Marcolini beato?

L’Associazione Amici Padre Marcolini chiede di avviare il processo diocesano per la causa di beatificazione dell’uomo dei miracoli sociali

Signore è la povertà che Tu mi mostri dappertutto; io mi volto. Perché mi fai vedere la povertà scritta dappertutto, perché mi sembra che Tu mi mandi continuamente a salutare da Madonna Povertà? Che cosa vuoi o Signore da me? Vuoi che diventi povero spogliandomi anche di quanto ho indosso? Oppure Ti basta la povertà di spirito. Signore, parla; il Tuo servo Ti ascolta.

Questo scritto del 22 dicembre del 1925 testimonia bene il dialogo continuo tra padre Ottorino Marcolini (1897-1978) e Dio.

Un confronto incessante, anche sulle scelte quotidiane, ben raccontato nel testo “Quaderni. Appunti e riflessioni personali” che riassume i diari personali di Marcolini dal 1924 al 1968.

L’Associazione. Nel novembre 2018, in occasione del 40° della morte del sacerdote della Pace, è stata costituita l’Associazione Amici padre Marcolini che riunisce le diverse realtà legate alla figura del sacerdote, tra queste la congregazione dei Padri Filippini della Pace. Presieduta da Giuseppe Nardoni, ha incominciato, con una lettera inviata anche al vescovo Pierantonio, a raccogliere molto materiale per far sì che si possa aprire il processo di beatificazione. “Le radici di questo spontaneo e condiviso desiderio si colgono − spiegano dall’Associazione − nella profondità del suo atteggiamento evangelico, che ammanta e alimenta tutte le attività sociali di cui lui è stato protagonista negli anni. Padre Marcolini ci ha insegnato, anzi dimostrato, che come dice il Vangelo, se l’uomo ha fede può smuovere le montagne. Nei suoi colloqui con Dio correva frequente la frase ‘liberami, o Signore, dall’orgoglio e dalla vanità’”.

La sua vocazione. A 31 anni l’ingegner Marcolini, direttore delle Officine Gas di Brescia, lascia la carriera per diventare sacerdote e mettersi al servizio del prossimo nella Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. L’amore per il prossimo, chiunque esso sia, e l’ascolto prestato ai problemi che affliggono le persone lo spingono all’aiuto degli altri. All’inizio della Seconda guerra mondiale, Marcolini sceglie il fronte come cappellano militare e partecipa con gli Alpini alla campagna di Russia. Rinchiuso nei campi di concentramento, custodisce l’eucaristia e costruisce un piccolo presepio per festeggiare il Natale. Quando torna, trova un Paese distrutto e da ricostruire. E lui con le sue capacità non si tira indietro.

La città guardava sorpresa questo sacerdote che la metteva di fronte a una proposta che andava oltre il limite del possibile. Lo Spirito Santo che illumina la mente di quest’uomo rende possibile l’impossibile. Con un prestito di 5 miliardi di lire, propiziato dal Governatore della Banca d’Italia Carli, che solo sulla fiducia concede a padre Marcolini il necessario per iniziare, nel 1956, con 10 imprese artigiane, costruì il primo villaggio, denominato Violino. Allora bastava lo stipendio di un operaio per prenotare una casa!

Zuaboni venerabile

Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del bresciano Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia e pioniere della pastorale familiare e servo di Dio

Riconosciute, nel centenario della scuola di vita familiare, le virtù eroiche di don Giovanni Battista Zuaboni, pioniere della pastorale familiare.

Don Giovanni Battista Zuaboni nasce a Promo di Vestone il 24 gennaio 1880. A soli due anni rimane orfano della madre. Entra in seminario a Brescia nel 1897 ed è ordinato sacerdote il 9 giugno 1906. Inizia il suo ministero come vicario cooperatore a Volciano e nel 1912 a Nuvolera. Nel 1915 svolge il ministero nella parrocchia di S. Giovanni Evangelista a Brescia. Contemporaneamente presta servizio militare come soldato di sanità, assistendo i soldati dell’ospedale militare.

Nel 1918 dà inizio alla prima Scuola di preparazione delle ragazze alla famiglia: l’attuale Scuola di Vita Familiare. L’iniziativa presto si sviluppa in varie parrocchie della Diocesi di Brescia e fuori. Nel 1930 dà forma organica all’Opera con la fondazione dell’Istituto Pro Familia e pone le basi per la Compagnia S. Famiglia, in seguito riconosciuta come Istituto Secolare. Studioso dei problemi sociali, con un ardente amore al Signore e alla Chiesa, don Giovanni Battista Zuaboni aveva trovato – mediante la preghiera, la meditazione, l’esercizio della carità sacerdotale – la formula di un apostolato nuovo, rispondente alle più urgenti istanze del nostro tempo: educare all’amore vero i giovani affinché formino famiglie sane, contributo indispensabile per una società più umana e cristiana. Il 12 dicembre 1939 accoglie con serenità la morte, vista come offerta necessaria alla realizzazione dell’Opera.

Il Papa, ricevendo in udienza il card. Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i decreti riguardanti il miracolo, attribuito all’intercessione del card. Henry Newman (Fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra), nato a Londra il 21 febbraio 1801 e morto a Edgbaston l’11 agosto 1890. Riconosciuti anche il miracolo attribuito all’intercessione della fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, l’indiana Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, nata a Puthenchira (India) il 26 aprile 1876 e morta a Kuzhikkattussery (India) l’8 giugno 1926, e il martirio del gesuita ecuadoregno Salvatore Vittorio Emilio Moscoso Cárdenas, nato a Cuenca il 21 aprile 1846 e ucciso “in odio alla fede” a Riobamba il 4 maggio 1897. Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del card. Giuseppe Mindszenty, già arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria, nato a Csehimindszent (Ungheria) il 29 marzo 1892 e morto a Vienna (Austria) il 6 maggio 1975; di Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia, nato a Vestone (Italia) il 24 gennaio 1880 e morto a Brescia (Italia) il 12 dicembre 1939; del gesuita spagnolo Emanuele García Nieto, nato a Macotera (Spagna) il 5 aprile 1894 e morto a Comillas (Spagna) il 13 aprile 1974; di Serafina Formai, fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie del Lieto Messaggio, nata a Casola Lunigiana (Italia) il 28 agosto 1876 e morta a Pontremoli (Italia) il 1° giugno 1954, e della colombiana Maria Berenice Duque Hencker, fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Annunziazione, nata a Salamina (Colombia) il 14 agosto 1898 e morta a Medellín (Colombia) il 25 luglio 1993.

Defensor fidei: un Papa Magno

La testimonianza di Massimo Gandolfini, il medico che ha seguito il miracolo della piccola Amanda

Un giorno di qualche anno fa, venni contattato da don Antonio Lanzoni (vicepostulatore della causa di canonizzazione di Paolo VI), che mi propose di studiare il caso di una guarigione particolarmente significativa: una donna, gravida in età abbastanza avanzata, che stava portando avanti una gravidanza “senza speranza” aveva chiesto l’intercessione di Paolo VI, allora già Beato, il “papa della vita”, con preghiere, suppliche, novene e un pellegrinaggio di fede al Santuario delle Grazie, a Brescia. La bimba e la mamma, mi raccontava ancora don Lanzoni, “incredibilmente” avevano superato tante difficoltà e la piccola era nata sana, senza malformazioni. Capii che si trattava di un caso davvero eccezionale e decidemmo di procedere lungo l’iter canonico necessario, che ha portato alla decisione ultima di papa Francesco. Dunque, Papa Paolo VI sarà dichiarato “santo” il prossimo 14 ottobre e la Chiesa universale potrà venerarlo veramente come il patrono della “vita nascente”.

Per questo miracolo e per quello che portò alla beatificazione, entrambi i miracoli rivolti a una vita prenatale, senza dimenticare il grande impegno apostolico che Papa Montini ebbe per la trasmissione della vita, il “mio” Paolo VI è un papa “Magno”, alla stregua dei grandi Leone o Gregorio, un vero “defensor fidei” – oserei dire contro tutto e contro tutti, o quasi: basti pensare al Concilio Vaticano II, alla Populorum Progressio (in epoca in cui il materialismo ateo e marxista stava invadendo il mondo), alla lettera agli “uomini delle Brigate Rosse” (modello di fede incrollabile di fronte ad un dolore umano straziante) e, soprattutto, alla Humanae Vitae, l’enciclica che gli costò lacrime e sangue. Non è certamente mio compito entrare in particolari valutazioni, teologiche o pastorali, su quest’enciclica tanto “discussa”, allora come ora.

Una vera “pietra d’inciampo” per chiunque si avventuri nel campo minato di un adeguamento della Chiesa alla mentalità del tempo, ai costumi che evolvono, alla presa di coscienza che “ormai così fan tutti” e che, quindi, “bisogna adeguarsi”. Soprattutto fuori, ma molto anche dentro alla Chiesa, egli ebbe il coraggio di opporsi e contrastare una mentalità materialista/edonista che pretendeva o chiedeva di dare una lettura nuova, al passo coi tempi, della morale sessuale. Dichiarando con autorità magisteriale, che il significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale sono inscindibili, Paolo VI fu davvero un “profeta”. Intuì in modo sapienziale – cioè ricco di quella sapienza che siede accanto a Dio in trono, che non ha nulla a che fare con la cosiddetta sapienza contingente e spesso utilitarista degli uomini – che da quella invocata scissione dei due aspetti poteva generarsi ogni abuso in tema di sessualità e affettività. Dietro e dentro il tema della contraccezione Paolo VI intuì che era in gioco l’essenza stessa del rapporto fra il Creatore ed il creato, fra Dio e l’uomo, fra il Maestro e il discepolo, fra la libertà e l’arbitrio, fra la ragione che discerne fra bene e male, e l’autodeterminazione che non tollera alcun limite. Ma è in gioco anche il futuro della Chiesa, custode privilegiata del mistero della vita. Paolo VI ne era profondamente consapevole e – come tutti i veri profeti – sopportò dolori spirituali enormi, al servizio di una Verità integrale sull’uomo che non poteva piegarsi alla moda del “mondo”.

Amanda è il vero miracolo della vita

Nel giorno in cui il Concistoro ha ufficializzato per il 14 ottobre la data della canonizzazione di Paolo VI, l’incontro in episcopio tra il vescovo Tremolada e la famiglia della piccola nata grazie all’intercessione del papa bresciano

Ha sgambettato per le sale dell’appartamento del Vescovo, incurante del fatto che in quegli stessi momenti a Roma, papa Francesco comunicava la data della canonizzazione di Paolo VI, grazie al quale Amanda può dare sfogo alla vitalità dei suoi tre anni di vita. Amanda è il miracolo della vita, possibile grazie all’intercessione di Paolo VI, grazie al quale il mondo potrà chiamare santo il Papa bresciano.

Lo scorso 19 maggio, nello stesso momento in cui dal Concistoro di Roma “usciva” l’ufficialità del 14 ottobre come data dalla canonizzazione, facevano il suo ingresso in Episcopio la piccola Amanda, il fratello Riccardo, mamma Vanna Pironato e il marito. Andavano a incontrare il vescovo Tremolada per raccontare anche a lui la loro storia meravigliosa. Amanda non doveva nascere, condannata com’era ancora nel grembo materno da situazioni tanto critiche da spingere i medici a indicare la strada dell’aborto terapeutico. Nonostante l’aggravarsi della situazione Vanna e il marito decidono di portare avanti la gravidanza. Grazie al suggerimento di un ginecologo credente si affidano in preghiera a Paolo VI.

“Paolo VI è entrato nella nostra vita dalla porta di servizio – ha raccontato Vanna al vescovo Pierantonio, che guardava con occhi estasiati la vitalità della piccola Amanda –. Ci è stato suggerito di pregarlo quando la scienza non concedeva più a nostra figlia alcuna speranza. L’ultima chance che ci era concessa era quella di affidarci a qualcuno di più alto”. Vanda e il marito conoscevano poco del Papa bresciano, ma si sono fidati, l’hanno pregato. “Solo dopo questo momento – continua la mamma di Amanda – è venuto anche quello della conoscenza. Piano piano abbiamo scoperto chi c’era dietro la statua di bronzo davanti alla quale ci siamo raccolti in preghiera nella basilica della Grazie”. Da quella preghiera Paolo VI è entrato con forza nella nostra vita, nella loro quotidianità. “Ne parliamo con tutti per cercare di farlo conoscere sempre di più a un numero sempre maggiore di persone – raccontano al Vescovo –. In quest’opera siamo sostenuti anche dal parroco del nostro paese che vuole intitolare la cappella feriale a Paolo VI e sta già sondando la generosità dei parrocchiani per la realizzazione di una statua, per dargli il risalto che merita”.

La conoscenza ha dato a Vanna e al marito una straordinaria consapevolezza: Paolo VI merita la santità non per quello che ha concesso alla piccola Amanda, ma per quella che è stata la sua vita, il suo magistero e soprattutto per la stesura dell’Humanae vitae. “Amanda – continua ancora Vanna, scherzando ma non troppo – potrebbe essere la testimonial ideale della grande enciclica di Paolo VI sulla vita”. E con grande naturalezza ricorda come prima ancora di dire mamma e papà Amanda abbia detto “Paolo”. “La prima bambola che ha ricevuto in dono – racconta la mamma – era stata chiamata Paola proprio in onore alla figura del papa bresciano che aveva permesso il miracolo della nascita di nostra figlia. E per lei è stato naturale pronunciare il nome del Papa che le aveva dato la vita”

Anche il vescovo Pierantonio Tremolada ha ascoltato con commozione il racconto della piccola Amanda. “Sapevamo – ha affermato al termine dell’incontro – che l’annuncio della data di canonizzazione era prossimo, ma riceverlo avendo davanti agli occhi Amanda è stata una grazia particolare”. “Ascoltare il racconto della sua nascita – ha continuato il Vescovo – è stata fonte di grande commozione. Guardando Amanda ci si rende conto di essere davanti al mistero della vita che in lei, grazie anche all’intercessione di Paolo VI, è stato custodito contro ogni logica e vincendo ogni ostacolo questa vita è sbocciata”. L’incontro con Amanda e la sua famiglia lo ha fatto molto pensare: “I loro volti, la loro gioia, lo stesso modo con cui raccontano la loro vicenda straordinaria – racconta – e vedere la piccola che sgambetta sorridente sono i segni che la realtà della santità è molto più ampia di quanto possiamo registrare con i nostri occhi”.

Paolo VI, canonizzazione più vicina

Papa Francesco ha autorizzato ieri la promulgazione del decreto con il quale sancisce il miracolo attribuito all’intercessione di Paolo VI. Il Concistoro di maggio fisserà la data, anche se il card. Parolin, sempre all’Avvenire, ha spiegato che “sarà canonizzato nel mese di ottobre, alla fine del Sinodo sui giovani”.

Insieme a Montini potrebbe essere canonizzato anche l’arcivescovo Romero (autorizzato, sempre ieri, il decreto sul miracolo). Entrambi i miracoli riguardano la vita nascente.

Saranno Santi pure il Beato Francesco Spinelli, sacerdote diocesano. Anche per l’intercessione del fondatore dell’Istituto delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, nato a Milano il 14 aprile 1853 e morto a Rivolta d’Adda il 6 febbraio 1913, è stato riconosciuto il miracolo. Come anche per il Beato Vincenzo Romano, sacerdote diocesano, nato a Torre del Greco il 3 giugno 1751 e morto nella medesima località campana il 20 dicembre 1831. Riconosciuto il miracolo inoltre attribuito all’intercessione della Beata Maria Caterina Kasper, fondatrice dell’Istituto delle Povere Ancelle di Gesù Cristo, nata il 26 maggio 1820 a Dernbach (Germania) e lì deceduta il 2 febbraio 1898. Gli altri decreti riguardano: il miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Felicia di Gesù Sacramentato, al secolo Maria Felicia Guggiari Echeverría, Suora professa dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, nata a Villarica (Paraguay) il 12 gennaio 1925 e morta a Asunción il 28 aprile 1959; il martirio della Serva di Dio Anna Kolesárová, laica, nata a Vysoká nad Uhom (Slovacchia) il 14 luglio 1928 e nella medesima località uccisa in odio alla fede il 22 novembre 1944; le virtù eroiche del Servo di Dio Bernardo Łubieński, sacerdote professo della Congregazione del Santissimo Redentore, nato a Guzów (Polonia) il 9 dicembre 1846 e morto a Warszawa il 10 settembre 1933; le virtù eroiche del Servo di Dio Cecilio Maria Cortinovis, al secolo Antonio Pietro, religioso professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, nato a Nespello il 7 novembre 1885 e morto a Bergamo il 10 aprile 1984; le virtù eroiche della Serva di Dio Giustina Schiapparoli, fondatrice della Congregazione delle Suore Benedettine della Divina Provvidenza di Voghera, nata a Castel San Giovanni il 19 luglio 1819 e morta a Voghera il 30 novembre 1877; le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Schiapparoli, fondatrice della medesima Congregazione di Voghera, nata a Castel San Giovanni il 19 aprile 1815 e morta a Vespolate il 2 maggio 1882; le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Antonella Bordoni, laica, del Terz’Ordine di San Domenico, fondatrice della Fraternità Laica delle Piccole Figlie della Madre di Dio ora Piccole Figlie della Madre di Dio, nata il 13 ottobre 1916 ad Arezzo e morta a Castel Gandolfo il 16 gennaio 1978; le virtù eroiche della Serva di Dio Alessandra Sabattini, laica, nata il 19 agosto 1961 a Riccione e morta a Bologna il 2 maggio 1984.

Lectio Educativa

Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea

Il miracolo dei pani e dei pesci ha il profumo di casa, gli odori della quotidianità e del lavoro del pescatore, il legame con quello che, abitualmente, è necessario per sostenersi. Sembra proprio un miracolo domestico e simpatico, semplice e puro come un bicchiere d’acqua fresca. Casa c’è, di certo: ma anche un rapporto di tensione tra Gesù e la sua terra che il Vangelo non tace: questo miracolo è inserito nel contesto del tormentoso rapporto che Gesù soffre con la Galilea. Vale la pena sottolineare questa difficoltà che, letteralmente, incornicia il prima e il dopo del miracolo: Gesù non è capito, anzi è rifiutato. Il suo modo di fare non è secondo la tradizione, secondo gli odori e i profumi di casa. È una situazione che potremmo definire di pastorale “trascinata”, “stanca”: Gesù non riesce a mettere la novità del Vangelo dentro a quello che i suoi compaesani si aspettano, dentro le loro abitudini, alcune delle quali profondamente religiose. E questo sta mettendo alla prova Gesù. L’ostilità e, soprattutto, l’incredulità della gente di casa, però, non lo ferma e non lo intacca. La missione, come ogni missione, è più grande ed è più forte. Gesù, da buon educatore, rilancia la sfida e non si ferma né ai sondaggi né alla propria esperienza: il Padre gli ha affidato di più!Più che altro i Galilei vogliono i segni, le prove, i risultati, le soluzioni. A loro, di fatto, non interessa Dio: non vogliono vedere lui, ma risolvere i propri problemi. In questo contesto Gesù offre un profumo nuovo di pane appena sfornato e una pesca miracolosa mai compiuta e vista. È più forte la sua novità, ma non si rifiuta di usare le cose di tutti i giorni, perché la novità non sappia di irraggiungibile.

Gesù, alzati gli occhi, vide una grande folla

Non per niente il miracolo di Gesù parte dallo sguardo. Gesù alza gli occhi e vede la folla. Lo fa con uno sguardo diverso dai suoi compaesani e dai suoi discepoli, che è già un ascolto e un uscire da sé. Per andare, per rinnovarsi, bisogna avere una visione nuova dell’altro, che non è di giudizio, ma di comprensione. Bisogna proprio scegliere di vedere qualcosa di diverso da quello che ho sempre visto, da quello che è davanti ai miei occhi. Gesù “comprende” sempre di più nel suo sguardo la gente con i suoi bisogni, i discepoli a cui chiede di guardare anch’essi in questo modo, la capacità di non buttare via nulla…È uno sguardo così profondamente spirituale che coinvolge l’economia e impegno, che non sfugge la concretezza della situazione ma, appunto, la comprende, la prende con sé.La prima riposta non è la soluzione del problema, ma la decisione che quel problema possa e debba essere mio, possa rientrare nelle mie scelte, cambi le cose che sto facendo e i progetti che ho costruito. Fra l’altro, il Vangelo insiste sul fatto che Gesù sappia cosa sta per fare: lo sa bene e si lascia cambiare! Non siamo noi ad entrare nel mondo, è il mondo che entra nella nostra vita. O ci si lascia toccare, o non c’è ascolto, né spiritualità, né Vangelo.

…Dal Vangelo di Giovanni (Gv 6, 1-13)

Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

L’ascolto fondativo non è, quindi, uscire da sé, ma permettere all’altro (persona, problema, situazione…) di entrare nella mia vita, di cambiarmi nelle prospettive, nelle scelte, nei programmi, nella visione. Se non c’è questo passaggio, rischiamo un ascolto organizzativo, funzionale, ma non vero. Più rimbalza nella nostra profondità il suono dell’altro, più c’è la possibilità di creare una nuova armonia.L’ascolto ha bisogno di tempo, di spazio dentro di sé, di pazienza, di crescita: non si ripete nulla di creativo se non si cambia se stessi e il modo di vedere.

Dove potremo comprare il pane? … C’è qui un ragazzo

Così Gesù parte da Filippo, lo mette in mezzo per capire se si lasci cambiare o meno da questa logica innovativa. E Filippo fa la cosa che gli riesce meglio: conta. Si difende. Certifica l’impossibilità della richiesta di Cristo. A ben guardare, lui divide, perché è Cristo che moltiplica. Fa il commercialista della povertà, mentre Gesù lo invita a certificare l’abbondanza. Filippo è invitato all’ascolto di Cristo, al suo ragionamento, al rovesciamento della propria logica terrestre. Il primo miracolo di Gesù è cambiare la testa e il cuore ai suoi discepoli, è convincerli a non rassegnarsi ad una logica mortale ma diventare apostoli della vita, dell’abbondanza. Uscire è smettere di dividere e cominciare a moltiplicare. Andrea trova ed indica il ragazzo con i cinque pani e i due pesci. Non c’è dato sapere il motivo per cui questo adolescente porti a Gesù quello che ha: potrebbe essere per l’insistenza invidiosa della folla, oppure perché ha intuito che Gesù da quel poco può fare molto. Sembra che all’evangelista interessi il fatto che il poco che si ha, comunque, in un modo o nell’altro, arrivi a Gesù. Da che parte arrivi o come arrivi poco importa: non si parte mai da motivazioni chiare e pulite, a Gesù basta il gesto; quanto questo dono sia, conta ancora di meno. Ma la bellezza che sia un ragazzo a portarlo è strepitosa: c’è tutta una vita nuova che sgorga da questo gesto, come è ovvio per un uomo che si affaccia alla vita. C’è la generosità di un dono da adolescente che non capisce ma che, pure, offre senza calcolare: comincia a cambiare la logica di Filippo e inizia la moltiplicazione di Gesù. C’è la curiosità furba di chi vuole proprio vedere cosa farà Gesù, quasi la voglia di provare se è proprio così forte come dicono in giro: non con la sicurezza scientifica di un ragionamento illuminista, ma con la sovrana libertà di chi la vita la vuole proprio toccare.È proprio da lì, dal punto più debole, da quello che deve ancora crescere che Gesù moltiplica. È da un gesto sincero di generosità che parte l’azione di Cristo. Non dal calcolo, non dalla logica, nemmeno dalla pedagogia educativa, ma dalla freschezza di mettere nelle sue mani. Anche questo è ascolto, perché è consapevolezza di quello che si ha e che si è, è buttare tutto nelle mani di Gesù, è fidarsi di lui e non delle nostre capacità, è liberarsi dai nostri schemi e dalla fantasie sui nostri ipotetici superpoteri, è sapere chi è il Salvatore e che noi stessi siamo salvati perché, da soli, con quei pani e quei pesci non si va da nessuna parte.Questo ragazzo, con un solo gesto, diventa più discepolo dei discepoli. Apre la strada a tutti. Indovina a chi offrire il poco che ha. Fa l’investimento giusto, perché dona e non trattiene. Risolve il problema a tutti perché lo affida a Gesù.

Fateli sedere

Gesù, però, non si limita a risolvere il problema della fame. Prima fa accomodare tutti. Il pane di Cristo lo si mangia comodi, quando ognuno è a suo agio. Non è una mensa aziendale, dove conta mettere qualcosa sotto i denti e il più velocemente possibile; è un banchetto dove sperimentare la fraternità è parte integrante del menù, dove lo stomaco ha le sue esigenze ma non sono le sole perché c’è anche il cuore per le relazioni e il cervello per i progetti futuri… Così Gesù sfama tante fami e la sua moltiplicazione non riguarda solo il bisogno di pane, ma anche quello di vita, di senso. Vince la solitudine perché rende veramente tutti amici; avere Lui ci permette di sentirci fratelli. L’abbondanza è davvero abbondanza, non è uno spot pubblicitario. Gesù dimostra di ascoltare e di rispondere a ciascuno secondo quanto gli serve: ad ognuno è data la possibilità di sfamarsi, “quanto ne volevano”. È un’abbondanza calibrata su tutta la possibilità della vita: non è spreco, ma pienezza. Sprechiamo quando ci ingozziamo. Qui si riconosce Lui e i fratelli, e quindi la vita circola e non viene trattenuta.

Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto

Prima di moltiplicare Gesù rende grazie. Loda il Padre perché gli dona la possibilità di moltiplicare. Non maledice il lavoro che deve compiere, ma lo benedice e lo offre. Moltiplicando, Gesù compie la volontà del Padre, continua la sua creazione, rinnova la vita, indica la fonte e il donatore, svela la logica profonda di ogni azione di Dio.La sterilità non è mai storia della salvezza e non possiamo mai giustificare teologicamente la nostra pochezza. Dio è dalla parte dell’abbondanza, a partire dal cuore che lo sa lodare: lo allarga al mondo e alla storia, non lo fa atrofizzare. Ai discepoli Cristo affida il compito di custodire e raccogliere la sua abbondanza. Di tenere vivo nella Chiesa il suo dono. Di non buttare via nulla perché non c’è nulla che venga da lui e che non serva alla nostra vita. Ascoltare è andare a cercare e trovare Cristo in ogni pezzetto, è maturare la consapevolezza che la sua azione ha raggiunto tutto e tutti, che lui ha già conservato il pane per tutto il suo popolo (dodici ceste traboccanti!). A noi non spetta inventarlo, ma accoglierlo, scoprirlo, vederlo, non rovinarlo, invitare a sfamarsi e non mandare via affamati… Essere custodi di questa abbondanza a 360° è il senso di ogni ministero nella Chiesa. Ma c’è un ultimo passaggio che la moltiplicazione del pani e dei pesci regala al nostro cammino: Cristo ci permette di continuare a vivere con la sua fame. Siccome Gesù moltiplica tutto, anche la nostra fame di giustizia, di vita, di libertà, di pace non ne rimane immune. Forse è il regalo più bello che ci avvicina a lui: dimostrare che la sua moltiplicazione continua perché la sua fame, il suo sguardo, la sua logica continua in noi. Moltiplica in noi la sua ansia di Messia, perché la casa non sia più la Galilea ma tutto il mondo, perché il tempo non sia più il suo ma anche il nostro

Di che cosa abbiamo sete?

19 marzo 2017
III di Quaresima

Ciascuno di noi, normalmente, ogni giorno, incontra più persone e gli incontri sono tutti tra loro differenti. Ci possono essere incontri nei quali, per strada, incontriamo qualche persona, scambiamo quattro chiacchere e tutti finisce lì; oppure possiamo incrociare qualcuno, sempre per strada, in qualche occasione particolare, e un saluto caratterizza il nostro incontro. Ci sono però incontri che lasciano il segno e che in piccola o larga parte trasformano la nostra vita; noi cerchiamo soprattutto quelli. Questi incontri significativi normalmente hanno alcune caratteristiche, se ne possono riconoscere almeno tre:

  1. Questi incontri portano ad una graduale conoscenza, scoperta di noi stessi. In altre parole, da dialogo o dal confronto con la persona che incontriamo possiamo capire alcune cose di noi, alle quali, prima, può darsi che non avessimo fatto attenzione.
  2. Questi incontri permettono un ampliamento della nostra visione, del nostro orizzonte, come se ci si aprisse una finestra sul mondo.
  3. Dopo un’esperienza che ci ha coinvolto, normalmente, siamo portati a raccontarla agli altri. C’è un desiderio di raccontare ad altri ciò che abbiamo vissuto.

Questa dinamica, espressa nei tre punti, è quella che il Vangelo descrive nell’incontro della donna samaritana con Gesù. Quella donna ha un graduale incontro con Gesù che le permette di fare questi tre passaggi. È ovvio che il tema dell’acqua, tutt’ora, è un tema significativo, a maggior ragione per la gente del tempo senza le comodità, che segnano per noi l’accesso all’acqua. Quella donna che si reca al pozzo, stranamente a mezzogiorno (di norma si andava la mattina, quando faceva meno caldo) perché nessuno potesse vederla, ha avuto 5 mariti e quindi avrà pensato: “Meno gente incontro e meno verrò giudicata”; perché a volte il giudizio è molto caldo, scotta, ci brucia, per cui quella donna avrà pensato: “Vado quando c’è meno gente, così magari potrò tranquillamente prendere, con fatica comunque, quell’acqua”.

E al pozzo incontra Gesù, il quale non la giudica perché già la conosce, e gradualmente l’accompagna. Passa da un suo bisogno di corpo fino a raggiungere il bisogno dell’anima. Mentre dialoga con lei, le fa capire che la conosce e lei stessa si rende conto che ha bisogno di qualcosa di più che sia semplicemente l’acqua, perché comunque in lei c’è della sofferenza e mentre Gesù le parla le si apre una finestra sul mondo.

La cosa che sembra paradossale è che la sua anfora che diceva l’impegno, la fatica per andare a prendere quell’acqua, neanche se ne preoccupa, la lascia al pozzo e corre a raccontare agli altri il suo incontro con il Messia. E gli atri a partire dal suo racconto possono incontrare il Signore. È chiaro che dopo anche loro se la giocano con Gesù, perché una volta incontrato, sono loro a misurarsi con il Suo annuncio e la Sua persona; tant’è vero che dicono alla donna: “Grazie, ma ora facciamo noi l’esperienza”. Detto in altre parole non possiamo fare l’esperienza al posto di qualcun altro, ognuno fa la sua, per cui noi raccontiamo ai nostri figli la fede e poi faranno loro l’esperienza di fede dell’incontro con quella persona significativa, che è Gesù.
L’invito che ci può fare questo racconto è sì quello di riconoscerci destinatari di un annuncio e vedere se questo annuncio, questo dialogo che abbiamo con la nostra fede e con Dio e con Gesù porta anche noi a scoprirci, a capire qualcosa di più di noi e a portarlo agli altri. Perché se ci accorgiamo, alla fine, che quello che viviamo è un qualcosa che si ferma a noi stessi vuol dire che manca qualche cosa. Potreste dire: “È chiaro che quello che facciamo, sempre, si ripercuote sugli altri” e avreste ragione, non c’è nulla di privato se non la proprietà; le cose che facciamo o viviamo sono al massimo intime ma mai private, quindi è ovvio che tutto si ripercuote sull’esterno.
Ma domandiamoci se la nostra preghiera, la nostra fede, il nostro rapporto con Gesù in qualche modo ci smuove verso gli altri, a raccontarci nel nostro stile e soprattutto a raccontare quello che ci ha fatto capire chi siamo e ci ha aperto gli occhi e che vuol darci un’acqua che estingua la nostra sete.

Di che cosa abbiamo sete? A cosa andiamo ad abbeverarci? perché è chiaro che tutti abbiamo sete. Quando uno ha sete deve andare dove c’è l’acqua, come quando uno cerca la vita e cerca il senso deve andare dove c’è vita, da chi la crea, da chi la dona; questo qualcuno è Dio. Perché veniamo qua? Perché qua si celebra la vita che vince la morte, ogni tipo di morte. Cosa ci raccontiamo noi nei nostri discorsi? Ci raccontiamo vita? Ma non perché siamo capaci di generare speranza, dobbiamo raccontare il Signore Gesù perché è Lui che dà vita.

Cosa raccontiamo?

“Ci vorrebbe un miracolo…” Tonale 2010

Quanto è difficile alzarsi la mattina dopo le vacanze?! Cavoli ancora di più se non lo fai svegliata da un mare di gente che ti piomba in camera armata di padelle e mestoli provocando un enorme frastuono… Ancora di più  se non devi scavalcare le valigie di tutti i tuoi compagni di stanza riuscendo comunque a inciampare nell’ultima ciabatta che ti è sfuggita, solo per metterti in coda per il bagno… Ancora di più  se sai che non condividerai la giornata con un’altra cinquantina di persone fantastiche…
Ti rialzi però con la convinzione che ognuno dei tuoi compagni di viaggio ha lasciato in te, a modo suo, una traccia indelebile… E quando i ricordi uno alla volta riaffiorano dolcemente nella tua mente un brillante sorriso illuminerà la tua giornata, consapevole di essere una persona così coraggiosa da non aver avuto paura di lasciarsi scrivere nell’anima una dedica che giorno dopo giorno lo accompagnerà.
Tonale 2010Forse nemmeno la parola GRAZIE è  tanto grande da riuscire a spiegare al Signore quanto gli siamo grati per ogni piccolo dono che nella sua semplicità ha reso questo camposcuola unico e irripetibile, coscienti che ognuno dei nostri Angeli ci hanno accompagnato e protetto per tutta un’esperienza che, come potrei definirla… Beh, un’esperienza da cine!!!

La felicità è un bene vicinissimo, alla portata di tutti: basta fermarsi e raccoglierla (Seneca)

  Gloria 

Ho capito una cosa stando al Tonale, che quel posto, quell’esperienza fatta di persone in comunione tra loro ti insegna.
Che tu sia disposto o no ad imparare, t’insegna a condividere il tempo con le persone che vuoi o che non ti stanno simpatiche, che è impossibile capire una persona se non la frequenti, che le persone sono tutte uguali e allo stesso tempo diverse, stessi bisogni maniera diversa per soddisfarli.T’insegna a capire che tutti, compresi noi stessi, abbiamo pregi e difetti. Tonale 2010
Che infondo tutti vogliamo la stessa cosa: far parte di una famiglia, essere compresi, avere un ruolo, e proprio in questo campo scuola che tutto si avvera. Hai un ruolo delle piccole responsabilità che ti gratificano, il tempo per conoscere la parola di Dio e una vita per metterla in pratica.
Questo insegna il Tonale; ad ognuno di noi spetta impararlo e mettere quell’1% per metterci in gioco e vivere pienamente. Ma il camposcuola è un concentrato, gli ambienti ti costringono a stare a contatto con gli altri, io auguro che anche a Leno questa grande famiglia possa tenersi in contatto e allargarsi..

Isabella

C’è ancora qualcuno che al primo posto non mette se stesso, ma gli altri;
c’è ancora qualcuno che ha voglia di ascoltare e di confrontarsi con gli altri;
c’è ancora qualcuno che riesce a divertirsi e star bene con ciò che c’è di più  semplice a questo mondo.
E tutti siamo stati d’esempio per tutti.
Insieme abbiamo formato una grande Famiglia.

Messe. 

Se il servizio offerto ci è costato 10 ci ha ridato 100;

Il concetto di CHIESA POPOLO IN CAMMINO più volte mi è tornato alla mente durante questa settimana; vedere i ragazzi così bisognosi di avere risposte precise e concrete ai loro dubbi ed avere un sacerdote  che è stato in grado di affrontare la discussione in modo coinvolgente e “moderno” a nostro giudizio porterà ad avere ragazzi convinti della loro fede.

Tonale 2010 don CarloUn collega a conoscenza dell’esperienza che  siamo andati a fare mi ha chiesto:”  allora? Come sono i ragazzi di oggi? “ la mia risposta è  stata: “ mi hanno sorpreso! Mi hanno dato speranza e fiducia  nel futuro”.

C’è stato un clima di armonia sia tra i ragazzi che tra gli adulti presenti e questo ha contribuito a creare il clima giusto per un’esperienza costruttiva per tutti. Anna e Luca

Proseguo alle note di Anna e Luca cercando di integrare alcune riflessioni:

Per proporre il racconto dell’esperienza fatta al Tonale, partirei dal ruolo che abbiamo ricoperto: la cucina!

Scopo era di ottenere un piatto di effetto partendo da alcuni ingredienti semplici quali la convivenza e la condivisione di spazi, situazioni e tematiche.

Abbiamo quindi vissuto momenti di impegno comune nelle “faccende” domestiche come pure nel partecipare e costruire spazi ricreativi il tutto amalgamato e condito da buon umore ed insaporito da un pizzico di voglia di divertirsi.

L’ingrediente forte e caratterizzante il “piatto” erano comunque le riflessioni sui temi proposti ed estrapolati da alcuni brani Evangelici di miracoli.

Nella “cottura”  sono emerse una serie di domande, dubbi e speranze in merito alla nostra fede ed al rapporto con la Chiesa sia in termini di popolo di Dio sia come Istituzione di uomini; è interessante notare quanto i nostri ragazzi, pur “contestando” alcuni atteggiamenti e rituali non rinneghino o sottovalutino la fede ed anzi, sono attratti ed entusiasti del messaggio salvifico in essa contenuto.

Dopo aver gustato un piatto così saporito, si percepisce un gusto di speranza e fiducia nel futuro dei nostri ragazzi e della Chiesa locale che andranno a costruire.

Accompagnare il piatto con un buon Don Domenico di annata servito freddo e spumeggiante ed il tutto potrebbe essere degno di una valutazione a 5 stelle in qualsivoglia giuda.

Emanuela e Giorgio 

“Ci vorrebbe un miracolo” era il tema che ha caratterizzato il Tonale 2010 e, dei piccoli miracoli, in effetti, sono avvenuti:

– nei momenti di condivisione, in cui soprattutto i più giovani hanno messo in discussione sé stessi,cercando risposte concrete ed autentiche ai loro dubbi, non accontentandosi più  delle nozioni imparate al catechismo;

– nel clima gioioso che ha scaldato l’intera settimana (mentre, fuori, la colonnina delTonale 2010 termometro segnava 15 °C);

– nella collaborazione all’interno dei gruppi di servizio, che ha contribuito a creare una GRANDE FAMIGLIA MOLTO ALLARGATA;

– nell’ottima guida di Don Domenico che, fortunatamente, è stato risparmiato dalla pandemia influenzale!!

Ed alla fine della splendida settimana, nonostante non avessimo voglia di tornare a valle, nel nostro cuore risuonava un canto: “Ma il vostro posto è là, là in mezzo a loro: l’amore che vi ho dato, portatelo nel mondo!”.

Nadia e Umberto