto pastorale della Parrocchia.

Auguro a tutti di riconoscere, come i due discepoli di Emmaus, il Cristo risorto che cammina accanto a noi nella persona del viandante, sia esso il connazionale o forestiero, il ricco o il povero, il malato o il sano, l’amico o il nemico, l’affamato o l’epulone. E a tutti l’incontro doni la gioia che risana la vita.

Monsignor Giovanni

Ricchi di Misericordia

Lettera pastorale del VESCOVO LUCIANO per l’anno 2015-16

RICCHI DI MISERICORDIA

In questa pagina vi viene offerta una sintesi della lettera del Vescovo: vuole essere uno stimolo a leggerla per intero e a farla oggetto di riflessione personale, famigliare o di gruppo.

In questa lettera che il Vescovo Luciano si rivolge alle Unità pastorali e alle comunità cristiane della nostra Diocesi. Si introduce con un ringraziamento al Signore perché negli incontro avuti con le persone e con le diverse realtà della nostra Chiesa particolare ha “riconosciuto l’opera del Signore nella fede…nell’amore…nella speranza…nell’impegno costante a servizio della comunità, nel desiderio di incontrare il Vescovo e di sentirlo vicino”. E tutto ciò, in un contesto di vita come quello attuale! “Significa che Dio continua a lavorare nei cuori delle persone e suscita la fede in chi ascolta il Vangelo, per compiere la vita come amore di Dio e del prossimo”.

Il Vescovo ci propone il suo messaggio in quattro momenti (i quattro capitoli della sua Lettera).

1. Eucaristia, come cuore della comunità.

Egli pone al primo posto nella vita del cristiano e della Chiesa l’eucaristia domenicale. Essa è un dono del Signore, attraverso cui Egli edifica la sua Chiesa. Non può, dunque essere “considerata un optional”. Non si tratta di andare in chiesa “se ho voglia o se me la sento”. Si tratta di decidere di accogliere o rifiutare un dono; e “non posso pensare che se rifiuto un dono del Signore il mio rapporto con Lui non ne soffra”.

Nella Messa domenicale la comunità riunita intorno al risorto è rinnovata dal suo perdono, dalla sua Parola, dall’offerta che Gesù fa di sé al Padre, coinvolgendo anche le nostre persone per cui “nell’eucaristia la nostra vita (il pane e il vino) viene santificata dallo Spirito per essere il pane e il vino dell’ultima cena, cioè per essere il corpo e il sangue di Cristo. Come corpo e sangue di Cristo la nostra esistenza diventa davvero rinnovata e santificata, degna di essere accolta da Dio nella sua infinita bontà. Nel pane e il vino noi abbiamo deposto il materiale concreto della nostra vita: la famiglia … la vita sociale … la vita economica … e il dono dello Spirito trasforma tutto questo patrimonio nel corpo e nel sangue di Cristo”.

La comunione, poi, ci unisce non solo con Gesù, ma anche con i nostri fratelli, che, con noi, formano il suo corpo. Essa ci cambia, ma non automaticamente, in quanto non è un atto magico. “Il cambiamento avviene se il “fare la comunione” è un atto di fede, se siamo disposti a lasciarci trasformare dalla comunione, se accettiamo e confermiamo personalmente quello che l’eucaristia è e vuole fare. Ora, ciò che l’eucaristia vuole fare è che noi stessi diventiamo ‘pane spezzato da mangiare’. Il vero problema è se noi siamo davvero disposti a diventare pane spezzato”.

A questo punto il Vescovo può affermare: “non è importante il numero delle Messe che si celebrano in una parrocchia, ma il modo in cui sono celebrate, partecipate e vissute; che, anzi, paradossalmente, moltiplicare le Messe significa articolare in più assemblee e quindi fare vedere meno bene il segno di unità che la Messa vuole essere … Se vogliamo ottenere che tutti abbiano la Messa all’orario per loro comodo, dovremo inevitabilmente moltiplicare le Messe e moltiplicarne quante più è possibile … Ma che cosa otterremmo in questo modo? Forse che più gente vada a Messa? Che si partecipa alla Messa in modo più consapevole e profondo? Che la parrocchia si apra alle necessità dei più deboli e diventi luogo di amore fraterno? Temo di no!”.

2. Famiglia, cuore della comunità.

“La famiglia interessa la comunità perché è fondata sul matrimonio e il matrimonio cristiano è un sacramento, cioè una forma concreta di vita nella quale opera lo Spirito di Cristo; ma interessa anche perché la famiglia è la cellula originaria che può mantenere sano il corpo sociale o può, con le sue malattie, indebolirlo in modo irreparabile … La famiglia cristiana deve diventare luogo in cui si fa esperienza di fede, si prega insieme, si vivono insieme le feste, si impara la sensibilità nei confronti dei bisognosi, dei malati, degli anziani. Non abbiamo (troppa) paura della visione distorta di famiglia che è entrata con prepotenza nella cultura contemporanea (occidentale) … Siamo invece serenamente convinti del valore umano della fedeltà e del dono di sé rispetto a una visione individualista, centrata sulla gratificazione personale; questo è l’impegno primario che ci interessa … Quando ci si sposa, ci si sposa per sempre; un cristiano deve saperlo e deve non solo accettarlo, ma desiderarlo e deciderlo con tutto il cuore. Il vincolo dell’indissolubilità non è un laccio posto per impedire la libertà delle persone; è invece un vincolo che permette alle persone di affrontare con maggior libertà il futuro. Quando in un rapporto, davanti a ogni singola difficoltà ci si incomincia a chiedere se vale la pena di stare insieme o no … si spendono le energie migliori a rimuginare gli sgarbi subiti, a rinfacciarsi i comportamenti sbagliati, a immaginare ipotetici scenari futuri. Se invece l’indissolubilità è data per acquisita, tutte le energie psichiche saranno convogliate a trovare le vie per vivere meglio il rapporto, per superare insieme gli ostacoli che si sono incontrati … E’ decisiva la fedeltà coniugale … Per un cristiano l’adulterio è una ferita grave al matrimonio … Non ci sono scuse per l’adulterio. Naturalmente, come per tutti i peccati, la misericordia di Dio rimane attiva anche di fronte a questa colpa; ma essa non è mai un motivo di scusa … Il matrimonio funziona se i coniugi sanno passare da un amore egocentrico (mi piace, ti voglio per me) verso un amore oblativo (sei bella, voglio che tu sia felice) … Ciascuno inventa ogni giorno l’amore per l’altro e ogni giorno ciascuno scopre con riconoscenza di essere amato dall’altro, oltre ogni merito. L’adultero è fatalmente condannato a perdere la fiducia in se stesso … e negli altri perché è portato a proiettare sugli altri i dinamismi dei suoi comportamenti …” Così ogni relazione umana (e non solo quella matrimoniale) diventa sempre più difficile.

“Educare ed amare: questo è il compito che i genitori hanno nei confronti dei figli. E nei confronti della società umana il primo elementare atto di carità è quello di mettere al mondo dei figli”.

3. Amore, cuore della vita.

“Accanto alla pastorale famigliare viene immediatamente la pastorale giovanile … Anzitutto bisogna trasmettere ai giovani la convinzione che l’esistenza umana comporta una responsabilità … e che la via autentica della vita per un cristiano è sempre una risposta all’amore di Dio attraverso l’amore del prossimo.

E’ necessario aiutarli a capire che la sessualità è una dimensione fondamentale dell’esistenza umana, ma non può ridursi a gioco o piacere, separando l’amore … L’esistenza cristiana è chiamata a fare della sessualità un ambito di esperienza e di maturazione dell’amore, di impegno nei confronti dell’altra persona e della società intera, di crescita nella capacità di comprendere e guidare i propri impulsi, di esperienza di libertà …

Anche il lavoro è “forma dell’amore” ed è una forma di amore per gli altri e, quindi, anche tutto il tirocinio per apprendere le abilità necessarie sarà a sua volta una forma di amore. Diventa allora una forma di amore tutto il tempo e l’impegno messo nello studio … L’educazione all’amore richiede lo sviluppo di sentimenti positivi, l’individuazione e il contrasto di sentimenti negativi …” Siamo dunque chiamati a fare delle scelte perché non abbiamo una fede che conduca alla mediocrità, che è una fede che non serve e che è pericolosamente vicina alla scomparsa”.

4. Misericordia, cuore di Dio.

“Una dimensione fondamentale dell’esistenza cristiana è quella della conversione. Il giusto non è quello che non pecca, ma rimane vero che “se il giusto cade sette volte, egli si rialza (Pr 24,16) … L’esistenza dell’uomo e del cristiano è come un cammino di maturazione che non finisce mai … Quando l’uomo non è consapevole del suo peccato vuol dire che l’ha rimosso e quindi si trova in una condizione spirituale più pericolosa. Uno dei pericoli più gravi del peccato è che tende a creare una corazza sempre più spessa di autodifesa spirituale … e nasce quella che si chiama una “coscienza erronea”. C’è un rimedio a questo degrado spirituale? C’è, e si chiama misericordia di Dio, che è il modo proprio di Dio di essere giusto e di promuovere la giustizia nel cuore e nella società degli uomini … Dio non aspetta che l’uomo si converta e ritorni a Lui, ma è Lui che va incontro all’uomo peccatore e attua nei suoi confronti un’azione di perdono: Cristo è morto per noi! … Il peccato introduce nel cuore dell’uomo un dinamismo disgregante di morte; la misericordia di Dio dona all’uomo, anche se peccatore, un dinamismo divino di vita; se l’uomo, nella sua libertà, accoglie realmente il dono di Dio, il suo cuore diventa “buono”, “umano” … Se il cuore dell’uomo non comincia a produrre comportamenti nuovi e buoni, vuol dire che il cuore non è stato abbastanza docile e non si è lasciato raggiungere dalla grazia …

L’uomo fa propria la misericordia di Dio quando almeno inizia a usare misericordia nei confronti degli altri: così il perdono di Dio da grazia esterna diventa novità interiore di vita … e diventa segno della nostra libera accoglienza del perdono gratuito di Dio …

La misericordia di Dio è presente nella vita della comunità cristiana in molti modi, proprio perché di questa misericordia abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo: l’ascolto del Vangelo, la preghiera, la Messa, la carità e l’elemosina …

Nella Chiesa c’è un sacramento apposito nel quale la misericordia di Dio prende una forma umana precisa, quella dell’incontro personale con un confessore e della narrazione umile delle nostre colpe a lui. Questo incontro diventa luogo di azione della grazia di Dio … Lo scopo è quello di liberare davvero il cuore della persona … quando siamo costretti a narrare il nostro peccato ci rendiamo conto di quanto ci costi narrarlo, allora la percezione del nostro errore diventa più chiara e comincia a diventare più libera la strada della conversione … Purtroppo molte delle nostre confessioni sono poco efficaci perché il racconto delle nostre colpe è banale, ripetitivo, non profondo; e quindi lo spazio interiore che noi offriamo all’azione di Dio è limitato … Per questo è importante che la celebrazione del sacramento della penitenza vada insieme alla proclamazione  e all’ascolto della parola di Dio, che è capace di distruggere le nostre difese …

Una delle povertà della nostra società è quella di non avere sorgenti di perdono”.

Conclusione.

“Sono questi i problemi che mi stanno a cuore, anche se non sono tutti: ve li consegno invitandovi a riflettere soprattutto negli incontri tra presbiteri, nelle riunioni dei Consigli pastorali, ma anche in tutte le occasioni in cui i membri della comunità possono fare sentire la loro voce”.